Ottobre 30th, 2014 Riccardo Fucile
BANCHI DEL GOVERNO DESERTI, IMBARAZZO DEL PD…E LA RICOSTRUZIONE DELLE MANGANELLATE NON CONVINCE NESSUNO
Il vuoto attorno, nei banchi del governo. Quando Angelino Alfano prende la parola alle 14,45 a palazzo Madama, è solo. E solo resta alla Camera qualche ora dopo. Assenti anche i ministri del suo partito, Beatrice Lorenzin e Maurizio Lupi.
Ministri che, invece, al tempo del governo Letta non lasciarono sola Nunzia De Girolamo, quando riferì sull’affaire della Asl di Benevento.
“Non ho nessuna esitazione nel dichiarare che quello di ieri è stato un brutto giorno per tutti” scandisce nel gelo il titolare del Viminale. Nervoso, si gira da un lato all’altro dell’emiciclo, quasi a cercare una solidarietà . Davanti c’è parecchio vuoto.
A occhio è assente mezzo Senato. Pallottoliere alla mano, alla Camera ci sono cento parlamentari. Di cui 11 del suo partito, due soli di Forza Italia (di cui uno Brunetta, il capogruppo), e 40 del Pd.
È in questo clima surreale che va in scena il Nazareno dei manganelli.
Il ministro non indica i responsabili delle botte in piazza, non identifica l’errore: “E’ lontana anni luce da noi — dice — l’idea di manganellare gli operai, così come penso sia lontana dagli operai la volontà di scaricare tensioni occupazionali sulla polizia”. Poi ringrazia Landini, promette un tavolo “permanente di confronto al Viminale con i sindacati per gestire al meglio le manifestazioni”.
Un discorso che gli vale l’assoluzione.
Francesco Giro, che parla per conto di Forza Italia, dopo aver difeso le forze dell’ordine, si dimentica che sulla carta il suo partito è all’opposizione: “Signor ministro — dice — noi non le faremo mancare il nostro sostegno”.
Imbarazzato, il Pd difende la ragion di governo. Ma in chiaroscuro il disagio è tangibile.
Come nell’intervento di Emanuele Fiano: “Ci sono cose che in un paese democratico non devono accadere, punto. Ciò che è accaduto ieri, le manganellate agli operai, i feriti e gli scontri, non deve più accadere, non può più accadere, punto”.
Già , punto. Quel mai più riguarda la piazza.
Ma anche gli errori di Alfano, la cui gestione degli Interni è vissuta come imbarazzante.
In Transatlantico, Dario Ginefra a domanda risponde così: “Il ministro dell’Interno? Quale? C’è forse un ministro dell’Interno al Viminale?”.
Ecco, solo la ragion di governo tiene a bada il malessere. Ma la ricostruzione fornita sulle manganellate non convince nessuno: “Chiediamo certezza di applicazione delle direttive e delle regole d’ingaggio” prosegue Fiano.
Senatori distratti, nel corso del dibattito. Schifani parla fitto fitto con Sacconi. Gasparri con Giovanardi.
Il volto di Maurizio Migliavacca, in piedi nella fila più in alto, è il miglior commento. Plumbeo. La mozione di Sel ha l’effetto di innervosire anche di più la “sinistra del Pd”. Perchè, dicono, “il problema è che Renzi non sta dicendo nulla, mica per togliere Alfano si può far cedere il governo”.
In parecchi ricordano che ai tempi del caso kazako e della Cancellieri, a parti invertite, Renzi sparò raffiche con l’obiettivo di terremotare il governo. Ora invece tiene un atteggiamento defilato.
Alla Camera pure Brunetta fa un intervento poco da opposizione. Tralascia Alfano e si scaglia contro i Cinque Stelle “Mi vergogno per il loro fascismo implicito che è nel loro dna, per la loro ignoranza, per l’atteggiamento filomafioso del loro capo”.
Nel clima surreale accade che mentre il Nazareno lo assolve, è nell’ambito del suo stesso partito che il ministro dell’Interno riceve qualche critica: “Solidarietà piena al ministro Alfano — dice Fabrizio Cicchitto – ma io non me la sento di ringraziare Landini…”.
Dettagli di Palazzo.
(da “Huffingtonpost“)
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Ottobre 10th, 2014 Riccardo Fucile
IL TEMA DELLE UNIONI OMOSEX SPACCA ANCORA LA DESTRA… TOTI AD ALFANO: “SIETE PIÙ INDIETRO DEL PAPA” … LA RISPOSTA: “VOI LASCIATE FUORI LA CHIESA”
Mentre la sinistra si divide sull’articolo 18, nel centrodestra sono botte da orbi sulle nozze gay.
Con Forza Italia e Ncd a darsele di santa ragione.
Dopo la circolare di Angelino Alfano ai prefetti per vietare ai sindaci di trascrivere i matrimoni omosex celebrati all’estero, la questione ha assunto i toni di uno psicodramma tutto interno ai partiti dell’ex Pdl.
Con l’Ncd (insieme a Fratelli d’Italia) sulle barricate contro le trascrizioni, mentre Forza Italia, spinta dalla linea pro gay di Francesca Pasca-le, a guidare il fronte “liberal”.
E mentre i sindaci continuano a dividersi, arriva il monito dell’Anci, con Piero Fassino. “Mi auguro che arrivi presto una legge nazionale”, ha scritto il sindaco di Torino in una lettera a Renzi e Alfano.
Perchè “il tema è troppo delicato per essere lasciato ai singoli casi, nè si può pensare di affidarlo alle ordinanze dei prefetti”.
Intanto, in attesa della legge, è bagarre.
Ad aprire le danze è un’intervista dell’azzurro Giovanni Toti, secondo cui “non possiamo rimanere un passo indietro al Sinodo e al Papa”.
Per il consigliere politico di Berlusconi, dunque, la Chiesa è più avanti della politica. “Prima di tirare in ballo il Papa, Toti ci pensi due volte ed eviterà di dire fesserie”, la risposta del ministro Ncd, nonchè ciellino, Maurizio Lupi.
“Tirare in ballo a sproposito il Papa dimostra come Forza Italia sia passata dal Family day all’Arci-gay”, attacca anche Carlo Giovanardi (Ncd).
“Coinvolgere il Sinodo e il Pontefice per attaccare Alfano è umiliante”, dice Barbara Saltamartini gettando altra benzina sul fuoco.
Stesso concetto ribadito poco dopo da Renato Schifani. “Ci eravamo augurati che Toti non si iscrivesse a quell’ala integralista che costrinse tutti noi a non aderire a Forza Italia. Un partito sempre più appiattito sullo scontro e sulle posizioni antieuropee e xenofobe della Lega”, sostiene l’ex presidente del Senato.
Tirato in ballo, ecco Matteo Salvini. Contro Alfano. “Sono contrario alle trascrizioni dei matrimoni, ma il ministro parla di gay solo perchè il suo partito nei sondaggi sta scomparendo”, punge il leader padano.
Da non perdere la centrista Laura Bianconi, secondo cui “Toti è riuscito a far diventare Papa Francesco un’icona gay, difensore delle nozze omosex”.
Insomma, guerra totale.
Puntuale arriva anche la risposta di Toti. “Ncd fa politica sulla pelle delle persone solo per lucrare consensi. A Lupi dico che non ho tirato in ballo Bergoglio e non ho mai detto che il Papa è favorevole alle nozze gay. Dico invece che quando arriva uno stimolo alla riflessione, addirittura dalla Santa Sede, è sciocco mettere la testa sotto la sabbia”, afferma l’ex direttore Mediaset.
“Toti è cinico e sconcertante, se c’è qualcuno che fa politica sulla pelle delle persone, quelli siete voi”, la replica di Gaetano Quagliariello (Ncd).
“Abbandonata la casa del padre, piccoli Ncd attaccano ci attaccano solo per guadagnare visibilità ”, la twittata serale di Anna Maria Bernini (Fi).
Nel frattempo alla Camera Mara Carfagna si è incontrata con Ivan Scalfarotto per dare il via a “un Nazareno dei diritti” e arrivare al più presto una legge.
Mentre, sull’altro fronte, Eugenia Rocella e Mario Adinolfi hanno dato vita al “patto di Santa Chiara” in difesa della famiglia tradizionale.
Fine della rissa. Per ora.
Gianluca Roselli
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 8th, 2014 Riccardo Fucile
SI E’ DOVUTO ACCONTENTARE DELLA BATTAGLIA CONTRO I VU’ CUMPRA, POI SI E’ ACCORTO CHE CON LA CRISI GLI ELETTORI MODERATI COMPRANO SOLO DAGLI AMBULANTI
«L’uomo non è stato creato per sposare un altro uomo!» Tuona allo specchio Angelino Alfano mentre prova il
discorso: «Proprio come il centrodestra non è stato creato per governare con il centrosinistr… no, cacchio, questa non la posso dire.
Dai, Angelino, calmo, respira….vedrai che troveremo qualcosa da dire agli elettori moderati.
Ci sono: cancelliamo l’articolo Diciott… no, aspetta, questa l’ha già detta lui.
Compriamo gli F-35 che ci servono a esport… pure questa. Maledizione».
Angelino è in crisi.
Si era messo in testa di fare il leader del centrodestra, forte di quel sondaggio che diceva che Forza Italia e Ncd, divisi, prendevano più voti (tanto che anche nel Pd c’era chi voleva dividersi in un partito di centro e uno di destra) ma poi è arrivato Renzi.
«Da quando c’è lui, non so più cosa raccontare ai miei elettori. Che infatti sono diventati i suoi. Asfaltare il sindacato? Lo fa Renzi. Rimandare all’infinito una legge sui matrimoni gay, sulla fecondazione eterologa, su qualunque altro argomento stia a cuore al Vaticano? Lo fa Renzi. Sognare il presidenzialismo, scrivere le riforme con Berlusconi e Verdini? Favorire gli evasori fiscali con una legge-fuffa contro l’autoriclaggio? Provate a mettervi nei miei panni!
Provateci voi a dire una cosa di centrodestra che non abbia già detto Renzi!
Mi sono dovuto accontentare della battaglia contro i vù cumprà , un classico della destra, ma di questi tempi gli unici stranieri che investono in Italia sono loro, e con la crisi che c’è gli elettori moderati comprano solo dagli ambulanti… rischio che poi mi si ritorce contro. E poi quel subdolo di un fiorentino mi vuole fregare anche i vu cumprà , me lo sento. Com’è che non ha fatto ancora lo Ius Soli, eh? In campagna elettorale non parlavano d’altro… lo fa per fregarmi!».
Angelino si guarda nello specchio e pensa quello che pensano tanti italiani della sua età : «Dovevo andare all’estero. In Italia c’è troppa concorrenza. All’estero a quest’ora ero il leader del centrodestra. Te lo ricordi l’Erasmus, quando sono andato a fare il ministro degli interni del Kazakistan? Ero bravo… Maledizione, avrei dovuto studiare le lingue».
Francesca Fornario
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Ottobre 8th, 2014 Riccardo Fucile
DOVE BASTA IMPEDIRE LEGGI SUI DIRITTI GAY PER POTER DIRE CHE SONO FUORILEGGE
Il ministro degli interni Al Fanuk ha diramato una circolare ai prefetti per dichiarare fuorilegge i registri in cui i sindaci recepiscono i matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati nel campo degli infedeli, cioè all’estero.
Apprezziamo la moderazione del suo intervento, specie se paragonata ai comportamenti dell’Isis, che sull’annosa vicenda la pensa non troppo diversamente da lui.
Se proprio si vuole trovargli un difetto, Al Fanuk pecca di eccessiva pedanteria nel definire fuorilegge il tentativo di riconoscere uno straccio di diritti alle coppie gay.
E’ infatti del tutto evidente che i diritti civili in Italia siano fuorilegge, dal momento che il Parlamento si ostina a non fare alcuna legge per regolarli, nel timore di offendere la sensibilità dei sessuofobi che si intrattengono con le baby-squillo e di quei settori influenti del Vaticano che fanno capo all’erede riconosciuto dei Borgia, il cardinal Giuliano Ferrara.
Il partito di Al Fanuk, finora delle dimensioni di un taxi, potrebbe allargare la carrozzeria fino a ricomprendere l’esercito sterminato delle «sentinelle in piedi» che in questi giorni allietano le piazze delle nostre città con la loro campagna a favore della famiglia tradizionale composta da marito, moglie e un paio di amanti.
Qualche lettore è rimasto stupito che il ministro si sia dedicato a un’attività per lui così inusuale come quella di scrivere.
Lo incoraggiamo a desistere. Non sia mai che, per sbaglio, gli scappi di suggerire al suo presidente del Consiglio con delega alle pari opportunità una legge sui diritti civili che illuda gli italiani di vivere davvero in Occidente nel ventunesimo secolo.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Ottobre 4th, 2014 Riccardo Fucile
NOMINATO DALLA CONFEDERAZIONE DELLE MISERICORDIE CON UNA PROCEDURA NEGOZIATA CON LA PREFETTURA DI AGRIGENTO
Lampedusa è con il fiato sospeso: la paura degli isolani è di tornare a essere la frontiera militarizzata
d’Europa.
Sì, perchè il combinato disposto fra il probabile arretramento della missione di ricerca e soccorso in alto mare Mare Nostrum (o la sua sostituzione con l’europea Frontex plus) e la riapertura del centro per immigrati vuole dire solo una cosa: riportare le lancette dell’orologio a quando l’Isola era il principale punto di accoglienza dei flussi migratori provenienti dall’Africa. Ai tempi a gestire la struttura era la Lampedusa Accoglienza, una cooperativa controllata dal Consorzio Sisifo che ha dovuto fare le valige dopo la diffusione da parte del Tg2, a dicembre 2013, del video choc dei migranti disinfettati con l’idrante all’interno della struttura.
Poi è arrivata Mare Nostrum e gli immigrati, recuperati dalla nostra Marina militare a poche miglia dalle coste della Libia, venivano trasbordati direttamente in Sicilia o in Calabria, così il centro di contrada Imbracola è rimasto praticamente quasi sempre chiuso, eccezion fatta per qualche piccolo sporadico sbarco.
Ora, passate le celebrazioni per la strage del 3 ottobre 2013 e tornati a casa i superstiti di quel terribile naufragio, a Lampedusa si torna a fare sul serio e il centro, dopo un mese di lavori di ristrutturazione, è pronto a riaprire i battenti sotto una nuova gestione: quella della Confederazione nazionale delle Misericordie che si è aggiudicata l’appalto in seguito a una procedura negoziata della Prefettura di Agrigento.
A dirigerlo c’è Lorenzo Montana che annuncia l’apertura ufficiale entro fine mese: “Ma già da ora siamo in condizione di accogliere perchè abbiamo dei moduli operativi”.
In attesa dei primi ospiti, il nuovo direttore si deve però difendere da una parentela ingombrante: sua figlia è sposata con Alessandro Alfano, fratello del ministro dell’Interno Angelino: “Non sono stato scelto dal capo del Viminale, ma dalla Confederazione Misericordie per le mie qualità personali, umane, professionali e intellettive. E anche perchè sono un lampedusano doc”. E il ministro? “A lui che interessa? Io ho rapporti con con il prefetto Morcone e col mio prefetto che è il dottor Diomede”.
Il primo è Mario Morcone, da giugno capo del dipartimento Immigrazione del Viminale, il secondo, Nicola Diomede, dirige invece la Prefettura di Agrigento, persone a stretto contatto con il fratello del genero di Montana.
Ma lui tiene botta: “Sono idoneo a dirigere in questo lembo di terra, che è l’ultimo d’Europa, una struttura così importante come il Cpsa”
Lorenzo Galeazzi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 2nd, 2014 Riccardo Fucile
E ALLA FINE ALFANO NON E’ NEMMENO ARROSSITO
Il 1° agosto 2013 Silvio B. viene condannato in Cassazione a 4 anni di reclusione per frode fiscale,
dunque deve decadere immediatamente da senatore in base alla legge Severino da lui stesso votata.
Angelino Alfano, vicepremier e ministro dell’Interno del governo Letta nonchè segretario Pdl commenta: “Tutto il Pdl è forte e unito attorno al suo leader Silvio Berlusconi. È interesse della democrazia che una parte importante del popolo italiano non venga privata della sua leadership, visto che Berlusconi è il leader più votato di questi ultimi venti anni”.
Il 20 agosto Alfano si reca in pellegrinaggio ad Arcore a prendere ordini dal pregiudicato.
Il 21 incontra il premier Letta e gli chiede di “farsi carico dell’agibilità politica di Berlusconi”.
Poi vola al Meeting di Rimini: “Noi chiediamo che il Pd rifletta, astraendosi dalla storica inimicizia di questi vent’anni, sulla opportunità di votare no alla decadenza di Berlusconi” perchè “l’esempio di Cristo testimonia l’esigenza di un giusto processo e la pericolosità di certe giurie popolari”.
Il 24 si tiene ad Arcore il Gran Consiglio del Pdl. Alla fine B. ordina ad Alfano di leggere la seguente nota, e lui esegue: “La decadenza di Berlusconi da senatore è impensabile e costituzionalmente inaccettabile. Ci appelliamo alle massime istituzioni della Repubblica sulla questione democratica che dev’essere affrontata per garantire il diritto alla piena rappresentanza politica e istituzionale dei milioni di elettori che hanno scelto Berlusconi. In base a precisi riferimenti giuridici chiediamo al Pd una parola chiara sul principio della non retroattività della legge Severino”.
Il 24 settembre Alfano incontra Napolitano e gli chiede di graziare B.
Il 27, Consiglio dei ministri sull’aumento dell’Iva: tutto bloccato da una rissa tra Franceschini (“Volete solo salvare Berlusconi”) e Alfano (“Siete voi col vostro anti-berlusconismo a cacciare il governo nei guai”).
Il 28 settembre B. ordina le dimissioni dei suoi cinque ministri, che obbediscono all’istante, compreso Alfano.
Il 29 Alfano, con Quagliariello, Lorenzin e Lupi, si dissocia da se stesso: “Basta estremismi, difendiamo il governo. Siamo diversamente berlusconiani”.
Il 30 ottobre, a tre mesi dalla condanna, B. è ancora senatore. Ma il Senato decide che voterà sulla decadenza a scrutinio palese. Per Alfano è “un sopruso”.
Il 15 novembre Alfano lascia il Pdl e fonda l’Ncd, ma avverte: “Continueremo a difendere Berlusconi dal governo”.
E chiede di rinviare il voto sulla decadenza di B. a gennaio. Il 27 novembre il Senato approva la decadenza di B. Tutto l’Ncd vota contro. Alfano comunica: “Oggi è una brutta giornata per il Parlamento e l’Italia. Rivendichiamo con forza la storia di questi 20 anni. Ho sentito Berlusconi per dirgli che avremmo dato battaglia contro un cosa profondamente ingiusta”.
Ieri Alfano, ministro dell’Interno del governo Renzi, ha annunciato alla Camera che il prefetto di Napoli, suo sottoposto, avrebbe sospeso subitissimo, prima che Napolitano arrivi in città , il sindaco Luigi De Magistris, condannato in primo grado (non in Cassazione) a 15 mesi con pena sospesa (non a 4 anni senza condizionale) per abuso d’ufficio sui tabulati non autorizzati di 8 parlamentari (non per una monumentale frode fiscale).
Alfano avrebbe potuto attingere al suo repertorio e dire, in coerenza con se stesso, che De Magistris è il sindaco di Napoli più votato degli ultimi vent’anni, dunque gli va garantita l’agibilità politica; e poi la legge Severino non può essere applicata retroattivamente a fatti commessi nel 2007, cioè prima che venisse approvata nel 2012; e comunque la condanna è solo in primo grado e c’è la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva; e basta con l’uso politico della giustizia di chi vuole liquidare un avversario per via giudiziaria.
Invece ha detto — a sua insaputa, s’intende — l’unica cosa giusta della sua inutile carriera: De Magistris va sospeso in base alla legge Severino, e subito. Non dopo 4 mesi: dopo 7 giorni.
E alla fine non è neppure arrossito.
La sua vergogna è emigrata un anno e mezzo fa in Kazakistan insieme al suo cervello, senza più dare notizie di sè.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
SELFIE, EPURAZIONI E RITORNI DA SILVIO BERLUSCONI
Cancellato da uno scatto. Anzi, da un selfie.
Twitta l’epurazione Giacomo Bugaro: “Dimissionato per aver parlato con Berlusconi! Ne prendo atto, non pensavo si dovesse chiedere permesso per parlare: sbagliavo! Libertà ”.
Parole forti. Per solidarietà si dimettono un bel po’ di dirigenti di Ncd delle Marche. Volano parole grosse: “Provvedimenti illiberali, intervenga Alfano”.
Il selfie immortala il cupio dissolvi del Nuovo centrodestra.
E allora, ricapitoliamo. Bugaro, coordinatore (ora ex) di Ncd nelle Marche, vicino a Maurizio Lupi, area filo-berlusconiana del partito, giovedì pomeriggio varca il portone di palazzo Grazioli.
Quando esce, su twitter compare un selfie con Silvio Berlusconi.
Poi, in un comunicato, il nostro spiega che è andato a palazzo Grazioli a parlare di futuro del centrodestra e della riunificazione dei moderati.
“Ma come?” “Lui che è un semplice coordinatore?” “Senza autorizzazione dei vertici?” si chiedono i colonnelli di Alfano.
Scatta la tagliola disciplinare, si sarebbe detto una volta. Tradimento, intelligenza col nemico.
Poche ore dopo, il comunicato: “Bugaro, preso atto della richiesta, ha rimesso il suo mandato”. Nel mezzo un incontro col Gaetano Quagliariello, già ministro per le Riforme, già saggio del Quirinale, ora coordinatore del partito.
Da quando è diventato uomo di partito, raccontano i maligni, ha scoperto i metodi forti. Spiega a Bugaro che così “ci metti in difficoltà ” e lo invita a riflettere sull’opportunità che resti “coordinatore delle Marche”.
“Gestione pessima, Bugaro gioca a fare il martire ma le cose non si gestiscono così”: è questa la frase che Alfano ascolta in decine di telefonate.
Accompagnata da quella dopo: “Ce ne siamo andati da un partito padronale e usiamo gli stessi metodi?”.
Il ministro dell’Interno ascolta, sente di avere tra le mani un partito in dissoluzione. Il caso monta. Bugaro, sconosciuto ai più, diventa il martire del giorno. Parla, twitta, si presenta al convegno del Ppe di Perugia dove sono i vertici di Forza Italia: “Sono scioccato dall’espulsione” ripete
Quagliariello, invece, tiene il punto. E posta su facebook un colto richiamo all’ordine. Questo: “Come ci ha spiegato qualche tempo fa Machiavelli, nelle cose della politica ci vuole anche fortuna. Nessuno può essere sicuro che la propria impresa riesca, ma sta a ciascuno affrontarla con dignità . Fin quando sarò io il coordinatore di Ncd, la nostra non sarà mai una storia ‘contro’ ma certamente sarà una storia ‘altra’. C’è chi ha lanciato il concorso ‘torna a casa Lassie’. Chi vuole si iscriva pure, ma sapendo che non è compatibile con l’altra storia che stiamo scrivendo. Bisogna scegliere: o si partecipa al concorso o si vive l’avventura di Ncd. Anche se a volte si tratta di una vita difficile , meglio una vita da cani che una nostalgia canaglia!”.
Il selfie rischia di agevolare l’operazione Lassie, ovvero il ritorno in Forza Italia. “Complimenti, dall’operazione Lassie all’operazione selfie” dicono i critici di Alfano. Ormai parecchi parlamentari di Ncd parlano più con Arcore che con Alfano e Quaglieriello.
Al Senato, come ha scritto l’HuffPost, sarebbero una decina pronti a tornare. Per questo Alfano vorrebbe accelerare sul gruppone centrista, già la prossima settimana, che riunisce Ncd, Udc, Popolari per l’Italia e ciò che resta di Scelta civica.
Avrebbe già tracciato gli organigrammi con il casiniano Giampiero D’Alia capogruppo alla Camera e Renato Schifani alla guida dei senatori.
Un modo per “tenere dentro Schifani” perchè la sua insofferenza è al livello di guardia.
E ha già avuto più di un contatto con Arcore per il grande ritorno.
Il problema è che i capi del centrino sono già in ordine sparso: Casini frena, Cesa accelera, dentro Ncd in parecchi la considerano un’operazione sbagliata.
A partire dall’ala che vorrebbe ricostruire un centrodestra con Berlusconi, ala che fa capo al ministro Maurizio Lupi, al capogruppo Nunzia De Girolamo, al viceministro Casero e alla portavoce Barbara Saltamartini.
Insomma, per sintetizzare: se non nasce il gruppo un pezzo di Ncd, a partire da Schifani, è pronto a tornare da Berlusconi.
Se nasce il gruppo con Schifani e D’Alia ritornano gli scontenti.
Berlusconi aspetta. In attesa del prossimo selfie.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
QUATTRO SENATORI DEL PARTITO DI ALFANO VOGLIONO IL VITALIZIO ANCHE IN CASO DI SCIOGLIMENTO ANTICIPATO DELLE CAMERE
Due senatrici e altrettanti senatori del partito senza elettori di Anonimo Alfano hanno presentato un
ordine del giorno che per la sua sfacciataggine meriterebbe di essere promosso a ordine del secolo.
Con una prosa strepitosamente democristiana, la banda dei quattro chiede di «valutare l’opportunità di consentire, in via eccezionale e straordinaria, con una norma di natura transitoria la possibilità …» vabbè, tagliamo corto: vogliono il vitalizio anche in caso di scioglimento anticipato della legislatura.
Il Razzi di Crozza (ma persino quello vero) al confronto è un apprendista.
Dopo lo smascheramento della furbata, il coordinatore del Ncd (Non conoscono decenza) è stato costretto a cascare dal pero e a ritirarla, con l’aria offesa di chi non ne sapeva niente.
Si tratta del professor Quagliariello, uno dei «saggi» di questa Repubblica di sventati. Pare sia rimasto basito davanti a una simile esibizione di sfrontatezza, così lontana dalle abitudini parche e riservate degli alfanoidi.
Deve essergli sfuggito che alla Regione Lombardia un solo partito non ha votato l’abolizione dei vitalizi ai consiglieri: il suo.
Ma torniamo al quartetto delle meraviglie — Esposito, Langella, Chiavaroli e Bianconi — due uomini e due donne, perchè anche la faccia tosta ha diritto alle quote rosa.
In fondo si battono per il benessere e l’avvenire dei loro seguaci: se stessi.
Perchè trovare qualcun altro che li voti, la prossima volta, sarà dura.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
LA LISTA DEI TRANSFUGHI E’ DA TEMPO SUL TAVOLO DI BERLUSCONI: REGISTA DELLA TRATTATIVA E’ MICCICHE’
Nomi di peso, come Renato Schifani e Antonio Azzollini. 
Peones e portatori di voti, come Antonio D’Alì, Tonino Gentile e Maurizio Bernardo. Una lista di quindici nomi è già sul tavolo del leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Quindici fra senatori e deputati pronti a lasciare la sede di via del Tritone del Ncd per tornare fra le braccia del padre.
“Un’operazione — spiega al IlFattoQuotidiano.it un senatore forzista — che va avanti da tre mesi e che di fatto cambierebbe il quadro politico”.
Al punto che in Transatlantico qualcuno conviene nel dire, forse con un pizzico di cattiveria, che la creatura del ministro dell’Interno “farà una fine peggiore di quella di Scelta Civica”.
Esperienza finita, insomma? Battute a parte, da giorni Silvio Berlusconi, tornato a fare il presidente del partito “a tempo pieno”, lavora in questa direzione in una trattativa con i dissidenti “alfaniani” che sarebbe stata portata avanti dal capogruppo al Senato Paolo Romani.
Con il contributo “prezioso” di una vecchia volpe forzista del ’94, come Gianfranco Miccichè, che si starebbe muovendo fra le varie regioni dello stivale, in particolare nelle regioni del sud.
“Un lavoro certosino”, spiegano i bene informati, in cui un animale da palazzo, come Romani, avrebbe avuto il compito di raccogliere i malumori presenti all’interno del gruppo parlamentare di Palazzo Madama.
Malumori che si sono manifestati anche nei giorni convulsi dell’elezione dei giudici della Corte Costituzionale e dei membri laici della Consulta.
Con assenze di peso, secondo alcuni “tattiche“, che hanno acceso più di un campanello di allarme nell’entourage dell’ex delfino del Cavaliere.
Al punto che occorre riportare indietro le lancette per comprendere lo stato di salute di Ncd.
Per l’appunto, occorre tornare all’assemblea nazionale del partito dello scorso luglio allo Spazio Novecento della Capitale.
In quell’occasione, infatti, non si arrivò allo strappo per la mediazione di Angelino Alfano, che riuscì a contenere i dissidi interni, tenendo insieme un’assemblea che gli stava per sfuggire di mano.
Ma le cronache politiche di allora certificano e ricordano lo scontro al vetriolo tra la pasionaria Nunzia De Girolamo e la ministra Beatrice Lorenzin.
Scontro che rientrò per ordine di Alfano e del coordinatore nazionale Quagliariello, ma che rimase ad accompagnare i racconti sui dietro le quinte delle riunione a porte chiuse di via del Tritone.
Del resto, il nodo principale — quello che anima il dibattito interno — è sempre, lì, irrisolto.
Un nodo che rimanda alla due anime del partito.
Una filo-berlusconiana (con Nunzia De Girolamo in testa), che crede sia necessario ricucire con Berlusconi per creare un’alternativa al centrosinistra e all’inquilino di Palazzo Chigi.
L’altra metà del campo, invece, ritiene che “siamo in una fase post-ideologica”, e arriva a teorizzare la necessità di un rapporto organico con Matteo Renzi.
A guidare la squadra da questa metà del campo c’è la “renzianissima” Beatrice Lorenzin insieme alla costola socialista di Fabrizio Cicchitto e Maurizio Sacconi — convinti più che mai che si debba entrare a Largo del Nazareno, e addirittura prendere la tessera.
Già , l’ingresso organico nel Pd.
Uno scenario neanche preso in considerazione dalla maggioranza del gruppo di Ncd. Men che meno dagli amministratori locali. Nei territori si soffre, risulta difficile spiegare ai cittadini che “al governo siamo con la sinistra”.
E lo stato di insofferenza è tale che ogni giorno consiglieri comunali o regionali abbandonano la “ditta” alfaniana, preparando lo sbarco in Forza Italia.
Solo la scorsa settimana, in Calabria — regione che nel prossimo novembre tornerà alle urne — l’assessore regionale Nazzareno Salerno e il consigliere regionale Fausto Orsomarso (vicini all’ex governatore Giuseppe Scopelliti ormai in orbita berlusconiana in virtù del rapporto con Jole Santelli, amica di Francesca Pascale n.d.r), si sono autosospesi sostenendo che “esiste una condizione di impraticabilità politica”.
E aggiungendo all’unisono che “abbiamo dovuto verificare un’impostazione verticistica e percorsi che poco o nulla hanno a che fare con i destini della Calabria e tanto invece riguardano i percorsi romani”.
Ma i percorsi romani sono tortuosi: il sentiment sta mutando. Di fatto la lista dei transfughi, come dicevamo sopra, è già agli atti sul tavolo dell’ex Cavaliere.
Una lista che a Palazzo Madama, al momento, annovera: il presidente della commissione Bilancio Antonio Azzollini, i calabresi Giovanni Bilardi, Nico D’Ascola e Piero Aiello, il potentino Guido Viceconte, il campano Giuseppe Esposito, e i siciliani Renato Schifani, Simona Vicari e Antonio D’Alì.
Mentre a Montecitorio, Nunzia De Girolamo, Barbara Saltamartini, Dorina Bianchi, Luigi Casero, Maurizio Bernardo, Filippo Piccone, Vincenzo Garofalo e Raffaello Vignali.
Ovviamente, l’ordine di scuderia degli (ex) alfaniani in orbita berlusconiana impone che le bocche restino cucite.
Tutti muti, guai a svelare la strategia.
Soltanto Renato Schifani, sentito indirettamente da alcune agenzie, avrebbe smentito categoricamente affermando che non abbandonerà il partito, confermando, però, l’esistenza di alcune criticità .
Criticità che rimandano alla mancata nomina di “Renatino”, lo chiamavano così gli ex dc di Palermo, a capogruppo al Senato della nuova creatura centrista, la Costituente popolare, che ancora oggi tarda a decollare.
E, soprattutto, le criticità delle quali parla l’ex presidente del Senato rimandano ai molteplici incontri avvenuti nelle precedenti settimane, in estate in un noto albergo di Cefalu, tra l’ex presidente del Senato e il forzista Gianfranco Miccichè. Ammiccamenti che sarebbero serviti a riavvicinare l’avvocato di Palermo all’inquilino di Arcore grazie all’aiuto di Miccichè.
Quest’ultimo, infatti, sarebbe uno degli uomini da cui ripartirà Silvio Berlusconi per la rifondazione di Forza Italia.
Naturalmente, chi conosce i dettagli della strategia spiega che l’operazione tutelerà anche l’esecutivo di Matteo Renzi.
E affinchè non ci siano contraccolpi numerici al Senato sulla tenuta della maggioranza, ci sono alcune iniziative tese a surrogare numericamente, in particolare i senatori che dovessero ritornare “agli ordini di Berlusconi, per garantire al governo almeno 170 voti.
Giuseppe Alberto Falci
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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