Gennaio 5th, 2016 Riccardo Fucile
SCAMPANO “STRANAMENTE” LICATA, BRONTE E CEFALU’ GESTITE DAL PARTITO DI ALFANO E DELLA LORENZIN
Strutture molto simili, numeri quasi identici, ma una sorte assolutamente opposta.
È la strano destino dei punti nascita in Sicilia, tagliati con un rapido tratto di penna per ordine del ministero della Salute, ma in qualche caso risparmiati in extremis senza alcuna ragione apparente.
Negli stessi giorni in cui il dicastero di viale Ribotta ha inviato gli ispettori a Brescia e Torino (dove nelle ultime ore cinque donne sono morte in sala parto), una polemica squisitamente politica investe il ministro della Salute Beatrice Lorenzin.
Il motivo? Il caso di alcuni punti nascita che in Sicilia hanno chiuso i battenti dal primo gennaio del 2016.
Un epilogo annunciato già un anno e mezzo fa, quando il ministero aveva ordinato alla Regione Siciliana di porre fine all’esistenza delle strutture che effettuavano meno di 500 parti all’anno. L’ex assessore alla Sanità Lucia Borsellino aveva quindi stilato un elenco con sedici ospedali dotati di ginecologia che però non superavano la soglia minima indicata da Roma.
Alcune di quelle strutture hanno subito chiuso i battenti, altre sono state salvate in via preventiva, mentre a sei punti nascita è stato concesso di rimanere in attività , ma solo fino al 31 dicembre del 2015: a quel punto il ministero avrebbe dovuto decretare la sospensione del servizio.
Cosa che è effettivamente accaduta per i centri di Petralia Sottana, in provincia di Palermo, di Santo Stefano Quisquina, in provincia di Agrigento, di Mussomeli, in provincia di Caltanissetta, e dell’isola di Lipari.
A sorpresa, però, il ministero ha deciso di risparmiare, almeno per il momento, i punti nascita di Licata, in provincia di Agrigento, e di Bronte, nel catanese. Ed è questa la miccia che ha fatto detonare la polemica.
“Il ministro Lorenzin, evidentemente, decide di chiudere i punti nascita seguendo motivi più politici che scientifici, ma noi non possiamo permettere che la salute sia considerata un privilegio da distribuire con il manuale Cencelli”, attacca la deputata del Pd Magda Culotta, tra i più strenui difensori del punto nascita di Petralia Sottana, fondamentale per tutta la comunità delle Madonie, mal collegata con gli altri ospedali.
Dello stesso avviso il segretario palermitano del Pd Carmelo Miceli che invece parla di “iniqua differenza di trattamento figlia di possibili logiche campanilistiche e di appartenenza”. Il riferimento è proprio per i punti nascita che Lorenzin ha deciso di risparmiare: quelli, appunto, di Bronte e Licata, che casualmente sono anche feudi elettorali del Nuovo Centrodestra, lo stesso partito del ministro della Salute.
La città di Bronte, cinquantamila abitanti e 260 parti nel 2014, è la storica roccaforte di Pino Firrarello, notabile catanese della Dc, per un ventennio senatore di Forza Italia, del Pdl, e alla fine sostenitore del Nuovo Centrodestra.
Un potere ancora saldissimo, dato che l’ex senatore è il suocero di Giuseppe Castiglione, luogotenente di Angelino Alfano in Sicilia, sottosegretario all’Agricoltura, coinvolto nell’inchiesta sul centro richiedenti asilo di Mineo, altra importantissima enclave elettorale del Nuovo Centrodestra.
È per questo che è rimasto aperto il punto nascita di Bronte? Perchè ha trovato nella famiglia Castiglione — Firrarello, grandi elettori Ncd, un validissimo sponsor capace di far breccia nelle decisioni operate dal ministero?
Di certo c’è che la parlamentare dem Culotta (che a Roma fa parte della stessa maggioranza di governo della Lorenzin) ha annunciato di voler portare il caso Bronte in Parlamento, mentre il quotidiano livesicilia.it parla di “frequenti visite romane” di alcuni big Ncd per salvare il punto nascita in provincia di Catania.
Stessa antifona a Licata, l’altra struttura graziata dal ministro Lorenzin, che essendo in provincia di Agrigento è al centro della zona d’influenza di Alfano.
“Una battaglia vinta”, la definiva il 31 dicembre scorso Vincenzo Fontana, deputato regionale del Ncd e vicepresidente della commissione Sanità in parlamento Regionale.
Autore poi di una specie di confessione: “Grazie all’impegno e al lavoro del ministro Alfano e del ministro Lorenzin, con i quali — diceva — sono stato costantemente in contatto ed informato sull’evoluzione dell’iter”.
Come dire che per salvare la ginecologia a Licata sono intervenuti direttamente i titolari del Viminale e della Salute: due ministri per una città da 38 mila abitanti e 400 parti nel 2014.
Tutto, pur di salvare il punto nascita di casa propria, e quindi ottenere il riconoscimento elettorale di infermieri, medici, cittadini.
E del resto una delle strutture salvate già in fase preliminare, nonostante non superasse il limite di 500 parti, era quella di Cefalù, splendida cittadina balneare in cui per dieci anni la poltrona di sindaco è stata occupata da Simona Vicari, oggi sottosegretaria allo Sviluppo Economico, anche lei, manco a dirlo, fedelissima esponente del Nuovo Centrodestra.
Un partito che, dopo il business dell’accoglienza, spunta in controluce anche nel delicatissimo domino della sanità siciliana.
Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 21st, 2015 Riccardo Fucile
CORLEONESI IN MANETTE: L’IDEA BIZZARRA DI “UCCIDERE IL MINISTRO SOLO QUANDO NON AVRA’ PIU’ LA SCORTA”… ALFANO GLISSA SUI MOTIVI DELLA MINACCIA
Sono mafiosi corleonesi, sono vicinissimi a Totò Riina e si sentono “traditi” dal ministro
Angelino Alfano. Al punto di ucciderlo:
“Dovrebbe fare la fine di Kennedy e se c’è l’accordo gli cafuddiamo (sferriamo, ndr) una botta in testa”, dicevano a telefono due boss che avevano pensato di uccidere il ministro dell’Interno e leader del Ncd, “portato qua con i voti degli amici” e poi ritenuto responsabile del mantenimento del 41 bis.
Volevano ammazzarlo solo dopo che gli fosse stata tolta la scorta, cosa che “al momento non è pensabile”, come dice il procuratore di Palermo Franco Lo Voi per il quale parlare di progetto di attentato “è un’espressione avanzata: si tratta — ha detto Lo Voi — di uno sfogo di cui bisogna valutare il significato”.
Arrivano segnali inquietanti dal Corleonese rivolti al ministro dell’Interno proprio nel giorno in cui Berlusconi annuncia il ritorno di Gianfranco Miccichè alla guida di Forza Italia in Sicilia.
È stato probabilmente un altro progetto di omicidio, legato a questioni ereditarie e sventato, a fare scattare all’alba di ieri il blitz dei carabinieri del gruppo di Monreale che con l’aiuto di un elicottero hanno arrestato sei boss nel Corleonese in contatto con la famiglia Riina, in prevalenza allevatori delle campagne tra Corleone, Chiusa Sclafani e Contessa Entellina, al confine delle province di Palermo e Agrigento, la città di Alfano.
“È un porco— dicevano di lui al telefono — chi minchia glielo ha portato allora qua con i voti di tutti… degli amici… è andato a finire là … insieme a Berlusconi e ora si sono dimenticati di tutti…”.
Soprattutto dei detenuti, lamentano i boss al telefono: “Dalle galere dicono cose tinte (brutte, n-dr) su di lui — dicono i mafiosi Pietro Masaracchia e Vincenzo Pellitteri —, è un cane per tutti i carcerati Angelino Alfano”. E subito dopo il riferimento al presidente degli Stati Uniti ucciso nel 1963: “Perchè a Kennedy chi se l’è masticato (chi l’ha ucciso, ndr)? Noi altri in America.E ha fatto le stesse cose: che prima è salito e poi se li è scordati”, lasciando intendere che i colpi che uccisero a Dallas John Fitzgerald Kennedy provenivano dalle armi di Cosa Nostra.
L’ipotesi però viene smorzata dallo stesso procuratore Lo Voi: “Mi pare improbabile immaginare che tre mafiosi del Corleonese sapessero particolari sull’omicidio del presidente Kennedy —ha detto il procuratore—. Siamo davanti a una conversazione tra soggetti che commentano criticamente le attività svolge dal ministro con riferimento al carcere duro, che è uno dei principali motivi di doglianza dei boss verso lo Stato”.
Quelle parole non hanno scosso più di tanto il ministro dell’Interno : “Vi sono tante donne e tanti uomini servitori dello Stato che rischiano ogni giorno come e più di me — ha detto ieri Alfano al termine del Consiglio Ue degli Affari interni —. Ho deciso io, come tutti loro, di non curarmi di queste minacce e andare avanti”.
Non una parola ha speso Alfano, però, sul presunto tradimento elettorale di cui parlano i boss al telefono.
Giuseppe Lo Bianco
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 19th, 2015 Riccardo Fucile
“HA UCCISO I COMUNISTI”
A un certo punto Fabrizio Cicchitto accenna il sorriso di chi la sa lunga: “La via d’uscita sulle
unioni civili? Mi sembra che possa essere duplice: nel dibattito in Aula va sviluppato quel lavoro di confronto con l’elaborazione di emendamenti che non è stato fatto in commissione e poi si affermi il voto segreto e la libertà di coscienza, conoscendo la trasversalità delle posizioni sul merito”.
Montecitorio, secondo piano.
Fabrizio Cicchitto, ex capogruppo del Pdl nel fuoco della guerra frontale con le procure, ora Ncd, è presidente della commissione Esteri della Camera.
La sua stanza è murata di libri. Due scatoloni strabordano con le sue due ultime pubblicazioni.
La prima è L’uso politico della giustizia (contro le procure che hanno disarcionato Berlusconi), l’altra è La linea rossa (contro l’anomalia dei comunisti italiani): “Mi chiede di Renzi? È riuscito dove Craxi e Berlusconi non riuscirono: ha ucciso i comunisti. Per questo va costruito un nuovo centro alleato con lui”.
Partiamo dalle unioni civili.
Sì, e pure con calma. Perchè c’è chi vuol fare di questo tema una sorta di guerra di religione tra una religione ultra-laicista e una religione ultra-cattolica. Mentre invece la questione va affrontata in termini a-ideologici, partendo dal fatto che la nostra società è totalmente cambiata e che quindi accanto ai rapporti e alle unioni etero si è affermata anche una dimensione omosessuale. Ciò premesso in termini assolutamente laici reputo che le due cose vadano nettamente distinte: matrimonio e unione civili, anche per una ragione di fondo. Io francamente reputo assolutamente preferenziale per un bambino e una bambina crescere avendo un padre e una madre, di due sessi diversi: affermazione contestabile ma è il mio pensiero.
E questo è un dato di fatto
Lei ha fretta, le ho detto calma. Alla luce di questa valutazione generale, reputo che in commissione al Senato si sono scontrati due opposti estremismi. Quello della Cirinnà che è venuta meno al ruolo tipico di mediazione della relatrice — diversamente dalla Finocchiaro sulla legge costituzionale — e quello di alcuni amici dell’Ncd che hanno fatto un ostruzionismo portato all’eccesso impedendo anche una discussione sul merito e quindi la discesa in campo di quegli esponenti del Pd che in modo esplicito dicono che non sono d’accordo con la proposta di legge della Cirinnà .
Va bene, e questo è la situazione confusa che si è determinata. Faccia una proposta
Io credo che io mio partito la debba porre così: questo tema non sta negli accordi di governo. E però anche qui va evitato l’opposto estremismo di chi dal Pd dice “faremo maggioranze variabili” e di chi dall’Ncd dice “faremo cadere il governo”. La via d’uscita può essere duplice: nel dibattito in Aula va sviluppato quel lavoro di confronto con l’elaborazione di emendamenti che non è stato fatto in commissione e poi si affermi il voto segreto e la libertà di coscienza, conoscendo la trasversalità delle posizioni sul merito.
Vediamo se ho capito bene: la Boschi dice libertà di coscienza. Lei dice sì, ma anche voto segreto.
Ha capito bene, dopo una discussione in Aula diversa da quella che c’è stata in commissione.
Presidente Cicchitto, fin qui le unioni civili. Ma allarghiamo il discorso. Anche su questa storia dice il suo partito sta esplodendo. Quagliariello se ne è andato, accusandovi di essere una stampella di Renzi. Siamo al dunque…
Mi sembra che il momento scelto da qualche amico di chiedere a l’uscita dal governo del nuovo centro destra sia il piu’ sbagliato di tutti. Sulle unioni civili la partita è aperta e rinviata alle idi di gennaio. E ancora di piu’ sulla legge di stabilità si è aperto un confronto nel Pd rispetto al quale non è che l’Ncd può rompere paradossalmente con un governo che fa delle cose contestate da sinistra.
Anche lei pensa che è una legge di stabilità che avrebbe potuto scrivere Berlusconi?
Beh, io non voglio dire che la legge di stabilità è fatta con lo stampino del Berlusconi del ’94, ma insomma… Ha per obiettivo la crescita e realisticamente chi l’ha fatta sa che per rimetterla in modo bisogna rimettere in moto i consumi – anche aumentando la circolazione del contante – e le imprese. La critica giusta è quella di aver tagliato in modo limitato la spesa pubblica, ma si immagini che sarebbe successo se l’avesse tagliata di piu’. Credo dunque che l’ira di Berlusconi sia solo apparentemente contro Renzi, ma in effetti è contro se stesso.
Perchè? Si spieghi meglio
Perchè questo governo sta facendo una serie di cose che a lui non sono riuscite. Gliele elenco: la responsabilità civile dei giudici, il jobs act con l’abolizione dell’articolo 18, la detrazione dell’Irap, lo stesso divorzio breve che è un modo per sburocratizzare la vicenda giudiziaria dei coniugi. E poi l’aumento del contante e l’abolizione della tassa sulla prima casa. Per non parlare delle riforme costituzionali e della legge elettorale. E la prego di non eccitare il mio sadismo facendomi citare le frasi entusiaste con le quali Berlusconi e Romani esaltarono la legge elettorale e la legge costituzionale, ma su questo basta leggere il bell’articolo di Mattia Feltri sulla Stampa di qualche giorno fa.
Ma Mediaset, invece, è ancora al governo?
Intelligentemente per Mediaset il patto del Nazareno non è mai finito.
Ricambiata da una riforma della Rai che non apre il mercato ed è innocua per il biscione
E questo lo ha detto lei…
Presidente, premesso che non amo paragoni perchè spesso la storia si presenta spesso prima come tragedia poi come farsa, lei sta dicendo che Renzi sta realizzando ciò per cui Berlusconi è sceso in campo?
Attenzione, nella vita politica italiana dal ’94 a oggi sono esplose due novità . Una è stata quella di Berlusconi. Il quale dopo la rivoluzione giudiziaria di Mani pulite coprì un vuoto politico sul centro distrutto a cannonate dall’uso politico della giustizia. Per vent’anni Berlusconi ha vinto e perso contro una invincibile armata. Alla fine secondo me va concludendo male il suo ciclo politico ripetendo oggi male ciò che nel ’94 diceva bene e asserragliandosi in una posizione di conservazione di sè stesso. Quando un partito perde 9 milioni di voti e due terzi del suo gruppo dirigente chi lo guida dovrebbe fare una riflessione autocritica, che invece non vedo.
E la seconda novità ?
È Renzi, che nasce dallo stallo delle elezioni del 2013 e il sistema impallato da un movimento protestatario. Nello stallo sia Bersani che Letta marcarono il passo rischiando di dar via libera ad una ulteriore crescita dei Cinque Stelle e nella coscienza profonda del Pd riemerse la famosa invettiva di Moretti contro “i dirigenti coi quali non vinceremo mai”. Ed è esplosa la novità Renzi.
Vede una similitudine con Berlusconi?
Stanno su due piani diversi avendo entrambi, in contesti diversi, una grande capacità di comunicazione e di iniziativa politica. Per un paradosso della storia Renzi per salvare il Pd dallo stallo e il sistema istituzionale da una contestazione radicale è riuscito in quello che non riuscì nè alla destra nè a Bettino Craxi e neanche a Berlusconi: ha ucciso i comunisti.
A proposito di Craxi. Come se lo spiega il fatto che Renzi, trentenne, rottamatore, che si presenta come il nuovo che avanza, quando viene a Roma da Firenze come presidente della Provincia dorme al Raphael?
Conosco la sua perfidia e so come vorrebbe che le rispondessi, ovvero che nell’inconscio del giovane Renzi albergava il desiderio del potere e quindi ne frequentava i simboli, ma penso, banalmente, che è solo un caso. Il Raphael è un ottimo albergo vicino a palazzo Chigi, alla Camera e al Senato. Renzi è così de-ideologico che ha trascurato il precedente storico.
E per lei, ex socialista e ex berlusconiano, cosa rappresenta?
È stato il posto dove Craxi ha vissuto e il segno del livello di inciviltà in cui si arrivò a quei tempi. Ricorderà quando Occhetto convocò una manifestazione a piazza Navona affinchè il deflusso si concentrasse al Raphael e avvenisse la lapidazione tramite monetine dell’avversario storico.
Dunque, se questa è la sua analisi, il destino anche del suo partito è l’alleanza con Renzi
Finora Renzi ha evitato qualunque sistemazione politico-culturale complessiva della sua posizione, però se andiamo al nocciolo di quello che sta facendo diciamo che finalmente si afferma nel Pd una posizione di stampo blairiano che rappresenta il massimo della rottura rispetto alla Ditta. In una situazione di questo tipo, cosa dovrebbe fare il centro che già oggi collabora con Renzi: abbandonare il campo e seguire e Berlusconi in quell’intreccio di populismo lepenista e di familismo nostalgico che oggi caratterizza questo centrodestra? Io dico: il nuovo centro destra deve entrare nell’ordine di idee che il suo nome è cambiato nella sostanza politica e deve cambiare nella forma.
Sta dicendo che Ncd deve cambiare nome?
Sto dicendo non solo che deve cambiare nome perchè adesso è l’ora di costruire un nuovo centro. Ma anche che esso deve allargarsi a tutte le forze politiche parlamentari che finora frantumate e divise hanno sostenuto Renzi certamente in condizioni di subalternità . Visto che Renzi è una cosa e il Pd è un’altra non credo che esistano le condizioni che queste forze entrino nel Pd, ma invece devono aggregarsi autonomamente, darsi una veste politica e culturale, avere anche una posizione contrattuale, e quando è necessario conflittuale, e anche con Renzi e col Pd ed esprimere anche un salto di qualità imposto dalla situazione.
Traduco: facciamo “I Moderati” per Renzi. Lo sta dicendo al suo partito, a Verdini a quel che resta di Scelta civica.
Sì, in tempi ragionevoli ma rapidi vanno superate tutte le sigle esistenti e va posto in essere un processo di rifondazione politico e culturale tale da unificare un campo che finora qualcuno, compresi alcuni renziani, ha trattato come “un volgo disperso che nome non ha”.
(da “Huffingtonpost“)
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Ottobre 16th, 2015 Riccardo Fucile
DOPO LA DIASPORA BERLUSCONIANA, MODERATI SENZA META… L’IPOTESI DEL GRUPPO UNICO NCD-VERDINI-FITTO
Altro che transfughi, questo è un gigantesco esperimento di trasformismo collettivo. Tutto colpa dell’otto settembre del berlusconismo, che fa rima con poltronismo: «Il sistema è in decomposizione. Qualche collega vive come nel braccio della morte – ammette Carlo Giovanardi – e prova ad allungare la legislatura».
Benvenuti al Grand Hotel Senato, dove tutti cercano una camera con vista sul renzismo.
Solo a Palazzo Madama centododici cambi di casacca in due anni, un record strabiliante.
«Gente disperata – sostiene Umberto Bossi – che difende solo la poltrona».
Anime in pena che si offrono a chi promette il sogno migliore.
«E invece io resto fermo – sussurra il senatore Antonio Gentile – perchè tutti questi movimenti sono votati al suicidio. Sono un mediatore, afferro chi vuole buttarsi dalla finestra…».
Esodo e controesodo, così funziona tra i reduci di Arcore. Dopo un’ondata verso il centrosinistra, è il momento del riflusso antirenziano.
«Sono costretti a girare per l’eternità inseguendo un’insegna – si lanciano i fittiani Pietro Laffranco e Massimo Corsaro – come gli ignavi dell’Inferno dantesco». Verdiniani, alfaniani di sinistra e alfaniani di destra, conservatori e, new entry, la scissione orchestrata da Gaetano Quagliariello.
«La dissoluzione è totale, assoluta – sorride Luigi Compagna, senatore da quattro legislature – E purtroppo il Nuovo centrodestra è diventato il comitato elettorale per la difesa della poltrona del ministro dell’Interno. Ma sì, magari passo con Gaetano, ma nè io nè lui diamo risposta alla fine del berlusconismo: addò cazz’ s’avviamo? ». Contro Angelino si batte pure Nunzia De Girolamo.
Ministro dell’Agricoltura, fu licenziata da Enrico Letta e divenne tifosa del governo Renzi. Oggi è tornata da Berlusconi e viaggia con lui in elicottero, da socia riconosciuta del cerchio magico.
Si salvi chi può, questa è la colonna sonora della legislatura.
Un esempio genuino lo regala il deputato Riccardo Gallo Afflitto, secondo le cronache in bilico: «No, guardi, non lascio Berlusconi. Alzo solo il prezzo. Magari mi candido in Regione, ma di certo Margherita, Pd, Mpa e, appunto, Forza Italia.
Non si tratta più solo di scissioni. È un mondo senza futuro, quello che fa e disfa gruppi al ritmo della luce.
Perchè manca il collante: «Berlusconi è un uomo di 79 anni – ammette il quasi coetaneo Franco Carraro – e alla nostra età ragioniamo con un orizzonte più ristretto».
Tutto e subito, insomma, ma chi lo spiega a chi si batte per la poltrona di domani? Molti militano in Gal, la Svizzera dei gruppi del Senato: chi ci sta dentro vota indifferentemente a favore o contro l’esecutivo.
Uno è Michelino Davico, eletto nelle liste della Lega: «Ma poi coi forconi in piazza ho votato per il governo Letta. E, per coerenza, per Renzi».
È stato pure senatore Idv, vero? Ci pensa, poi finalmente ricorda: «Portavoce per qualche mese, sì. Ma era una sorta di favore, per dare rappresentanza». Restare sul ponte del Titanic per cinque anni è logorante. Infatti resto in Forza Italia. Da fermo, Silvio vale il 12%, rieleggerà parecchi parlamentari. A sinistra invece c’è il partito di Renzi, non quello di Verdini: le pare che mi vado a suicidare?».
Altro esempio? Il senatore azzurro Riccardo Villari. Ha da poco votato le riforme costituzionali, in aperto dissenso dal gruppo. Ieri si intratteneva alla Camera con parecchi colleghi del Pd. Ex colleghi, in fondo, essendo transitato per Dc, Ppi, Cdu, Udeur, molti si sono adeguati: «Potevamo dipendere dall’umore della Pascale? – domanda il verdiniano Ignazio Abrignani – Non potevamo, no. Ora aspettiamo il partito della nazione, ma se non cambia la legge elettorale rischiamo».
Intanto si attrezzano. Mente dell’operazione è proprio Verdini, che ieri ha arruolato il senatore azzurro Pietro Iurlaro.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 16th, 2015 Riccardo Fucile
L’ALFANIANO TRIVELLONI, CONDANNATO IN PRIMO GRADO PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE, NON SMENTISCE I SUOI RAPPORTI CON IL CLAN DI SILVIO A LATINA, MA INGIURIA IL GIORNALISTA DE IL FATTO: “SUO PADRE ERA UN GRAN FIGLIO DI…..”
Andrea Palladino, collaboratore di ilfattoquotidiano.it, è stato oggetto di pesanti insulti e allusioni postate su Facebook da parte di Lamberto Trivelloni, politico Ncd dei Castelli Romani citato in un articolo sui rapporti tra Lorenzo Lorenzin, fratello del ministro della salute Beatrice (anche lei del partito di Alfano) e Natan Altomare, uno dei 24 arrestati nella recente operazione contro il clan Di Silvio a Latina, accusato di estorsione.
Il politico è citato da Lorenzo Lorenzin in un’intercettazione (“incominciate a coinvolgere quelle persone che che conoscono pure Lamberto Trivelloni… così facciamo un bell’incontro su Roma, che a noi ci interessa tanto Roma…”).
Nell’articolo, Palladino ricorda che Trivelloni ha una condanna in primo grado per associazione a delinquere per una vicenda che aveva portato al suo arresto quando era assessore a Velletri.
Trivelloni avrebbe avuto tutto il diritto di inviare a ilfattoquotidiano.it rettfiche o precisazioni su eventuali inesattezze.
Noi, come abbiamo sempre fatto, gli avremmo dato lo spazio dovuto.
Però, significativamente, finora non lo ha fatto, probabilemente perchè i fatti riportati non sono smentibili.
Invece ha scelto la via dell’insulto e dell’insinuazione sbattuti pubblicamente su Facebook. Non si è limitato alle solite banalità sul giornalista “ignobile e incapace giornalaio”, e neppure — il che già sarebbe grave — a definirlo “quel coglione”.
Quest’altro eccelso campione del Nuovo centrodestra (a proposito, il ministro dell’Interno Alfano ha qualcosa da dire?
O magari ci troveremo prima o poi Trivelloni candidato a qualkche elezione per il suo partito? Arriva a insultare anche il padre del nosro collega, magistrato deceduto nel 2013.
Il “mediocre giornalista”, scrive il politico su Facebook, “è figlio di un ex sostituto procuratore” che “ebbe uno strano ruolo in una vicenda che, ad inizi anni 90, interessò diversi personaggi di Velletri”.
E aggiunge, in un altro post: “Lo sapevate che il padre era un gran f. d. n. m.?”.
Non c’è bisogno di tradurre, nè di commentare lo spessore politico — e non solo — di chi lo ha scritto. Basta solo dire che — a differenza del nostro scrupoloso collega — Lamberto Trivelloni omette di dire come finì quella vicenda, originata da un falso dossier firmato (falsamente) Lega nord e confezionato quando il magistrato si offrì di lavorare in procura a Palermo, dove poi sarebbe arrivato Giancarlo Caselli, dopo l’assassinio di Falcone.
Finì con la condanna per calunnia di chi aveva architettato quella bufala.
Ilfattoquotidiano.it resta al fianco del giornalista Andrea Palladino.
Continuerà a seguire le vicende — anche giudiziarie — che riguardano questo campione della politica laziale.
E le ricorderà caso mai il suo nome compaia, in futuro, in una lista elettorale di qualunque colore.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 15th, 2015 Riccardo Fucile
IL PREMIER FERMA IL VALZER DELLE PRESIDENZE DI COMMISSIONE PER EVITARE UN EFFETTO DOMINO…E VERDINI SI RIMETTE IN MOTO
Nel grande suk del Senato tra i nuovi scissionisti di Gaetano Quagliariello e i responsabili di
Denis Verdini, Matteo Renzi toglie dal banco le presidenze delle commissioni.
Per evitare che il prezzo (politico) lieviti e per evitare che i crampi della fame destabilizzino la maggioranza.
Perchè, ad esempio, Maurizio Sacconi prima di scegliere tra la sua permanenza in Ncd o l’avventura con Quagliariello vuole capire se rimarrà presidente della Commissione Lavoro al Senato.
E Roberto Formigoni attende di capire il suo destino come presidente della Commissione Agricoltura. Destino a cui si aggiunge la partita di Milano.
Il Celeste la settimana scorsa ha avuto un incontro con Salvini, che finora ha detto “mai con Ncd”, mentre Maurizio Lupi più di un contatto con Maroni, che non vedrebbe male l’ex ministro come sindaco.
Il compromesso potrebbe essere che Salvini accetti il partito di Alfano in coalizione, ma mai un candidato sindaco di Ncd.
Sia come sia, tutta la partita di Gaetano Quagliariello, a sua volta ministro mancato, è legata al valzer delle poltrone. E incrocia quella di Denis Verdini. Il quale ha già promesso all’ex cosentiniana Eva Longo la commissione Infrastrutture e vorrebbe che Nitto Palma (che già gli ha detto di no) passasse con lui per confermarlo alla presidenza della commissione Giustizia.
Presidenza a cui aspira il senatore Nino D’Ascola, il quale ha fatto sapere che potrebbe seguire Quagliariello, ma i ben informati assicurano che la presidenza di commissione blinderebbe la sua fedeltà alla maggioranza.
Otto senatori potrebbero dunque lasciare la maggioranza per assenza di incarichi. Ecco perchè, nel corso della capigruppo di due giorni fa Luigi Zanda, il capogruppo del Pd al Senato, ha espressamente chiesto di rinviare — ancora una volta il rinnovo delle presidenze di commissioni.
Scadute da un mese (si rinnovano dopo due anni e mezzo di legislatura) sono già state posticipate per evitare che gli appetiti destabilizzassero l’iter delle riforme.
Ora vengono di nuovo posticipate a metà dicembre per evitare che destabilizzino l’approvazione della legge di stabilità .
Ha allargato le braccia il presidente del Senato Grasso, quando il capogruppo dei Cinque Stelle Castaldi gli ha detto: “Sarebbe ora di rinnovare le presidenze delle commissioni. Sono scadute. Non si è mai vista una cosa del genere”.
Il problema è che, senza accordo nella maggioranza sulle presidenze, Grasso non può nulla. Nel valzer delle poltrone è rimasta senza presidente anche la commissione Bilancio dopo che Azzollini si è dimesso quando si votò la sua richiesta di arresto.
In piena legge di stabilità la commissione è retta da un vice. E Azzollini, che imputa ad Alfano di non averlo difeso abbastanza, è pronto a seguire Quagliariello.
In rotta con Alfano anche Giovanardi, Augello, Compagna.
L’operazione consiste nel creare un gruppo al Senato sommando i sette dissidenti di Ncd con i tre “tosiani”. E in prospettiva un gruppone con Raffaele Fitto.
Il quale pensa che con l’arrivo dei dissidenti di Ncd raggiungerebbe quota 20 per formare un gruppo: sarebbero Piso, Piccone, Calabrò, che però al momento non confermano.
Perchè la situazione è fluida. Dice una fonte di Ncd: “Siamo un partito politicamente morto in cui ognuno cerca una scialuppa o scialuppetta. Al momento in uscita ce ne sono otto, ma se uno degli otto viene chiamato da Berlusconi torna con Silvio, se viene chiamato da Renzi va con Matteo”.
E se viene chiamato da Verdini? Denis, l’ex plenipontenziario di Berlusconi che due giorni fa parlottava con Giorgio Napolitano, e Quagliariello, l’ex saggio di Napolitano che ha ricominciato a telefonare ad Arcore, si odiano da più lustri.
Verdini, forte del fatto che la scissione di Ncd non impensierisce il governo grazie alle sue truppe, ha ricominciato a telefonare agli alfaniani filo-governativi di Ncd: “Ve lo dico da settimane, dobbiamo fare una lista I Moderati per Renzi… venite con me, che quelli di Ncd sono morti”.
E su questa certificazione di fine vita sono tutti d’accordo.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 15th, 2015 Riccardo Fucile
TRA LORO AUGELLO, D’ASCOLA, SACCONI E GIOVANARDI AL SENATO, PISO, ROCCELLA E PICCONE ALLA CAMERA
Gaetano Quagliariello fa sul serio. E ha già pronto un gruppo di deputati e senatori disposti a
seguirlo: Andrea Augello, Nico D’Ascola, Maurizio Sacconi e Carlo Giovanardi a Palazzo Madama, e Eugenia Roccella, Filippo Piccone e Vincenzo Piso a Montecitorio.
Ma il fronte potrebbe allargarsi nei prossimi giorni. Insomma, il combinato disposto tra le dimissioni rassegnate da coordinatore nazionale del Nuovo centrodestra, con relativa richiesta ad Angelino Alfano di lasciare il governo, e l’idea di dare vita a gruppi parlamentari autonomi in entrambi i rami del Parlamento potrebbe, specie al Senato, avere effetti dirompenti sulla tenuta della maggioranza.
E anche se l’ex delfino di Silvio Berlusconi ostenta sicurezza, minimizzando la vicenda (“Non ho forzato nessuno per entrare in Ncd quando c’era da avere un gesto di coraggio, non trattengo nessuno”), a Palazzo Chigi non si sottovalutano affatto i rischi delle possibili defezioni. Anzi.
Non è un caso che lasciando Palazzo Madama insieme alla ministra delle Riforme Maria Elena Boschi e al suo portavoce, Filippo Sensi, il presidente del Consiglio si sia intrattenuto per una decina di minuti, al riparo da occhi indiscreti, a colloquio con il capogruppo del Ncd, Renato Schifani, e con la senatrice di fede alfaniana, Federica Chiavaroli.
Segnali di evidente preoccupazione per una decisione, quella di Quagliariello, che apre ora all’interno del Nuovo centrodestra una questione politica sulla quale sarà difficile, se non impossibile, ricomporre la frattura.
Almeno a sentire i ragionamenti dei fedelissimi dell’ex coordinatore del partito.
“Se quella tra Ncd e Partito democratico doveva essere un’alleanza finalizzata all’approvazione delle riforme costituzionali, con il via libera del Senato al ddl Boschi questa alleanza ha ormai esaurito il suo scopo”, ragionano alcuni parlamentari vicini all’ex ministro delle Riforme del governo di Enrico Letta.
“Se l’alleanza dovesse continuare — osservano — si tratterebbe di un’alleanza strategica”.
E qui iniziano dubbi e interrogativi: “Come può considerarsi strategica un’alleanza in presenza di una legge elettorale come l’Italicum che, per effetto del premio di maggioranza alla lista che ottiene più voti, impedisce di fatto le coalizioni?”.
E ancora: “Come può essere strategica un’alleanza con un partito, il Pd, che un minuto dopo l’approvazione delle riforme costituzionali grazie al nostro voto determinante sbeffeggia il suo principale alleato portando in Aula la legge sulle unioni civili, pur consapevole della nostra posizione da sempre contraria?”.
Insomma, il partito è dinanzi ad un bivio: diventare organico al Pd di Renzi o tentare di ricostruire un’area di centrodestra con Forza Italia.
Ecco perchè, prima di “strappare” del tutto, i senatori vicini a Quagliariello potrebbero garantire al governo un appoggio esterno, confluendo nel gruppo Misto nella speranza che il fronte dei malpancisti si allarghi a tal punto da poter formare un gruppo autonomo (a Palazzo Madama servono almeno 10 eletti).
Nel Ncd, infatti, la squadra di quelli che non condividono più la linea di Alfano conta diversi altri nomi: da Ulisse Di Giacomo a Guido Viceconte fino a Piero Aiello e Giuseppe Esposito.
Ma, come detto, le defezioni all’interno del Ncd potrebbero toccare anche la Camera.
La dichiarazione congiunta Roccella-Giovanardi, del resto, è un segnale inequivocabile:
”Fin da ora ci sentiamo liberi di non votare la fiducia al governo, quando sarà richiesta“.
Una bella grana per Alfano. E, forse, anche per Renzi.
Antonio Pitoni e Giorgio Velardi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 14th, 2015 Riccardo Fucile
DOVREBBERO SEGUIRLO NOVE SENATORI: MAGGIORANZA DI NUOVO A RISCHIO… SI PARLA DI GRUPPO COMUNE CON FITTO E TOSI
Gaetano Quagliariello si dimette da coordinatore nazionale del Nuovo Centrodestra. Secondo il Corriere.it, l’ex ministro delle Riforme del governo Letta e saggio di Napolitano nell’iter delle riforme istituzionali ha messo il leader del partito Angelino Alfano davanti a un buio: o Ncd esce dal governo o lui formerà un gruppo autonomo al Senato (in direzione Berlusconi).
L’annuncio è tutt’altro che irrilevante e non interessa solo al piccolo elettorato del partito. Se davvero Quagliariello contasse su un numero sufficiente di senatori per formare un gruppo a Palazzo Madama (dove servono almeno 10 componenti), la maggioranza politica a sostegno del governo potrebbe andare sotto quota 161.
Attualmente, infatti, il governo può contare su circa 170 voti e il gruppo Ala (quello dei 13 verdiniani), che ha votato il ddl Boschi, non è ancora ufficialmente organico all’insieme dei partiti che appoggiano Renzi.
La decisione è maturata a seguito di un dissenso sulla linea politica del partito, spiegano fonti vicine al senatore all’Adnkronos.
Essendo il ruolo di coordinatore un incarico fiduciario, Quagliariello intenderebbe così affrontare il dibattito interno al partito e quello pubblico che ne seguirà , senza vincoli legati alla carica.
Nella lettera ad Alfano, l’ex ministro ha ribadito la sua contrarietà a una linea ritenuta troppo vicina a quella del presidente del Consiglio.
Le dimissioni da coordinatore potrebbero preludere anche a una uscita di Quagliariello dal partito.
Proprio durante la seduta del Senato per il voto finale sul disegno di legge sulle riforme, Quagliariello aveva preso la parola per la dichiarazione di voto a nome di Area Popolare, usando parole che, oggi, assumono contorni più definiti: “Oggi onoriamo sostanzialmente l’impegno assunto a inizio legislatura all’atto della rielezione del presidente Napolitano, ma si chiude una fase della nostra vita politica”.
La maggioranza del Pd, aveva aggiunto Quagliariello, “ha ulteriormente sbiadito la logica di coalizione privilegiando la trattativa con la propria minoranza, secondo uno schema di autosufficienza che, grazie anche all’apporto del gruppo Ala, coniuga l’unità del partito con la conquista dell’area del buon senso da delegare direttamente al leader. E’ evidente che una fase è finita e dalla conseguente riflessione non si dovrebbe sottrarre nessuno”. Subito dopo aveva twittato in polemica con il Pd sulle unioni civili (come il resto del partito, d’altronde).
E il primo ad esultare è non a caso il capogruppo alla Camera di Forza Italia Renato Brunetta.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 30th, 2015 Riccardo Fucile
UNA MOZIONE RESUSCITA L’OPERA CARA A BERLUSCONI E CHE ORA INTERESSA AD ALFANO
Con uno spregiudicato blitz parlamentare il governo allunga la vita al ponte sullo Stretto di
Messina sul quale, apparentemente, il governo Monti aveva messo la parola fine tre anni fa.
Continua così l’agonia per i contribuenti italiani. Ma per loro il finale è scritto: dovranno pagare a titolo di penale al teorico costruttore di un’opera impossibile (il consorzio Eurolink, guidato dalla Salini-Impregilo) una cifra oscillante tra 600 milioni e un miliardo di euro.
È stato il sotto segretario alle Infrastrutture Umberto Del Basso De Caro a esibirsi ieri in una specie di gioco delle tre carte, più precisamente il gioco delle tre mozioni.
La Camera ne aveva tre in votazione.
Due — presentate da Sel e M5S — chiedevano di mettere fine definitivamente alla telenovela.
La terza chiedeva invece di riaprire i giochi e era firmata dai deputati Ncd, il partito del ministro dell’Interno Angelino Alfano che nei giorni scorsi si era speso energicamente per la ripresa del faraonico progetto.
Del Basso De Caro ha chiesto ai firmatari delle tre mozioni di togliere dai loro testi i riferimenti al ponte sullo Stretto.
La mozione Sel, primo firmatario Franco Bordo, impegnava il governo “a confermare che la realizzazione dell’opera relativa al Ponte sullo Stretto di Messina rappresenti realmente un capitolo chiuso per l’attuale Esecutivo, nonchè ad astenersi da qualsiasi iniziativa volta a favorire in qualsiasi modo il rilancio e la realizzazione del progetto”. Quella M5S, primo firmatario Paolo Parentela, impegnava il governo “a confermare che la realizzazione dell’opera relativa al Ponte sullo Stretto di Messina rappresenta realmente un capitolo chiuso per l’attuale Esecutivo”.
Il governo ha detto che non poteva dare parere favorevole perchè “trattasi di un intervento che non è presente nell’agenda del Governo e la cui complessità richiederebbe uno specifico approfondimento, che può tranquillamente essere rimandato ad altro momento”.
Quindi — nonostante il decreto legge con cui il governo Monti il 2 novembre 2012 sancì la fine della storia del ponte — il governo Renzi ritiene di dover ancora approfondire se il capitolo sia da ritenersi chiuso.
Arrivati alla terza mozione, prima firmataria Dorina Bianchi, Del Basso De Caro ha concordato con l’Ncd una riformulazione della mozione al posto dell’eliminazione delle parole sul Ponte.
Dove si impegnava il governo “a valutare l’opportunità di una riconsiderazione del progetto del ponte sullo Stretto di Messina”, Del Basso De Caro ha così riscritto la mozione: “a valutare l’opportunità di una riconsiderazione del progetto del pontesulloStrettodiMessina, come infrastruttura ferroviaria, previa valutazione e analisi rigorosa del rapporto costi-benefici”.
La Camera (cioè il Pd) ha respinto a larga maggioranza le mozioni “no-Ponte” che Sel e M5S si sono rifiutate di purgare e ha approvato a larga maggioranza la supercazzola del sottosegretario, che è totalmente priva di senso.
Se costruire il ponte per auto, Tir e treni è impresa di dubbia realizzabilità e sicuramente antieconomica, costruirlo solo per i treni è un’idea concepibile solo all’interno di un arabesco parlamentare dagli scopi imperscrutabili.
Trionfante, Alfano ha così twittato: “Oggi alla Camera sì da maggioranza e Governo a nostra mozione sul Ponte sullo Stretto. Il #Mezzogiorno riparte #unaltrosuccesso #Sud”.
D’altronde nel 2016 (o forse prima) si vota in Sicilia.
Il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio ha cercato di gettare acqua sul fuoco: “Noi non abbiamo il dossier sul tavolo in questo momento, se una forza politica o il Parlamento ci invita a valutare se un domani potremo riaprirlo, noi non diciamo di no.Non abbiamo pregiudizi,la valutazione si fa sempre”.
Delrio parla come se, anzichè il governo italiano, rappresentasse un centro studi. Purtroppo per i contribuenti la discussione sul ponte di Messina non è nè teorica nè accademica.
Anni di follie giuridiche e contrattuali hanno consentito al consorzio Eurolink (Impregilo, Condotte, cooperativa C-mc, Sacyr e gruppo Gavio), vincitore della gara d’appalto nel 2005, di accumulare pretese di risarcimento che potrebbero toccare il miliardo di euro senza fare il ponte. Alcune mosse dell’allora presidente della società pubblica Stretto di Messina, Pietro Ciucci, hanno fatto spuntare come funghi penali in favore di Eurolink assenti nel bando di gara.
Giorgio Meletti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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