Luglio 31st, 2012 Riccardo Fucile
SOLO GENOVA, CATANIA E BARI SOTTO I LIMITI… IL NUMERO MEDIO DEI SUPERAMENTI DEL VALORE MINIMO E’ PASSATO DA 44,6 GIORNI A 54,4
Peggiora la qualità dell’aria nei capoluoghi in cui è monitorato il PM10 (100 comuni), soprattutto al Nord Italia: nel 2011 il numero medio di superamenti del valore limite per la protezione della salute umana si attesta a 54,4 giorni, in aumento rispetto agli ultimi anni quando invece i valori erano diminuiti dai 68,9 giorni del 2007 ai 44,6 giorni del 2010.
L’incremento è in parte dovuto all’andamento dei fattori meteo-climatici nell’Italia settentrionale e soprattutto nella pianura padana.
E’ quanto rende noto l’Istat nel rapporto ‘Indicatori ambientali urbani – Anno 2011’, spiegando che i primi dieci comuni per numero di giorni di superamento del PM10 sono tutti del Nord, con Torino e Milano in prima e terza posizione e l’eccezione di Siracusa in seconda posizione.
In queste città del Nord, al netto di Alessandria, è stato anche registrato il superamento del margine di tolleranza del valore limite previsto dalla normativa per l’anno di riferimento per il PM2,5.
Appena il 17,4% dei capoluoghi del Nord che hanno effettuato il monitoraggio per il PM10 non ha superato la soglia delle 35 giornate, oltre le quali sono obbligatorie per legge misure di contenimento e di prevenzione delle emissioni di materiale particolato (quali la limitazione della circolazione), mentre nel 2010 l’analoga quota del Nord era pari al 31,1%.
Il quadro disegna una situazione negativa dei capoluoghi del Nord che non si registrava da almeno 4 anni.
Anche nei capoluoghi del Centro, sia pur contenuto, si rileva un peggioramento, mentre nel Mezzogiorno si conferma il trend di lento miglioramento in atto negli ultimi anni.
La quota maggiore (63%) dei superamenti del valore limite per la protezione della salute umana si è registrata in corrispondenza di stazioni ‘traffico’, ovvero di punti di campionamento rappresentativi dei livelli d’inquinamento determinati prevalentemente da emissioni provenienti da strade limitrofe con flussi di traffico medio-alti.
Dalla mappa dei capoluoghi secondo i giorni di superamento del PM10 e del limite di tolleranza per il PM2,5, continua il dossier dell’Istat, emerge un gradiente decrescente Nord-Centro-Sud per il primo indicatore e Pianura padana/resto d’Italia per il secondo, pur considerando che nel Mezzogiorno il PM2,5 viene monitorato in un numero molto ridotto di capoluoghi (12 su 47).
Questo dipende nella maggior parte dei casi dall’applicazione della normativa, mentre in pochi altri da problemi tecnici alla rete di centraline operante.
Nel 2011, per l’insieme dei comuni capoluogo di provincia, si rileva per l’indicatore un valore di 1,9 centraline fisse di monitoraggio della qualità dell’aria per 100 mila abitanti (2,1 nel 2010), con un decremento del numero di centraline, rispetto all’anno precedente, del 9,8%.
Considerando i capoluoghi con almeno una centralina, quelli dove la diffusione delle stazioni di misurazione rispetto alla popolazione è più alta (da 6,8 a 11,4 per 100 mila abitanti) sono Aosta, Mantova, Sondrio, La Spezia e Agrigento, mentre nelle posizioni più basse (meno di 1,0) si trovano Napoli, Monza, Torino, Palermo, Milano e Roma. Confrontando, invece, la densità delle centraline (rispetto alla superficie comunale) ai primi posti troviamo di nuovo Aosta (18,7) e La Spezia (9,8) seguite da Pescara (17,9), Trieste (10,7) e Sondrio (9,8), mentre sono in fondo all’ordinamento (meno di 0,4) Enna, Matera, Viterbo, Andria e L’Aquila. Dal 2010 al 2011 cresce da 10 a 13 il numero di capoluoghi non dotati di centraline fisse o con analizzatori non funzionanti. Nel 2011 i giorni di superamento dei limiti, per il PM10, aumentano anche in quasi tutti grandi comuni ad eccezione di Venezia, Catania, Bari, Firenze e Napoli. In particolare Verona, Milano, Trieste, Roma e Torino hanno fatto registrare incrementi che vanno dai 27 ai 60 giorni in più di superamento dei limiti durante l’anno.
Gli unici grandi comuni che rimangono al di sotto delle 35 giornate di superamento del limite per il PM10 sono Genova, Catania e Bari.
(da “La Stampa“)
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Luglio 30th, 2012 Riccardo Fucile
“QUI MUOIONO COME MOSCHE E VEDONO MORIRE I LORO FIGLI. EPPURE CERCANO UNA “SISTEMAZIONE” ALL’ILVA O ALL’ENI… E’ LA DANNAZIONE DI QUESTA TERRA: NON PENSARE AL FUTURO”
Se li ricorda uno ad uno i suoi 400 pazienti ammalati di linfoma. 
Le storie, i nomi, la loro indole. Perfino il carattere. Per lei non sono mai un numero. Anche perchè nella città più inquinata d’Italia, fino a poco tempo fa non c’era un registro tumori.
“Una vergogna”, è l’unica parola dura che usa Barbara Amurri, 56 anni, gli ultimi dieci trascorsi tra le mura del reparto di Ematologia dell’Ospedale Moscati di Taranto, che ha fondato nel 1993 insieme all’allora primario Patrizio Mazza, ora consigliere regionale.
Quando torna a casa, nel quartiere San Vito, quartiere della marina, e il vento gira, “è come respirare direttamente con la canna del gas in bocca”.
Come si può vivere lì?
L’accento marchigiano cede alla cadenza dolce delle vocali aperte del tarantino solo quando pronuncia la parola “casa”.
E si capisce che Taranto è la sua “missione”, come quelle che ogni estate porta avanti in Sudamerica.
Perchè non va via? Sorride. “à‰ la mia vita. La mia battaglia culturale, la mia trincea, la mia responsabilità , che mi porto dietro 24 ore su 24. Non voglio tirarmi indietro. Qui muoiono come mosche e vedono morire i loro figli, eppure cercano una ‘sistemazione’ all’Ilva o all’Eni o alla Cementir anche per loro. à‰ la dannazione di questa terra: il non pensare al futuro. Si vive cercando di allontanare il problema, poi domani il problema torna, ma l’importante è respingerlo adesso”.
L’Italsider prima, l’Ilva poi, sono state per gli operai una fonte di benessere reale.
“Se uno aveva voglia di lavorare, poteva fare anche tre o quattro turni di seguito e con gli straordinari venivano fuori stipendi più alti di quello un primario, di un professionista. Dov’erano allora i sindacati, l’Ispettorato del lavoro? Chi agiva in armonia con la società riversando nel mare, la notte, i veleni?”.
Poi quel benessere ha cominciato a vacillare, perchè la diossina, il pcb, hanno la capacità — spiega — di agire a livello cromosomico, per cui la dottoressa Amurri e il suoi colleghi hanno cominciato a registrare un dato inquietante: sono i figli e i nipoti degli operai ad ammalarsi sempre più spesso.
L’Ilva è entrata dentro di loro fino a divenirne parte.
Enza, è la prima bimba ad ammalarsi di leucemia.
Abitava nel quartiere Tamburi, a 500 metri dalla fabbrica. Aveva cinque anni e l’età di sua figlia, che portava spesso in ospedale, nel difficile gioco di equilibrismi di tutte le donne per conciliare il lavoro e la famiglia.
Enza era debole e non riusciva a tirarsi su per le scale, troppo piccola anche per arrivare al passamano: “Non ti preoccupare, tu sei sana, come me. Anch’io ho fiatone — la incoraggiava la sua compagna di giochi — Un gradino alla volta e ce la fai”.
Un gradino alla volta.
à‰ la rivoluzione culturale che Amurri cerca di incuneare in un background culturale fatto di rassegnazione: “Quando sanno di essere ammalati, soprattutto gli anziani, danno per scontata la morte. Invece ci sono degli obiettivi intermedi che è giusto raggiungere, per migliorare la qualità della vita”.
I più giovani dei suoi pazienti, cresciuti sotto un cielo plumbeo dai fumi, hanno come obiettivo intermedio la bellezza, l’armonia.
Un ragazzo appena saputo del sequestro ha pubblicato su facebook una foto dell’Ilva trasformata in un parco dei divertimenti: dalle ciminiere uscivano fuochi d’artificio. Una foto che ha strappato più di un applauso in reparto.
L’obiettivo intermedio di Paola, 35 anni, è decorare torte. Si è ammalata di linfoma di Hodgkin dopo aver avuto il suo primo bimbo: “Proporrei alla cittadinanza di fare un giro al padiglione oncologico e di ematologia dell’ospedale Moscati. Siamo tutti preoccupati per questi lavoratori, ma io come tanti ho pagato e stiamo pagando a caro prezzo le atrocità di quella che per decenni è stata una forma di pseudo ancora di salvezza per tante famiglie tarantine”.
Leandra è “il nostro orgoglio”, afferma trionfante Amurri. A 14 anni è stata curata da una leucemia che non lasciava scampo.
Ora ha 24 anni, il 16 giugno si è sposata.
Di chi invece non ce l’ha fatta, la dottoressa preferisce non parlare.
“Se ne cito uno mi sembrerebbe far torto agli altri”, sembra parlare di eroi, di caduti in guerra cui si deve memoria. Però una le è rimasta nel cuore. Gianna. Aveva 19 anni, era sola.
Una situazione famigliare drammatica. Rimane incinta e subito dopo scoprono la malattia. Gianna decide di tenere il bambino, per cui viene sottoposta ad una chemioterapia mirata in base allo sviluppo del feto.
“Era una ribelle, una scugnizza”, ricorda Amurri. “Mi prendeva in giro, saltava gli appuntamenti, diceva le bugie sulle medicine, che non prendeva.
Io interpretavo questa spavalderia come un’espressione della sua vitalità , la sua anima che reagiva”. Poi il bimbo è nato, a sette mesi.
E Gianna dopo poco se ne è andata, quando il suo fisico non ha più retto alle intemperanze della sua anima.
à‰ accaduto due anni fa.
Ma il ricordo brucia, sotto le polveri di Tamburi.
Maria Luisa Mastrogiovanni
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 30th, 2012 Riccardo Fucile
L’ALCATRAZ ITALIANA E’ OGGI UN PARCO NATURALISTICO IN CUI GLI ANIMALI GIRANO LIBERI, SOPRATTUTTO GLI ASINI, SIMBOLO DELL’ISOLA
Ci ha pensato il Parco Nazionale dell’Asinara, istituito nel 1997, a trasformare un luogo di pena in un paradiso mediterraneo.
E, mentre il carcere in cui furono rinchiusi Raffaele Cutolo e Totò Riina crolla giorno dopo giorno, la natura di questa meravigliosa isola, rimasta chiusa al pubblico per oltre un secolo, rinnova la sua meraviglia, fatta di coste frastagliate, di sabbie bianchissime, di acque turchesi e di una fauna che si moltiplica indisturbata dall’uomo.
Uno scenario evocativo, che nel febbraio 2010 ha spinto un gruppo di lavoratori del petrolchimico di Porto Torres a occupare una delle strutture carcerarie dismesse, inscenando l’isola dei cassintegrati, con evidente intento parodico verso il più noto reality show isolano.
E in effetti a quella dei famosi, quest’isola ha poco da invidiare.
L’ISOLA DEGLI ASINI
I romani la chiamavano l’«isola di Ercole», ma a prevalere è stato l’impoetico nome di Asinara, legato alla presenza dei pazienti quadrupedi, che ancora oggi si aggirano per questo angolo di Sardegna.
Chi sbarchi al molo di Fornelli con i traghetti che partono da Stintino se li trova davanti, insolitamente bianchi, secondo il ceppo albino che qui prevale.
ANDARE PER SENTIERI
L’isola si può visitare in fuoristrada, a piedi o in bicicletta (da qualche tempo anche con un trenino gommato), ricordando che è piuttosto grande: oltre 51 kmq di superficie e ben 110 km di sviluppo costiero.
Una strada in cemento la percorre da sud a nord, collegando Fornelli, Cala Reale e Cala d’Oliva.
Ma il fascino dell’Asinara si coglie inoltrandosi per le sterrate e i sentieri che si staccano dall’asse principale.
Hanno nomi affascinanti: Sentiero del Granito, del Leccio, del Faro, della Memoria, dell’Asino Bianco e sono descritti da opuscoli che si possono ritirare arrivando a Fornelli.
Per l’alloggio c’è solo un ostello, in verità non molto economico.
UN PARADISO DELLA FAUNA
Il comandante Venanzio Cadoni della Forestale, che ha il compito di sorvegliare sia il Parco, sia l’Area Marina Protetta istituita nel 2002, è uno dei massimi esperti dell’isola.
«Dall’autunno alla primavera le zone umide accolgono una straordinaria quantità di uccelli: fenicotteri rosa, cavalieri d’Italia, ma ci sono anche specie stanziali come i gabbiani corsi, le pernici sarde, i falchi pellegrini. I cinghiali e i mufloni sono numerosissimi. È stata avviata la cattura delle specie introdotte dall’uomo, comprese i cinghiali, che sono degli ibridi a causa della presenza umana: con il loro pascolo eccessivo recavano gravi danni alla macchia mediterranea. Buona anche la situazione del mare, anche se avremmo bisogno di maggiori risorse per l’effettivo controllo».
L’ALCATRAZ ITALIANA
Il carcere dell’Asinara aveva distaccamenti in tutta l’isola.
A Fornelli c’era quello di massima sicurezza, dove erano detenuti gli esponenti delle Brigate rosse e dell’Anonima sequestri, più tardi quelli della mafia.
A Santa Maria i carcerati si dedicavano all’agricoltura e all’allevamento, mentre a Trabuccato si coltivava la vite.
Tumbarinu, nel centro dell’isola, era riservato ai detenuti che si fossero macchiati di «reati contro la morale».
Durante la prima guerra mondiale fu allestita una stazione sanitaria, da cui passarono 25 mila prigionieri austro-ungarici, seimila dei quali riposano oggi in un ossario.
A metà degli anni Ottanta sull’isola soggiornarono per diversi mesi per motivi di sicurezza anche i giudici Falcone e Borsellino, che qui istruirono il maxi-processo alla mafia.
Il carcere dell’Asinara è quello con il minor numero di evasioni: 2 in 112 anni contro i 29 di Alcatraz.
LA GUARDIA SCULTORE
Dopo avere fatto la guardia carceraria per molti anni, Enrico Mereu è tornato sull’isola e scolpisce i materiali offerti dalla natura: tronchi spiaggiati, ceppi, blocchi di granito e trachite.
Le sue opere sono sparse nei villaggi dell’Asinara, il suo laboratorio si trova a Cala d’Oliva.
Franco Brevini
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 29th, 2012 Riccardo Fucile
L’ILVA NON RISPONDE SUI SOLDI CHE INVESTIRA’ PER LA BONIFICA DELLO STABILIMENTO DI TARANTO
Basta una domanda, e una risposta che non arriva, che la Taranto avvelenata a morte da fumi, diossine e polveri sottili aspetta da anni, per mettere in difficoltà il colosso dell’acciaio, l’Ilva.
Dottor Bruno Ferrante, ci dice quanti soldi investiranno l’Ilva spa e la famiglia Riva per le bonifiche e il risanamento dello stabilimento?
“La domanda è precisa, ma non può avere una risposta altrettanto precisa. Perchè non è ancora chiaro quali misure bisogna adottare e soprattutto chi le deve prendere”. Fine.
Questo sa dire il presidente dell’Ilva (ex vicecapo della Polizia, ex prefetto ed ex candidato del Pd alla carica di sindaco di Milano) a una città in ginocchio.
Nessun riferimento neppure a quei 7 milioni e 200 mila euro che il ministro Clini e il governo indicano come parte dei 336 milioni di investimenti del protocollo per Taranto, messi a disposizione da fantomatici “privati”.
La città era isolata dal resto d’Italia. Sconvolta dai blocchi stradali che fino a notte fonda hanno impedito l’accesso e l’uscita dalle mura, con i nervi a fior di pelle e con migliaia di operai in sciopero.
Certo, l’uomo scelto dalla famiglia Riva per rifare l’immagine all’Ilva, assicura che l’azienda non abbandonerà Taranto, che penserà ai lavoratori, ma manda anche una serie di messaggi alla magistratura e ai giudici del Tribunale del riesame che il prossimo 3 agosto dovranno riconsiderare arresti di manager e vertici dell’azienda e sequestro di parte dello stabilimento. “In questi anni noi abbiamo applicato le norme a nostra conoscenza, la magistratura va oltre le attuali disposizioni legislative. L’Ilva chiede un quadro normativo chiaro”.
Nessuna risposta alle raccapriccianti accuse lanciate in mattinata dal procuratore generale di Lecce Giuseppe Vignola: “L’Ilva mentre di giorno rispettava le prescrizioni, di notte le violava. E ora l’azienda non può limitarsi a fare una imbiancata o interventi di facciata”.
Povera Taranto uccisa da 60 anni di veleni.
Leggete i dati del professor Francesco Forastiere, perito della procura, sulle morti negli ultimi 13 anni per le emissioni dello stabilimento.
Sono 386,30 ogni 12 mesi, il 4% dei decessi.
Numeri, uomini e donne, famiglie in lutto.
E tarantini che di notte guardano terrorizzati i fuochi sprigionati dal mostro.
“Durante le ore notturne si ha l’impressione di assistere a esplosioni che liberano fumo e fiamme in grado di illuminare l’area e i manufatti circostanti”.
Non è un passo tratto da Blade Runner, ma è lo scenario che emerge dalla relazione dei carabinieri del Noe sui veleni dell’Ilva.
E poveri operai. Gli invisibili, li chiamavano. Vittime certe del mondo Ilva, oggi additati come untori.
Si sono ripresi la parola e hanno rivelato verità scomode.
Irrompono nella sede della Fondazione Ilva, zeppa di telecamere e giornalisti, dove Ferrante tiene la sua conferenza stampa e parlano.
“Il 30 marzo (quando gli operai manifestarono contro i magistrati, ndr) ci avete pagato la giornata e i pullman per andare alla manifestazione. Oggi abbiamo scioperato, ma voi avete continuato a produrre, avete fatto 23 colate di acciaio al posto delle solite 18. Che gioco state facendo?”.
Silenzio imbarazzato e fine della conferenza stampa.
Eppure in mattinata gli operai avevano chiesto risposte nette e chiare.
Ottomila di loro alle 7 del mattino erano già nel piazzale dello stabilimento. Sul palco i tre segretari generali di Fiom, Uilm, e Fim. “Governo, istituzioni e Ilva devono prendere decisioni chiare e mandare messaggi netti”, è l’esordio di un Maurizio Landini più volte interrotto dagli applausi. “Noi siamo interessati a continuare a lavorare, ma in condizioni di sicurezza. Noi siamo in prima fila nella lotta per il risanamento ambientale. Cara Ilva, il tempo delle furbizie è finito, diteci quanti soldi volete investire per bonifiche e risanamento”.
Sul piazzale volti di operai giovani di una fabbrica dove il tasso di sindacalizzazione è molto basso.
Solo 5mila iscritti, 3500 della Uilm, 1.300 della Fim-Cisl, 1.100 della Fiom.
E tanta rabbia. Quando parla Rocco Palombelli, sindacalista di queste parti che ha fatto carriera nella Uilm, lo sommergono di fischi.
“Mi ritengono un traditore — ci dice —perchè sono andato a Roma”
. “La nostra rabbia è sacrosanta, qui il rischio è di fare la fine dell’Italsider di Bagnoli, a Napoli: diventare un deserto di disoccupati”, si sfoga un operaio.
“L’Ilva è un corpo senza testa”, ci dice Giovanni Lippolis. “Se fallisce questa fabbrica, in Italia rimane solo Marchionne”, profetizza Mauro Liuzzi.
Mentre parlano con noi le loro parole vengono coperte dagli ordini di un delegato di fabbrica. Si occupa Taranto. “Compagni blocchiamo tutto. Gli operai dei tubifici vanno a Statte. Agglomerati, rivestimenti e appalti, sulla Statale 106…”.
Gli operai sanno cosa fare e dove andare e Taranto si ferma. Lo sciopero è finito alle 7 del mattino, gli “invisibili” dell’Ilva torneranno in piazza il 2 agosto.
Il giorno dopo il Tribunale del Riesame dovrà dire una parola definitiva sugli arresti di Riva padre e figlio, dei manager e soprattutto del sequestro di parte della fabbrica.
Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 26th, 2012 Riccardo Fucile
BLOCCO DELLO STABILIMENTO E ARRESTI DOMICILIARI PER OTTO AMMINISTRATORI E DIRIGENTI… I LAVORATORI IMPEDISCONO L’ACCESSO AL CAPOLUOGO IONICO
Il gip Patrizia Todisco ha firmato il provvedimento di sequestro (senza facoltà
d’uso) degli impianti dell’Ilva di Taranto e le misure cautelari per alcuni indagati nell’inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici aziendali. Sono otto i provvedimenti di arresti domiciliari.
L’ordinanza è in corso di esecuzione e riguarda dirigenti ed ex dirigenti dell’Ilva.
Cinque di questi erano già inquisiti e avevano nominato propri consulenti nell’ambito dell’incidente probatorio.
Tra le contestazioni dei pm c’è anche disastro ambientale.
La misura del tribunale si basa soprattutto su una perizia secondo la quale le emissioni causano fenomeni che portano a malattie e morte.
Gli arresti
Gli arresti riguardano il patron Emilio Riva, presidente dell’Ilva Spa fino al maggio 2010; il figlio Nicola Riva, che gli è succeduto nella carica e si è dimesso un paio di settimane fa; l’ex direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso; il dirigente capo dell’area del reparto cokerie, Ivan Di Maggio; il responsabile dell’area agglomerato, Angelo Cavallo.
La misura cautelare, però riguarderebbe anche altri tre dirigenti.
Il sequestro senza facoltà d’uso, invece, riguarda l’intera area a caldo dello stabilimento siderurgico Ilva, ovvero i parchi minerali, le cokerie, l’area agglomerazione, l’area altiforni, le acciaierie e la gestione materiali ferrosi. “La gestione del siderurgico di Taranto è sempre stata caratterizzata da una totale noncuranza dei gravissimi danni che il suo ciclo di lavorazione e produzione provoca all’ambiente e alla salute delle persone” ha scritto il gip nell’ordinanza di sequestro, in cui si legge anche che “ancora oggi” gli impianti dell’Ilva producono “emissioni nocive” che, come hanno consentito di verificare gli accertamenti dell’Arpa, sono “oltre i limiti” e hanno “impatti devastanti” sull’ambiente e sulla popolazione.
Il Gip di Taranto, inoltre, ha spiegato che la situazione dell’Ilva “impone l’immediata adozione, a doverosa tutela di beni di rango costituzionale che non ammettono contemperamenti, compromessi o compressioni di sorta quali la salute e la vita umana, del sequestro preventivo”.
Non solo.
“L’imponente dispersione di sostanze nocive nell’ambiente urbanizzato e non — ha specificato il gip — ha cagionato e continua a cagionare non solo un grave pericolo per la salute (pubblica)”, ma “addirittura un gravissimo danno per le stesse, danno che si è concretizzato in eventi di malattia e di morte”. Non manca, in ciò che ha scritto il gip, un riferimento alla ‘logica del profitto’: “Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”. Parole che non lasciano spazio ad ulteriori interpretazioni.
Il decreto di sequestro preventivo di sei impianti dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto, firmato dal gip Patrizia Todisco, inoltre, è stato notificato solo nel tardo pomeriggio all’avv. Egidio Albanese, uno dei legali del gruppo Riva.
Le altre notifiche ad 8 indagati, inoltre — alcuni dei quali residenti a Milano — a tarda serata non erano ancor astate consegnate.
Il vertice
La notizia è arrivata a poche ore dall’inizio della riunione al ministero dell’Ambiente, che aveva come scopo proprio il raggiungimento di un’ intesa sulla bonifica dell’area, salvaguardando la produzione industriale dello stabilimento.
All’incontro hanno partecipato il ministro Corrado Clini, il sottosegretario allo Sviluppo Claudio De Vincenti, il governatore della Regione Puglia Nichi Vendola, il presidente della Provincia Gianni Florido e il sindaco di Taranto Ippazio Stefà no; per Palazzo Chigi partecipa Angelo Lalli, per il Pdl Raffaele Fitto e per il Pd Nicola Latorre.
Gli operai in marcia, sciopero a oltranza
Dopo la notizia, che suona come allarmante per il futuro dei lavoratori — come già accaduto ieri in segno di protesta -, oltre 8mila operai hanno lasciato il posto di lavoro e sono usciti all’esterno dello stabilimento Ilva.
Gli operai hanno marciato sulle statali Appia e 106 e hanno raggiunto il centro di Taranto per raggiungere la Prefettura.
Gli operai si sono fermati nella zona del ponte girevole e lo hanno occupato, paralizzando completamente la città .
Allo stesso tempo il corteo — imponente come quello che ieri per alcune ore ha invaso le statali 100 e 106, per Bari e per Reggio Calabria — ha impedito l’accesso a tutti gli ingressi della città e occupato le statali (la statale 106 jonica Taranto-Reggio Calabria, la statale 100 Taranto-Bari e i due ingressi alla città di Taranto: la città vecchia e il ponte Punta Penna), con i lavoratori che hanno manifestato tutta la loro preoccupazione per il sequestro degli impianti e le inevitabili ricadute occupazionali. In prevalenza si tratta di operai del primo e del secondo turno mentre in fabbrica è rimasto un numero di operai superiore a quello previsto dalle comandate.
“La decisione di uscire è stata improvvisa — ha detto il segretario provinciale Fim Cisl Cosimo Panarelli — e quindi la produzione non è stata fermata. Tutta la ghisa che è in lavorazione sta seguendo il suo naturale ciclo altrimenti uno stop improvviso avrebbe gravi ripercussioni sugli impianti. Le procedure di sicurezza di sicurezza possono scattare solo dopo che sara’ stata smaltita la ghisa in produzione”.
Una delegazione di sindacalisti e lavoratori, poi, ha incontrato il prefetto di Taranto Claudio Sammartino.
Al termine dell’incontro gli operai hanno bloccato il ponte girevole di Taranto: decisione presa per discutere della situazione dopo il sequestro degli impianti disposto dal gip Patrizia Todisco.
Nel corso della manifestazione si sono verificati momenti di tensione in seguito alla contestazione di un gruppo di manifestanti.
Il prefetto, secondo fonti sindacali, avrebbe cercato di rasserenare gli animi confermando l’impegno del governo per le bonifiche e l’ambientalizzazione del Siderurgico.
L’accordo di programma firmato a Roma, secondo Sammartino, dovrebbe scongiurare lo spettro del licenziamento. I lavoratori hanno deciso comunque di proseguire la protesta: in serata le sigle sindacali confederali hanno proclamato lo sciopero a oltranza, fino a quando la situazione non troverà uno sbocco.
Alta tensione da mesi
La tensione a Taranto è alle stelle da mesi: i lavoratori temono infatti di perdere il posto di lavoro e così da settimane chiedono aiuto.
Hanno risposto tutti al loro appello: politici, amministratori, sindacati, Confidustria, docenti universitari e medici. Tutti hanno lanciato il loro messaggio a difesa degli operai. Tutti, anche il nuovo vescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, hanno accolto positivamente l’intervento del Governo, le nuove disposizioni della Regione e ora confidano nella decisione “responsabile” della magistratura.
Lo stesso ministro Corrado Clini aveva dichiarato che il blocco degli impianti in questa fase sarebbe una contraddizione.
Parole cadute nel vuoto.
Contestato anche il disastro ambientale
Gli otto indagati sono accusati, a vario titolo, di disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose.
Sono due le ordinanze firmate dal gip di Taranto.
La prima ordinanza, con la quale si dispone il sequestro di sei impianti, è di circa 300 pagine e contiene, tra le motivazioni del provvedimento, anche pezzi dei risultati dell’incidente probatorio conclusosi il 30 marzo scorso dinanzi allo stesso gip e durante il quale sono state discusse due perizie — una chimica e l’altra medico-epidemiologica — disposte dal magistrato su richiesta della Procura.
La seconda ordinanza, anche questa di 300 pagine circa, dispone la custodia cautelare agli arresti domiciliari di otto indagati.
Ai cinque dirigenti o ex dirigenti dell’Ilva di Taranto, si sono aggiunti tre dirigenti del Siderurgico che hanno assunto incarichi in tempi più recenti.
La perizia: emissioni causano fenomeni che portano a malattie e morte”
La perizia medico-epidemiologica, sulla base della quale sono stati disposti il sequestro e gli arresti in via di esecuzione, è stata redatta da Annibale Biggeri, docente ordinario all’Università di Firenze e direttore del centro per lo studio e la prevenzione oncologica; Maria Triassi, direttrice di struttura complessa dell’area funzionale di igiene e sicurezza degli ambienti di lavoro ed epidemiologia applicata dell’azienda ospedaliera universitaria Federico II di Napoli; e da Francesco Forastiere, direttore del dipartimento di Epidemiologia della Asl Roma/E.
Secondo i periti, “l’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte”.
Clini: “Non è detto che il danno arrivi dagli impianti attuali”
Nel merito risponde il ministro dell’Ambiente Clini: “La magistratura ha ritenuto che il ciclo produttivo, in particolare quello a caldo, è ancora una sorgente di rischio, ma questo non vuol dire che il danno ambientale degli ultimi 15-20 anni sia riferibile agli impianti attuali”.
Tre ingegneri per spegnimento impianto —
“Non siamo pazzi sconsiderati, cerchiamo di lavorare con la schiena dritta, ragionando”.
Così il procuratore capo del Tribunale di Taranto Franco Sebastio ha motivato la scelta del Gip.
Lo stesso procuratore ha convocato per domani mattina una conferenza stampa a Taranto, “per fare chiarezza su alcuni aspetti e alcune polemiche” di queste ore e dei mesi precedenti. Lo stesso magistrato chiarisce che per il sequestro delle aree occorrerà tempo.
“Non si può concludere in 24 ore”, spiega. Si tratta di procedure molto particolari vista l’imponenza della struttura. Occorrerà fare un progetto di lavoro: a questo fine sono stati nominati tre ingegneri dell’Arpa, l’Agenzia regionale protezione ambientale della Puglia.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 26th, 2012 Riccardo Fucile
LO STABILIMENTO DI TARANTO FU COSTRUITO NEGLI ANNI SESSANTA, RINATO DALLE CENERI DELL’ITALSIDER… IL POLO SIDERURGICO E’ DA DIECI ANNI AL CENTRO DEL DIBATTITO PER IL SUO IMPATTO A TARANTO E A GENOVA
Nata dalle ceneri della dismessa Italsider, dagli anni Novanta il colosso siderurgico Ilva S.p.a. appartiene al Gruppo Riva e si occupa di produzione e trasformazione dell’acciaio.
Il nome trae origine dall’isola del’Elba, da cui veniva estratto il ferro che alimentava i primi altiforni costruiti in Italia a fine Ottocento.
Cuore dell’azienda è lo stabilimento di Taranto — uno dei maggiori complessi industriali del Paese e d’Europa —, ma l’Ilva ha sedi anche a Genova, Novi Ligure (Alessandria), Racconigi (Cuneo), Patrica (Frosinone) e Varzi (Pavia).
Creata originariamente nel 1905 dalla fusione delle attività siderurgiche dei gruppi Elba (che operava a Portoferraio), Terni e della famiglia romana Bondi, come “Quarto Centro Siderurgico”, nell’ambito della strategia di crescita delle Partecipazioni Statali, nel periodo della Prima Guerra Mondiale l’Ilva integrò anche aziende cantieristiche ed aeronautiche. Passata in mano pubblica negli Anni Venti, con la costruzione del nuovo polo siderurgico di Taranto, assunse la denominazione Italsider.
Solo nel 1988, dopo aver ceduto l’acciaieria di Piombino, l’impianto di Cornigliano e chiuso quello di Bagnoli, tornò al nome originale.
Poi nel ’95 il passaggio al gruppo privato Riva.
Nello stabilimento di Cornigliano le cokerie (in cui viene lavorato il minerale per l’ ottenimento del carbon-coke per alimentare l’altoforno e ottenere le colate di ghisa per fare l’acciaio) sono state chiuse già nel 2002 a causa del forte impatto sulla salute delle polveri emesse dall’impianto.
Un problema ambientale che affligge anche Taranto, soprattutto nel quartiere Tamburi, dove gas, vapori e diossina creano coli per la salute dei suoi lavoratori e degli abitanti, secondo quanto spiegato nella maxi-perizia depositata quest’anno presso la Procura della Repubblica.
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Luglio 26th, 2012 Riccardo Fucile
I DATI PRESENTATI IN UN CONVEGNO SCIENTIFICO A OXFORD
«Nelle urine dei tarantini è stata riscontrata la presenza del piombo, sostanza
neurotossica e cancerogena».
Lo riferisce in una nota il presidente di Peacelink Taranto, Alessandro Marescotti, citando i dati del biomonitoraggio sui metalli pesanti nell’urina degli abitanti di Taranto presentati a Oxford in un convegno scientifico.
I dati sono frutto di una ricerca condotta da un gruppo di studiosi americani e italiani di cui ha fatto parte – riferisce Marescotti nella nota – anche il dirigente di Arpa Puglia, Giorgio Assennato.
«Sono 141 – spiega Marescotti – i soggetti analizzati (67 uomini e 74 donne). Il valore medio del piombo urinario riscontrato nelle analisi è stato di 10,8 microgrammi/litro, mentre i valori di riferimento sono fissati, per la popolazione non occupazionalmente esposta, in un intervallo che va da ‹0,5 a 3,5 microgrammi per litro (secondo la Società Italiana Valori di Riferimento)». L’indagine ha riscontrato anche per il cromo un valore medio che supera l’intervallo dei valori di riferimento.
«È la prima volta – osserva Marescotti, chiamato a relazionare in qualità di rappresentante del cartello di associazioni ambientaliste Altamarea – che questi dati vengono resi noti in lingua italiana e l’occasione è stata offerta dal Workshop dal convegno «Valutazione economica degli effetti sanitari dell’inquinamento atmosferico», organizzato da Arpa Puglia.
(da “Corriere del Mezzogiorno”)
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Luglio 12th, 2012 Riccardo Fucile
SECONDO IL QUOTIDIANO FRANCESE LA SCELTA SAREBBE LEGATA A QUESTIONE ECONOMICHE MA SOPRATTUTTO AL CALO NEL TRASPORTO MERCI… IN PRATICA QUELLO CHE SOSTENGONO DA ANNI I NO TAV
«Riesaminare ed eventualmente rinunciare a dieci progetti di linee ferroviarie ad alta velocità , tra cui la Torino-Lione».
È quanto penserebbe il governo francese stando a riporta il Le Figaro.
«Lo Stato ha previsto una serie di progetti senza averne fissato i finanziamenti.
Il governo non avrà altra scelta che rinunciare ad alcune opzioni», ha dichiarato il ministro del bilancio, Jerome Cahuzac.
Secondo il quotidiano, sotto esame anche la Torino Lione, a causa del costo elevato (12 miliardi) e del calo del traffico merci.
Nella hit-parade delle linee ad alta velocità minacciate dai tagli della crisi, ci sono – tra l’altro – la Nizza-Marsiglia e la Torino-Lione, scrive ancora Le Figaro , che sottolinea come dopo il tempo delle promesse è arrivato quella della realtà . In particolare, aggiunge il quotidiano, quest’ultima sarebbe «squalificata per il suo costo (12 miliardi di euro)».
Ma anche dal calo registrato nel «trasporto merci, sceso a quattro milioni di tonnellate su quella tratta, contro gli undici milioni di tonnellate vent’anni fa, non gioca a favore di quel progetto».
(da “Il Corriere della Sera“)
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Giugno 23rd, 2012 Riccardo Fucile
A CAUSA DEL BOOM DEL MERCATO DELLE AUTO, IN CINA TRAFFICO E INQUINAMENTO STANNO AVVELENANDO LE CITTA’…IL GOVERNO LANCIA UN PIANO PER INCENTIVARE L’USO DELLE DUE RUOTE, SIMBOLO DELL’ERA DI MAO
I cinesi, per non soffocare nel traffico, risalgono in sella. 
Ai tempi di Mao erano l’icona mondiale della massa a pedali. Su una bicicletta saliva tutta la famiglia e ogni compagno rosso era tenuto a possedere solo due tesori: la tessera del partito e le due ruote.
Pechino, negli anni Cinquanta, stabilì un imbattibile primato: circolavano più biciclette che abitanti.
Negli ultimi vent’anni, con il boom economico, l’addio ai cicli e la conversione all’automobile. Ed ancora un record.
La Cina si è trasformata nel primo mercato auto del pianeta: oltre un milione di vetture vendute ogni mese, domanda superiore all’offerta, multinazionali dei motori in fuga verso l’Oriente e lotterie in diretta tivù per l’assegnazione delle targhe.
Una motorizzazione senza precedenti, incentivata dalle autorità impegnate nella più colossale migrazione interna della storia
Anche la “metropolizzazione” di Stato però, con cinque città -mostro di oltre 90 milioni di abitanti entro il 2020, mostra la corda.
Aria definita «inadatta alla vita umana», guerra sui dati dello smog, ingorghi lunghi centinaia di chilometri e insolubili per mesi, mercati alimentari ambulanti di servizio ai pendolari in colonna.
L’allarme suona così pure nei sondaggi pilotati dalla propaganda: per la nuova classe media della Cina, più numerosa della popolazione europea, traffico e inquinamento sono il primo problema, dopo la corruzione dei funzionari.
Dunque, contrordine compagni: anche il Dragone si tinge di verde, ferma le auto e riscopre le care, vecchie e gloriose biciclette.
Il ritorno al futuro delle due ruote cinesi ancora una volta parte da Pechino.
Il governo ha appena inaugurato i primi 63 punti-noleggio dotati di 2 mila biciclette nei quartieri centrali di Chaoyang e di Dongcheng.
Altri 140 affitti pubblici, con 48 mezzi, sono stati sparsi nel resto della capitale. Entro il 2015 si arriverà a 150 mila cicli di Stato distribuiti in 1000 punti della città e serviti dalla più estesa rete di piste ciclabili del mondo.
Per la seconda economia globale è una svolta: automobili a numero chiuso, targhe alterne e biciclette gratis omaggiate dal partito. Se fino a ieri salire in macchina era la cifra del successo nazionale, oggi diventa snob parcheggiare la berlina tedesca sotto casa e pedalare fino all’ufficio protetti dalla mascherina anti-piombo.
Prima ora di sella in regalo, le successive a prezzi popolari: dieci centesimi all’ora, per un massimo di un euro a giornata. Un solo dovere: esibire un documento, o il permesso di soggiorno, e restituire la bicicletta in uno dei centri aperti dal governo.
Frenare l’invasione dei volanti e convincere i cinesi a reimbracciare il manubrio, è del resto una drammatica necessità . In dieci anni la superficie occupata dalle quattro ruote in Cina è cresciuta 680 volte più rapidamente di quella coperta dalle strade.
A Pechino e a Shanghai i tempi di percorrenza dello stesso tragitto, nelle ore di punta, si sono allungati fino a 12 volte: per un percorso da dieci minuti occorrono due ore.
Il risultato, secondo l’allarme dell’Accademia delle scienze, è il 52% dei cinesi, ormai urbanizzati, sull’orlo di una crisi di nervi e sempre più contrari ai privilegi di leader e funzionari.
La riscossa delle biciclette pubbliche, dalla capitale, dilaga così nelle principali città e nei distretti industriali, dove i colossi di Stato cominciano a offrire agli operai l’abbonamento alla metropolitana e una bici di servizio al posto dell’aumento in busta paga.
Resta, insuperabile, il problema dei numeri: montagne di automobili che invadono ogni spazio, cancellano le piste ciclabili e causano la più alta concentrazione di incidenti mortali nei Paesi in via di sviluppo.
«Prima delle Olimpiadi del 2008 — dice Bay Xiuying, gestore del più grande noleggio bici di Pechino — il governo varò il primo piano di riciclizzazione popolare. In pochi mesi sparirono 60 mila biciclette e gli incentivi economici si riorientarono sulle quattro ruote. Oggi tutto è cambiato: se non si ferma lo smog e non si rimette la gente in movimento, l’urbanizzazione della Cina fallisce. I pedali diventano l’assicurazione sulla vita del potere».
Non l’unica però. Il sogno proibito dei metropolitani è sì la bici, ma elettrica: in quattro anni si è passati da 90 e 160 milioni di cicli a motore, 200 milioni entro il 2015, più 35% all’anno.
È l’esercito dei nuovi eco-cinesi a rischio infarto, terrorizzati da smog e sovrappeso, ma obbligati alla puntualità sul lavoro.
Salute e denaro: i «principi rossi» eredi di Mao spingono il popolo in sella, ma scoprono che non pedala più.
Nemmeno una nostalgia a emissioni zero può salvare Pechino dal virus di un autoritarismo capitalista di successo.
Giampaolo Visetti
(da “La Repubblica“)
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