Febbraio 14th, 2016 Riccardo Fucile
RITRATTO DI GAETANO CURRERI DEGLI “STADIO”
Alla fine, ironia della sorte, di tutti e tre Sanremo è toccato vincerlo proprio a lui, il più
defilato, l’antidivo.
E se si pensa a chi sono gli altri due —Vasco Rossi e Lucio Dalla — si capisce benissimo lo sguardo genuinamente sbigottito di Gaetano Curreri al momento della proclamazione sabato notte.
Di solito, quelli come lui, Vasco e Lucio, arrivavano più in basso in classifica, e basterebbe solo ricordare che Piazza grande nel 1972 arrivò solo ottava e Vita spericolata nel 1983 penultima. Follie del Festival.
La palma sanremese arriva a Gaetano Curreri, nato nel 1952, lo stesso anno di Vasco. Ed è proprio a casa dei suoi genitori a Vignola, paese tra Modena e Bologna, su quel vecchio piano verticale nel salotto, e sotto lo sguardo preoccupato della mamma che li avrebbe voluti a studiare musica classica, che Vasco e Gaetano non ancora ventenni cominciano a strimpellare.
Da questa bottega dei miracoli tra la via Emilia e il West escono i primi due album del Komandante, canzoni come Albachiara, Jenny è pazza, La strega. E in fondo, per capire Curreri, bisogna osservare questa carriera un passo di lato rispetto ai due giganti Vasco e Lucio.
Di Dalla infatti gli Stadio sono stati per anni la band, compresi quei momenti memorabili di Banana Republic.
L’ombra dei due giganti avrebbe certamente potuto schiacciarlo, in particolare in un mondo fatto di primedonne come quello della musica.
La forza di Curreri sono stati il suo carattere e la sua arte: quel temperamento da mediano, uomo squadra, capace di mettere il suo talento al servizio di quello altrui. Senza perdere mai se stesso.
Anzi, se possibile assorbendo il mestiere dagli altri, come in una bottega rinascimentale in cui a fasi alterne allievo e maestro si confondono.
E infatti nella sua storia Curreri non è mai stato un comprimario o semplicemente un ottimo autore e arrangiatore di musica e parole: ma un catalizzatore, una spalla che talvolta si fa guida e fratello maggiore, ed è capitato tante volte nella vita spericolata di Vasco che fosse Gaetano a tiralo su, magari portandogli a Zocca un pezzo su cui lavorare insieme, mentre l’altro rischiava di perdersi negli eccessi da star.
C’è del metodo in questo bolognese di periferia, che è sempre rimasto coi piedi per terra in un mondo in cui basta una stagione dagli Amici della De Filippi per sentirsi una celebrità .
Lui invece fino a pochi anni fa è rimasto nel suo appartamento al piano alto di un palazzone della periferia bolognese del Fossolo, con la moglie insegnante, la sorella e le due adorate nipoti nel palazzone a fianco, e capitava spesso di trovarlo a fare la spesa al supermarket in fondo al giardino, e quando qualche audace si avvicinava per un autografo lui aveva la stessa faccia un po’ stupita di sabato sera sul palco dell’Ariston.
Una vita di coppia, quella di Gaetano, così lontana da quella del Komandante da farci una canzone insieme, con il rocker a dire che lui le donne le vuole solo per un’ora “e sperare che poi se ne vadano via”, e Gaetano spiazzante, “noi vogliamo e cerchiamo in ogni donna un’amica e se poi ci ritroviamo può durare anche una vita”.
Questa sua disarmante normalità non gli ha impedito di conservare e alimentare per quarant’anni una straordinaria creatività , che spazia dalle colonne sonore di Verdone (indimenticabile Acqua e sapone) fino a successi più recenti come Un senso, passando per la scrittura di successi come “E dimmi che non vuoi morire” di Patti Pravo e “Vuoto a perdere” di Noemi.
Come nel film con Walter Matthau e Jack Lemmon, la coppia Vasco-Gaetano non ha mai smesso di funzionare. E non a caso in queste ore su Facebook il rocker di Zocca ha tifato come una groupie per il suo gemello diverso.
Poi certo, c’è Lucio, gli anni insieme sul palco nei grandiosi tour degli anni Ottanta, e poi il distacco, per smarcarsi e tentare la carriera come gruppo con gli Stadio.
Ma Lucio resta sempre vicino come autore, e come “suggeritore”, come quando nel 1984 gli propone di musicare una poesia di Roberto Roversi, “Chiedi chi erano i Beatles”.
Curreri all’inizio è perplesso, quel testo è troppo complesso per farne una canzonetta ma Dalla insiste. E alla fine diventerà il più grande successo della band.
A Lucio e Vasco si aggiunge in quegli anni un altro giovane musicista bolognese, Luca Carboni, con la sua vena malinconica. “Per me è un grandissimo paroliere, un poeta”, ha detto di lui Curreri quando all’inizio degli anni Duemila la carriera di Luca sembrava subire una battuta d’arresto.
E in fondo, in questa vita da artigiano di lusso della musica, questo fattore umano è sempre stato in prima fila.
Come in quella sera del 2003, quando un malore in Sicilia fece tremare di paura la sua famiglia e rischiò di portarlo via dal palco per sempre.
Passo dopo passo, Curreri si è rimesso in piedi, ha ritrovato la voglia del palco, compreso quello di Sanremo, dove gli Stadio sono arrivati 19esimi nel 2007.
Per una band piena di medaglie come la loro, poteva anche essere un addio, soprattutto in un’epoca da polli di batteria dei talent sfornati dalle tv. Ma Curreri, mediano di classe, non si è rassegnato.
E ora, a 64 anni, si gode la ribalta del festival, lasciandosi per una volta alle spalle i ragazzini dai nomi che si confondono tra loro e dallo stile intercambiabile.
Per la rottamazione c’è ancora tempo. Del resto, i ragazzi di oggi quel piano di Vignola e quegli anni Settanta possono solo sognarli.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 11th, 2016 Riccardo Fucile
E’ MORTO DAVID BOWIE, CINQUANT’ANNI DI STORIA DELLA MUSICA
Pochi giorni dopo il suo sessantanovesimo compleanno è morto il Duca Bianco. L’annuncio sul suo profilo ufficiale Twitter e Facebook: “Dopo 18 mesi di lotta contro il cancro se ne è andato serenamente circondato dalla sua famiglia”. David Robert Jones (questo il vero nome di Bowie) era nato a Londra l’8 gennaio del 1947.
Poco dopo l’annuncio su Facebook, la notizia è stata confermata anche dal figlio, Duncan Jones, noto anche come Zowie Bowie, con un messaggio accompagnato da una foto di entrambi, quando il bimbo era piccolo: “Davvero addolorato e triste nel dire che è vero. Sarò fuori dalle reti sociali per un po’. Grande affetto a tutti”.
Innovatore e capace di sperimentare nuovi territori musicali, l’artista, che di recente era stato visto molto poco in pubblico, è stato una delle figure più celebrate e di successo del secolo appena trascorso.
L’8 gennaio, nel giorno del suo compleanno, è uscito il suo ultimo lavoro Blackstar. Contemporaneamente era stato pubblicato anche il nuovo video Lazarus in cui il Duca Bianco appare come l’amico di Gesù che avvolto dalle bende risorge dalla morte.
Già numero uno delle classifiche UK il suo ventisettesimo album da studio è uscito a tre anni dall’ultimo disco The Next Day, rilasciato nel marzo 2013. Due settimane fa lo stesso Bowie aveva annunciato il ritiro “definitivo e irrevocabile” dai palcoscenici che non frequentava dal 2006.
Leggenda del rock, la sua musica ha attraversato più di cinquant’anni di suono modificandosi sempre, contaminando generi diversi dal folk acustico all’elettronica, passando attraverso il glam rock, il soul e diventando un modello di riferimento per più di una generazione di artisti.
Come attore, dopo alcune piccole apparizioni, arrivò al successo nel 1976 come protagonista del film di fantascienza L’uomo che cadde sulla Terra di Nicolas Roeg.
Tra le sue interpretazioni più note si ricordano Furyo in Merry Christmas Mr. Lawrence di Nagisa Oshima del 1983, Absolute Beginners e Labyrinth del 1986, fino a Basquiat di Julian Schnabel del 1996, nel quale ha interpretato il ruolo di Andy Warhol.
Riservato, poco disponibile ad interviste Bowie era sposato a Imam, modella di successo fino al fatale incontro, e che poi, dopo il matrimonio nel 1992, gli è sempre stata accanto, in una delle unioni più durature dello star-system.
Aveva avuto due figli: Duncan Zowie Haywood (nato nel 1971 dal precedente matrimonio con Mary Angela Barnett) e Alexandria Zahra (nata nel 2000), ma considerata sua terza figlia anche Zulekha, nata dal precedente matrimonio di Iman.
Nel 2008 è stato inserito al 23 º posto nella lista dei 100 migliori cantanti secondo Rolling Stone, e tra i suoi brani indimenticabili ci sono Life on Mars?, Space Oddity, Starman e Heroes.
Immediato il tributo del mondo dello spettacolo e della cultura.
Il premier britannico David Cameron ha voluto dare il suo tributo: “Sono cresciuto ascoltando e guardando il genio pop di David Bowie. È stato un maestro della re-invenzione. Una perdita enorme”.
“Sono davvero addolorato della scomparsa di David Bowie, mi dispiace molto”, ha detto Mogol, che con Bowie ha collaborato due volte: Bowie decise, verso la fine del ’69 di tentare l’ingresso nel mercato italiano dei 45 giri con la pubblicazione di Space Oddity con il testo tradotto.
“Le parole del brano, intitolato ‘Ragazzo solo, ragazza sola’ vennero scritte da me- spiega Mogol -. Fu in quell’occasione che ci fu la prima collaborazione con Bowie”.
Anni dopo il chitarrista del Duca bianco incise un raro 45 giri con “io vorrei, non vorrei…ma se vuoi” dal misterioso titolo Music is lethal firmata Battisti-Bowie. “Questa seconda collaborazione – ha aggiunto Mogol – ha permesso di rilanciare e promuovere questo brano, scritta da me e Lucio, in tutto il mondo”.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 25th, 2015 Riccardo Fucile
“MI HA TRASMESSO LA CULTURA TEDESCA, MERIDIONALE, PUGLIESE E SICULA DI FEDERICO II”
Una potente madre napoletana è all’origine delle sorti musicali di Riccardo Muti. Figlio di una signora «plasmata da quella napoletanità che deriva dalla cultura di Federico II, imperatore tedesco ma anche partenopeo, pugliese e siculo» (parole di Muti), il direttore d’orchestra colloca con atteggiamento fiero la propria mamma nella categoria dei «napoletani tosti».
Lo dichiara nella sua fresca casa ravennate durante uno dei suoi rari pomeriggi di riposo.
Se è vero che la napoletanità attinge la sua linfa da una coscienza secolare delle radici e da un accorato calore umano, ma anche da una prospettiva ombrosa e segnata dal disincanto, in Muti convivono entrambi gli aspetti.
È napoletano nelle battute svelte, nell’ironia feroce, nella facilità del gesto rimodellata strutturalmente dalle regole del podio.
Ma lo è pure nelle nostalgie che ogni tanto sembrano incupirlo.
Ora che gira il mondo con successo, parla dei suoi trascorsi gioiosamente sudisti come di una mitica età dell’innocenza, «ricca di emozioni semplici e dirette».
Riferisce le circostanze della propria nascita come se fosse spuntato da una fiaba. «Sono cresciuto a Molfetta, nella stupenda terra dove mio padre, pugliese, lavorava come medico.
Tuttavia nacqui a Napoli nel 1941 e fui riportato in Puglia quando avevo due settimane.
A volte i molfettesi si risentono un po’ del mio definirmi napoletano, però bisogna ammettere che la qualifica dipende da ragioni obiettive. Diciamo che sono un apulo- campano ».
Come mai nacque a Napoli, se abitavate a Molfetta?
«Mia madre volle dare alla luce i cinque figli, tutti maschi, nella propria città . Al termine di ogni gravidanza ci andava in treno sfidando pericoli e fatiche — nel mio caso il viaggio avvenne durante la guerra — per partorire a casa di sua madre. Da adulti i miei fratelli e io l’abbiamo interrogata su questa scelta. Se un giorno finirete, che so, in America, replicò, quando vi chiederanno dove siete nati e direte a Napoli vi rispetteranno, se invece risponderete a Molfetta ci vorrà un’ora per spiegare dov’è».
Le inculcò l’idea della grande capitale?
«Napoli era per lei il regno da cui tutto s’irradia. La comprendo: ogni volta che ci vado mi coinvolge profondamente lo spettacolo della città , meravigliosa e ferita. Dal punto di vista musicale, inoltre, Napoli ha avuto un’importanza enorme e non abbastanza valutata. Spesso è stata al centro del mio lavoro, come quando curai un progetto sul Settecento napoletano per il Festival di Salisburgo. L’iniziativa ha presentato in Austria fino al 2011 capolavori sconosciuti, facendo capire quanto compositori quali Cimarosa, Paisiello, Porpora e Mercadante abbiano nutrito il genio di Mozart».
Sua madre si chiamava Gilda, come un personaggio del “Rigoletto”. Curiosa coincidenza per un verdiano come lei
«È un puro caso: la sua famiglia non s’interessava di musica. Il gran melomane tra i miei genitori era mio padre Domenico, dotato di una bella voce tenorile. Reputava necessaria per noi un’educazione musicale, e a me toccò il violino. All’inizio mi pareva una tortura: avevo sette anni e stonavo davanti a una finestra da cui potevo assistere con invidia alle partite di pallone dei miei coetanei. Non facevo progressi, sembravo negato, e l’insegnante consigliò ai miei di farmi smettere. La via crucis di Riccardo si ferma qui, decretò mio padre. Ma mia madre si oppose: aspettiamo un mese. Non ho mai capito il perchè di quella frase, fatto sta che in me scattò qualcosa e il giorno dopo riconobbi le note con immediatezza, anzi, con una certa baldanza. La mia strada nella musica partì da quel momento».
Come appariva mamma Gilda?
«Bellissima, slanciata ed elegante, coi capelli ondulati. Una linea di sangue blu scorreva nella sua famiglia, anche se lei, così sobria, non amava sottolinearlo. La sua bisnonna materna era una marchesa di Grenoble, e quando andavamo a pranzo da mia nonna a Napoli, in Via Cavallerizza a Chiaia, sulla tavola c’erano tovaglie e posate con lo stemma del marchesato».
Gilda non aveva vanità ?
«Nascondeva l’età . Solo quando se n’è andata nel ’71, per un ictus a 65 anni, abbiamo potuto vedere un suo documento. L’hanno sepolta a Napoli e mio padre, per rispetto, ha fatto incidere sulla sua tomba l’anno della morte ma non quello della nascita ».
Era una mamma affettuosa?
«Non gradiva le smancerie. Era riservata e severa. Ci ha cresciuti come soldati. Dormivamo su materassi di crine messi sopra tavole di legno. Espressioni come “non mi piace” e “io voglio” erano per lei inconcepibili ».
Dura, quindi.
«Ma no, solo non incline alle effusioni. Un suo sorriso apriva il cielo. Quand’era spensierata, in cucina, cantava canzoni appassionate come “Stu core analfabeta tu ll’he purtato a scola” di Totò. Però il bacio della buonanotte ce lo dava di nascosto, quando credeva che fossimo addormentati. Baciare i figli era una sdolcinatezza inopportuna per l’“omme”, il maschio”».
Come accolse la carriera straordinaria del figlio Riccardo?
«Con la consueta asciuttezza. Vinsi il concorso Cantelli nel ’67 e diressi il concerto della premiazione a Novara. Ho una foto dove l’intera sala è plaudente tranne i miei genitori e i miei nasuti fratelli. Mia madre aveva impartito l’ordine di non applaudire, considerando ogni forma di entusiasmo per un congiunto una debolezza sconveniente. Nel ’70, dopo un mio concerto a Firenze, chiese al critico de La Nazione Leonardo Pinzauti: “dottore, come va questo ragazzo?” Eppure io dirigevo il Maggio Musicale Fiorentino già da un anno e mezzo».
Esiste ancora, secondo lei, la “grande madre mediterranea”?
«Certo: basta pensare alle madri austere e vigorose del Sud Italia, a quelle d’Israele, della Spagna, della Grecia. Guardo con orgoglio a questo mondo, che ci ha impresso una certa peculiarità del ragionare e del sentire. Per questo sono convinto che la Grecia debba restare in Europa. È il luogo dove in passato furono creati i modelli culturali che non smettono di determinare la nostra identità ».
Leonetta Bentivoglio
(da “La Repubblica”)
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Agosto 19th, 2015 Riccardo Fucile
I GIRAMONDO DELLA CULTURA. IN ALTRI PAESI ASSUMERE DIRETTORI STRANIERI NON CREA POLEMICHE
Sì, sono sette gli stranieri chiamati dal Mibac alla guida di alcuni tra i più importani musei italiani. Ma
sono ancor di più i nostri connazionali che hanno ricevuto chiamate prestigiose dall’estero, per dirigere le maggiori istituzioni culturali tra New York, Parigi, Londra, Madrid e Rotterdam.
Ne citiano 8, ma l’elenco è praticamente sterminato: i manager italiani della cultura sono richiesti ovunque, in ogni continente, da musei grandi e piccoli.
Hanno tutti un tratto comune: solidi studi in Italia, specializzazioni all’estero, propensione a girare il mondo.
Curiosi, pronti a stupirsi. E poi a far volare la fantasia, mescolandola con la competenza.
La lista comincia con Massimiliano Gioni, direttore artistico del New Museum of Contemporary Art di New York. Di Busto Arsizio, 43 anni, studi universitari tra Vancouver e Bologna.
Papà direttore di una fabbrica d’inchiostro, mamma insegnante. Esperienze di lavoro (sempre tra mostre e musei) in mezzo mondo.
Poi l’approdo, nel 2007, al museo newyorchese che presenta l’arte contemporanea proveniente da tutto il globo
Andrea Bellini, 44 anni, è il direttore del Centro d’Arte Contemporanea di Ginevra. Storico dell’arte, ha lavorato a New York come redattore capo della rivista Flash.
Ha poi diretto per tre anni (2007-2009) la fiera dell’arte di Torino Artissima. Sempre in Torino ha diretto il Castello di Rivoli. Poi, nel 2012, la prestigiosissima chiamata dalla Svizzera.
Francesco Manacorda ha 41 anni. Da quattro è il direttore artistico della Tate di Liverpool, tempio dell’arte moderna.
Torinese, laureato in Lettere, esperienze di curatore in Italia, per lui in qualche modo la chiamata è equivalsa a un ritorno nel Regno Unito dove per due anni aveva già lavorato come curatore nella londinese Barbican Art Gallery.
Da oltre un anno Lorenzo Benedetti (romano, nato nel 1972) dirige il De Appel art center di Amsterdam.
Incarico arrivato dopo un’altra mansione di prestigio che l’Olanda gli aveva affidato: la curatela del Padiglione nazionale alla Biennale di Venezia.
Benedetti è un italiano color «orange»: ha lavorato dal Vleeshal di Middelburg, dove è stato direttore del 2008, alla Kusthalle di Mulhouse, dove ha avuto ruolo di curatore ospite.
Laureato in storia dell’arte a La Sapienza di Roma, nel 2005 ha fondato il Sound Art Museum, dedicato al suono nelle arti visive, Benedetti è anche docente alla Jan van Eyck Academy di Maastricht.
Chiara Parisi è il direttore del programma culturale del Monnaie di Parigi,una delle più antiche istituzioni francesi. Patrimonio dell’Unesco, assicura la produzione monetaria dell’euro francese, ma anche di monete da collezione, medaglie e decorazioni.
Per aprire al pubblico il tesoro la «Zecca» transalpina, la Francia ha chiamato proprio Parisi. Che ha un curriculum lungo così. Insegnante, curatrice di mostre (tra cui a Villa Medic il ciclo «La Folie de la Villa Mèdicis»).
Con Parisi, la Monnaie è diventato un museo a cielo aperto nel cuore del quartiere parigino di Saint Germain
Un altro italiano che piace agli olandesi. Si chiama Francesco Stocchi e ha spezzato la tradizione del Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam diventando il primo curatore dell’istituzione nella sezione di arte moderna e contemporanea occupandosi delle mostre in cui gli artisti non olandesi avranno una forte rilevanza.
Romano, del 1975 , giramondo dell’arte: Vienna, Roma, mostre, libri. Poi la chiamata prestigiosa dai tulipani.
Succede, negli Stati Uniti. Nel 1994, Paola Antonelli, architetto, sarda, genitori milanesi, è stata assunta come curatrice al Moma di New York, stella polare dell’arte moderna, rispondendo a un annuncio. Aveva 31 anni.
Dodici anni dopo – oggi ne ha 51 – è stata nominata Direttore della Ricerca e sviluppo. Art Reveiw, l’ha inserita nella lista delle cento persone più potenti del mondo dell’arte.
Per Time invece fa parte di un’èlite di cervelli visionari. Al Moma ha organizzato mostre che vanno dai videogiochi ai caratteri tipografici digitali
Dal Prado alla National Gallery di Londra. Un salto compiuto da un italiano con passaporto britannico, nato a Londra.
Si chiama Gabriele Finaldi e ha 50 anni. La sua nomina alla National Gallery – l’equivalente britannico di Uffizi e Louvre – ha ricevuto l’ok del premier Cameron. Finaldi ha studiato tra Londra, Napoli e a Piacenza.
Nel 1992 è stato nominato curatore della pittura italiana e spagnola, proprio alla National Gallery, dove è rimasto fino al 2002, quando è stato chiamato al Museo del Prado e dove è stato responsabile delle collezioni, dei progetti di ricerca, delle esposizioni e del restauro.
I media spagnoli ne hanno sempre parlato benissimo , come «l’uomo che ha reinventato il Prado».
Alessandro Fulloni e Federica Seneghini
(da “Il Corriere della Sera”)
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Agosto 19th, 2015 Riccardo Fucile
“SI’ ALL’AFFITTO DELLE SALE PER EVENTI PRIVATI DI LIVELLO”… “COLLABORAZIONE COI SINDACATI, CI SONO ANCHE IN MINNESOTA”
“Un museo unico, uno dei cinque più importanti al mondo”. Il nuovo direttore degli Uffizi, Eike
Schmidt, non nasconde la gioia e l’orgoglio per la nomina, pronto a portare a Firenze la sua esperienza da direttore del dipartimento di scultura del Minneapolis Institute of Arts.
Con un’idea in testa: “affittare a privati alcune sale del museo, o concederle per eventi agli sponsor che finanziano un restauro. Si può fare anche agli Uffizi”.
In un’intervista al Corriere della Sera, Schmidt ricorda che “succedeva anche nel Settecento o Ottocento, quando Firenze era una capitale, per le visite di Stato: è una pratica che ha radici storiche. E comunque serviranno dei criteri: non darei mai ai privati spazi come la sala della Tribuna”.
Tedesco di Friburgo, Schmidt si dice un ammiratore del suo predecessore, Antonio Natali, tanto che, sostiene, l’unica cosa che lo preoccupa è “essere all’altezza di chi mi ha preceduto”.
Sul suo nuovo incarico dice che “va portato a termine il progetto dei ‘Nuovi Uffizi’, cominciato anni fa”, perchè “l’edificio così com’è non è adatto per il turismo di massa”.
E va riequilibrato l’afflusso dei visitatori, “concentrato sugli Uffizi, mentre spesso ci sono sale vuote a Palazzo Pitti e al Giardino di Boboli”.
La cosa fondamentale, sostiene, “è migliorare l’esperienza del visitatore”, e pensa alla possibilità di rendere possibile la fruizione di contenuti multimediali direttamente sui cellulari dei visitatori.
“Spero di essere giudicato per i fatti”, dice poi a ‘Repubblica’ il nuovo direttore degli Uffizi.
“Mi rendo conto che questa unione di competenze rappresenti un cambiamento radicale in Italia, ma è la direzione verso la quale stanno andando tutti i musei del mondo”.
Sui suoi piani, “è presto per entrare nei dettagli. Sicuramente potenziare Palazzo Pitti, che deve avere più visibilità e più tutela. Ma il mio sarà un lavoro nel solco delle cose già fatte, e al tempo stesso nello spirito della riforma”.
Schmidt non teme il boicottaggio o la resistenza dei sindacati. “Anche in Minnesota ci sono sindacati molto forti, sono abituato: si tratta solo di lavorare insieme per trovare le soluzioni migliori”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile
“OTTIMO IL RICONOSCIMENTO ALLE DONNE”
“Per una volta si può dire che anche in Italia vince la meritocrazia”.
A differenza del critico e storico dell’arte Philippe Daverio, il critico d’arte e scrittore Achille Bonito Oliva promuove a pieni voti il metodo di selezione dei nuovi direttori dei principali musei italiani.
“In particolare – premette Bonito Oliva – le nomine di Anna Coliva (alla Galleria Borghese, ndr) e di Cristiana Collu (Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma, ndr) sono il segno di una volontà di rinnovamento, non solo generazionale, e al tempo stesso la cartina di tornasole di una serie di designazioni tutte di altissimo profilo. Non si può non lodare il grande lavoro fatto dalla commissione presieduta da Paolo Baratta”.
Per il critico, “anche l’inserimento e la successiva scelta di candidati stranieri sono un segno importante di riconoscimento del fatto che la cultura e l’arte debbono essere lasciate transitare senza pagare dogana, senza confini, perchè sono per loro stessa natura internazionali. Anche il fatto che tra i nominati ci siano italiani reduci da prestigiose esperienze all’estero conferma un trend irreversibile”.
Da apprezzare, infine, l’equa “spartizione” dei 20 posti tra uomini e donne, “segnale di sensibilità politica” e “riconoscimento di grandi professionalità femminili”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile
“OTTIMO IL RICONOSCIMENTO ALLE DONNE”
“Per una volta si può dire che anche in Italia vince la meritocrazia”.
A differenza del critico e storico dell’arte Philippe Daverio, il critico d’arte e scrittore Achille Bonito Oliva promuove a pieni voti il metodo di selezione dei nuovi direttori dei principali musei italiani.
“In particolare – premette Bonito Oliva – le nomine di Anna Coliva (alla Galleria Borghese, ndr) e di Cristiana Collu (Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma, ndr) sono il segno di una volontà di rinnovamento, non solo generazionale, e al tempo stesso la cartina di tornasole di una serie di designazioni tutte di altissimo profilo. Non si può non lodare il grande lavoro fatto dalla commissione presieduta da Paolo Baratta”.
Per il critico, “anche l’inserimento e la successiva scelta di candidati stranieri sono un segno importante di riconoscimento del fatto che la cultura e l’arte debbono essere lasciate transitare senza pagare dogana, senza confini, perchè sono per loro stessa natura internazionali. Anche il fatto che tra i nominati ci siano italiani reduci da prestigiose esperienze all’estero conferma un trend irreversibile”.
Da apprezzare, infine, l’equa “spartizione” dei 20 posti tra uomini e donne, “segnale di sensibilità politica” e “riconoscimento di grandi professionalità femminili”.
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 18th, 2015 Riccardo Fucile
NOMINATI 20 NUOVI DIRETTORI, 7 SONO STRANIERI
Il cambio che farà forse più clamore arriva per gli Uffizi, dove lo storico direttore Antonio Natali deve cedere il passo ad un esperto di arte fiorentina che arriva da Friburgo in Germania, Eike Schmidt, 47 anni.
Ma sono ben sette su 20 i direttori stranieri chiamati a guidare i 20 musei superstar del patrimonio pubblico italiano.
Tra questi la tedesca CecileHollberg ,48 anni, storica e manager culturale tedesca che andrà alle Gallerie dell’Accademia di Venezia , James Bradburne, 59 anni, nato in Canada ma di nazionalità britannica per Brera, Sylvain Bellenger, storico dell’arte francese per Capodimonte.
L’età media dei vincitori è di 50 anni.
Su 20, 10 sono uomini e 10 sono donne.
Gli italiani che tornano dall’estero sono 4 (Bagnoli, Gennari Santori e D’Agostino che rientrano dagli Stati Uniti e Degl’Innocenti dalla Francia).
Quanto alle professioni: 14 storici dell’arte, 4 archeologi, 1 museologo/manager culturale e 1 manager culturale.
Nominata anche un’interna del ministero
Questi i nomi:
1) GALLERIA BORGHESE (ROMA):Anna Coliva – 62 anni, storica dell’arte.
2) GALLERIE DEGLI UFFIZI (FIRENZE): Eike Schmidt – 47 anni, storico dell’arte.
3) GALLERIA NAZIONALE DI ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA DI ROMA Cristiana Collu – 46 anni, storica dell’arte
4) GALLERIE DELL’ACCADEMIA DI VENEZIA:Paola Marini – 63 anni, storica dell’arte
5) MUSEO DI CAPODIMONTE (NAPOLI): Sylvain Bellenger – 60 anni, storico dell’arte.
6) PINACOTECA DI BRERA (MILANO):James Bradburne – 59 anni, museologo e manager culturale
7) REGGIA DI CASERTA: Mauro Felicori – 63 anni, manager culturale.
8 ) GALLERIA DELL’ACCADEMIA DI FIRENZE:Cecilie Hollberg – 48 anni, storica e manager culturale.
9) GALLERIA ESTENSE (MODENA):Martina Bagnoli – 51 anni, storica dell’arte.
10) GALLERIE NAZIONALI DI ARTE ANTICA (ROMA):Flaminia Gennari Santori – 47 anni, storica dell’arte.
11) GALLERIA NAZIONALE DELLE MARCHE (URBINO): Peter Aufreiter – 40 anni, storico dell’arte.
12) GALLERIA NAZIONALE DELL’UMBRIA (PERUGIA):Marco Pierini – 49 anni, storico dell’arte e filosofo.
13) MUSEO NAZIONALE DEL BARGELLO (FIRENZE):Paola D’Agostino – 43 anni, storica dell’arte.
14) MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI NAPOLI: Paolo Giulierini – 46 anni, archeologo.
15) MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI REGGIO CALABRIA: Carmelo Malacrino – 44 anni, archeologo e architetto.
16) MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI TARANTO Eva Degl’Innocenti – 39 anni, archeologa
17) PARCO ARCHEOLOGICO DI PAESTUM: Gabriel Zuchtriegel – 34 anni, archeologo.
18) PALAZZO DUCALE DI MANTOVA: Peter Assmann – 61 anni, storico dell’arte.
19) PALAZZO REALE DI GENOVA: Serena Bertolucci – 48 anni, storica dell’arte.
20) POLO REALE DI TORINO: Enrica Pagella – 58 anni, storica dell’arte.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile
LA CAPITALE DELLA CULTURA 2019: NON VOGLIAMO DIVENTARE UNA CARTOLINA
E poi c’è Matera. Eccezione delle eccezioni. Capitale europea della cultura nel 2019. Dove tornano
giovani andati a studiare al Nord o all’estero.
Dove arrivano gli stranieri a fare impresa. E dove a fronte di 60 mila abitanti l’anno scorso (dunque anche prima del successo della candidatura, sancito il 17 ottobre), i turisti sono stati 153mila persone per 244mila pernottamenti.
Raddoppiati in cinque anni eppure, anzichè esultare, a Matera si stanno preoccupando perchè i turisti stanno diventando troppi e crescono a ritmi troppo sostenuti (+16,5% in un anno), con il rischio di diventare «città cartolina».
Mordi e fuggi, perdendo l’anima.
Matera è un miracolo che non nasce all’improvviso. È il frutto di pensieri lunghi.
Dei giovani come l’urbanista Pietro Laureano che quarant’anni fa immaginarono di far entrare i Sassi nel circuito dei beni Unesco, primo sito del Sud.
E dei giovani come la sociologa Ilaria D’Auria, che nel 2009 immaginarono la candidatura a capitale europea, telefonarono a un professore italiano che insegna in Gran Bretagna e si fecero spiegare come si fa.
Ecco uno dei tratti peculiari (e originali, nel panorama italiano e non solo meridionale) del caso Matera: i tempi lunghi.
Il secondo è la capacità di attrarre capitali e persone da fuori.
I più conosciuti come l’attore Mel Gibson, che nei Sassi alla fine del 2002 girò il film sulla Passione di Cristo, o il milanese Daniele Kihlgren, che ha impiantato un albergo diffuso con tassi di riempimento costantemente sopra l’80%.
E i meno noti, ma non meno significativi: l’inglese che produce gioielli tra i Sassi con materiali di riciclo del territorio; l’architetto irlandese che restaura case nei centri storici lucani; la traduttrice americana che organizza il festival di letteratura rosa più importante d’Europa.
Terzo elemento: il turismo a Matera è destagionalizzato (una chimera in gran parte d’Italia), tanto che gli albergatori hanno chiesto di anticipare di due settimane il festival organizzato con Radio3, «perchè a fine settembre siamo già pieni».
Il fatto è che a Matera – altra eccezione – la parola turista non piace.
Nel dossier 2019 risuonano altre espressioni. Come «cittadino temporaneo», perchè l’obiettivo è trasformare chi arriva per un weekend in una persona che vive a Matera per un tempo più lungo, ci ritorna, si radica in quello che Vittorio Sgarbi definisce «un luogo assoluto».
Un’altra espressione chiave è «abitante culturale», riferito a una persona che non aspetta lo Stato ma si occupa personalmente del patrimonio culturale cittadino sentendosene proprietario e responsabile.
Per questo la vulcanica soprintendente Marta Ragozzino (una che due minuti prima dell’inaugurazione di una mostra trovi fuori sotto il sole a spostare le transenne, non dentro a stringere le mani alle autorità ) ha deciso di affidare ai materani le opere del museo di Palazzo Lanfranchi, consentendo di portarsele a case, per diventare «ambasciatori» della cultura nel quartiere.
«Tutto questo esisteva già , noi l’abbiamo trasformato in una narrazione – dice Paolo Verri, capo della struttura organizzativa – guardare tra vent’anni è l’unico modo per arrivare in tempo, se pensiamo a recuperare il tempo perduto non ce la faremo mai».
Quindi non solo b&b, festival, pub.
Tra due mesi arriveranno i primi venti allievi della scuola di restauro, per fare «export di competenze culturali» e partecipare nel tempo a progetti anche all’estero.
E una delle idee più forti del dossier di candidatura attiene al capitolo «open data e open democracy» con investimenti sugli studenti tra 8 e 12 anni, nella regione con il più basso tasso di lettura d’Europa.
Poi, certo, senza treni nazionali e aeroporti Matera resta lontana. Nei giorni scorsi la Regione Puglia ha stanziato 20 milioni per eliminare i cinque passaggi a livello che portano il viaggio delle ferrovie locali Bari-Matera a 75 minuti.
Chissà se fino al 2019 questa «grande opera» sarà completata e consentirà di viaggiare da Bari a Matera in treno in tre quarti d’ora (meno che in auto).
Ma in ogni caso quella che si presenterà all’Europa come capitale della cultura sarà una città tutt’altro che disconnessa.
Giuseppe Salvaggiulo
(da “La Stampa”)
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