Gennaio 8th, 2020 Riccardo Fucile
TRA RANCORI E RIMPIANTI: GLI ULTIMI MESI DI CRAXI “IN ESILIO” CON UNA STRAORDINARIA INTERPRETAZIONE DI PIERFRANCESCO FAVINO
Se Meryl Streep e Gary Oldman hanno spuntato l’Oscar per le loro sublimi incarnazioni di Mrs.
Thatcher e di Winston Churchill, il Bettino Craxi di Pierfrancesco Favino si piazza in quella zona classifica, se non un filino più su. Favino ”è” il film di Gianni Amelio sugli ultimi mesi tunisini dello statista, perseguitato da rancori, rimpianti e da un diabete invalidante che mette a rischio gli interventi cardiaci. “Hammamet” è in sala dal 9 gennaio.
È difficile classificare un biopic che prescinde, paradossalmente, dalla cronaca politica e stilizza emblematicamente gli stessi protagonisti (Craxi nel film è “il Presidente”, tout court, chi lo ha condannato è “il Giudice”) per raccontare, cito Amelio, “l’agonia di un uomo di potere che ha perso lo scettro e va verso la morte”. Sono modalità da drammaturgia classica: non a caso il regista, che enfatizza soprattutto il rapporto padre-figlia, cita i binomi Elettra/Agamennone, Cassandra/Priamo, Cordelia/Re Lear.
Girato in gran parte nella vera residenza tunisina dei Craxi, il film ripropone il confronto-scontro già affrontato da Gianni Amelio in “Colpire al cuore”, con la stagione di Mani Pulite al posto degli anni di piombo. Ma a inchiodare, fin dalla prima sequenza, con il Leader trionfante sul palco del 45° Congresso Psi, è un lavoro di scavo “dentro” la voce, la gestualità , a postura dell’uomo che nel nostro cinema di certo non ha precedenti. La perizia prostetica è solo un dettaglio, finisci per dimenticarla.
Lo stesso Bobo Craxi, che ha preso le distanze dal film (se lo vedrete capirete perchè, il suo non è un ritratto lusinghiero), ha parlato di un attore “in stato di grazia”. Il punto è semmai la voglia dello spettatore di condividere per due ore e più quel misto di pena e arroganza, orgoglio e sconfitta, antipatia e spietata lucidità che il Bettino faviniano rende con la respirazione, con le pieghe della bocca, con ogni muscolo ma soprattutto con l’intelligenza di chi sa usare cinque ore di trucco come un transfert dell’anima.
Amelio racconta il dramma di un vinto che non si è arreso e rifiuta di fare i conti con i tribunali – anche se un rientro in Italia potrebbe salvargli la vita – perchè ritiene di essere stato condannato “per cose che facevano tutti, e noi non eravamo più condannabili degli altri”. Il suo antagonista – in termini drammaturgici – è un personaggio di fantasia, il figlio di un compagno di partito forse suicida che aveva previsto e inutilmente annunciato il precipizio.
C’è l’infamia patita dalla figlia (ribattezzata da Amelio Anita, in nome della devozione garibaldina di Craxi), ci sono gli insulti dei turisti italiani in Tunisia, c’è il simbolismo del carro armato in rovina, “arma senza volto”, abbandonato dagli inglesi. Non è riabilitazione ma vicenda umana, qualcosa di simile al Berlusconi privato narrato da Sorrentino nella seconda parte di “Loro”, con la differenza di una reggia che reggia non è, una gran villa certo, ma senza sfarzi, lontana dal mare.
A vent’anni esatti dalla morte di Bettino Craxi, con le domande infinite che restano aperte, “Hammamet” non riesce a diventare il mèlo che forse Amelio si proponeva, citando in una sequenza il Douglas Sirk de “le catene della colpa”. Quel passato che torna, rigorosamente senza nomi propri (“perchè erano troppo ovvi”), non intercetta il vissuto emotivo di un Paese.
Ma quando spunta dalla tv la voce di Berlusconi (dopo che il Presidente aveva liquidato una sua lettera con uno sprezzante: “È sempre stato un essere spregevole”) ti viene il sospetto che non del Cavaliere si tratti, ma di un’altra, perfetta, incarnazione di Pierfrancesco Favino. Chi lo conosce o sa: può farlo, con la medesima, superlativa maestria.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 24th, 2019 Riccardo Fucile
CARLO DELLE PIANE: DA TOTO’ E ALDO FABRIZI AL SUCCESSO DA PROTAGONISTA CON PUPI AVATI
110 film, Carlo Delle Piane, morto la notte scorsa a Roma a 83 anni (era nato a Roma il 2 febbraio 1936) ha attraversato dal primo dopoguerra gran parte della storia del cinema italiano nei film di Totò, Aldo Fabrizi (erano entrambi di Campo dè Fiori a Roma), Monicelli, Gassmann, Steno, Corbucci e poi negli ultimi decenni Pupi Avati.
Vinse una Coppa Volpi nel 1986 come migliore attore per Regalo di Natale e tre anni prima riconoscimenti importanti erano arrivati per Una Gita Scolastica, entrambi di Avati, il regista che ha fatto di un attore popolare ma comprimario, un vero protagonista, intuendo e valorizzando quelle doti drammatiche che per tutta la prima parte della carriera erano state incomprese
La sua fisicità , con quel setto nasale rotto (un incidente sui campi di calcio da ragazzino), la piccola statura lo avevano naturalmente posto a ruolo di spalla ma il suo talento altrettanto naturale (e autodidatta) lo avevano fatto incontrare con i grandi registi.
Mentre andava ancora a scuola fu scelto da De Sica e Duilio Coletti per interpretare il ruolo di Garoffi nel film Cuore nel ’46.
Nel 1951, sono Steno e Mario Monicelli a volerlo per affiancare Aldo Fabrizi e Totò in Guardie e ladri
Su quel set nascerà una grande amicizia con Fabrizi, che Delle Piane ricorderà sempre negli anni: un carattere molto schietto, non conformista e poi i vari film insieme, a cominciare dalla Famiglia Passaguai e una tourneè teatrale trionfale nel ’61 con Rugantino con Nino Manfredi, interpretando Bojetto, il figlio di Mastro Titta.
Nel 1954 è la volta di Un americano a Roma, dove interpreta Romolo Pellacchioni detto “Cicalone”, l’amico di Nando Mericoni, interpretato da Alberto Sordi.
Gira un film dietro l’altro, come accadeva in quegli anni prolifici del cinema italiano, sei – sette film l’anno, soprattutto commedie. Nel ’57 è in Un colpo da due miliardi (Sait-on jamais…) di Roger Vadim, nel ’72 in Che? di Roman Polanski, tra i film internazionali.
Nel 1973 ebbe un incidente automobilistico e rimase in coma per più di un mese. Fu Pupi Avati a richiamarlo al cinema, nel ’77, con Tutti defunti…tranne i morti.
Da lì un sodalizio arrivato fino al 2004 con La Rivincita di Natale. Nel 1997 interpretò e diresse il suo unico film da regista, Ti amo Maria. Chi salverà le rose? di Cesare Furesi, spin-off del lungometraggio Regalo di Natale di Pupi Avati​, girato nel 2017 è il suo ultimo film. Nel 2013 si era sposato con la cantante Anna Crispino.
(da agenzie)
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Luglio 31st, 2019 Riccardo Fucile
E’ MORTO A 94 ANNI IL POPOLARE CONDUTTORE E COMICO TELEVISIVO BOLOGNESE…RECITO’ NEL CAPOLAVORO “ITALIANI BRAVA GENTE”
Si è spento nella notte all’hospice di Castel San Piertro, nel Bolognese, l’attore Raffaele Pisu. Aveva 94 anni. Nato a Bologna il 24 maggio del 1925 è stato uno dei più popolari comici e conduttori radiofonici e televisivi nell’Italia del Dopoguerra, nell’epoca del boom televisivo, partecipando a trasmissioni di grande successo nazionale degli Anni Sessanta come “L’amico del giaguaro”, “Ma che domenica amici” e “Senza rete”.
Ex partigiano (durante la guerra venne imprigionato per 15 mesi in un campo di concentramento tedesco), fu uno dei protagonisti del capolavoro cinematografico “Italiani brava gente” di Giuseppe De Santis, del 1965, presentato in versione restaurata all’ultima Festa del Cinema di Roma.
Istrionico, sarcastico, poliedrico: poteva passare dalla recitazione di ruoli drammatici ad animare Provolino, celebre pupazzo televisivo per i bambini degli Anni Settanta.
Ha vissuto almeno altre due giovinezze, in una carriera che ha conosciuto altri due picchi notevoli in successivi momenti. Nel 1989 si fece conoscere dalle nuove generazioni di telespettatori conducendo “Striscia la notizia” su Canale 5 insieme a Ezio Greggio.
Al cinema – dove ha lavorato in 37 film – tornò con “Le conseguenze dell’amore” del futuro Premio Oscar Paolo Sorrentino nel 2004 mentre la sua ultima apparizione da protagonista è stata nella commedia noir “Nobili bugie” del 2018 accanto a Claudia Cardinale e Giancarlo Giannini con il figlio Antonio Pisu alla regia e il figlio naturale, scoperto solo pochi anni prima, Paolo Rossi, come produttore con la Genoma Films (nata proprio dopo questo sorprendente incontro).
L’ennesimo ritorno alle luci della ribalta lo aveva visto nuovamente sotto i riflettori delle principali tramissioni televisive negli ultimi mesi.
Con questa sua nuova famiglia – che lo ha circordato d’affetto fino all’ultimo – era anche stato ricevuto nello scorso autunno dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Quirinale in udienza privata, in occasione del restauro di “Italiani brava gente”.
La sua città lo ha celebrato nei mesi scorsi con l’onoreficenza della Turrita d’oro e una retrospettiva alla Cineteca.
(da agenzie)
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Luglio 24th, 2019 Riccardo Fucile
IL “NAUFRAGO BAMBINO” DELLO STREET ARTIST ERA COMPARSO A MAGGIO SU UN MURO IN UN EDIFICO FATISCENTE SOTTOPOSTO A VINCOLI
La denuncia sociale gli è costata una denuncia penale, per imbrattamento. E, anche se con
ogni probabilità si concluderà con un’archiviazione, la vicenda fa discutere, proprio come tutte le iniziative che lo vedono protagonista. Perchè lui è Banksy, lo street artist senza volto più famoso del mondo.
A maggio l’artista inglese – l’ipotesi più accreditata è che sia di Bristol – scelse Venezia come palcoscenico.
Realizzando e rivendicando come originale, pubblicandone la foto qualche giorno dopo sul suo profilo Instagram, un piccolo profugo che tiene in mano una sorta di torcia, per segnalare la sua presenza al mondo.
Come tela scelse la parete di un palazzo, affacciato su Rio Novo, a San Pantalon, a due passi da campo Santa Margherita. Un palazzo disabitato e privato. Ma vincolato, come gran parte degli edifici di Venezia, dal punto di vista storico e artistico.
Ecco perchè la Soprintendenza, più per una formalità dovuta che per convinzione, nei giorni successivi alla comparsa del murales ha presentato denuncia alla procura di Venezia dove è stato aperto un fascicolo contro ignoti (Banksy) per violazione, restando nel campo delle leggi, del decreto 42/2004 che impone la richiesta di un’autorizzazione per intervenire, con decorazioni pittoriche, sulle pareti dei palazzi vincolati.
D’altro canto nella denuncia è la stessa Soprintendenza a evidenziare che, quel bimbo profugo non autorizzato e con la torcia in mano, è indiscutibilmente un’opera d’arte.
Tanto che, se il proprietario del palazzo volesse legittimamente ripristinare la parete, dovrebbe prima far staccare il dipinto. Per salvarlo e conservarlo.
Ipotesi remota, dal momento che, subito dopo l’apparizione del murales, nei siti delle agenzie immobiliari di lusso erano apparse le nuove foto del palazzo di San Pantalon, pubblicizzato come “l’edificio scelto da Banksy per Venezia”.
Aspetti commerciali a parte, è la stessa Soprintendenza ad augurarsi che il dipinto non venga rimosso, per garantire a tutti di vederlo nel luogo in cui è stato pensato. Con i piedi del bimbo che sfumano nell’acqua del rio.
Alla luce della valutazione artistica dell’opera, che non può quindi essere classificata come imbrattamento, e dell’impossibilità di risalire a un nome e cognome per l’individuazione di Banksy, nelle scorse ore la procura di Venezia, con il pm Federica Baccaglini, ha chiesto l’archiviazione, anche se l’ultima parola spetta al giudice per le indagini preliminari.
Nuovo capitolo della saga Banksy a Venezia i cui collaboratori, sempre a maggio, durante una performance con la composizione di una serie di tele contro le grandi navi in laguna, vennero allontanati da San Marco dai vigili urbani. Anche in quel caso lo staff di Banksy era privo di permessi.
(da agenzie)
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Luglio 20th, 2019 Riccardo Fucile
ARBORE E LAURITO: “HA LASCIATO UN’ITALIA CATTIVA, CI RTROVEREMO A NAPOLI IN UN’ALTRA VITA”
Il feretro bianco arriva alle 10.50 tra gli applausi di migliaia di persone in attesa all’esterno della
chiesa, già gremita alle prime ore del mattino. La bara passa tra due ali di gente che scatta foto con gli smartphone. Il rito è celebrato da padre Giovanni Paolo Bianco davanti ai cittadini che hanno voluto rendere omaggio all’ingegnere filosofo che ha saputo interpretare l’animo partenopeo: “Ha dato onore alla città , sapeva parlare alla gente. Napoli perde un grande uomo, un uomo d’amore”. Le persone che non sono riuscite a entrare in chiesa ripetono le sue battute nel cortile esterno.
“Il mare nei suo occhi e il Vesuvio nel suo cuore” dice padre Bianco sull’altare.
Nella navata tre minuti di applausi. “Figlio di questa terra – aggiunge il parroco – Luciano De Crescenzo ha sempre sottolineato il suo essere napoletano. Pensava e lasciava pensare. Filosofo, ha saputo tradurre in linguaggio semplice i grandi pensatori e si è definito uomo d’amore, ha definito i napoletani un popolo d’amore. Faceva parte di una tv dove non si gridava, ed è bello consegnare il suo insegnamento a tanti giovani che oggi sono dietro una tastiera e perdono la bellezza dell’incontro”.
Padre Bianco poi legge alcuni versi di “Era de maggio”: “Napoli ha perso un grande figlio”.
In chiesa gli amici di una vita, quelli che ieri si sono recati alla camera ardente allestita in Campidoglio. Marisa Laurito e il sociologo Domenico De Masi, E Renzo Arbore, legato a De Crescenzo da un’amicizia fraterna.
La zona presidiata dalle forze dell’ordine, presente il presidente della Regione Vincenzo De Luca, mentre l’assessore alla Cultura Nino Daniele è stato delegato dal sindaco de Magistris, che si trova a Palermo per la commemorazione di Borsellino. Il Comune ha dichiarato il lutto cittadino, bandiere a mezz’asta.
“Vogliamo dedicare subito una strada della città a De Crescenzo, vico Belledonne perchè lui pensava che dobbiamo ricordarlo con un sorriso e quando c’è un sorriso c’è ancora speranza per il mondo” ha detto l’assessore Daniele scatenando un lungo applauso.
La figlia Paola: “Era un desiderio di papà , ringrazio la città “.
Arbore e Laurito hanno difficoltà a parlare per la commozione, l’attrice e la figlia cercano di sistemare sul feretro corone di fiori e una sciarpa del Napoli donata da un tifoso.
Appassionati i ricordi degli amici sull’altare. “Luciano tocca a me – urla Arbore quasi in lacrime – il regalo più bello è l’applauso della tua Napoli, non so come ricambiare. Penso a quello che vorresti sentirti dire, ma come faccio a sintetizzare la tua vita? Primo in tutto: nell’ingegneria, nello sport, nella filosofia. Non ti posso sintetizzare, posso dire solo alcune cose: la Napoli che hai cantato non è quella del passato, della nostalgia. Napoli ha avuto tante stagioni che ci hanno fatto soffrire: il terremoto, la bambina morta a Forcella, le disgrazie. Ma questa è la Napoli di sempre che sotterrerà tutti noi, la Napoli della bellezza, della cultura, del sole, della sensibilità , dell’amore per il pubblico. La Napoli che sopravvive agli intellettuali che non ti volevano bene. Ti sei vendicato Luciano, scusa se faccio il tuo avvocato”.
E ancora: “Rubavo le tue battute, sei stato un uomo d’amore. Generoso di cuore, meno di portafoglio – sorride – per farti brillare gli occhi bisognava dirti “ti portiamo a Napoli” ma non ti volevamo portare qui da morto. Adesso un regalo: per te il tuo popolo si scambia un segno d’amore”. Strette di mano e abbracci tra i presenti.
Marisa Laurito legge la prefazione di un libro del filosofo, “Panta rei”.
Le pagine ripercorrono velocemente – attraverso i ricordi – la vita di De Crescenzo, la lettura commuove: dalle dimissioni all’Ibm agli amori, dalla figlia agli amici, dai premi ai primi mali.
“Non cambierà mai l’amore che ti vogliamo – dice con voce rotta dal pianto Laurito – hai illuminato la mia vita con l’intelligenza, la cultura, e io ricorderò sempre i tuoi dolcissimi occhi. Se ci sarà una resurrezione, la prossima vita voglio nascere e vivere con te a Napoli, Luciano”.
Il sociologo Domenico De Masi: “Ci ha lasciato l’importanza delle radici, il messaggio dell’allegria – patrimonio dei napoletani – e il messaggio della convivialità . E’ stato sempre “il gruppo”, mai solo. Questi suoi amici carissimi, Renzo e Marisa, gli hanno cantato tutte le canzoni napoletane fino all’ultimo istante e forse , se ci pensate, ognuno di noi vorrebbe morire così. Luciano amava due poesie. La prima di Eduardo, del 1948, dolcissima: “Io vuless truvà pace”, ve la leggo io. La seconda Marisa”.
La seconda poesia dedicata dalla Laurito a De Crescenzo in vita. Gli amici del filosofo – Laurito, Benedetto Casillo, Marina Confalone e De Masi – leggono insieme i versi sull’altare. Glejeses prende la parola: “Voglio ricordare le parole di Luciano: ‘A forza di levare il trucco da Napoli, di dimenticarsi di mandolino, pizza, sole e mare, le stanno togliendo la pelle’ diceva. Noi, Luciano, quel trucco non ce lo toglieremo. E voglio dirvi una cosa: quando girammo la famosa scena del camorrista con Nunzio Gallo, voi non lo sapete, ma per quella scena Luciano fu minacciato dalla camorra. Non l’ha mai detto”.
Poi Vincenzo De Luca: “Ho visto migliaia di persone semplici venendo qui. De Crescenzo sembrava l’uomo di un mondo scomparso, oggi invece ci siamo resi conto che quella immagine gentile, semplice, persino debole, era una grande presenza che ci illuminava”. Il presidente della Regione ricorda il dialogo cinematografico del professor Bellavista con il dirigente milanese e il discorso al camorrista in “Così parlò Bellavista”: “‘I problemi non possono diventare un alibi’ diceva nel film De Crescenzo – sottolinea De Luca – perchè se ci diamo alibi pregiudichiamo il futuro dei nostri figli e rendiamo impossibile la vita nei nostri territori. Un messaggio di rigore dato con gentilezza. De Crescenzo è stato un maestro vero, un filosofo – conclude il governatore – ha lasciato una grande lezione. La grandezza è sempre legata all’umanità e alla semplicità “.
All’uscita del feretro un lunghissimo applauso. “Luciano, Luciano, Luciano” grida la folla che lo accompagna e cerca di toccare la bara all’esterno della basilica. Un corteo spontaneo di cittadini segue l’auto che si allontana tra gli applausi. E alcune donne intonano “Era de maggio”.
(da agenzie)
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Luglio 17th, 2019 Riccardo Fucile
E SU MONTALBANO DISSE: “IL COMMISSARIO FINIRA’ CON ME”
Fenomeno letterario davvero unico e inimitabile, Andrea Camilleri, morto oggi a 93 anni, è diventato autore bestseller a oltre 70 anni. Il successo arrivato in tarda età ha raggiunto cifre record ma si è visto quanto non sia radicato solo nei numeri.
Autore di oltre cento libri pubblicati – il centesimo è ‘L’altro capo del filò – con i titoli usciti per Sellerio, il suo editore, ha venduto venticinque milioni di copie in Italia ed è tradotto nelle lingue di tutto il mondo, dal giapponese al gaelico. E con Mondadori, che ha da poco pubblicato Km 123, l’inedito per l’anniversario dei 90 anni dei Gialli, ha venduto circa 6 milioni di copie. I suoi libri non facevano in tempo ad uscire che entravano in testa alle classifiche dei più venduti, piacendo dal nord al sud Italia e a lettori di tutte le età .
Il 15 luglio lo scrittore, che il 6 settembre avrebbe compiuto 94 anni e da qualche anno era cieco, era atteso per la prima volta sul palco delle antiche Terme di Caracalla in una serata speciale di teatro con con ‘L’autodifesa di Cainò. Lo spettacolo seguiva il successo di ‘Conversazione su Tiresia’ da lui scritto e interpretato al Teatro Greco di Siracusa nel 2018 e divenuto un film diretto da Roberto Andò e Stefano Vicario.
Il salto alle grandi tirature è avvenuto per Camilleri con il suo commissario Salvo Montalbano, apparso per la prima volta nel romanzo ‘La forma dell’acquà del 1994. A 25 anni da quell’esordio è uscito in questi giorni il ventisettesimo romanzo con protagonista il commissario: ‘Il cuoco dell’Alcyon’
In tutto sono trenta i libri Sellerio con Montalbano, se si considerano le tre antologie ‘Morte in mare aperto e altre indagini del giovane’, ‘Un mese con Montalbano’ e ‘Gli arancini di Montalbano’. Il nome del commissario è un omaggio a uno degli scrittori più amati da Camilleri: Manuel Vazquez Montalban e il modello ideale è stato Maigret.
Ma il vero balzo mediatico si è realizzato nel 1996 quando Maurizio Costanzo, in una puntata della sua trasmissione, ha invitato a comprare ‘Il ladro di merendine’ impegnandosi a restituire i soldi se il libro non fosse piaciuto.
Da allora non si è più fermata la fortuna del commissario – colto, gran lettore di romanzi, ghiotto, fidanzato con Livia – che è entrato nell’immaginario collettivo grazie all’interpretazione di Luca Zingaretti, ex allievo di Camilleri, negli episodi della serie di Rai1, al top degli ascolti anche in replica.
Montalbano ”è′ un monumento che se ne sta lì, ancora destinato a crescere per qualche anno. Terminerà quando finirò io” aveva detto all’ANSA Camilleri in occasione dei vent’anni del suo commissario le cui avventure si sarebbero dovute fermare al secondo episodio e invece non si sono mai arrestate e lo scrittore stava già lavorando al trentunesimo titolo. “Non mi facevo capace di avere una tale fantasia per la lunga serialità . Però ci sono riuscito” aveva spiegato lo scrittore, incallito fumatore.
Regista, sceneggiatore, autore teatrale e televisivo delle più conosciute produzioni poliziesche della tv italiana, dal tenente Sheridan a Maigret, Camilleri è nato il 6 settembre 1925 a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento. Prima di Montalbano lo scrittore ha appassionato una cerchia di lettori di mezza età che non lo ha mai abbandonato pubblicando, dopo il rifiuto di 14 editori, ‘Il corso delle cose’ (Lalli, ’78). Il primo libro uscito con Sellerio è ‘La strage dimenticatà del 1984 cui sono seguiti ‘La stagione della caccia’, ‘Il birraio di Preston’, ‘Un filo di fumo’, ‘La concessione del telefono’, diventati dei cult. Tutto senza fare troppo chiasso, come nello stile dell’ amica Elvira Sellerio, per lo scrittore “una sorella”. Il suo editore storico per i novant’anni lo aveva festeggiato con l’uscita, in tiratura limitata, de ‘I sogni di Camilleri’, dove sono raccolti i brani in cui sognano i personaggi di tutti i libri dello scrittore e un volume celebrativo con una serie di saggi in cui era proposta una chiave di lettura della sua opera, del rapporto con la lingua, i luoghi e le abitudini, firmati da critici e intellettuali come Salvatore Silvano Nigro, Giovanni De Luna, Tullio De Mauro
Pubblicato oltre che da Sellerio, da Mondadori – che ha puntato molto su Montalbano contribuendo alla sua fortuna e poi da minimum fax, Chiarelettere e Rizzoli, il Commissario e il suo autore non hanno mai smesso di stupire. “Le sue avventure seguono un ordine cronologico preciso invece l’editore li ha mescolati. E’ meglio che sia così”, ha raccontato Camilleri. E se il suo “unico vero maestro è “stato Orazio Costa”, Camilleri – che ha una memoria di ferro nel ricordare episodi della sua vita e un grande senso dell’ironia – ha più volte raccontato di sentire “immensamente” la mancanza di Leonardo Sciascia, suo fondamentale punto di riferimento.
Camilleri avrebbe voluto finire la sua carriera “seduto in una piazza a raccontare storie e alla fine del mio ‘cunto’, passare tra il pubblico con la coppola in mano” aveva detto più volte lo scrittore.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 17th, 2019 Riccardo Fucile
E’ MORTO ANDREA CAMILLERI, AVEVA 93 ANNI
È morto all’età 93 anni lo scrittore Andrea Camilleri. Lo comunica la Asl Roma 1 “con profondo
cordoglio”, precisando che il papà del Commissario Montalbano si è spento alle 08.20 di questa mattina presso l’Ospedale Santo Spirito.
“Le condizioni sempre critiche di questi giorni si sono aggravate nelle ultime ore compromettendo le funzioni vitali. Per volontà del Maestro e della famiglia le esequie saranno riservate. Verrà reso noto dove portare un ultimo omaggio”, si legge nella nota.
Nato a Porto Empedocle (Agrigento) nel 1925, da metà giugno era ricoverato in seguito a problemi cardiorespiratori. Avrebbe compiuto 94 anni il 6 settembre. Prima che scrittore di successo, è stato regista di teatro, televisione e radio, oltre che sceneggiatore. Ha percorso anche la strada dell’insegnamento, con un corso di regia presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica.
Amatissimo dal pubblico – ricorda l’Ansa – Camilleri ha sempre usato la sua forza mediatica per intervenire sul sociale, per cercar di far arrivare ai suoi lettori alcune idee base di democrazia, eguaglianza e dignità che oggi, purtroppo, non possono più essere date per scontate.
La sua importanza come artista e intellettuale è stata proprio in questo costante impegno nella scrittura legata alle idee (si vedano un libro quale “Come la penso” del 2013 o le sue prese di posizione sul governo Berlusconi e oggi verso Salvini), proposte con la sua aria bonaria ma anche con un preciso vigore, con quel guizzo negli occhi che rende vero e vitale quel che si sta dicendo, senza perdere forza nemmeno ora che gli occhi gli si erano spenti.
E i modi per dirlo, oltre a quelli diretti delle interviste su temi caldi del momento, sono anche quelli dei romanzi, in particolare quelli costruiti su influenza di Sciascia partendo da un avvenimento storico del passato più o meno recente, ma tutti alla fine incentrati sul nodo dei rapporti tra potere e malavita organizzata.
Traccia di questo resta anche nelle avventure contemporanee di Montalbano nella sua Vigata, nate nel 1994 con “La forma dell’acqua”, ritratto di vita e malavita di provincia (quella di Montelusa) in cui comunque emerge la figura del protagonista, con la sua malinconica ironia, e la caratterizzazione dei personaggi di contorno (il che ha fatto anche la eccezionale fortuna della serie tv con Luca Zingaretti), simpatico e abile commissario con una moralità tutta sua da cui non prescinde mai e con un modo personale di svolgere le indagini, spesso apparentemente attratto più dagli elementi di contorno e da rivelatori indizi divagatori che dalla sostanza del crimine.
Figure e ambienti divertenti e ironici che rivelano echi, personalmente reinventati, della letteratura gialla che va da Simenon (di cui amava ancor più i romanzi senza Maigret) a Vazquez Montalban passando per Scerbanenco, ma soprattutto sono proposti in un’abile costruzione di ritmo narrativo incardinato su un dialogo magistrale e sostenute da quella personalissima lingua da lui creata, misto di italiano ed echi di siciliano, la cui espressività tanto conquista i suoi lettori ma spesso ha fatto storcere il naso a certa critica.
“Non si tratta di incastonare parole in dialetto all’interno di frasi italiane – spiegava – quanto di seguire il flusso di un suono, componendo una sorta di partitura che invece delle note adoperi il suono delle parole. Per arrivare ad un impasto unico, dove non si riconosce più il lavoro strutturale che c’è dietro. Il risultato deve avere la consistenza della farina lievitata e pronta a diventare pane”. Per questo l’ultima lettura risolutiva, prima di consegnare un testo, era sempre ad alta voce.
La teatralità , l’abilità nei dialoghi, la costruzione delle trame sono rivelatori degli altri e non minori aspetti di questo artista, nato a Porto Empedocle (Agrigento) nel 1925, ma vissuto a Roma sin dal dopoguerra e dal 1949 regista (il primo a rappresentare Beckett in Italia) e autore teatrale e di saggi sullo spettacolo e scritti su Pirandello, oltre che per anni titolare di una cattedra di regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. Un legame con la scena mai spezzato se anche negli ultimi anni, ormai persa praticamente del tutto la vista, costretto a dettare e farsi rileggere i propri libri, gli ultimi Montalbano, si è esibito al teatro greco di Siracusa in un suo monologo ispirato alla figura del veggente cieco Tiresia e si preparava a recitarne uno nuovo a Caracalla su Caino.
Nelle vesti di funzionario Rai delegato alla produzione e sceneggiatore lega poi il suo nome a famose produzioni poliziesche della tv italiana, che avevano come protagonisti il tenente Sheridan e il commissario Maigret.
E se pubblica e scrive poesie sin dai suoi vent’anni, arriva davvero alla scrittura narrativa solo verso i 60 anni, con ‘Il corso delle cose’, pubblicato nel 1978 gratis da un editore “a pagamento” con l’impegno di citarlo nei titoli dello sceneggiato tv tratto dal libro, “La mano sugli occhi”, che comunque non ne aiutò la fortuna.
Nel 1980 esce quindi da Garzanti ‘Un filo di fumo’, il primo in cui compare la cittadina immaginaria di Vigà ta ma è solo nel 1992, con l’uscita da Sellerio, che sempre resterà il suo editore principale, de “La stagione della caccia”, che grazie al passaparola dei lettori diventerà un sorprendente successo, confermato poi dal boom de “Il birraio di Preston”.
Camilleri ama la scrittura, ha una storia teatrale legata all’amore per l’alta avanguardia novecentesca e ha radici nella sua Sicilia e nel passato classico, così i suoi romanzi sorprendono spesso per scelte innovative, come accade nel 2008 con l’uscita de ‘Il tailleur grigio’ e, lo stesso anno, de ‘Il casellante’, seconda parte di una trilogia di romanzi legati al mito, di cui fanno parte “Maruzza Musumeci” e “Il sonaglio”.
Scrive costantemente, quotidianamente e nel 2016, a 91 anni, nella nota finale del suo centesimo libro, “L’altro capo del filo”, dichiara che si tratta di “un Montalbano scritto nella sopravvenuta cecità ” che ha dovuto dettare alla sua assistente Valentina Alferj, “l’unica che sia ormai in grado di scrivere in vigatese”. E lo stesso vale per tutto ciò che ha firmato da allora, sino all’ultimo Montalbano appena uscito, “Il cuoco dell’Alcyon”, giocato su recite e finzioni.
I suoi rimpianti, divenuto cieco, diceva che riguardavano principalmente il non vedere più l’amatissima pittura e il non riuscire più ad ammirare la bellezza femminile.
Negli anni, con i libri tradotti in trenta lingue e decine di milioni di copie vendute nel mondo, ha ricevuto una decina di lauree honoris causa e tanti premi.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 15th, 2019 Riccardo Fucile
SI E’ SPENTO A 96 ANNI, LUNEDI’ LA CAMERA ARDENTE IN CAMPIDOGLIO
È morto nella sua casa a Roma Franco Zeffirelli. Sceneggiatore, attore, regista, aveva 96 anni. 
“Ciao maestro” si legge sul sito della fondazione che porta il suo nome: “Si è spento serenamente pochi minuti fa Franco Zeffirelli. Era nato a Firenze 96 anni fa. La scomparsa è avvenuta alla fine di una lunga malattia. Il maestro riposerà nel cimitero delle Porte Sante di Firenze”.
La camera ardente si terrà lunedì il Campidoglio: lo fanno sapere i figli Pippo e Luciano.
L’ultimo lavoro del regista, un sogno coltivato per oltre dieci anni, è stata la regia di una nuova Traviata che aprirà la stagione del Festival lirico all’Arena di Verona la prossima settimana, il 21 giugno. Ma il Maestro guardava già avanti, al nuovo progetto: un Rigoletto il cui debutto era previsto per il 17 settembre 2020 in Oman alla Royal Opera House di Muscat.
Il sodalizio con Visconti e quel rotolo sotto il braccio
Nato a Firenze il 12 febbraio 1923, il bambino Gianfranco Corsi Zeffirelli perse subito il padre, che non lo riconobbe, e la madre, che morì, quando aveva solo sei anni. Allevato da una coppia che lui chiamava zii ma che in realtà erano cugini del padre, il giovanissimo Franco ebbe una figura paterna nel suo istitutore, Giorgio La Pira, futuro padre della Costituente e amatissimo sindaco di Firenze negli anni 50.
Dopo un periodo in un istituto Zeffirelli frequentò l’Istituto delle Belle Arti fino a debuttare a teatro per Luchino Visconti. Il primo incontro con il grande regista lo ricordava così: “Venne a Firenze con la sua compagnia, mettevano in scena La via del tabacco, andai a partecipare a dei provini come attore, ma Visconti mi scartò per il mio accento toscano. Fu incuriosito però da un rotolo di miei disegni che mi portavo sempre appresso, mi chiese di vederli e mi assunse come assistente scenografo perchè lui non sapeva neppure tenere un pennello in mano”. Il primo grande lavoro che firmò furono le scenografie per la prima italiana di Un tram che si chiama desiderio di Tennesee Williams
Dal teatro al cinema sul set di due grandi opposti
Fu Luchino Visconti ad avvicinarlo al cinema portandolo sul set di due film, La terra trema e Senso, “una sorta di università del cinema” la definirà poi Zeffirelli. Insieme a Francesco Rosi ne fu aiuto regista.
Negli anni Cinquanta curò la regia di numerose opere teatrali (molto Shakespeare), mentre al cinema come autore finì per debuttare nel 1957 con la commedia giovanile Camping, un titolo che con il passare degli anni Zeffirelli finì per disconoscere.
Per gli anni Cinquanta e quasi tutti i Sessanta si dedicò completamente al teatro mettendo in scena La Cenerentola di Rossini e L’elisir d’amore di Donizzetti per La Scala, iniziando poi a lavorare all’estero al Covent Garden di Londra, al King’s Theater di Edimburgo
Shakespeare in sala
Alla fine degli anni Sessanta si impose nel panorama cinematografico internazionale con due trasposizioni per il grande schermo di opere di Shakespeare: La bisbetica domata (1967) con Elizabeth Taylor e Richard Burton e Romeo e Giulietta (1968) con gli abiti di Danilo Donati e la fotografia di Peppino De Santis, premiati con l’Oscar.
Il film del ’67 fu girato negli studi romani Dinocittà di Dino De Laurentiis e fu un grande successo di botteghino soprattutto negli Stati Uniti. Per interpretare la coppia shakespeariana Zeffirelli avrebbe voluto Loren e Mastroianni, ma infine fu contento della chimica della coppia esplosiva americana che ricordava così: “Una fatalità li aveva uniti: lei era la stella, lui portava la cultura. Stare con loro sul set fu un grande divertimento per tutti perchè riuscimmo a smontare il meccanismo dei capricci, se facevano qualcosa per sbalordire la troupe noi reagivamo ridendo invece che prendendocela”.
Romeo e Giulietta, versione per il grande schermo della messinscena teatrale di Zeffirelli per l’Old Vic di Londra, segnò la prima versione cinematografica in cui gli attori principali erano molto vicini all’età dei personaggi originali; durante le riprese Leonard Whiting (Romeo) aveva diciassette anni, Olivia Hussey (Giulietta) sedici.
Tra i titoli più amati di Zeffirelli, il film fu un enorme successo di pubblico in tutto il mondo (quasi 40 milioni di dollari d’incasso nei soli Stati Uniti).
Uscito nell’anno delle rivolte studentesche il film, nonostante la sontuosa veste estetica, racconta molto del tempo in cui fu girato in particolare per quel che riguarda la lotta fra il mondo giovanile e quello adulto che vorrebbe imbrigliare i due amanti in obblighi familiari e convenzioni.
Una sequenza d’amore in cui viene svelato il seno nudo della giovane Giulietta fece scandalo e fu condannata dalla censura tanto che in Inghilterra persino la protagonista non potè entrare in sala a vedere il suo stesso film poichè non aveva la maggiore età .
I Settanta spirituali e gli Ottanta teatrali
Gli anni Settanta furono un decennio particolarmente legato alla spiritualità per Zeffirelli che nel 1971 firmò Fratello sole, Sorella Luna dedicato alla figura di San Francesco e Santa Chiara e poi nel 1977 il kolossal tv su Gesù di Nazareth che venne poi programmato anche al cinema.
Tra questi due titoli Zeffirelli curò anche la regia televisiva dell’apertura dell’Anno Santo nel 1974. Poi, mentre proseguiva l’attività teatrale tra La Scala, il Met e l’Opera di Parigi, negli anni Ottanta Zeffirelli diresse La Traviata, l’Otello realizzandone dei veri e propri film e non teatro filmato.
Per quel che riguarda l’opera verdiana Zeffirelli utilizzò un mezzo propriamente cinematografico, il flashback, per raccontare la storia di Violetta trasformando in vera attrice di cinema la cantante greco-canadese Teresa Stratas accanto al tenore Placido Domingo nel ruolo di Alfredo.
Gli anni Ottanta si chiusero con un biopic dedicato al giovane Toscanini, decisamente meno riuscitoGli anni Novanta: l’Amleto di Gibson e il tè con Mussolini rispetto alle due opere per il grande schermo, si raccontavano i primi passi del più grande direttore d’orchestra italiano affidato all’attore americano C. Thomas Howell. Tra le curiosità del film la presenza di Elizabeth Taylor, che mancava dal grande schermo da una decina di anni, nel ruolo del soprano russo Nadina Bulichoff.
Gli anni Novanta: l’Amleto di Gibson e il tè con Mussolini
Mentre Kenneth Branagh iniziava il suo lavoro su Shakespeare realizzando Enrico V Zeffirelli decise di tornare a portare al cinema l’opera del Bardo e in particolare l’Amleto prima “che lo facesse lui”, come avrebbe poi ammesso lo stesso regista anni dopo. Per il suo Amleto Zeffirelli scelse la star australiana Mel Gibson e arrivò a Los Angeles con un montaggio di sue interpretazioni che gli suggerivano certe qualità che cercava per il personaggio, l’agente di Gibson aveva messo in guardia Zeffirelli sul fatto che difficilmente avrebbe accettato invece Gibson accettò immediatamente.
La lavorazione fu però faticosissima perchè, come racconterà poi il regista, “fu tutto il tempo in lotta con me perchè era in lotta con se stesso”.
Seguì Storia di una capinera con cui Zeffirelli ritrovò Verga che aveva scoperto grazie a Visconti sul set di La terra trema e poi Jane Eyre da Charlotte Bronte con la ventiquattrenne Charlotte Gainsbourg.
Con la sua autobiografia cinematografica, Un tè con Mussolini, Zeffirelli mescolò ricordi personali, vicende inventate e qualche cenno storico della Firenze degli anni Trenta per un affresco visto dal punto di vista di un ragazzino alter ego del regista, figlio illegittimo come lui di un mercante di stoffe e allevato da un gruppo di signore inglesi (tra cui Joan Plowright, Judi Dench e Maggie Smith).
Un progetto che il regista aveva sognato fin dall’inizio della sua carriera cinematografica e che riuscì a realizzare praticamente solo alla fine ottenendo, come quasi sempre, un successo maggiore in Inghilterra e Stati Uniti che in Italia.
Il film sulla Callas e quello mai fatto su Francesco e gli arabi
Nel 2001 Zeffirelli firmò il suo ultimo titolo per il cinema, mentre a teatro ha continuato a produrre allestimenti tra cui i Pagliacci per il Teatro Filarmonico di Verona o La Bohème per il Met di New York, dedicato alla sua grande amica Maria Callas, Callas Forever con Fanny Ardant. “Era una donna molto divertente, insieme ridevamo come matti e poi era un vero e proprio genio, un talento: ogni cosa che toccava diventava meravigliosa, voleva solo la perfezione” la ricordava.
Anni dopo aveva poi sentenziato: “Quel film è stato un errore dal punto di vista delle regole che governano il cinema commerciale. Non puoi evocare un personaggio straordinario senza mostrarlo nel momento più alto, io invece l’ho mostrata alla fine, quando non aveva più voce. Il pubblico voleva vedere Callas trionfare e non ha amato il film”.
Avrebbe voluto realizzare ancora un titolo a cui aveva lavorato molto in realtà e che più di una volta sembrava dover arrivare sul set nel giro di pochi mesi. Si sarebbe intitolato Tre fratelli da un soggetto scritto con Suso Cecchi D’Amico, voleva essere una sorta di seguito di Fratello Sole e sorella Luna.
Avrebbe raccontato la predicazione di Francesco tra gli arabi, il titolo veniva da una frase di Francesco che spezzando il pane con il sultano Al Malik e con l’ebreo Nathan dice: “Siamo tre fratelli, nutriamo le nostre anime con lo stesso pane”. Un film che probabilmente sarebbe piaciuto a papa Francesco a cui Zeffirelli ha dedicato un libro fotografico dal set del film su San Francesco.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 11th, 2019 Riccardo Fucile
LA PROVOCAZIONE ARTISTICA DELLA STREET ARTIST CRISTINA DONATI MEYER
Matteo Salvini, il ministro dell’Interno, picchia con un manganello Luigi Di Maio, il
ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico: è il nuovo murale comparso a Milano, sui Navigli.
La scena del graffito è violenta e sconcertante. Il vicepremier leghista schiaccia con la violenza il collega grillino e lo prende a manganellate.
Circa un anno fa, marzo 2018, a Roma avevamo visto il leader della Lega e il leader del Movimento 5 Stelle raffigurati mentre si baciavano, con alle spalle un cuore rosso.
Era l’inizio della relazione al governo, tempi gioiosi dopo la vittoria elettorale. Ma con il tempo l’amore tra i Matteo Salvini e i Luigi Di Maio si è consumato e, dopo un anno, li vediamo sempre litigare.
Non vanno più d’accordo su nulla: dai migranti alla cannabis light, Tav, Province, Tap, Trivelle, sgomberi, Roma e la sua sindaca Virgina Raggi. Il governo è spaccato praticamente su tutto. La rottura per molti infatti è vicina.
Chiuso il caso Siri i due si sono messi subito alla ricerca di qualche altro terreno di scontro e propaganda. È sufficiente un qualsiasi tema per rinverdire una contrapposizione.
Il murales feroce apparso su uno dei ponti dei Navigli di Milano è stato intitolato “Stato di Polizia“. L’autore è la street artist Cristina Donati Meyer.
(da agenzie)
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