Marzo 4th, 2013 Riccardo Fucile
“LA PRIMA PAROLA SPETTA AL PD, HA 460 ELETTI, IL DOPPIO DEL PDL E IL TRIPLO DI GRILLO”
«Lo dico prima io di Grillo che gioca a fare l’uomo mascherato: io non apro tavolini, non sto qui a
scambiare sedie. Decida cosa fare, altrimenti andiamo tutti a casa, anche lui».
Bersani alza i toni, ma non cambia strada.
Il leader del Movimento 5 Stelle, in viaggio da Bibbona a Roma, tiene duro sul no alla fiducia ad ogni ipotesi di governo. E allora il segretario del Pd sceglie di rilanciare: se Grillo non ci sta, in pratica, ci sono solo le elezioni.
E ad una settimana dal voto, la partita di poker ingaggiata tra Pd e 5 Stelle si fa sempre più complicata.
Bersani allontana sdegnato l’idea di un governissimo col Pdl: «Immaginare che io possa fare qualche accordo con quelli che hanno sempre impedito il cambiamento è un’ipotesi dell’irrealtà », ribadisce intervistato da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” a due giorni dalla direzione chiamata ad approvare la ‘linea’ fin qui annunciata.
E se ad oggi non ci sono state «conversazioni formali » con Grillo, è fuor di dubbio che la prima mossa tocchi comunque al Pd, rivendica il segretario: «Abbiamo 460 parlamentari, il doppio della destra e il triplo di Grillo».
E la mossa è sempre quella: «Un governo di cambiamento su un programma di otto punti che chieda su questi la fiducia».
È una partita difficile, ammette Bersani: «Nel Movimento 5Stelle ci sono cose di sinistra e cose che non lo sono affatto».
Grillo non vuole «che un figlio di immigrati nato qui sia italiano». Ed è pure «molto tiepido sull’evasione fiscale».
Senza contare la diversità sul finanziamento pubblico dei partiti, che il Movimento 5 stelle vuole abolire e Bersani invece non del tutto: «La politica una qualche forma di sostegno pubblico deve averlo, altrimenti la fanno solo i miliardari».
Altre strade per il governo però, il segretario del Pd ne è convinto, al momento non esistono. Anche se il presidente della Repubblica nutre molti dubbi su un eventuale governo di minoranza.
Sul Quirinale, dove Napolitano scadrà il 15 maggio, Bersani è comunque ottimista: «Dopo un presidente così non è semplicissimo arrivare ad una soluzione, ma penso che troveremo una convergenza».
Quanto al sindaco di Firenze Matteo Renzi, che in questi ultimi giorni è tornato a farsi sentire, «un ruolo l’avrà ». Anzi, «deciderà lui quale».
Più che dei rilanci di Bersani però, il leader del Movimento 5 Stelle sembra per ora preoccupato di ‘blindare’ i suoi neo eletti, che si riuniscono per la prima volta a Roma.
Qualcuno ha evocato cambi di casacca e salti della quaglia? Chi tradisce gli elettori e cambia partito «andrebbe preso a calci», è l’avvertimento via web del Capo ai suoi.
Soprattutto ai neo senatori, considerati i numeri e la difficoltà oggettiva a formare una maggioranza a Palazzo Madama.
«In Parlamento si pratica circonvenzione d’elettore», dice Grillo citando l’articolo 67 della Costituzione, che non riconosce nessun vincolo di mandato per deputati e senatori.
«L’eletto può fare, usando un eufemismo, il cazzo che gli pare senza rispondere a nessuno», scrive Grillo sul blog dalla sua villa di Marina Di Bibbona.
Che lascia nel pomeriggio per trasferirsi a Roma.
La lascia dopo aver praticato jogging mattutino sulla spiaggia, sfoggiando di nuovo il singolare mascheramento degli ultimi giorni ma senza dire una parola.
E dopo aver concesso interviste ai giornalisti di ‘Time’ e del ‘New York Times’, ma non ai giornalisti italiani che lo attendono fuori e lo inseguono anche nella corsa.
Grillo teleguiderà la pattuglia parlamentare? «I nostri eletti avranno piena libertà di proposta. E se non faranno il governo, la responsabilità non è certo nostra: la sinistra ha avuto un anno per fare col Pdl una riforma elettorale », dice a ‘In mezz’ora’ il sindaco di Parma Federico Pizzarotti.
Massimo Vanni
(da “La Repubblica“)
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Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile
PROSEGUONO I CONTATTI TRA PDL E PD MA IL CAVALIERE TEME CHE “BERSANI SIA PARALIZZATO”
Messo all’angolo da processi e inchieste, ignorato da Bersani e Pd che chiudono a ogni ipotesi di
larghe intese, Silvio Berlusconi alza il tiro.
Prova a scuotere democratici e grillini e si dice pronto al ritorno alle urne.
Teme l’accerchiamento e di restare col cerino in mano, dopo le aperture dei giorni scorsi.
Così, da un lato convoca la «piazza» anti giudici per il 23 marzo – non a caso molto in là nel tempo, suscettibile di annullamento – dall’altro, si dice pronto a continuare la campagna elettorale, a giocarsi la «persecuzione giudiziaria» come jolly al cospetto degli elettori.
«L’Italia rischia molto, tutti ci guardano con preoccupazione e se non dimostreremo di essere capaci di governarci e di attuare le riforme necessarie, avremo delle situazioni molto difficili» spiega Silvio Berlusconi ai microfoni di Skytg24 dopo, l’exploit mattutino in tribunale.
Secondo il Cavaliere per venirne fuori occorre «prima fare le riforme necessarie e, dopo aver cambiato la legge elettorale, andare immediatamente a nuove elezioni».
E precisa: «Io non sarei così ostile a una continuazione della campagna elettorale». Affermazioni che suonano come avvertimento, tanto più dopo l’intervista di Bersani a Repubblica con cui il segretario Pd non solo chiude, ma indica perfino il conflitto di interessi tra le priorità del suo programma di governo.
Eppure i canali di comunicazione col fronte democratico, raccontano da via dell’Umiltà , non sono ancora chiusi.
Tra Gianni Letta e Massimo D’Alema, ad esempio. Ma anche tra Denis Verdini e il capo della segreteria di Bersani, Maurizio Migliavacca.
Tutto sotto traccia, ma Berlusconi non si fa tante illusioni. «È un partito in stato confusionale, Bersani è prigioniero di dispute interne che lo paralizzano» confida il Cavaliere ai dirigenti che in sequenza lo interpellano, pur restando convinto che la via che porta a Grillo per loro non abbia sbocchi e che l’unica chance sarebbe un accordo Pdl-Pd.
Ma le sue aperture in video sono state a dir poco ignorate, e infine bocciate apertamente da Bersani.
Così, a fine giornata il portavoce Paolo Bonaiuti tira le somme: «Noi abbiamo ribadito il senso di responsabilità , ma non si può stare sulla graticola ancora a lungo».
Il vero problema, sostiene Maria Stella Gelmini, è che «il segretario pd appare molto condizionato dalla sconfitta personale e non lucidissimo, ma la trattativa sarà ancora lunga».
Berlusconi resterà ad Arcore anche il fine settimane, primo impegno ufficiale martedì a Milano, dove incontrerà gli eletti in Lombardia.
Dice ai suoi di essere pronto a tornare sul campo di battaglia. Ma non tutti nel Pdl la pensano allo stesso modo. Più cauto Angelino Alfano. Anche Sandro Bondi si lancia a sorpresa in un parziale apprezzamento dei toni usati da Bersani nell’intervista a Repubblica, facendo notare come «al di là degli sterili infantilismi politici che alimentano purtroppo la politica in Italia, si può constatare che su alcuni punti programmatici esiste una valutazione concorde».
E cita tra gli altri il passaggio in cui si dice che «l’austerità da sola ci porta al disastro».
Ma nel Pdl ci sono anche falchi come Francesco Nitto Palma, tra i big in corsa per il posto di capogruppo al Senato, che si dicono al contrario «perplessi» sul programma avanzato dal segretario Pd.
Altro che conflitto di interessi, «in questo momento le priorità sono lotta alla recessione e crescita».
E di fronte a un Pdl diviso ancora tra falchi e colombe e un Pd che a loro appare «suonato», per dirla con Altero Matteoli «non resta che confidare nel ruolo e nell’autorevolezza del capo dello Stato».
Il partito di Berlusconi conferma la sua «disponibilità e il senso di responsabilità ».
Ma ogni spiraglio sta per chiudersi.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Marzo 1st, 2013 Riccardo Fucile
BERSANI : “NESSUNA TRATTATIVA SOTTOBANCO”… IL PAESE E’ ALLO SFASCIO E QUESTI OGNI GIORNO SPARANO CAZZATE
Grillo chiude al Pd. Lo fa dal suo blog parlando di proposte che somigliano a un “mercato delle vacche”.
“In questi giorni è in atto il mercato delle vacche – scrive il leader del Movimento 5 Stelle – . Al M5S arrivano continue offerte di presidenze della Camera, di commissioni, persino di ministri. Il Pdmenoelle ha già identificato a tavolino le persone del M5S per le varie cariche dando loro la giusta evidenza mediatica sui suoi giornali e sulle sue televisioni”.
Definisce i tentativi di accordi “il solito modo puttanesco di fare politica” e attacca: “Per attuarlo però ci devono essere persone disposte a vendersi. E il M5S, i suoi eletti, i suoi attivisti, i suoi elettori non sono in vendita”.
Non si fa attendere la risposta del Pd che smentisce che siano in atto trattative nascoste con parlamentari grillini per trovare anche in Senato una maggioranza pronta a sostenere un governo Bersani.
“Nessuna trattativa nè calcoli sottobanco come scrive il Corriere”, si spiega su un tweet dell’account ufficiale del Pd.
“Il Pd gioca a viso aperto. Lo spiega bene Bersani” nell’intervista di oggi a Repubblica, si legge ancora.
Nessuna apertura a Renzi. Sono parole pesanti quelle scelte da Grillo per chiudere a un governo di coalizione con il Pd. Il leader politico non perde l’occasione per criticare Bersani che, a suo parere, “è fuori dalla storia”.
“I giochini sono finiti e quando si aprirà la voragine del Monte dei Paschi di Siena forse del pdmenoelle non rimarrà neppure il ricordo – aggiunge – . Renzi che come uniche credenziali ha quelle di aver fatto il politico di professione senza nessun risultato apprezzabile ora si candida a premier, ma non aveva perso le primarie? Questi hanno la faccia come il culo”.
“Nessuna alleanza”.
Grillo accusa i vertici del Pd di comportarsi come “volgari adescatori”.
E dice: “l M5S è composto da persone responsabili che vogliono un cambiamento radicale della morale pubblica, fermarlo è impossibile, in particolare con i soliti giochini da palazzo.
Il M5S voterà in aula ogni legge che risponda al suo programma, non farà alleanze”. La sua è una chiusura non solo al Pd, ma anche ad altri partiti: “I gruppi parlamentari del MoVimento 5 Stelle non dovranno associarsi con altri partiti o coalizioni o gruppi se non per votazioni su punti condivisi” è presente nel Codice di comportamento degli eletti portavoce del Movimento 5 Stelle in Parlamento.
E’ stato firmato da tutti i candidati e reso pubblico agli elettori prima delle elezioni, Queste regole erano note a tutti, al politburo del pdmenoelle compreso”
Renzi: “Non sarò premier”.
Intanto questa mattina il sindaco di Firenze Renzi ha smentito la voce che lo vedeva pronto a guidare il governo. “Ciò che volevo per l’Italia l’ho detto nelle primarie. Ho perso. Adesso faccio il sindaco”, ha scritto “.
Lo ha scritto su Twitter Matteo Renzi, sindaco di Firenze, smentendo le voci di una sua disponibilità a fare il presidente del Consiglio.
Secondo un articolo pubblicato oggi dal Corriere della Sera Renzi sarebbe pronto a fare il premier alla guida di una grande coalizione. “Non ci possiamo permettere neanche i rimpianti”, ha aggiunto Renzi.
Poco dopo Marco Agnoletti, portavoce di Renzi, puntualizza su tweeter: “La ricostruzione del Corriere della Sera su @matteorenzi, ‘sono pronto a fare il premier’ non è vera”.
Passano poche ore e in tarda mattinata Renzi sceglie Facebook per un secondo intervento: “Adesso leggo incredibili interpretazioni, ricostruzioni, commenti. Ho evitato di fare dichiarazioni dopo il voto perchè non volevo finire nel festival di chi la spara più grossa e nei pastoni degli addetti ai lavori”.
“Quello che volevamo per l’Italia lo abbiamo proposto alle primarie. Dagli stati uniti d’Europa fino all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, noi ci abbiamo messo la faccia, presentando un progetto serio”.
Anche oggi insomma va avanti il Circo Barnum della politica italiana sulla pelle dei cittadini tutti che hanno ben altri problemi.
La smentita. La notizia, smentita da Renzi, era nata da un’intervista della portavoce di Pierluigi Bersani, Alessandra Moretti, al Corriere della Sera.
“Mettiamo che Napolitano faccia questa scelta…. Se Renzi fosse ritenuto decisivo per un approccio diverso, saremmo tutti pronti a lavorare per questa soluzione – ha detto – . Ma mi appello alla responsabilità dei renziani. Che senso ha accanirsi contro Bersani come se fosse l’unico responsabile della sconfitta? la resa dei conti sarebbe un suicidio”.
Anche oggi insomma va avanti il Circo Barnum della politica italiana sulla pelle dei cittadini tutti che hanno ben altri problemi.
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Marzo 1st, 2013 Riccardo Fucile
SVOLTA NEL PD: IN MINORANZA I BIG A FAVORE DEL GOVERNISSIMO
Per il secondo giorno consecutivo, Pier Luigi Bersani non deflette dal suo orgoglio paziente e
disperato allo stesso tempo: “Come noi rispettiamo gli elettori anche Grillo li rispetti. I numeri li vede anche lui. Non pensi di scappare dalle sue responsabilità con le battute. Ci si vede in Parlamento e davanti agli italiani”.
È la risposta, quella del segretario del Pd, all’esortazione grillina di giornata: “Pd e Pdl votino la fiducia a un governo del Movimento 5 Stelle”.
“Ci si vede in Parlamento”, dice Bersani.
E su questo, almeno per il momento, non ci sono dubbi.
IL candidato premier del centrosinistra va avanti sulla sua linea, da sottoporre alla direzione del partito: un governo di minoranza o di scopo con un programma in grado di attrarre i consensi parlamentari del M5S.
L’ultima indiscrezione di rilievo riguarda anche la candidatura di Stefano Rodotà al Quirinale, che potrebbe essere gradito ai grillini.
In ogni caso, per Bersani l’unico dialogo possibile rimane questo.
Nonostante l’intervista di Massimo D’Alema al Corriere della Sera.
Ieri, l’ex premier ha lanciato “una proposta del Pd aperta a Grillo e Pdl”, escludendo però l’ipotesi del fatidico governissimo con Silvio Berlusconi, peraltro fresco indagato per la compravendita di senatore che fece cadere Prodi nel 2008.
Bersani non avrebbe preso bene l’intervista. Anzi.
Raccontano alcuni fedelissimi del segretario: “Ma come si fa a pescare insieme Grillo e Berlusconi? È un chiaro tentativo per far saltare tutto e tornare alle vecchie logiche della politica. Stiamo ricevendo telefonate furibonde dalla base, qualcuno non ha capito che stavolta la nostra gente ci lincia”.
Il Pdl ha apprezzato l’apertura di D’Alema, ma lo stesso presidente del Copasir avrebbe smentito le letture dietrologiche alla sua conversazione sia con il segretario di Stato americano John Kerry (incontrato a pranzo con Prodi, Amato, Monti, Gianni Letta e Frattini) sia con Bersani: “Un governo con Berlusconi sarebbe un suicidio”. Non solo, in serata in un’intervista al Tg1 si è schierato con Bersani senza se e senza ma: “O Grillo si assume le sue responsabilità oppure si rivota. Governare con Berlusconi sarebbe un errore mortale”. Insomma, una correzione, se non una retromarcia. La verità è che all’interno del Pd è in corso una mutazione genetica epocale, rispetto al ventennio della Seconda Repubblica.
Dopo anni trascorsi a dividersi sull’opportunità o meno di dialogare con B. (dalla bicamerale di D’Alema alla campagna di Veltroni nel 2008 quando non citò mai il Cavaliere) e sul tormentone delle alleanze con sinistra radicale e “giustizialisti”, il terremoto delle urne di febbraio ha azzerato lo schema moderato dei professionisti della politica.
Ossia i cosiddetti big che oggi sono o sarebbero contro la linea unilaterale del segretario: i già citati Veltroni e D’Alema, poi Fioroni, Franceschini e così via.
Ma la nomenklatura, stavolta, non avrebbe il peso del passato, quando per esempio impose a Bersani, nel novembre 2011, l’amaro calice del governo Monti.
Il segretario può contare sui “giovani turchi”, sul cento per cento dei vertici regionali, sulla la maggioranza dei gruppi parlamentari e soprattutto sulle paure materializzatesi dopo il voto: operazioni “responsabili”, dal sapore inciucista e su ispirazione del capo dello Stato, farebbero perdere un altro milione di voti al Pd, se non di più.
Stabilito il senso di marcia, Bersani continuerà a stanare Grillo, tentando di capire se il leader del M5S ha in mente un altro nome di area Pd (Barca?) per un governo di uno o due anni. Il suo sospetto è questo e solo le consultazioni al Quirinale chiariranno le ombre di questi giorni.
Fino a quel momento, ha confidato Bersani ai suoi, “ognuno terrà le sue carte coperte”.
Un riferimento ad ampio raggio, non solo a Grillo e Napolitano ma anche a Prodi, che avrebbe un canale aperto con il M5S.
Se poi il segretario del Pd andrà a sbattere sul muro del mandato esplorativo, facendosi male, si aprirà un’altra fase.
Ancora più gravata da incognite, dal voto anticipato alle ambizioni di Renzi passando per un governo tecnico.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 28th, 2013 Riccardo Fucile
L’IDEA DEL MANDATO ESPLORATIVO… NON SI ESCLUDE CHE DOPO BERSANI ENTRINO IN GIOCO LETTA E BARCA
Bersani nei suoi colloqui di queste ore lo definisce un «governo di responsabilità nazionale». E la partita è giocata su due tavoli: l’offerta al Movimento 5 Stelle e il dialogo (ripreso dopo le asprezze della campagna elettorale) con Mario Monti.
«Non ci sono subordinate – ha spiegato il segretario del Pd –, andiamo avanti con questa disponibilità . Anche perchè Grillo già si frega le mani al pensiero di un governissimo tra noi e il Cavaliere, per poi tornare a votare tra un anno e ammazzarci: non gli faremo questo regalo».
L’offerta sarà sostanziata mercoledì alla direzione del partito.
Gli uomini di Bersani stanno dettagliando le singole proposte che dovrebbero allettare i grillini e tenere alla larga Berlusconi, a partire dal conflitto d’interessi e da una vera legge anticorruzione.
«Dobbiamo stanare Grillo», è l’imput del leader del Pd.
In parallelo ha concordato con Vendola che sia proprio il leader di Sel il «pontiere» con il M5S.
C’è poi la rete degli eletti Pd in Emilia-Romagna già al lavoro per ricucire, ma soprattutto sarebbe entrato in campo Romano Prodi.
Con una telefonata a Gianroberto Casaleggio. Mediazione smentita dall’ex leader dell’Unione, ma non è un mistero che i voti grillini, oltre che per palazzo Chigi, farebbero comodo anche per il Quirinale.
La novità è che il segretario Pd, come detto più volte in campagna elettorale, non ha affatto abbandonato l’idea di imbarcare Mario Monti.
Tra Bersani e il premier c’è già stato due giorni fa un lungo colloquio telefonico.
Il fatto è che il leader democratico ha un assoluto bisogno del sostegno del Professore. In primo luogo perchè a palazzo Madama, senza i 19 montiani, un eventuale governo Bersani non avrebbe i numeri per la fiducia.
Inoltre l’ombrello internazionale offerto dalla credibilità del premier può mitigare gli effetti sui mercati dell’instabilità italiana.
«Per la maggioranza puntiamo a un’entente cordiale tra Scelta-Civica, Italia Bene Comune e Grillo», conferma il segretario socialista, Riccardo Nencini, dopo un consulto con Bersani.
L’offerta di Berlusconi, resa pubblica ieri via Facebook, invece non viene presa in considerazione, anche se Bersani è consapevole che dentro il Pd sta crescendo un’area non piccola che preferisce guardare in quella direzione.
«Dai tempi della Bicamerale del ’96 ne abbiamo prese fin troppe di fregature dal Cavaliere», avverte un fedelissimo di Bersani come Stefano Fassina.
Anche al Colle al momento nessuna strada viene esclusa. Compresa quella di un mandato esplorativo che potrebbe essere affidato a Bersani, ma anche ad Amato o allo stesso Monti.
Altri due nomi che circolano in area Pd sono quelli di Fabrizio Barca ed Enrico Letta. Il timore di Napolitano è infatti legato all’incertezza del quadro: nel caso affidasse a Bersani un incarico pieno e il segretario del Pd non riuscisse a trovare una maggioranza, a quel punto l’unica alternativa sarebbero le elezioni a giugno.
La chiusura di Bersani al leader del Pdl lo espone tuttavia al rischio di consegnarsi mani e piedi ai diktat di Grillo.
Da qui la necessità di bilanciare l’apertura al M5S con Monti.
Due tavoli dunque, per costruire un programma da portare in Parlamento e «vedere chi ci sta».
E intanto provare a trovare un’intesa sui presidenti delle Camere.
Bersani la definisce «la tattica del carciofo», una foglia alla volta per non essere travolto: prima i presidenti delle Camere (dal 15 marzo, l’anticipo della convocazione è troppo complicato), poi le consultazioni per il governo, infine la partita del Quirinale.
Ed è l’opposto di quanto vorrebbe Berlusconi. Il Cavaliere infatti, tramite un ambasciatore, ha fatto pervenire al leader del Pd un’offerta di alleanza preventiva «onnicomprensiva».
Un pacchetto unico, che comprende il governo di larghe intese (senza Grillo), le presidenze delle Camere e il Quirinale.
Dove il Cavaliere vedrebbe bene ancora l’attuale inquilino del Colle. «Diglielo a Bersani: in questo caos l’unica – ha confidato ieri Berlusconi al mediatore del Pd – è sperare in una proroga di Napolitano».
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 28th, 2013 Riccardo Fucile
E TEME L’ASSE GRILLO-PD: “MI FAREBBERO FUORI”
Pronto al patto col diavolo, pur di essere in partita. 
Pochi giorni a disposizione per disinnescare la bomba della stretta democratici-Grillo che rischierebbe di spazzarlo fuori, ma anche quella dei processi con le sentenze in arrivo.
Ecco la strategia che spinge Silvio Berlusconi a lanciare una sorta di video-ultimatum al leader Pd, dal fortino di Arcore. «Io sono disposto a votare la fiducia a Bersani premier, sia chiaro, se questo ci permetterà di dar vita a un governo politico, un governo di responsabilità , senza più tecnici» è l’uscita a sorpresa del capo al cospetto di Angelino Alfano, Denis Verdini, Paolo Bonaiuti.
I tre raggiungono in giornata ad Arcore il Cavaliere che non ha alcuna intenzione di rientrare a Roma, per ora, «non ne ho voglia».
Con Nicolò Ghedini, da giorni al suo fianco, è barricato a Villa San Martino per preparare le dichiarazioni spontanee che intende rendere domani al tribunale di Milano per il processo Mediaset.
La prima di una serie di tappe decisive per i tre processi che volgono minacciosamente a sentenza.
Così, ad Arcore si tiene il primo caminetto post guerra (elettorale). «Non abbiamo molti giorni a disposizione» dice ai suoi giustificando quell’appello a fare in fretta («Troppi quindici giorni») lanciato nel video con consueta libreria sullo sfondo.
Entro un mese, è il suo chiodo fisso, almeno Mediaset e Ruby rischiano di arrivare a sentenza.
E a quel punto le porte per un’intesa di governo si chiuderebbero per sempre.
Svanirebbero anche le sponde interne al Pd sulle quali a fatica stanno già lavorando Gianni Letta, Gaetano Quagliariello, Fabrizio Cicchitto, tra gli altri.
Il loro leader ha fretta.
Da un lato, invita ancora i suoi dirigenti saliti ad Arcore a «mantenere la calma, non fare mosse azzardate, lasciare loro il pallino».
Dall’altro, non nasconde tutti i suoi timori: «Non ce la faranno mai a chiudere con Grillo, vedrete che torneranno da noi, ma ci riuscissero, la prima cosa che farebbero sarebbe una legge sul conflitto di interesse per farmi fuori».
È lo spettro che lo assilla, ne va non tanto del suo futuro politico, quando della tenuta dell’impero mediatico.
Ecco perchè Berlusconi si prepara alla svolta, la lotta ai «comunisti » di pochi giorni fa è già un ricordo lontano: «Sono pronto a votare la fiducia a Pier Luigi, a me non interessa, basta che non si parli di tecnici, nè di Amato», figurarsi Monti, ormai ritenuto un comprimario.
Una via tuttavia impervia, il Cavaliere non nasconde i rischi e li mette sul tavolo al cospetto di Verdini, Alfano, Bonaiuti. «L’unico rischio è che, con Grillo unica forza di opposizione, quando si rivota avrà il doppio dei consensi».
Ma al voto il Cavaliere spera di poter andare tra un paio d’anni.
E nel frattempo tanta acqua passerà sotto i ponti. In ogni caso, quando sarà , il candidato premier del centrodestra sarà di nuovo io, lo ripete già da ora: «Io non vado in pensione, non posso permettermelo».
Intanto, deve evitare il conflitto d’interesse e chiudere l’accordo col Pd, prima delle sentenza. Non solo. «Dobbiamo essere in partita per l’elezione del presidente della Repubblica, non possiamo restarne fuori» è l’altra priorità rivelata ai suoi.
E l’unico modo per esserlo è far parte della maggioranza.
Ma per spendere quale carta? «Mi sarebbe piaciuto salire al Colle» ha ammesso in queste ore Berlusconi alla luce dell’ultimo successo, ma tornando subito alla realtà : «Ma non sono amato da tutti, purtroppo, in Italia».
E allora? «Dobbiamo spendere al meglio le chances di Gianni Letta, l’unico apprezzato anche dalla sinistra».
Intanto bisogna disinnescare le micce accese delle sentenze in arrivo.
Il Cavaliere andrà a deporre in tutti i processi, farà anche lì la sua «campagna» davanti alle telecamere per spiegare la sua «innocenza ». Già da domani.
A tutti, invece, confessa il suo rammarico per non aver fatto di testa sua alla vigilia del voto.
«Se mi aveste consentito di fare i manifesti 6à—3, se mi aveste consentito di spedire 15 milioni di lettere sull’Imu anzichè 9, avrei recuperato quei 120 mila voti e vinto» ha rinfacciato ad Alfano e Verdini.
Ma non si sogna nemmeno di mettere in discussione la regolarità dei voti.
Molto meglio, in questo giro, che la patata bollente resti nelle mani di Bersani.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 28th, 2013 Riccardo Fucile
AFFONDO DI D’ALEMA E VELTRONI, MA BERSANI E’ PRONTO ALLA CONTA
Quando non ci sono richieste esplicite di dimissioni dopo una sconfitta, quando Veltroni e D’Alema partecipano a una riunione senza aprire bocca, è lì che comincia lo scontro nel Pd. Pier Luigi Bersani finisce nel mirino. Sono in discussione il suo ruolo, la sua leadership, la campagna elettorale, gli errori.
La rivolta dei big ha i contorni della critica politica: l’apertura a Grillo, il rifiuto di un confronto con il Pdl.
Ma, come sempre, straripa nelle battute personali. Velenose, niente a che vedere con le metafore di Maurizio Crozza. In tempi non sospetti D’Alema aveva criticato la corsa democratica verso il voto, puntando il dito contro l’arroganza dei vincitori annunciati.
Adesso dice: «Abbiamo sbagliato moltissimo nell’ultimo mese. Purtroppo il nostro segretario è un uomo dell”800».
Veltroni non è da meno. Ricorda il suo risultato di cinque anni fa: «Quando io presi il 34 per cento, due giorni dopo Pierluigi rilasciò un’intervista in cui chiedeva le mie dimissioni ».
E fa un riassunto spietato della recente strategia bersaniana: «Mentre Berlusconi diceva “vi restituisco l’Imu”, mentre Grillo avanzava al grido di “tutti a casa”, ho visto che la risposta del Pd era affidata a un balletto organizzato sulla terrazza di Largo del Nazareno con un gruppo di persone che cantava “smacchiamo il giaguaro”».
È un clima che non promette nulla di buono in giorni che sarebbero complicatissimi anche per leader di statura storica.
Bersani resiste, circondato dai suoi fedelissimi, appoggiato dal grosso dei dirigenti territoriali, fedele al rifiuto dei «politicismi».
È al corrente dell’offensiva dei maggiorenti, ma la liquida così: «Vogliono tornare ai discorsi di vent’anni fa, agli accordi sottobanco, agli inciuci? Fatti loro, le opinioni sono tutte legittime». Ma la sfida interna è partita, aggravata dalla peggiore crisi degli ultimi 60 anni. Perciò si schierano le truppe. Il segretario sembra pronto ad andare a una conta se sarà necessario: nei gruppi parlamentari, nella direzione di mercoledì. Convinto com’è che il partito non digerirà mai un nuovo esecutivo tecnico o un patto esplicito col Pdl.
Ma ci si può chiudere in un unico schema di fronte alla confusione del momento?
Questo è il punto. Sì, se si mette in conto anche l’ipotesi di un ritorno alle urne nel giro di pochi mesi.
La risposta di D’Alema a questi scenari? Un sibilo: «Sono d’accordo con Bersani. Grosso modo».
L’ex premier pensa a un tentativo del segretario, ma aprendo a tutti, non solo ai grillini. A Monti, a Berlusconi, alle forze responsabili «per dare vita a una stagione costituente ».
Di sicuro lui ha avviato un personale giro di consultazioni che non ha escluso, ieri, la telefonata a Gianni Letta, interlocutore principale di D’Alema nel campo avverso da molti anni, per non dire decenni.
Senza dimenticare un contatto con Giorgio Napolitano. Il Movimento 5elle non basta e il “grosso modo” dalemiano si riferisce all’essersi infilati in una soluzione apparentemente priva di piano B. «Una scelta demenziale», l’ha definita Marco Follini.
L’analisi di Veltroni è diversa. Per l’ex segretario, Bersani è tagliato fuori, escluso dai giochi, in nessun modo può guidare da protagonista questa fase. «Inseguire Grillo è del tutto inutile», dice. L’unica via d’uscita può essere «un governo tecnico, un governo del presidente. Uno pseudo-Monti».
Veltroni non ha nomi da proporre. L’Italia ha bruciato una tale quantità di “esterni” che diventa impossibile fare delle previsioni. Semmai, delle esclusioni. «Ecco, Amato – spiega Veltroni nei suoi colloqui – proprio no. Il suo nome può solo ingrassare Grillo».
L’identikit dell’esecutivo però è molto chiaro. «I partiti gli staranno lontano ancor più che col governo uscente. Non dovrà avere ministri politici. Il premier deve avere una credibilità europea e non deve mettere le dita negli occhi nè alla destra nè a Grillo».
La linea di un’alternativa al dialogo con Grillo non è certo isolata nel Pd. «L’importante è non chiamarlo governissimo o grande coalizione. Non è questo di cui bisogna ragionare – spiega Veltroni –. Sarebbe una follia e farebbe saltare il Pd».
Ma il Pd può davvero saltare e non aiutano i 15 giorni che ancora separano lo spoglio dall’apertura delle Camere.
Bersani lavora nella direzione indicata.
A Largo del Nazareno prepara il pacchetto di riforme da presentare al Parlamento. O meglio, ai 5stelle e a Monti, con cui ha ripreso a lavorare.
Le proposte sono incentrate sul lavoro e sulla moralità della politica: anticorruzione, conflitto di interessi, riforma dello Stato, costi della politica e dei parlamentari, legge elettorale.
Non sembra un pacchetto che si possa facilmente sottoporre a Berlusconi.
La “trattativa” con il comico, ripetono i suoi collaboratori, avverrà alla luce del sole, ossia nelle aule parlamentari. In realtà , nel quartier generale del segretario, preparano con cura un contatto diretto con Grillo e Gianroberto Casaleggio.
Senza mediazioni, senza ambasciatori anche se sono del calibro di Romano Prodi. «Un incontro? Non è escluso, mancano ancora parecchi giorni al 15».
La strada è tracciata, ma oggi è più difficile che il partito arrivi unito al traguardo, quale che sia.
I segnali di D’Alema e Veltroni servono a far uscire allo scoperto distinguo o dissensi.
Cosa faranno Finocchiaro, Gentiloni, Tonini, per fare alcuni nomi in ordine sparso, davanti a una conta? E le pattuglie di parlamentari vicini all’uno o all’altro? Il segretario ha dalla sua parte Franceshini, Bindi, Nichi Vendola, Enrico Letta (con qualche perplessità ) e un gruppo di bersaniani disposti a vendere cara la pelle.
«Attenzione – avverte Matteo Orfini – chi vuole un altro governo tecnico o un accordo con Berlusconi dovrà passare sul nostro cadavere. Per fortuna, abbiamo stabilito che si decide a maggioranza nei gruppi e vediamo chi ha più voti».
E se il tentativo con Grillo non funziona, il rischio Grecia fa paura fino a un certo punto. Qualcuno nel Pd ha già disegnato un cerchietto intorno alla data del 9-10 giugno.
Per tornare a votare.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 15th, 2013 Riccardo Fucile
I CINQUESTELLE PUNTANO A UN MILIONE DI PERSONE IN PIAZZA… IL TIMORE DEI CONFRONTI
In altri tempi, in tempi normali, Roma sarebbe già tappezzata di manifesti con il nome di Pier Luigi Bersani scritto a caratteri cubitali e l’annuncio della grande manifestazione di chiusura della campagna elettorale.
Niente di tutto ciò quest’anno.
Ancora ieri non si sapeva quando e dove (i maligni aggiungono anche un «se») il segretario parlerà nella Capitale.
E c’era addirittura chi sosteneva che Bersani chiuderà la campagna in Lombardia e non a Roma.
Più di una settimana fa, invece, si era parlato di piazza San Giovanni Bosco, al Tuscolano.
Ma ora è tutto di nuovo in forse.
Eppure le date delle altre grandi adunate elettorali si conoscono. E anche i luoghi dove si terranno già si sanno.
Il leader del Pd domenica sarà a Milano, a piazza Duomo. Con lui Giuliano Pisapia, Umberto Ambrosoli e tanti big del partito, a cominciare dall’ex segretario Walter Veltroni.
Poi mercoledì 20 Bersani sarà a Palermo, con Matteo Renzi, e il giorno dopo a andrà a Napoli.
Possibile che solo la data di Roma sia un problema? Possibile sì.
E un grosso problema, oltretutto, con tanto di nome e cognome: Beppe Grillo.
Il comico genovese infatti si sta impegnando a fondo per portare almeno un milione di simpatizzanti a piazza San Giovanni.
E al Pd temono che se per Bersani, lo stesso giorno, ci fosse meno gente, peraltro pure in uno spazio ben più ristretto come quello del Tuscolano, nessun media risparmierebbe il paragone impietoso.
Sarebbe un boomerang comunicativo tremendo.
Il Partito democratico e il suo segretario non possono subire un incidente simile.
Poco male se il leader del Movimento 5 Stelle si è impossessato di una piazza storica della sinistra italiana.
Lo aveva fatto ben prima Silvio Berlusconi.
Il vero guaio è il confronto: è l’inevitabile successo di pubblico di Grillo che temono al Pd.
Ci si può sempre affidare alla Cgil di Susanna Camusso, che di Bersani è buona amica, ma lo stesso sindacato non è più in grado di mobilitare le folle di un tempo.
È comprensibile che il leader del Partito democratico non voglia chiudere la campagna elettorale in modo così controproducente, anche perchè in realtà Bersani nei suoi giri per l’Italia sta constatando che un po’ dovunque c’è interesse per il centrosinistra.
Per esempio, ieri a Napoli, con i costruttori campani, il segretario del Pd si è piacevolmente stupito quando il presidente dell’Ance regionale, Elio Sava, gli ha detto senza troppi giri di parole: spero di incontrarla nuovamente nelle vesti di presidente del Consiglio.
Quella che per il leader dei costruttori della Campania è una speranza è per Bersani una meta a lungo voluta, con determinazione e pervicacia.
Il numero uno del Pd non teme Berlusconi, mentre è convinto che sarà Grillo a fare un exploit elettorale. Però sa anche un’altra cosa: pure se il Cavaliere resta indietro nei sondaggi e se il comico genovese non può aspirare a trasformare il suo movimento nel maggior partito italiano, la possibilità che al Senato il centrosinistra non abbia una maggioranza sufficiente esiste.
Ma neanche questa non propriamente piacevole prospettiva lo fa desistere dai suoi intenti: «Il pareggio non esiste: chi ha vinto alla Camera, vince anche a Palazzo Madama, non possono essere due o tre senatori in meno a pregiudicare la governabilità ».
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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Febbraio 11th, 2013 Riccardo Fucile
MA NELLA BASE DELL’EX PM EMERGE LA TENTAZIONE DEL DOPPIO VOTO: L’IDEA E’ DI SOSTENERE BERSANI AL SENATO
Votare Ingroia alla Camera e Bersani al Senato per evitare di far vincere Berlusconi in due regioni chiave, Lombardia e Sicilia.
La base del movimento Rivoluzione civile comincia a scricchiolare sotto il peso degli ultimi sondaggi che danno un testa a testa tra azzurri e democratici per raggiungere il premio di maggioranza a Palazzo Madama.
Sindacalisti della Fiom, leader storici della sinistra e sostenitori convinti del magistrato antimafia, da Milano a Palermo annunciano il loro «voto utile» per sconfiggere una volta per tutte la destra berlusconiana.
Proprio in Sicilia, la terra di Ingroia e delle sue battaglie giudiziarie contro la mafia, in molti aprono al voto disgiunto.
Anche in casa Fiom, nonostante tra i candidati ci sia la segretaria regionale uscente Giovanna Marano, in lista alla Camera con Rivoluzione civile.
Roberto Mastrosimone, segretario provinciale della Fiom e tra i protagonisti delle battaglie degli operai Fiat a Termini Imerese, non ha dubbi: «Alla Camera voterò in maniera convinta la lista di Ingroia, credo nella sua battaglia e in questo progetto – dice – ma da sempre mi batto per sconfiggere la destra. E non possiamo dare alcuna chance di vittoria a Berlusconi, soprattutto in Sicilia dove il Pdl ha mal governato per anni. Per questo al Senato voterò Bersani e la sua colazione. Non voterò Pd, sia chiaro, ma l’unico centrosinistra che può evitare che Berlusconi torni al potere». Il dubbio in queste ore si insinua in diversi esponenti della base palermitana di Rivoluzione civile: «Voterò certamente Ingroia alla Camera, ma ci poniamo il problema del Senato, soprattutto qui in Sicilia dove il distacco tra Berlusconi e Bersani è molto risicato e pochi voti possono far vincere il pessimo centrodestra, io scioglierò questo dubbio solo alla vigilia del voto, non voglio che tornino a governare i berlusconiani », dice Giampiero Di Fiore, vecchio militante dell’estrema sinistra palermitana.
A Milano ha fatto coming out il presidente del consiglio comunale Basilio Rizzo: non nasconde che voterà Ingroia alla Camera e centrosinistra al Senato. «Non è desistenza, è buon senso – dice -. I sondaggi non accreditano Rc di un risultato vicino all’8 per cento al Senato. Siamo molto più giù.
E i voti espressi per una forza che resta sotto la soglia di sbarramento non vengono ridistribuiti su base nazionale: si perdono e basta. Questo, purtroppo, non tutti ancora lo sanno».
Secondo Rizzo «il voto disgiunto non solo è utile ma è pure credibile: perchè si consente al Pd di non essere condizionato da Monti e si evita di favorire la destra».
Sulla stessa lunghezza d’onda Emilio Molinari, altro volto storico della sinistra milanese, ex eurodeputato di Democrazia Proletaria e attivista delle battaglie per l’acqua pubblica: «Alla Camera voto Ingroia perchè serve un cuneo per far saltare il dialogo fra il Pd e Monti.
Al Senato per il centrosinistra perchè l’imperativo è non far prevalere il tentativo di Berlusconi di rendere ingovernabile il Paese».
Dalle pagine di Micromega anche dom Giovanni Franzoni, il teologo e pacifista che nel 1976 fu dimesso dallo Stato clericale per aver dichiarato l’appoggio al Pci, dice che si orienterà per il voto disgiunto: «Potrei determinarmi per dare un’indicazione alla Camera per la lista degli “arancioni” di Ingroia, anche per miei precedenti rapporti di prossimità sia con i Comunisti italiani sia con i Verdi, mentre la preoccupazione per il Senato, affinchè non si riproduca una situazione di fragilità in cui si possa avere una maggioranza tranquilla alla Camera ma si è continuamente a rischio per una manciata di voti al Senato, potrebbe indurmi a votare per la coalizione Pd-Sel».
Antonio Fraschella Emanuele Lauria
( da “La Repubblica“)
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