Febbraio 8th, 2013 Riccardo Fucile
LA TENTAZIONE DI BERTINOTTI: UNA MOSSA PRO INGROIA
C’è un dato che preoccupa i vertici del Partito democratico ben più della presunta rimonta di
Berlusconi.
E’ il fenomeno Grillo a cui i sondaggi riservati di largo del Nazareno attribuiscono percentuali che oscillano tra il 20 e il 21.
Certo, Antonio Ingroia può rosicchiare voti a Sel, ma sia il suo movimento che quello di Vendola sono sotto il 4 per cento.
E’ l’esplosione dell’antipolitica che inquieta Pier Luigi Bersani.
E non solo lui, se Ugo Sposetti, acerrimo nemico di Matteo Renzi di cui ha detto peste e corna in campagna elettorale, ospite della “Zanzara”, esorta il sindaco di Firenze a girare in camper per fare propaganda a favore del segretario.
Già , perchè come diceva Rosy Bindi per criticare il primo cittadino del capoluogo toscano: «Grillo è il greggio, Renzi è la benzina: non è che dicano cose diverse». Esagerazioni frutto dell’antipatia, ma non sfugge a nessuno nel Pd che il sindaco di Firenze (che in questa campagna girerà dieci regioni) può drenare voti da quella parte. Del resto era ed è il suo obiettivo: «Bisogna recuperare voti tra i grillini», è il leit motiv di Renzi.
Che, in tempi non sospetti aveva avvertito il Pd: «Se vogliamo fermare Grillo dobbiamo fare una battaglia più incisiva contro la casta».
Ed è proprio il timore dell’ingovernabilità e dell’arrivo in Parlamento dell’anti-politica che spinge Bersani a ribadire le aperture al dialogo con Monti: «Non governerò mai secondo una logica frontista».
La certezza della vittoria piena non c’è, per questa ragione il Pd deve fare i conti con una possibile alleanza di governo con i centristi, alleanza che invece viene esclusa nel caso di successo sia alla Camera che al Senato.
Anche di fronte a una vittoria a metà , Bersani vuole comunque tenere lui in mano le redini del governo: «La guida del Paese tocca al partito che arriva primo. Anche in
Germania quando hanno fatto la grande coalizione hanno seguito questa strada».
In parole povere: i centristi non credano di poter porre veti su palazzo Chigi.
Su questo punto a largo del Nazareno sono determinati.
Però qualcosa dovranno necessariamente cedere.
Un esempio? Il Pd vorrebbe cavarsela dando a Monti la presidenza del Senato. Ma dagli ambienti vicini al presidente del Consiglio si ribatte con un’altra richiesta: quella del ministero degli Esteri.
Un dicastero che, come è noto, Massimo D’Alema vorrebbe per sè.
All’idea dell’ingresso di Monti nell’esecutivo a guida Bersani Stefano Fassina storce naso e bocca: «E’ chiaro che il premier è sceso in politica solo per non far vincere il centrosinistra e per poterlo condizionare al governo».
E comunque c’è il problema Vendola.
Quest’estate il “governatore” della Puglia nel corso di un colloquio riservato con il segretario del Pd non aveva chiuso le porte ai centristi: «Io non pongo veti, così come non intendo accettarne».
Ma l’ipotesi di cui si parlava all’epoca era quella della collaborazione sulle riforme, non quella di un’alleanza di governo.
Con un pareggio al Senato la prospettiva può cambiare e non è detto che Sel sia in grado di reggere l’urto dell’eventuale novità .
Tanto più dopo la “botta” di Fausto Bertinotti, che è pronto all’endorsement a favore di Antonio Ingroia.
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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Febbraio 7th, 2013 Riccardo Fucile
D’ALEMA: “SEL SCELTA STRATEGICA PERO’ SERVE UN’INTESA CREDIBILE”
«Non sacrificherò mai Nichi. Mai. Ma anche lui deve capire che per andare al governo ci vogliono le spalle larghe, non può perdersi nelle questioni ideologiche». Pier Luigi Bersani vuole salvare il centrosinistra ma non a costo di avere una linea confusa o, peggio ancora, echi della defunta Unione, con la rissa continua tra massimalisti e riformisti, le minacce di rottura evocate un giorno sì e uno no.
«Anche se vinciamo in maniera netta, tutti dobbiamo sapere, Sel compresa, che il 26 febbraio i problemi non spariscono. La crisi sociale sarà una montagna da scalare pure nel 2013».
Ecco perchè una forma di collaborazione con Mario Monti non può essere esclusa e sta scritta nella carta d’intenti del centrosinistra.
Questa è la posizione del candidato premier.
Dal Pd si affrettano a spedire messaggi rassicuranti al governatore pugliese.
Dario Franceschini è molto comprensivo con i tormenti di Sinistra ecologia e libertà : «Devono pur difendersi. Ingroia li marca stretti. E Monti li mette tutti i giorni sul banco degli imputati».
Dal momento in cui sono nate le liste, la guerra a sinistra si è fatta pesante.
Esclusioni e inclusioni nell’elenco dei candidati hanno spostato, giocoforza, alcuni equilibri in cui Rivoluzione civile si è infilata strappando pezzi di consenso e di classe dirigente ai vendoliani.
Massimo D’Alema, che in Puglia ha un’asse solidissimo con Vendola, trova, proprio da Bari, le parole per chiudere in fretta l’incidente.
«Nichi è strategico nel centrosinistra», dice.
Cioè, indispensabile, irrinunciabile. Motivando, nelle discussioni con gli amici pugliesi, questo assioma: «Dopo il voto potremmo essere obbligati a costruire un’alleanza credibile guidata dal Pd. Ma la sinistra sarà dentro a questo schema perchè il prossimo governo dovrà fare cose di sinistra».
Non si può quindi sbattere la porta in faccia al centro, ma va creata una totale discontinuità con le politiche “moderate” degli ultimi anni.
È la formula adatta per tenere insieme Vendola e la collaborazione con il Professore che sembra segnata nel Dna di queste elezioni.
Ma Sel insiste: è incomprensibile la fretta di delineare gli scenari futuri. «Bersani non capisce che la chiarezza dell’alleanza è anche un valore elettorale? I calcoli, la tattica, la supercazzola sono dannosi per il centrosinistra» avverte Nicola Fratojanni, braccio destro e sinistro di Vendola.
«La campagna elettorale si fa per vincere. Oggi c’è la competizione, quello che succede dopo si vedrà ».
Il punto non è la preoccupazione di Vendola per il brutto calo della lista nei sondaggi: così dice Fratojanni. «Il punto è che Bersani commette un errore che toglie voti a lui e a tutto il centrosinistra».
Ma la verità può essere diversa.
Sel crolla nei sondaggi.
In Emilia, dove ha svolto le “parlamentarie lo stesso giorno del Pd, i militanti democratici hanno visto con i loro occhi i seggi di Sinistra e libertà desolatamente senza code.
C’è un oggettivo appannamento di Vendola che non consente, alla coalizione di centrosinistra, sbandamenti verso la lista Monti.
Ecco perchè, dopo la presentazione a Roma, diventa necessaria una “foto” dei leader pubblica e con la folla dei comizi importanti.
Domenica 17 febbraio Bersani, Vendola, Tabacci saranno insieme sul palco di Piazza del Duomo a Milano.
Un evento simbolico nella regione in bilico fondamentale per le sorti del Senato e quindi per una vittoria assoluta della coalizione. Poi, sarà più semplice un accordo con altri partiti. «Un’intesa per le riforme», precisa Francesco Boccia.
Che sarebbe garantito dall’assegnazione dei ruoli istituzionali: le presidenze delle Camere e la presidenza della Repubblica.
Ma se il centrosinistra avrà la maggioranza in Parlamento, allora il governo avrà un colore preciso. «Governo di sinistra che fa cose di sinistra», come dice D’Alema. La formula più gradita a Vendola.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 6th, 2013 Riccardo Fucile
IL PROFESSORE: “FACCIANO LE LORO SCELTE”…VENDOLA DEVE COPRIRSI A SINISTRA DA INGROIA E CERCA DI FARE L’ ANTIMONTIANO… BERLUSCONI NON SI VERGOGNA DELL’ALLEANZA COI RAZZISTI
Il risiko delle alleanze possibili post voto fa traballare l’alleanza tra Bersani e Vendola.
Il dibattito si snoda attraverso una nuova serie di messaggi a distanza tra i protagonisti, non senza “letture autentiche” di quelle frasi di ieri che hanno fatto i titoli dei quotidiani di oggi.
«È stata data un po’ più di enfasi, forse per il timing, a parole che ripeto sempre», puntualizza Bersani.
«Immagino che se Bersani è interessato, come ha dichiarato, a una collaborazione con le forze che rappresento dovrà fare delle scelte all’interno del suo polo», conferma Monti.
La replica è dura: «Il mio polo è il mio polo e che nessuno lo tocchi. A partire da lì sono pronto a discutere».
Vendola intanto si mette di traverso e, in video-forum con i lettori de LaStampa.it, avverte il Pd: «Spero che Bersani non si voglia assumere la responsabilità di rompere l’alleanza del centrosinistra».
LA PUNTUALIZZAZIONE DEL PD
«Dico sempre che mi ritengo alternativo a Berlusconi e alla Lega. Sono disponibilissimo a discutere con Monti: per fare le riforme o il governo, lo vedremo», ribadisce il segretario Pd che fotografa così lo stato dei rapporti con il Professore: «Le scintille le mantengo tutte. Alcune posizioni e la frase sul 1921 me le ricordo tutte, e non mi sono piaciute. Mi è sembrata un po’ una frase da Berlusconi con il loden…». Detto questo, ribadisce, «sono pronto a discutere con chi si ritiene alternativo a Berlusconi e alla Lega: ho sempre detto che mi comporterò come se avessi il 49%, anche se avrò il 51%».
Bersani si mostra cauto anche sul recupero di Berlusconi, certificato dai sondaggi: «Ma quando sento parlare di sorpasso, io rispondo “col binocolo”».
LO SCOGLIO SEL
Ma sull’alleanza con Monti, Bersani parla anche a nome di Vendola?
«Basta leggere la carta d’intenti, che si è data una credibilità in termini di rigore e di serietà . Dopo di che – puntualizza il segretario democratico – c’è scritto che a contrasto delle regressioni populiste di una destra europea e nazionale, noi abbiamo un atteggiamento di apertura nei confronti di forze europeiste e costituzionali».
«È chiaro, però – precisa – che le convergenze non si fanno a tutti i costi, deve essere messo alla prova dei programmi».
Poi Bersani mette in chiaro: «Solo noi siamo in condizione di battere la destra, Monti non lo è. E siccome vince chi arriva primo, noi facciamo un appello agli italiani per governare il Paese».
Nichi Vendola intanto, in hangout a LaStampa.it, frena l’asse con Monti: «Non è possibile immaginare che i programmi siano solo carta per grulli elettori. Abbiamo il dovere di rispettare i nostri elettori».
Sul tema dei diritti e sulla visione economica, «ci sono distanze siderali con Monti, che è un classico conservatore europeo. Se c’è una distanza così forte come si può’ pensare di governare insieme?».
ANCHE IL PROFESSORE FRENA
Monti non sembra cambiare di molto il tiro: se il segretario Pd vuole collaborare dopo il voto, «dovrà fare delle scelte interne al suo polo», avverte il leader di Scelta Civica. «Non c’è stato nessun accordo fra Bersani e me, fra nessuno e Scelta Civica: il tema delle alleanze – ribadisce il Professore – è prematuro, verrà dopo il voto».
Bersani assicura che «sono con Vendola, ho l’alleanza con Vendola e Tabacci» e, per parte sua, il leader Sel non molla: «Bersani ha fatto riferimento al tema pregiudiziale dei programmi e, nei fatti, quelli di Monti e del centrosinistra sono inconciliabili».
A stretto giro arriva la replica di Bersani: «Il mio polo è il mio polo e che nessuno lo tocchi. A partire da lì sono pronto a discutere».
(da “La Stampa”)
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Gennaio 31st, 2013 Riccardo Fucile
BERSANI AVEVA PROPOSTO UN INCONTRO TRA TUTTI I CANDIDATI.. IL CAVALIERE: “SOLO IO, BERSANI E MONTI”…E PER ORA NON SE NE FA NULLA
Silvio Berlusconi, che grazie ad una campagna televisiva a tappeto è riuscito nella rimonta
che nessuno immaginava, questa volta rinuncia alla tv.
Rischia di saltare il confronto tra i 6 candidati premier in Rai, e anche su Sky, proprio per il `niet’ del Cavaliere, favorevole solo ad una sfida con i principali competitor Pier Luigi Bersani e Mario Monti.
«Se non si può fare in Rai, vado a Sky, io partecipo solo dove ci sono uguali condizioni per tutti», rinnova l’invito il leader Pd, a sua volta fermo su un format che preveda tutti gli aspiranti premier.
Dopo giorni di trattative tra i partiti e di mediazioni da parte di Viale Mazzini, mentre già Bruno Vespa e Mario Orfeo scaldavano i motori in vista del match di sabato sera in prima serata, i paletti incrociati tra leader hanno bloccato tutto.
Il confronto di sabato non ci sarà e per ora sono ridotte al lumicino anche le chance che entro il 24 febbraio la sfida tv ci sia.
Silvio Berlusconi avrebbe aperto alla presenza massima di 4 candidati, Ingroia incluso, escludendo Oscar Giannino e Beppe Grillo.
«Con tutti e 6 sarebbe un pollaio dove è impossibile fare emergere con chiarezza le posizioni», spiegano dal Pdl che, come unica subordinata al confronto tra big, ipotizzano una sfida 1 ad 1 in varie serate.
Il Pd, insieme ad Antonio Igroia e a Oscar Giannino, hanno gioco facile ad accusare il Cavaliere di aver paura del contraddittorio mentre a sua volta Paolo Bonaiuti gira la palla ai democratici, rei di «cambiare opinione tutti i giorni» per evitare il match tv. Resta a disposizione di qualsiasi format Mario Monti che, spiega Mario Sechi, preferirebbe un confronto a tre ma è disponibile anche in `versione large’.
Nello scontro tra parti, finisce la commissione di Vigilanza Rai. Bersani la chiama in causa ricordando che «quando c’erano le primarie, il confronto non l’ho fatto fra i favoriti perchè un conto sono i sondaggi e uno sono i voti».
E, secondo fonti democratiche, Berlusconi si sarebbe fatto scudo del regolamento della Vigilanza per sostenere che la sfida tv si fa tra leader di coalizione, che sono lui, Bersani, Monti e Ingroia, e non tra candidati premier.
La commissione, guidata da Sergio Zavoli, si tira però fuori dalla mischia precisando «di non avere alcuna competenza, e quindi nessuna responsabilità , nella scelta dei format dei programmi di approfondimento per garantire il rispetto della `par condicio’ da parte della Rai».
Nel regolamento della bicamerale, infatti, non c’è traccia della sfida tra leader, a differenza del regolamento varato dall’Agcom per le tv private, nel quale un capitolo è dedicato al confronto tra candidati premier e si stabilisce che si debba assicurare parità di trattamento, anche in più trasmissioni.
La Rai, come anche Sky, per ora non demordono ma sembra molto difficile comunque a questo punto, anche in presenza di un’intesa, che si riesca a trasmettere la sfida per sabato prossimo su Rai1, come ipotizzato in un primo momento, pur essendo il format già pronto – tempi uguali per tutti e cronometro alla mano – con Bruno Vespa e il direttore del Tg1 Mario Orfeo a fare da moderatori
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Gennaio 30th, 2013 Riccardo Fucile
POSSIBILE SUGGELLO DEL PATTO: MONTI NON ESCLUDE PIU’ IL QUIRINALE
Attaccare Bersani per polarizzare la campagna elettorale, trasformandola in una
competizione tra il centro e il Pd.
E in questo modo oscurare Berlusconi.
Questi sono i consigli che gli spin doctor (americani e non) hanno dato a Mario Monti e che il premier sta mettendo in pratica.
«Conviene a noi — ha osservato Monti provando a convincere un esponente Pd che si lamentava per gli attacchi — e conviene anche a voi».
A questo si deve l’apparente recrudescenza tra le due formazioni, compreso lo scambio di “carezze” sulle tasse tra Monti e Bersani. Ma l’apparenza non deve ingannare.
Perchè i numeri della politica sono noti a tutti.
E Monti è il primo a essere consapevole che sarà con il centrosinistra e non con Berlusconi che dovrà provare a mettere in piedi quella «grande coalizione per le riforme» di cui ha parlato a Omnibus.
Del resto è stato il Professore, in una riunione al suo quartier generale, a spiegare la strategia in vista della trattativa sul governo: «Dobbiamo arrivare al 20% per rendere Vendola non necessario. Poi può accadere di tutto».
Insomma, un conto è presentarsi al Pd con un progetto arenato sul 10-12 per cento.
Altro è veleggiare sul 18 per cento e oltre.
«Noi vogliamo aggregare i riformisti — spiega Andrea Romano — e diventare il baricentro riformatore della prossima legislatura. Bersani dice che non si separerà mai da Vendola? Vedremo… sulle riforme necessarie vedremo chi ci starà oppure no».
È comunque sul possibile accordo con il centrosinistra che Monti si gioca la sua partita. Il premier ne è consapevole.
«Ai poteri forti il Pd piace», ha confidato ieri ammettendo la centralità di Bersani, «mentre Berlusconi è del tutto screditato».
Il problema che si aprirà un minuto dopo aver conosciuto il risultato delle urne sarà invece quello della collocazione del Professore in un possibile governo a guida Bersani.
Mentre nei primi giorni di campagna elettorale i montiani escludevano sdegnati che il loro leader potesse accettare un incarico ministeriale con il centrosinistra, ora nessuna ipotesi viene preclusa. La Farnesina? L’Economia? Inutile almanaccare oggi.
La novità semmai riguarda la nuova disponibilità di Monti per il Quirinale.
Il premier infatti non rifiuta più come prima l’idea di poter “salire” fino al Colle più alto. Solo, precisa, «dipende da altri, non da me».
Un piccolo scivolamento semantico che segnala un’apertura inattesa. E così l’eventuale elezione di Monti a capo dello Stato potrebbe essere il suggello finale della «grande coalizione» prospettata ieri.
Del resto alcuni giorni fa, nel corso di una riunione centrista, un navigato democristiano ha fatto a Monti un discorso chiaro: «Presidente ascolta, la sinistra non ti regalerà nulla, men che meno il Quirinale. Se vuoi qualcosa te lo devi conquistare con la tua forza».
Per questo è ancora più vitale per il premier agguantare un risultato convincente.
Vista dalla parte del Pd la prospettiva di un’intesa, la cui necessità Bersani è tornato ancora ieri a prospettare nell’intervista a Les Echos, offre un’opportunità in più.
Non sono sfuggiti infatti a Largo del Nazareno gli accenti differenti tra Pier Ferdinando Casini e Mario Monti.
Con il primo che ha lasciato nel limbo dell’indeterminatezza la possibilità di un partito unico insieme a Scelta Civica.
E che, soprattutto, ha gettato sul premier la responsabilità di aver candidato in Toscana Alfredo Monaci, il manager ai vertici di Mps nell’era Mussari («Monaci? Chiedete a Monti non certo a me»).
Ecco, nel Pd questa “dialettica” interna a Scelta Civica è stata notata, eccome.
Anche perchè, come ha spieato Roberto D’Alimonte sul Sole24ore, grazie al gioco della candidature multiple, Casini riuscirà a far eleggere almeno dieci senatori di provenienza Udc nella lista unica.
Una garanzia per poter costituire un gruppo parlamentare autonomo (insieme magari ai tre finiani sicuri) a palazzo Madama, dove si giocherà la partita.
«Se Monti tirerà troppo la corda — ragionano quindi nel Pd — c’è sempre Casini disponibile a trovare un accordo per tirare fuori il paese dalla secche nel segno della responsabilità nazionale».
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 29th, 2013 Riccardo Fucile
“RESPONSABILITA’ SU GESTIONE DEI DERIVATI E TOBIN TAX”: PER IL PD LA CAUSA VA RICERCATA NEI GOVERNI PRECEDENTI
Lo scandalo Monte Paschi ha fatto perdere a Bersani l’1,6% di voti.
Nel giro di una settimana, la vicenda di Rocca Salimbeni ha “spostato” più del 5% dell’elettorato complessivo.
E ancora l’onda di piena non sembra affatto abbassarsi.
Anche se il centrodestra nel suo complesso non se ne è avvantaggiato (solo +0,2, ma +1 il Pdl), per il Pd la botta è stata accusata in modo molto forte.
E Bersani, ora, tenta il recupero.
A partire da oggi pomeriggio, quando il ministro Grilli riferirà in commissione Finanze di Montecitorio sull’intera questione, indicando le prospettive di possibile (necessaria) nazionalizzazione dell’istituto di credito senese.
Il Pd, però, non ha alcuna intenzione di restare solo ad ascoltare.
Da giorni, al Nazareno stanno preparando un dossier per inchiodare i due governi che si sono succeduti dal 2009 ad oggi (dunque Berlusconi e Monti) alle responsabilità “oggettive” sulla gestione dei derivati negli enti pubblici e, successivamente, alla formulazione di una tobin tax che è entrata in consiglio dei ministri “scritta in un modo” e “uscita” in un altro.
Nella sostanza: durante il governo Berlusconi, il ministro Tremonti ha consentito l’utilizzazione dei derivati anche negli enti pubblici e fino al 2010 sono state totalmente ignorate le richieste delle opposizioni (il parttcolare dei democratici) di far cessare la pratica in virtù degli allarmi internazionali su questi strumenti di “scommessa” economica al centro degli scandali e dei tracolli delle banche americane e della conseguente crisi.
Solo nel 2010, il governo Berlusconi ha sospeso la possibilità di utilizzazione di derivati negli enti locali, ma molti danni erano già stati fatti.
Ma è stato un fatto successivo — e secondo il Pd molto più rilevante dal punto di vista delle responsabilità politiche — quello che verrà rinfacciato oggi a Grilli quando il ministro, com’è probabile, difenderà l’operato del governo Monti rispetto al salvataggio Mps e all’utilizzazione dei Monti Bond.
Per il Pd, la responsabilità del governo non è infatti sul fronte operativo dell’emergenza, bensì su un quadro più ampio, quello della tobin tax.
Quando, cioè, il governo (con l’appoggio della fetta di maggiornaza costituita da Berlusconi e dalla Lega) ha ceduto alle pressioni delle banche riformulando totalmente il provvedimento rispetto a come era stato concordato e arrivando a varare un articolato ancora a favore degli istituti di credito anzichè della tutela dei risparmiatori e dei cittadini.
Che il governo Monti, d’altra parte, sia sempre stato il governo delle banche è noto, ma secondo il Pd, alla luce dello scandalo Mps, questa responsabilità politica diventa, oggi, ancora più gravosa. Molto più di quanto lo sia stata, sotto certi aspetti, quella di Tremonti.
Che ha ignorato (di certo colpevolmente) gli allarmi dei primi momenti, ma poi (sempre,però, con colpevole ritardo, ricordano al Nazareno) ha “chiuso” i rubinetti del pericolo derivati.
Monti invece no: “Sapeva perfettamente cosa faceva e per conto di chi”.
E questo, a parere del Pd, non era a favore dei cittadini italiani.
Nel dettaglio, la tobin tax era stata formulata come una tassa che avrebbe colpito le transazioni finanziarie soprattutto quelle operate attraverso i derivati, proprio per “punire” la cosidetta “finanza di carta” a favore della finanza “sana”, ovvero delle transazioni su vere azioni e patrimoni.
In questo modo, per fare un esempio, su una transizione di milione di euro, le tasse su 800 mila euro sarebbero state a carico delle banche e solo 200 a carico del mercato.
La tobin tax che è uscita dal gabinetto Monti recita esattamente il contrario.
Che la tassazione maggiore è a carico del “mercato” sano, mentre — addirittura — i derivati sono “esentati” dall’applicazione della stessa tassa.
Che, quindi, non costituisce in alcun modo un deterrente. A favore esclusivo delle banche.
Ecco, secondo il Pd, questa scelta operativa pro sistema bancario è una responsabilità politica del governo Monti senza appello.
Al pari di quella, altrettanto pesante — sempre a parere del Pd — che riguarda la mancata “vigilanza” sullo scandalo Mps attraverso il ministero (ma anche Bankitalia). “Per quanto ci riguarda — si sosteneva infatti ieri sera al Nazareno — Grilli, Monti, Tremonti e Berlusconi pari sono sul fronte della responsabilità oggettiva della gestione economica e finanziaria del sistema bancario. Il caso Mps è questione a sè, le responsabilità politiche riguardano il deciso asservimento dei governi Berlusconi e Monti ai voleri e al tornaconto esclusivo delle banche a discapito della finanza pulita e dei risparmi delle famiglie italiane”.
Il messaggio politico che oggi arriverà da parte del Pd dalla commissione Finanze, di fatto è già passato anche nell’elettorato italiano.
La percezione di Monti come “uomo al soldo delle banche” prima che dell’Europa, è uno dei motivi alla base del calo dei sondaggi della lista Monti nelle ultime rilevazioni riguardanti proprio il Monte Paschi.
Se il centrosinistra è stato penalizzato di più di un punto e mezzo, proporzionalmente la lista Monti ha perso molto di più, ovvero l’1%.
E chissà che le notizie relative ai nuovi fascicoli in mano alla procura di Siena sul ruolo svolto da Jp Morgan sull’intera vicenda Antonveneta (Monti è stato a lungo consulente della banca d’affari e oggi lì lavora ancora il figlio Matteo) non rendano questo calo di consensi ancora più vistoso nei prossimi giorni.
Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 28th, 2013 Riccardo Fucile
LE IPOTESI SUGLI SCENARI POST ELETTORALI
In campagna elettorale, si sa, menarsi fendenti di santa ragione è fisiologico, e prescinde
dai rapporti politici esistenti.
Per questo può succedere che nei giorni in cui la polemica giunge alle vette più alte, i protagonisti della competizione, benchè avversari, si parlino.
Se non altro perchè si conoscono da una vita.
Come Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini.
In campagna elettorale, si sa, la polemica è la norma, ma se si depone il fioretto e non si risparmiano i colpi contro il competitore si può anche arrivare a un punto di non ritorno. È esattamente questo il quadro in cui si gioca la partita tra il Pd e Monti.
Bersani non aveva intenzione alcuna di infilzare il presidente del Consiglio con un colpo a sorpresa: «Gli replicherò solo se insiste, altrimenti parlerò di quello che interessa al Paese».
Però, adesso che il confronto televisivo si avvicina (sarà a febbraio, con tutti i candidati premier, da Monti al segretario del Pd, a Berlusconi, passando per Ingroia, Grillo e Giannino), Bersani minaccia di rispondere pan per focaccia se l’inquilino di palazzo Chigi proseguirà nei suoi attacchi.
Il presidente del Consiglio ogni volta che incontra un esponente del Pd non nega mai la frase di rito: «Dopo le elezioni ci parleremo, ci vedremo».
Nel frattempo però sembra aver imbracciato la katana di Uma Thurman in «Kill Bill».
La super spada dei samurai, per intendersi.
Ed è per questo motivo che, nel pieno degli insulti e delle accuse della campagna elettorale, Bersani e Casini si sono parlati.
Sono entrambi due politici di lungo corso: sanno che dopo la guerra si può anche siglare un armistizio, ma sanno anche che se si va troppo là poi arretrare è più difficile.
Il segretario del Pd ritiene che se l’intenzione di Monti è quella di tirare troppo la corda si possa arrivare a un punto di non ritorno.
E lo pensa anche Casini.
Bersani ha chiesto al leader dell’Udc il perchè della «metamorfosi» del premier.
Colpa del guru americano, è stata la risposta, che per far guadagnare al presidente del Consiglio i voti di Berlusconi (ma anche quelli di Bersani) ha suggerito la linea dell’aggressione.
Però così dove si va, è stato l’interrogativo che hanno espresso entrambi. Da nessuna parte, è stata la risposta che si sono dati.
Il segretario del Pd non mente (non è suo costume nè sua abitudine) quando afferma: «Noi rimaniamo aperti a una collaborazione con i moderati».
Però dice la verità anche quando avverte: «Siamo disponibili al dialogo, ma il testimone resterà nelle nostre mani».
Nel senso che, anche nel caso in cui la vittoria del centrosinistra si limiti alla Camera, con un pareggio al Senato, la guida del governo dovrà andare ugualmente al candidato premier della coalizione vincente, ossia allo stesso Bersani.
Casini è in campagna elettorale, ufficialmente dissente, ma da politico intelligente qual è sa che difficilmente potrà essere diversamente.
Monti ne è conscio? Il numero uno del Pd sa che c’è chi vuole «una sua vittoria azzoppata», come si rende perfettamente conto che il successo a questo punto «non è scontato», però non è tipo da mollare come se niente fosse.
E infatti il suo ruolino di marcia lo ha fissato da tempo: anche se si vince si deve collaborare con i moderati «perchè il mito dell’autosufficienza» non esiste. Lo ha già dimostrato Prodi nel 2006.
Ma collaborare non vuol dire necessariamente governare insieme.
«Dipende dalle condizioni», è il ritornello del leader del Pd.
Ossia se la vittoria del centrosinistra sarà piena non ci sarà un «do ut des»: nessun patto di governo con i centristi, piuttosto un patto istituzionale, per varare le riforme importanti, ratificato dall’assegnazione della presidenza di una delle due camere a un esponente del fronte moderato. Non solo.
Anche il presidente della Repubblica verrà scelto con il metodo della «condivisione» con il centro.
Dopodichè potrebbe anche accadere che Bersani decida di inserire nel suo gabinetto un ministro espressione dei moderati (anzi, non è affatto escluso), ma questo non significherebbe siglare una nuova intesa di governo perchè il segretario del Pd non vuole venire meno al patto sottoscritto con gli elettori abbandonando Vendola per il centro.
Ovviamente – e queste sono le «condizioni» da cui dipende ogni scelta come spiega Bersani – se al Senato il centrosinistra non avesse la maggioranza, allora l’alleanza di governo diventerebbe inevitabile.
Ma anche – o proprio per questo – Monti deve mollare la corda, perchè, avvertono al Pd, anche in questo caso la premiership deve andare a Bersani.
Altrimenti? Altrimenti si può sempre «votare di nuovo”
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 27th, 2013 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DELLA PROCURA PUNTA SUI FONDI CHIESTI ALLE BANCHE PER ANTON VENETA
A inizio settembre 2011, travolta dalla crisi del debito sovrano, Mps appare una banca in
affanno: sempre meno liquidità , sempre più perdite causate dall’impazzimento dello spread e difficoltà crescenti a gestire la massa enorme di Btp in pancia.
È in quei giorni che i consiglieri di amministrazione prendono coscienza che devono intervenire.
Ma per farlo, prima devono capire che cosa succede davvero nei portafogli della banca, più di quanto non sapessero (o avrebbero dovuto sapere) fino a quel momento. E a poco a poco capiscono che «non è più consentito compensare eventuali inefficienze… con i rischi finanziari», come disse il 24 novembre 2011 il presidente Giuseppe Mussari riassumendo un ragionamento del consigliere Frederic De Courtois, numero uno della francese Axa, socio al 3,7 per cento.
I verbali del consiglio da settembre a dicembre 2011 – quando come segnale per il mercato il direttore generale Antonio Vigni lascerà la banca in anticipo rispetto all’aprile 2012 (quando lasciò Mussari) – mostrano le preoccupazioni per l’impossibilità di gestire un meccanismo intricatissimo di prestiti e titoli dati a garanzia degli stessi finanziamenti, nel quale il Montepaschi sembra avvitarsi.
E poi c’è il timore per il monito dell’Authority europea (Eba), che a fine 2011 impone una ricapitalizzazione da 3 miliardi per coprire le perdite legate alle svalutazioni dei Btp in portafoglio.
Dei derivati «Alexandria», «Santorini», «Nota Italia» e delle altre operazioni oggi sotto la lente della procura di Siena ufficialmente non c’è menzione nei verbali di quel periodo.
Ma dalle domande si intuisce il sospetto dei consiglieri che qualcosa non girasse nel verso giusto.
«Quanti Btp abbiamo in portafoglio?», chiede secco Francesco Gaetano Caltagirone, vicepresidente e azionista con il 4%, al consiglio dell’8 settembre.
Di lì a poco tempo Caltagirone venderà tutte le azioni e lascerà il board.
Il capo del risk management Giovanni Conti, con accanto il direttore finanza Gianluca Baldassarri, spiega che reperire la liquidità diventa sempre più difficile, anche per la «necessità di integrazioni di collaterale in relazione ai pronti contro termine effettuati dalla banca, che hanno come sottostante titoli governativi italiani».
Insomma, si annaspava.
E risponde a Caltagirone: 28 miliardi di titoli governativi, 21,6 dei quali dello Stato italiano, il 40% dei quali «si concentra su scadenza lunghe».
Caltagirone contesta: Il portafoglio è «marcatamente sbilanciato» sia per Paese sia per le scadenze «prolungate».
Baldassarri cerca di difendersi: se avessimo comprato altri Paesi «equipollenti» all’Italia ci saremmo trovati nella stessa situazione; se avessimo comprato Bund tedeschi saremmo stati più protetti, ma i guadagni sarebbero stati «nulli o addirittura negativi».
Insomma, bisogna rischiare.
«La situazione non è ulteriormente sostenibile», è la reazione di Caltagirone, «sia come rischiosità che come conseguenze di conto economico, si devono prendere opportuni provvedimenti per alleggerire queste posizioni».
Mussari prova a rabbonirlo: definisce «ragionevole» la posizione di Caltagirone e propone di non rinnovare i bond che vanno a scadenza o di venderli se il valore si allineasse «a quello facciale».
Caltagirone insiste: ma quanti ne abbiamo, di bond, rispetto alle altre banche?
«Più o meno siamo simili agli altri istituti come percentuale dell’attivo», risponde Baldassarri, ma «Mps ha scadenze medie più protratte nel tempo».
Poi sul tema chiede tempo per poterlo approfondire.
Anche Turiddo Campaini (Unicoop Firenze) storce il naso: «La situazione attuale è il risultato di comportamenti troppo oscillanti in ricerca estrema di risultato economico», invece «c’è bisogno di procedere con maggiore linearità e minore concentrazione del rischio».
A metterci una pezza ci prova Lorenzo Gorgoni (soci pugliesi), chiedendo di non vendere in forte perdita: «L’unica possibilità è aspettare e vedere se ritorna un po’ di sereno».
A quel punto interviene Vigni a cercare di mettere ordine: la tensione nella liquidità dipende «non tanto e non solo dal portafoglio titoli» quanto dall’insieme di raccolta e impieghi, che sono stati fortemente ridotti: «La banca ha superato anche le giornate più critiche in maniera serena».
Il 24 novembre sono ancora liquidità e investimenti al centro del dibattito.
De Courtois torna sul punto: «La dimensione e la composizione del portafoglio hanno un impatto negativo sulla percezione del mercato riguardo alla Banca, con riflessi sul corso del titolo. Serve un’esposizione analitica titolo per titolo».
Per il 16 dicembre il dossier è pronto ma di fatto inutilizzabile: la documentazione «è stata messa a disposizione dei consiglieri solo da poco tempo», attacca Alfredo Monaci (oppositore dell’ex sindaco di Siena Franco Ceccuzzi e ora candidato alla Camera per la lista Scelta Civica di Mario Monti).
Si rinvia a un successivo consiglio.
Ma pochi giorni dopo Vigni si dimetterà .
E il nuovo amministratore delegato Fabrizio Viola avvierà un’altra revisione, più incisiva, ora al vaglio degli inquirenti.
Proprio sulla liquidità si concentrano le indagini della procura e del nucleo valutario della Guardia di Finanza: una liquidità che sarebbe stata difficile da reperire fin dai tempi dell’acquisizione di Antonveneta, in particolare per rimborsare Abn Amro dei 7,9 miliardi di prestiti interbancari concessi alla banca padovana.
Le operazioni di finanziamento sono sotto esame per verificare se siano state esposte correttamente alla Banca d’Italia.
E se per caso qualcuno, nei vari passaggi tortuosi, non vi abbia fatto qualche «cresta».
Fabrizio Massaro
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 17th, 2013 Riccardo Fucile
PATTO DI NON BELLIGERANZA PER SCONFIGGERE IL CAVALIERE
Il contatto è stato stabilito. Atteso da giorni è diventato realtà . 
Bersani e Monti si sono visti ieri mattina, alle 7,30. Il premier avrebbe voluto fare l’incontro in un convento romano,
Bersani, ricordando le polemiche scatenate proprio dal Pd in occasione di un vertice centrista, ha chiesto un’altra sede.
Adesso i due provano a indirizzare la loro campagna elettorale verso un obiettivo comune: l’accordo del dopo voto tra progressisti e moderati.
L’avvicinamento è avvenuto nelle ultime ore attraverso canali diplomatici vicinissimi ai due leader e autorizzati da loro a trattare.
Trattativa riuscita tanto che è stato siglato un patto di non belligeranza per la corsa verso il 24 e 25 febbraio.
Nell’intesa è stato individuato anche un pericolo comune che dai prossimi giorni diventerà il bersaglio principale dei discorsi e dei comizi del segretario del Pd e del leader centrista.
Per tutti e due l’avversario è Berlusconi.
Nel colloquio si è partiti proprio dalla figura del Cavaliere.
Il premier ha affondato il colpo in maniera durissima nelle 48 ore appena trascorse usando le “armi pesanti”. «Pifferaio». «Italia non governata da anni».
Ha scatenato persino l’Europa contro il ritorno di Berlusconi.
Ecco il punto. Monti ha constatato una certa freddezza del Pd nella fase del massimo attacco.
«Mi hanno lasciato solo nella mia battaglia», si è lamentato parlando con i suoi collaboratori. Si aspettava un’azione concentrica, invece il Pd è rimasto alla finestra addirittura compiacendosi di un duello tutto interno all’area del centrodestra, come lo ha definito qualcuno.
Su questo le due “squadre” hanno dovuto, inizialmente, affrontare un chiarimento.
Lo hanno fatto senza ipocrisie ma con parole molto chiare. Bersani e il suo staff hanno accolto i rilievi di Palazzo Chigi.
Non hanno reagito con stizza. Però hanno sottolineato alcuni passaggi della campagna di Monti insostenibili dal loro punto di vista.
In sostanza, la richiesta del Pd è attenuare i toni dei centristi nei confronti della sinistra, dai sindacati a Sel spesso accusati di occupare il fronte conservatore della società italiana.
«Monti mi deve aiutare a gestire il rapporto con Vendola», è la posizione di Bersani. Ma non solo.
Oggi la grande paura del Partito democratico è il lato dello schieramento occupato da Antonio Ingroia.
Un movimento appena nato, che nei sondaggi continua a crescere e in alcune Regioni chiave può essere decisivo per le sorti della coalizione bersaniana.
«Noi non possiamo abbandonare il campo della sinistra all’ex pm, non è possibile lasciare scoperta quell’area».
Il Pd può riuscire nel difficile equilibrismo se Monti ammorbidisce gli argomenti anti-sinistra. E solo così, ragionano a Largo del Nazareno, sarà concreta l’ipotesi di dare vita a un accordo dopo le elezioni.
L’esito di questo confronto è per il momento positivo.
Attorno al timore di una rimonta di Berlusconi, Monti e Bersani hanno trovato un terreno di dialogo.
Arrivando anche a concordare la gestione delle presenze televisive, il punto di forza del Cavaliere.
Duelli tv e trasmissioni alle quali partecipare potrebbero essere d’ora in poi decise in simbiosi dai rispettivi staff. Ci sono alcuni talk per esempio dove i due leader potrebbero declinare l’invito.
Il pensiero corre subito a Servizio Pubblico di Michele Santoro, il programma che senza dubbio ha rilanciato le speranze di Berlusconi.
Nove milioni di spettatori hanno visto lo show dell’ex premier.
Adesso non è escluso che quegli stessi spettatori non vedano mai un’intervista con gli altri principali sfidanti di questa campagna.
Goffredo de Marchis
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