Luglio 16th, 2012 Riccardo Fucile
DIVISI SU QUASI TUTTO, COME AI TEMPI DEL GOVERNO PRODI, UNA COALIZIONE CON VENTI PARTITI E PARTITINI
Quando il 10 febbraio 2005 una piccola ed eterogenea folla di leader sorridenti presentò
alla stampa e agli italiani la nuova alleanza politica detta Unione, nessuno poteva immaginare che appena pochi mesi dopo quel patto elettorale avrebbe stravinto le amministrative (conquistando 12 regioni su 14) per poi imporsi d’un soffio anche nelle elezioni politiche dell’aprile 2006.
Fu una sorpresa.
Ma una sorpresa ancor più grande fu il naufragio cui andò incontro il governo di Romano Prodi, costretto alle dimissioni dopo appena due anni a causa dell’altissimo tasso di litigiosità di quella alleanza.
Quel patto elettorale e di governo risultò così fallimentare che il «non rifaremo l’Unione» è diventato, da allora, quasi un imperativo per i leader ed i partiti dell’attuale centrosinistra.
Le estenuanti polemiche del biennio 2006-08 e l’impegno a non «rifare l’Unione» sono inevitabilmente tornati in mente l’altro pomeriggio di fronte alla confusione, ai toni aspri ed alle spaccature che hanno segnato la fine dell’Assemblea nazionale del Pd, naufragata tra ordini del giorno presentati e non votati e pesanti scambi di accuse reciproche.
Ragione della inattesa bagarre, per altro, è stato proprio un tema – il riconoscimento e la tutela delle coppie gay – che fece da detonatore (assieme a una moltitudine di altre questioni: dalle missioni militari all’estero fino alla politica economica) alla devastante crisi del governo-Prodi.
Segnalare questo dèjà vu, forse non è inutile, visto che i partiti si preparano alla lunga volata che porterà alle elezioni, discutono delle alleanze possibili e cercano nuova credibilità di fronte a cittadini delusi come mai dalla politica.
E non è inutile, in particolare, segnarlo allo schieramento che – a torto o a ragione – proprio dal giorno dell’ingloriosa fine del governo-Prodi si porta dietro la contestazione (quando non l’accusa) di essere poco credibile come alleanza di governo.
Infatti, che molte questioni (a partire dal giudizio su Monti) dividano nettamente i possibili, futuri alleati di governo – diciamo da Vendola a Casini – è sotto gli occhi di tutti: mentre meno scontato era ipotizzare che perfino all’interno del Pd, maggior partito e perno della coalizione, su alcuni problemi si è quasi fermi a quattro anni fa…
Quello della disomogeneità delle posizioni rischia di diventare la vera palla al piede di quel patto tra progressisti e moderati al quale Pier Luigi Bersani lavora ormai da tempo.
Per altro, non è difficile immaginare che – secondo uno schema noto e consolidato – sarà anche su questo che Berlusconi insisterà per cercare di coronare il suo tentativo di rivincita: sono divisi su tutto – ripeterà all’infinito – da Monti ai gay, dalle tasse alle missioni all’estero, come volete che possano governare?
E’ un argomento insidioso: non foss’altro che perchè rivelatosi reale già in passato.
A maggior ragione, dunque, ha destato una gran sorpresa il finale-bagarre dell’ultima assemblea pd.
Possibile che si sia ancora più o meno fermi a quattro anni fa?
E come è pensabile colmare quel gap (vero o presunto) di credibilità mettendo in scena divisioni tanto aspre e così poco rassicuranti per i cittadini?
C’è ancora un po’ di tempo, naturalmente, per porre rimedio ad una situazione che rischia di esser oltremodo penalizzante in una campagna elettorale che si può fin da ora immaginare come la più aspra e difficile degli ultimi decenni.
Un po’ di tempo: non tantissimo.
Pena il ritorno del fantasma dell’Unione: un pericolo che gli stessi leader del centrosinistra considerano mortale…
Federico Geremicca
(da “La Stampa”)
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Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
I DEMOCRATICI E L’IPOTESI DI PRIMARIE DI COALIZIONE… NEL PDL LO VUOLE IL 74%
Si parla sempre più di consultazioni primarie. 
Esse costituiscono comunque un evento molto richiesto dalla popolazione: la netta maggioranza le vede con favore, ritenendole un importante momento di partecipazione e di democrazia.
Tanto che la gran parte degli italiani dichiara che si recherebbe a votare.
Può sorprendere il fatto che la massima diffusione dell’intenzione a partecipare si trovi nell’elettorato del Pdl.
Qui quasi tre elettori su quattro si dichiarano pronti («sicuramente» o «probabilmente») a votare alle primarie di partito.
Segno forse dell’ampiezza e dell’importanza del dibattito in corso nella formazione di Alfano e Berlusconi.
Appaiono particolarmente sensibili al tema – e intenzionati a partecipare – gli elettori più giovani (tra gli under 24 la quota supera addirittura il 90%, prova della particolare sensibilità di questa generazione verso gli ambiti di partecipazione), i laureati e i residenti nel Nordest.
Non molto dissimile risulta l’intenzione a recarsi a votare per le primarie tra gli elettori del Pd, che raggiunge il 70%.
In questo caso, tuttavia, appaiono relativamente più sensibili i meno giovani, oltre i 55 anni, (la generazione «storica» del partito) e gli operai.
Come si sa, è anche in discussione la possibilità di permettere la partecipazione alle primarie non solo agli elettori del Pd, ma al complesso dei votanti o simpatizzanti per tutte (o alcune) forze del centrosinistra, indicendo le cosiddette «primarie di coalizione».
Anche in questo caso, la partecipazione sembrerebbe coinvolgere la netta maggioranza (più di due terzi) degli aventi diritto (abbiamo considerato tutti i votanti per i partiti del centrosinistra, nessuno escluso).
L’insieme di questi dati fa ritenere che l’afflusso (per ora potenziale) alle urne delle primarie potrebbe essere elevato.
Ma con quali risultati? Fare previsioni oggi è arduo.
Se non altro perchè la consultazione sarebbe preceduta da una combattuta campagna elettorale, che potrebbe formare o modificare l’orientamento di molti elettori.
Al momento sembrerebbero prevalere, in entrambe le competizioni, i leader attuali: Alfano e Bersani.
Con percentuali di consenso relativamente simili, entrambe poco sotto al 50% dei voti. Tuttavia, c’è una differenza significativa.
Nel caso del Pdl, ad Alfano si contrappone una pluralità di competitor, nessuno dei quali riesce a minare il predominio del segretario (abbiamo escluso Berlusconi, anche se alcuni intervistati dicono che lo vorrebbero votare comunque).
Nel Pd, viceversa, pur senza intaccare la vittoria di Bersani, Renzi concentra su di sè più di un quinto dei voti, arrivando a costituire una minaccia consistente.
Nel caso di una competizione allargata a tutto il centrosinistra, il risultato appare meno scontato.
Bersani giungerebbe comunque primo, ma viene «tallonato», a pochi punti di distanza, da Di Pietro e, ancora una volta, da Renzi. L’esiguità della differenza di voti rende dunque, nel caso di primarie della coalizione del centrosinistra, il possibile esito aperto.
Insomma, le primarie rappresentano un desiderio assai diffuso in tutto l’elettorato, di centrodestra e di centrosinistra.
Con risultati che sembrano oggi privilegiare lo status quo costituito dagli attuali segretari di partito.
Ma con possibili evoluzioni difficilmente stimabili in questo momento.
Renato Mannheimer
(da “Il Corriere della Sera“)
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Giugno 24th, 2012 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI FIRENZE RIGHEIRA LE CANTA A D’ALEMA, VELTRONI, BINDI E MARINI : “L’ESTATE STA FINENDO, I MANDATI NO, ORA BASTA ,TOCCA A NOI” (CIOE’ A LUI)
È partita la sfida del «rottamatore» Matteo Renzi a Bersani.
In contemporanea con la riunione nazionale dei segretari di circolo a Roma, il sindaco di Firenze ha dato il via al nuovo Big bang, chiamando a raccolta i suoi Mille, amministratori e sindaci da tutta Italia, in attesa della «vera» convention per le primarie che Renzi ha già annunciato si terrà in autunno.
IL SINDACO: «PIACERE A DESTRA NON E’ UN DELITTO»
Dal palco il sindaco Matteo Renzi lancia un messaggio a Bersani: «Noi non usciremo dalla dinamica della vecchia politica, se non uscendo da qui e dicendo non candidiamo un io ma candidiamo un noi. Se ci saranno primarie, se saranno aperte e libere e se uno di noi ci sarà , come credo, se avremo perso noi dal giorno dopo saremo al fianco di chi le avrà vinte». Continua: «Mi dicono: ma tu piaci a quelli di centrodestra? Pescare tra quelli di là è l’unica condizione per non riperdere le elezioni. Piacere all’altra parte politica non è un delitto».
E poi fa partire la canzone dei Righeira: «L’estate sta finendo, il loro mandato no: c’è gente come D’Alema, Veltroni, Rosi (Bindi, ndr), Marini: avete fatto molto per il paese, per l’Italia, per il partito. Adesso anche basta», ha detto Renzi, riferendosi ai loro mandati in Parlamento, mentre lo Statuto del Pd consente «al massimo tre mandati».
E alla domanda: come si sente nel Pd, risponde: «A casa mia. Ma ci sentiamo maggioranza nel Pd».
GLI AMMINISTRATORI SUL PALCO
A Firenze sono arrivati oltre mille amministratori accreditati, in oltre 300 hanno pronta la foto «simbolo» chiesta dal sindaco nella sua eNews per introdurre i loro interventi: ne solo previsti solo 80 al massimo, di 5 minuti.
A moderare gli interventi ci sono Giorgio Gori, Matteo Richetti e Davide Faraone.
Il primo a intervenire è il sindaco di Finale Emilia Fernando Ferioli: «Dobbiamo aprire un lungo capitolo contro la burocrazia che blocca i Comuni», dice con un video messaggio inviato alla convention.
«Questa burocrazia ci paralizza – ha insistito – eppure sono i comuni, siamo noi, sul territorio, a conoscere le tutte le situazioni, le emergenze, le priorità . Dobbiamo dire basta».
«Con il terremoto – ha aggiunto Ferioli – abbiamo perso in mezz’ora 1000 anni di civiltà ; ma la solidarietà dei Comuni è stata ed è ancora fortissima.
A ROMA I CIRCOLI DEL PD
In contemporanea, a Roma, si tiene l’assemblea dei circoli Pd.
Un «caso» che ha fatto ironizzare i rottamatori, «è la terza volta che accade»: ma sono comunque contenti per la risposta anche dalla Toscana, persino da Grosseto, terra «bersaniana» del Pd, partirà un pullman.
Mentre pare che quello organizzato dai democrat per Roma, sia stato annullato. Motivo: poche prenotazioni.
E dopo il «dossier» al veleno del Pdl su Matteo Renzi, smentito dallo stesso portavoce di Berlusconi, Paolo Bonaiuti, un altro attacco arriva al sindaco, alla vigilia del nuovo Big Bang: questa volta dal Pd.
«Renzi è un ex portaborse, diventato poi sindaco di Firenze per miracolo, per le divisioni interne al Pd fiorentino. Una figura minoritaria nel partito, ripete a pappagallo alcune ricette della destra, è fuori tempo massimo. Ma non credo andrebbe con Berlusconi, è lontano anche dal suo populismo».
IL FLASH MOB FUORI DAL PALA CONGRESSI
Un flash mob, in pratica un’ora di concerto di circa 60 musicisti dell’orchestra e del coro del Maggio musicale fiorentino, davanti al Palazzo dei Congressi di Firenze, prima dell’inizio di «Big Bang. Italia Obiettivo Comune».
Gli orchestrali, vestiti come quando vanno sul palco, e con dello scotch nero sulla bocca, hanno eseguito musiche di Verdi, Mozart, Puccini, Ravel e l’Inno di Mameli; poi, hanno lasciato volare in cielo palloncini neri.
Durante il flash mob gli orchestrali hanno scandito slogan come ‘Renzi bluff’ e ‘Colombo a casà , riferendosi alla sovrintendete del Teatro Francesca Colombo.
Anche sui palloncini sono state scritte frasi contro sindaco e sovrintendete. L’iniziativa è stata organizzata da Fials e Uil per denunciare la situazione del Teatro e, hanno spiegato i manifestanti, «per dire «no» alla cassa integrazione». «Quello che sta accadendo in Teatro – ha detto Marco Salvatori della Fials – è il completo fallimento della politica del sindaco Matteo Renzi e del presidente della Regione Enrico Rossi».
LO SCONTRO CON FASSINA
La vigilia del Big Bang si infiamma dopo le dichiarazioni di Stefano Fassina.
Il responsabile economia del Pd attacca il sindaco di Firenze parlando a La Zanzara su Radio 24: «Renzi? Una figura minoritaria nel partito, ripete a pappagallo alcune ricette della destra, è fuori tempo massimo. Ma non credo andrebbe con Berlusconi, è lontano anche dal suo populismo».
E scende sul personale: «Io a differenza sua – dice ancora Fassina- ho avuto una lunga esperienza professionale fuori dalla politica. Lui è un ex portaborse, diventato poi sindaco di Firenze per miracolo, per le divisioni interne al Pd fiorentino».
Renzi risponde non prendendolo troppo in considerazione. Prima lo irride di fronte ai 300 già arrivati ieri all’incontro organizzativo a piazza Adua: «Vi leggo una dichiarazione di Fassina, che non è la moglie di Fassino».
Poi, attacca: «Io mi fido di Bersani, molto meno di chi gli sta intorno».
E su Twitter prosegue: «A chi insulta rispondiamo con un sorriso».
(da “Il Corriere Fiorentino”)
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Giugno 18th, 2012 Riccardo Fucile
“NOI STIAMO CON BERSANI”: LA LETTERA CONTRO L’USATO SICURO RESPINTA DA MOLTI AMMINISTRATORI PD
Una lettera per la «rottamazione» e un manifesto per l’«usato sicuro».
C’è l’ultima fatica epistolare di Matteo Renzi, indirizzata agli amministratori del Pd per invitarli al Big Bang di sabato prossimo nella sua Firenze.
Con una «provocazione» che è tutta un programma: «I veri tecnici siamo noi. Perchè la tecnica non è il contrario della politica: la tecnica è, dovrebbe essere, almeno, strumento a servizio della politica».
Un invito, però, che a conti fatti, un gruppo di destinatari ha già declinato.
In tutto una trentina, tra sindaci, presidenti di Provincia e di Regione, che alla lettera di Renzi hanno risposto con un appello per sostenere Pier Luigi Bersani alle primarie del centrosinistra.
Da Piero Fassino a Vasco Errani, da Zanonato a Cialente, da Merola a Scanegatti passando per Daniele Manca e Catiuscia Marini.
C’è perfino la firma di Enrico Rossi, governatore della Toscana, in calce al manifesto che sponsorizza il «vecchio» segretario rottamando il «nuovo» sindaco di Firenze.
Insomma, prime importanti defezioni tra i grandi elettori naturali di Matteo Renzi, proprio nel giorno della chiamata a raccolta all’assemblea che, promette lo sfidante di Bersani, «non sceglierà un candidato alle primarie, ma candiderà gli amministratori per cambiare l’Italia».
Già , proprio quegli amministratori tra i quali, evidentemente, c’è chi preferisce l’«usato sicuro» agli incentivi alla «rottamazione».
E che non faranno parte della spedizione dei mille che il prossimo week-end affollerà il palazzo dei congressi a due passi dalla stazione di Santa Maria Novella.
Dove il tema del rinnovamento sembra già destinato a monopolizzare la due giorni. «Non abbiamo scoperto oggi la spending review o il rigore amministrativo — scrive il sindaco —. Solo che siamo abituati a farlo mettendoci il cuore, l’anima, tutto noi stessi. C’è la casta di chi sta rinchiuso nei palazzi dell’amministrazione centrale e c’è l’anticasta di chi tutti i giorni incontra cittadini, parla, ascolta, sta nei mercati e nei centri anziani, nelle scuole e sui posti di lavoro».
Critiche, ma anche proposte. «Non ci serve l’ennesimo cahier de doleances — prosegue Renzi —. E la nostra non può essere una terapia di gruppo di chi si racconta i rispettivi problemi, una sorta di seduta collettiva di amministratori anonimi».
Con una spinta alla fiducia e all’ottimismo. «Noi possiamo e vogliamo restituire un orizzonte all’Italia — continua il capo rottamatore —. Che ha tanti problemi, è vero. Ma è un Paese fantastico, pieno di talenti e opportunità . Liberare l’Italia che già c’è, e che è decisamente più bella di come ce la raccontiamo: questa la prima missione».
Ci sono i meriti dei tecnici guidati da Monti, che hanno ridato «all’Italia quella credibilità che aveva perduto» evitandole «il destino della Grecia», e i doveri della politica.
Che nel manifesto degli amministratori pro Bersani si riassumono più o meno così: «Siamo al cospetto di questioni irriducibili che richiedono di essere guardate in profondità e affrontate con la convinzione che l’impresa che andiamo ad affrontare richiede un passo saldo e determinato e un nuovo patto democratico per la ricostruzione e il cambiamento del Paese».
E come nella lettera di Renzi, anche l’appello a favore del segretario nazionale del Pd, mette al centro gli amministratori locali. «La difficoltà crescente di trovare soluzioni concrete coinvolge direttamente noi Sindaci», nella ricerca di una soluzione che «sta nel ricreare una sana gerarchia dei valori» contro «la montante ondata populista» che «può solo aggravare la disillusione dei cittadini».
La sfida tra Bersani e Renzi per evitarlo è già cominciata.
Antonio Pitoni
(da “La Stampa“)
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Giugno 8th, 2012 Riccardo Fucile
ECCO CHI PUO’ RUBARE A BERSANI LA CANDIDATURA A PREMIER… NON PUO’ DORMIRE SONNI TRANQUILLI
Sosteniamo il governo Monti fino al 2013”, ha detto (e ribadito) Pier Luigi Bersani smentendo
seccamente il suo responsabile economico, Stefano Fassina, che aveva rotto il tabù del voto anticipato.
Sostenuto da Massimo D’Alema che liquidava come una “sciocchezza” l’uscita di Fassina, ma anche di Matteo Orfini, nella fattispecie il figlioccio politico del Lìder Maximo.
Eppure al segretario potrebbe personalmente convenire il voto a ottobre. Sì, perchè lui, con l’etica della responsabilità che tira fuori in ogni situazione è pronto a presentarsi di nuovo davanti al giudizio degli elettori e sottoporsi a primarie per scegliere il candidato premier.
Una mossa a due facce: da una parte Bersani potrebbe ottenere una blindatura vera, certamente maggiore di quella di ora, dall’altra le primarie, se sono aperte (e così le ha presentate il leader Pd) possono sempre riservare qualche sorpresa.
Quel che è certo è che gli incubi di Bersani sono molteplici: tra le fronde e le provocazioni interne, gli aspiranti leader in casa, i nomi “nuovi” pronti a venir fuori, siano essi tecnici o amici di Repubblica e il fattore Grillo che erode dall’esterno non c’è certo da dormire sogni tranquilli.
E dunque, partendo dalle primarie.
Pronto a sfidare Bersani è il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che sono mesi e mesi che (cerca) di porsi come leader alternativo.
L’avvento di Monti l’ha un po’ rimandato nell’ombra, ma sono settimane che lui ha rimesso in piedi una campagna politica e di comunicazione in grande stile.
Tra i candidati a sorpresa ci potrebbe essere Rosy Bindi: non sarebbe neanche la prima volta: nel 2007 sfidò Veltroni.
Espressione di un’area più cattolica dei Democratici, è la presidente del partito, ma è anche un volto (e una politica) che ha da sempre un seguito e degli estimatori.
E che non esita neanche a porsi criticamente rispetto alla linea della segreteria.
Poi, tra minoranze, giovani scalpitanti, montiani convinti, vuoi che non esca qualche altro nome dal cilindro?
Se le primarie dovessero essere di coalizione, poi, la candidatura di Nichi Vendola è già annunciata.
Ma la leadership di Bersani non se la deve vedere “solo” con questi contendenti più o meno scontati. L’altroieri Ezio Mauro ha detto che il Pd dev’essere “un partito scalabile”.
Cosa diversa dalla lista civica, targata Repubblica e Saviano, che Bersani sarebbe stato pronto anche ad appoggiare, a patto, però, che non venisse messa in discussione la sua leadership.
E dunque, scalabile da chi?
Saviano (per ora) ha escluso di candidarsi, ma ha assicurato il suo patrocinio.
Netto diniego da Stefano Rodotà , il giurista tirato in ballo da Eugenio Scalfari.
Tra i “papabili” rimangono il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky e Concita De Gregorio.
Ma i possibili aspiranti non finiscono qui: tra i tecnici ritorna il nome di Fabrizio Barca, economista e ministro molto vicino a Napolitano, che ha mangiato a casa pane e politica per una vita (il padre Luciano è stato, deputato e poi senatore del Partito comunista italiano, e direttore dell’Unità ).
Il 23 maggio scorso Barca ha confessato a “Un giorno da pecora” che alle ultime elezioni ha votato ” a sinistra del Pd”.
E a Silvio Berlusconi dichiarò che “essere comunisti è una malattia di famiglia, una malattia incurabile”.
La voce è arrivata anche in tv allo stesso Bersani, che a Porta a Porta a una domanda su un’eventuale premiership di Barca aveva risposto: “Lo stimo tantissimo, gli voglio molto bene”.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 6th, 2012 Riccardo Fucile
I TIMORI DEL PD: IL VOTO E L’OPA DI “REPUBBLICA”… VOTO IN AUTUNNO? D’ALEMA SCOMUNICA FASSINA
Sarà anche una ennesima leggenda metropolitana, ma un dirigente che ci ha parlato pochi giorni fa
racconta una ennesima, sublime (e terrificante) battuta di Massimo D’Alema.
Un’altra perla nel filone inaugurato fastosamente con l’aforisma disincantato: “La sinistra è un male. Solo l’esistenza della destra rende questo male tollerabile”.
Un filone poi arricchito con quell’altra sentenza distillata a Gargonza (il direttore di Left, Giommaria Monti le chiama Massimae D’Alemae) che nel 1997 fece indignare Umberto Eco: “Vedo che discutete con molta passione della vittoria della sinistra. Ma forse non avete notato che nel 1996 la Destra ha vinto. Vi siete accorti che Casa delle libertà Ccd e Lega, anche se divisi, hanno la maggioranza dei voti”.
Ieri, fedele alla linea, ha definito “sciocchezza politica” l’idea di andare al voto a ottobre.
Il pensiero meridiano e l’esprit de paradoxe dell’ex premier raccontano il grande caos dentro il Pd. E anche il problema delle alleanze, la sfiducia atavica nella foto di Vasto, il bisogno continuo di corteggiare Pierferdinando Casini e il tentativo di puntellarsi con delle protesi elettorali.
Il primo problema si è aperto quando il Corriere della sera (ed stato un terremoto) ha bruciato a Pierluigi Bersani la mossa a sorpresa: annunciare solennemente l’intenzione di candidarsi alle primarie, e bilanciare il suo cipiglio di apparatnick emiliano con la proposta di una “lista Saviano”, in cui il Pd cede parte della sua sovranità e del suo peso elettorale per eleggere intellettuali ed esponenti della società civile.
Un passo a lungo ponderato.
Per un anno Bersani ha fuggito le primarie temendo che gli precludessero le possibilità di alleanza con Casini.
Adesso Casini sposta la sua vela a destra, forse pensando di raccogliere le spoglie del Pdl, persino Luchino Cordero di Montezemolo cambia l’asse della sua fondazione Futura pensando di entrare in quell’area, e allora Bersani capisce che deve muoversi, per essere pronto a tutto se i tecnici dovessero collassare prima del tempo.
Ieri il segretario del Pd ribadiva: “Il nostro impegno è sostenere il governo fino alla fine della legislatura”.
Mentre si prepara ad annunciare le primarie e la sua candidatura, probabilmente per il 13 e 14 ottobre.
Ma ciò che gonfia le vele dei giovani cyberlaburisti Fassina e Orfini è un malessere sempre più diffuso: sindaci, amministratori, presidenti di regione, dirigenti intermedi non ne possono più degli strafalcioni dei tecnici.
Persino un deputato come Beppe Fioroni ieri alla Camera si sfogava con Agazio Loiero: “Questi sono pazzi . Profumo si inventa questa cazzata della riforma meritocratica, e poi fa sparire tutti i soldi per la formazione. Lo dicano che vogliono smantellare quello che ho fatto e costruire la scuola pubblica dei morti di fame”.
Lo scoop della Meli, che rivela la disponibilità di Bersani all’apparentamento con una lista civica espone questa proposta al fuoco amico dei dirigenti imbufaliti, e a due giorni dalla direzione il primo (e più delicato annuncio) viene intaccato dalla dichiarazione di Ezio Mauro a Otto e mezzo: “Non faccio operazioni di lobby, ma se il Pd vuole diventare forte deve rendersi scalabile e contendibile”.
Il che come minimo è una dichiarazione di sfiducia.
Ma a qualcuno la cosa non va giù. E ieri Francesco Boccia sfoderava il suo sarcasmo: “Non vedo l’ora di vederla all’opera in mezzo alle masse questa lista così civile della De Gregorio e del professor Zagrebelsky, non vedo l’ora di vederli a raccattare voti nei mercati discettando sulle riforme costituzionali…”.
Intorno a Boccia si fa subito capannello: “Io, al contrario di questi editorialisti, da 23 anni in poi ho presentato 18 dichiarazioni dei redditi, altro che Casta! Davvero — conclude il deputato lettiano — qualcuno crede che i radical chic e gli intellettuali del gruppo Espresso faranno sfracelli?”.
Schizzi di umore nero, che molti condividono.
A questo quadro va aggiunto tutto quello che si mormora in queste ore nel Palazzo. Ad esempio che Giorgio Napolitano vedrebbe con molto piacere un ruolo di primo piano per Fabrizio Barca, ministro con il cuore a sinistra (e anche l’araldo familiare). Solo chiacchiere?
L’idea di un papa straniero aleggia da molto tempo nell’aria.
E quindi, alla luce di quello che si muove, la sortita di Mauro fa preoccupare alcuni dirigenti del Pd molto più di quella di Scalfari.
Perchè se ciò che scrive Scalfari è un discorso che rafforza la leadership di Bersani, o almeno la sua proposta, quello che dice Mauro alla Gruber, mette in dubbio la conduzione del partito.
Venerdì Bersani dovrà combattere con le sue correnti. E con tutti i fantasmi che popolano le sue (possibili) liste.
Luca Telese blog
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Maggio 31st, 2012 Riccardo Fucile
LA SCELTA PER ARGINARE IL FENOMENO GRILLO… IL LEADER PD PRONTO A CANDIDARSI A PREMIER, MA RENZI E GLI ULIVISTI CHIEDONO LE PRIMARIE
Chi pensava che Bersani sarebbe rimasto fermo, ad attendere gli eventi, si è sbagliato, e di grosso. 
Il segretario ha annusato l’aria, e, visti i pericoli che potevano incombere, ha deciso di agire.
Al leader del Pd non è sfuggito il fatto che ormai anche dentro casa qualche cosa si stava muovendo. Nella pax bersaniana, firmata ormai quasi due mesi fa, si stava per aprire una piccola crepa.
Già , perchè se alla fine Walter Veltroni scalpita e Massimo D’Alema continua a pensare che anticipare le elezioni sia la migliore soluzione possibile, entrambi hanno comunque siglato quell’armistizio e, almeno per il momento, non intendono romperlo. Il rischio non veniva – e non viene – dai big del partito ma dall’asse che si è creato tra gli ulivisti e il sindaco di Firenze Matteo Renzi. Parisi e i suoi hanno deciso di chiedere ufficialmente le primarie in Direzione.
Erano pronti a farlo martedì scorso, torneranno alla carica lunedì.
LE PRIMARIE
A questo drappello si è unito un altro gruppo, capeggiato dal consigliere regionale lombardo Giuseppe Civati, che, nonostante i dissapori con il sindaco di Firenze, ritiene, al pari di Renzi, che le primarie siano indispensabili per ridare credibilità al Pd.
L’ordine del giorno per chiedere di tornare a utilizzare questo strumento di consultazione era pronto per martedì. La Direzione è poi slittata, causa terremoto, però la questione verrà affrontata nella prossima puntata, lunedì.
Bersani pensa di cogliere alla sprovvista i suoi avversari interni e di rilanciare l’immagine del Pd all’esterno con una mossa a sorpresa.
Quale? Si tratta di quella grande iniziativa che era stata preannunciata e che molti credevano si limitasse alla controproposta da opporre a Berlusconi in termini di riforma istituzionale. Non è così: il segretario sta scaldando i motori per un’uscita in grande stile che riguarda non solo il suo partito, ma il centrosinistra tutto.
Certo, lo slittamento della Direzione, un «atto dovuto» come lo definiscono gli stessi bersaniani, rischia di attenuare l’effetto sorpresa e di far cambiare i piani al segretario, magari facendo passare qualche giorno ancora, dopo la Direzione.
Per il grande annuncio. Ma la linea ormai è stata decisa e il leader del Pd non ha intenzione di discostarsi dal tracciato.
PREMIERSHIP
L’idea, per dirla in poche parole, è quella di annunciare la propria candidatura alla premiership e di dire di sì alla presentazione di una lista civica che affianchi il partito alle prossime elezioni.
Le due cose insieme dovrebbero servire ad arginare l’astensionismo e il fenomeno Grillo, oltre che a tagliare le unghie agli avversari interni.
La lista civica che dovrebbe coinvolgere un personaggio di grande carisma come Roberto Saviano.
Qualche bersaniano ha alzato il sopracciglio, venendo a sapere le intenzioni del capo. E dicono che anche D’Alema mal digerisca la cosa.
Ma è anche vero che questo è l’unico modo per fronteggiare la richiesta delle primarie. Renzi non ha mai fatto mistero con nessuno che, in caso di una sua candidatura alla premiership, andrebbe avanti come un treno.
«Il mio programma–ha spiegato il sindaco di Firenze a qualche amico–è quello di rinnovare. E quindi basta deroghe sui mandati: io proporrò che persone come D’Alema e Veltroni non si presentino. Il rinnovamento o lo si fa sul serio o non lo si fa per niente».
E, com’era ovvio, questa confidenza è giunta anche alle orecchie dei diretti interessati. La contromossa di Bersani è l’unico strumento con cui sparigliare e silenziare (se non archiviare) le primarie.
Un’operazione gattopardesca secondo Renzi e gli ulivisti.
Un’operazione salvezza, se la si guarda dall’altra parte.
Maria Teresa Meli
(da “Il Corriere della Sera“)
ECCO LA SMENTITA DI ROBERTO SAVIANO
Passano poche ore e lo scrittore, nella sua rubrica in edicola sull’Espresso di domani, smentisce le voci di un impegno in politica. “Chi diffonde queste informazioni ha paura di chi non viene percepito come schierato e vuole delegittimarmi. Mi capita spesso di leggere articoli che danno per certa la mia candidatura politica. Non è importante in quale ruolo e in quale partito, la cosa certa è, che dicono, “sto per candidarmi”. Ovviamente è falso. E’ dal 2006 che, mentendo, annunciano la mia candidatura. Chi fa disinformazione, quando terminò “Vieniviaconme”, dava per certa la mia candidatura. E ora che è finito “Quello che (non) ho “, spuntano notizie dello stesso tenore.
Il punto è che per queste persone, chiunque non venga percepito come schierato, fa paura e va delegittimato.
Il messaggio implicito è: “Questo qui fa di tutto per ottenere consensi, perchè il suo scopo è fare politica”. Il mio mestiere è quello di scrivere, ma non rinuncio alla possibilità di costruire un nuovo percorso in questo paese. Ridare dignità alle parole della politica è invece la premessa alla rinascita. Ripartire dalle parole significa costruire prassi diverse. Perchè le parole sono azione”.
(da “la Repubblica“)
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Maggio 27th, 2012 Riccardo Fucile
“DOVE ABBIAMO PERSO LE PRIMARIE, COME A GENOVA, ABBIAMO VINTO LE ELEZIONI. DOVE ABBIAMO VINTO LE PRIMARIE, COME A PARMA, ABBIAMO PERSO LE ELEZIONI. STIAMO STUDIANDO ATTENTAMENTE IL CASO PALERMO, DOVE ABBIAMO PERSO SIA LE PRIMARIE CHE LE ELEZIONI”
Un’imprudenza del titolista de l’Unità manda nel panico i dirigenti del Pd: solo in tarda serata hanno
capito che si parlava di loro.
Bersani chiarisce il senso del trionfo del partito: “Se perdiamo le primarie non temiamo nessuno”.
D’Alema rivendica la vittoria: “L’ho abilmente costruita restando legato e imbavagliato nello stanzino delle scope”
E’ un giovane poliziotto iscritto all’Udc il protagonista dei festeggiamenti seguiti ai risultati delle amministrative alla sede del Pd romano.
“Abbiamo fatto le primarie per decidere chi doveva aprire lo spumante e ha vinto lui”, dice un funzionario del partito.
Il disappunto degli iscritti è stato comunque contenuto, perchè in ogni caso si respira aria di festa nella sede del Partito Democratico: “Una vittoria storica — si legge nei comunicati diffusi dalla segreteria — e vedrete che faremo di tutto perchè non si ripeta”.
L’analisi del voto è affidata al segretario Bersani in persona, che detta la linea: “Dove abbiamo perso le primarie, come a Genova. abbiamo vinto le elezioni. Dove abbiamo vinto le primarie, come a Parma, abbiamo perso le elezioni. Ma stiamo studiando attentamente il caso Palermo, dove abbiamo perso sia le primarie che le elezioni”.
Comunque sia, è la dimostrazione che in Italia la sinistra può vincere, soprattutto se gli elettori di destra non vanno a votare.
Particolarmente interessante il caso di Genova, dove Marco Doria ha sbaragliato gli avversari. “Anche qui bisogna fare un’analisi approfondita — dice un deputato Pd — perchè dimostra la collaborazione tra due anime della sinistra: se Sel mette il candidato e noi mettiamo i voti si vince”.
Ora che il Pd è la prima forza politica del Paese, comunque, l’esercizio di gran moda è paragonare la linea del partito alle proposte di Hollande, eletto presidente in Francia. “Tassare i ricchi, come dice Hollande sarebbe una bella idea, ma chi glielo dice ai nostri elettori?”.
Quanto alla proposta sull’eutanasia, Bersani sarebbe favorevole, ma solo nel caso di Matteo Renzi.
Nel discorso di ringraziamento del segretario non sono mancati poi toni umanitari.
“Adesso che le urne sono chiuse — ha detto — possiamo concederci gesti generosi: potete anche togliere il bavaglio a D’Alema e Veltroni, ma ricordatevi di rimetterglielo sei mesi prima delle politiche del 2013”.
Unica nota stonata, il malore di Enrico Letta, che si è accasciato nel suo ufficio una volta appresa la notizia della vittoria della sinistra.
L’allarme è poi rientrato quando un infermiere gli ha spiegato che invece aveva vinto il Pd.
Alessandro Robecchi
(da MisFatto)
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Maggio 24th, 2012 Riccardo Fucile
“ABBIAMO I PIZZAROTTI E LI EMARGINIAMO”… REGNA L’INCERTEZZA SUL NOME DI BERSANI CANDIDATO PREMIER… IL PARTITO IN MEZZO AL GUADO TRA REPUBBLICA FINITA E QUELLA NON ANCORA COMINCIATA
A metà strada fra l’orgoglio di bandiera e lo spavento. Fra la soddisfazione di aver vinto nella stragrande maggioranza dei comuni
(persino Monza, persino Como, persino Crema) e la certezza di aver vinto male.
Con la metà degli italiani astenuti, con un milione di voti in meno rispetto all’ultima volta e gli iscritti dimezzati, con un avversario politico dissolto, il Pdl e la Lega che non ci sono più.
E con l’onda della sfiducia che sale, ormai gigantesca, e che fra Cinque Stelle si incarna in volti e in nomi fino a ieri sconosciuti: Pizzarotti, chi è mai costui? Alvise Maniero di anni 26, nuovo sindaco di Mira già feudo del Pci?
Ma il Pd non ce l’aveva un Pizzarotti, un Maniero?
Nel giorno in cui la Camera vota la legge che riduce il finanziamento ai partiti, boccone amaro ma dati i tempi necessario, i deputati del Pd si muovono nel cortile di Montecitorio in mezzo al guado tra la Repubblica finita e quella non ancora cominciata.
Amara e mesta la sensazione, dice il capogruppo Dario Franceschini reduce dal voto di drastica austerity, “di fare la cosa giusta ma inutile”.
Perchè il disamore per chi ha condotto i giochi della politica fino ad oggi accomuna “chi ha combattuto Berlusconi e chi lo ha assecondato senza più neppure distinguere il tesoriere che compra diamanti da quello che paga i manifesti elettorali al suo partito”.
E allora il vuoto attorno cresce e cresce fino ad alimentare la fastidiosa sensazione che il Pd sia un luogo, come dicono coloro che conoscono solo questo linguaggio, “contendibile”.
Che sia un mezzo di trasporto ancora buono ma privo di una dirigenza all’altezza del compito che l’aspetta. Bersani? Forse, ma forse anche no.
Chi altro allora? E attraverso quali metodi di selezione? Perchè il tempo è poco, se si vota fra dieci mesi, dice ancora Franceschini, “a settembre al massimo il nome del candidato premier deve essere sul tavolo” e ad oggi il candidato del Pd è Bersani, il segretario.
Ma i giovani scalpitano, e non solo loro.
Renzi è pronto per primarie che pretende, Civati ha una sua proposta e “Prossima Italia” – un sito, un libro, un progetto – al varo. I “giovani turchi” di Rifare l’Italia (che hanno in antipatia sia l’uno che l’altro) promettono “un grande evento a metà luglio a Milano”, annuncia Stefano Fassina che ci lavora con Matteo Orfini, Andrea Orlando, Gianni Cuperlo.
Walter Veltroni commemora Falcone e pensa a un listone civico da affiancare a quello del Pd, in Transatlantico mormorano che persino D’Alema si sia infine convinto che senza un rinnovamento visibile la prospettiva dell’alleanza al Centro sia poca cosa e del resto è proprio Fassina, l’ortodosso Fassina a dire “basta pensare a Casini, il “patto di sindacato” che governa il partito deve lasciare campo alla realtà che si muove là fuori. Quello di cui abbiamo bisogno, oggi, è di premere sul governo perchè siano rinegoziati con l’Unione europea gli obiettivi di crescita. Anche noi, come la Spagna, dobbiamo ottenere una deroga, spostare in avanti gli obiettivi economici e nel frattempo lavorare a valorizzare i tanti bravissimi dirigenti che abbiamo sul territorio”.
Il “patto di sindacato” sarebbe la non belligeranza fra Veltroni e D’Alema.
Tra i bravissimi dirigenti, Fassina lo elenca fra gli altri, il sindaco dimissionario di Siena, Franco Ceccuzzi, appena caduto 2 sotto i colpi dell’epocale battaglia fra Ds e Margherita all’ombra del Monte dei Paschi, una storia esemplare che intreccia politica ed economia e che si combatte in queste ore nel silenzio quasi assoluto della dirigenza nazionale del partito.
Di storie esemplari, nel Pd, la stagione è colma.
Prendiamo Parma, non si può non partire da lì.
Parma dove Bersani dice: “Abbiamo non vinto”.
La storia della sconfitta di Parma, a volerla raccontare tutta, comincia 15 anni fa quando a Mario Tommasini, amatissimo psichiatra basagliano, la dirigenza del partito preferì un candidato più ortodosso e affidabile, che perse.
È la regola del cursus honorum, ferrea fin dagli anni del Pci, alla quale ancora adesso è difficile sfuggire. Parti dalla Provincia, passi dal Comune, approdi in Parlamento.
A Parma Vincenzo Bernazzoli, presidente della Provincia a fine carriera, era il candidato Pd alle primarie.
Le ha vinte, ed ha perso le elezioni.
Pizzarotti, il candidato Cinque stelle, ha vinto facendo campagna contro il termovalorizzatore che Bernazzoli considerava invece inevitabile.
È vero che l’elettorato di centrodestra ha votato Cinque Stelle ma questo non toglie senso al risultato, semmai lo aggiunge.
Ascoltiamo cosa dice Laura Puppato, oggi capogruppo Pd nel Veneto, che qualche anno fa, giovane ambientalista, strappò alla destra il comune di Montebelluna proprio con una campagna contro il termovalorizzatore.
“Qui dal Veneto è chiarissimo: gli elettori della Lega e del Pdl non hanno più come riferimento Bossi e Berlusconi. Ne cercano un altro. Aderire alla proposta di Grillo è per molti naturale, una sorta di continuità ideale: consente loro di non ammettere di aver sbagliato in passato, di dire che destra e sinistra sono uguali e che appoggiano il nuovo. Mettono tutti sullo stesso piano, la “vecchia politica”, e aderiscono ad una proposta che, sotto il profilo del populismo e della demagogia, è in continuità con le loro scelte trascorse.
Il Pd vince contro il centrodestra ma perde contro chi si propone come “nuovo”: questo è quel che ci dice il risultato elettorale.
Da Genova a Parma, perchè anche la vittoria di Genova è una vittoria a metà .
Quindi mi pare chiaro che la risposta debba essere questa: rinnovare la classe dirigente, che non vuol dire azzerarla, ma rimettere al centro tutte le persone piene di entusiasmo e di capacità che, per paura del confronto con l’opacità di certi profili promossi per logiche interne alle carriere di partito, sono state fino ad oggi confinate ai margini”.
Cioè a dire: nel Partito democratico le persone ci sono, di Pizzarotti il Pd è pieno.
Solo che stanno di lato, per non fare ombra ai funzionari affidabili.
Quelli che vincono magari le primarie col sostegno dell’apparato e la disciplina dell’elettorato, ma poi perdono le elezioni.
Marta Meo, una giovane dirigente del Veneto che – delusa – si è ultimamente fatta da parte pur restando in direzione Pd, aggiunge che “il sindaco di Mira, Alvise Maniero, se fossimo un partito accogliente sarebbe stato uno di noi. E invece no, perchè io capisco che dobbiamo giustamente sostenere questo governo e dunque non possiamo fare quella politica radicale oggi molto richiesta, ma dovremo pur dire al nostro elettorato come la pensiamo sulle cose, dobbiamo pur dire dei sì e dei no. Sul lavoro, sulle tasse, sui diritti civili, sull’ambiente e sulle grandi opere. Sono questi i temi: i “no questo e no quello” hanno trovato humus e si sono rivolti altrove perchè non abbiamo saputo gestire, coinvolgere, dare un posto a preoccupazioni che non sono anti-sviluppo, o almeno non solo: sono legittime paure per la salute per l’ambiente in cui viviamo, per il mondo che abitiamo. I giovani sono lì, giustamente”.
Pippo Civati scrive oggi sul suo blog: “Ripeto ormai da anni, perfettamente inascoltato: che bisogna attaccare la Lega (non farle pesanti ammiccamenti), che il Terzo Polo esiste solo nei politicismi di Palazzo e che si deve interpretare il voto al M5S prima che, superando una certa soglia, diventi una forza alternativa al centrosinistra (che poi, come corollario, ci conduca tutti alla sconfitta alle elezioni politiche). Che il Nord non lo rappresenta più nessuno e il Sud si è auto-organizzato intorno a formule di difficile comprensione non appena si supera il Volturno. Che si vede una certa sclerotizzazione al Centro, nel senso geografico del termine: e un drappo pietoso copra Siena e le sue ricchezze perdute”.
Siena, la prossima frontiera. Gli antichi responsabili del disastro Monte dei Paschi oggi tacciono. Tace il segretario, impegnato piuttosto a disegnare in relativa solitudine un percorso di galleggiamento fino alla prossima formazione delle liste per le politiche.
Vasco Errani e Migliavacca i suoi consiglieri. Errani, al terzo mandato. Migliavacca, custode delle alchimie e dei dosaggi numerici. Salvatore Caronna, europarlamentare, è stato segretario regionale emiliano del Pd.
Li conosce bene entrambi. “Accontentarsi di come sono andate le cose non va bene – dice – Nessuno è entusiasta. La scomparsa del Pdl e la crescita della protesta mettono in pericolo la tenuta stessa del sistema paese. Dobbiamo andare ad elezioni con una nuova legge elettorale. E’ dirimente. Bisogna mettere la riforma elettorale come condizione per il sostegno a questo governo”.
Se no? Perchè non è detto che ci si riesca a fare questa riforma. Anzi. “Se no non esiste. Non è un problema che si risolva attraverso le primarie, questo. Le primarie i candidati perdenti le hanno vinte a Parma come a Palermo. Non si risolve un problema di identità con le primarie. Siamo a un cambio d’epoca, siamo davanti a un vuoto. Qualcuno presto lo riempirà . Il centrodestra, Berlusconi, troverà un nome facendolo uscire dai sondaggi, ci metterà i milioni, sembrerà nuovo. Qualcun altro arriverà . A sinistra bisogna dare una fisionomia alla proposta che vogliamo fare. Subito. Non con un altro giro di giostra fra capi e capetti, no. Con una legge elettorale. Il tempo è scaduto. Il maquillage non serve”.
Il maquillage, qualunque cosa sia, non serve.
Il tempo è scaduto.
Concita De Gregorio
(da “La Repubblica”)
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