Destra di Popolo.net

PD SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI, LA RABBIA DELLA BASE DAVANTI A MONTECITORIO

Aprile 18th, 2013 Riccardo Fucile

TWEET, SMS E URLA IN PIAZZA PER SOSTENERE LA CANDIDATURA DI RODOTA’ E DIRE NO AD ACCORDI CON BERLUSCONI

La rabbia della base di centrosinistra esplode davanti a Montecitorio, nelle mail che intasano le caselle di posta dei giornali, sui social network.
Nel mirino c’è Bersani, si legge su un cartello, «il sicario del Pd».
E ancora: «Non fatelo, non vi votiamo più», «Rodotà  senza se e senza ma», «Rodotà  presidente», «Rodotà  è il cambiamento, Marini il fallimento», «Com’è triste la vostra (ir)responsabilità ».
I manifestanti gridano il nome del costituzionalista (indicato da M5S) e «dateci gente onesta».
Un manifestante espone una riproduzione dell’Urlo di Munch con un buco dove mette la sua faccia, un altro la prima pagina del `manifesto’ con la foto di Rodotà  e il titolo «Giusto lui».
«Bersani ha detto che Berlusconi è impresentabile e poi fa l’accordo con lui per il Quirinale», commenta uno dei manifestanti, Marco Quaranta, di Roma. «Mi vergogno di essere rappresentata da un parlamento che rifiuta una figura come Rodotà », aggiunge Gabriella Magnano, romana anche lei.
Su Twitter corre la dichiarazione del presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, che non vuole essere «complice di un suicidio». «È la prima volta che disobbedisco in 40 anni -scrive, e il suo messaggio rimbalza sul web -. Ma non volevo essere complice di un suicidio. Ieri ho votato contro. E chi oggi vota non può non sentire la rabbia e il dolore».
«Fermatevi», ha scritto questa mattina su Twitter il segretario dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini.
Ai militanti non va giù neppure la foto di Bersani che abbraccia Alfano in aula.
Dice ad esempio Andrea Orlando, responsabile Giustizia del Pd: «La maggioranza del nostro gruppo ha molti neoparlamentari eletti dopo il vaglio delle primarie. Tra ieri sera e questa mattina ognuno di noi e’ stato bersagliato da sms e twitter perlopiù contrari all’opzione Marini. Quanti deputati li hanno fatti pesare nella loro scelta di voto?’».

(da “La Stampa“)

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MARINI NON PASSA: I TRE “PISTOLA” HANNO SPARATO A SALVE

Aprile 18th, 2013 Riccardo Fucile

QUORUM 672… MARINI 521, RODOTA’ 243, CHIAMPARINO 41, PRODI 14   OLTRE 100 SCHEDE BIANCHE  

Fumata nera.
Franco Marini non raggiunge il quorum per l’elezione del presidente della Repubblica.
Anzi.
Si ferma ben al di sotto: 520 voti contro i 672 richiesti.
Stefano Rodotà  ha preso 243 voti, Sergio Chiamparino 41. 14 preferenze per Romano Prodi, seguito da Bonino, D’Alema, Napolitano e Finocchiaro.
RESA DEI CONTI NEL PD  
La spaccatura nel Pd è ormai evidente. I renziani non hanno votato per l’ex leader della Cisl. Anche Vendola e i suoi si sono sfilati annunciando il voto per Rodotà , il candidato indicato dai 5 Stelle dopo le rinunce di Gabanelli e Gino Strada.
E adesso nel Pd c’è già  chi invoca la resa dei conti su Bersani.
La linea del segretario è infatti stata bocciata sonoramente dalle Camere.
E ADESSO?  
Un timido applauso è scattato nell’aula della Camera quando i voti in favore di Franco Marini hanno raggiunto il numero di 504: una cifra ben inferiore al quorum richiesto nelle prime tre votazioni (670), ma sufficiente dal quarto scrutinio in poi.
Il Pd tuttavia, visto anche l’ampio numero di voti mancanti a Marini, potrebbe valutare di cambiare “cavallo”.
Rispetto ai 750 voti preventivati, Franco Marini ne ha presi circa 250 in meno.
Colpa dei renziani, molti dei quali hanno puntato su Chiamparino.
Ma anche di un certo numero di esponenti Pd, del centrodestra e di Scelta Civica ai quali la candidatura dell’ex presidente del Senato risultava sgradita.

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I FRANCHI TIRATORI SONO APPOSTATI: PRONTI STAMANE A IMPALLINARE MARINI

Aprile 18th, 2013 Riccardo Fucile

SESSANTA RENZIANI, MA NON SOLO: TRA I DEMOCRATICI SI ALLARGA IL DISSENSO

Non sono franchi, ma santi tiratori.
I corpi immobili che ieri dondolavano nel Transatlantico in attesa di conoscere chi diavolo votare, su quale faccina mettere la croce, oggi trasformeranno la matita in freccia e inizieranno il tiro al bersaglio contro Franco Marini, vittima — forse inconsapevole — di una ribellione imprevedibile in queste dimensioni che forse lo trasformerà  da annunciato Papa in cardinale.
Candidato di bandiera, bruciato e poi dimenticato. Forse.
Se la dissidenza nel Pd superasse i 54 grandi elettori (solo i renziani sono una sessantina) Marini non potrà  essere eletto nei primi tre scrutini.
Non è tanto e non è solo Matteo Renzi, che pure conta nel Pd qualche grande elettore, ad aver innescato la più potente e schierata falange di contrari, di coloro che a viso aperto diranno no e no.
Sotto la cenere covava il sentimento e il risentimento, la voglia di rompere le righe e il desiderio di affermare una novità .
Che è anche questione anagrafica.
“Il Parlamento non è più quello che ricorda Bersani. Ho 47 anni e sono nella media dell’età , ma quando stamane ho incontrato un signore anziano (che poi ho riconosciuto come mio collega) mi è venuto da pensare a lui come a uno dello scorso secolo, di una storia passata e finita. In aula diremo tanti no, e li diremo ad alta voce. Io voterò Bonino”, annuncia Ivan Scalfarotto.
Ecco la conversione antropologica del franco tiratore, omino nascosto dietro la segretezza del voto, potente velato, tiratore per scelta cinica non per amor di patria.
Alle quattro del pomeriggio treni e aerei trasportano nella Capitale il primo battaglione di delegati regionali.
Alla Camera arriva un gruppo di pingui e attempate signore lucane, dalla Campania c’è il presidente Stefano Caldoro che attende.
Ecco il lombardo Maroni, fantuttone leghista: presiede la giunta e presiede il partito. Comanda di qua e di là  come del resto aveva smentito: “Se vinco le regionali mi dimetto da segretario”. S’è visto.
Toh! Seduto sul divano Vladimiro Crisafulli, anziano portavoti siciliano, bruciato dalla sicura rielezione per un problema di presentabilità .
Il Pd l’ha candidato e poi rimosso. Un po’ simile a quel che aspetta Marini. Sarà  sulla graticola per due giorni e poi?
I parlamentari sembrano tronchi d’albero buttati nella piena di un fiume. Vanno dove li porta la corrente.
“E dove?”, chiede la deputata Ferrante, già  pubblico ministero, da due legislature rappresentante del Pd. E boh! “Io non so, si dice Marini. Certo Rodotà  non lo voto. Neanche se mi tagliano tutt’e due le mani”, garantisce Marina Sereni.
Dipende sempre da dove ti metti nel Transatlantico per illustrare la scena.
Quelli laggiù, i berlusconiani, non fiateranno.
Ognuno farà  quel che prescrive l’intesa. Il capo ha detto Marini, ed è piatto ottimo e abbondante.
Non è un caso che l’unico corpo monolitico sia la formazione, il Pdl, che si dice liberale, che è contraria agli intruppamenti.
È la realtà  che sta rivoltando le basi dell’aritmetica, ed è un mistero come Bersani faccia fatica a coglierne il senso che oramai lo circonda. “Noi di Sel siamo per Rodotà . Punto. Solo un pazzo non comprende perchè le larghe intese debbano intendersi come un accordo con un trenta per cento della rappresentanza parlamentare lasciando senza intesa l’altro trenta. Io per esempio, voglio le larghe intese con il M5S”, spiega Nicopla Fratoianni, lato Vendola.
“Io Marini non lo voto”, statuisce con un tweet Edoardo Nesi, scrittore facente parte di Scelta civica, formazione di centro.
Tweet a cui ha aderito Andrea Romano, altro centrista. “Ma siamo pazzi? Ma è un sogno o un incubo questo nome?”, domanda incredulo Pippo Civati.
Tanti tiratori, di ogni colore e camicia. “I franchi tiratori hanno sempre salvato l’Italia”, dice Walter Tocci.
Renzi è un diluvio, attacca che è una meraviglia.
Dal Friuli la Deborah Serracchiani, che si gioca il voto regionale previsto per domenica, si dispera.
Rosy Bindi, persino lei, risulta imbambolata, inabile a fornire una logica, un senso compiuto alla scelta di Bersani: “Se Marini sarà  il presidente delle larghe intese non sarà  il mio presidente”.
L’impressione è che serviranno più notti del previsto, e più coltelli di quelli appena sfoderati.
L’elezione del Quirinale è, del resto, dentro la storica cornice dell’impallinamento. Tenete a portata di mano un pallottoliere, ci sarà  da divertirsi.

Antonello Caporale

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MARINI, MA CHE “BELLA SORPRESA”

Aprile 18th, 2013 Riccardo Fucile

BERSANI PROVA A TENERE INSIEME IL PARTITO ACCORDANDOSI CON BERLUSCONI

La montagna del Pd, alla fine, non partorisce il topolino Amato ma la Repubblica di San Marini, nel senso di Franco, non Francesco come il nuovo pontefice, pilastro ottantenne della nomenklatura di partito, fatta di postcomunisti e postdemocristiani.
A Montecitorio, l’annuncio arriva alle sette di sera, accompagnato dalla relativa Garanzia, con la maiuscola iniziale.
Bersani ha appena detto, dopo una faticosa e convulsa giornata di trattative, che “farà  un nome secco” all’assemblea dei parlamentari democratici e i deputati presenti ancora alla Camera confermano: “Il nome è Marini e ha già  incontrato Berlusconi”.
È questa, appunto, la Garanzia dell’inciucio edizione 2013.
Marini non solo è un trombato eccellente delle ultime elezioni politiche, cui si è presentato grazie a una deroga alla rottamazione, ma entra Papa in conclave con ben 14 anni di ritardo, come ricorda un furibondo Matteo Renzi, che aveva lo aveva impallinato con una lettera a Repubblica.
Era il 1999 e Marini fece un patto con D’Alema: “Tu a Palazzo Chigi io al Quirinale”. Invece l’intesa non fu rispettata e al Colle ci finì Ciampi.
La soluzione Marini è l’ultimo rigurgito dell’oligarchia del Pd, l’epilogo di un ventennio gestito sempre dalle stesse facce. Bersani sfonda e tritura ogni senso del ridicolo quando alle venti, poco prima della riunione dei gruppi democrat al teatro Capranica di Roma, spiazza i cronisti: “Sarà  una bella sorpresa”.
Suspence. Forse il nome di Marini è un depistaggio, la bella sorpresa non può essere lui. Invece no. È proprio così.
Il segretario sale sul podio e spiega ai parlamentari: “Siamo in mare mosso, insieme a una larga coesione servirà  esperienza politica, capacità  ed esperienza per questo avanzo la candidatura di Franco Marini. Sarà  in grado di assicurare la convergenza delle forze politiche di centrodestra e centrosinistra,ha un profilo per essere percepito con un tratto sociale e popolare. È personalità  di esperienza con carattere per reggere le onde e con radici nel mondo del lavoro, ed è persona limpida e generosa. Costruttore del centrosinistra”.
Tradotto vuol dire: Marini è il male minore per tentare di non spaccare il partito, con D’Alema e Amato sarebbe stato peggio.
È la vittoria degli ex dc come Beppe Fioroni.
Ma i fatidici mal di pancia non si fanno attendere, grazie ai social network. I primi a sparare sono Renzi e i renziani, che chiedono un voto interno su Marini.
Dice il sindaco di Firenze: “Preferisco Rodotà  a Marini”. Anche i giovani turchi come Matteo Orfini non sono entusiasti della bella sorpresa che ha compiuto 80 anni il 9 aprile scorso e chiedono tempo: “Aggiorniamo la riunione”.
I prodiani sono furiosi come i renziani. Minaccia Sandra Zampa: “Non voterò mai Marini”. Figuriamoci i filogrillini come Pippo Civati, quasi tentato di non andare all’assemblea per protesta.
Dov’è il paravento dell’unità  e della condivisione dietro cui Bersani nasconde il candidato Marini? Fuori il recinto del Pd non va tanto meglio.
Vendola di Sel, che ha lavorato tutto il giorno per Rodotà , fa sapere che deciderà  stamattina.
La Lega di Maroni è possibilista ma ufficialmente voterà  una propria parlamentare. Dubbi persino tra i centristi di Scelta Civica.
Tutti indizi, questi, che portano in una sola direzione: l’accordo di Bersani e della ritrovata nomenklatura del Pd, che aveva sopportato senza fiatare gli schiaffi di Grillo, con l’impresentabile Berlusconi.
Tra Bersani e il Cavaliere, tra voci di telefonate e incontri segreti tra i due, è rimbalzata una rosa di cinque nomi, di cui i primi tre veri candidati: Amato, D’Alema, Marini, Finocchiaro, Mattarella.
B. avrebbe preferito Amato o D’Alema ma di fronte al diktat bersaniano sulla sopravvivenza del Pd e sulla necessità  di isolare Renzi (sponsor di Amato e in seconda battuta di D’Alema) ha accettato l’anziano ex leader della Cisl, con una lunga militanza nella Democrazia cristiana.
I due, Berlusconi e Marini, si sarebbero pure incontrati nella mattinata di ieri, presente anche Gianni Letta, abruzzese come il candidato del nuovo inciucio.
In serata, il capo del centrodestra spiega così la scelta ai parlamentari del Pdl: “Marini è una persona che conosciamo da tempo, non ha militato nelle nostre file, ma viene dal popolo, lo conosciamo da tanto tempo come segretario della Cisl, sindacato legato alla Dc. Sindacato capace e di buone autonomie. È stato presidente del Senato e con lui Schifani ha avuto degli ottimi rapporti”.
Berlusconi, però, ai suoi fa anche un avvertimento: “Attenzione, non è detto che vada bene tutto al primo voto”.
I sospetti sono concentrati sui franchi tiratori del centrosinistra che potrebbero sabotare l’intesa.
Qualcuno, tra Pd e Pdl, pronostica pure l’ipotesi di bruciare Marini per far salire il vero candidato dell’inciucio: Massimo D’Alema. Tutto da vedere.
Così come la seconda parte dell’intesa: cioè il tipo di governo che nascerà  con Marini al Quirinale.
Bersani, in assemblea, ha negato un intreccio tra Colle e Palazzo Chigi, ma circolano già  le varie formule di esecutivo.
La più gettonata è un governo di scopo, che duri da uno a due anni, magari guidato dallo stesso Bersani e senza un impegno diretto del Pdl nella compagine dei ministri. In ogni caso l’inciucio nasce oggi. Il resto verrà  da sè.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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MILITANTI PD CONTESTANO BERSANI DAVANTI AL CAPRANICA: “VOGLIAMO RODOTA'”

Aprile 17th, 2013 Riccardo Fucile

UN TAM TAM SU INTERNET PORTA QUALCHE DECINA DI MILITANTI A MANIFESTARE DAVANTI AL CINEMA DOVE SONO RIUNITI I PARLAMENTARI PD… MOMENTI DI TENSIONE, INTERVIENE LA POLIZIA.., VENDOLA SE NE VA: “NOI VOTEREMO RODOTA'”

«Non vogliamo inciuci con Berlusconi, sostenete Rodotà ».
La «sorpresa» annunciata da Bersani che, mercoledì sera, ha proposto come candidato democratico alla presidenza della Repubblica, Franco Marini, non è piaciuta a molti sostenitori del Pd.
Dopo un tam tam partito da Facebook, alcune decine di militanti si sono dati appuntamento per protestare di fronte al teatro Capranica, dove sono riuniti i gruppi di Pd e Sel per discutere sulla porposta del leder del Pd.
MOMENTI DI TENSIONE
«L’Italia migliore vuole Rodotà », «Keep calm and vote Rodotà » si legge sui cartelli che i manifestanti hanno portato in piazza per sostenere la candidatura del giurista Stefano Rodotà , classe 1933, il candidato del Movimento Cinque Stelle per la presidenza della Repubblica.
Durante la contestazione non sono mancati anche momenti di tensione, con lo scoppio di un momentaneo alterco e un intervento «pacificatore» della polizia.
AL VOTO SULLA PROPOSTA DI BERSANI
Se la candidatura di Marini trova pieni consensi nel Pdl (Berlusconi ha dichiarato: «Stimo marini, è una soluzione positiva»), anche dentro al Pd le cose si stanno facendo estremamente più complesse.
Dopo il fermo no di Matteo Renzi, nella riunione dei grandi elettori al Capranica il nervosismo è palese.
Beppe Civati, uscito dal teatro per una pausa, ha dichiarato che le «cose stanno mettendo male» mentre Tabacci ha abbandonato l’assemblea senza rilasciare dichiarazioni a parte un «ci penserò stanotte».
La proposta di Bersani di candidare Franco Marini al Quirinale sarà  votata per alzata di mano all’assemblea dei grandi elettori del centrosinistra.
Di fatto l’ok dei grandi elettori su Marini si sta trasformando in una sorta di referendum sul leader democratico.
VENDOLA: VOTEREMO RODOTA’
Sel non partecipa al voto e i parlamentari hanno abbandonato la riunione.
Vendola, uscendo dal Capranica, ha dichiarato: «Voteremo Rodotà , da Bersani una scelta di restaurazione».

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HABEMUS MARINI: DOPO L’INTESA PD-PDL SULL’EX SINDACALISTA ORA MANCA SOLO UN PICCOLO DETTAGLIO, I VOTI PER ELEGGERLO

Aprile 17th, 2013 Riccardo Fucile

RENZI DICE NO, VENDOLA VOTA RODOTA’, ALTRI PD SI DISSOCIANO, I LEGHISTI SI CALANO LE BRACHE E I MONTIANI REGGONO LA CODA AL PDL…. PER GRILLO OBIETTIVO RAGGIUNTO: SALVARE BERLUSCONI E NON SPORCARSI LE MANI

Il nome è uscito dopo una giornata di trattative e un colloquio telefonico avvenuto tra Bersani e Berlusconi.
«La candidatura di Franco Marini è quella che è più in grado di realizzare le maggiori convergenze. È una persona limpida e generosa, uno dei costruttori del centrosinistra legato al lavoro ed al sociale», ha spiegato Bersani.
Ma la fronda renziana non sembra destinata a mollare.
Il rischio nelle file del Pd è quello dei franchi tiratori: In questo senso va letto l’appello del segretario: «Dobbiamo eleggere il presidente della Repubblica. È sempre stato difficile, nelle condizioni date non è facile, richiede un’assunzione di responsabilità  soprattutto da chi ha più numeri. Attenzione al passaggio che abbiamo davanti».
Per tutto il pomeriggio è andata in scena una lunga trattativa con Berlusconi.
Da una rosa di papabili ridotta a tre (Amato, D’Alema e Marini) la scelta è ricaduta sull’ex presidente del Senato, capace di far convergere anche i voti di montiani e leghisti, ma che rischia di spaccare il Pd.
Oltre al sindaco di Firenze sono arrivati anche i pareri contrari di Serracchiani («Scelta gravissima, sarebbe vittoria della conservazione in un momento in cui serve coraggio») e Laura Puppato: «Il Pd scelga Rodotà ».
«La discussione sul presidente della Repubblica è separata dal governo», prova a rassicurare Bersani.
Ma nel partito la delusione monta.
Bersani prova a riportare la calma: «Siamo in un mare mosso, insieme alla larga coesione servirà  esperienza politica, capacità  ed esperienza. Marini sarà  in grado di assicurare convergenza delle forze di centrodestra e centrosinistra, ha un profilo pe essere percepito con un tratto sociale e popolare. È una personalità  di esperienza con con carattere di reggere le onde e con radici nel mondo del lavoro».
Ma negli stessi minuti Matteo Renzi rilanciava il suo veto dallo studio de “Le invasioni barbariche”: «Votare Franco Marini significa fare un dispetto al Paese: si sceglie una persona più per le esigenze degli addetti ai lavori che non per l’Italia. È un uomo del secolo scorso».
Il dado comunque sembra ormai tratto.
È molto difficile che il Pd decida di convergere sul nome di Rodotà  per rispondere all’apertura di Grillo.
E si allontana anche l’ipotesi – temuta dal partito di Berlusconi e dallo stesso ex premier – dell’elezione di Romano Prodi al quarto turno.
E sul Professore arriva anche l’altolà  dei montiani. «Sul suo nome non abbiamo nessun problema, ma non ce la farà » perchè non gode di una «maggioranza ampia» mentre «noi spingeremo fino in fondo perchè ci sia un nome che trovi d’accordo anche il Pdl» e «il consenso ampio è un fattore indispensabile», spiega il coordinatore Andrea Olivero.

(da “la Stampa“)

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BERLUSCONI: “CON BERSANI E’ FATTA, UNA “STRETTA DI MANO” AL TELEFONO

Aprile 17th, 2013 Riccardo Fucile

IL CAVALIERE EVOCA “UN ACCORDO DI FERRO” CON IL LEADER DEMOCRATICO

«Direi che è fatta con Bersani», annunciava nel tardo pomeriggio di ieri Berlusconi, che proclamava «la fine della fase tattica» e parlava di un «accordo di ferro» per il Colle con il segretario del Pd sul nome di Amato, ritenuto «l’unico spiraglio».
Diceva la verità  il Cavaliere o stava bluffando?
Tutte e due le cose, l’uso del condizionale – quel «direi» – lo testimoniava.
E non perchè dovesse solo far finta di aver preso una decisione, ma perchè la corsa per il Quirinale è sempre piena di insidie: in passato è bastato un niente per far saltare patti più saldi di quello che il leader del Pdl sostiene di aver stretto con il capo dei democrat.
Di certo c’è che i due si sentono ormai assiduamente e non hanno più bisogno di intermediari. Ma siccome una stretta di mano telefonica non basta a chiudere un simile negoziato, alla vigilia delle votazioni Berlusconi mantiene – al pari del suo interlocutore – un atteggiamento non ambiguo, bensì prudente.
E c’è un motivo se dalla sua corte è iniziato a filtrare il nome di D’Alema, se il primo presidente del Consiglio post comunista è stato accreditato come «il candidato»: Amato era e resta la prima scelta per il Cavaliere; D’Alema è la carta di riserva, su cui puntare nel caso in cui l’accordo sull’ex sottosegretario di Craxi non dovesse reggere, e Berlusconi volesse evitare di restar fuori dai giochi, ritrovandosi al Quirinale una personalità  non gradito se non ostile.
Il punto è che Amato produce anticorpi all’interno dei due schieramenti: inviso a molti nel Pd e osteggiato da Vendola, determina lo stesso effetto in un pezzo del Pdl e nella Lega.
Perciò, se davvero – come sostiene Berlusconi – è stata trovata un’intesa con Bersani sul candidato, il problema è come farlo eleggere, mettendo a punto la tempistica per ufficializzare quel nome e sottoporlo ai grandi elettori.
Per esempio, riuscirebbe Amato a superare le forche caudine del voto segreto già  alla prima chiama?
È stato calcolato che – in caso di accordo tra Pd, Pdl e Scelta Civica – ci sarebbe un margine di centosessanta senatori: basterebbe o sarebbe preferibile aspettare le successive due chiame?
E se si optasse invece per la quarta votazione – quando servirà  la maggioranza semplice – non ci sarebbe il rischio di aprire le porte ad altri giochi, scatenando i franchi tiratori
Insomma, un passo falso e Amato sarebbe bruciato.
Di qui la carta D’Alema, che Berlusconi ha valutato con lo sguardo però sempre rivolto agli amatissimi sondaggi: perchè – agli occhi del suo elettorato – l’ascesa dell’ex segretario del Pds al Colle con il supporto del Pdl saprebbe di «inciucio», avrebbe un impatto maggiormente negativo rispetto ad Amato, che certo non è considerato una «novità ».
Tuttavia, pur di non dover stare a guardare per la seconda volta l’elezione del capo dello Stato, il Cavaliere non ha escluso D’Alema dal mazzo.
Preferirebbe Marini, «peccato che – giura scaricando le responsabilità  sul fronte avverso – siano quelli del Pd a non volerlo». Ancora una volta dice il vero o bluffa?
Di sicuro Amato incontra il gradimento di Berlusconi, che è in piena sintonia con Napolitano, da tempo sponsor dell’esponente socialista.
Ma se il patto Pd-Pdl dovesse saltare, l’inquilino del Colle avrebbe un altro candidato che vedrebbe di buon occhio come suo successore.
Sarà  una semplice coincidenza, ma non c’è dubbio che il giudice costituzionale Cassese incontra i buoni uffici del capo dello Stato uscente, ed è il nome con cui Bersani potrebbe evitare di venire travolto da Grillo, che ieri pronto ha iniziato la manovra di accerchiamento al Pd e gli ha di fatto proposto un accordo su Rodotà .
Con Cassese, Bersani si precostituirebbe un’exit-strategy, ecco perchè ne ha fatto cenno l’altra sera a Monti.
Il premier uscente però vuole che sul Quirinale ci sia una «scelta condivisa» con il Pdl, e la reazione istintiva di Berlusconi all’ascolto di quel nome non è stata entusiastica: «Cassese chi? Quello che ha lavorato per bocciare il lodo Alfano?».
Chissà  se Gianni Letta sarà  riuscito a persuaderlo, spiegandogli che l’ex ministro di Ciampi «si è mosso sempre di intesa con il presidente della Repubblica». Napolitano, appunto.
Da quell’orecchio però Berlusconi non ci sente, e infatti nella rosa predisposta dal capo dei democrat ci sono Amato, D’Alema, Marini e la Finocchiaro, che ieri ha chiesto e ottenuto di non venire esclusa dalla lista.
È sui primi due nomi però che si gioca la partita per il Colle.
Berlusconi dice che «è fatta».
Sicuro che non si vada ai supplementari?

Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera“)

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DEMOCRATICI IN FRANTUMI: NON C’E’ UN NOME COMUNE NEMMENO NEL PARTITO

Aprile 16th, 2013 Riccardo Fucile

BINDI: “GIA’ SAREBBE TANTO TROVARE UNA FIGURA CONDIVISA TRA NOI”

I bersaniani, i mariniani, i dalemiani, i fioroniani, i prodiani, i renziani, i «giovani turchi», gli ulivisti, i lettiani, i veltroniani, i bindiani, i franceschiniani…
E non è detto che l’elenco sia completo, perchè il partito che nacque da due partiti per fonderli in uno, è omai null’altro che un’affollata e confusa somma di tribù, guidate da capi rancorosi, assetati di rivincita e in guerra tra loro.
È il peggiore dei declini: e va in scena nel momento peggiore.
Tanto che, dopo che l’aveva già  fatto Franceschini, stavolta tocca al vicesegretario – a Enrico Letta – dire «c’è un rischio di spaccatura del partito… io sono preoccupato, non possiamo spaccarci in questo momento».
In questo momento no, ma dopo si potrà : e forse si dovrà .
Ed è un dopo che non potrà  esser comunque spostato troppo in là , a giudicare dalla micidiale giornata di ieri, filata via tra accuse e offese senza precedenti.
Del resto, la brace ardeva sotto la cenere fin dalle durissime primarie combattute nell’autunno scorso tra Bersani e Renzi: poi, le elezioni andate male, le tensioni nel partito e la necessità  di formare un governo e rinnovare contemporaneamente tutte le più alte cariche dello Stato, hanno letteralmente trasformato il Pd in un vulcano. Giovani contro vecchi, laici contro cattolici (e da ieri anche cattolici contro cattolici…), ex diessini contro ex popolari, liberal contro radicali…
È un durissimo tutti contro tutti, con un continuo giro di mosse di interdizione per stoppare l’avversario interno che hanno prodotto un risultato certo (la paralisi del partito e dell’intero quadro politico) ed uno imminente: l’addio, perfino, alla possibilità  di eleggere da soli un «presidente di parte».
L’aria è pessima praticamente su ogni fronte.
Ieri, per esempio, Franco Marini e Anna Finocchiaro hanno duramente risposto a Renzi (che li aveva giudicati inadeguati come candidati al Quirinale) nascondendo però a fatica la rabbia per il mancato intervento di Bersani: «Un segretario che non ha mai difeso nessuno dagli attacchi di Renzi accusava uno dei più stretti collaboratori della Finocchiaro -. Uno che da due mesi pensa soltanto al suo governo, mandando alla malora il partito e tutto il resto»
E le cose non migliorano per nulla se ci si sposta sul fronte-Quirinale.
Non a caso, uno dei primi «bersagli» del sindaco di Firenze – e cioè Rosy Bindi, Presidente dell’Assemblea nazionale del Pd va ripetendo da giorni ai compagni di partito un suggerimento che ancora fino a ieri pochi intendevano: «Cominciamo con l’individuare un nome che sia condiviso almeno da noi, all’interno del Pd. Già  questo, vista l’aria che tira, sarebbe da considerare un successo… ».
D’altra parte, la «pasionaria» al tempo del rinnovamento della Dc sa bene cosa voglia dire la paralisi e la spaccatura del partito di maggioranza relativa, e che effetti possa produrre quando c’è da eleggere un Capo dello Stato.
Primavera 1992, lei era europarlamentare e in Italia bisognava eleggere il successore di Francesco Cossiga: Forlani e Andreotti si contrastarono per settimane, col risultato che il nuovo Presidente (Oscar Luigi Scalfaro) fu eletto il 25 maggio alla sedicesima votazione.
E forse il braccio di ferro sarebbe andato avanti chissà  quanto, se non ci fosse stato il terribile attentato di Capaci (23 maggio).
Quella situazione – cioè quelle divisioni – rischiano di riproporsi oggi in maniera perfino più paralizzante, considerata la varietà  (e la rigidità ) delle posizioni in campo nel Pd.
Ci sono i giovani che non vogliono un presidente sul profilo Amato-D’Alema-Marini perchè «occorre dare un segno di cambiamento»; ci sono i renziani – e naturalmente non solo – che puntano su Prodi, convinti che con quel nome «si torna alle elezioni in autunno»; ci sono i cattolici che vogliono un cattolico al Quirinale, ma poi si dividono su chi (Marini? Prodi?) ; e infine i bersaniani, che guardano con un occhio al Quirinale e con l’altro a Palazzo Chigi, sperando possa essere conquistato dal proprio leader: aggiungendo, così facendo, confusione a confusione.
In questo lunedì di fine aprile, il pessimismo su un’intesa per il Quirinale e sul futuro del Pd sembra dunque più che giustificato, anche se nei corridoi si sussurra di incontri risolutori e patti già  stretti.
Gli incontri ci sono, naturalmente: solo che da una settimana quel che viene costruito nel primo viene poi demolito nel secondo…

Federico Geremicca
(da “La Stampa“)

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SI TRATTA SU GIULIANO AMATO, L’INCONTRO TRA I DUE LEADER SANCIRA’ L’ASSE O LA ROTTURA

Aprile 16th, 2013 Riccardo Fucile

QUIRINALE: DECISIVI IL SECONDO E TERZO VOTO

Fuori i secondi, trattano solo i leader.
Non è più tempo ormai di sherpa e messaggeri, per chiudere l’intesa sul Quirinale Berlusconi aspetta di incontrare nuovamente Bersani e di sentirsi proporre una rosa di «candidati presentabili», o forse un solo nome, purchè – appunto – sia «presentabile». L’ironia con cui aggettiva la richiesta, testimonia come il Cavaliere si approssimi alla corsa per il Colle sapendo di avere un ruolo centrale nel negoziato.
È vero che la storia delle elezioni per la presidenza della Repubblica è piena di colpi di scena, perciò il leader del Pdl fa mostra di prudenza.
Tuttavia le difficoltà  in cui versa il Pd gli garantiscono al momento una posizione di vantaggio.
Allora non resta che attendere il rendez vous tra Bersani e Berlusconi, che sancirà  l’accordo o la rottura.
Era scontato che si sarebbero visti a ridosso del momento decisivo, perciò è presumibile che l’appuntamento sia stato fissato.
Comunque ci sarà , se lo sono ripromessi, se è vero che ieri ci sarebbe stato un contatto telefonico tra i due.
D’altronde la cartina di tornasole per intuire che il dialogo intrapreso da Bersani e Berlusconi – pur tra mille difficoltà  – non si sia interrotto, è dato dall’atteggiamento di Renzi, dal modo in cui il sindaco di Firenze ha posto rumorosamente il veto su alcuni candidati al Quirinale, così da sbarrare il passo al segretario.
L’affondo avrà  anche portato il Pd sull’orlo di una scissione, ma per quanto possa apparire paradossale ha agevolato il lavoro di mediazione di Bersani.
Con il «niet» a Marini e alla Finocchiaro, infatti, Renzi ha scremato la lista dei pretendenti al Colle, spianando la strada ad una possibile intesa sul nome di Amato, su cui sarebbero già  pronti a convergere i centristi.
E dato che sul nome dell’ex sottosegretario di Craxi il «rottamatore» sa di non poter opporre resistenza, Bersani avrebbe ora la possibilità  di fare a Berlusconi il nome di una personalità  che il Cavaliere considera «presentabile».
Il leader del Pdl d’altronde – pur dichiarandosi pronto a votare per un esponente del Pd – in realtà  non avrebbe accettato candidati che agli occhi dei suoi elettori farebbero lo stesso effetto di una patrimoniale. E con l’opzione delle urne in campo…
Il primo a capirlo è stato D’Alema, che pure nei giorni scorsi stava giocando per sè la partita del Colle e ora avrebbe dirottato le proprie ambizioni sulla presidenza del Parlamento europeo, al posto di Schulz.
Quanto a Prodi, la sua eventuale candidatura entrerebbe in scena dalla quarta votazione, ma sulle macerie del Pd, perchè vorrebbe dire che la mediazione di Bersani è fallita.
Sarebbe un evento traumatico per i democratici, che oggi nemmeno Berlusconi vuole si verifichi.
Al Cavaliere interessa il patto, perciò aspetta.
Resta da capire quando l’intesa sul Quirinale si potrebbe realizzare.
E c’è un motivo se ieri il leader del Pd non ha fissato il timing: «Giovedì, forse venerdì».
È probabile che alla prima votazione i partiti decideranno di misurare le proprie forze, per mostrare la capacità  di tenere unito l’esercito dei grandi elettori.
Sarà  un test decisivo per capire se il patto potrà  essere onorato alla votazione successiva.
Perciò alla prima chiama il Pdl è pronto a far convergere i propri voti sul candidato di bandiera: e la «bandiera» del Pdl è Berlusconi.

Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera”)

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