Destra di Popolo.net

REFERENDUM: ITALIANI VERSO LE URNE, GOVERNO VERSO IL MARE

Giugno 10th, 2011 Riccardo Fucile

SONO MOLTI I MINISTRI CHE SI ASTENGONO: BOSSI, GALAN, BRUNETTA E GIOVANARDI LO HANNO UFFICIALIZZATO…FINI E NAPOLITANO ANDRANNO A VOTARE

Chi invita a votare, chi non ci va mai «per principio», chi lascia libertà  di scelta. A due giorni dall’ apertura delle urne dei referendum sull’acqua, il nucleare e il legittimo impedimento, si moltiplicano le dichiarazioni eccellenti in difesa di una o dell’altra posizione, o del diritto di non andare a esprimersi.
«Da quel che mi risulta Bossi non andrà  a votare», fa sapere il capogruppo alla Camera della Lega, Marco Reguzzoni, nonostante nei giorni scorsi il leader del Carroccio avesse definito «attraenti» i quesiti sull’ acqua.
Nella Lega, come nel Pdl, la parola d’ordine è libertà  di scelta.
Come il Senatùr, si asterranno vari esponenti del governo: da Gianfranco Rotondi a Renato Brunetta, da Giancarlo Galan a Carlo Giovanardi.
E una dichiarazione di non voto arriva anche dall’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni: «Non voto mai a nessun referendum per principio, perchè quello abrogativo lo trovo una follia».
Contro chi, tra gli eletti, invita a non votare, si scaglia Beppe Grillo: «E’ inammissibile che chi ricopre una carica pubblica inviti la gente a non andare a votare, andrebbe denunciato».
Tra chi invece di sicuro andrà  ai seggi, c’è il presidente della Camera Fini, che sottolinea di aver apprezzato il capo dello Stato Napolitano «in particolare quando ha detto che andrà  a votare ai prossimi referendum».
Gli inviti al voto arrivano dagli ambienti più disparati: dall’arcivescovo di Chieti, Bruno Forte («l’acqua è di tutti e deve essere per tutti») al sindacato di destra Ugl, che invita a dare due sì sull’acqua e sul resto libertà  di scelta, fino alla strana coppia Bonelli dei Verdi e Rampelli del Pdl, ieri in conferenza stampa congiunta per chiedere un «sì» al quesito sull’atomo.
Ma mentre le tifoserie sfruttano gli ultimi giorni utili per convincere gli elettori, ecco che si affaccia un problema non di poco conto sul voto degli italiani all’ estero.
Sulla validità  dei voti già  espressi sul vecchio quesito «ogni decisione è riservata agli uffici competenti per legge».
Una notizia che suscita subito agitazione: il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, presenterà  alla Cassazione un’istanza perchè i connazionali fuori dai confini non vengano conteggiati nel calcolo del quorum finale, «non vorremmo che finissero cornuti e mazziati: non hanno potuto esprimersi e rischiano anche di essere decisivi per l’affossamento del referendum».
Dal Pd ricordano che il Viminale deve «trasmettere i dati sulla partecipazione e sullo scrutinio», mentre il radicale Staderini avanza dubbi «sulla regolarità  del voto degli italiani all’estero per tutti e quattro i referendum».

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LA RIFORMA BRUNETTA HA LE GAMBE CORTE, FLOP DELLA GUERRA AI FANNULLONI

Gennaio 16th, 2011 Riccardo Fucile

SE NE VA PIETRO MICHELI, PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE INDIPENDENTE DI VALUTAZIONE, ACCUSANDO BRUNETTA: “TROPPE PRESSIONI E BUROCRAZIA, RIFORMA IN ALTO MARE”….”COMMISSIONE INUTILE, MI DIMETTO”

Una riforma storica, che l’Italia aspetta da anni, divenuta un giocattolo nelle mani della politica.
Impantanata tra gli «adempimenti burocratici» che non snelliscono la pubblica amministrazione nè migliorano i servizi ai cittadini.
E che ora rischia di fallire.
Con una lettera-denuncia al ministro Renato Brunetta si consuma l’addio di Pietro Micheli dalla Civit.
La Civit è la Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità  delle amministrazioni pubbliche, che ha un ruolo di primo piano nell’attuazione della riforma.
Micheli si è dimesso due giorni fa, torna a lavorare all’estero, uno dei 5 membri nominati a dicembre 2009, arrivato apposta dalla Gran Bretagna, dove era consulente del corrispettivo organismo inglese.
Va via perchè «non credo vi siano più i presupposti per lavorare», dice.
E accusa: a dispetto dei risultati iniziali, i difetti nell’impianto e «i gravi difetti nel modo in cui sta essendo attuata, rischiano di far naufragare» la riforma.
Nelle sue parole c’è il rammarico di chi ha trascorso 150 giorni per il Paese a parlare con dipendenti e amministratori, spiegare il testo, scrivere documenti, e oggi traccia un bilancio negativo.
Ritiene che la nota “autorità  anti-fannulloni” rischia di perdere la partita perchè non ha margini d’azione.
«La mia valutazione attuale – si legge – è che i limiti stiano prevalendo sul cambiamento e i vizi di un sistema da riformare non siano stati affrontati in modo corretto e con l’intensità  di energie politiche e risorse economiche che la sfida richiede».
Sotto accusa l’impianto della riforma costruita sui cardini della performance e della valutazione e i poteri della Commissione – finita nella bufera quando il presidente Antonio Martone, anche se non indagato, è rimasto coinvolto nell’inchiesta sull’eolico e la nuova P3 –   che deve indirizzare, coordinare e sovrintendere alle valutazioni dei dipendenti pubblici e garantire la trasparenza delle amministrazioni.
Dopo il consenso della campagna anti-fannulloni, la riforma si è concentrata sulla “performance individuale” dei dipendenti.
Premi e sanzioni ne sono stati il fulcro, ma le risorse per i primi sono state azzerate dalla legge di stabilità .
L’assenteismo si è ridotto, ma «ha finito per deprimere la reputazione e il senso di appartenenza di tanti», denuncia Micheli.
Che tornelli e telecamere non basteranno a rimotivare.
«Per rendere la PA più efficiente e competitiva bisogna risolvere i problemi a livello organizzativo e di sistema» suggerisce l’ex membro della Civit «puntando sulla creazione di valore pubblico e la valutazione degli impatti dell’azione amministrativa».
Per chiarire la sua scelta ricorda anche le difficoltà .
La Commissione non ha potere ispettivo nè sanzionatorio, come il National Audit Office inglese che ha un organico di 800 persone contro le 12 di quello italiano, senza sede propria ma ospitato dagli uffici dell’Aran.
La commissione è indipendente solo sulla carta: «Le ingerenze della politica sono fortissime – racconta Micheli – ha un budget di 8 milioni di euro l’anno: la metà  va a progetti vagliati da Brunetta e dal ministero dell’Economia».
E ricorda che «oltre alle pressioni su come usarli, i fondi stanziati per il 2010 non sono ancora allocati».
Ruolo e compiti si sovrappongono a quelli di altri soggetti che interagiscono con la PA, come la Ragioneria dello Stato.
Non manager ma soprattutto giuristi i suoi membri, la cui indipendenza è minata dal fatto che «il governo si riserva di determinare nomine, compensi e ambiti di operatività ».
E nei prossimi mesi – prevede Micheli – ci sarà  un fuggi-fuggi dei ministeri dalla valutazione dei dipendenti, come già  è accaduto con l’autoesclusione della presidenza del Consiglio e del ministero dell’Economia.

Paola Coppola
(da “La Repubblica“)

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ITALIA, PARADISO DELLE SCORTE: 1.000 AUTO BLINDATE, 2.400 AGENTI IMPEGNATI

Gennaio 12th, 2011 Riccardo Fucile

MOLTE SONO INDISPENSABILI, COME PER I GIUDICI IN TERRA DI MAFIA, MA CHE SENSO HA PAGARE QUELLE DI SGARBI, DILIBERTO, SCAJOLA E DELL’UTRI?…. SIAMO IL PAESE CHE VANTA IL RECORD MONDIALE DI ACQUISTI DI AUTO BLINDATE, PIU’ DEGLI USA E DELLA RUSSIA… SONO 90 I PARLAMENTARI E I MINISTRI SOTTO SCORTA,   21 I SINDACI E I GOVERNATORI DI REGIONE, 8 TRA I SINDACALISTI E I GIORNALISTI, 263 I MAGISTRATI… AUTO DA 300.000 EURO E UN COSTO SEL SERVIZIO DI 250 MILIONI L’ANNO… IL PREMIER E’ PROTETTO DA 30 UOMINI E 13 AUDI CORAZZATE

Le cronache di quest’ultima stagione tornano a riempirsi di allarmi, in un contesto che tra crisi economica, aspri confronti sindacali e scontri studenteschi è di sicuro teso, offrendo lo scenario perfetto per azioni clamorose e simulazioni più o meno credibili.
In questo clima da fine impero c’è una figura che torna protagonista: quella del pretoriano, che spesso invece di difendere l’imperatore diventa strumento di interessi diversi.
Oggi si chiama scorta e, nell’italica declinazione viene sempre più spesso percepita come lo status symbol supremo.
Per alcune persone realmente in pericolo si tratta di una logorante necessità , che annulla la libertà  di movimento e la privacy, una condanna alla vita blindata. Per altri invece è solo l’ostentazione di un rango: il massimo del privilegio, molto più dell’auto blu.
Tra minacce concrete e sfarzi di casta, l’Italia è diventata l’Eldorado delle auto corazzate: il nostro governo vanta il record mondiale degli acquisti, più degli Usa o della Russia, della Colombia o del Libano.
Negli ultimi anni lo Stato ha speso circa 120 milioni per comprare 600 Bmw delle serie 3 e 5; un centinaio di Audi 6, ciascuna del costo di 140 mila euro; un’ottantina di “carri armati” Audi A8 e Bmw 7 che per 300 mila euro promettono di incassare anche le raffiche di kalashnikov.
Ma nei garage pubblici c’è molto altro.
Centinaia di Lancia Thesis e Lybra, decine di Alfa 164, le nuove Subaru Legacy e le ormai vetuste Fiat Croma, residuati della flotta commissionata all’indomani della strage di Capaci.
Non esiste un censimento dell’autoparco blindato: dovrebbero essere circa 1.500 macchine, che consumano il doppio e si logorano molto più rapidamente.
Solo per le missioni assegnate dal Viminale ogni mattina ne partono 650: messe in fila formerebbero un corteo lungo più di tre chilometri.
Servono per garantire la sicurezza di 263 magistrati, la metà  dei quali in Sicilia e Calabria; 90 parlamentari e uomini di governo; 21 sindaci e governatori regionali; altrettanti ambasciatori e otto tra sindacalisti e giornalisti.
A sedici di loro viene assegnato il dispositivo massimo: due-tre blindate con oltre otto agenti.
Altri 82 hanno una doppia macchina con sei uomini armati mentre 312 si devono accontentare di una sola auto corazzata con una coppia di bodyguard.
Ad ulteriori 174 personalità  invece è stata concessa una vettura normale con uno o due militari di tutela.
In totale il ministero dell’Interno ha disposto 585 “servizi di protezione ravvicinata” che richiedono 650 vetture antiproiettile, 300 auto non blindate, circa 2 mila tra agenti, finanzieri, carabinieri e guardie carcerarie più altri 400 uomini per vigilare su case e uffici.
E questo apparato in molti casi si alterna su due turni, raddoppiando così personale e macchine.
L’elenco ufficiale del ministero – che “L’espresso” rivela per la prima volta – è comunque parziale, perchè esistono molte altre scorte che non dipendono dal Viminale.
Anzitutto, c’è lo scudo di Palazzo Chigi, con una struttura da 007 che schiera 30 commandos ed ex guardiaspalle privati della Fininvest, tutti alle dipendenze dei servizi segreti, con 13 Audi corazzate e altri 70 uomini per sorvegliare le residenze del premier.
E bisognerebbe conteggiare anche i dispositivi che vegliano sul capo dello Stato e quello che contribuisce alla sicurezza del papa.
C’è poi una serie di provvedimenti d’urgenza disposti dai singoli prefetti: nell’ultimo periodo hanno riguardato 23 magistrati e un numero top secret di politici nazionali o locali.
Nella lista vanno aggiunti i “servizi di vigilanza”, ossia il livello minimo di protezione: un’auto di ronda che passa periodicamente sotto l’abitazione o il luogo di lavoro della personalità  da protegger.
La vigilanza riguarda 678 magistrati e una moltitudine di esponenti di partito, sindacalisti, imprenditori, alti prelati e un gruppetto di giornalisti.
Infine, l’ultima novità : i vigili urbani usati come guardia personale dai sindaci, con la benedizione o meno dei prefetti, come avviene da Palermo a Pavia.
E persino, è accaduto a Milano, la discesa in campo della polizia provinciale che normalmente si occupa di caccia e pesca mentre invece ha esibito un pool di bodyguard con equipaggiamento da Secret service.
Una stima ufficiosa ritiene che per le scorte ogni giorno siano mobilitati più di 4000 uomini con duemila vetture: una moltitudine di pretoriani che tra stipendi, auto e carburante grava sull’erario per oltre 250 milioni di euro l’anno.
Un costo altissimo in termini economici e professionali, perchè si acquistano blindate da sogno mentre le volanti perdono i pezzi e si destinano a questi incarichi agenti di prima scelta, uomini e donne giovani ed esperti, con ottima forma fisica e grandi capacità .
“Personale che sa “leggere” quello che succede per strada, interpretare gli atteggiamenti della gente e gestire la reazione: l’ideale per quei servizi di controllo del territorio che vengono sempre invocati”, come sottolinea un sindacalista delle forze dell’ordine.
Eliminare le scorte inutili è uno slogan che ritorna periodicamente.
Eppure da otto anni non ci sono attacchi di gruppi organizzati di natura politica, criminale o religiosa: le Brigate rosse sembrano debellate, le mafie hanno subìto duri colpi – come magnifica la propaganda di governo – e scelto una linea di basso profilo.
La sparatoria nel condominio del direttore di “Libero”, stando alle indagini, sembra una discutibile iniziativa del suo agente di scorta.
Mentre le azioni di squilibrati, come il lancio della statuina contro il premier, non sono state impedite dalla sicurezza ravvicinata più potente d’Italia.
Inoltre bisogna ricordare che gli attentati più gravi della storia recente, quelli contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, hanno ucciso magistrati con protezione massima.
Certo, ci sono personaggi che per il ruolo rivestito o per specifiche iniziative, hanno ricevuto minacce o corrono pericoli concreti.
Ma siamo sicuri che in Italia ci siano 700 persone che non possono fare a meno di una protezione armata 24 ore su 24?
Queste cifre testimoniano la sconfitta dello Stato nel garantire l’ordine pubblico o sono solo l’ennesimo corto circuito tra istituzioni che invece di controllarsi si scambiano favori?
Tutti i sindacati di polizia sono compatti nel denunciare lo scandalo quotidiano che avviene in questo settore.
E sono numerosi gli episodi che hanno diffuso questa percezione di abuso.
I militari che continuano a proteggere l’ex governatore laziale Piero Marrazzo, assiduo frequentatore di transessuali nonostante fosse sotto scorta.
La difesa anti-ultra accordata per mesi ad Adriano Galliani.
O i filmati della Mercedes di Lele Mora carica di pin up che entra nella villa di Arcore senza nessun controllo dei carabinieri all’ingresso.
O il traffico di chiamate di escort, starlette e minorenni sedicenti nipotine di Mubarak smistato dal telefonino del caposcorta di Berlusconi che – alla luce dello stipendio d’oro di dirigente dell’intelligence – dovrebbe occuparsi di vicende più serie per la sicurezza nazionale.
Ma le proteste anonime degli agenti segnalano lo stesso malcostume: ore passate a vigilare su party e festini delle autorità .
E se un poliziotto o un carabiniere reclama, quasi sempre finisce per beccarsi una punizione.
Pochi mesi fa un importante ministro è stato messo in guardia dai problemi di sicurezza connessi alle frequentazioni discutibili di un suo stretto familiare: e lui invece di ringraziare ha preteso che tutti gli uomini della sua vigilanza venissero rimossi.
Altro vizio diffuso poi sono le tutele eterne, che proseguono per anni senza che se ne capisca l’esigenza: benefit a vita.
Il sindacato di polizia Coisp ha fatto un elenco di lungodegenti della blindata: Oliviero Diliberto dieci anni fa fu il secondo Guardasigilli comunista dopo Palmiro Togliatti e da allora continua a girare con autista e agente; il combattivo avvocato ed ex deputato Carlo Taormina ha ben quattro uomini; Mario Baccini non è più sottosegretario dal 2005 ma ha ancora cinque guardaspalle.
I presidenti di Camera e Senato continuano per lustri a girare con tutela calibro nove: Irene Pivetti l’ha avuta per oltre dieci anni e oggi sorveglia i convegni di Marcello Pera e Pier Ferdinando Casini mentre Fausto Bertinotti passeggia per villa Borghese con la signora Lella sottobraccio e agente al seguito.
L’ex governatore calabrese Agazio Loiero ha tre finanzieri, quattro il leghista Federico Bricolo e due l’ex sindaco di Segrate e deputato Giampiero Cantoni. Marcello Dell’Utri viene protetto da nove anni, nonostante la condanna confermata in appello per mafia.
Vittorio Sgarbi è un altro habituè della scorta. La ebbe per la prima volta nel 1993 e la perse due anni dopo anche per le interrogazioni del postdemocristiano onorevole Sergio Tanzarella che lo accusava di “seminare il panico nelle strade di Roma, soprattutto di notte, scarrozzando allegre e schiamazzanti brigate gaudenti da ristoranti e balere”.
Ma il critico l’ha riottenuta la scorsa estate come sindaco di Salemi, pronto a scagliarsi contro lo scempio dei parchi eolici siciliani: una misura potenziata per effetto di due lettere anonime recapitate alla Sovrintendenza di Venezia.
La sua attività  tra Roma, Veneto e trapanese richiede lunghi spostamenti: a settembre uno dei “suoi” finanzieri ha rischiato la vita dopo un incidente sull’Autosole.
La legge prevede che tutte le misure di protezione vengano riesaminate periodicamente, per capire se sono ancora indispensabili.
In realtà  queste revisioni sono rare: per quieto vivere o per mantenere buone relazioni, difficilmente si interviene. Eppure basterebbe poco per risparmiare. Due mesi fa a Palermo il prefetto Caruso ha limato molti dei servizi, togliendo le blindate a giudici che non avevano più incarichi a rischio o a politici come l’ex governatore e imputato Totò Cuffaro: così ha recuperato 50 agenti.
Oggi l’italiano più protetto dopo Berlusconi è Renato Schifani: il presidente del Senato è la seconda carica istituzionale, ma in questa stagione turbolenta la sua posizione non appare in prima linea.
Invece la sua sicurezza è affidata a venti uomini dei reparti speciali con quattro vetture corazzate, mentre il figlio che vive a Palermo ha una blindata con tutela. Spicca anche l’esercito personale di Raffaele Lombardo, con 18 agenti e quattro Audi che si alternano intorno al governatore siciliano.
Le scorte spesso sono anche uno strumento per cementare relazioni e costruire carriere.
Nel 2001 l’allora direttore del Sismi Nicolò Pollari grazie all’emergenza dell’11 settembre aveva istituito un inedito servizio vigilanza degli 007 per dotare di auto blu e pretoriani una cinquantina di politici, ex membri di governo, top manager pubblici e privati.
Una cortesia che andava a rimpiazzare gli agenti richiamati dal ministro degli Interni Claudio Scajola, che con una drastica riforma aveva tagliato quasi 800 uomini dalle scorte per destinarli alla lotta contro il terrorismo islamico.
Nonostante non sia più agli Interni da otto anni e abbia dovuto rinunciare anche alla poltrona delle Attività  industriali per la casa con vista Colosseo pagata dagli assegni della Cricca, Scajola oggi conserva otto poliziotti e due blindate.
Un bel paradosso per chi definì Marco Biagi, lasciato senza protezione ignorando le sue richieste angosciate, “un rompicoglioni”.

Gianluca Di Feo
(da “L’Espresso“)

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BRUNETTA SPENDE IL DOPPIO

Dicembre 29th, 2010 Riccardo Fucile

IL MINISTRO HA DUPLICATO UNA SOCIETA’ DI STATO, IL FORMEZ, CON NUOVI INCARICHI BEN PAGATI PER TUTTI…. A INIZIARE DAL SINDACO DI RAVELLO (150.000 EURO L’ANNO), DOVE STRANAMENTE IL MINISTRO DELL’INNOVAZIONE TRASCORRE LE SUE VACANZE

Tempi duri per Brunetta.
Giorni fa sul sito Internet di Formez Italia, società  che fa formazione agli impiegati pubblici, si poteva leggere – in una dispensa sui diritti costituzionali del Comune di Roma – che “non bisogna considerare uguali a noi le persone in condizioni inferiori alle nostre (handicappati)”.
Il ministro si è irritato, anche perchè la Spa di Stato è una sua creatura. Nell’agosto 2009 Brunetta ha infatti diviso il vecchio Formez: Formez Pa e la new entry FormezItalia.
I maligni hanno parlato di inutile doppione.
Se da un lato il vecchio cda del Formez è stato asciugato di qualche unità , FormezItalia ha un nuovo presidente, due nuovi consiglieri, un direttore generale e un collegio sindacale tutto suo.
Brunetta ha fatto presidente (150 mila euro l’anno) Secondo Amalfitano.
Un fedelissimo: è stato sindaco Pd di Ravello, dove il ministro ha casa.
Poi il salto con Brunetta, come consulente, e ora organizzatore di concorsi.
I concorsi si fanno, è vero.
Peccato che il ministro abbia bloccato le assunzioni e ipotizzi futuri tagli-monstre nel settore pubblico.

(da “L’Espresso“)

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IL SINDACATO DI POLIZIA (DI DESTRA) COISP: “NON NE POSSIAMO PIU’ DELLE SCORTE INUTILI”

Novembre 4th, 2010 Riccardo Fucile

“SIAMO COSTRETTI A SCORTARE NON SOLO ESCORT, MA ANCHE GENTE IMPUTATA DI MAFIA”…”NOI, SE FREQUENTIAMO PER AMICIZIA UN PREGIUDICATO, SIAMO PUNITI, MA SIAMO COSTRETTI A   SCORTARE CHI, SOTTO I NOSTRI OCCHI, VA A TRANS O A MINORENNI”…”LA SCORTA SERVE A MOLTI PER PAVONEGGIARSI: GLI AGENTI SIANO IMPIEGATI PER DIFENDERE I CITTADINI”

La denuncia è di Franco Maccari, segretario del sindacato di polizia Coisp, area di destra: “Non solo le scorte alle escort siamo costretti a subire con riluttanza. Ma anche quelle a gente imputata di mafia o a persone (come la Pivetti) che non hanno più nulla a che fare con la politica”.
Di fronte a quanto dichiarato ieri alla stampa da alcuni carabinieri sulla crescente insofferenza da parte dei tutori dell’ordine nel fare servizio di scorta ad accompagnatrici di politici per feste varie, il segretario del Coisp è netto: “Se è così, sarebbe encomiabile un sussulto di dignità  da parte dei nostri colleghi costretti a volte a svolgere servizi che rasentano la decenza. O costretti a vedere cose ai limiti della legalità . I festini, per fare un esempio, si svolgono a un passo dalle scorte.Se davvero si rifiutassero, guadagnerebbero un po’ meno, ma almeno potrebbero guardarsi allo specchio”.
Maccari poi aggiunge: “Siamo al paradosso: noi per regolamento siamo puniti quando frequentiamo pregiudicati, anche solo a titolo di amicizia. Ma come la mettiamo con quelli che siamo costretti a scortare che hanno precedenti penali? O che, sotto i nostri occhi, vanno a transessuali o a minorenni? Non mi sembra molto edificante.”
Il segretatrio del Coisp tira le somme: “Le scorte in molti casi sono usate dalle “personalità ” per pavoneggiarsi. E’uno status symbol. Bisognerebbe avere il coraggio di metterci mano con serietà , recuperando personale da mettere a disposizione dei cittadini.Ma non c’è nulla da fare, non lo fa nessuno. E noi non abbiamo neanche i soldi per riparare le macchine o per pagare la benzina”.
Ricordiamo che attualmente sarebbero 570 i soggetti protetti, con un impiego di 2.500 uomini impegnati nel servizio e una spesa di 100 milioni di euro l’anno.
Con agenti che arrivano a sommare persino 120 ore mensili di straordinario di cui vengono pagate per regolamento al massimo 30 ore.
Una vergogna.

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LA REPUBBLICA DEL BUNGA BUNGA, AVANTI UN’ALTRA: 5.000 EURO TARIFFA INTERA PER IL PREMIER, RIDOTTA A 300 EURO PER BRUNETTA

Novembre 3rd, 2010 Riccardo Fucile

UN’ALTRA ESCORT RACCONTA DI ESSERE STATA PAGATA PER INCONTRI SESSUALI CON IL PREMIER…LA TESTIMONIANZA DI NADIA MACRI’ VERBALIZZATA DAI MAGISTRATI DI PALERMO: CHIAMATO IN CAUSA ANCHE IL MINISTRO BRUNETTA…. FESTINI CON ESCORT E DROGA

Ormai è un romanzo a puntate giornaliere, quello delle cattive frequentazioni di Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio della Repubblica del Bunga Bunga.
Nadia Macrì, la escort amica di Perla Genovesi ha raccontato ai magistrati di Palermo di avere avuto due incontri sessuali con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e di avere per questo ricevuto, ogni volta, una busta con 5000 euro come compenso.
Le dichiarazioni sono riportate in un verbale di interrogatorio che la ragazza ha reso ai primi di ottobre ai magistrati di Palermo.
Il verbale è stato secretato ed è negli atti dell’inchiesta di cui si valuta il trasferimento a Milano.
La Macrì ha anche riferito di essere stata introdotta al premier, in una delle due occasioni, da Lele Mora ed Emilio Fede. La notizia è confermata in ambienti investigativi.
Le dichiarazioni della donna sono contenute in un verbale di interrogatorio da lei reso ai pm del capoluogo siciliano ai primi di ottobre. La escort ha anche raccontato che a fare da tramite tra lei e Berlusconi nell’altra occasione è stato un politico emiliano di cui non sarebbe stata in grado di fare il nome.
Il nome di Nadia è emerso nel corso di un vertice alla procura di Palermo che ha avviato accertamenti sulle dichiarazioni di Perla Genovesi, 32 anni, parmigiana, arrestata nel luglio scorso per narcotraffico.
La Genovesi, che ha deciso di collaborare con i magistrati siciliani, ha riferito le confidenze di una sua amica, a proposito di feste da lei frequentate a Milano e a Villa Certosa.
La protagonista di queste vicende è una ventottenne, ex cubista, ex “ragazza immagine” ed escort, che ha confidato di aver preso parte a diverse feste ad alcune delle quali sarebbe stato presente il premier Silvio Berlusconi.
La cubista è stata individuata e interrogata: è conosciuta come “Nadia” e ha confermato tutto quello che ha detto la Genovesi. .
La cubista ha riferito alla Genovesi di episodi in cui si sarebbe fatto uso di stupefacenti e ci sarebbero stati casi di sesso a pagamento.
La Genovesi ha detto di avere presentato lei l’amica a Renato Brunetta, nel 2006: la giovane donna aveva un problema personale, collegato all’affidamento del figlio di pochi anni, e dopo avere conosciuto l’attuale ministro della Funzione pubblica avrebbe approfondito i propri contatti con altri politici, venendo invitata ed entrando così in quello che la trentaduenne parmigiana ha definito il “giro delle feste del presidente”.
Secondo quanto riferito ai pm di Palermo tutto ciò sarebbe avvenuto tra l’anno scorso e quest’anno.
Perla Genovesi (che, dopo avere parzialmente ammesso i fatti che la riguardano e che a luglio le costarono l’arresto, ha ottenuto i domiciliari) avrebbe fatto più viaggi per portare cocaina purissima e poi ne avrebbe consumata una parte assieme ad amici, in festini anche a base di sesso, tenuti nel trapanese e in Emilia Romagna.
Tra gli invitati anche politici delle due regioni, “molto conosciuti”.
Con Brunetta, Nadia Macrì avrebbe avuto anche un rapporto sessuale a pagamento. “Mi diede 300 euro, vestiti e alcuni gioielli”.
La giovane racconta che tentò di proseguire la relazione con il politico, ma senza successo. Lui replica: “La verità  è solo una. Questa persona mi è stata presentata quattro anni fa nel corso di un convegno. La conoscenza si è esaurita in quell’unica occasione”.
Ma oggi è stato smentito dall’avv. Taormina.
La terza volta che Nadia vide invece Berlusconi, il premier decise di soddisfare una curiosità : «Ma lei che fa nella vita?», avrebbe chiesto Silvio a Nadia Macrì.
E lei, la ragazza di 27 anni, mora, capelli lunghi, avrebbe risposto un po’ stupita, un po’ imbarazzata: «Ma come, presidente… Io sono una escort». «E no, questo lei non lo deve dire, eh?».
Un incontro per conoscersi, altri due a sfondo prevalentemente sessuale, a pagamento: per le sue prestazioni con il capo del governo la giovane originaria di Reggio Emilia racconta ai pm di essere stata ricompensata con cinquemila euro alla volta. «E poi gioiellini, piccoli Swarovski… La seconda volta i soldi me li ha dati personalmente il presidente, dentro una busta. Quella festa fu in Sardegna e noi ospiti avevamo fumato marijuana…».
Sono ovviamente arrivate le smentite da parte dell’avvocato Ghedini per conto del premier, ma ormai non si contano più.
La Repubblica del Bunga Bunga resta in attesa dell’aggiornamento quotidiano, gli italiani di qualche provvedimento serio del governo.

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VIENI, C’E’ UNA CASA NEL BOSCO… MA BRUNETTA NON VA DAI GIUDICI PER IL SUO RUSTICO A PREZZO STRACCIATO

Ottobre 1st, 2010 Riccardo Fucile

I GIUDICI DI LA SPEZIA VOLEVANO SENTIRLO COME PERSONA INFORMATA SUI FATTI CIRCA IL SUO RUSTICO DEL VALORE DI 300.000 EURO NEL PARCO DELLE CINQUETERRE PAGATO SOLO 40.000 EURO, PARI AL COSTO DELLA SOLA RISTRUTTURAZIONE.. HA ADDOTTO IMPEGNI MINISTERIALI A ROMA

Sabato scorso, 25 settembre, ore 10 del matino, 48 ore prima che scattassero arresti eccellenti nelle Cinqueterre, il ministro Renato Brunetta era stato convocato, come persona informata sui fatti, dalla procura di La Spezia.
Ma all’ultimo momento il ministro ha dato forfait per improvvisi impegni istituzionali.
L’interrogatorio sul rustico acquistato da Brunetta a Riomaggiore per 40.000 euro, pagando solo i costi di ristrutturazione, pur avendo l’immobile e il terreno circostante un valore di circa 300.000 euro, è stato così rinviato, in attesa di concordare una nuova data.
Se Brunetta continuasse a rinviare si replicherebbe quanto successo con Claudio Scajola per la casa con vista Colosseo.
La Procura potrebbe chiedere l’accompagnamento coatto con i carabinieri, ma prima dovrebbe chiedere l’autorizzazione alla Camera dei Deputati. Brunetta ha voluto precisare che quanto prima si presenterà  per chiarire la sua posizione in una inchiesta che finora ha portato a 12 arresti, tra cui il presidente, targato Pd, del Parco delle Cinque Terre, Franco Bonanini. Inchiesta in cui alcuni indagati hanno già  cominciato a fare ammissioni, come il sindaco di Riomaggiore.
Allo stato attuale non vi sono elementi per ritenere che Brunetta fosse a conoscenza delle manovre che gli arrestati stavano compiendo per fargli acquistare ul rustico.
L’ipotesi dei magistrati è che finanziamenti pubblici, ottenuti da Conume e dal Parco, sarebbero dovuti finire al venditore del rustico.
In pratica si voleva pagare una parte del prezzo del rustico con soldi pubblici. Brunetta è amico di Bonanini da quando entrambi militavano nel Psi. Bonanini (ora Pd) propone al ministro il rustico di proprietà  di Srefano Pecunia il quale si dichiara disponibile a venderlo, visto che non avrebbe mai ottenuto i permessi per “sistemarlo”.
Un anno prima della vendita viene fatto un compromesso dal notaio, presente e garante Bonanini.
Poi Pecunia fa fare i lavori di ristrutturazione (per 40.000 euro) alla ditta Carpanese che stranamente verrà  pagata però dal ministro .
Brunetta alla fine riceve un rustico messo a posto, del valore stimato di 300.000 euro, pagando solo 40.000 euro di ristrutturazione.
Pecunia avrebbe dovuto ricevere la sua parte attraverso una distrazione di fondi pubblici destinati al Parco, per i quali si era impegnato lo stesso Bonanini.
Il tutto per “ingraziarsi il ministro”, a quali finii futuri non è chiaro.
Nel ristrutturare il rustico sono stati però anche accertati abusi edilizi e false documentazioni.
La domanda che resta è come Brunetta potesse non sapere di stare acquistando un immobile, con verde intorno, pagando 1/8 del suo reale valore.
Chissà  se prima o poi spiegherà  ai giudici anche questo aspetto essenziale.

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NOVITA’ SUL RUSTICO DA 300.000 EURO CHE BRUNETTA HA COMPRATO PER 40.000 EURO: EMERGONO FATTI ANOMALI

Settembre 30th, 2010 Riccardo Fucile

NELL’INCHIESTA CHE HA PORTATO ALL’ARRESTO DEL PRESIDENTE PD DEL PARCO DELLE CINQUE TERRE CI SONO STRANI INTRECCI… ABUSI EDILIZI NELLA RISTRUTTURAZIONE DEL RUSTICO, IL VECCHIO PROPRIETARIO CHE DISPONE I LAVORI CHE POI VENGONO PAGATI DA BRUNETTA, UN COMPROMESSO FIRMATO UN ANNO PRIMA DAL MINISTRO…BRUNETTA POTEVA NON SAPERE CHE QUALCUNO GLI STAVA VENDENDO UN IMMOBILE A 1/8 DEL SUO REALE VALORE?

E’ di ieri il comunicato di Renato Brunetta: “il mio nome viene evocato nell’ambito di una vicenda cui sono totalmente estraneo, come chiarito dagli stessi inquirenti: non permetterò che la mia persona venga strumentalizzata”. Preso atto di quanto sopra, non si può nascondere che la vicenda abbia più di un aspetto poco chiaro.
Secondo accreditate fonti giornalistiche, gli accertamenti sul rustico ristrutturato a Riomaggiore, nelle Cinque Terre, e acquistato dal ministro, avrebbero preso avvio sulla base di qualche elemento emerso a Roma durante l’indagine sulla casa di Scajola.
Le successive indagini in Liguria si sono collegate poi a quelle già  in corso che, due giorni fa, hanno portato all’arresto di Franco Bonanini (Pd), presidente del Parco, del sindaco di Riomaggiore e di tutto il suo staff, compreso il comandante dell polizia municipale.
In tutto si tratta di 12 ordinanze di custodia cautelare con accuse gravissime che vanno dalla truffa aggravata ai danni dello Stato per 1 milione di euro, al falso ideologico, dalla corruzione alla concussione, dalla violenza privata all’associazione a delinquere.
Torniamo alla vicenda del rustico ristrutturato: era di proprietà  di Stefano Pecunia, il quale viene avvicinato dal geometra del Comune di Riomaggiore che gli chiede se volesse vendere il rustico a Brunetta.
Proposta subito accettata perchè “a gente come me non avrebbero mai dato il permesso di ristrutturarlo, per noi era inutilizzabile”.
Il giorno della firma del contratto preliminare di vendita era presente anche il presidente del Parco Bonanini che, pur essendo del Pd, è buon amico del ministro.
Sembrava avesse il ruolo di garante dell’operazione.
Chi ha fatto eseguire i lavori ora è indagato per abusi edilizi e falso, ovvero violazioni edilizie e certificazioni alterate.
Secondo gli inquirenti, la cricca locale perseguiva lo scopo di trovare a Brunetta un rustico a buon prezzo, di ristrutturarlo anche incorrendo in abusi e di reperire finanziamenti pubblici per poi compensare il valore delle spese dell’immobile.
Degli abusi edilizi ne risponde il proprietario di allora, ma è anche vero che quei lavori sono stati fatti in quanto Brunetta intendeva acquistarlo in buone condizioni.
Ne risponde certamente Stefano Pecunia, il vecchio proprietario, ma esiste anche un atto di compromesso tra costui e Brunetta che risale ad un anno prima.
I lavori vengono effettuati dal costruttore Carpanese che all’epoca della verifica aveva detto che non era stato ancora pagato da nessuno per l’importo concordato di 40.000   euro e di non aver alcun contratto scritto.
Oggi cambia versione e dice che sarebbe stato pagato con 40.000 euro attraverso due assegni e bonifici .
Pagato dal vecchio proprietario che gli ha ordinato i lavori?
No, dal ministro Brunetta che quindi sarebbe colui che ha realmente disposto i lavori.
Il tutto mentre Bonanini avrebbe cercato di dirottare dei finanziamenti pubblici per coprirne le spese.
Riepilogando: il presidente del Parco propone a Brunetta un rustico a prezzo scontato, chiede a Pecunia la disponibilità  a venderlo, il Pecunia fa fare i lavori a una ditta scelta da lui, ma poi li paga Brunetta.
Alla fine risulta versata solo una cifra di 40.000 euro a fronte di un rustico valutato ora 300.000 euro.
Prendiamo atto che Brunetta non sapesse nulla del regalo che qualcuno voleva fargli per ingraziarselo, in vista di non si sa bene cosa.
Ci chiediamo: come può un ministro e docente di economia pensare che l’immobile gli venga venduto a 40.000 euro ovvero a un ottavo del suo valore?
Possibile che non sia chiesto il motivo di quel prezzo stracciato?
Poteva non sapere Brunetta che il prezzo era completamente fuori mercato?
Attendiamo che Feltri approfondisca…

argomento: Ambiente, Brunetta, casa, Costume, governo, PdL, Politica | 2 commenti presenti »

ARRESTI ALLE “CINQUE TERRE”: ESCE FUORI UN RUSTICO DA 300.000 EURO CHE BRUNETTA HA PAGATO SOLO 40.000 EURO

Settembre 29th, 2010 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DEL PARCO ARRESTATO RIVELA CHE, PER INGRAZIARSI IL MINISTRO, GLI FECERO PAGARE SOLO IL COSTO DEI LAVORI DI RISTRUTTURAZIONE… BRUNETTA NON E’ INDAGATO IN QUANTO SAREBBE STATO ALL’OSCURO DEL FATTO CHE COMPRAVA UN RUSTICO A UN DECIMO DEL SUO VALORE REALE

Sono scattate manette eccellenti ieri mattina per lo scandalo delle Cinque Terre: arrestato Franco Bonanini (area Pd), presidente del Parco dichiarato patrimonio dell’Umanità  dall’Unesco.
In carcere anche il sindaco di Riomaggiore e tutto il suo staff, compreso il comandante dell polizia municipale.
In tutto 12 ordinanze di custodia cautelare con accuse gravissime che vanno dalla truffa aggravata ai danni dello Stato per 1 milione di euro, al falso ideologico, dalla corruzione alla concussione, dalla violenza privata all’associazione a delinquere.
Un materiale probatorio molto vasto con intercettazioni inequivocabili, frutto di un’indagine in parte stimolata dagli esposti di abitanti delle Cinque Terre nei confronti di una gestione   disinvolta di contributi regionali.
Ma anche derivante dagli accertamenti sul rustico, comprato in zona, del ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta per appena 40.000 euro.
Che corrisponderebbero ai soli lavori di ristrutturazione del manufatto, fatti eseguire dal precedente proprietario, Stefano Pecunia, prima della cessione al ministro.
Brunetta (che non è indagato) ha comprato, pagando solo il valore dei lavori effettuati, un rustico che è stato stimato dagli esperti per una cifra non inferiore a 300.000 euro.
Da parte degli inquirenti si cerca di comprendere se la generosità  del proprietario sia poi stata “ricompensata” in qualche modo dal presidente delle Cinque Terre, Franco Bonanini, vecchio amico del ministro, noostante appartenenze politiche distanti.
Dopo la vicenda Scajola, la polizia giudiziaria volle fare un controllo su quel rustico di Brunetta.
Trovarono sul posto un’impresa edile (la Carpanese) che stata finendo i lavori, ma che non aveva ancora incassato il corrispetivo di 40.000 euro. lavorava sulla fiducia, in quanto da garanti avrebbero fatto Bonanini e il capo dell’ufficio tecnico del comune di Riomagiore.
Scrivono gli inquirenti: ” sembrerebbe il tentativo di ingraziarsi il ministro e acquisire cosi un debito di riconoscenza dallo stesso Brunetta”.
Il valore reale sarebbe poi stato recuperato dagli inquisiti utilizzando i fondi pubblici destinati al sito Canneto e con una falsa redicontazione.
Un dubbio ci rimane: come ha potuto Brunetta comprare a soli 40.000 euro un rustico che ne valeva 300.000, quasi dieci volte di più?
Non ha mai avuto qualche sospetto?
Potrebbe un argomento di interessante valenza per i segugi dei giornali berlsuconiani, esperti di case e scandaletti.
Suggeriamo il titolo: “Come poteva Brunetta non sapere di stare acquistando un immobile a un decimo del suo valore?”.
Quello che vale per altri vale anche per i ministri fedeli al premier o in questo caso nessuno ne deve parlare o scrivere?
Fateci sapere.

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