Aprile 27th, 2015 Riccardo Fucile
SPESI TRE MILIONI, PIU’ CHE PER I CRISTIANI DELL’IRAQ
L’ira di Papa Francesco per i 3 milioni di euro spesi per il padiglione della Santa Sede all’Expo di
Milano.
Secondo quanto rivelano a ilfattoquotidiano.it alcuni stretti collaboratori di Bergoglio, l’inquilino della suite 201 di Casa Santa Marta non ha per nulla gradito che 6 miliardi di vecchie lire siano stati spesi per realizzare “solo trecentosessanta metri quadrati di superficie calpestabile”, come ha sottolineato L’Osservatore Romano, precisando però che si tratta di “investimenti limitati al massimo”.
I 3 milioni di euro sono stati divisi equamente tra il Pontificio Consiglio della Cultura, presieduto dal cardinale Gianfranco Ravasi, la Conferenza episcopale italiana e l’arcidiocesi di Milano.
Per il padiglione della Santa Sede all’Expo la Cei ha contribuito con la stessa cifra che aveva stanziato, nel marzo 2015, per le migliaia di persone degli arcipelaghi di Vanuatu e Tuvalu nell’Oceano Pacifico rimaste senza tetto a causa del ciclone Pam.
Sempre un milione di euro era stato donato dalla Chiesa italiana per contribuire alle attività di contrasto all’espansione del virus Ebola in Africa, ma anche come prima risposta alle necessità della popolazione di Genova, duramente colpita dall’alluvione dell’ottobre 2014, e per le comunità cristiane in Iraq provate dalla violenza persecutoria scatenata dagli estremisti.
Dal canto suo il sottosegretario della Conferenza episcopale italiana, monsignor Domenico Pompili, ha replicato sottolineando che “l’azione ecclesiale contro la fame si esplica anche attraverso e nell’ambito delle 1.148 iniziative anticrisi avviate nelle diocesi italiane”.
A chi gli chiedeva il senso della partecipazione del Vaticano all’Expo, già segnato dagli scandali, con un Papa come Francesco che auspica “una Chiesa povera e per i poveri”, il cardinale Ravasi ha risposto senza tentennamenti. “La presenza di un padiglione della Santa Sede all’Expo di Milano — ha affermato il porporato — non è certo una novità , giacchè da Pio IX a Benedetto XVI la Santa Sede ha voluto prender parte alle esposizioni internazionali per manifestare l’intenzione della Chiesa di far sentire la sua voce e di offrire la sua testimonianza sui temi delicati e densi di futuro che di volta in volta sono stati proposti dalle esposizioni, soprattutto negli ultimi decenni”.
Nell’agenda del Papa, nonostante i pressanti inviti del cardinale di Milano Angelo Scola a visitare l’Expo, non è mai stata nemmeno ipotizzata una tappa di Bergoglio nell’arcidiocesi ambrosiana durante l’evento.
Francesco ha, però, deciso di utilizzare questa vetrina internazionale, che ha come tema “Nutrire il Pianeta. Energia per la Vita”, per anticipare i contenuti della sua “enciclica verde” che sarà pubblicata prima dell’estate.
Come già aveva fatto nell’anteprima dell’Expo, il 7 febbraio 2015, con un videomessaggio, il prossimo 1° maggio Francesco si collegherà in diretta video alla cerimonia di inaugurazione per “ribadire il coinvolgimento della Chiesa nei confronti dei temi evocati” dall’evento.
Per Bergoglio, infatti, come ha sottolineato al presidente Sergio Mattarella “l’Expo sarà un’importante occasione in cui verranno presentate le più moderne tecnologie necessarie a garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli, nel rispetto dell’ambiente. Possa esso contribuire — ha auspicato Francesco — anche ad approfondire la riflessione sulle cause del degrado ambientale, in modo da fornire alle autorità competenti un quadro di conoscenze ed esperienze indispensabile per adottare decisioni efficaci e preservare la salute del pianeta che Dio ha affidato alla cura del genere umano”.
Francesco Antonio Grana
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile
GRANDI OPERE: PERQUISITO PADRE FRANCESCO GIOIA, TROVATO UN CONTO CORRENTE “CONSISTENTE”
Gli investigatori stanno analizzando la movimentazione bancaria di un conto corrente acceso allo Ior.
È quello di monsignor Francesco Gioia, ex arcivescovo di Camerino, presidente della Peregrinatio ad Petri Sedem, l’istituzione che organizza l’accoglienza dei pellegrini nel Vaticano.
Il monsignore è anche l’alto prelato in stretto contatto con la “cricca” delle Grandi opere, in particolare con il super direttore dei lavori Stefano Perotti e l’ex capo della Struttura di missione, Ercole Incalza.
Quando i carabinieri del Ros, undici giorni fa, si sono presentati in casa sua per perquisirlo, il monsignore ha quasi avuto un malore e ha chiamato il suo avvocato di fiducia, Claudio Coggiatti, che da buon amico s’è precipitato ad assisterlo, nonostante il prelato non sia indagato.
Alla ricerca del legame tra il religioso e gli indagati
Gli investigatori cercavano agende, rubriche, documentazione informatica che riguardasse il legami del monsignore con gli indagati.
Un legame provato da decine e decine di telefonate, ancora tutte da interpretare, che dimostrano però un fatto: monsignor Gioia — oltre che Perotti e Incalza premurava di incontrare anche importanti imprenditori, come Luca Navarra, della Società italiana costruzioni, che in quei giorni si aggiudicava l’appalto per la costruzione del Padiglione Italia all’Expo di Milano.
“Sono state acquisite conversazioni — scrive il Ros nelle sue informative — che ineriscono l’interessamento di Gioia, presso il Perotti, in favore dei fratelli Navarra, cui fa capo la società Italiana Costruzioni”.
Il 19 ottobre 2013 l’arcivescovo chiede a Perotti di presentargli i fratelli Navarra e dice: “Dobbiamo dargli una mano… per introdurli… presso il responsabile… lo facciamo non per telefono”.
Di quale responsabile si tratta? È uno degli interrogativi che si sta ponendo la procura di Firenze.
Ed è una delle piste d’indagine che portano al Vaticano. Navarra non è l’unico imprenditore che l’alto prelato incontra negli ultimi due anni. Il Ros scrive ancora: “La mattina del 19 ottobre 2013 il monsignor Gioia risulta aver ricevuto una donazione di 2mila euro, da parte di Matterino Dogliani, a fronte di qualche aiuto che il primo gli avrebbe dato”.
Fa riferimento a delle “monete”: “Poi mi aveva dato… quando fece le monete qui in Vaticano… mi aveva dato 2mila euro… non per me! Insomma… lui voleva anche per me… ma non l’avrei accettata…”. Dogliani è un imprenditore che si occupa sia dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, sia della Pedemontana Veneta, dove Perotti è come al solito il direttore dei lavori. Il punto è che nelle intercettazioni il linguaggio del monsignore non è per nulla chiaro, anzi a volte appare omissivo: “Sono andato con… con quel mio amico… stamattina a prendere monete in Vaticano”, dice il prelato a Perotti, che gli risponde: “Ah, sì, l’ho visto poi a pranzo…”. “Ecco sì”, replica monsignor Gioia, “non facciamo i nomi…”. e aggiunge: “Poi gli ho detto che l’altro amico, dell’altra sera, gli ha detto di nominare una persona come direttore…”.
Dalle intercettazioni emerge poi che l’arcivescovo , dal binomio Perotti—Incalza, ha ottenuto un favore: l’assunzione di suo nipote alle Ferrovie Sud Est. Un primo nipote, invece, era già stato assunto da Perotti come autista sei anni fa.
A spiegarlo al Fatto Quotidiano è proprio il suo avvocato: “L’assunzione dei due nipoti non può essere smentita, il primo in una ditta della famiglia Perotti, il secondo nelle Ferrovie sud est”.
In cambio il prelato cosa ha offerto? “Nulla, non si trattava di un do ut des”.
“Oggi ha firmato il contratto…io ti devo ringraziare”
Il punto è che, a smentire il favore dell’assunzione, è proprio Incalza, quando il gip di Firenze Angelo Antonio Pezzuti gli contesta la seguente intercettazione: “Ercole, mio nipote oggi ha firmato il contratto… io ti ringrazio”. “Incalza — scrive il gip, che ritiene le sue dichiarazioni evasive e incongrue — ha risposto che monsignor Gioia lo ringraziava per aver agevolato la ristrutturazione di un edificio religioso”.
“Escludo in modo categorico che Incalza gli abbia fatto altri favori”, commenta l’avvocato del monsignore. “Non esiste alcun altro motivo di ringraziamento, da parte sua, se non l’assunzione del nipote. Nè mi risulta alcuna ristrutturazione di edifici religiosi”.
Due versioni opposte. Che lasciano in piedi una domanda: perchè Incalza non ammette di aver aiutato il monsignore ad assumere il nipote, che è il più leggero degli appunti a lui rivolti, prendendo in questo modo la massima distanza dal prelato? Intanto, nelle mani degli investigatori, c’è la “stampata” dei movimenti bancari dell’arcivescovo nei quali, ci spiega il suo avvocato , sono stati raccolti i risparmi di una vita. E non solo.
“Allo Ior il monsignore accredita il suo stipendio di vescovo, che viene regolarmente lasciato là , perchè ha un sogno: non utilizzarlo, per realizzare una missione. Poi ci sono le somme accreditate alla morte dei suoi genitori”.
Un conto consistente, par di capire, se sommiamo eredità e stipendi mai utilizzati: “La consistenza è un criterio molto relativo”, ribatte l’avvocato.
Una tonaca molto frequentata dal giro di chi voleva un appalto
Esistono transazioni con Perotti, Incalza o altri indagati? “Assolutamente no”. D’altronde, la relazione tra monsignor Gioia e la famiglia Perotti, spiega sempre il suo avvocato, è davvero antica: “Conosce la famiglia Perotti da più di 35 anni, dal 1974, quando Stefano arrivò a Roma per studiare e lui divenne il suo precettore. Incalza, se non sbaglio, l’ha conosciuto invece circa otto anni fa, quando officiò il funerale della moglie. Poi i rapporti sono continuati”.
Fino all’assunzione del nipote. E agli incontri con diversi imprenditori.
Di certo, la figura del monsignore, era parecchio gradita e frequentata, nel giro di chi ambiva a ottenere appalti nelle grandi opere.
Un uomo che poteva entrare e uscire dal Vaticano senza problemi, aveva conti allo Ior e che — lo ribadiamo — non risulta indagato.
Ma sul quale gli inquirenti stanno cercando di fare chiarezza. A partire da quei movimenti bancari sequestrati, undici giorni fa, nella sua abitazione.
Antonio Massari e Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 21st, 2015 Riccardo Fucile
DALL’INFERNO DELLA TERRA DEI FUOCHI, DI SCAMPIA E DI POGGIOREALE AL BAGNO DI FOLLA DI PIAZZA DEL PLEBISCITO E TRA I CENTOMILA GIOVANI SUL LUNGOMARE: NAPOLI TORNA A SOGNARE
Dopo venticinque anni, Napoli ha ritrovato il suo Maradona. Nella più argentina delle città italiane Francesco si è ambientato subito, integrandosi nel paesaggio e passando da un appuntamento all’altro come nel goal del secolo che valse il mondiale alla seleccià³n del suo paese: testa alta e baricentro basso, palla a terra sui problemi concreti, guardandoli in faccia e affrontandoli ad uno ad uno.
Senza eluderli: “Undici ore di lavoro a 600 euro…questo non è umano e non è cristiano. E se quello che fa questo si dice cristiano dice una falsità ”.
“Neapel ist ein Paradies”.
Diversamente da Goethe, che incantato da cielo e mare provò la sensazione di trovarsi in Paradiso, la tappa partenopea del “viaggio in Italia” del Pontefice è cominciata dall’inferno.
La Terra dei Fuochi e il cemento delle “Vele” di Gomorra, impressi nell’immaginario televisivo, in luogo del Vesuvio e dei velieri del Golfo, incisi nelle stampe settecentesche.
I miasmi postmoderni al posto dei profumi preromantici, che il Papa dal “naso fino”, come lo ha definito il cardinale Sepe, ha subito fiutato all’arrivo, inconfondibili e irrespirabili: “La corruzione puzza, la società corrotta puzza e un cristiano che fa entrare dentro di sè la corruzione non è cristiano, puzza”.
Bergoglio combatte il male a colpi di calendario.
Giorni e stagioni non sono mai neutrali, bensì alleati da arruolare. In questa cornice il 21 marzo costituiva un richiamo troppo forte per non coglierlo e farlo coincidere con la visita: “Oggi comincia la primavera… è tempo di speranza. Ed è tempo di riscatto per Napoli…”.
Così Francesco ha lanciato una nuova campagna di primavera, dopo quella di un anno fa, quando alla stessa data radunò a ridosso del Vaticano, insieme a Don Ciotti, l’esercito dei reduci delle guerre di mafia, nella parrocchia romana di San Gregorio VII, celebrando la memoria delle vittime.
Una mobilitazione culminata tre mesi dopo nel solstizio d’estate e nel “giorno più lungo”, il 21 giugno, con lo sbarco in Calabria e la condanna della ‘ndrangheta, rinnovata e recapitata oggi all’indirizzo della camorra.
Come una raccomandata a domicilio, bussando casa per casa e tenendo però socchiuso l’uscio del Giubileo, lasciando uno spiraglio anche agli ospiti più improbabili: “Ai criminali e a tutti i loro complici io umilmente oggi, come un fratello, ripeto, convertitevi all’amore e alla giustizia!”.
La prima “Porta Santa”, dunque, è stata quella del quartiere simbolo di Scampia, inchinandosi e incarnando nel luogo e nel modo più realistico il mandato della Evangelii Gaudium, che al capitolo secondo disegna una inedita e avveniristica teologia della città : “Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze…Nella vita di ogni giorno i cittadini molte volte lottano per sopravvivere e, in questa lotta, si cela un senso profondo dell’esistenza che di solito implica anche un profondo senso religioso”.
Poche città al mondo interpretano tanto alla perfezione il magistero metropolitano di Francesco, “facendo leva su una speranza forgiata da mille prove”, ha detto, che le consente di risorgere con miracolosa, divina fantasia dai propri mali.
E’ questo “l’oro di Napoli”, che il futuro Papa scoprì nelle pellicole in bianco e nero del dopoguerra, che trasudavano i colori e il luccichio della vita.
Nell’era dei reality che illudono e allontanano dalla realtà , il Successore di Pietro ha offerto alle telecamere un affresco neorealista, suo genere cinematografico preferito.
Come nell’omonimo capolavoro di Vittorio De Sica, il lungometraggio della visita del Pontefice si è sviluppato in sei episodi: acclamato come un liberatore dalle gente di Scampia e proclamato napoletano ad honorem sulla piazza del Plebiscito; a pranzo con i transessuali di Poggioreale, prigionieri del carcere e del proprio corpo, e al capezzale dei malati, nella chiesa del “medico santo”, Giuseppe Moscati; assaltato dalle suore di clausura ed esaltato, osannato dai giovani sul lungomare, “colpo di grazia”, fisico e metafisico di un programma estenuante, trasfigurato dalla luce del meriggio, che innamorò acquarellisti e cineasti.
Sceneggiatura asciutta, senza sceneggiate. A metà tra Troisi e Francesco Rosi: la carezza di una mano dolcissima e la denuncia, durissima, delle mani sulla città .
Il Papa ecologo e geopolitico vive in simbiosi con la natura e con la storia, retaggio della sua cultura popolare, erudita ma immediata, nutrita di simboli e mai scontata.
In questo senso anche per lui, al pari di Goethe, l’Italia costituisce un luogo dell’immaginario collettivo, da cui parlare al mondo e proiettare visioni universali. “So zu trà¤umen ist denn doch der Mà¼he wert”: “così vale la pena di sognare”.
A dispetto del suo destino, Napoli non smette di suscitare sogni.
Suggestione che Bergoglio deve avere sperimentato mentre agitava l’ampolla del sangue di San Gennaro.
Miracolo inedito per un Pontefice. O in fondo, e al contrario, consuetudinario per un Papa che ne ha operato uno assai più arduo: rendendo fluido il messaggio della Chiesa e sciogliendo i grumi, e i coaguli, delle sue secolari incrostazioni.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 21st, 2015 Riccardo Fucile
L’ABBRACCIO DI NAPOLI AL PONTEFICE CHE SA PARLARE AL CUORE DEGLI UOMINI: DA POMPEI A SCAMPIA, DA PIAZZA DEL PLEBISCITO A POGGIOREALE, SEMPRE A FIANCO DEI PIU’ DEBOLI: “NON LASCIATEVI RUBARE LA SPERANZA”
“Cari napoletani, non lasciatevi rubare la speranza. Non cedete alle lusinghe di facili guadagni o di redditi disonesti. Reagite con fermezza alle organizzazioni che sfruttano e corrompono i giovani, i poveri e i deboli, con il cinico commercio della droga e altri crimini”.
E anche: “La vita a Napoli non è mai stata facile ma non è mai stata triste. È questa la vostra grande risorsa. Il cammino quotidiano in questa città produce una cultura di vita che aiuta sempre a rialzarsi dopo ogni caduta e a fare in modo che il male non abbia mai l’ultima parola. Vi auguro il meglio, andate avanti”.
La Campania accoglie le dieci ore dell’intensa visita pastorale di Papa Francesco che esordisce con queste parole prima davanti alla folla del quartiere Scampia – scelto non a caso come prima tappa del suo giro – e poi a Napoli in una piazza del Plebiscito gremita.
Discorsi in cui torna a condannare lo sfruttamento della persona e in cui ripete più volte: “La mancanza di lavoro ci ruba la dignità . E senza lavoro ciascuno di noi può scivolare verso la corruzione”.
Corruzione.
“Una società corrotta ‘spuzza’ – incalza – non è cristiano chi si lascia corrompere. Tutti abbiamo la possibilità di essere corrotti, è uno scivolare verso lo sfruttamento. Quanta corruzione c’è nel mondo”, è il grido di dolore lanciato dal Papa a cui segue il monito: “Andiamo avanti nella pulizia perchè non ci sia la ‘spuzza’ della corruzione nella vostra città . San Gennaro interceda per voi”.
Parole durissime che costituiranno l’ossatura del tour de force condotto nelle periferie all’ombra del Vesuvio, tra gli ammalati, i detenuti e la gente della città capoluogo: i giovani, le famiglie, il clero, ma anche i disabili e i bisognosi.
Immigrazione.
In più passaggi, Bergolio sceglie di toccare il tema degli immigrati che chiedono di essere riconosciuti come figli di Dio: “Ma è necessario arrivare a questo?”, chiede ancora dinanzi ai fedeli di Scampia, in risposta a una donna immigrata che aveva introdotto l’incontro.
“I migranti – prosegue – sono cittadini di seconda classe? Dobbiamo far sentire loro che sono cittadini come noi, figli di Dio, migranti come noi, perchè siamo tutti migranti, nessuno di noi ha dimora fissa in questa terra e tutti dobbiamo andare a trovare Dio, uno prima e l’altro dopo o come diceva quell’anziano vecchietto furbo, andate voi, io vado per l’ultimo: tutti dobbiamo andarci”.
Nel rione stamani era presente anche una delegazione dell’Arcigay Campania che ha poi commentato: “È stata una breccia nella via del dialogo”.
Speranza.
“Oggi comincia la primavera – dice Bergoglio in piazza durante l’omelia – e la primavera è tempo di speranza. Ed è tempo di riscatto per Napoli: questo è il mio augurio e la mia preghiera per una città che ha in sè tante potenzialità spirituali, culturali e umane, e soprattutto tanta capacità di amare. Le autorità , le istituzioni, le varie realtà sociali e i cittadini, tutti insieme e concordi, possono costruire un futuro migliore. E il futuro di Napoli non è ripiegarsi rassegnata su sè stessa, ma aprirsi con fiducia al mondo. Questa città può trovare nella misericordia di Cristo, che fa nuove tutte le cose, la forza per andare avanti con speranza, la forza per tante esistenze, tante famiglie e comunità . Sperare è già resistere al male. Sperare è guardare il mondo con lo sguardo e con il cuore di Dio. Sperare è scommettere sulla misericordia di Dio, che è Padre e perdona sempre e perdona tutto”.
L’appello ai criminali.
A seguire, l’appello più struggente: “Ai criminali e a tutti i loro complici la Chiesa ripete: convertitevi all’amore e alla giustizia! Lasciatevi trovare dalla misericordia di Dio! Con la grazia di Dio, che perdona tutto, è possibile ritornare a una vita onesta. Ve lo chiedono anche le lacrime delle madri di Napoli, mescolate con quelle di Maria, la Madre celeste invocata a Piedigrotta e in tante chiese di Napoli. Queste lacrime sciolgano la durezza dei cuori e riconducano tutti sulla via del bene”.
L’itinerario.
Già alle 9 di stamani il Pontefice ha lasciato il santuario della Beata Vergine del Rosario decollando a bordo dell’elicottero che lo aveva portato a Pompei pochi minuti prima delle 8.
A salutarlo, così come all’arrivo, il sindaco Nando Uliano e l’arcivescovo Tommaso Caputo, delegato pontificio. Bergoglio arriva poi a Scampia, seconda tappa del suo tour pastorale, dove partono i selfie e gli abbracci soprattutto con giovani e bambini. Tanta l’emozione tra i fedeli, soprattutto quelli che sono riusciti ad avvicinarsi di più a lui.
A Pompei il Pontefice ha pregato davanti al quadro della Beata Vergine del Santo Rosario, nel santuario fondato dal beato Bartolo Longo.
Alla folla che lo ha salutato davanti al santuario ha detto: “Grazie tante per questa calorosa accoglienza. Abbiamo pregato tutti la Madonna perchè ci benedica tutti, voi, me, tutto il mondo. Ne abbiamo bisogno, perchè la Madonna custodisca tante cose. Pregate per me”. A seguire, si è congedato dicendo: “Arrivederci a presto”.
Papa a Scampia, benedice in napoletano: “A Maronna v’accumpagne!”
Al suo arrivo in elicottero nel campo sportivo comunale di Scampia, il Papa è stato accolto dall’arcivescovo di Napoli, cardinal Crescenzio Sepe (su cui Bergoglio ha scherzato durante il suo discorso dicendo “mi ha minacciato se non fossi venuto a Napoli”), dal presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, dal prefetto di Napoli, Gerarda Pantalone, e dal sindaco della città , Luigi De Magistris.
In auto, Bergoglio raggiunge piazza Giovanni Paolo II dove incontra la popolazione del rione Scampia e diverse categorie sociali in rappresentanza del mondo della cultura, della legalità , dei professionisti, del mondo del lavoro, degli emarginati e dei migranti.
L’incontro si apre con l’indirizzo di saluto del cardinal Sepe, quindi il sindaco consegna al Papa le chiavi della città .
Prendono poi la parola un immigrato della comunità delle Filippine; un lavoratore e il presidente della Corte d’Appello di Napoli, Antonio Bonaiuti.
Lasciata Scampia, Papa Francesco arriva in piazza del Plebiscito a Napoli, accolto dagli applausi della folla in festa, dai cori, dalle bandiere e dalla commozione: qui la celebrazione della messa.
Terminata la cerimonia eucaristica, il programma prevede che il Pontefice raggiunga il carcere di Poggioreale per pranzare con i detenuti.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 14th, 2015 Riccardo Fucile
NESSUNO SAPEVA, SORPRESO ANCHE IL GOVERNO
E’ l’ennesimo smacco alla politica o forse solo una sorpresina che voleva davvero riuscire come sorpresa
per tutti.
Fatto sta che il mondo della politica fa fatica a nascondere lo spiazzamento di fronte all’annuncio di Papa Francesco di un giubileo straordinario a partire dall’8 dicembre e per tutto l’anno prossimo.
Si può dire che lo ‘scherzetto’ sia riuscito.
Tra le forze politiche nessuno sapeva e al governo pare siano stati informati soltanto ieri. Sembrerebbe che nemmeno Sergio Mattarella sapesse, ma c’è da dire che il presidente della Repubblica si è insediato da poco e non ha ancora avuto modo di conoscere personalmente il Pontefice.
Niente paura, “questo è un evento spirituale, il papa non pensa ad un’organizzazione megagalattica — ci dice il direttore della Sala Stampa Vaticana Padre Lombardi — Non lo paragonerei al Giubileo del 2000 che aveva un carattere storico ed era previsto e preparato con largo anticipo”.
Però sarà comunque un evento speciale che richiama fedeli da tutto il mondo per un intero anno a Roma.
Un evento da gestire, dal punto di vista dell’organizzazione e della sicurezza.
“C’è il tempo per farlo”, confida Padre Lombardi.
La politica intanto cerca di riprendersi dalla ‘sberla’, a fatica: tanto che i primi commenti arrivano solo in serata. Quanto all’organizzazione, partirà quando il tutto sarà più chiaro.
Matteo Renzi commenta dall’Egitto, dove si è recato anche per incontrare il presidente Al-Sisi sulla crisi in Libia.
“L’annuncio del Giubileo è una buona notizia che il governo italiano accoglie con i migliori auspici – dice il premier – Si tratta di un appuntamento importante, il cui carattere religioso, come sottolineato da papa Francesco, è uno spunto di riflessione e di meditazione per tutti. Sono sicuro che, come già nel 2000, Roma si farà trovare pronta: l’Italia, che quest’anno ospita l’Expo, saprà fare la sua parte anche in questa occasione”.
Ma il fatto che nessuno sapesse – nemmeno i politici di area cattolica, gente che ha sempre avuto contatti con il Vaticano – conferma che questo Pontefice ha tagliato le cinghie di trasmissione che in Italia hanno sempre regolato i rapporti tra Stato e Vaticano.
Del resto, non è una novità : tra Papa Francesco e i politici – parlamentari o membri del governo — non è mai scoppiato il feeling.
Quest’anno il Papa ha annullato la consueta messa con i parlamentari, che si tiene ogni Quaresima. Nulla di sconvolgente. Del resto, il buongiorno si è visto dal mattino. L’anno scorso, appena eletto al soglio pontificio, infatti, Papa Francesco officiò una messa per i parlamentari di cui si è scritto molto nelle cronache non per l’incenso e gli onori ma per l’omelia cruda e sferzante, contro “l’ipocrisia e la corruzione delle classi dirigenti”.
Una classe che si è “allontanata dal popolo: chiusa nel suo gruppo, nel suo partito, nelle sue lotte intestine”.
Nemmeno a dirlo, la politica non gradì. E fu anche una cerimonia sobria, spartana, come è nello stile di questo Papa. Poche strette di mano: tra i pochi eletti per i saluti individuali, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio, che tra l’altro solo pochi giorni fa ha partecipato ad un incontro alla Cei in vista delle settimane sociali di fine anno.
Ma sembrerebbe che nemmeno Delrio, interlocutore principale dei ‘cattorenziani’ del Pd, sapesse con largo anticipo del Giubileo straordinario.
Ed è stato colto di sorpresa anche il sindaco di Roma Ignazio Marino, che commenta: “E’ una buona notizia per Roma, un importante appuntamento religioso e un’occasione per credenti e non credenti, per riflettere sul senso della vita. Roma è da subito pronta ad affrontare questo evento mondiale, così come lo è stata in occasione della beatificazione dei due Papi il 27 aprile del 2014”.
Il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti twitta: “Gioia immensa per un annuncio straordinario che ci richiama alla misericordia, al perdono e all’attenzione verso gli ultimi”.
Nemmeno Francesco Rutelli, sindaco di Roma all’epoca del Giubileo 2000, sapeva in anticipo. “Sarà un Giubileo francescano, nessun paragone con quello di 15 anni fa”, commenta in un’intervista all’Huffington Post, concordando con la lettura di Padre Lombardi.
“Il Giubileo è un’idea straordinaria per stimolare, rilanciare, rifondare la fede: il che è la caratteristica di questo pontificato”, sottolinea il cattolicissimo Giuseppe Fioroni, per niente sorpreso della ‘sorpresa’ del Papa: “E’ nel suo stile”.
Da questa parte del Tevere hanno imparato a conoscerlo.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 9th, 2015 Riccardo Fucile
GLI AVVERSARI DI PAPA FRANCESCO
Jorge Mario Bergoglio ha sempre manifestato distacco verso la Curia, il governo vaticano, ma non ha commesso l’errore di sottovalutare le insidie che si celano dietro le mura leonine. E che per Joseph Ratzinger furono fatali.
Con il cambio a palazzo apostolico, seppur l’argentino dimori a Santa Marta, i prefetti di Curia sono cambiati.
E quelli che hanno resistito, papa Francesco li ha commissariati.
Bergoglio ha creato il dicastero per la gestione economica, affidato all’australiano George Pell, proprio per ridurre il potere di Domenico Calcagno all’Apsa, l’ufficio che amministra l’immenso patrimonio immobiliare.
Il cardinale ligure, famoso per la sua passione per le armi da fuoco, è legato a Tarcisio Bertone, l’ex segretario di Stato che s’è ritirato in un attico in Vaticano.
Anche Giuseppe Versaldi, prefetto per gli affari economici, è un bertoniano.
E rimanda a quel gruppo, ridimensionato con l’avvento di Bergoglio, capitanato dai cardinali Mauro Piacenza e Raymond Burke.
La prima crepa, però, è emersa a ridosso del Sinodo di ottobre convocato per discutere di famiglia.
Il cardinale Gerhard Ludwig Muller s’è opposto a qualsiasi ipotesi di apertura nei confronti dei divorziati risposati.
Il cardinale tedesco è il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il luogo in piazza Sant’Uffizio dove s’è stagliato per 24 anni il teologo Ratzinger. Muller ha arruolato accanto a sè una minoranza di porporati che soffrono la versione riformista di Francesco.
E allora il dissenso è sfociato in una diatriba, neanche troppo a distanza, con l’altro tedesco Walter Kasper.
Il papa emerito Ratzinger ha provato a mediare per redimere il conflitto fra i due connazionali. Ma l’intervento non ha consentito a Bergoglio di scardinare l’opposizione dei conservatori.
Il fronte vescovi italiani, poi, è una questione irrisolta.
Bergoglio non ha un buon rapporto con Angelo Bagnasco, il presidente Cei destinato a lasciare l’incarico tra un paio di anni.
Fu Bergoglio, e non il capo dei vescovi italiani, a inaugurare l’assemblea annuale Cei. Il discorso di Francesco fu ruvido e non ci fu entusiasmo in platea.
I vescovi sono già pronti a blocchi, già formano cordate per la successione a Bagnasco.
Non sarà facile preservare quel territorio di potere. Francesco ha dimostrato di sapere ammaliare le folle e di colpire con ardimento il vecchio sistema.
Non sempre vince senza cedere qualcosa. A Bertone, salesiano, consigliò di trascorrere la pensione al Don Bosco di Torino-Valdocco.
Ma l’ex primo ministro ha preferito una terrazza su Roma.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 12th, 2015 Riccardo Fucile
DOPO LA SFERZATA DELL’ANNO SCORSO, QUEST’ANNO VENGONO IGNORATI
Quest’anno, nella Quaresima che sta per cominciare, non ci sarà – a differenza dell’anno scorso – la messa di Papa Francesco per i parlamentari italiani.
L’anno passato il Papa celebrò la messa il 27 marzo con un massiccio afflusso di deputati e senatori, oltre 500, affollatisi in San Pietro nonostante la convocazione all’alba: per la liturgia prevista per le 7 bisognava presentarsi in Vaticano già alle 6. Oltre a metà del governo Renzi, a guidare le file dei parlamentari c’erano anche i presidenti di Senato e Camera, Pietro Grasso e Laura Boldrini.
Quest’anno invece, niente di tutto questo.
Il Papa ha rinunciato a convocare i rappresentanti della politica italiana per un’analoga celebrazione.
Lo conferma all’Ansa monsignor Lorenzo Leuzzi, ausiliare della diocesi di Roma e cappellano di Montecitorio che l’anno scorso era stato il tramite per fare arrivare ai politici l’invito del Pontefice.
La messa dell’anno scorso, tra l’altro, aveva in qualche modo spiazzato una parte del ceto politico presente, già provato dall’alzataccia mattutina.
Il Papa infatti, nell’omelia, aveva puntato il dito contro la “classe dirigenziale” che si è “allontanata dal popolo” che si è “chiusa nel proprio gruppo, partito, nelle lotte interne” e aveva lanciato il suo anatema contro i “corrotti” per i quali “non c’è salvezza”.
Dopo la cerimonia non mancò anche qualche esponente politico che si lamentò dell’eccessiva severità , a suo giudizio, usata dal Papa nei loro confronti.
Va comunque ricordato che, sempre a proposito dei corrotti, in quell’omelia il Papa usò parole – “uomini di buone maniere ma di cattive abitudini” – che il nuovo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha citato davanti alle Camere riunite, a un anno di distanza nel suo discorso di insediamento.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 11th, 2015 Riccardo Fucile
“IL NUOVO TESTAMENTO NON CONDANNA I RICCHI, MA L’IDOLATRIA DELLA RICCHEZZA”… “IL NOSTRO SISTEMA SI MANTIENE CON LA CULTURA DELLO SCARTO, COSI’ CRESCONO DISPARITA’ E POVERTA'”
Anticipiamo uno stralcio di «Papa Francesco. Questa economia uccide», il libro sul magistero
sociale di Bergoglio scritto da Andrea Tornielli, coordinatore di «Vatican Insider», e Giacomo Galeazzi, vaticanista de «La Stampa». Il volume raccoglie e analizza i discorsi, i documenti e gli interventi di Francesco su povertà , immigrazione, giustizia sociale, salvaguardia del creato. E mette a confronto esperti di economia, finanza e dottrina sociale della Chiesa – tra questi il professor Stefano Zamagni e il banchiere Ettore Gotti Tedeschi – raccontando anche le reazioni che certe prese di posizione del Pontefice hanno suscitato. Il libro si conclude con un’intervista che Francesco ha rilasciato agli autori all’inizio di ottobre 2014.
«Marxista», «comunista» e «pauperista»: le parole di Francesco sulla povertà e sulla giustizia sociale, i suoi frequenti richiami all’attenzione verso i bisognosi, gli hanno attirato critiche e anche accuse talvolta espresse con durezza e sarcasmo. Come vive tutto questo Papa Bergoglio? Perchè il tema della povertà è stato così presente nel suo magistero?
Santità , il capitalismo come lo stiamo vivendo negli ultimi decenni è, secondo lei, un sistema in qualche modo irreversibile?
«Non saprei come rispondere a questa domanda. Riconosco che la globalizzazione ha aiutato molte persone a sollevarsi dalla povertà , ma ne ha condannate tante altre a morire di fame. È vero che in termini assoluti è cresciuta la ricchezza mondiale, ma sono anche aumentate le disparità e sono sorte nuove povertà . Quello che noto è che questo sistema si mantiene con quella cultura dello scarto, della quale ho già parlato varie volte. C’è una politica, una sociologia, e anche un atteggiamento dello scarto. Quando al centro del sistema non c’è più l’uomo ma il denaro, quando il denaro diventa un idolo, gli uomini e le donne sono ridotti a semplici strumenti di un sistema sociale ed economico caratterizzato, anzi dominato da profondi squilibri. E così si “scarta” quello che non serve a questa logica: è quell’atteggiamento che scarta i bambini e gli anziani, e che ora colpisce anche i giovani. Mi ha impressionato apprendere che nei Paesi sviluppati ci sono tanti milioni di giovani al di sotto dei 25 anni che non hanno lavoro. Li ho chiamati i giovani “nè-nè”, perchè non studiano nè lavorano: non studiano perchè non hanno possibilità di farlo, non lavorano perchè manca il lavoro. Ma vorrei anche ricordare quella cultura dello scarto che porta a rifiutare i bambini anche con l’aborto. Mi colpiscono i tassi di natalità così bassi qui in Italia: così si perde il legame con il futuro. Come pure la cultura dello scarto porta all’eutanasia nascosta degli anziani, che vengono abbandonati. Invece di essere considerati come la nostra memoria, il legame con il nostro passato è una risorsa di saggezza per il presente. A volte mi chiedo: quale sarà il prossimo scarto? Dobbiamo fermarci in tempo. Fermiamoci, per favore! E dunque, per cercare di rispondere alla domanda, direi: non consideriamo questo stato di cose come irreversibile, non rassegniamoci. Cerchiamo di costruire una società e un’economia dove l’uomo e il suo bene, e non il denaro, siano al centro».
Un cambiamento, una maggiore attenzione alla giustizia sociale può avvenire grazie a più etica nell’economia oppure è giusto ipotizzare anche cambiamenti strutturali al sistema?
«Innanzitutto è bene ricordare che c’è bisogno di etica nell’economia, e c’è bisogno di etica anche nella politica. Più volte vari capi di Stato e leader politici che ho potuto incontrare dopo la mia elezione a vescovo di Roma mi hanno parlato di questo. Hanno detto: voi leader religiosi dovete aiutarci, darci delle indicazioni etiche. Sì, il pastore può fare i suoi richiami, ma sono convinto che ci sia bisogno, come ricordava Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in veritate”, di uomini e donne con le braccia alzate verso Dio per pregarlo, consapevoli che l’amore e la condivisione da cui deriva l’autentico sviluppo, non sono un prodotto delle nostre mani, ma un dono da chiedere. E al tempo stesso sono convinto che ci sia bisogno che questi uomini e queste donne si impegnino, ad ogni livello, nella società , nella politica, nelle istituzioni e nell’economia, mettendo al centro il bene comune. Non possiamo più aspettare a risolvere le cause strutturali della povertà , per guarire le nostre società da una malattia che può solo portare verso nuove crisi. I mercati e la speculazione finanziaria non possono godere di un’autonomia assoluta. Senza una soluzione ai problemi dei poveri non risolveremo i problemi del mondo. Servono programmi, meccanismi e processi orientati a una migliore distribuzione delle risorse, alla creazione di lavoro, alla promozione integrale di chi è escluso».
Perchè le parole forti e profetiche di Pio XI nell’enciclica Quadragesimo Anno contro l’imperialismo internazionale del denaro, oggi suonano per molti — anche cattolici — esagerate e radicali?
«Pio XI sembra esagerato a coloro che si sentono colpiti dalle sue parole, punti sul vivo dalle sue profetiche denunce. Ma il Papa non era esagerato, aveva detto la verità dopo la crisi economico-finanziaria del 1929, e da buon alpinista vedeva le cose come stavano, sapeva guardare lontano. Temo che gli esagerati siano piuttosto coloro che ancora oggi si sentono chiamati in causa dai richiami di Pio XI…».
Restano ancora valide le pagine della “Populorum progressio” nelle quali si dice che la proprietà privata non è un diritto assoluto ma è subordinata al bene comune, e quelle del catechismo di San Pio X che elenca tra i peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio l’opprimere i poveri e il defraudare della giusta mercede gli operai?
«Non solo sono affermazioni ancora valide, ma più il tempo passa e più trovo che siano comprovate dall’esperienza».
Hanno colpito molti le sue parole sui poveri «carne di Cristo». La disturba l’accusa di «pauperismo»?
«Prima che arrivasse Francesco d’Assisi c’erano i “pauperisti”, nel Medio Evo ci sono state molte correnti pauperistiche. Il pauperismo è una caricatura del Vangelo e della stessa povertà . Invece san Francesco ci ha aiutato a scoprire il legame profondo tra la povertà e il cammino evangelico. Gesù afferma che non si possono servire due padroni, Dio e la ricchezza. È pauperismo? Gesù ci dice qual è il “protocollo” sulla base del quale noi saremo giudicati, è quello che leggiamo nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo: ho avuto fame, ho avuto sete, sono stato in carcere, ero malato, ero nudo e mi avete aiutato, vestito, visitato, vi siete presi cura di me. Ogni volta che facciamo questo a un nostro fratello, lo facciamo a Gesù. Avere cura del nostro prossimo: di chi è povero, di chi soffre nel corpo nello spirito, di chi è nel bisogno. Questa è la pietra di paragone. È pauperismo? No, è Vangelo. La povertà allontana dall’idolatria, dal sentirci autosufficienti. Zaccheo, dopo aver incrociato lo sguardo misericordioso di Gesù, ha donato la metà dei suoi averi ai poveri. Quello del Vangelo è un messaggio rivolto a tutti, il Vangelo non condanna i ricchi ma l’idolatria della ricchezza, quell’idolatria che rende insensibili al grido del povero. Gesù ha detto che prima di offrire il nostro dono davanti all’altare dobbiamo riconciliarci con il nostro fratello per essere in pace con lui. Credo che possiamo, per analogia, estendere questa richiesta anche all’essere in pace con questi fratelli poveri».
Lei ha sottolineato la continuità con la tradizione della Chiesa in questa attenzione ai poveri. Può fare qualche esempio in questo senso?
«Un mese prima di aprire il Concilio Ecumenico Vaticano II, Papa Giovanni XXIII disse: “La Chiesa si presenta quale è e vuole essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri”. Negli anni successivi la scelta preferenziale per i poveri è entrata nei documenti del magistero. Qualcuno potrebbe pensare a una novità , mentre invece si tratta di un’attenzione che ha la sua origine nel Vangelo ed è documentata già nei primi secoli di cristianesimo. Se ripetessi alcuni brani delle omelie dei primi Padri della Chiesa, del II o del III secolo, su come si debbano trattare i poveri, ci sarebbe qualcuno ad accusarmi che la mia è un’omelia marxista. “Non è del tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poichè è quel che è dato in comune per l’uso di tutti, ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi”. Sono parole di sant’Ambrogio, servite a Papa Paolo VI per affermare, nella “Populorum progressio”, che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto, e che nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. San Giovanni Crisostomo affermava: “Non condividere i propri beni con i poveri significa derubarli e privarli della vita. I beni che possediamo non sono nostri, ma loro”. (…) Come si può vedere, questa attenzione per i poveri è nel Vangelo, ed è nella tradizione della Chiesa, non è un’invenzione del comunismo e non bisogna ideologizzarla, come alcune volte è accaduto nel corso della storia. La Chiesa quando invita a vincere quella che ho chiamato la “globalizzazione dell’indifferenza” è lontana da qualunque interesse politico e da qualunque ideologia: mossa unicamente dalle parole di Gesù vuole offrire il suo contributo alla costruzione di un mondo dove ci si custodisca l’un l’altro e ci si prenda cura l’uno dell’altro».
Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi
EDIZIONI PIEMME Spa, Milano
(da “La Stampa”)
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Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
NOVE ITALIANI SU DIECI STIMANO SOLO IL PAPA… A PICCO LA FIDUCIA NEI PARTITI, NEL PARLAMENTO E NEI SINDACATI
Papa Francesco è amatissimo dagli italiani.
Molto più di Giorgio Napolitano e delle istituzioni che normalmente godono della fiducia popolare come le forze dell’ordine, la scuola e la magistratura.
È lui, il pontefice argentino, in cima alla classifica emersa dall’indagine Demos 2014 di Ilvo Diamanti per La Repubblica: ben nove italiani su dieci affermano di apprezzare papa Bergoglio, mentre cola a picco la stima per i partiti (soltanto il 3% pensa che possano risultare utili, nel 2010 era l’8%) e per il Parlamento (7%) o i sindacati (14%).
Ma è lo Stato nel suo complesso, sempre stando ai risultati del sondaggio, a ottenere sempre meno credito dai suoi stessi abitanti: ormai solo il 15% pensa che possa meritare fiducia, una percentuale dimezzata rispetto al 2010 (30%).
Poca stima ottengono anche gli enti locali, che dovrebbero essere percepiti come più vicini ai bisogni del cittadino: soltanto un italiano su cinque si affida alle Regioni mentre il 29% ai Comuni – quattro anni fa era il 41%. Manca, nella rilevazione Demos, il governo.
E così papa Francesco spicca nella desolazione: “La sua grande popolarità (che peraltro è “personalizzata”)”, scrive Diamanti, “potrebbe suggerire che ormai non c’è più speranza. E non ci resta che affidarci alla provvidenza divina…”
Il pontefice eletto nel 2013 è risultato personaggio dell’anno anche per i lettori de “Il Fatto quotidiano”. “Papa Francesco domina”, titola il quotidiano di Antonio Padellaro annunciando che “al primo posto con grande distacco sugli altri” c’è, appunto, il nuovo capo della Chiesa cattolica, “l’unico che sembra riuscire a trasmettere sentimenti positivi di speranza, coerenza e serietà “.
Al secondo posto per il lettori del Fatto il magistrato antimafia Nino Di Matteo e il medico di Emergency ricoverato allo Spallanzani con il virus ebola.
(da “Huffingtonpost”)
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