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PAPA FRANCESCO: “COME VORREI UNA CHIESA POVERA PER I POVERI”

Marzo 16th, 2013 Riccardo Fucile

NELL’INCONTRO CON I 6000 GIORNALISTI CHE HANNO SEGUITO IL CONCLAVE IL PONTEFICE INSTAURA UN CLIMA FAMILIARE

“Perchè mi chiamo Francesco? Perchè lui ha incarnato la povertà . Io voglio una Chiesa povera per i poveri”.
Papa Francesco, stamane, nell’aula Paolo VI, ha incontrato i 6000 giornalisti che hanno seguito il conclave che lo ha eletto Pontefice, e da vero cronista ha offerto particolare interessanti sull’andamento delle votazioni e sul motivo che lo ha spinto a scegliere il nome che porterà  da Vescovo di Roma.
“Quando siamo arrivati ai due terzi dei voti, ovvero 77, — ha raccontato Francesco — è scattato l’applauso perchè il Papa era stato eletto. Il cardinale brasiliano Clà¡udio Hummes, mio fraterno amico, che era seduto accanto a me, mi ha subito abbracciato forte e mi ha detto: ‘Non ti dimenticare dei poveri’.
Allora, — ha aggiunto il Papa — mentre lo spoglio proseguiva, ripensavo a quelle parole e mi sono detto che mi sarei chiamato Francesco come il poverello d’Assisi perchè lui incarna la povertà ”.
Ma non tutti i cardinali erano d’accordo.
“Molti — ha raccontato ancora il Papa ai giornalisti — mi hanno detto che mi dovevo chiamare Adriano per essere un vero riformatore, oppure Clemente per vendicarmi di Clemente XIV che abolì la Compagnia di Gesù”. Ma Francesco non si è lasciato influenzare.
Si respirava un autentico clima di famiglia nell’aula Paolo VI insieme con il Papa “povero” e subito “rivoluzionario” che chiama “amici” i giornalisti.
Francesco, che proprio non è riuscito a non abbandonare i fogli con il discorso che aveva nelle mani, ha definito “sorprendente” l’annuncio della rinuncia al pontificato di Benedetto XVI.
Il Papa ha poi sottolineato il “ruolo crescente dei mass media che sono indispensabili per narrare al mondo gli eventi della storia contemporanea“.
Francesco, inoltre, si è complimentato per il “servizio qualificato” dei cronisti del conclave e guardandoli negli occhi ha esclamato: “Avete lavorato”.
Immancabili i sorrisi e gli applausi dei giornalisti divertiti dal nuovo Papa.
Francesco ha spiegato che gli “eventi ecclesiali non sono più complicati di quelli politici ed economici, ma essi rispondono a logiche non mondane e per questo non è facile comunicarli a un pubblico vasto”.
E in un altro passaggio Francesco ha sottolineato che “la Chiesa non ha natura politica, ma essenzialmente spirituale. Cristo è il centro non il Papa. Senza di lui — ha sottolineato Francesco — Pietro e la Chiesa non esisterebbero e non avrebbero ragione di esistere. Dobbiamo conoscere la Chiesa con le sue virtù e i suoi peccati. Essa esiste per comunicare la verità  la bontà  e la bellezza. Non dobbiamo — ha concluso il Papa — comunicare noi stessi ma questa triade”.
Con un gesto inedito e di grande rispetto, al termine dell’udienza, il Papa ha benedetto i giornalisti presenti in silenzio e senza alcun gesto della mano rispettando i loro diversi credo e le loro coscienze.
Al neo direttore di Rai Vaticano, Massimo Milone, che lo ha salutato, tra altri giornalisti, al termine dell’udienza, il Papa ha fatto gli auguri per la recente nomina dicendo: “Anche io sono qui a Roma da pochi giorni”.
Nei prossimi giorni Francesco sarà  impegnatissimo: domani mattina celebrerà  la Messa, come un semplice sacerdote, nella piccola Parrocchia di Sant’Anna in Vaticano.
Il parroco ha appreso la notizia soltanto nella tarda serata di ieri.
Alle 12, dalla finestra di quello che a breve diventerà  il suo studio privato, al terzo piano del Palazzo Apostolico vaticano, Francesco reciterà  il suo primo Angelus.
Lunedì mattina, nella Casa Santa Marta, l’incontro con il presidente della Repubblica Argentina, Cristina Fernandez Kirchner.
Martedì 19 la Messa per l’inizio del pontificato in piazza San Pietro.
Venerdì riceverà  in udienza nella sala Regia il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.
Sabato 23 marzo l’attesissimo incontro con il Papa emerito a Castel Gandolfo dove Benedetto XVI e Francesco pranzeranno insieme.
Il Papa, inoltre, stamane, ha espresso la volontà  che i capi e i membri dei dicasteri della Curia romana, come pure i segretari, nonchè il presidente della Pontificia Commissione dello Stato della Città  del Vaticano, proseguano, provvisoriamente, nei rispettivi incarichi “donec aliter provideatur”.
Francesco desidera, infatti, riservarsi un certo tempo per la riflessione, la preghiera e il dialogo, prima di qualunque nomina o conferma definitiva.

Francesco Antonio Grana

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BERGOGLIO, L’ACCORDO CHE HA PORTATO OLTRE 90 VOTI

Marzo 15th, 2013 Riccardo Fucile

INTESA TRA SODANO,BERTONE E DOLAN… CONTRO SCOLA I LOMBARDI… IL RUOLO DI MARTINO, PER 15 ANNI RAPPRESENTANTE VATICANO ALL’ONU

Nella messa «pro ecclesia» celebrata nella Cappella Sistina alla presenza dei 114 cardinali elettori, al momento dello scambio della pace, papa Francesco abbraccia affettuoso il cardinale Giovanni Battista Re, che in Conclave ha fatto le veci di decano, e il segretario di Stato Tarcisio Bertone.
È il fermo-immagine di come sono andate le cose durante le votazioni ventiquattrore prima, sempre sotto la volta del Giudizio Universale, dipinta da Michelangelo.
Alla quinta votazione, rapidamente, si è arrivati a oltre 90 consensi su un collegio di 115 cardinali.
Il cardinale elettore irlandese Sean Brady l’ha detto chiaramente: «Sono rimasto sorpreso che il consenso tra i cardinali sia stato raggiunto così presto».
Così presto e così massicciamente.
Comunque, ben oltre la soglia dei 77 voti fissati dalla riforma di papa Benedetto XVI per dare maggiore coesione e unità  alla scelta del Pontefice (corrispondente ai due terzi degli elettori).
Soglia superata la quale è scattato l’applauso per il nuovo Papa. È andata così. E la Chiesa e il mondo hanno avuto il loro papa Francesco, che dalle Americhe ripercorrerà  al contrario le rotte della prima evangelizzazione del Nuovo Mondo. Questo almeno raccontano le voci di dentro e non solo, il giorno dopo il Conclave più social e condiviso che la storia ricordi.
Ma con quali accordi e schieramenti e pacchetti di voti di Grandi Elettori si è raggiunta la scelta del cardinal Bergoglio?
Sinteticamente e, necessariamente, un po’ brutalmente, il nuovo Papa è il frutto di un accordo tra il Decano del Sacro Collegio, anche se non elettore, cardinal Angelo Sodano, il cardinale Giovan Battista Re, la Curia dell’attuale segretario di Stato, Tarcisio Bertone (che aveva puntato su Odilo Scherer ma che dopo le critiche di Scherer al cardinale Re nelle Congregazioni generali ha dovuto «ritirare» il suo candidato), e cardinali statunitensi.
Il timbro degli americani sull’elezione, che ottengono un Papa delle Americhe, l’ha messo subito, due ore dopo l’apparizione del nuovo Papa dalla Loggia delle Benedizioni, il cardinale di New York Timothy Dolan.
«Siamo stati molto felici del risultato. Sono emozioni molto grandi», ha detto, e in un comunicato ufficiale ha parlato di «pietra miliare per la nostra chiesa».
Italiani uniti solo nell’escludere il cardinale di Milano Angelo Scola (persino i cardinali lombardi gli hanno votato contro).
Un ruolo di tessitore nei giorni scorsi l’ha svolto nelle Congregazioni generali il cardinale non elettore, Raffaele Martino, che per 15 anni è stato il rappresentante Vaticano all’Onu, conosce benissimo l’episcopato americano e come ex presidente del Pontificio Consilio Justitia et Pax è sempre stato molto presente su tutte le questioni sociali più calde.
Oppositore di Ratzinger e a favore di Bergoglio già  nel Conclave del 2005.
Ma per la teologia cattolica non è lo Spirito Santo che sceglie il Papa?
Una volta, molti anni fa, lo chiesero all’allora cardinale Ratzinger, che di mestiere faceva il Prefetto per la dottrina della fede ed era il Guardiano dell’ortodossia.
Non rinunciando nel finale a una certa ironia, rispose così: «Non direi così, nel senso che sia lo Spirito Santo a sceglierlo (…), il suo ruolo dovrebbe essere inteso in un senso molto più elastico (…), probabilmente l’unica sicurezza che egli offre è che la cosa non possa essere totalmente rovinata».
È la stessa ironia di papa Francesco.
Ai cardinali, dopo l’accettazione, ha detto: «Cari fratelli, che Dio vi perdoni».

M.Antonietta Calabrò

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SCOLA TRADITO DAGLI ITALIANI FIN DALLA PRIMA VOTAZIONE

Marzo 15th, 2013 Riccardo Fucile

VECCHI RANCORI E IL LEGAME CON CL: COSI’ E’ MATURATA LA SVOLTA

Che per il super-favorito Scola le cose potessero complicarsi lo si era già  visto martedì. Pochi istanti dopo l’extra omnes e la meditazione in Sistina, a sorpresa Bergoglio aveva ottenuto subito il maggior numero di voti.
Però al primo scrutinio i consensi erano troppo sparpagliati per delineare un quadro realmente indicativo.
Si trattava comunque di un campanello d’allarme per l’arcivescovo di Milano, accreditato di tali chance di vittoria che ieri, a pochi minuti dall’annuncio del protodiacono, uno sfortunato comunicato del segretario generale della Cei esprimeva «i sentimenti dell’intera Chiesa italiana nell’accogliere la notizia dell’elezione del cardinale Angelo Scola a Successore di Pietro».
A sbarrare a Scola la strada verso il Sacro Soglio è stata la confluenza di due cordate e di due ordini di valutazioni nettamente distinte: quella extraeuropea (e soprattutto sudamericana) intenzionata a portare per la prima volta il papato fuori dal Vecchio continente e quella curiale dei nemici-alleati Bertone e Sodano irriducibilmente ostili a Scola.
«Per antiche invidie e rivalità », commentano nelle Sacre Stanze.
A Bertone non è mai andato giù il consiglio di Scola al Papa in un incontro a Castel Gandolfo durante la bufera per la grazia al vescovo negazionista Williamson: la sua sostituzione alla guida della Segreteria di Stato.
Da parte sua, invece, Sodano si è trovato su opposte barriere rispetto a Scola in varie partite di potere per il controllo di istituzioni cattoliche.
Lo stesso Ruini, pur stimando Scola, non ha dato indicazioni di voto a suo favore ai conclavisti come l’australiano Pell che hanno chiesto di potergli fare visita prima del conclave.
Insomma, i 28 elettori italiani non hanno remato tutti nella stessa direzione e così hanno vanificato la possibilità  di riportare un loro connazionale sul Soglio di Pietro 35 anni dopo Luciani.
Neppure tra gli arcivescovi residenziali italiani c’è stata totalità  di consensi per Scola, al quale perciò non potevano più bastare i consensi di numerosi elettori europei.
Inoltre i conclavisti vicini alla comunità  di Sant’Egidio (per esempio, Sepe) non vedevano di buon’occhio la vicinanza di Scola a un movimento distante dalla loro impostazione come Comunione e Liberazione.
Nelle ultime ore non erano mancati segnali che la candidatura fortissima di Scola fosse un gigante dai piedi d’argilla.
A parole tutti riconoscevano la sua eccezionale statura di vescovo e intellettuale, però poi, a scavare un po’ oltre le frasi di circostanza, affioravano distinguo e riserve.
E soprattutto prendeva sempre maggior campo quella suggestione per il “volo oltre oceano” che faceva vacillare l’opportunità  di ripiegarsi su un pontificato italiano mentre la gran parte della sua crescita la Chiesa la sta sperimentando in Sud America, Africa, Asia.
«Non può esserci sempre il pastore a monte e il gregge a valle», sintetizzò un porporato africano in congregazione.
Inoltre poco prima dell’avvio del conclave, il sodaniano Lajolo aveva pubblicamente dato voce al fastidio della Curia per il protagonismo della pattuglia statunitense e pochi vi colsero il gradimento del partito del decano per uno stile più sobrio.
Proprio la cifra di basso profilo, l’etichetta rispettata da Bergoglio per l’intera durata della sede vacante.
Pochissima esposizione, uscite pubbliche ridotte al minimo e congregazioni generali vissute alla stregua degli altri peones del collegio cardinalizio malgrado nel 2005 avesse ottenuto nell’elezione pontificia più consensi di chiunque altro ad eccezione di Ratzinger. E Benedetto XVI non ha mai fatto mistero della sua considerazione per l’austero gesuita che ha «purificato» la Chiesa argentina dalle compromissioni con il regime militare.
Per Bergoglio ora come otto anni fa il luogo fatale è stata Santa Marta. Ma stavolta con risultato opposto.
Ciò che è accaduto ieri alle 13,30 nella Domus conta più dei primi scrutini senza esito nella Sistina.
Alle fumate nere, infatti, sono seguiti i conciliaboli domestici nella residenza degli elettori. Bertone e Re hanno parlato con Bergoglio garantendogli il loro sostegno.
Prima i conclavisti mangiavano e dormivano nella cappella affrescata da Michelangelo, dal 2005 rientrano (in navetta o a piedi) per i pasti e il pernottamento nell’albergo fatto ristrutturare da Giovanni Paolo II.
Durante i pranzi e le cene i cardinali discutono liberamente ed entrano in azione i pontieri che offrono una possibile conciliazione tra le diverse fazioni.
Otto anni fa, fu proprio nel refettorio di Santa Marta che la partita si chiuse a favore di Ratzinger. «Dall’ultima cena in poi, nella Chiesa le cose importanti vengono decise a tavola», spiega sorridendo un elettore di Ratzinger.
Nel conclave del 2005, dopo le prime tre votazioni, Bergoglio si rivolse ai commensali con un discorso destinato a cambiare immediatamente le sorti di quella elezione pontificia.
Chiese espressamente ai suoi quaranta sostenitori di smettere di votarlo.
Insomma davanti a un piatto di pasta al sugo o a un digestivo si è deciso anche stavolta chi si dovesse affacciarsi vestito di bianco dal balcone di San Pietro.
Le ore trascorse a Santa Marta, tra salottini, confessionali e cappella interna, hanno offerto occasioni per concordare informalmente l’uscita di scena dei candidati con minori consensi, a tutto vantaggio del papabile che nei primi tre scrutini avevano ottenuto più voti.
Abboccamenti in extremis che, nello stallo delle votazioni, sono risultati determinanti.
I dubbi sono diventati scomposizione di cordate e l’appannamento della stella di Scola si è tramutato nella polarizzazione attorno al mite Bergoglio.

Giacomo Galeazzi

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TANGO E BATTESIMO, FIDANZATA E VANGELO: TUTTE LE PAROLE CHE DESCRIVONO IL NUOVO PONTEFICE

Marzo 14th, 2013 Riccardo Fucile

“HO AVUTO UNA FIDANZATA, ERA DEL GRUPPO DI AMICI CON CUI ANDAVO A BALLARE. POI HO SCOPERTO LA VOCAZIONE RELIGIOSA”

ARMONIA – «Nella Chiesa l’armonia la fa lo Spirito Santo. Uno dei primi padri della Chiesa scrisse che lo Spirito Santo “ipse harmonia est”, lui stesso è l’armonia. Lui solo è autore al medesimo tempo della pluralità  e dell’unità . Solo lo Spirito può suscitare la diversità , la pluralità , la molteplicità  e allo stesso tempo fare l’unità . Perchè quando siamo noi a voler fare la diversità  facciamo gli scismi e quando siamo noi a voler fare l’unità  facciamo l’uniformità , l’omologazione». (intervista a Stefania Falasca di 30 giorni , fine 2007).
BATTESIMO – «Il bambino non ha alcuna responsabilità  dello stato del matrimonio dei suoi genitori. E poi, spesso il battesimo dei bambini diventa anche per i genitori un nuovo inizio. Di solito si fa una piccola catechesi prima del battesimo, di un’ora circa; poi una catechesi mistagogica durante la liturgia. In seguito, i sacerdoti e i laici vanno a fare le visite a queste famiglie, per continuare con loro la pastorale postbattesimale. E spesso capita che i genitori, che non erano sposati in chiesa, magari chiedono di venire davanti all’altare per celebrare il sacramento del matrimonio». (Intervista a 30 giorni , 2009, al giornalista che chiedeva se erano giustificabili in alcuni casi di battesimi rifiutati bambini figli di genitori «irregolari»).
CERTEZZE – «Le nostre certezze possono diventare un muro, un carcere che imprigiona lo Spirito Santo. Colui che isola la sua coscienza dal cammino del popolo di Dio non conosce l’allegria dello Spirito Santo che sostiene la speranza. È il rischio che corre la coscienza isolata. Di coloro che dal chiuso mondo delle loro Tarsis si lamentano di tutto o, sentendo la propria identità  minacciata, si gettano in battaglie per essere alla fine ancor più autoccupati e autoreferenziali». (intervista a Stefania Falasca di 30 giorni , fine 2007).
DEBITO «Siamo stati molto chiari nel sostenere che la politica economica del governo non faceva altro che aumentare il debito sociale argentino, molto più grande e molto più grave del debito estero e abbiamo chiesto un cambiamento». (a Francesca Ambrogetti, La Stampa , 31 dicembre 2001).
DESAPARECIDOS – «Poichè in diversi momenti della nostra storia siamo stati indulgenti verso le posizioni totalitarie, violando le libertà  democratiche che scaturiscono dalla dignità  umana. Poichè attraverso azioni od omissioni abbiamo discriminato molti dei nostri fratelli, senza impegnarci sufficientemente nella difesa dei loro diritti. Supplichiamo Dio, Signore della storia, che accetti il nostro pentimento e sani le ferite del nostro popolo. O Padre, abbiamo il dovere di ricordare davanti a te quelle azioni drammatiche e crudeli. Ti chiediamo perdono per il silenzio dei responsabili e per la partecipazione effettiva di molti dei tuoi figli in tale scontro politico, nella violenza contro le libertà , nella tortura e nella delazione, nella persecuzione politica e nell’intransigenza ideologica, negli scontri e nelle guerre, nella morte assurda che ha insanguinato il nostro paese. Padre buono e pieno di amore, perdonaci e concedi a noi la grazia di rifondare i vincoli sociali e di sanare le ferite ancora aperte nella tua comunità ». (Richiesta di perdono dei vescovi argentini, tra i quali lo stesso Bergoglio aveva una posizione di spicco, 10 settembre del 2000).
EPIGRAFE – «Come si definirebbe?» «Jorge Bergoglio, prete». (a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, autori del libro-intervista El Jesuita , del 2010).
ESPOSA – «La mia diocesi di Buenos Aires». (intervista a Stefania Falasca di 30 giorni , fine 2007).
FIDANZATA – «Sì, era del gruppo di amici con i quali andavamo a ballare. Poi ho scoperto la vocazione religiosa». (a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, autori del libro-intervista El Jesuita , del 2010).
FILM – «Il mio film preferito? Il pranzo di Babette ». (a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, autori del libro-intervista El Jesuita , del 2010).
FIGLI – «Qualche giorno fa ho battezzato sette figli di una donna sola, una vedova povera, che fa la donna di servizio e li aveva avuti da due uomini differenti. Lei l’avevo incontrata l’anno scorso alla festa di San Cayetano. Mi aveva detto: padre, sono in peccato mortale, ho sette figli e non li ho mai fatti battezzare. Era successo perchè non aveva i soldi per far venire i padrini da lontano, o per pagare la festa, perchè doveva sempre lavorare… Le ho proposto di vederci, per parlare di questa cosa. Ci siamo sentiti per telefono, è venuta a trovarmi, mi diceva che non riusciva mai a trovare tutti i padrini e a radunarli insieme… Alla fine le ho detto: facciamo tutto con due padrini soli, in rappresentanza degli altri. Sono venuti tutti qui e dopo una piccola catechesi li ho battezzati nella cappella dell’arcivescovado. Dopo la cerimonia abbiamo fatto un piccolo rinfresco. Una Coca Cola e dei panini. Lei mi ha detto: padre, non posso crederlo, lei mi fa sentire importante… Le ho risposto: ma signora, che c’entro io?, è Gesù che a lei la fa importante». (Intervista a 30 giorni , 2009)
GARAGE – «Ai miei sacerdoti ho detto: “Fate tutto quello che dovete, i vostri doveri ministeriali li sapete, prendetevi le vostre responsabilità  e poi lasciate aperta la porta”. I nostri sociologi religiosi ci dicono che l’influsso di una parrocchia è di seicento metri intorno a questa. A Buenos Aires ci sono circa duemila metri tra una parrocchia e l’altra. Ho detto allora ai sacerdoti: “Se potete, affittate un garage e, se trovate qualche laico disposto, che vada! Stia un po’ con quella gente, faccia un po’ di catechesi e dia pure la comunione se glielo chiedono”. Un parroco mi ha detto: “Ma padre, se facciamo questo la gente poi non viene più in chiesa”. “Ma perchè?”, gli ho chiesto, “Adesso vengono a messa?” “No”, ha risposto. E allora! Uscire da sè stessi è uscire anche dal recinto dell’orto dei propri convincimenti considerati inamovibili se questi rischiano di diventare un ostacolo, se chiudono l’orizzonte che è di Dio» (intervista a Stefania Falasca di 30 giorni , fine 2007).
GIONA – «Giona aveva tutto chiaro. Aveva idee chiare su Dio, idee molto chiare sul bene e sul male. Su quello che Dio fa e su quello che vuole, su quali erano i fedeli all’Alleanza e quali erano invece fuori dall’Alleanza. Aveva la ricetta per essere un buon profeta. Dio irrompe nella sua vita come un torrente. Lo invia a Ninive. Ninive è il simbolo di tutti i separati, i perduti, di tutte le periferie dell’umanità . Di tutti quelli che stanno fuori, lontano. Giona vide che il compito che gli si affidava era solo dire a tutti quegli uomini che le braccia di Dio erano ancora aperte, che la pazienza di Dio era lì e attendeva, per guarirli con il Suo perdono e nutrirli con la Sua tenerezza. Solo per questo Dio lo aveva inviato. Lo mandava a Ninive, ma lui invece scappa dalla parte opposta, verso Tarsis. Quello da cui fuggiva non era tanto Ninive, ma proprio l’amore senza misura di Dio per quegli uomini» (intervista a Stefania Falasca di 30 giorni , fine 2007).
Hà–LDERLIN – «Amo le sue poesie» (a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, nel libro-intervista El Jesuita , 2010).
ITALIA – «Mio padre era di Portacomaro (Asti, ndr ) e mia madre di Buenos Aires, con sangue piemontese e genovese». (a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, autori del libro-intervista El Jesuita , del 2010).
LAICI – «La loro clericalizzazione è un problema. I preti clericalizzano i laici e i laici ci pregano di essere clericalizzati… È proprio una complicità  peccatrice. E pensare che potrebbe bastare il solo battesimo. Penso a quelle comunità  cristiane del Giappone che erano rimaste senza sacerdoti per più di duecento anni. Quando tornarono i missionari li ritrovarono tutti battezzati, tutti validamente sposati per la Chiesa e tutti i loro defunti avevano avuto un funerale cattolico. La fede era rimasta intatta per i doni di grazia che avevano allietato la vita di questi laici che avevano ricevuto solamente il battesimo e avevano vissuto anche la loro missione apostolica in virtù del solo battesimo. Non si deve aver paura di dipendere solo dalla Sua tenerezza…» (intervista a Stefania Falasca di 30 giorni, fine 2007).
LEBBRA – «La cosa peggiore che può accadere nella Chiesa? È quella che Henri De Lubac chiama “mondanità  spirituale”. È il pericolo più grande per la Chiesa, per noi, che siamo nella Chiesa. “È peggiore”, dice De Lubac, “più disastrosa di quella lebbra infame che aveva sfigurato la Sposa diletta al tempo dei papi libertini”. La mondanità  spirituale è mettere al centro sè stessi. È quello che Gesù vede in atto tra i farisei: ” Voi che vi date gloria. Che date gloria a voi stessi, gli uni agli altri”». (intervista a Stefania Falasca di 30 giorni , fine 2007)
MICRO – «Per contrastare l’effetto della globalizzazione che ha portato alla chiusura di tante fabbriche e la conseguente miseria e disoccupazione, bisogna promuovere anche una crescita economica dal basso verso l’alto, con la creazione di micro, piccole e medie imprese. Gli aiuti che possono venire dall’estero non devono essere solo di fondi ma tendere a rafforzare la cultura del lavoro della cultura politica». (a Francesca Ambrogetti, La Stampa , 31 dicembre 2001).
NAVICELLA – «I teologi antichi dicevano: l’anima è una specie di navicella a vela, lo Spirito Santo è il vento che soffia nella vela, per farla andare avanti, gli impulsi e le spinte del vento sono i doni dello Spirito. Senza la Sua spinta, senza la Sua grazia, noi non andiamo avanti. Lo Spirito Santo ci fa entrare nel mistero di Dio e ci salva dal pericolo d’una Chiesa gnostica e dal pericolo di una Chiesa autoreferenziale, portandoci alla missione» (intervista a Stefania Falasca di 30 giorni , fine 2007).
OMOSESSUALI – «Non ricorrendo contro la decisione del giudice nel contenzioso amministrativo sul matrimonio di persone dello stesso sesso, ha mancato gravemente al suo dovere di governante e di custode della legge». (Comunicato ufficiale del 26 novembre del 2009 contro il governatore di Buenos Aires Mauricio Macri, reo di non avere fatto ricorso contro la sentenza sul matrimonio gay).
PARANOIA – «A una chiesa autoreferenziale succede quel che succede a una persona rinchiusa in sè: si atrofizza fisicamente e mentalmente. Diventa paranoica, autistica» (a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, autori del libro-intervista El Jesuita , del 2010).
POSTO – «”Vi faccio una domanda: la Chiesa è un posto aperto solo per i buoni?” “Nooo!” “C’è posto per i cattivi, anche?” “Sìììì!!!”. “Qui si caccia via qualcuno perchè è cattivo? No, al contrario, lo si accoglie con più affetto. E chi ce l’ha insegnato? Ce lo ha insegnato Gesù. Immaginate, dunque, come è paziente il cuore di Dio con ognuno di noi”». (Dialogo tra Bergoglio e la folla di fedeli alla festa di san Cayetano, in un barrio popolare di Buenos Aires, 30 giorni , agosto 2008, durante la festa).
QUADRO – «Il mio quadro preferito? La Crocefissione Bianca di Chagall». (a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, autori del libro-intervista El Jesuita , del 2010).
RASSA NOSTRANA – «Drit e sincer, cosa ch’a sun, a smijo: / teste quadre, puls ferm e fìdic san / a parlo poc ma a san cosa ch’a diso / bele ch’a marcio adasi, a van luntan. /
Sarajè, mà¼radur e sternighin, / minà¶r e campagnin, sarun e frè: / s’a-j pias gargarisè quaic buta ed vin, / j’è gnà¼n ch’a-j bagna el nas per travajè. / Gent ch’a mercanda nen temp e sà¼dur: / – rassa nostrana libera e testarda – / tà¼t el mund a cunoss ch’i ch’a sun lur / e, quand ch’a passo … tà¼t el mund a-j guarda…». («Razza nostrana», poesia in dialetto piemontese di Nino Costa che il nuovo Papa si picca di saper recitare a memoria, in omaggio ai genitori di origine piemontese).
SIGNORE – «Il Manzoni diceva: “Non ho mai trovato che il Signore abbia cominciato un miracolo senza finirlo bene”». (a Francesca Ambrogetti, La Stampa , 31 dicembre 2001).
TANGO – «Mi piace molto il tango e da giovane lo ballavo». (a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, autori del libro-intervista El Jesuita , del 2010).
TRADIZIONALISTI – «Paradossalmente (…) proprio se si è fedeli si cambia. Non si rimane fedeli, come i tradizionalisti o i fondamentalisti, alla lettera. La fedeltà  è sempre un cambiamento, un fiorire, una crescita. Il Signore opera un cambiamento in colui che gli è fedele». (intervista a Stefania Falasca di 30 giorni, fine 2007)
VERITà€ – «La verità  è che sono un peccatore che la misericordia di Dio ha amato in una maniera privilegiata… Errori ne ho commessi a non finire. Errori e peccati» (a Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, autori del libro-intervista El Jesuita , del 2010).

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)

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PERCHE’ AVEVO PREVISTO QUESTO ESITO DEL CONCLAVE: UNA SCELTA GEOPOLITICA, COME PER WOJTYLA

Marzo 14th, 2013 Riccardo Fucile

FRANCESCO AVRA’ DUE MISSIONI: IL SUDAMERICA E LA CURIA

Mi scuso di cominciare con un episodio personale.
Ma, come si vedrà , sullo sfondo c’è un problema molto grave che riguarda la Chiesa intera e con il quale, dunque, Francesco dovrà  confrontarsi in modo prioritario.
Spero dunque mi sia perdonato l’apparente personalismo.
Nel mese trascorso dalla fatidica ricorrenza di Nostra Signora di Lourdes, l’11 febbraio, innumerevoli colleghi sia italiani sia stranieri mi hanno chiesto una previsione sul cardinale che i confratelli avrebbero eletto come successore di Benedetto XVI.
Sempre, senza eccezione, mi sono schermito, a nessuno ho risposto, ricordando che a un cristiano non è lecito tentare di rubare il mestiere allo Spirito Santo; e rievocando episodi, vissuti di persona nella redazione dei giornali, in cui le indicazioni dei papabili da parte degli esperti erano state regolarmente smentite.
Per questo motivo, pur scusandomi, non ho partecipato a quella sorta di divertissement dei colleghi del Corriere che, sorridendo, hanno indicato ciascuno una loro terna.
Ho fatto una sola eccezione al riserbo che mi era imposto con un collega – che è anche un vecchio amico e col quale ho scritto un libro sulla fede – Michele Brambilla, ora a La Stampa ma formatosi in questo nostro quotidiano e buon conoscitore dei problemi religiosi.
Chiedendogli di tenere per sè la cosa, sino a Conclave concluso, gli ho proposto scherzosamente di farmi da notaio e gli ho affidato un nome, uno soltanto: Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires.
L’amico collega mi ha telefonato anche ieri, sotto il diluvio di piazza San Pietro dove attendeva la fumata e mi ha ricordato quella previsione, chiedendomi se la confermavo: gli ho detto che mi sembrava di poterlo fare.
Michele mi ha ricordato che Bergoglio non era tra coloro che la maggioranza dei colleghi dava come papabile: almeno in questo Conclave, mentre in quello che elesse Joseph Ratzinger pare sia stato colui che ebbe il maggior numero di voti dopo l’eletto. Ma otto anni sono passati, il cardinal Bergoglio ha ormai 76 anni, tutti attendevano un Papa nel pieno delle forze.
Un limite che qualcuno aveva fissato sotto i 65 anni.
Tra l’altro, sarebbe stato il primo gesuita a divenire Papa, dignità  alla quale la Compagnia non ha mai mirato, secondo la raccomandazione del fondatore Ignazio. Eppure, insistetti su quella candidatura argentina.
Doti da indovino, confidenze del Paraclito, collegamenti occulti con le Sacre Stanze cardinalizie?
Macchè, non facciamola grossa, solo un poco di conoscenza della realtà  della Chiesa attuale.
Avevo infatti spiegato all’amico: «In Conclave, dove si conosce la condizione della Chiesa nel mondo intero, si potrebbe decidere per una scelta «geopolitica», come fu per Karol Wojtyla.
Una scelta fortunata: non soltanto si ebbe uno dei migliori pontificati del secolo, ma si gettò nel panico la Nomenklatura dell’Unione Sovietica e di tutto l’Est che prevedeva guai, da un Papa polacco.
Non sbagliava nello spaventarsi.
In effetti, vennero Walesa, Solidarnosc, i cantieri Lenin di Danzica, gli scioperi operai che per la prima volta un regime comunista non osò reprimere nel sangue.
Fu quella la crepa che, allargandosi, alla fine fece cadere tutti i muri dell’Impero.
Ma nulla sarebbe stato possibile senza un Pontefice polacco, e di quale tempra e prestigio!, che sorvegliava e consigliava dal Vaticano».
Ebbene, continuavo nel ragionamento, oggi una scelta geopolitica potrebbe rivolgersi in due direzioni: chiamare alla cattedra di Pietro il primo cinese nella storia che partecipi a un Conclave, l’arcivescovo di Hong Kong, John Tong Hon.
Il panico, stavolta, non sarebbe a Mosca o a Varsavia ma a Pechino, nella capitale della superpotenza del futuro, dove il governo – non potendo estirpare i cattolici, coriacei alle persecuzioni – ha tentato di creare una Chiesa nazionale, staccata da Roma, nominando persino i vescovi.
E i credenti fedeli al Papa sono ridotti alla clandestinità .
Come continuare a tenerli nelle catacombe o nei lager, con uno dei loro divenuto Papa?
Ma la Chiesa non ha mai fretta, giudica secondo i tempi delle «lunghe durate», come dicono gli storici degli Annales, il turno della Cina verrà  probabilmente in un prossimo Conclave allorchè, come capita in tutti i regimi totalitari, il sistema comincerà  il declino e sarà  indebolito, pronto per il colpo di grazia.
E in questo, di Conclave?
In questo, pensavo, c’era spazio per un’altra scelta geopolitica e stavolta davvero urgente, anzi urgentissima, anche se in Europa non si conosce la serietà  dell’evento. Succede, cioè, che la Chiesa romana sta per perdere quello che considerava il «Continente della speranza», il Continente cattolico per eccellenza nell’immaginario comune, quello grazie al quale lo spagnolo è la lingua più parlata nella Chiesa.
Il Sudamerica, infatti, abbandona il cattolicesimo al ritmo di migliaia di uomini e donne ogni giorno.
Ci sono cifre che tormentano gli episcopati di quelle terre: dall’inizio degli anni Ottanta ad oggi, l’America Latina ha perso quasi un quarto di fedeli.
Dove vanno? Entrano nelle comunità , sette, chiesuole degli evangelicals, i pentecostali che, inviati e sostenuti da grandi finanziatori nordamericani, stanno realizzando il vecchio sogno del protestantesimo degli Usa: finirla, anche in quel Continente, con la superstizione «papista».
Occorre dire che i grandi mezzi economici di cui quei missionari dispongono attirano i molti diseredati di quelle terre e li inducono a entrare in comunità  dove tutti sono sorretti anche economicamente.
Ma c’è pure il fatto che le teologie politiche dei decenni scorsi, predicate da preti e frati divenuti attivisti ideologici, hanno allontanato dal cattolicesimo quelle folle, desiderose di una religiosità  viva, colorata, cantata, danzata.
Ed è proprio in questa chiave che il pentecostalismo interpreta il cristianesimo e attira fiumane di transfughi dal cattolicesimo.
Dunque, i padri del Conclave probabilmente avrebbero valutato l’urgenza di un intervento, secondo un programma proposto e gestito da Roma stessa, insediandovi come Papa uno di quel Continente.
Ma l’emorragia riguarda soprattutto il Brasile e l’America delle Ande: perchè, se Papa sudamericano doveva essere, perchè un argentino, un arcivescovo di un Paese meno toccato dalla fuga verso le sette?
Probabilmente ha giocato il fatto che il cardinal Bergoglio (a parte l’alta qualità  dell’uomo, la preparazione teologica, l’esperienza) è al contempo iberoamericano ed europeo.
La sua è una famiglia di immigrati recenti dall’astigiano, l’italiano è la sua seconda lingua materna: poichè per la Chiesa non sono urgenti solo i problemi di oltreatlantico ma anche quelli di un riordino energico della Curia, occorreva un uomo che sapesse fronteggiare certe situazioni vaticane. Insomma, non una predizione la mia, un semplice ragionamento.
Molti altri ragionamenti saranno necessari, a cominciare dalla scelta del nome, Francesco, inedito nella storia del papato. Ma l’ora è tarda, il tempo stringe.
Ci sarà  tempo per riprendere il discorso.

Vittorio Messori
(da “Il Corriere della Sera“)

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DALLE POLEMICHE PER I SUOI PRESUNTI RAPPORTI COL REGIME DEI GENERALI ALLA PASTORALE MISSIONARIA PER I PIÙ POVERI NELLE FAVELAS

Marzo 14th, 2013 Riccardo Fucile

DALLE POLEMICHE PER I SUOI PRESUNTI RAPPORTI COL REGIME DEI GENERALI ALLA PASTORALE MISSIONARIA PER I PIÙ POVERI NELLE FAVELAS

Un gesuita prende il nome di Francesco I ed è il primo segno della Chiesa che vuol cambiare.
Per otto secoli i discendenti di Pietro non se la sentono di abbracciare una spiritualità  nutrita dalla povertà . Insomma, Francesco nome impossibile per il carico di poteri che i secoli hanno costruito sulla cupola vaticana.
Ed ecco che Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, si affaccia al balcone per cambiare la storia dimenticata.
Chi lo conosce sorride disorientato: riuscirà  a dormire nel sacro palazzo, marmi e stucchi dorati, quando ha lasciato vuoto il palazzo dell arcivescovado per il lusso che lo disorientava?
Sceglie di vivere, assieme a un monsignore con gli acciacchi dell’età , in un piccolo appartamento, casa come milioni di case.
Chissà  con quale scioltezza viaggerà  a bordo delle auto ufficiali, severe, blindate, mentre l’abitudine di un sacerdote che ama confondersi con la gente, lo aggrappa alle maniglie degli autobus, in metropolitana, o al manubrio della bicicletta che utilizzava per andare in parrocchia.
E le macchine che lo portano nelle villas miserias, lamiere e baracche, sono auto qualsiasi.
Adesso, chaffeur in livrea.
Fra i nuovi impegni che fanno tremare, l’obbedienza al protocollo metterà  a prova l’umiltà  nella quale ha preferito nascondersi per dialogare e capire la gente.
Le ombre nella dittatura e la penitenza nel 2000.
76 anni, discende da una famiglia piemontese di Buenos Aires.
Il ragazzo Bergoglio vuol diventare chimico, ma il diploma non gli basta: cerca una strada diversa e la trova nella Compagnia di Gesù. Laurea in filosofia, professore di letteratura e psicologia a Buenos Aires, direttore della facoltà  di teologia a San Miguel. Nel 1997 diventa arcivescovo della capitale.
A volte le biografie raccontano parabole esemplari come deve essere la parabola di un papa, quasi sempre trascurando la cornice: anni dell’Argentina dei governi militari e dell’Argentina dell’opulenza che si sbriciola nel default più catastrofico del continente latino.
Bergoglio non accompagna tanti gesuiti nell’appoggio alla Teologia della Liberazione. Insiste per separare politica e solidarietà : si può trasformare la società  senza mescolare i fattori che aiutano il progresso.
Insomma, non è d’accordo.
Suscita malumori che forse non hanno ragione di essere. E quando Videla e i suoi governi militari trasformano l’Argentina in un lager — torture e 30 mila desaparecidos — Bergoglio è inseguito dal sospetto di uno strano collaborazionismo.
Mentre gli alti comandi preparano il golpe nell’agonia della presidenza di Isabelita Peron, Bergoglio invita due giovani confratelli impegnati nella solidarietà  fra le baracche dove hanno scelto di vivere; li invita ad abbandonare le lamiere per andarsene lontano.
Pochi giorni dopo la presa di potere dei militari i due giovani preti spariscono.
“Il silenzio”, libro di Horacio Verbinsky, scrittore e giornalista argentino, accusa Bergoglio di aver denunciato alla dittatura l’irrequietezza dei giovani gesuiti. Bergoglio risponde di averli voluti allontanare per le voci che li indicavano in pericolo.
Un modo per salvare la loro vita minacciata dalle spie. E si addolora per non essere stato ascoltato. A sua volta diventa sgradito al regime: “Sovversivo come altri preti”. Deve lasciare la poltrona di superiore della congregazione.
Il ritorno alla democrazia.
Tornerà  a Buenos Aires quando l’ultimo dittatore si arrende. Poi, nel 2000, farà  “indossare” all’intera Chiesa argentina le vesti della pubblica penitenza, per le colpe commesse negli anni della dittatura.
Il ritorno della democrazia non cancella i veleni, anche perchè la Chiesa non ha mai denunciato i delitti della dittatura.
Giovanni Paolo II scopre il dramma dei desaparecidos solo quando le madri dei ragazzi spariti riescono ad avvicinarlo a Roma allungando biglietti con la storia dei figli che non ci sono più.
Bergoglio sparisce nell’ombra mentre il nunzio apostolico Pio Laghi e il cardinale Giovanni Benelli, sostituto segretario di Stato, si dichiarano “soddisfatti per l’atteggiamento assunto dalla nuova giunta di governo per la sua vocazione cristiana e occidentale”.
E applaudono l’insediamento di Videla.
Bergoglio vescovo e Bergoglio cardinale ricostruiscono la memoria delle vittime “per non dimenticare”, come ripete ad ogni occasione.
Anche se fa capire di non aver cambiato idea quando la scelta poteva essere la resistenza armata alla dittatura.
Gli scontri con il neo peronismo.
Ma nell’Argentina che ritrova la libertà  non rinunciando a tentazioni pericolose.
Nel 2007 Kirchner appoggia il referendum che nello Stato di Misiones propone una riforma costituzionale: rielezione del governatore a tempo indefinito, primo passo per riconfermare i capi di Stato con la stessa misura. Joquin Pina, vescovo di Iguassù si ribella.
E Bergoglio l’appoggia disarmando Kirchner, strappo alle regole sulla convivenza Chiesa-Stato, strappo esasperato dalla figura di un protagonista della Chiesa dei poveri.
Presidente in difficoltà  per la popolarità  del primate d’Argentina.
Quasi pontefice nel 2005.
Si gelano i rapporti col Vaticano. Salta l’incontro del presidente con Benedetto XVI mentre il cardinale Bertone rivede la politica di Sodano, segretario di Stato di Giovanni Paolo II.
Le voci del conclave dal quale è appena uscito papa fanno sapere che la diffidenza di Sodano si è arresa solo all’ultimo momento.
Bergoglio aveva sfiorato il pontificato nel conclave che sceglie Ratzinger. Appoggio di Martini. E alla prima votazione Bergoglio insegue Ratzinger che raccoglie 47 voti. Non è facile per il cardinale di Milano sostenere il gesuita argentino al quale trasmette le preferenze che il parkinson gli impedisce di accettare. Secondo scrutinio: Ratzinger 65, Bergoglio 35. Martini si arrende alla terza votazione.
Anche perchè i mormorii di chi non sopporta Bergoglio riguardano le scelte non ortodosse dell’arcivescovo di Buenos Aires in materia sessuale.
“Sopporta” i contraccettivi con un sospiro che fa il giro del vaticano: “Com’è possibile misurare la vita del mondo in un preservativo?”.

Maurizio Chierici
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA VITTORIA DEL NUOVO MONDO: FRANCESCO SCONFIGGE LA CURIA

Marzo 14th, 2013 Riccardo Fucile

L’ELEZIONE DELL’ARGENTINO BERGOGLIO AFFONDA LA VECCHIA POLITICA VATICANA

Umano come Michel Piccoli, tranquillo come un missionario, un contemporaneo tra contemporanei, Jorge Bergoglio, il Papa di Buenos Aires, si affaccia su Roma e il mondo, chiedendo ai fedeli di benedirlo prima di benedire a sua volta gli “uomini di buona volontà ”.
E assumendo un nome, che per l’universo cattolico — e ben oltre — ha il significato di un rapporto gioioso, semplice, intenso con l’umanità , la natura e la storia: Francesco. Il nuovo pontefice, che inizia la sua missione con un buona sera, non demonizza gli “ismi” della modernità , ma propone un “cammino di fratellanza, amore e fiducia tra noi”.
Spiega che Roma presiede “nella carità ” tutte le Chiese del mondo cattolico.
E per due volte ha sottolineato dalla Loggia delle Benedizioni il legame tra vescovo e popolo.
Solo quattro votazioni sono bastate per portare la Chiesa a voltare totalmente pagina, spazzando dall’agenda ogni pauroso attaccamento al passato.
Il colpo di teatro, andato in scena nella serata di ieri dinanzi a una folla coinvolta nel rito ancestrale di una rinascita, costituisce un No secco al ritorno di un pontefice italiano, una fuoriuscita dall’orizzonte europeo in cui Benedetto XVI aveva concentrato le sue preoccupazioni, un rifiuto evidente di uomini di Curia o legati agli equilibri curiali.
Sono caduti come birilli i candidati cosiddetti forti, già  inseriti in un guscio di potere ecclesiastico. Scola, Scherer, Ouellet.
La storia ci racconterà  quanto abbia pesato nel referendum anti-Scola la baldanza dei sostenitori (esilarante il telegramma di auguri della Cei indirizzato ieri per sbaglio ad Angelo Scola “successore di Pietro”) e il suo silenzio pluriennale sull’alleanza tra Vaticano, Cei e Berlusconi, alleanza risultata sempre incomprensibile agli uomini di Chiesa all’estero.
Quanto abbia alienato simpatie a Scherer la difesa d’ufficio della Curia bertoniana nel giorno, in cui i porporati hanno perso la pazienza sulle mezze verità  diffuse sull’opaco Ior.
Quanto abbia frenato i consensi per Ouellet il suo appartenere alla Curia selezionata da Ratzinger e il suo far parte (insieme a Scola) di quel vivaio teologico-ideologico, costituitosi intorno alla rivista Communio prediletta e ispirata da Ratzinger e De Lubac per fare barriera contro i supposti eccessi dei riformatori animati dal concilio Vaticano II.
Con l’elezione di Bergoglio, primo papa gesuita della storia, affondano una dottrina di politica vaticana e una scuola teologica.
Essenziale — nello sgombrare il campo dal referendum su Scola e nel mettere da parte gli altri illustri duellanti — dev’essere stata in conclave la rapida convergenza realizzatasi tra il gruppo cardinalizio statunitense guidato dall’arcivescovo di New York Dolan, le teste pensanti dell’area francese capitanata dal cardinale di Parigi Vingt-Trois, i silenziosi riformatori schierati intorno alle posizioni del cardinale Schoenborn, la maggioranza degli indecisi del Terzo Mondo, molto attenti però alle parole del nigeriano Onayekan sulla “non-essenzialità  di una banca per la missione del successore di Pietro”.
Ha vinto la voglia enorme di aria nuova, che aleggiava nel corso delle assemblee plenarie dei cardinali durante le quali emergeva come nota costante l’esigenza di un “messaggio positivo” da portare al mondo e la volontà  di instaurare un rapporto nuovo tra Santa Sede ed episcopati, aprendo un processo che porti a concretizzare quel principio di collegialità  sancito dal Concilio per sottolineare che la Chiesa universale non la guida un monarca solitario.
D’altronde già  il Sinodo dei vescovi dell’ottobre 2012 aveva segnalato che sotto la pelle di una struttura ecclesiastica, formalmente suddita della visione di Benedetto XVI e di un generale conformismo, stava crescendo l’anelito per una Chiesa, che riprendesse a camminare in avanti.
Anche attraverso una rigenerazione dopo tanti scandali sessuali e finanziari.
Si sentirono in quella occasione voci nuove e pressanti affinchè la Chiesa facesse un “esame di coscienza sul modo di vivere la fede”, si rivolgesse alla cultura contemporanea con un “dialogo senza arroganza (e) non in termini di aggressione ideologica”, e avesse il coraggio di indagare su “ombre o fallimenti ai quali bisogna porre fine”.
I semi di allora sono fioriti il 13 marzo 2013.
Con l’elezione di papa Francesco l’America latina irrompe al vertice di Santa Romana Chiesa. Dal continente europeo il testimone passa al Nuovo Mondo.
In prima fila sono proiettati i fedeli e le esperienze di aree, che raggruppano la metà  dei cattolici dl pianeta e che rappresentano anche un terzo dei cattolici degli Stati Uniti.
Il nome scelto da papa Bergoglio è simbolo di una speranza, profondamente radicata nelle masse diseredate del Terzo Mondo.
Quando Giovanni Paolo II arrivò in Brasile nel 1980, il dittatore Videla gli “attrezzò” per una visita la favela Vidigal di Rio.
Spuntarono fognature, cabine telefoniche e una chiesa nuova di zecca.
Avrebbe dovuto intitolarsi naturalmente a san Stanislao.
I fedeli del quartiere scelsero a maggioranza schiacciante: san Francesco.
Vincono con l’elezione di Bergoglio i porporati lungimiranti, che nell’episcopato mondiale, ma anche nei settori della Curia rimasti fedeli alla lezione di PaoloVI, si sono battuti per proseguire la strategia dell’internazionalizzazione del papato.
Dopo l’Italia, l’Europa dell’Est e dell’Ovest, è arrivato il momento dell’America latina e il papato concretizza così ancor più la sua dimensione universale nell’era globale.
Va detto peraltro che la rapidità  e la genialità  della scelta rivela che i vertici della Chiesa cattolica — quel “Senato” cardinalizio, erede della romanità  — mostrano tuttora una capacità  di governo e di “visione”, che molti organismi secolari non hanno (a cominciare dall’Italia) e sono stati in grado reagire alla crisi violenta delle dimissioni di Benedetto XVI con un salto verso il futuro.
A sua volta papa Ratzinger, uscendo di scena, ha mostrato di avere intuito lucidamente che una fortissimascossa era necessaria per salvare la Chiesa dalla palude in cui era scivolata e che la tempesta di Vatileaks aveva reso lampante.
Costituisce una lezione della storia — e un segno dello stato d’animo profondo e nascosto del corpo episcopale — il fatto che sia stato portato al trono papale l’uomo che nel 2005 aveva convogliato su di sè i quaranta voti della minoranza riformatrice, ispirata al cardinale Martini e contrapposta alla candidatura di Joseph Ratzinger. L’elezione di papa Francesco mette tra parentesi l’e-sperimento ideologico ratzingeriano, basato sulla salvaguardia ossessiva di identità , tradizione e sospetto nei confronti del riformismo conciliare.
Bergoglio non è un progressista, anzi negli anni Settanta fu in conflitto con i suoi confratelli più legati alla teologia della liberazione.
Ma è un moderato nel senso positivo del termine. Un uomo di equilibrio, sereno, che insiste sulla parola “cammino”, pronto — sembra — a favorire un’evoluzione della Chiesa.
“Sono emozionato, mi piace perchè è vero”, ha esclamato a caldo un fedele in piazza San Pietro.
Alla fine ha vinto quel cardinale che aveva predetto o auspicato: “Un papa extra-europeo, fuori dalle cordate di Curia, un uomo di centro, ragionevole e aperto, che non si chiuda in un monologo”.
Da qui si può ripartire.

Marco Politi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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PAPA, BOOKMAKER SPIAZZATI, BERGOGLIO ERA QUOTATO 30 A 1

Marzo 13th, 2013 Riccardo Fucile

LE SCOMMESSE PUNTAVANO SU SCOLA

Bookmaker spiazzati dall’elezione del nuovo Papa. A partire dall’identità  del successore di Benedetto XVI fino alla sua età , i quotisti internazionali (in Italia non si poteva scommettere sul prossimo Pontefice) hanno «toppato» su tutta la linea.
Il favorito dell’ultima ora era Angelo Scola, tanto che nei minuti tra la fumata e l’annuncio la sua quota era crollata da 3,75 a 1,45.
E invece l’ha spuntata Jorge Mario Bergoglio, poco considerato dagli esperti delle scommesse, che, come si legge su Agipronews, lo davano intorno a 30 volte la posta.
Sbagliata, di conseguenza anche la previsione sulla nazionalità : si puntava su un papa italiano, opzione favorita a 1,80, mentre un Sua Santità  sudamericano – il primo Papa extraeuropeo da 1300 anni – era piazzato a 4,00.
E anche riguardo all’età  del Pontefice i pronostici non hanno fatto centro: l’opzione di un Papa con più di 75 anni (Bergoglio ne ha quasi 77) era la più alta in tabellone, a 5 volte la scommessa.
L’unica previsione azzeccata era quella sulle prime parole pronunciate dal nuovo Papa che ha esordito con un classico «Fratelli e Sorelle», offerto a 1,08.
Dopo l’elezione di Papa Francesco I, però, i bookmaker non hanno perso tempo e hanno già  aperto scommesse sul suo destino: il premio Nobel per la Pace è bancato a 15,00, a 4,50 la prima visita in Brasile mentre si gioca a 3,50 che anche lui, come Benedetto XVI, deciderà  di lasciare il Soglio volontariamente.

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NEL 2005 LA SFIDA CON RATZINGER, QUANDO BERGOGLIO DISSE DI NON SENTIRSI PRONTO

Marzo 13th, 2013 Riccardo Fucile

I SEGRETI E I VOTI NELL’ELEZIONE DI BENEDETTO XVI… TUTTO DURO’ 24 ORE

Nella storia dei Conclavi quello del 2005 che elegge Benedetto XVI ha caratteristiche tutte sue che si direbbero «miste», trattandosi di un Conclave con esito a sorpresa nonostante il fatto che elegga il cardinale per il quale era previsto il più alto numero di voti al primo scrutinio.
La sorpresa sta nel fatto che gli osservatori propendevano per ritenere Ratzinger il più votato in partenza, ma difficile a eleggere stante una notevole opposizione al suo nome, che avrebbe potuto attestarsi su un qualche antagonista «minoritario», obbligando a individuare un candidato di compromesso.
L’antagonista in effetti ci fu e fu impersonato – malgrado lui – dall’italo-argentino e gesuita Jorge Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires (sarà  in Conclave anche stavolta e oggi ha 76 anni), che arrivò a raccogliere al terzo scrutinio 40 voti sufficienti a sbarrare la via al decano Ratzinger.
Ma pare che Bergoglio durante la pausa del pranzo abbia scongiurato i propri sostenitori a cessare di votarlo, «non sentendosi pronto all’elezione», e Ratzinger fu eletto al quarto scrutinio con – si dice – 84 voti.
Non ci sono fonti documentali ovviamente, ma le indiscrezioni sull’andamento degli scrutini sono ormai consolidate e attendibili.
Secondo le migliori ricostruzioni i cardinali Ratzinger e Bergoglio sono stati i più votati al primo e all’ultimo scrutinio del Conclave dell’aprile 2005.
L’andamento degli scrutini è stato raccontato dal Tg2 serale del 22 settembre 2005, appena cinque mesi dopo la fumata bianca, sulla base del «diario» di un cardinale elettore restato sconosciuto.
I cardinali sono tenuti al segreto, ma se «parlano» non incorrono nella scomunica che è invece prevista per gli altri partecipanti al Conclave.
E qualcuno che parla c’è sempre
I dati contenuti in quel diario e anticipati da quel telegiornale furono poi pubblicati per esteso dal vaticanista Lucio Brunelli sulla rivista Limes nel fascicolo 4/2005.
Gli elementi portanti della ricostruzione fornita da Brunelli risultano coincidenti con un’indiscrezione fornita tre mesi prima dal superiore della Fraternità  San Pio X Bernard Fellay e sono ora confermati da una nuova ricostruzione fornita tre giorni addietro da lastampa.it .
Il Conclave del 2005 dura 24 ore, dal pomeriggio di lunedì 18 aprile al pomeriggio di martedì 19.
Il primo scrutinio si svolge nel tardo pomeriggio del 18 aprile, subito dopo il giuramento dei cardinali elettori. Ratzinger ottiene 47 voti, Bergoglio 10, Martini 9, Ruini 6, Sodano 4.
C’è un’ampia dispersione su altri nomi. Il quorum è di 77 voti (lo stesso del Conclave che inizierà  martedì) e a Ratzinger ne mancano 30 per essere eletto.
Il «consiglio» apportato dalla notte – che si può immaginare fitta di conciliaboli – fa salire Ratzinger a 65 voti al secondo scrutinio, che si svolge a partire dalle 9,30 del 19 aprile.
I votanti sono 115 e dunque più della metà  dei voti sono andati a lui. Sodano ne ha ancora 4, mentre quelli di Ruini sono andati a Ratzinger e quelli di Martini a Bergoglio, che balza a 35 preferenze.
Il terzo scrutinio vede Ratzinger salire a 72 preferenze: gli mancano cinque voti per essere eletto.
Ma sale anche Bergoglio, che arriva a 40. Fumata nera e pausa pranzo.
È il momento decisivo del Conclave. Ratzinger ha quasi il doppio dei voti di Bergoglio, ma se i sostenitori dell’argentino tengono duro possono impedirne l’elezione.
Più che sulla personalità  del cardinale decano, nota a tutti e da tutti apprezzata, la febbrile consultazione ruota intorno alla timida figura dell’arcivescovo di Buenos Aires e allo spavento che i cardinali elettori gli hanno visto salire in volto con il crescere dei suffragi.
Sono due gli interrogativi su Bergoglio che convincono una parte dei suoi sostenitori a spostarsi su Ratzinger: se lo schivo gesuita argentino viene scelto, accetta l’elezione? E se si va a uno stallo, su chi ci si può spostare?
Il diario dell’anonimo cardinale racconta che con l’aspetto e con i gesti – più che a parole – Bergoglio lasciava intendere, a chi l’avvicinava, che non avrebbe accettato l’elezione.
Inoltre i suoi sostenitori si resero conto ben presto che non avevano un altro nome da proporre, tale da giustificare la resistenza a votare il decano.
E il decano fu votato.
All’ultima votazione Ratzinger ottiene 84 voti: vuol dire che 21 cardinali su 115 non l’hanno votato.
Quelli che non avevano votato Wojtyla nell’ottobre del 1978 erano stati 12 su 111 e quelli che non avevano votato Luciani nell’agosto dello stesso anno erano stati 11 su 111: dunque Ratzinger non ebbe la maggioranza plebiscitaria dei suoi predecessori.
La migliore tra le ricostruzioni di quel Conclave, prima di questa del collega Brunelli, era venuta da una fonte insospettabile: il vescovo tradizionalista Bernard Fellay, superiore della lefebvriana Fraternità  San Pio X, che in una conferenza del giugno precedente aveva descritto così il primo scrutinio: «Una cinquantina di cardinali diedero il voto al cardinale Ratzinger, una ventina al cardinale Martini e altrettanti al cardinale Bergoglio, il cardinale Sodano ne ha avuti quattro».
L’indisponibilità  di Bergoglio all’elezione, Fellay l’ha raccontata così: «Il cardinale Bergoglio si impaurì, o comunque si rese conto che avrebbe potuto anche essere eletto e, non sentendosi pronto per un tale compito, si ritirò».
Nella sostanza i dati forniti dal «diario» anonimo, quelli di Fellay e quelli del sito lastampa.it , coincidono.
Le tre ricostruzioni rendono comprensibile la battuta del cardinale belga Godfried Danneels (che è ancora tra gli elettori) all’uscita dal Conclave: «L’elezione del cardinale Ratzinger ha dimostrato che non era ancora il momento per un Papa latinoamericano».

Luigi Accattoli

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