Luglio 25th, 2012 Riccardo Fucile
IL QUESITO SPACCA IL CENTROSINISTRA: IL PD A DIFESA DEL MILIONE DI EURO DI FINANZIAMENTI A NIDI E MATERNE PARITARIE
Nemmeno il tempo di votare assieme al Pdl sui finanziamenti alle scuole private che per il
Partito Democratico arriva un’altra grana.
I garanti del Comune di Bologna hanno dichiarato ammissibile il referendum consultivo proposto dal Comitato articolo 33.
Nella pratica, una volta terminata la raccolta di 9mila firme, ai cittadini bolognesi sarà chiesto da qui ad un anno di scegliere dove mettere un milione di euro delle casse comunali: se nella scuola pubblica o se indirizzarli ancora, come avviene da 10 anni, verso le private convenzionate.
Se vincesse l’opzione “pubblica”, e non è un’ipotesi di fantascienza vista la forza dei movimenti bolognesi di insegnanti e genitori, per i democratici e il sindaco Merola la situazione diverrebbe scottante, presi tra la volontà popolare da una parte e dall’altra l’alleato numero uno in città , Sinistra Ecologia e Libertà , che non ha mai nascosto di essere contraria ai finanziamenti pubblici alle scuole private e che raccoglierà le firme per il referendum.
Un referendum quindi che sta già costringendo, tutte le forze politiche a schierarsi apertamente. A cominciare dal Pd, che dopo aver fatto passare il proprio provvedimento con i voti del centro destra (Sel si è invece astenuta) ha fatto subito sapere di non apprezzare per nulla la decisione dei garanti.
“Porre come fa il referendum una scelta tra dare i soldi o pubblico o al privato significa disconoscere la legge dello stato — ha dichiarato l’assessore Pillati — Questo referendum è ideologico. La vera democrazia non ha prezzo, il costo di questa consultazione sarà invece di mezzo milione di euro”.
Rilancia il segretario provinciale Raffaele Donini: “Al Pd tocca il governo responsabile, altri hanno forse più spazio per fare ginnastica ideologica, magari anche facendo un po’ campagna elettorale. Se poi il Pdl vuole votare provvedimenti riformisti come il nostro sul finanziamento alle scuole private tanto meglio. Tutti devono ricordarsi che a Bologna governiamo noi, e che la città ha il 60% di scuole materne d’infanzia gestite dal Comune, il resto della Regione tre volte meno”.
Scontato con dichiarazioni del genere il “no” del partito a raccogliere firme per un referendum che cozza contro una linea più e più volte dichiarata: la gestione pubblica di una rete di scuole statali, comunali e private convenzionate.
Col Pd, e qui la “strana” alleanza a distanza si ripresenta, sia la Curia di Bologna, che ha definito il referendum “ideologico”, sia il Pdl, che ovviamente è contrario a spostare soldi dalle private paritarie alle scuole pubbliche.
“Ammettere quel referendum è stato demenziale — spiega Valentina Castaldini — È per giunta anche anticostituzionale. Mi meraviglio dell’incompetenza dei garanti”.
Anche Sinistra Ecologia e Libertà ha già deciso: “Raccoglieremo le firme necessarie”, spiega il coordinatore del partito Luca Basile.
“Il dato politico non è una possibile crisi formale di maggioranza, che non vogliamo e non ci interessa — spiega Cathy La Torre, capogruppo di Sel in Comune — quanto piuttosto la creazione di una nuova e temporanea maggioranza in Consiglio comunale per fare passare la convenzione sulle scuole private. Quasi una riedizione di un governo Monti a Bologna. E anche qui il Pd ha preso le distanza da Sel avvicinandosi al Pdl”.
Conclusione di Cathy La Torre: “Questa situazione avrà i suoi strascichi”.
Sulla questione i più duri di tutti sono i consiglieri del Movimento 5 Stelle, unici ad avere votato “no” alla nuova convenzione che per i prossimi 4 anni finanzierà le scuole private paritarie bolognesi attraverso una serie di incentivi e disincentivi economici.
“Raccoglieremo le firme per il referendum? Dobbiamo decidere tutti insieme a livello di movimento. Quello che posso dire personalmente — spiega il consigliere comunale Massimo Bugani — è che mi ci impegnerei volentieri”.
Gli fa eco il collega Marco Piazza: “Non possiamo che essere favorevoli a una consultazione democratica. Poi il quesito referendario è molto secco e potrebbe essere problematico. La giunta si era impegnata a coinvolgere la cittadinanza, questo non è successo e ora il referendum sarà un passaggio obbligato, compreso spese evitabili discutendo prima con tutti”. Identica la posizione di Federica Salsi: “Chiedere direttamente ai cittadini è sempre la cosa migliore”.
Lo scontro è tutto sui dati.
Il Pd fa presente come Bologna abbia da sempre una percentuale di scuole comunali tre volte superiore a quella regionale, e come togliere un milione di euro di contributi alle private paritarie darebbe una classe (pubblica) a solo 175 bambini, contro i 1737 attualmente ospitati nelle private convenzionate.
“Tutto giusto — spiega Bugani — si scordano però di dire che la differenza in termini di soldi ce la mettono le famiglie che spendono ogni mese 300 euro o più per pagare la retta dei figli. Non sono certo le scuole private che per magia costano 10 volte meno di quelle pubbliche. Poi sia chiaro, il referendum è solo consultivo, darà un indirizzo politico”.
Dal canto loro i democratici ribattono: “Le leggi nazionali impediscono l’assunzione di insegnanti. Con un milione di euro in mano non ci potremmo fare nulla”.
A metà del guado Sel. “Bisogna trovare un meccanismo alternativo al finanziamento alle scuole private — spiega La Torre — vista la situazione nazionale attualmente non sembrano esserci possibilità ”.
Giovanni Stinco
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 5th, 2012 Riccardo Fucile
“L’UNICO MODO PER IMBAVAGLIARE LA MAFIA E’ RIFIUTARE COMPROMESSI”… MONSIGNOR FRANCESCO MONTENEGRO VIETE LE ESEQUIE DI GIUSEPPE LO MASCOLO, BOSS DI COSA NOSTRA A SICULIANA
Nella chiesa del Santissimo Crocifisso di Siculiana (Agrigento) era già tutto pronto per i
funerali di Giuseppe Lo Mascolo, ultrasettantenne deceduto due giorni prima a causa di un ictus.
Il parroco don Leopoldo Argento però ha dovuto fermare la funzione: niente esequie per Lo Mascolo, ma soltanto una preghiera e la benedizione della salma.
Il motivo? Lo Mascolo era considerato il nuovo boss mafioso di Siculiana, e l’ordine della Curia è stato netto: nessun funerale in chiesa per boss e presunti tali.
Arrestato solo pochi giorni prima di morire nell’operazione della polizia “Nuova Cupola”, per gli inquirenti Lo Mascolo era infatti uno dei personaggi più importanti della cosca, secondo soltanto ad Antonino Gagliano, il presunto capo mandamento della zona.
In passato il piccolo comune aveva guadagnato le pagine dei giornali a causa di boss mafiosi come Pasquale Cuntrera e Gerlando Caruana, diventati i principali gestori del narcotraffico su scala mondiale.
Oggi invece Siculiana celebra la storica scelta di monsignor Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della commissione episcopale della Cei, che vietando le esequie religiose per un boss mafioso crea di fatto un importante precedente.
Per la verità non è la prima volta che il presule della città dei templi prende posizione contro Cosa Nostra. “L’unico modo per imbavagliare la mafia è fare sul serio, amare e cercare la verità e il bene, rifiutare la mediocrità , i compromessi e il conformismo. Se la mafia c’è è anche colpa nostra” aveva detto monsignor Montenegro durante i festeggiamenti in onore di San Calogero, il santo patrono.
“La mafia deve essere combattuta a partire dalle feste religiose, momento storicamente molto caro ai boss di provincia” è invece il commento del sacerdote Carmelo Petrone, direttore del settimanale diocesano L’amico del Popolo.
Parole lontane anni luce dall’atteggiamento tenuto negli anni ’60 dal cardinale di Palermo Ernesto Ruffini. “Che cos’è la mafia? Forse una marca di detersivi?” scherzava Ruffini con i giornalisti.
I rivoli della storia di Cosa nostra raccontano infatti di un atteggiamento per nulla ostile tenuto da alcuni ministri del culto nei confronti di importanti boss mafiosi.
Il caso più famoso è forse quello di padre Agostino Coppola, parroco di Carini e nipote del boss italo americano “Frank Tre Dita” Coppola.
Il sacerdote fu arrestato nel 1976 perchè sarebbe stato complice del boss Luciano Liggio, che in quegli anni si dedicava con profitto ai sequestri di persona.
In alcuni casi sarebbe stato padre Coppola a recarsi dalle famiglie dei sequestrati per riscuotere il riscatto.
“Agostino Coppola è mafioso, è stato punto, è organico a Cosa nostra e fa parte della famiglia di Partinico” raccontò il pentito Antonino Calderone a Giovanni Falcone. Secondo alcuni fu proprio il parroco di Carini a celebrare il matrimonio segreto di Totò Riina con la sua Ninetta Bagarella.
L’ombra di Cosa Nostra si allungò in passato anche su monsignor Salvatore Cassisa, arcivescovo di Monreale, accusato a più riprese di collusione mafiosa e appropriazione indebita e poi sempre assolto. Cassisa, priore dell’Ordine dei cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme, era in stretto contatto con il conte Arturo Cassina, il re degli appalti nella Palermo di Salvo Lima e Vito Ciancimino.
Alla fine degli anni ’80 cercò di pressare il neosindaco di Palermo Leoluca Orlando per liquidare in tempi brevi alcuni crediti miliardari alle ditte di Cassina. Orlando si rifiutò nettamente.
E Cassisa per tutta risposta gli tolse il saluto.
Un netto taglio con il passato avvenne sicuramente il 9 maggio del 1993. “Mafiosi pentitevi, verrà il giorno del giudizio di Dio” fu il monito pronunciato da papa Giovanni Paolo II nella valle dei templi di Agrigento. Proprio la stessa zona in cui oggi monsignor Montenegro vieta i funerali religiosi per i mafiosi.
Giuseppe Pipitone
(da “Il Fatto Quotidano“)
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Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
GLI ISTITUTI PARIFICATI COME I LUOGHI DI CULTO?…I GENITORI DEGLI STUDENTI PROTESTANO: “COSI’ AUMENTERANNO LE RETTE DI ISCRIZIONE E CIO’ PESERA’ SULLE FAMIGLIE”….ALLORA MANDATELI ALLA SCUOLA PUBBLICA COSI’ EVITATE DI SPRECARE QUATTRINI–
Torna l’incubo Imu per le scuole cattoliche.
“Cartelle pazze” oppure le paritarie confessionali, come quelle laiche con fini di lucro, sono tenute a pagare l’Imposta municipale unica reintrodotta dal governo Monti? L’unica cosa certa è che nei giorni scorsi le paritarie cattoliche, che non hanno versato la prima rata dell’Imu, si sono viste recapitare il sollecito di pagamento della tassa che per le case sostituisce l’Ici.
I gestori però non intendono pagarla.
Sono migliaia gli edifici scolastici di proprietà della chiesa adibiti a scuola e l’eventuale pagamento dell’imposta farebbe lievitare anche la tassa di iscrizione.
Una eventualità che potrebbe determinare un ulteriore calo delle iscrizioni, mettendo a rischio queste realtà .
Per scongiurare tutto questo, scende in campo l’Associazione dei genitori delle scuole cattoliche (Agesc).
“Chiediamo – dichiara Roberto Gontero, presidente dell’Agesc – che le scuole paritarie, in quanto enti non profit, non debbano pagare l’Imu. In questi giorni l’Agenzia delle entrate sta inviando una serie di cartelle esattoriali Imu alle scuole paritarie. Eppure il presidente del consiglio non più tardi di due mesi fa aveva garantito che non avrebbero dovuto pagare l’imposta”.
In effetti, a fine febbraio, Mario Monti disse che le scuole religiose avrebbero pagato l’Imu solo se rientranti fra quelle aventi finalità commerciali.
Non è questo il caso?
La nuova disciplina introdotta dal governo prevede che gli immobili adibiti in via esclusiva a luogo di culto non pagheranno l’Imu.
Le scuole cattoliche possono essere assimilate a chiese?
Secondo il Fisco, la risposta è no.
“Siamo davanti a una grave situazione di incertezza – dice il presidente Agesc – e molti genitori si trovano nella condizione di non sapere se il figlio porterà a termine il ciclo scolastico nella stessa scuola dove l’ha iniziato”.
Il pagamento dell’Imu, secondo l’Agesc, farebbe infatti lievitare la retta scolastica, che in tempi di crisi pesa sui bilanci familiari ancora di più.
Le strutture della chiesa adibite a scuola sono 8.644 e il pagamento dell’Imu rappresenterebbe una stangata senza precedenti, dal momento che in passato non pagavano l’Ici.
I genitori dell’Agesc, tra l’altro, non si limitano a chiedere l’esenzione dall’Imu per le paritarie cattoliche, ma chiedono che la retta richiesta dalle scuole alle famiglie possa in qualche modo essere detratta dalle tasse.
“La retta per la scuola paritaria – conclude Roberto Gontero – dovrebbe potere essere almeno detratta come credito d’imposta, così come viene fatto, ad esempio, per le spese per la palestra”.
Una proposta che in questo momento sembra di difficile recepimento oggi che il governo sta rivedendo la spesa pubblica e annuncia tagli ovunque, scuola compresa.
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Giugno 4th, 2012 Riccardo Fucile
LA MISSIVA CHE ANNUNCIAVA L’UCCISIONE DELL’OSTAGGIO ERA STATA SPEDITA DA BOSTON… UNA LETTERA CON IL TIMBRO POSTALE DI KENMORE STATION E LE TELEFONATE “DELL’AMERICANO”
C’è un filo robusto – rimasto sottotraccia nelle decine di faldoni dell’inchiesta aperta da 29 anni presso la Procura di Roma – che lega la scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori allo scandalo dei preti pedofili a Boston.
Una vicenda che nel 2002 sconvolse la Chiesa cattolica, lasciò sgomenti milioni di fedeli americani per i sistematici abusi su minori coperti dai vertici ecclesiastici e portò alle dimissioni dell’arcivescovo Bernard Francis Law, poi tornato a Roma nel 2005 in qualità di arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore.
Mirella, Emanuela. Due ragazzine quindicenni accomunate da un atroce destino: la prima sparì nel piazzale di Porta Pia il 7 maggio 1983, dopo aver detto alla mamma che doveva incontrarsi con gli amici, e la seconda (figlia del messo pontificio di Wojtyla) il successivo 22 giugno, all’uscita della lezione di flauto a Sant’Apollinare. Un duplice mistero che da tre decenni fa perdere il sonno agli investigatori.
E che – considerata l’ipotesi di una mai chiarita Vatican connection – solletica fantasie, ambizioni e congetture di stuoli di giallisti, detective, giornalisti, persino veggenti. L’ultimo colpo di scena, il 14 maggio, ha portato all’apertura della tomba del boss Enrico De Pedis, sepolto nella basilica a ridosso della scuola di musica della «ragazza con la fascetta».
Ma ora c’è di più. Un timbro, un fermo posta: entrambi localizzati in Kenmore Station, nel centro di Boston.
L’uno agli atti, l’altro no. Il primo risale alle prime rivendicazioni dell’ affaire Orlandi-Gregori, il secondo fu usato dall’associazione pedofila Nambla (North American Man Boy Lover Association) ed è emerso 19 anni dopo.
Vale la pena spiegarlo, questo indizio principe. Metterlo a fuoco, contestualizzarlo.
Macchina indietro di 29 anni: luglio 1983.
Il Papa è da poco rientrato dai bagni di folla nella sua Polonia, le elezioni in Italia hanno appena spianato la strada a Bettino Craxi ma, sul doppio sequestro, è buio totale.
Quello di Mirella è «silente» ormai da due mesi e lascia attoniti i genitori, gestori di un bar vicino alla stazione Termini, mentre quello di Emanuela, inaspettatamente, deflagra: è Giovanni Paolo II, con l’appello del 3 luglio all’Angelus («Sono vicino alla famiglia Orlandi, la quale è in afflizione per la figlia…»), a proiettare uno dei tanti casi di missing people in una dimensione planetaria.
L’effetto è immediato. Il 5 luglio a casa del «postino» papale arriva la prima telefonata del cosiddetto «Amerikano», italiano incerto e poche battute in inglese, che getta sul piatto una richiesta secca: libereremo «tua figliola», dice, in cambio della scarcerazione di Ali Agca.
Vincenzo Parisi, del Sisde, traccerà il seguente profilo dell’inquietante personaggio: «Straniero, verosimilmente anglosassone, livello culturale elevatissimo, appartenente (o inserito) nel mondo ecclesiale, formalista, ironico, calcolatore…».
Trattativa vera o di facciata, quella sull’attentatore di Wojtyla?
Un dato è certo: di contatti con la Santa Sede, attraverso il famoso codice «158», il dominus dell’intera vicenda ne ebbe più d’uno.
Il giallo infiamma l’estate. A luglio l’«Amerikano» telefona ancora, lancia ultimatum sulla vita di Emanuela. Ma all’improvviso smette, tace.
Agosto viene così «riempito» da un altro soggetto, il Fronte Turkesh, i cui messaggi (scoprirà l’ex giudice Ferdinando Imposimato) altro non sono che depistaggi della Stasi e del Kgb per tenere sotto scacco l’odiato Papa anticomunista e filo-Solidarnosc.
Settembre, mese chiave dell’intrigo.
Il 4 l’«Amerikano» riappare e fa trovare una busta dentro un furgone Rai, contenente un messaggio a penna e uno spartito di Emanuela.
Ancora: al bar dei Gregori, il 12, giunge una telefonata choc. Un anonimo elenca i vestiti indossati e la marca della biancheria intima di Mirella, che solo la madre conosce.
È un complice dell’«Amerikano»? Entrambe le ragazze sono in suo pugno?
Ed eccoci al 27 settembre 1983, all’ulteriore rivendicazione (o messinscena?) che, riletta oggi, fa correre brividi lungo la schiena. Richard Roth, corrispondente da Roma della Cbs , riceve una lettera che preannuncia «un episodio tecnico che rimorde la nostra coscienza».
Gli investigatori, scrive l’ Ansa il giorno dopo, sono sicuri: si tratta dei «veri rapitori di Emanuela» o di «quelli che l’hanno tenuta prigioniera». Sulla busta c’è il timbro di partenza: Kenmore. Ma a quale episodio «tecnico» si allude? «L’imminente uccisione dell’ostaggio».
Non basta: una perizia grafologica accerta che il messaggio del 4 settembre e questo del 27 sono opera della stessa mano.
L’«Amerikano» si è spostato sulla East coast? O ha trasmesso i suoi scritti a qualcuno, forse per continuare i depistaggi?
Tale pista all’epoca non fu percorsa ma adesso, alla luce dei nuovi indizi, potrebbe riprendere quota.
Gennaio 2002, Boston: scoppia lo scandalo.
Il cardinale Law è accusato di aver coperto per molti anni sacerdoti pedofili della diocesi. Maggio 2002, si apre il processo davanti alla Corte di Suffolk: Law nella deposizione risponde a monosillabi, si scusa per aver controllato poco i «collaboratori».
7 giugno 2002: fuori dal tribunale le mamme delle vittime (per lo più maschietti, ma non solo) protestano. E, dentro, l’interrogatorio è incalzante: «È emerso in una precedente deposizione – attacca il rappresentante dell’accusa – che 32 uomini e due ragazzi hanno formato il gruppo Nambla. Per contattarlo si può scrivere presso il Fag Rag, Box 331, Kenmore Station, Boston… Cardinale Law, ha inteso?».
Pausa. Nell’aula risuona una frase sibilata, poco più di un soffio. «I do», risponde l’arcivescovo. Sì, è vero. Il Fag Rag , che sta per «Giornalaccio omosessuale», faceva quindi proseliti per conto del temutissimo sodalizio pedofilo degli States, proprio dalla stazione da cui partì la lettera su Emanuela.
Nella sequenza di omissioni e depistaggi che da sempre alimenta il giallo della «ragazza con la fascetta», la pista di Boston, 29 anni dopo, fa balenare il più spaventoso e sconvolgente degli scenari.
Fabrizio Peronaci
(da “Il Corriere della Sera”)
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Giugno 2nd, 2012 Riccardo Fucile
DA BANKITALIA ALLA MAGISTRATURA LA SEGNALAZIONE DI UN DECINA DI OPERAZIONI… ANCHE UNA SUORA NEI RAPPORTI
Flussi finanziari transitati su conti correnti dello Ior e poi finiti su altri conti aperti presso banche italiane ed estere.
Depositi intestati a preti e suore che sarebbero stati utilizzati per «ripulire» il denaro o quantomeno per occultarne la provenienza.
Mentre non sono ancora sopite le polemiche per la destituzione del presidente Ettore Gotti Tedeschi, c’è un’altra vicenda che rischia di aizzare lo scontro interno al Vaticano.
E di far emergere un nuovo scandalo sulla gestione dell’Istituto delle Opere Religiose.
Perchè sono almeno una decina le segnalazioni di operazioni sospette già analizzate dall’Uif, l’Ufficio di informazione finanziaria di Bankitalia e poi trasmesse alla magistratura e alla Guardia di Finanza per gli accertamenti di tipo penale.
E tutte riguardano prelati che avrebbero accettato di fare da prestanome per passaggi di denaro con finalità che appaiono ancora oscure.
Le varie relazioni trasmesse dagli analisti di Via Nazionale riguardano conti diversi, ma non si può escludere che almeno alcune possano essere collegate tra loro e riguardare operazioni illecite per le quali era necessario un frazionamento su depositi diversi.
Per questo si è deciso di riunirle in un unico filone e di svolgere accertamenti paralleli anche per stabilire eventuali connessioni tra persone diverse e soprattutto tra beneficiari diversi, almeno apparentemente.
Al momento si sa che le movimentazioni che hanno generato allarme sono state segnalate da istituti di credito italiani ed esteri e soltanto la ricostruzione dei vari passaggi ha consentito di stabilire che una delle «tappe» era interna alla Santa Sede.
Un meccanismo ben individuato due anni fa dalla Procura di Catania che accertò come Antonino Bonaccorsi, fratello del boss Vincenzo condannato con sentenza definitiva per associazione mafiosa, era riuscito a «ripulire» 300 mila euro di provenienza illecita facendoli depositare sul conto aperto dal figlio prete, don Orazio, presso lo Ior grazie al collegamento homebanking e dunque all’utilizzo dei codici di sicurezza assegnati proprio al prelato.
Un «sistema» che le indagini condotte dal pool di magistrati romani coordinato dal procuratore aggiunto Nello Rossi ha ricostruito in tutte le sue fasi, anche se i rapporti tra l’Italia e la Città del Vaticano in questa materia hanno subito fasi alterne e attualmente la collaborazione sembra entrata in una fase di stallo.
Le varie «Sos» (segnalazioni operazioni sospette), sono scattate quando su alcuni conti correnti di normali banche sono stati notati prelevamenti e depositi di somme ingenti che non trovavano giustificazione rispetto al normale andamento oppure che erano stati frazionati proprio nella speranza di non alimentare sospetti.
E invece i primi accertamenti hanno consentito di scoprire che i soldi venivano spostati su conti dello Ior e poi riaccreditati per tentare di farne perdere le tracce.
Nella maggior parte dei casi la causale parla genericamente di beneficienza.
Esattamente la «voce» che usava Don Evaldo, il prete a disposizione della «cricca» dei Grandi eventi, quando ridistribuiva il denaro che gli era stato affidato da funzionari e costruttori.
Numerose operazioni sono state effettuate online e proprio questo ha generato il sospetto che in realtà i prelati siano soltanto dei prestanome disponibili a consegnare i codici di accesso ai proprietari del denaro.
Per identificare i reali beneficiari e stabilire la provenienza dei soldi bisognerà adesso ricostruire rapporti e legami dei preti e delle suore coinvolti.
Una verifica che, visto quanto sta accadendo in Vaticano, rischia di avere clamorose conseguenze.
Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera“)
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Maggio 31st, 2012 Riccardo Fucile
IN GIOCO LA SCELTA DEL SUCCESSORE… VECCHIA GUARDIA CONTRO BERTONIANI
In gioco, come è di tutta evidenza, ci sono gli equilibri più delicati del Vaticano. 
E lo scontro che si va consumando dietro il Portone di Bronzo riguarda la posta più alta che ci possa essere: la scelta del prossimo Papa.
Così la leggono, almeno, gli analisti più fini.
Secondo una lettura condivisa anche dall’«intelligence» italiana, è in corso una guerra di posizione tra almeno due schieramenti l’un contro l’altro armati.
Da una parte la vecchia guardia, la diplomazia della prestigiosa scuola di piazza della Minerva (Sodano, Sandri).
Dall’altra il nuovo che avanza: Bertone e i suoi fedelissimi (Versaldi, Calcagno, Coccopalmerio, Bertello).
Che le munizioni siano documenti segreti che finiscono ai media, poco conta.
Resta il fatto che i vertici della Santa Sede stanno smottando, una casella alla volta.
Tutti gli «infedeli» debbono essere cacciati, nessuno deve rimanere in sella.
Prima il segretario generale del Governatorato, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò.
Poi il presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi.
Non è un mistero che nel mirino dei «corvi» ci sia ora il segretario di Stato, Tarcisio Bertone.
Ieri il Pontefice ha esternato pubblica fiducia verso i suoi più «stretti collaboratori» proprio per puntellare la posizione del suo braccio destro.
E’ la gestione bertoniana, però, che avrebbe scatenato la faida dentro la Curia vaticana. Un passo, in particolare.
La nomina da parte del Papa di 22 nuovi cardinali nel concistoro del 18 febbraio.
Erano mesi che se ne parlava nei corridoi del Vaticano. Ma quando si sono conosciuti i nomi, alla corrente ostile a Bertone è parso chiaro che gli equilibri nel Sacro Collegio stavano cambiando perchè molti dei nuovi cardinali erano italiani e molti quelli considerati di osservanza bertoniana.
E così un intellettuale cattolico che parla chiaro come lo storico Alberto Melloni spiegava fuori dai denti: «Ormai lo hanno capito anche i sassi, è dentro il cuore del potere curiale che si addensa il grosso delle tensioni e delle insoddisfazioni».
Certo, nel collegio cardinalizio la componente italiana è molto forte, ma da che mondo è mondo i cardinali non hanno mai votato guardando alla bandiera.
Gli italiani hanno perso il conclave nel ’78 e nel 2005 non perchè fossero pochi ma perchè erano divisi.
La maggioranza nel prossimo conclave, dunque, è la vera posta in gioco. Ovvero gli equilibri tra le diverse cordate.
Il tutto in vista di una scadenza che è nella natura delle cose, considerando che Benedetto XVI ha compiuto 85 anni.
L’accenno di ieri all’adempimento del suo ministero conferma che Benedetto XVI non ha la benchè minima intenzione di dimettersi.
Una proposta che il direttore del «Foglio» Giuliano Ferrara, tra gli altri, è tornato a prospettare in questi giorni. «Elucubrazioni giornalistiche», l’ha liquidata il portavoce vaticano Federico Lombardi.
Lo stesso Ratzinger, peraltro, non aveva escluso l’ipotesi di dimettersi, nel libro-intervista «Luce del mondo», qualora non fosse più in grado di guidare la Chiesa per impossibilità fisica, psicologica o spirituale, ma aveva precisato che un comandante non lascia la nave nei momenti di difficoltà .
Intanto si annuncia ormai un nuovo concistoro, che si dovrebbe tenere a dicembre e che qualcuno Oltretevere chiama «di risarcimento» perchè dovrebbe ristabilire gli equilibri destabilizzati dall’ultima infornata di porporati.
Anche gli episcopati nazionali manifestano malumore per la sproporzione tra capidicastero premiati con la berretta cardinalizia e Chiese locali sottorappresentate nel Sacro collegio.
La tempistica della fughe di documenti fa pensare ad un piano predefinito, ma resta da vederne gli effetti.
Quanto la «guerra dei veleni» all’interno della Curia romana può accrescere o diminuire le chance di ascesa al Soglio di Pietro di un candidato italiano dopo due pontefici stranieri?
Uno scenario sotto osservazione dell’«intelligence» soprattutto da quando un papabile italiano (l’arcivescovo di Milano, Angelo Scola) è in pole position per la successione. «Il Papa non è fuori dalla disputa, alla fine farà giustizia ed emergerà chiaramente chi avrà vinto e chi avrà perso in questa contesa», assicura un cardinale «mediano» tra le due fazioni in lotta.
La commissione cardinalizia non fa sconti, tiene «audizioni» con monsignori e porporati, riferisce personalmente al Pontefice ciò che di più grave emerge.
L’attenzione è focalizzata in particolare su un cardinale di Curia di lungo corso.
«I cardinali rispondono al Papa, se ci sono problemi seri che riguardano un cardinale sicuramente dev’essere coinvolto – spiega padre Lombardi -. Non può dipendere dal capo della Gendarmeria o dal magistrato inquirente se interrogare o meno un cardinale».
La commissione d’inchiesta raccoglie testimonianze e informazioni su Vatileaks, ma è tutt’altro che risolta anche la partita-Ior.
Nel «direttorio» della banca del Papa, i cardinali Nicora e Tauran hanno chiesto chiarimenti sulla sfiducia a Gotti Tedeschi. «Non poteva restare presidente: faceva scenate in consiglio e trattava male gli altri componenti laici del board», spiega un banchiere vicino a Bertone.
Se l’orizzonte ultimo è il conclave, la tappa intermedia è la segreteria di Stato.
A dicembre Bertone compie 78 anni e il Papa potrebbe sostituirlo per pacificare la Curia. A seconda se al suo posto andrà il ministro degli Esteri Mamberti (continuità ) o Sandri (cambio di direzione) si capirà quale fazione ha avuto la meglio.
Giacomo Galeazzi e Francesco Grignetti
(da “la Repubblica”)
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Maggio 28th, 2012 Riccardo Fucile
PARLA UNA DELLE “SPIE”: “BERTONE HA TROPPO POTERE”
Chi sono i “corvi” del Vaticano? «La mente dell’operazione non è una sola, ma sono più persone». 
«Ci sono i cardinali, i loro segretari personali, i monsignori e i pesci piccoli. Donne e uomini, prelati e laici. Tra i “corvi” ci sono anche le Eminenze. Ma la Segreteria di Stato non può dirlo, e fa arrestare la manovalanza, “Paoletto” appunto, il maggiordomo del Papa. Che non c’entra nulla se non per aver recapitato delle lettere su richiesta».
Un quartiere alto di Roma nord, un tavolino di un bar, sempre un po’ di traffico intorno. All’ora di pranzo di una domenica mattina finalmente tersa uno dei “corvi”, gli autori della fuoriuscita di lettere segrete dalla Santa Sede, spiega i dettagli dell’operazione.
«Chi lo fa – dice subito – agisce in favore del Papa».
Per il Papa? E perchè?
«Perchè lo scopo del “corvo”, o meglio dei “corvi”, perchè qui si tratta di più persone, è quello di far emergere il marcio che c’è dentro la Chiesa in questi ultimi anni, a partire dal 2009-2010».
Ma chi sono? Chi siete?
«Ci sono quelli che si oppongono al segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Quelli che pensano che Benedetto XVI sia troppo debole per guidare la Chiesa. Quelli che ritengono che sia il momento giusto per farsi avanti. Alla fine così è diventato un tutti contro tutti, in una guerra in cui non si sa più chi è con chi, e chi è contro».
La persona è tormentata. Vuole parlare, ma allo stesso tempo ha paura, e ha forti dubbi. Niente nomi da pubblicare, ne andrebbe della sua sicurezza. Molti silenzi, molti sguardi. «Posso fidarmi di lei? Questa cosa è terribilmente delicata». Proviamo.
Com’è nata la fuga dei documenti dal Vaticano?
«Nasce soprattutto dal timore che il potere accumulato dal Segretario di Stato possa non essere conciliabile con altre persone in Vaticano».
Ma c’è anche una pista dei soldi?
Una mano nei capelli, gli occhi guardano intorno, le mani tormentano un anello.
«C’è sempre una pista dei soldi. Ci sono anche interessi economici nella Santa Sede. Nel 2009-2010 alcuni cardinali hanno cominciato a percepire una perdita di controllo centrale: un po’ dai tentativi di limitare la libertà delle indagini che monsignor Carlo Maria Viganò stava svolgendo contro episodi di corruzione, un po’ per il progressivo distacco del Pontefice dalle questioni interne».
Le macchine intorno strombazzano. Due cani finiscono per azzannarsi. Cambiamo posto. Saliamo. Altro bar, giardino all’interno, un po’ di quiete. Il discorso prosegue più fluido.
«Che cosa è successo a quel punto? Viganò scrive al Papa denunciando episodi di corruzione. Chiede aiuto, ma il Papa non può far nulla. Non può opporsi perchè questo significherebbe creare una frattura pubblica con il suo braccio destro. Pur di tenere unita la Chiesa sacrifica Viganò. O meglio, finge di sacrificarlo perchè, come si sa, la nunziatura di Washington è quella più importante. Così i cardinali capiscono che il Papa è debole e vanno a cercare protezione da Bertone».
Che cosa fa a questo punto il Pontefice?
«Il Papa capisce che deve proteggersi. E convoca cinque persone di sua fiducia, quattro uomini e una donna. Che sono i cosiddetti relatori. Gli agenti segreti di Benedetto. Il Papa cerca consiglio da queste persone affidando a ciascuno un ruolo, e alla donna quello di coordinare tutti e cinque».
C’è una donna che aiuta il Papa in questo?
«Sì, è la stratega. Poi c’è chi materialmente raccoglie le prove. Un altro prepara il terreno, e gli altri due permettono che tutto ciò sia possibile. In questa vicenda il ruolo di queste persone è stato quello di informare il Papa su chi erano gli amici e i nemici, in modo da sapere contro chi combattere».
E intanto la fuoriuscita dei documenti come va avanti?
«Cominciano a uscire. Sono individuati dei canali e dei giornalisti».
Come escono?
«A mano. L’intelligence vaticana, che ha sistemi di sicurezza integrati nei sotterranei del Palazzo apostolico guidati da un giovane ex hacker di 35 anni, e sono addirittura più evoluti della Cia, con sistemi sofisticatissimi, non possono farci nulla. Perchè i cardinali sono abituati a scrivere i loro messaggi a penna e a dettarli. Li fanno poi recapitare a chi vogliono brevi manu. E i documenti fuoriusciti sono lo strumento con cui si sta combattendo questa guerra. L’obiettivo primario era quello di colpire il Papa. Di fiaccarlo e convincerlo a mollare le questioni politiche ed economiche della Chiesa. Bisognava reagire».
E il presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, letteralmente cacciato?
«È accaduta la stessa cosa. Eppure era vicinissimo al Papa: hanno steso insieme l’enciclica Caritas in veritate. Gotti non rispondeva a nessuno, ma lo faceva direttamente al Papa, a cui mandava anche dei memorandum per descrivere la situazione interna allo Ior. E così anche le operazioni che fallivano, come la legge antiriciclaggio o la scalata per il San Raffaele. Bertone si ingelosisce, accusa Gotti, e decide di tagliargli la testa. Quando giovedì scorso il Papa ha saputo del licenziamento di Gotti, si è messo a piangere per “il mio amico Ettore”».
Il Papa che piange?
«Sì, ma poi si è arrabbiato moltissimo e ha reagito dicendo che la verità su questa vicenda sarebbe venuta fuori».
Ma non si poteva opporre?
«Avrebbe potuto farlo, ma opporsi avrebbe significato una frattura clamorosa con il suo Segretario di Stato».
E poi, il giorno dopo?
«E il giorno dopo il Papa è stato nuovamente colpito, e nel personale, quando è stato arrestato Paoletto. Ora il Papa è disperato. Ma Paoletto non è il corvo, i corvi sono tanti, tutt’al più è stato usato da qualcuno».
Hanno detto di Gotti che è uno dei corvi.
«Gotti è una persona onesta, che tace, come ha fatto anche nel mezzo dell’indagine della magistratura sullo Ior. E come sta facendo adesso dopo la sua defenestrazione. Non si è prestato a nessun gioco, non è lui il corvo».
Anche padre Georg, il segretario del papa, è nel mirino?
«Per una fazione è stato uno degli obiettivi da colpire: rappresenta oggi più che mai l’elemento di congiunzione fra tutti i dicasteri all’interno del Vaticano e il Papa, fa da filtro, decide e consiglia il Papa».
Siamo ormai da tre ore a colloquio, in pieno pomeriggio, al terzo caffè. La persona è molto informata, conosce dettagli, meccanismi, persone interne alla Santa Sede come pochi.
Perchè ha deciso di uscire allo scoperto?
«Per far emergere la verità . E quindi far cessare la gogna mediatica alla ricerca estrema di un colpevole nelle vesti di un corvo (il maggiordomo), di un prete (don Georg), o di un alto funzionario o di un cardinale (Gotti, il cardinale Piacenza o altri). Il ruolo fondamentale della Chiesa è di difendere il valore del Vangelo, non quelli di accumulare potere e denaro. E quello che faccio è fatto in nome di Dio, io non ho paura».
Marco Ansaldo
(da “la Repubblica“)
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Maggio 26th, 2012 Riccardo Fucile
LOTTA DI POTERE IN CURIA: IL SEGRETARIO DI STATO, CARDINAL BERTONE, COMBATTE PER LA SUA SOPRAVVIVENZA
L’arresto di un assistente papale per i Vatileaks è l’inizio di un nuovo capitolo disastroso
per la Santa Sede.
Non la fine della vicenda.
Intanto rivela una drammatica vulnerabilità dell’entourage papale. Ma c’è di più. Quando si arriverà al processo contro i responsabili della fuga di documenti, Benedetto XVI potrà ringraziare il suo Segretario di Stato Tarcisio Bertone per altre ondate di pubblicità negativa a livello planetario.
L’affaire si intreccia con il caso Gotti Tedeschi.
L’estrema brutalità del comunicato con cui è stato silurato il presidente dello Ior è il segno che la lotta di potere all’interno della Curia ha raggiunto un livello di parossismo impensabile.
Mai era accaduto negli ambienti curiali, così felpati, che si colpisse così duramente nell’onore un uomo scelto dal Papa.
La reazione del Segretario di Stato, che fa sfiduciare pubblicamente Gotti, rappresenta la rottura di una tradizione.
Nella sua violenza svela la paura di Bertone di essere scalzato dalla carica.
In pari tempo la vicenda rimanda ad un pontefice debole e fragile, incapace come re Lear di tenere a bada la sua corte.
à‰ chiaro che c’è un gruppo clandestino in Curia (non un solo maggiordomo come nei gialli) a volere un cambio di gestione al vertice.
L’arma che gli oppositori agitano sono gli autogol internazionali di Bertone.
In un anno il Segretario di Stato, apparente vincitore in queste ore, ha piazzato tre formidabili boomerang, tutti dannosi per l’immagine di Benedetto XVI e il suo desiderio di garantire pulizia e trasparenza nelle finanze e nell’amministrazione vaticana.
Monsignor Carlo Maria Viganò, segretario del Governatorato, aveva denunciato corruzione negli appalti e in alcuni settori amministrativi.
Bertone lo ha rimosso quasi fosse un mitomane.
Agli occhi del mondo diplomatico e mediatico è apparso chiaro che Viganò è stato colpito perchè voleva fare pulizia.
Nel dicembre 2010 Benedetto XVI istituisce l’Autorità di informazione finanziaria, guidata da un cardinale, per portare lo Ior nella “lista bianca” del sistema bancario internazionale.
Passano pochi mesi e per iniziativa del Segretario di Stato si accredita la teoria che la trasparenza non vale per il passato e si emanano nuove norme, che imbrigliano l’autonomia della nuova Authority.
A nulla valgono le accorate proteste del cardinale Nicora e di Gotti Tedeschi. Secondo autogol e pessima figura presso Moneyval, l’organismo europeo incaricato di verificare lo standard antiriciclaggio delle banche d’Europa.
Il terzo autogol è la cacciata di Gotti Tedeschi.
Faceva resistenza all’operazione San Raffaele, voluta dal cardinale Bertone con il miraggio faraonico di un “polo ospedaliero cattolico” comprendente San Raffaele, policlinico Gemelli e l’ospedale di Padre Pio.
Gotti Tedeschi inoltre non condivideva lo stile di comando di Giuseppe Profiti, presidente del Bambin Gesù (condannato in primo grado per il coinvolgimento nello scandalo delle mense in Liguria: “concorso in turbativa d’asta”) e fatto vice-presidente del San Raffaele in quanto longa manus di Bertone.
Il Segretario di Stato non glielo ha mai perdonato.
L’aver perseguito, poi, una linea senza compromessi e attivamente critica nei confronti di Bertone per la questione della trasparenza dello Ior, è costata la testa a Gotti.
Lui lo presagiva e da mesi confidava agli amici: “Mi salva soltanto il rapporto con il Papa”.
Cosa succederà adesso? Il Segretario di Stato, con questa prova di forza, dimostra di volere resistere ad ogni costo alle pressioni rivolte a Benedetto XVI perchè lo sostituisca a dicembre in occasione dei suoi 78 anni.
Ma l’estrema debolezza di Benedetto XVI, che in queste vicende non è riuscito a tenere ferma la barra nella direzione da lui stesso auspicata, mostra che il pontefice ormai ottantacinquenne e fisicamente fragilissimo (e occupato a scrivere il terzo libro su Gesù) non riesce a tenere sotto controllo gli affari della Curia e si affida — anche a costo di buttare a mare persone che stima — al Segretario di Stato, da cui non sembra in grado di staccarsi.
Il mondo cattolico è disorientato.
L’Avvenire, mentre pubblica il comunicato vaticano, scrive che Gotti “aveva fatto proprio l’impegno per la crescita dello Ior nella trasparenza secondo standard internazionali”.
Ha commentato l’ex vicedirettore dell’Osservatore Romano Gianfranco Svidercoschi: “Nel comunicato vaticano che definisce criminale la diffusione dei documenti arrivati alla stampa non c’è una sola riga dedicata ai fatti ivi descritti”.
Il popolo delle parrocchie non ci capisce più nulla.
à‰ una deriva quale mai si era verificata in Santa Romana Chiesa.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 26th, 2012 Riccardo Fucile
L’ASSALTO AL POTERE E LE MANOVRE PER IL PROSSIMO CONCLAVE…LA SEGRETERIA DI STATO NEL MIRINO: ORA E’ CACCIA AI MANDANTI
C’è un dettaglio illuminante nella vicenda che lega l’arresto del cameriere di Sua Santità , considerato il “corvo” che passava le carte segrete vaticane ai media, alla cacciata di Ettore Gotti Tedeschi dalla presidenza dello Ior.
E tocca il Pontefice, il suo appartamento, unendosi alle dicerie sulla salute di Joseph Ratzinger, il quale invece sta bene per l’età che ha (85 anni), come risulta evidente a chi lo incontra e vede da vicino.
Perchè i documenti interni diffusi, e di recente pubblicati anche in un libro, non portano per la maggior parte il timbro della Segreteria di Stato vaticana.
Non sono usciti, cioè, da quell’ufficio, al quale pure sono arrivate.
Ma provengono direttamente dall’Appartamento papale, dove alcune erano ad esempio giunte al fax con il numero riservato di monsignor Georg Gaenswein, il segretario personale di Benedetto XVI.
E vista l’assoluta fedeltà dell’assistente tedesco – il quale per ragioni di opportunità giovedì scorso ha addirittura rinunciato a una conferenza a Pordenone dal titolo “Vi racconto il Papa”, eppure annunciata da due ampie pagine sull’Osservatore Romano e su Avvenire (“Es ist besser nicht”, meglio di no, gli ha detto Ratzinger) – per quanto incredibile questo sia apparso agli inquirenti vaticani, le indagini sui diffusori delle carte si sono infine concentrate sulla casa di Benedetto.
Nel cosiddetto Appartamento, con la A maiuscola, vive la Famiglia pontificia.
Composta
dalle persone che sono intorno al Papa. Chi ci abita rassetta, prepara e consuma i pasti con lui, tenendogli compagnia talvolta guardando la tv.
Sono loro a festeggiarlo nei giorni comandati e nei compleanni. Loro ad accogliere i visitatori esterni, come il fratello del Pontefice, monsignor Georg Ratzinger.
Nell’Appartamento circolano monsignor Gaenswein appunto, l’altro segretario, il maltese Alfred Xuereb, le quattro Memores domini, donne laiche che fanno vita consacrata, accudendo le stanze e preparando colazione, pranzo e cena.
E il cameriere del Pontefice, Paolo Gabriele.
Su di lui si sono appuntati i sospetti sia della Gendarmeria vaticana guidata dal comandante Domenico Giani, sia la commissione di indagine dei tre cardinali presieduta dal porporato spagnolo Julian Herranz Casado, allievo diretto del fondatore dell’Opus Dei, Josemaria Escrivà de Balaguer.
I “corvi” che hanno passato le carte fuori dalla Santa Sede, com’è noto da tempo, sono più d’uno.
Ieri la Segreteria di Stato è uscita allo scoperto, accusando addirittura Gotti (“era uno dei corvi” hanno detto), il quale però si è difeso contrattaccando (“li querelo”) .
Uno scontro al calor bianco che fa da sfondo alla cacciata dell’economista per “gestione insoddisfacente”.
La vicenda dei “Vatican leaks” si sta così allargando, scuotendo l’intero vertice della Santa Sede, con colpi feroci tra fazioni di cardinali, mentre il Papa assiste e si prepara a compiere, da qui a pochi mesi, passi decisivi.
Monsignor Gaenswein è rimasto molto toccato dalle critiche arrivate al Pontefice attraverso le carte.
E anche il segretario di Stato, Tarcisio Bertone – comunque lo si veda è però un fedelissimo di Joseph Ratzinger – è apparso provato dalla vicenda. Ha persino accarezzato l’idea, come già fatto in passato, di offrire il proprio posto e dimettersi.
Ma il Papa gli ha fatto subito capire che non se ne parlava nemmeno.
Alla destra di Benedetto, un gruppo di cardinali, arcivescovi e monsignori si è mosso in prospettiva futura con un obiettivo duplice e ambiziosissimo: la presa della Segreteria di Stato e, successivamente, addirittura la conquista del Conclave con un Papa scelto tra le proprie file.
E’ quello che un osservatore attentissimo di cose vaticane definisce “un vero e proprio colpo di Stato”. E le menti che hanno concepito il piano sono le stesse che hanno foraggiato i media, attraverso i “corvi”, di carte segrete al fine di portare scompiglio e far cadere il governo vaticano.
Il progetto è fallito. La Santa Sede è attualmente sottoposta a dure critiche da parte dell’opinione pubblica internazionale, con un’immagine intaccata.
Ma il golpe non è riuscito perchè il Papa – che contrariamente a quel che si è vociferato è pienamente in salute – sa tutto, conosce i membri dell’una e dell’altra fazione, ed è deciso a regolare la faccenda al tempo dovuto e, com’è d’uso, senza clamori.
Bertone a dicembre compirà 78 anni ed è possibile un suo passo indietro.
Alcuni osservatori danno per favorito l’attuale prefetto della Congregazione per il clero, il cardinale Mauro Piacenza, che lo scorso anno ha ottenuto da Benedetto una doppia promozione: la berretta cardinalizia e la guida di un dicastero.
Le strade che il Papa ha davanti sono più d’una: riconfermare Bertone; accettare infine le sue dimissioni e sostituirlo con Piacenza; oppure cambiare del tutto cavallo scegliendo un outsider per sgombrare il campo dai durissimi scontri interni.
Questa terza ipotesi riguarda l’attuale ministro degli Esteri, il corso Dominique Mamberti, che gode della considerazione di Bertone e, allo stesso tempo, viene considerato un candidato debole per non ostacolare le ambizioni alla destra del Papa dei diretti interessati alla Segreteria di Stato.
Si è cercato, da questo fronte, di accreditare l’idea che la Commissione cardinalizia di indagine fosse priva di mordente e di capacità operativa.
In realtà , proprio quella composizione (Julian Herranz Casado, Jozef Tomko, Salvatore De Giorgi) è stata ed è la chiave del successo dell’inchiesta, non ancora conclusa, perchè i tre anziani cardinali sono ben presenti a loro stessi.
E soprattutto non hanno ambizioni proprie o per altri.
Diversa la battaglia sul futuro Conclave.
Nel Novecento, quasi sempre i Pontefici hanno informalmente indicato i propri successori, puntando i riflettori sui loro preferiti.
È accaduto da Pio XI in poi. Benedetto XVI ha forse in mente il proprio successore.
Ora gli osservatori si attendono da lui un segno.
Le voci false diffuse sul suo stato di salute (“ha un tumore al fegato”, “ha avuto due ischemie”), puntano a delegittimarlo.
Ma il Papa per ora è saldo e guarda al proprio domani, pensando anche al futuro della Chiesa.
Marco Ansaldo
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