Febbraio 11th, 2013 Riccardo Fucile
I PRECEDENTI CASI
Il primo ad abdicare dopo seicento anni.
“Il Papa ci ha preso un po’ di sorpresa”, afferma il portavoce vaticano, Federico Lombardi, in merito all’annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI. I cardinali hanno ascoltato il Papa “con il fiato sospeso, credo che la massima parte dei presenti non avesse informazione precedente di quello che il Papa stava per annunciare”.
Quella del Papa di lasciare il pontificato è stata una «decisione personale, profonda, presa in clima di preghiera».
Il «motivo fondamentale è l’esame di coscienza sulle sue forze in rapporto al ministero da svolgere».Benedetto XVI rinuncia al soglio pontificio e lascerà il 28 febbraio. Una decisione di portata storica che ha pochi precedenti in epoca recente.
I casi storici di rinuncia, comunque, non mancano, soprattutto nei tempi più remoti del Papato: San Clemente, quarto pontefice romano, arrestato ed esiliato per ordine di Nerva nel primo secolo dopo cristo, abdico’ dal Sommo Pontificato indicando come suo successore Evaristo, affinchè i fedeli non restassero senza pastore.
Nella prima metà del III secolo, Ponziano lo imito’ poco prima di essere esiliato in Sardegna; al suo posto venne eletto Antero.
Silverio, 58esimo vescovo di Roma, fu deposto da Belisario e in punto di morte (11 marzo 537) rinunciò in favore di Vigilio, fino ad allora considerato un usurpatore.
Vi sono poi molti altri casi, più problematici, in cui si discute se vi sia stata rinuncia o addirittura rinuncia tacita, come nel caso di Martino (VII secolo).
Altro caso più difficilmente inquadrabile è quello di Benedetto IX, che prima venne deposto in favore di Silvestro III, salvo poi riassumere la carica per poi rivenderla a Gregorio VI, il quale, accusato di simonia, fece atto di rinuncia dopo aver ammesso le sue colpe.
Siamo nella prima metà dell’anno Mille.
Il più celebre caso di rinuncia all’ufficio di Romano Pontefice fu quello di Celestino V, detto anche «il Papa che fece per vitla’ lo gran rifiuto», che portò all’elezione di Bonifacio VIII nel 1294; poichè quest’ultimo fu un pontefice non affine a Dante Alighieri, egli nella sua Divina Commedia pone, probabilmente, Celestino V nell’Antinferno tra gli ignavi: non è però certo chi il Sommo Poeta volesse indicare nel seguente passo, potrebbe trattarsi infatti, secondo alcuni critici di Ponzio Pilato, Esau’ o Giano della Bella: con il cardinale Benedetto Caetani, e si fece confermare dal concistoro dei cardinali che un’abdicazione dal soglio pontificio era possibile, quindi, in data 10 dicembre 1294, emanò una costituzione sull’abdicazione del papa, confermò la validità delle disposizioni in materia di Conclave anche in caso di rinuncia, ed appena tre giorni dopo rese note le sue intenzioni ed abdico’.
Nel 1415 un altro Papa, Gregorio XII, eletto all’epoca dello Scisma d’Occidente a Roma, dopo molti anni di lotte e di contese giuridiche, belliche e diplomatiche, fece atto di sottomissione ai decreti emessi dai padri conciliari, durante il Concilio di Costanza, che era stato convocato dall’antipapa Giovanni XXIII e presieduto dall’Imperatore Sigismondo per dirimere ogni questione.
Uno di questi decreti intimava a tutti i contendenti di abdicare, nel caso che non si trovasse una soluzione e non si raggiungesse l’accordo fra i tre pretendenti al Soglio. Davanti al rifiuto di Benedetto XIII (rappresentante dell’obbedienza avignonese) e alla fuga di Giovanni XXIII (poi ricondotto in Concilio e deposto), alla fine Gregorio XII acconsenti’ ad abdicare, dopo aver riconvocato con una sua bolla il medesimo Concilio.
All’abdicazione però non seguì l’elezione di un nuovo Papa, che si verificò passati due anni e solo successivamente alla scomparsa di Gregorio XII, dopo la quale venne convocata un’assemblea mista di cardinali e di padri conciliari, che elesse Martino V nel 1417.
Giacomo Galeazzi
(da “La Stampa”)
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Febbraio 11th, 2013 Riccardo Fucile
BENEDETTO XVI HA ANNUNCIATO LE PROPRIE DIMISSIONI IN LATINO DURANTE IL CONCISTORO POCHI MINUTI FA… “SENTO IL PESO DELL’INCARICO, LO FACCIO PER IL BENE DELLA CHIESA”
Secondo l’agenzia Ansa il Papa Benedetto XVI lascerà il pontificato dal prossimo 28 febbraio.
Lo ha annunciato personalmente, in latino, durante il concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto.
Il Papa ha spiegato di sentire il peso dell’incarico di pontefice, di aver a lungo meditato su questa decisione e di averla presa per il bene della Chiesa.
“Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”.
Lo ha detto il Papa ai cardinali, nel corso dell’odierno Concistoro Ordinario.
Il pontefice ha chiesto che si indica un conclave per l’elezione del successore.
Al momento non ci sono ancora dettagli sulla notizia, ma nei mesi scorsi si erano moltiplicate le voci che davano come possibile la rinuncia del pontefice.
Una decisione quasi senza precedenti.
L’episodio più celebre è quello di Celestino V, che rinunciò all’incarico dopo essere stato eletto nel XIII secolo.
Il discorso del Papa.
“Carissimi Fratelli – ha detto il Papa ai cardinali – vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”. “Sono ben consapevole – ha aggiunto – che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”
“Ora servirò Chiesa con la preghiera”.
“Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio”. Lo ha detto il Papa al termine della sua breve allocuzione in latino.
Papa: “Perdono per i miei difetti”.
“Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti”. Lo ha detto Benedetto XVI annunciando di lasciare il pontificato.
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Gennaio 11th, 2013 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI SCENARI-POLITICI: IL 33,4% VOTA A SINISTRA, IL 27,1% A DESTRA, IL 13,1% AL CENTRO
Definiti i cattolici coloro che «vanno a messa almeno tre domeniche ogni mese», Scenaripolitici.com ha testato per la prima volta, su un campione significativo della popolazione con oltre 4.000 interviste valide, le espressioni di voto dei cattolici italiani e il loro giudizio sul cosiddetto endorsement cardinal Bagnasco e il «gradimento» nei confronti della lista Monti.
Il 7 gennaio scorso le intenzioni di voto dei cattolici (che così definiti costituiscono solo il 34,1 per cento del totale dei votanti) erano distribuite in questo modo: 27,1% centrodestra; 13,1% Lista Monti; 33,4% centrosinistra.
I cattolici sono generalmente a conoscenza delle parole di Bagnasco (79%), ma solo il 24% prende in considerazione le indicazioni della Chiesa.
Il 63% dei cattolici conosce la posizione di Monti a proposito dei temi etici; di questo 63%, il 65% condivide tale posizione (solo a chi rispondeva «sì» alla domanda sui temi etici è stato chiesto se ne condivideva la posizione).
In particolare il disaccordo è più alto (e maggioritario) tra i cattolici nelle file di centrodestra (sono il 63 per cento), mentre rispettivamente l’85 e l’81 per cento di coloro che intendevano votare Monti o il centrosinistra sono per la «libertà di coscienza» indicata dal premier.
Tornando ai dati nazionali (cioè di tutti i votanti e non solo degli elettori cattolici), coloro che ammettono di prendere in considerazione le indicazioni della Chiesa per il voto sono appena il 6% dell’elettorato: il 3,3% sta con Monti, il 2% sta nel centrodestra, lo 0,5% nel centrosinistra.
Molti di questi voti sono però sicuramente in bilico, cioè pronti a spostarsi.
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Gennaio 10th, 2013 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE CEI VOLEVA UNA PRESENZA DI “FEDELI” NELLE LISTE DI MONTI E UN RICHIAMO AI VALORI… SACCONI E QUAGLIARELLO INCONTRANO LE ASSOCIAZIONI CATTOLICHE
Comunicazioni saltate. 
Dopo i giorni del sostegno dell’Osservatore Romano e di Avvenire, delle interviste al miele del cardinal Bagnasco, qualcosa si è inceppato tra Monti e il mondo cattolico.
O meglio tra il premier e quella parte di Chiesa – non solo vescovi ma anche alcune potenti organizzazioni di massa – che ancora fanno riferimento al cardinale Camillo Ruini, ex presidente della Cei.
È il fattore Erre, come Ruini, ad aver pesato sul raffreddamento tra Monti e le gerarchie.
Che ha portato, tra l’altro, a far saltare il convegno dei cattolici per Monti, quella “Todi 3” dove avrebbe dovuto prendere la parola lo stesso premier.
Non è un caso che lo scontro sia venuto allo scoperto proprio nei giorni di trattativa sulle candidature.
È stata quella infatti una delle principali fratture che ha opposto l’ala ruiniana al premier.
Il presidente di Mcl (Movimento cristiano lavoratori), Carlo Costalli, che si è speso fino all’ultimo per la riuscita del convegno, ha ammesso ieri che «c’è stato un black-out tra Monti e il mondo cattolico».
In realtà a staccare la luce è stato l’ex presidente della Cei, fin dall’inizio scettico su quella che ha considerato «un’apertura di credito eccessiva» a Monti da parte di Bertone e Bagnasco.
Lo scontro finale, che ha rafforzato le posizioni di Ruini contro Bertone, si è consumato dunque sulla rappresentanza del mondo cattolico nelle liste Monti.
Con i ruiniani che si aspettavano e chiedevano una forte quota di candidati sicuri – almeno il 20 per cento – riferibili al mondo di Todi 2.
Mentre da “Scelta Civica” non è arrivata alcuna garanzia.
Ieri, in un Transatlantico deserto, Rocco Buttiglione – uno che in questi giorni ha tentato dietro le quinte di scongiurare lo strappo – gettava gli occhi al cielo sospirando: «Dovremmo dare segnale di apertura a questo mondo e invece niente, stiamo fermi. Così se ne avvantaggia Bersani».
Un’analisi condivisa dai promotori del convegno “mancato” (si sarebbe dovuto tenere domani), che guardano con invidia alla qualità delle candidature cattoliche del Pd: dal cislino Giorgio Santini a Carlo Dell’Aringa, da Edo Patriarca (segretario delle settimane sociali) all’ex Azione cattolica Ernesto Preziosi.
Persino Flavia Nardelli, la figlia di Flaminio Piccoli, sarà con il Pd.
«Sono segnali importanti per il mondo cattolico», ammette Costalli, «adesso siamo tutti curiosi di vedere chi saranno i candidati di Scelta Civica».
Insomma, la vicenda delle (mancate) candidature ha pesato eccome.
Oltre alla delusione per i contenuti dell’Agenda Monti.
A detta dei cattolici ruiniani l’Agenda sarebbe infatti mancante di un riferimento chiaro ai temi eticamente sensibili, ovvero ai cosiddetti valori «non negoziabili».
Per non parlare della sussidiarietà , dell’attenzione al no profit, alla famiglia.
Insomma, il convegno di Todi 3 si sarebbe potuto facilmente trasformare in una sorta di “processo” a Monti.
Anzi, raccontano che sia stato proprio Raffaele Bonanni, annusata l’aria ostile, a sconsigliare a Monti di partecipare al convegno.
Nella vasta e frastagliata galassia cattolica, secondo solo alla sinistra per la cacofonia delle voci, c’è poi un certo malumore — alimentato dall’ala destra ruiniana — contro il ministro Andrea Riccardi.
Lo accusano di aver «monopolizzato » la voce dei cattolici nella Lista Monti.
«Ma il nostro mondo — protesta un ruiniano doc — è più vasto di Sant’Egidio».
Il più deluso di tutti è il presidente della Coldiretti Sergio Marini, considerato vicino al centrodestra, che ieri ha preso le distanze dagli organizzatori del convegno cattolico.
Con un annuncio insolitamente duro: «Permanendo oggi tutte le pregiudiziali di allora, con l’aggiunta di una buona dose di confusione, non avremmo partecipato, nè parteciperemo ad alcun nuovo incontro soprattutto in un momento politicamente sensibile come questo».
Di fronte a questo testa coda tra cattolici e Monti a gongolare sono ovviamente i “teocon” del Pdl e quella parte di Cl rimasta sotto l’ala protettrice di Berlusconi.
Quelli che Ruini aveva provato inizialmente a inserire nella lista Monti.
In modo da creare una testa di ponte, nei futuri gruppi parlamentari montiani, per impedire un’alleanza di governo fra il centro e la sinistra di Bersani-Vendola.
Fallito il convegno di Todi 3, i ruiniani del Pdl si sono messi subito al lavoro per organizzare una contro-iniziativa. Non hanno perso tempo.
Venerdì 18 gennaio Quagliariello, Roccella e Sacconi apriranno un convegno con le associazioni cattoliche sui temi eticamente sensibili.
Per dimostrare che il Pdl resta «l’unica ancora contro la “deriva” vendoliana».
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 21st, 2012 Riccardo Fucile
LE GERARCHIE TIFANO PER MONTI: “HA SERVITO L’ITALIA”
«Certo che ci ricordiamo bene quello che ha fatto Berlusconi per la Chiesa. A partire dal caso Boffo». Il giudizio plana in modo sarcastico, ma ugualmente impietoso.
Ai piani alti dell’istituzione ecclesiastica, sull’asse che da Piazza San Pietro, dal Vaticano, sale e arriva sulla Circonvallazione Aurelia, sede della Conferenza episcopale italiana, è tutto un confabulare, un «hai sentito?», «sì, ho visto».
Alcuni accettano di parlare, anche se rigorosamente “off the record”
Il tratto comune è il tono indignato.
La sensazione, più che vero imbarazzo, è addirittura il fastidio.
Termine che non viene pronunciato. Ma le alzate di spalle, gli occhi che roteano al solo sentire il nome del protagonista in questione, gli sbuffi che escono dalle bocche dei prelati, paiono risposte inequivocabili.
Nella Santa Sede, all’interno delle Mura Leonine, le parole che si raccolgono sono di una durezza implacabile.
Provengono da ambienti vicini alla Segreteria di Stato vaticana del cardinale Tarcisio Bertone: «È un uomo allo sbando — è il commento che si registra — ha pure massacrato il suo delfino Alfano».
«E poi — ecco il colpo di mannaia su un tasto qui delicatissimo — queste sue nuove avventure sentimentali… Ecco, fra questi due estremi c’è di tutto. Quella di oggi è stata un’uscita volgarissima. Parole che cadono nel gelo più totale. È un uomo privo di appoggi, laddove pure li sta cercando. Davvero non si capisce dove voglia andare a parare. Ha perso il freno del tutto. Le sue battute lasciano ormai sgomenti ».
Salendo verso la sede della Cei, al piano più alto ci si limita a un gelido «non credo che sia necessario commentare».
Questa volta il fronte dei vescovi coincide in modo perfetto con quello dei Palazzi vaticani.
E del Papa: pieno sostegno per un possibile bis del Professore che nel 2012 ha governato a Palazzo Chigi.
«Monti ha reso un servizio all’Italia — si ricorda — non può essere l’ultimo».
I giudizi che si ascoltano qui rammentano con vivacità di espressioni il caso del direttore di Avvenire, Dino Boffo, nel 2009 costretto a dimettersi dopo una campagna violentissima, ma con accuse infine ritenute del tutto false, da parte del quotidiano della famiglia Berlusconi. «Leggiamo in questi giorni le pagine del Foglio — spiega una voce molto autorevole in ambiente Cei — a proposito di come i giornali in passato parlavano del Cavaliere. Ma quando sul quotidiano dei vescovi gli editoriali del 2001 bacchettavano Berlusconi, non se ne accorgeva nessuno. Eppure veniva fatto. Nell’ultima uscita del Cavaliere c’è un po’ di presunzione. Va detto: per la Chiesa il dettame concordatario è una cosa seria. E se sul serio si vuole ricordare quel che è stato fatto, per noi conta il bene del Paese, chiunque l’abbia compiuto».
Nei giorni scorsi il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, aveva detto al Corriere della Sera: «Non si possono mandare in malora tutti i sacrifici fatti dai cittadini».
Un giudizio che si raccorda con quello fatto lo scorso anno: «Bisogna purificare l’aria ».
Tre parole decisive nella spallata della gerarchia ecclesiastica al governo di centro destra.
Ora Avvenire, guidato da Marco Tarquinio, ricorda in più editoriali il «fallimento» dell’esecutivo Berlusconi. Vaticano e Cei sembrano abbandonare il Cavaliere al suo destino, tifando Monti. L’intesa anzi creata fra il Papa tedesco e il Professore, fatta di visite e telefonate costanti — e saldata dai loro più vicini collaboratori — è piuttosto l’asse su cui gravita il consenso della Chiesa per l’attuale inquilino di Palazzo Chigi.
Il dirimpettaio di Tarquinio in Vaticano, il professor Giovanni Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano, di recente ha detto che «l’Italia rischia di pagare i danni della demagogia».
Proseguendo il suo ragionamento con una frase significativa: «Le parole d’ordine facili possono magari riscuotere consenso.
Ma poi non farebbero che danneggiare, se seguite, le fasce più deboli del Paese: proprio quelle che la Chiesa in Italia aiuta».
È proprio vero: la Chiesa si ricorda di tutto ciò che è stato fatto.
Marco Ansaldo
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Novembre 14th, 2012 Riccardo Fucile
L’ORDINE FONDATO DA DON BOSCO RISCHIA IL FALLIMENTO PER IL SEQUESTRO DI BENI PER 130 MILIONI DI EURO
I Salesiani rischiano il fallimento. Il blocco dei beni potrebbe scattare al termine
dell’udienza fissata davanti al tribunale di Roma.
E proprio per scongiurare le conseguenze di un sequestro da 130 milioni di euro che annienterebbe l’Ordine religioso fondato da don Giovanni Bosco interviene in giudizio il segretario di Stato del Vaticano Tarcisio Bertone.
Lo fa con un’iniziativa clamorosa: una lettera già depositata agli atti nella quale il cardinale ammette di essere stato truffato e chiede al giudice Adele Rando di tenere aperta l’indagine contro le persone che «hanno provocato un danno ad una delle più grandi istituzioni educative della Chiesa cattolica e si sono comportati nei miei confronti in un modo riprovevole».
La Santa Sede torna dunque al centro di una vicenda giudiziaria dai retroscena controversi e a tratti incredibili.
La questione va avanti da ben 22 anni e negli ultimi cinque è stata segnata da un negoziato segreto che ha avuto tra i protagonisti principali proprio Bertone.
Quanto basta per riaccendere quello scontro interno al Vaticano già emerso in maniera eclatante con l’inchiesta sui «corvi» e il processo contro il maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele.
L’eredità contesa
Si deve tornare al 5 giugno 1990 quando a Roma muore Alessandro Gerini, conosciuto come il «marchese di Dio».
Il suo immenso patrimonio fatto di immobili, terreni, denaro contante, preziose opere d’arte viene lasciato in eredità alla «Fondazione Gerini» ente ecclesiastico riconosciuto dal Pontefice Paolo VI nel 1967 e posto sotto il controllo della Congregazione Salesiana.
I nipoti del nobiluomo decidono però di impugnare il testamento e avviano cause in sede civile, amministrativa e canonica che si trascinano per anni.
Sono svariati i mediatori che in questo lungo periodo si affacciano sulla scena e tra gli altri spicca Carlo Moisè Silvera, faccendiere di 68 anni nato ad Aleppo in Siria e coinvolto in alcune inchieste della magistratura italiana legate proprio a dissesti finanziari.
L’uomo si accredita come emissario degli eredi e propone una transazione alla Fondazione e all’economo dei Salesiani don Giovanni Battista Mazzali.
Sia pur tra mille difficoltà e ostacoli viene avviata una trattativa e nel 2007 il patto tra le parti sembra essere vicino.
Si ipotizza infatti la vendita di alcuni beni e arbitro della contesa diventa l’avvocato milanese Renato Zanfagna, legale della società «Gbh spa» che ottiene l’opzione di acquisto dei terreni.
I 16 milioni di euro
Ufficialmente il legale e il faccendiere non si conoscono, anzi rappresentano parti avverse.
Ma in alcune circostanze sembrano marciare di pari passo. Con il trascorrere dei mesi Zanfaglia diventa il più ascoltato consigliere di don Mazzali.
Assume un ruolo tanto predominante da riuscire ad accedere persino alla segreteria di Stato e ottenere colloqui privati con il cardinal Bertone. E così viene di fatto nominato mediatore unico del negoziato.
L’8 giugno 2007, esattamente 17 anni dopo l’apertura del testamento del marchese Gerini viene siglato l’accordo in sede civile: per chiudere ogni controversia la Fondazione versa 16 milioni.
Cinque milioni vanno ai nipoti del nobiluomo, ben 11 milioni e mezzo a Silvera che li ha rappresentati. E non è finita.
Si stabilisce che la percentuale per il faccendiere debba essere aumentata quando sarà effettuata la stima complessiva dell’intero patrimonio.
La commissione di periti – presieduta proprio dall’avvocato Zanfaglia – stabilisce che il patrimonio equivale a circa 658 milioni di euro, dunque la «provvigione» per Silvera sale fino a 99 milioni di euro.
La denuncia di truffa
La Fondazione non paga e nel 2009 Silvera chiede il sequestro dei beni. Lo ottiene il 18 marzo 2010.
Il tribunale di Milano mette i «sigilli» a mobili e immobili per 130 milioni di euro, interessi compresi.
In particolare la sede della direzione generale dei Salesiani in via della Pisana a Roma e il fondo Polaris aperto in Lussemburgo per il deposito dei contanti.
La contesa questa volta mette a rischio la stessa sopravvivenza della Congregazione. E così, l’1 febbraio 2012 la Fondazione, assistita dall’avvocato Michele Gentiloni Silveri, denuncia per truffa Silveri, Zanfagna e altri professionisti che si sono occupati della vicenda. L’atto è firmato dal presidente don Orlando Dalle Pezze che specifica come il vero truffato sia l’economo don Mazzali.
«L’accordo – è scritto nell’esposto – è nullo perchè alla Fondazione e ai Salesiani è stato taciuto che la Corte di Cassazione aveva già dichiarato esclusi dall’eredità gli eredi. L’avvocato Zanfagna ha raggirato gli ecclesiastici convincendoli a firmare un patto che favorisce soltanto lui e Silvera».
La procura di Roma avvia l’indagine, mette sotto accusa i protagonisti, li interroga. Ma l’11 giugno scorso chiede che il fascicolo sia archiviato.
«Non c’è stato alcun raggiro, la transazione è valida», sostiene il pubblico ministero.
La lettera di Bertone
Due mesi fa il Segretario di Stato tenta l’ultima e disperata mossa.
Affida all’avvocato Gentiloni Silveri una lettera da consegnare al giudice.
Scrive Bertone: «Ho dato il consenso alla soluzione negoziale, ma ho scoperto soltanto dopo che il valore del patrimonio era stato gonfiato a dismisura per aumentare la somma destinata a Silvera, depauperando e umiliando l’attività benefica della Congregazione».
Se l’inchiesta sarà archiviato, il sequestro dei beni diventerà operativo.
E per i Salesiani si aprirà la strada del fallimento.
Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 12th, 2012 Riccardo Fucile
IMU: LA DEFINIZIONE DI ENTE NO PROFIT FAVORIRA’ LE REALTA ECCLESIASTICHE
Il governo, costretto ad accelerare il varo del regolamento che imponga anche alla Chiesa e
agli enti no profit, laddove producono utili, di pagare nel 2013 l’Imu, tenta un colpo di mano.
Far passare una definizione ad hoc di ciò che non è attività commerciale.
Che vale per questi enti, ma non per il resto degli italiani.
E che li solleverebbe dal versamento dell’imposta sulle porzioni di immobili ad uso “misto” da cui traggono profitti (cliniche, alberghi, ostelli, mense, sedi varie), con una semplice modifica del loro statuto, da apportare in corsa entro dicembre.
Un rischio grosso, avverte il Consiglio di Stato, perchè l’Europa guarda.
E la Commissione di Bruxelles potrebbe multare l’Italia per aiuti di Stato illegali e recuperare tali somme “condonate”, a partire dal 2006.
Un danno che può valere fino a 3 miliardi, considerati gli incassi stimati dal governo (300-500 milioni l’anno).
GLI SCONTI
In base alla nuova definizione, ecco gli sconti possibili.
Non c’è attività commerciale, dunque non si paga l’Imu, se nello statuto dell’ente no profit si prevede il divieto di distribuire utili o l’obbligo di reinvestirli esclusivamente a fini di solidarietà sociale.
O ancora se si inserisce l’obbligo di devolvere il patrimonio, quando l’ente si scioglie, ad altro ente no profit con attività analoga.
E ancora, cliniche e ospedali sono fuori dall’Imu se accreditate o convenzionate con Stato ed enti locali, le loro attività assistenziali svolte «in maniera complementare o integrativa rispetto al servizio pubblico», a titolo gratuito o — e qui viene il bello — dietro pagamento di rette «di importo simbolico».
Scuole e convitti esentati se l’attività è “paritaria” rispetto a quella statale e non “discrimina” gli alunni. Le strutture ricettive, se la ricettività è «sociale».
E infine, per le attività culturali, ricreative e sportive fa fede ancora il compenso. Se «simbolico», zero Imu.
Con tutto ciò che “simbolico” possa voler dire.
E il rischio di esentare molto, se non tutto.
LA BOCCIATURA
Il pasticcio parte dalla bocciatura, il 4 ottobre scorso, del regolamento del ministero dell’Economia (arrivato, tra l’altro, in ritardo di tre mesi) da parte del Consiglio di Stato, tenuto a un parere obbligatorio ma non vincolante. Il regolamento doveva spiegare come compilare la dichiarazione (entro dicembre).
Una sorta di autocertificazione, che l’ente no profit fa, dei metri quadri dell’immobile di proprietà riservati agli affari.
Ma c’era bisogno di un decreto ministeriale per un’operazione tutto sommato semplice? Evidentemente sì, visto che la delega in tal senso al governo viene dal Parlamento.
I giudici del Consiglio di Stato, tuttavia, bocciano il regolamento. Proprio perchè quella delega è stata travalicata e il governo ha inserito anche gli “sconti”, corpi del tutto estranei che mutano l’ordinamento italiano.
AZIONE LAMP
Che cosa fa allora il governo per superare le obiezioni del Consiglio di Stato?
Prima allarga la delega concessa dal Parlamento. E lo fa con tre righe inserite nel decreto Enti locali (che si occupa di tutt’altro, ovvero di costi della politica), passato alla Camera.
Poi tenta il blitz.
La tentazione originaria è di pubblicare lo stesso testo con gli sconti — quello “bacchettato” dai giudici amministrativi — in Gazzetta ufficiale. Poi si ferma.
Annulla la pubblicazione e spedisce, secondo la prassi, il testo per un secondo parere ai giudici, che lo (ri)esaminano giovedì 8 novembre.
Le righe che sbloccano l’empasse sono nel decreto Enti locali: il numero 174, all’articolo 9, comma 6.
Poche parole che ampliano la delega modificando l’articolo 91 bis, della legge liberalizzazioni di febbraio.
Quello che introduceva l’Imu anche per la Chiesa e il no profit (altre religioni, partiti, sindacati, onlus). Così il governo conferma gli “sconti”.
Nonostante i moniti del Consiglio di Stato.
Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 8th, 2012 Riccardo Fucile
MINISTERO NON COMPETENTE PER L’APPLICAZIONE DEL PROVVEDIMENTO E L’INDIVIDUAZIONE DEGLI ENTI NON COMMERCIALI E’ STATA FATTA SENZA UN CRITERIO UNIVOCO
Il Consiglio di Stato blocca il decreto del Tesoro per l’applicazione dell’Imu sugli enti non commerciali, e quindi anche sulla Chiesa.
Il decreto, secondo i giudici di Palazzo Spada, in molte parti “esula” dalle competenze che erano state affidate dalla legge e inoltre affida a criteri troppo eterogenei la determinazione delle attività che possono essere agevolate rispetto dall’imposta.
Non è dunque una pronuncia di merito sul fatto che anche la Chiesa debba pagare l’Imu, ma c’è quanto basta per fermare il percorso del decreto in attesa di “contromisure” e correttivi da parte del governo.
Nella sentenza si legge che “non è demandato al ministero di dare generale attuazione alla nuova disciplina dell’esenzione Imu per gli immobili degli enti non commerciali”. Il provvedimento del governo prevede l’estensione dell’imposta a tutti quei beni immobili di proprietà della Chiesa non destinati al culto in maniera esclusiva.
Il ministero dell’Economia, con il decreto sull’Imu per la Chiesa, è andato oltre i poteri regolamentari che gli erano conferiti espressamente dalla legge.
Questa è in sostanza la critica del Consiglio di Stato nel parere ufficiale reso noto oggi dopo le anticipazioni di Repubblica dei giorni scorsi.
Ora il Tesoro dovrà rispondere entro fine anno dal momento che la legge prevede il via alla applicazione dell’imposta dal 1° gennaio 2013.
“Trattandosi di un decreto ministeriale – si legge nel parere – il potere regolamentare deve essere espressamente conferito dalla legge e, di conseguenza, il contenuto del regolamento deve essere limitato a quanto demandato”.
Deve invece “essere rilevato – fa notare il Consiglio di Stato – che parte dello schema in esame è diretta a definire i requisiti, generali e di settore, per qualificare le diverse attività come svolte con modalità non commerciali. Tale aspetto esula – si sottolinea nel parere – dalla definizione degli elementi rilevanti ai fini dell’individuazione del rapporto proporzionale in caso di utilizzazione dell’immobile mista ‘c.d. indistinta’ e mira a delimitare, o comunque a dare una interpretazione, in ordine al carattere non commerciale di determinate attività “.
E ancora: “L’amministrazione – scrivono i giudici – ha compiuto alcune scelte applicative, che non solo esulano dall’oggetto del potere regolamentare attribuito, ma che sono state effettuate in assenza di criteri o altre indicazione normative atte a specificare la natura non commerciale di una attività “.
Il Consiglio di Stato, dunque, non solo solleva una questione di competenze violate, ma critica anche l'”eterogeneità ” dei criteri utilizzati per le convenzioni con lo Stato per le attività erogate dalle onlus in campo sanitario, culturale o sportivo.
Infatti, elencano i giudici dell’organo supremo della giustizia amministrativa, per stabilire i criteri di convenzione, “in alcuni casi è utilizzato il criterio della gratuità o del carattere simbolico della retta (attività culturali, ricreative e sportive); in altri il criterio dell’importo non superiore alla metà di quello medio previsto per le stesse attività svolte nello stesso ambito territoriale con modalità commerciali (attività ricettiva e in parte assistenziali e sanitarie); in altri ancora il criterio della non copertura integrale del costo effettivo del servizio (attività didattiche)”.
Non spetta al Consiglio di Stato stabilire se questo modo di procedere sui criteri sia corretto, ma “la loro diversità e eterogeneità rispetto alla questione dell’utilizzo misto”, secondo i giudici, “conferma che si è in presenza di profili che esulano dal potere regolamentare in concreto attribuito”.
Per i giudici amministrativi “tali profili potranno essere oggetto di un diverso tipo di intervento normativo o essere lasciati all’attuazione in sede amministrativa sulla base dei principi generali dell’ordinamento interno e di quello dell’Unione europea in tema di attività non commerciali”.
(da “La Repubblica“)
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Settembre 5th, 2012 Riccardo Fucile
IL TESORO CONFERMA: “CI LAVORIAMO, MA LA MATERIA E’ COMPLESSA”… IL GETTITO STIMATO DAI COMUNI E’ DI 600 MILIONI DI EURO, CIFRA CONTESTATA DALLA CEI
Doveva essere una svolta storica.
Per ragioni di equità , ma anche per evitare la procedura d’infrazione dell’Unione europea per aiuti di Stato.
Eppure la tanto invocata estensione dell’Imu alla Chiesa rischia di trasformarsi in un clamoroso flop.
Il decreto del ministero dell’Economia, atteso per la fine di maggio, ancora non esiste. E senza, dal primo gennaio 2013, la Chiesa continuerà a non pagare l’Imu.
Così partiti, sindacati, fondazioni, associazioni.
Una beffa.
La notizia, rilanciata dal quotidiano Milano Finanza, rimbalza nei corridoi di via Venti Settembre.
L’imbarazzo è palpabile. “Nessuna proroga all’imposta, il decreto arriverà a breve e poi dovrà passare l’esame del Consiglio di Stato”, si affrettano a precisare, nel tentativo di stemperare il ritardo cronico del ministero dell’Economia.
E non solo su questa materia, visto che il dicastero guidato da Grilli deve varare ancora tre quarti dei provvedimenti attuativi delle sette grandi riforme targate Monti. “Il ritardo si deve all’esame complesso della materia”, spiegano. “Ma questo non pregiudica la corretta applicazione della norma, anche perchè la scadenza della prima rata è il 16 giugno 2013”.
Tutto vero.
Peccato però che in base all’articolo 91 bis del Cresci-Italia, aggiunto con un emendamento firmato da Monti in persona e presentato dal premier in Senato lo scorso 27 febbraio, l’esenzione all’Imu “si applica in proporzione all’utilizzazione non commerciale dell’immobile quale risulta da apposita dichiarazione”.
Dichiarazione da presentare entro il 2012 per pagare nel 2013, in base al modello disposto dal decreto del ministero.
Che ancora non c’è.
La Chiesa – e gli altri enti – non devono alcuna Imu sugli edifici o loro porzioni nei quali si svolge attività no profit, che non dà lucro, come il culto o il volontariato. Mentre “alla frazione di unità ” in cui si fanno utili si applicano le regole valide per tutti gli altri proprietari.
Il punto è proprio questo.
Un bar in parrocchia deve essere accatastato ex novo. Senza bisogno di decreto.
Ma per tutte le superfici meno individuabili (la maggior parte) si procede in base a “un rapporto proporzionale” (il 10% commerciale, il resto no, ad esempio), secondo le modalità del regolamento “fantasma”.
Il decreto, tra l’altro, dovrebbe precisare anche tutti i casi in cui escludere scuole e ospedali cattolici (ma anche altri enti) dall’Imu, come anticipato da Monti a febbraio. Esentati solo se non iscrivono utili a bilancio.
Il gettito stimato (Anci) da questa porzione di Imu è pari a 600 milioni.
Cifra sempre contestata dalla Cei (vescovi).
Barbara Artù e Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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