Maggio 25th, 2012 Riccardo Fucile
LA FUGA DI NOTIZIE DALLA SANTA SEDE: “INDIVIDUATO CON CARTE RISERVATE”
È il maggiordomo del Papa il “corvo” che ha fatto uscire dal Vaticano le carte segrete. Si tratta, secondo l’Ansa, di Paolo Gabriele,
aiutante di camera della famiglia pontificia, in sostanza il cameriere del Pontefice.
Questa mattina Gabriele sarebbe stato ascoltato in un interrogatorio dal promotore di giustizia vaticano, Nicola Picardi.
Le autorità vaticane avevano dato notizia del fermo di una persona «in possesso illecito di documenti riservati».
Almeno così aveva riferito in mattinata il responsabile della Sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, senza però rivelare il nome del “corvo”.
Dal Vaticano non arrivano ancora conferme, ma la persona tratta in arresto sarebbe proprio Gabriele, che nell’Annuario Pontificio figura con la qualifica di «aiutante di camera» del Papa, tra i «familiari» di Sua Santità .
Fa parte del ristretto gruppo di persone ammesse all’interno della cosiddetta «famiglia pontificia».
Una selezionatissima cerchia di persone che lavorano a contatto con Benedetto XVI: uno staff di collaboratori in cui figurano anche quattro laiche, coordinate da una suora tedesca.
Gabriele, conosciuto come Paoletto in ambienti vaticani, sarebbe uno dei pochi laici ammessi all’interno delle stanze degli appartamenti papali.
«L’attività di indagine avviata dalla Gendarmeria secondo istruzioni ricevute dalla Commissione cardinalizia e sotto la direzione del Promotore di Giustizia – aveva annunciato Padre Lombardi – ha permesso di individuare una persona in possesso illecito di documenti riservati».
«Questa persona si trova ora a disposizione della magistratura vaticana per ulteriori approfondimenti», aveva aggiunto.
Nei giorni scorsi il Vaticano aveva definito «atto criminoso» la pubblicazione di documenti riservati e di lettere private al Papa in un libro del giornalista Gianluigi Nuzzi.
L’arresto di Gabriele è solo l’ultimo capitolo del Vaticanleaks e dello scontro interno al Vaticano degli ultimi giorni: giovedì la discussa sfiducia al presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi.
Il banchiere guidava l’Istituto per le opere di religione – la cosiddetta banca vaticana – dal 2009, un periodo relativamente breve ma denso di avvenimenti e tensioni.
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Marzo 27th, 2012 Riccardo Fucile
“LE AULE? SONO DELLA CONGREGAZIONE” E NON SI PAGHERA’ NULLA… I MODI PER ELUDERE LA NORMA “SULL’ATTIVITA’ NON COMMERCIALE” SONO MOLTI E I CONTROLLI MINIMI
Il decreto sulle liberalizzazioni è diventato legge dello Stato.
Tra le varie misure ritorna la tassa sui fabbricati, l’ex Ici, ora Imu che dovrà essere pagata anche dalle scuole paritarie, comprese quelle cattoliche.
I tentativi di sfuggire al fisco sono numerosi: far rientrare l’immobile nel patrimonio della congregazione religiosa a cui fa riferimento la scuola.
Oppure passare la proprietà ad una Onlus o creare una cooperativa ad hoc.
Tra le scuole paritarie non cattoliche molte sono i vecchi “diplomifici” che hanno cambiato pelle ed a volte anche nome, continuando a spillare soldi alle famiglie con i corsi di recupero degli anni persi dallo studente e con rette che a volte superano, iscrizione a parte, i 3 mila euro.
Nel mirino dei Comuni, beneficiari di una quota dell’Imu, anche istituti religiosi di prestigio.
L’Istituto Paritario Santa Maria ha sede in un grande edificio in viale Manzoni a Roma.
L’offerta comprende tutti i cicli scolastici: materna, elementare, media inferiore e liceo.
Le attività sportive sono di alto livello: piscine e palestre.
Ed oltre all’immancabile chiesa una “residenza” ovvero un albergo. Il padre “gestore” della congregazione dei Marianisti non accetta visite e si rifiuta di fornire le cifre sulle rette.
L’unica dichiarazione che rilascia è: “Gli immobili sono di proprietà della congregazione che certamente non ha fini di lucro”.
Stessa musica per l’Istituto Paritario San Leone Magno di Roma, di proprietà dei fratelli Maristi.
Il Collegio Nazareno, invece, ha deciso di ridurre l’attività scolastica ed affitta una parte del prestigioso immobile in pieno Centro Storico alla direzione nazionale del Partito Democratico.
Ora, approvato il decreto, le scuole religiose sono passate al contrattacco.
“Le scuole cattoliche non pagheranno l’Imu perchè nel giro di un anno sarebbero tutte costrette a chiudere e a mandare a casa 40 mila lavoratori. Faremo ricorso al giudice. L’Imu che andrebbe ad aggiungersi ai deficit gestionali. Oggi in molte scuole cattoliche stiamo applicando i contratti di solidarietà , d’accordo con i sindacati, per cui il dipendente prende il 30 per cento in meno e lo Stato assicura il 100 per cento dei contributi”.
Parola di padre Francesco Ciccimarra, presidente dell’Associazione Gestori Istituti Dipendenti dall’Autorità Ecclesiastica.
Critico anche Luigi Sepiacci, presidente dell’Associazione Nazionale Istituti non statali di Educazione e Istruzione, aderente a Confindustria.
“Se il governo vuol fare un favore alle scuole cattoliche lo dica chiaro e tondo – afferma – vorrei ricordare che la Corte di Cassazione ha stabilito che l’attività scolastica, ancorchè svolta dietro corrispettivo, è un’attività commerciale”.
Nei giorni scorsi, spiegando il senso dell’emendamento del governo sul pagamento dell’Imu per gli immobili di proprietà della Chiesa cattolica, aveva precisato: “Saranno esentate quelle che svolgono la propria attività con modalità concretamente ed effettivamente non commerciali”.
Ma chi decide se la scuola paritaria non accantona utili, grazie alle rette e ai contributi dello Stato, facendo risultare il bilancio in pareggio o addirittura in rosso?
Qui l’affare si complica. Il Ministero dell’Istruzione ha solo compiti di indirizzo e di registrazione dei dati.
Chi fornisce i dati sulle scuole paritarie?
In base alla legge, il compito spetta ai direttori scolastici regionali. Quali strumenti hanno a disposizione? Ovviamente gli ispettori.
Peccato che siano meno di 70 in tutta Italia e controllare quasi 14 mila scuole paritarie è una missione impossibile.
Ergo, la prassi diffusa è quella dell’autocertificazione.
Già oggi, una notevole percentuale delle scuole paritarie non risulta a scopo di lucro. Su un totale di 13.910 istituti, le materne sono 9.929 (il 95% delle quali dichiara di non guadagnare un euro dalla sua attività ), le elementari sono 1.539 (73% non a scopo di lucro), le medie inferiori 690 (72% senza profitti) e le superiori risultano 1.752. Qui le cose cambiano: solo il 38%, infatti, non sono a scopo di lucro.
Non restano che i Comuni, i beneficiari, almeno in parte, della tassa sugli immobili cancellata nel 2008 dal governo Berlusconi.
Per l’Anci, l’Associazione nazionale dei Comuni Italiani, un’inaspettata tegola sulla testa.
Ce la faranno gli Uffici Tecnici comunali, falcidiati dal blocco del turn-over a verificare quali sono le scuole profit e quelle no-profit?
Servirebbe un miracolo ma nessuno ci crede. Il dramma è che il tempo che resta è poco, perchè entro il prossimo 30 giugno le amministrazioni locali dovranno presentare le cartelle esattoriali e saranno sommersi da una valanga di ricorsi.
Con molta probabilità andrà a finire come per le scuole paritarie: prendere per oro colato le autocertificazioni.
Come è accaduto per anni, la legge 62 del 2000, di berlingueriana memoria, stabiliva che per ottenere la parità , quindi l’equiparazione al sistema pubblico dell’istruzione, gli aspiranti avrebbero dovuto rispettare alcune regole.
Applicare ai dipendenti, insegnanti e non docenti il contratto nazionale della scuola. Rispettare i programmi stabiliti dal ministero dell’Istruzione.
Assumere i docenti rispettando le graduatorie pubbliche.
Accettare gli studenti “diversamente abili” e per le cattoliche “non precludere l’iscrizione ai ragazzi di fede diversa”.
E dulcis in fundo, rispettare il principio della trasparenza dei bilanci.
Vediamo cosa succede sul campo.
Diego Bouchè è il direttore scolastico regionale della Campania, dove nella provincia di Caserta su 400 scuole, oltre 230 risultano “paritarie”.
“Il nostro è un compito sicuramente difficile, visto che abbiamo 4 ispettori su un organico previsto di 24 – dichiara Bouchè – noi controlliamo, compatibilmente con le forze a disposizione, le iscrizioni degli alunni, i titoli degli insegnanti, la struttura degli edifici e la sicurezza. Per quanto riguarda la trasparenza dei bilanci non siamo mica dei fiscalisti. Attendiamo con ansia la conclusione del concorso nazionale per i nuovi ispettori sperando di recuperare almeno in parte quelli che sono andati in pensione”.
Le cose vanno meglio nel Lazio? Neanche per sogno.
“L’ufficio può contare su 3 ispettori, uno dei quali segue anche due dipartimenti amministrativi per carenza di organici – spiega la direttrice scolastica regionale Maria Maddalena Novelli – ora abbiamo messo in campo un piano straodinario di controlli che coinvolge 200 istituti paritari, utilizzando anche i dirigenti scolastici come consigliato dal Ministero, e dai primi risultati non emergono irregolarità . Vorrei ricordare che nel 2005 abbiamo revocato la parità a 12 scuole. Per quanto riguarda i bilanci sono gli istituti che si assumono la responsabilità di quanto messo nero su bianco”.
Siamo alle solite.
Nessuno controlla.
La regola aurea è “facciamo a fidarci”.
Ario Reggio
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Marzo 9th, 2012 Riccardo Fucile
LA FEDE DEI MILITANTI E LA CHIESA SECONDO IL CARROCCIO: COME PUO’ CONCILIARSI LA FEDE CRISTIANA E UN MOVIMENTO XENOFOBO CHE GIURA SUL MITO DEL DIO PO
“Noi, come molti fondamentalisti cattolici, pensiamo che la nostra fede sia tutt’uno con la nostra identità . E non dimentichiamo mai che è stata il sostegno più grande nella lotta di sempre: quella contro gli islamici”.
Angelo Alessandri, presidente federale della Lega Nord, esprimeva così nel 2007 la visione cristiana del Carroccio.
Nel partito di Bossi il 39% dei militanti è cattolico praticante e una percentuale ancora superiore è credente.
Ma come può conciliarsi la fede con un movimento che ha costruito il mito pagano del dio Po e che si è fatto portavoce di messaggi xenofobi e feroci attacchi ai musulmani?
Augusto Cavadi, membro dell’Associazione teologica italiana e tra i maggiori esperti del rapporto fra cattolicesimo e associazioni criminali, indaga il rapporto tra Lega Nord e Chiesa nel suo libro “Il dio dei leghisti” (Edizioni San Paolo), per capire “se sia la tradizione cattolica ad avere prodotto le menti leghiste o se siano state le menti leghiste ad avere stravolto la dottrina cattolica”.
“La questione identitaria è centrale — spiega l’autore — perchè la religione è interpretata come fattore di unità etnica e di identificazione simbolica. Poi, diventa quasi marginale se a rappresentarlo è il Po o il crocifisso”.
Il diritto e il primato delle proprie radici, garantito dalla tradizione, si traduce anche nella costruzione del senso di comunità definita per comunanza di lingua, razza e colore della pelle.
E in cui il ‘prossimo’ evangelico è identificato solo nel ‘padano’.
Per il senatore Piergiorgio Stiffoni, ad esempio, “l’immigrato non è mio fratello, ha un colore della pelle diverso. Cosa facciamo degli immigrati che sono rimasti in strada dopo gli sgomberi? Purtroppo il forno crematorio di Santa Bona non è ancora pronto”. Dichiarazioni contrarie allo spirito di accoglienza e uguaglianza di Cristo.
“Quello leghista è un cattolicesimo che definisco ‘anticristiano’ — puntualizza Cavadi-, ma è necessario distinguere il piano della militanza da quello della dirigenza”.
Gli elettori leghisti infatti, “sono sinceramente convinti che la difesa del crocifisso e il contrasto all’avanzata dell’Islam siano dimostrazioni di fede. I vertici invece cercano di attrarre l’elettorato cattolico moderato e la frangia più integralista attraverso temi bioetici, da Eluana Englaro alla Ru486”.
Battaglie legittime, ovviamente, “ma strumentalizzate dal Carroccio che intravede in alcuni rappresentanti più tradizionalisti della fede, come il cardinale Biffi e monsignor Maggiolini, la garanzia della civiltà occidentale”.
Un cattolicesimo ad hoc voluto dalla la Lega che, come propose Mario Borghezio, auspicava la nascita di una Chiesa del Nord “autonoma da Roma, che avrebbe gestito per sè il proprio otto per mille, i propri fedeli, i propri santi” e “a sei minuti di macchina dal Parlamento di Mantova”.
Un uso per fini politici divenuto ancora più evidente dopo la malattia di Umberto Bossi.
“Prima del 2004 il Senatùr era più vicino a posizioni pagane, tra il mito della Padania e il dio Po. Per lui il crocifisso era l’equivalente di un amuleto e il papa ‘straniero’ Woytyla, secondo lui, era venuto per ‘rubare il lavoro’ ad altri eventuali pontefici italiani”.
A seguito dell’ictus si è compiuta la svolta, incentivata dall’avvento di Ratzinger “con cui la narrazione leghista si avvicina al cattolicesimo più tradizionalista”.
Lontano, però, dal messaggio evangelico.
“Eppure questo non è un libro contro i leghisti che si dicono cattolici — puntualizza Cavadi — Esprime piuttosto una critica nei confronti della Chiesa che non trova incoerenze a sponsorizzare un leghismo dalla parte del potere, del profitto e favorevole alla caccia allo straniero. Contraddizioni evidenti chi è fedele al messaggio di Cristo.
“Per quanto mi riguarda — conclude l’autore — se il dio dei leghisti è garante delle tradizioni, baluardo contro gli stranieri, assicuratore contro le incertezze della storia, posso dichiarare serenamente che è un dio in cui non credo”.
Perchè creato a immagine e somiglianza del Carroccio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 6th, 2012 Riccardo Fucile
NELLA CITTA’ DEI BLOCCHI CONTRAPPOSTI, “LIGURIA FUTURISTA” ROMPE PER LA PRIMA VOLTA GLI STECCATI DELLA PSEUDO-DESTRA GENOVESE INTENTA PIU’ A SEMINARE PALETTI E A RIFIUTARE IL DIALOGO CHE AD APRIRSI AL CONFRONTO DELLE IDEE… ECCO IL DOCUMENTO DI ANALISI ARRICCHITO DALLE INTERVISTE ESCLUSIVE ALL’IMMAN HUSSEIN E AD UN ESPONENTE DEL MONDO CATTOLICO
INTRODUZIONE AL DIBATTITO
Il tema dell’interculturalità ingloba aspetti diversi legati alle complessità sociali e culturali in atto tutti i livelli della cittadinanza.
Le scelte da prendere e le responsabilità da assumersi nel panorama multietnico crescono in maniera esponenziale e diventano molte volte nodi cruciali, anche strumentalizzati, di campagne politiche e proteste cittadine. Tuttavia rimanendo fedeli alle proprie responsabilità etiche e civili ci si rende conto che nelle relazioni interculturali ed interetniche sono necessari sforzi che vadano al di là del battibecco e che impegnino i cittadini ad una conoscenza maggiore del “diverso”, del “nuovo” e più in generale dell’”altro”.
Di fronte a queste sfide negli ultimi anni si fa molta attenzione all’utilizzo di due termini: multiculturalismo che denota una società dove più culture, anche molto differenti l’una dall’altra, convivono rispettandosi reciprocamente. Pur avendo interscambi, conservano ognuna le peculiarità del proprio gruppo senza omologarsi o fondersi ad una cultura predominante.
L’interculturalismo invece è la filosofia o l’atteggiamento dello scambio tra gruppi culturali differenti all’interno di una società o di un gruppo.
In questa sfumatura dei due significati è basato il fine di questo documento : qual è l’atteggiamento che la nostra città sta tenendo negli ultimi anni, a fronte del continuo afflusso di immigrati e della loro stabilizzazione sociale, economica e lavorativa? Multiculturale o interculturale?
Per arrivare ad alcune risposte Liguria Futurista ha voluto affrontare il tema a tavolino con due rappresentanti di comunità sensibili all’argomento. Lo ha fatto con due interviste esclusive all’iman Hussein e a un esponente di rilievo del mondo cattolico genovese.
Per iniziare il dialogo, siamo partiti da una dichiarazione che, ad una lettura superficiale può fare impressione: “il multiculturalismo è fallito”: con queste parole il Premier britannico Cameron circa un anno fa intervenne in un dibattito sul tema. Continuando, diede anche una spiegazione molto esaustiva alle sue stesse parole: “la tolleranza passiva incoraggia la separazione. Lo stato liberale impone i suoi principi”.
Abbiamo altresì considerato il quadro locale in cui ci muoviamo ovvero i numeri della popolazione immigrata a Genova: l’incremento più consistente di cittadini stranieri residenti riguarda le comunità sud-americane, in particolare gli ecuadoriani che, tra il 2000 e il 2008, sono passati da 3.048 a 14.788 residenti e che da soli rappresentano oltre un terzo del totale degli immigrati. Tra le altre comunità si segnala il forte aumento degli albanesi, passati da 1.099 a 4.531 residenti e dei rumeni (da 220 a 2.723 residenti).
Nel 2008, oltre agli ecuadoriani, agli albanesi e ai rumeni, altre quattro nazionalità superano il migliaio: i marocchini (3.324), i peruviani (2.344), i cinesi (1.298) e i senegalesi (1.121).
Al settimo posto, si trovano gli ucraini con 1.044 residenti. [ fonte http://urbancenter.comune.genova.it/]
Complessivamente, in sette anni gli stranieri iscritti all’anagrafe genovese sono così passati da 16.857 a 42.744 unità .
Genova, a nostro parere ha la responsabilità di fare intraprendere un percorso di conoscenza e scambio reciproco ai suoi cittadini per approdare ad una realtà di integrazione attiva e abbandonare la tolleranza passiva da cui il monito di Cameron prende le distanze, e riacquistare nuove sicurezze nel vivere in una comunità variegata senza timori per la sua eterogeneità .
Un tema caldo e di stringente attualità su cui la città sta misurando la propria sfida interculturale è quello della Moschea.
Su questo infatti abbiamo concentrato una parte della nostra indagine.
Presentate le premesse lasciamo ad ogni singolo lettore lo spazio per le sue deduzioni e i suoi approfondimenti.
La lunga questione della Moschea genovese
Il dibattito che sta dividendo la città merita di essere analizzato e spiegato ai cittadini per gettare le basi di una maggiore sensibilizzazione sul tema.
Questo dossier ha la piccola ambizione di costruire una minima letteratura della questione, seguendo l’ordine cronologico degli eventi e tentando di dare informazioni non tendenziose ai cittadini che, da tutti i quartieri della città , dovrebbero essere coinvolti in maniera trasparente e attiva.
Nel dedalo della questione si muovono molti protagonisti, luoghi e date che è utile riordinare per capire come si sta sviluppando la lotta del mondo islamico che da anni rivendica il suo luogo di culto nel capoluogo ligure.
Archeologia ed attualit�
Storicamente, Genova aveva una vera e propria moschea nella zona della darsena, in funzione dall’inizio del Seicento alla fine del Settecento.
Serviva in primo luogo alle necessità religiose degli schiavi musulmani presenti nella città e utilizzati sulle galere, e la presenza di luoghi di culto per i musulmani era comune in tutti i porti commerciali della penisola: Livorno, per esempio, ne aveva quattro.
I resti della moschea genovese, che sorgeva dove ora si trova la biblioteca della facoltà di Economia, furono ritrovati nel febbraio del 2007, e suscitarono una prima discussione sulla necessità di un luogo di culto per la comunità musulmana di Genova.
La questione della moschee a Genova nasce quando il Comune aveva avviato un dialogo con la comunità musulmana già nel luglio 2008, quando il sindaco di Genova Vincenzi firmò un primo documento di intesa con i rappresentanti della comunità musulmana genovese.
Dal momento dell’accordo con il comune, il luogo ipotizzato per la costruzione della moschea ha subito diversi spostamenti.
Inizialmente venne proposta dalla comunità musulmana l’area della vecchia darsena del porto di Genova, molto centrale.
Successivamente, la comunità musulmana ha acquistato uno stabile a Coronata, una zona a nord di Sampierdarena, con l’idea di farne una moschea.
Il dialogo con il Comune ha poi portato a individuare un’altra zona, a fine 2010, nel quartiere del Lagaccio.
Il sito previsto per la costruzione della moschea è in via Bartolomeo Bianco e si trova in una zona estremamente periferica, a nordovest del Porto Antico, nel quartiere del Lagaccio, a circa un chilometro in linea d’aria dalla stazione ferroviaria di Porta Principe.
LA PROPOSTA DI COSTRUZIONE DELLA MOSCHEA E LA POLITICA
Per la costruzione della moschea il comune aveva chiesto alla comunità musulmana due condizioni principali, entrambe rispettate: la costituzione di una fondazione autonoma rispetto all’UCOII (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia, la più ampia organizzazione islamica italiana, che gestisce già decine di luoghi di culto) e a qualsiasi associazione confessionale religiosa, e lo “scambio” tra l’area del Lagaccio e quella precedentemente acquistata a Coronata.
Ad un anno dall’individuazione della zona il 29 dicembre 2011 la giunta comunale di Genova ha approvato una delibera che contiene le disposizioni amministrative per la costruzione di una moschea nella città .
La delibera contiene quelle che tecnicamente si chiamano “linee di indirizzo”, che indicano il percorso amministrativo per la costruzione della struttura.
La questione dovrà essere esaminata ora dalla commissione Bilancio del comune ed essere poi approvata dal consiglio comunale.
Prima dell’effettiva costruzione dovrà però esserci la firma di un nuovo accordo tra il Comune e la fondazione che gestirà la moschea.
Il progetto è sostenuto da anni dal sindaco Marta Vincenzi ha una lunga storia e ha portato a diverse contrapposizioni politiche, anche all’interno della maggioranza di centrosinistra.
La presentazione della delibera il 29 dicembre 2011 ha suscitato polemiche molto accese da parte di varie fazioni.
L’opposizione al progetto non viene solo dalla Lega Nord, ma anche dall’Italia dei Valori, alleata del PD in consiglio comunale, che si sarebbe espressa contro il progetto anche dopo l’ultimo voto della giunta.
L’IdV non opporrebbe obiezioni di principio alla costruzione di una moschea, ma alla sua collocazione. Stesso discorso da parte di altre forze moderate del centrodestra.
LE OPPOSTE VALUTAZIONI DEI CITTADINI: LE RAGIONI DI ENTRAMBI
Oltre a quello che pensano i politici, è di estrema importanza sentire, o meglio leggere, quello che pensa la gente comune.
Navigando su internet abbiamo trovato diversi commenti a favore, e contrari
Riguardo la reciprocità : … ci sono tre cattedrali in Marocco, tre cattedrali e due basiliche in Algeria, una cattedrale in Mali, due cattedrali in Nigeria, cinque cattedrali in Congo, dieci cattedrali in Tanzania, una cattedrale in Tunisia, sette cattedrali in Senegal, sei cattedrali in Etiopia, cinque cattedrali in Sudan, una cattedrale in Guinea, tre cattedrali in Sierra Leone, una cattedrale in Liberia, cinque cattedrali in Egitto, quattro cattedrali e due basiliche in Turchia, quattro cattedrali in Bosnia, una cattedrale negli Emirati Arabi Uniti, due cattedrali in Iraq, una cattedrale in Kuwait, quattro cattedrali in Siria, sette cattedrali in Pakistan, sei cattedrali in Bangladesh, trentadue cattedrali in Indonesia, una cattedrale nel Brunei…
Al momento il diritto di culto è nella costituzione. Inoltre non mi sembra che ci sia una gara a costruire edifici uno più imponenti dell’altro. Infine tenga conto che le moschee ci sono anche in città (vedi Milano) rette da giunte di destra.
Volevo solo ricordare che Genova ha già avuto una moschea e che anzi, è stata una delle prime costruite in occidente.
Infatti, dal medioevo, nella darsena c’era un luogo destinato alla agli schiavi barbareschi caduti nelle mani dei genovesi e destinati ai pesanti lavori che venivano effettuati in tale area. Nonostante tutto comunque per un certo periodo questi schiavi non erano in catene, anzi erano liberi di girare per i vicoli della città per trovare eventualmente un ulteriore lavoro per arrotondare… Ebbene, i genovesi si preoccuparono di procurare un sacerdote per questi schiavi, affinchè essi fossero liberi di praticare la loro religione. Proprio uno di questi sacerdoti nel 1600 fu l’artefice della proposta, poi accettata dalla Repubblica, di costruire una piccola moschea proprio all’interno della darsena ; questa moschea rimase almeno fino agli inizi del 1800.
Che cosa c’entrano la democrazia e la tolleranza?
Possibile che nessuno si rende conto che la faccenda della costruzione di una grande moschea, al Lagaccio o altrove, per i musulmani è soltanto questione di “mettere il cappello” anche su Genova?
Non sarebbe meglio trovare in tutta la città e dintorni dei siti dove i fedeli musulmani possano allestire o costruire luoghi di culto (moschee) commisurati alle esigenze di ciascuna comunità onde poter pregare nei pressi dei luoghi di residenza?
Proprio come hanno fatto e fanno i cristiani.
Ce li vedete tutti i cattolici praticanti la domenica in San Lorenzo?
Personalmente sono assolutamente contraria alla costruzione della moschea, poichè ‘la nostra cultura e quella islamica non sono compatibili. Concedere la costruzione di una moschea è il primo passo di quel processo che ci porterà a convivere con la cultura islamica e con tutti i suoi aspetti,che reprimeranno i nostri usi e le nostre tradizioni.
Ma io mi chiedo perchè quella gente non possa integrarsi con i costumi del paese che la ospita,ma debba essere il paese che ospita a doversi integrare.
Propongo la costruzione di una sinagoga piuttosto. Perchè proprio la moschea? Non ce ne sono gia’ troppe in Italia?
Secondo me sì: la liberta’ di culto e’ garantita costituzionalmente, ma la costruzione della moschea no.
LE RAGIONI DEL SI’ ALLA MOSCHEA
Intervista esclusiva con l’Imam Hussein
Circa 10 000 cittadini di origine islamica (prevalentemente nordafricana) vivono a Genova, 1000 sono di fede islamica, ma non tutti praticanti.
Sig. Hussein, che cosa ne pensa dell’affermazione che il premier britannico fece lo scorso anno: «Il multiculturalismo è un fallimento, basta con la tolleranza passiva».
Il multiculturalismo chiuso a sè stesso alimenta le diffidenze, le paure e i muri. Crea una realtà in cui chiunque può scaricare le difficoltà sul prossimo. Se invece c’è un multiculturalismo con azioni interculturali e un dibattito vivo e costante il valore culturale della città cresce così come la cultura dei suoi abitanti, le loro conoscenze e le loro capacità a relazionarsi con chi è speso considerato diverso.
Non c’è dubbio che l’apertura di diverse idee culturali tra di loro favoriscono la conoscenza reciproca e creano pari opportunità a chi è sempre messo da parte.
Quando parla di paura che cosa intende?
Non voglio dire per forza avere paura del vicino di casa, ho esperienza a Genova da circa 30 anni e ho diverse amicizie. Le persone piano piano si sono aperte senza troppe difficoltà .
Quando parlo di paura faccio riferimento ad un sentimento molto forte che genera chiusura.
Secondo lei che cosa potrebbe alimentare la chiusura a Genova?
A Genova c’è un carattere di chiusura iniziale che non agevola, Il mugugno del resto è una caratteristica ligure…ma al di là del primo passo i problemi si risolvono, c’è però il problema di chi fa il primo passo.
Crede che Genova sia una città solo multiculturale o crede che si stia già aprendo all’interculturalismo?
Si sta aprendo senz’altro ad una società interculturale, le basi ci sono e sono valide, non asettiche, ma molto dinamiche.
E che cosa ci può dire del mugugno contro la Moschea?
La questione è sorta in un momento storico difficile. Un residuo conflittuale con il mondo islamico fa sì che cresca uno stereotipo molto diffuso nei confronti della cultura non occidentale.
Dopo l’11 settembre e dopo la guerra in Iraq questi pregiudizi e paure si sono acutizzate.
Inoltre la diffusione dell’informazione di massa è rivolta spesso verso la notizia ad effetto, può essere un episodio su cui tutti i giornalisti e i media puntano i riflettori, del resto “Fa più rumore una foglia che cade che una foresta che cresce”.
Gli estremisti fanno male all’Islam più di ogni altra persona, rappresentano la nostra religione nella maniera in cui non è e noi abbiamo sempre manifestato la nostra contrarietà contro la loro rigidità .
Noi vogliamo una società laica, libera e spontanea dal punto di vista religioso e non dominato dal timore.
Può descrivere l’Islam in poche parole?
L’Islam è l’abbandonarsi alla volontà divina. Chi è musulmano è pacifista ed è in pace con sè e con gli altri.
Il tema più sentito dalla vostra comunità negli ultimi anni è quello della costruzione della Moschea. Può dare un suo giudizio sulla questione in generale?
Innanzitutto è fondamentale conoscere i retroscena e un po’ di cronologia sulla vicenda.
Alla fine degli anni ’70 un gruppo di studenti musulmani avevano creato una sede in Via Venezia, negli anni ’80 si è ritenuto opportuno avere una sede più degna. Con questo fina abbiamo aperto un conto corrente dedicato. Nel frattempo il locale di Via Venezia ha subito lo sfratto e in quell’occasione, nel 2000 abbiamo acquistato 1 capannone in Via Coronata, e presentato il progetto per trasformarla in Moschea. All’epoca il Sindaco Pericu era d’accordo.
È curioso riflettere su come tutta la vicenda della moschea abbia iniziato a fare rumore da una battuta ingenua di Garrone che aveva dichiarato a qualche giornale: “Ci vorrebbe una moschea!”
In nemmeno una settimana il Consigliere Plinio aveva già organizzato un banchetto per la raccolta firme contro la Moschea.
Nel 1999 due studenti italiani di Architettura volevano presentare un progetto di tesi di Laurea sulla pianificazione della Moschea in P.zza Sopranis, era stato anche organizzato un incontro con il pubblico, con lam partecipazione di giornalisti. Il dibattito nera stato interessante ed aperto, ma quella come altre era un’occasione fittizia.
È stato solo nel 2002 che come comunità islamica abbiamo presentato ufficialmente il progetto che nel novembre 2005 è stato approvato dalla Commissione edilizia privata. Nello stesso tempo, è sorta una contestazione per l’ubicazione in via Coronata ritenuta troppo stretta e inadatta.
Anche se il progetto era già stato approvato ,noi come comunità abbiamo capito la questione e non abbiamo voluto creare disagio.
Nel frattempo durante una campagna elettorale un assessore ha fatto 2 proposte.
La Sindaco Vincenzi ha iniziato ad affrontare la questione dal punto di vista politico creando le condizioni che hanno portato al patto d’intesa tra comunità islamica e il Comune nel luglio 2008.
Questo importante passaggio ha segnato l’inizio di un percorso di integrazione e dialogo per la costruzione della Moschea.
Abbiamo tuttora il Capannone di Via Coronata inutilizzato da 11 anni e paghiamo l’affitto di altre sale di preghiera , questo crea molte difficoltà e malumori all’interno della Comunità .
Non abbiamo però voluto forzare la mano, ed abbiamo accettato l’alternativa del Lagaccio, quando si è presentata nel gennaio 2009. Inizialmente abbiamo avuto delle perplessità : il luogo non è facilmente raggiungibile, ma non crea disagi al traffico delle vie abitate ed è distante dalle case così non diamo fastidio a nessuno. Inoltre è un luogo che si può riqualificare. A noi ci interessa vivere in armonia, il fastidio poteva essere strumentalizzato.
I fedeli presenti e praticanti a Genova non sono più di 3000, e non si recano mai tutti insieme in Moschea. Il più grande afflusso c’è durante la preghiera settimanale del venerdì con al massimo 300 persone.
In due date fisse c’è invece un afflusso notevole: alla fine del Ramadan e per la ricorrenza del pellegrinaggio rituale.
A Coronata in effetti questo avrebbe creato difficoltà .
Solo nel dicembre 2009 è iniziato l’iter burocratico fissato in alcuni incontri con il Comune per la delibera sullo spazio concesso.
Il comune nel gennaio 2011 ha chiesto , senza imposizioni, di creare una fondazione per avere un ente di riferimento. Lo abbiamo creato, con il nome di MASGID (Moschea).
Gli accordi prevedevano che per poter ottenere l’area del Lagaccio una parte del Capannone di Coronota sarebbe andata al Comune che l’avrebbe utilizzata per interesse pubblico.
La situazione era anche complicata dall’opposizione dell’Ente Nazionale per la Tutela dei Beni Immobiliari Patrimoniali Musulmani che non voleva cedere il capannone a loro intestato, il Comitato dell’Ente infatti non si fidava del buon esito della vicenda politica, soprattutto dopo i casi negativi di Bologna e Milano.
Il dibattito da portare avanti perciò era su ben 3 fronti: con la comunità islamica genovase, con la Comunità islamica Nazionale (ente) e con i politici ed i cittadini di Genova.
Adesso la questione non è ancora risolta, è stata emessa la delibera nel dicembre 2011 contesta dalla Lega con mozione il 10 gennaio.
Anche l’IDV si è opposto contestando l’inadeguatezza della scelta del Lagaccio, ma a noi ora serve una soluzione rapida e non ulteriori motivi che potrebbero chiudere la porta al dialogo.
Dietro alcune contestazioni per la costruzione della Moschea crede che ci siano dei motivi religiosi?
No, sono sicuro di no perchè le religioni sono pienamente aperte agli altri. Pensiamo infatti al Cristianesimo che, se accetta il nemico figuriamoci l’amico…
In ogni caso lo scontro non è fra diverse religioni , ma è una quetione a sfondo politico in cui le incertezze delle persone sono strumentalizzate contro il “nemico” solo per avere dei voti. E spesso questi politici non si rendono conto che fanno male alla città stessa.
Buona parte della città vuole una Moschea, al Lagaccio per esempio esiste il Comitato a favore “Arcipelago Lagaccio per la Moschea”
Il problema è che se sei d’accordo sei anche più pacato e non fai rumore.
Ci può descrivere la sua Moschea ideale?
Il mio modello è quello di Parigi, diversa da quelle tradizionali che si trovano in Arabia Saudita o a Il Cairo. Il modello parigino ha un’impronta di apertura a qualsiasi cittadino: oltre al luogo di culto, c’è un piazzale, uno spazio adibito a piccoli eventi culturali e dibattiti e c’è anche un bar per sorseggiare un caffè.
Penso che sarebbe davvero bello se un giorno anche i genovesi, musulmani e non, avessero l’opportunità di dire: “Ci siamo conosciuti nel piazzale della Moschea”
(intervista a cura di Paola Del Giudice)
ATTRAVERSO IL DIALOGO E LA MEDIAZIONE LE PERSONE VIVONO, CONVIVONO E TRASMETTONO IL CAMBIAMENTO: OGNI CULTURA HA LA SUA RICCHEZZA
Intervista esclusiva a un esponente di rilievo del mondo cattolico genovese
Che cosa pensate dell’affermazione che il Premier Britannico Cameron fece lo scorso anno:” Il multiculturalismo è un fallimento, basta con la tolleranza passiva”.
L’attenzione va spostata sulla ricchezza antropologica di ogni cultura. Le molteplici culture non sono da tollerare, vanno maggiormente conosciute, tenendo aperto un ascolto che concerne di frequente una convivenza da far maturare anche in termini di oggettiva legalità .
Credete che Genova sia una città solo multiculturale o credete che si stia già aprendo all’interculturalismo?
Genova si sta gradualmente aprendo all’interculturalismo.
Un primo segno è strutturale (e oggi più evidente), nel senso che il suo essere città di mare la rende aperta a permanenti sviluppi, tra cui i cambiamenti umani, sociale ed economici.
Un secondo segno riguarda un costante processo di integrazione, sperimentabile in tanti ambiti: lavoro, scuola, contesti ecclesiali e associativi. Le persone vivono, condividono e trasmettono il cambiamento.
Altri segni stanno piano piano evolvendo e toccheranno sempre più l’interazione, cioè un coinvolgimento interpersonale che avvicinerà significativamente gli uomini l’uno all’altro.
Il nostro Paese e in particolare a Genova, ha subito negli ultimi anni una radicale trasformazione culturale a seguito della convivenza di diverse religioni e culture; quali secondo voi possono essere le riforme vere e necessarie tali da creare una vera integrazione tra differenti culture e quali sono oggi le vere problematiche che non permettono la formazione di una società interculturale?
Le riforme a favore di una reale e stabile integrazione, sono tante e collocabili su diversi livelli. Un livello importante è quello delle relazioni tra i popoli; allo stato attuale è un livello da promuovere, non può attendere, proprio perchè è necessario.
Restando su questo livello sono da focalizzare due riforme: il dialogo e la mediazione.
sono due riforme difficili da progettare e programmare, ma sono vitali in quanto creano le condizioni a beneficio di radicali trasformazioni e mutamenti impensabili.
Il dialogo è il luogo di mezzo, che si forma facendo un passo indietro e permettendo così all’altro di esprimere nella verità il suo punto di vista.
La mediazione è l’esperienza umana e concreta, che prende consistenza nel momento in cui offro all’altro nuove prospettive tenendo conto della sua storia.
Sempre rimanendo sul livello delle relazioni tra i popoli, la società interculturale è frenata dalla paura che l’altro possa condizionarmi o limitarmi. Aumentano in questo maniera le difese che allontanano, senza favorire invece quella giusta distanza che fa emergere la specificità di ognuno.
Inoltre è problematico il fatto di non riuscire a confrontarsi, perchè in fondo penso che il mio modo di vedere sia quello efficace. Confrontarsi è compiere la sintesi di più punti di vista, non per giustapporli, piuttosto per coglierne coglierne l’effettiva praticabilità .
In questi ultimi anni, ed in particolare le ultime vicende politiche hanno “riaperto” il dibattito sulla realizzazione della Moschea a Genova.
Potreste dare un vostro giudizio sulla questione in generale?
La questione è generale e quindi molto dinamica, in continuo divenire. Di fronte a questioni generali è utile esprimere pareri, nell’ottica di aiutare un dibattito ad essere propositivo e fecondo.
Il suddetto dibattito tiene innanzi tutto viva l’importanza di salvaguardare la libertà di culto; ciò è molto buono perchè custodisce la sensibilità spirituale dell’essere umano, orientandolo verso una fedeltà creativa che è sempre foriera di bene e rispetto.
La realizzazione di una Moschea, esula dalle questioni generali è più un fatto logistico, organizzativo e operativo da valutare nelle sedi opportune e presuppone una reciprocità già tematizzata, espressa e assunta.
P.S. Solo per motivi di riservatezza, richiestaci dall’intervistato, abbiamo aderito alla Sua richiesta di non pubblicarne il nome.
(intervista a cura di Mirko Masini)
Impostazione grafica a cura di Jader Jacovelli
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Febbraio 29th, 2012 Riccardo Fucile
A RISCHIO TASSAZIONE SOLO QUELLE CON RETTE ALTE…. TANTO RUMORE PER NULLA: LA CEI HA OTTENUTO QUELLO CHE VOLEVA
Erano tre giorni che non ci dormivano la notte: tutto, ma le scuole no.
Alla fine, di fronte ad una tale dose di preoccupazione parlamentar-religiosa, s’è mosso Mario Monti in persona, il primo premier a partecipare ai lavori di una commissione (“succede anche questo… “, il suo commento): “Sono esenti dall’Imu quelle scuole che svolgono attività secondo modalità non commerciali – ha spiegato ai senatori che esaminano il decreto liberalizzazioni – il governo considera le attività svolte dagli enti no profit come un valore e una risorsa della società italiana, tanto più meritevoli di riconoscimento e garanzia nell’attuale congiuntura economica”.
E partito il coro: allora va benissimo, bravo il governo, ottimo provvedimento.
Pure la Cei, per bocca di monsignor Gianni Ambrosio, presidente della Commissione episcopale per l’educazione cattolica, si dichiara soddisfatta: “Le dichiarazioni di Monti vanno nella direzione giusta. Non ha senso tassare attività che hanno chiara rilevanza pubblica e sociale” .
In realtà , il tipo di esenzione a cui fa riferimento il premier – quella per il no profit – è e resterà in vigore.
La sostanza, dunque, è che pagano e pagheranno l’Imu le scuole private vere e proprie (tipo quelle da “due anni in uno”), ma quasi nessuna delle oltre 13mila paritarie in attività , due terzi delle quali cattoliche: è su quel “quasi”, ovviamente, che si giocherà la partita.
I criteri da seguire, ha spiegato Monti, sono demandati a un decreto del Tesoro da emanare nei prossimi mesi, ma seguiranno tre linee guida, le stesse elencate in una circolare interpretativa emanata nel gennaio 2009 da Fabrizia Lapecorella, direttrice del Dipartimento delle Finanze .
Eccole: per l’esenzione Imu la scuola deve essere, appunto, paritaria e dunque vincolata a una serie di obblighi (rispetto dei programmi ministeriali e del contratto nazionale, etc.), non deve usare criteri discriminatori nello scegliersi gli studenti e chiudere in bilanci in pareggio o destinare l’eventuale surplus all’attività didattica.
Si tratta di linee guida già in vigore: difficile che producano sfracelli.
Restano, comunque, due problemi: la stretta sulla nuova Imu, già così, finirebbe per gravare su molti asili gestiti da enti religiosi, cui va aggiunta una postilla che Monti ha fatto ai criteri individuati nel 2009 dal Dipartimento delle Finanze: parlando dei criteri non discriminatori, il premier ha aggiunto “anche con riferimento ai contributi chiesti alle famiglie”.
Se le rette sono un criterio, allora anche altre istituzioni educative private – quelle d’èlite – saranno chiamate a pagare.
Andrea Riccardi, ministro tra i meglio piazzati quanto a rapporti in Vaticano, ha infatti notato: “Ci sono alcuni nodi da sciogliere come il discorso sulle scuole: bisogna capire cosa è sociale e cosa commerciale”.
Incassato il via libera del Parlamento, insomma, bisognerà stare bene attenti al decreto attuativo del Tesoro per capire quanto saranno larghe le maglie per l’esenzione: è probabile che alla fine pagheranno alberghi e ostelli vari degli enti religiosi, molti ospedali (già esclusi i “classificati”, che fanno servizio pubblico e sono “non a scopo di lucro”), ma le scuole la sfangheranno quasi in blocco.
Almeno, sostiene Monti, non avremo problemi con la procedura d’infrazione aperta dall’Unione europea per aiuti di Stato: “La formulazione dell’emendamento è stata informalmente sottoposta all’Ue per avere rassicurazioni che la procedura possa essere chiusa”.
E il responso è stato positivo. “Se resta così noi faremo un nuovo ricorso”, dicono i radicali Maurizio Turco e Carlo Pontesilli (autori degli esposti su cui indaga la commissione): “Sconsigliamo uscite del tipo ‘paga l’Imu chi iscrive un utile in bilancio’ includendo solo le organizzazioni no profit.
E i privati? Sarebbero discriminati.
Anche così c’è una violazione dei principi della concorrenza”. Spazio per modifiche, però, non ce n’è: il decreto liberalizzazioni è blindato dalla commissione
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
Il commento del ns. direttore
Nel provvedimento del governo pare siano finalmente soggetti all’Ici alberghi e cliniche di proprietà del Vaticano che hanno chiaramente un fine commerciale da quando sono nate.
Sulle scuole invece permane l’equivoco, se gli utili verrano reinvestiti non sarà applicata alcuna tassazione: facile immaginare il giro di pezze giustificative che faranno sì che non rimanga nessun utile.
Ma qualcuno ci dovrebbe spiegare un elementare concetto.
Il cittadino è libero di rifiutare l’istruzione pubblica e mandare il proprio figlio a una scuola privata, confessionale o meno che sia, ma abbia il buon gusto di pagarsela e di non gravare sulla collettività con buoni scuola o amenità varie.
E finiamola col concetto che svolgono un’attività di servizio pubblico e sociale, sostitutiva dello Stato: non esiste angolo della penisola dove, volendo, non si possa iscrivere il proprio figlio a una scuola pubblica, asili nido a parte.
Se queste scuole vogliono godere degli stessi diritti della scuola pubblica comincino a fare una semplice cosa: assumano gli insegnanti sulla base della graduatoria pubblica, invece che chiamare chi pare a loro.
Esiste una parità di diritti solo laddove è moneta corrente la parità di doveri.
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Febbraio 28th, 2012 Riccardo Fucile
LE LETTERE DI FUOCO TRA BERTONE E TETTAMANZI…. IL SEGREATRIO DI STATO VOLEVA IL CONTROLLO DELL’ISTITUTO TONIOLO
Le lettere che il Fatto ha pubblicato in esclusiva descrivono una situazione inedita al vertice della Chiesa.
Il braccio destro del Papa, il segretario di Stato Tarcisio Bertone, si arroga il diritto di parlare a nome di Benedetto XVI e, forte di questo mandato, nel marzo del 2011 arriva a licenziare su due piedi il presidente dell’Istituto Giuseppe Toniolo, un cardinale autorevole come Dionigi Tettamanzi, allora arcivescovo di Milano e accreditato dalla stampa nel 2005 come un possibile successore di Giovanni Paolo II.
Per tutta risposta Tettamanzi scrive a Benedetto XVI per chiedergli di sconfessare Bertone annullando la sua decisione.
E, colpo di scena, la sconfessione di fatto si realizza.
Nonostante il rinnovo dei vertici del Toniolo fosse stato già comunicato ufficialmente al successore in pectore, Giovanni Maria Flick, un anno fa.
La vicenda era stata già narrata a grandi linee nella primavera scorsa, ma nessuno aveva mai letto le lettere dei due cardinali.
L’oggetto della lettera di “licenziamento” per Tettamanzi non era il posto di arcivescovo di Milano, che nel giugno 2011 sarà poi assegnato ad Angelo Scola, ma la presidenza dell’Istituto Toniolo, uno dei maggiori centri di potere in Vaticano, che controlla il Policlinico Agostino Gemelli di Roma e l’Università Cattolica con gli atenei di Brescia, Cremona, Piacenza, Roma e Campobasso, oltre alla casa editrice Vita e pensiero e numerosi beni immobili in tutta Italia più altre proprietà intestate a società commerciali.
Il Toniolo è sempre stato uno snodo dei rapporti tra politica e Chiesa, dai tempi in cui il suo consiglio includeva Oscar Luigi Scalfaro ed era presieduto dall’ex presidente del Consiglio Emilio Colombo.
Nel 2003 Dionigi Tettamanzi, da poco nominato arcivescovo di Milano, fu spedito da Giovanni Paolo II a presiedere l’istituto proprio per togliere dall’imbarazzo il Vaticano dopo il coinvolgimento di Colombo, come consumatore, in un’inchiesta sullo spaccio di cocaina a Roma.
Quando nel marzo 2011 Bertone intima brutalmente a Tettamanzi di levare le tende entro due settimane, nemmeno fosse la sua colf, il cardinale ha già i nervi tesi perchè si sente nel mirino di una campagna diffamatoria partita con una serie di lettere velenose sui giornali che gli imputano la presunta mala-gestio familistica del direttore amministrativo della Cattolica, Antonio Cicchetti.
E proprio nella lotta per il controllo del Toniolo molti iscrivono anche la pubblicazione, sempre nel 2010, della velina falsa e calunniosa contro l’ex direttore dell’Avvenire Dino Boffo, consigliere del Toniolo vicino al presidente della Cei Angelo Bagnasco e al suo predecessore Camillo Ruini.
Quando Tettamanzi, il 26 marzo del 2011, legge il fax con la lettera di licenziamento nella quale Bertone gli intima di lasciare il posto al professor Flick e di non fare nomine prima dell’arrivo del successore, l’arcivescovo reagisce come una belva ferita.
Tettamanzi scrive al Papa una lettera nella quale sostanzialmente insinua che Bertone non avesse l’investitura papale, da lui millantata, per cacciarlo e chiede a “Sua Santità ” di essere confermato.
Detto fatto. Il Papa, dopo avere ricevuto Bertone il 31 marzo e Tettamanzi il 30 aprile, lascia quest’ultimo al suo posto (e lì si trova tuttora a distanza di quasi un anno).
L’aperta sconfessione di Bertone non viene accolta bene dal segretario di Stato che da allora medita la rivincita.
Il primo scricchiolio dopo il braccio di ferro si è avvertito quando nel consiglio del Toniolo è entrato il cardinale Angelo Scola.
Probabilmente Bertone ha pensato di dare scacco matto a Tettamanzi mettendo in campo un uomo stimato dal Papa ma che non è considerato un suo fedelissimo.
Il cardinale ciellino Angelo Scola però non è certo paragonabile al laico ed ex ministro prodiano Flick.
La sostituzione del progressista Tettamanzi con un arcivescovo vicino alle posizioni del Pdl (anche se recentemente ha preso le distanze dai seguaci lombardi di don Giussani) sarebbe una piccola rivoluzione negli equilibri del potere Vaticano e sarebbe vista come una presa da parte dei conservatori di un feudo dei moderati non berlusconiani.
Per questo, nonostante risalgano a quasi un anno fa, le lettere che pubblichiamo conservano una grande attualità .
Il fax del segretario di Stato del 26 marzo 2011 e la missiva di Tettamanzi al Papa del 28 marzo sono la prova migliore della situazione anomala in cui versa oggi il vertice della Chiesa.
Il segretario di Stato si arroga sempre più spesso i poteri del Santo Padre e agisce con lo stile di un capo azienda.
Dall’altro lato i cardinali più autorevoli, come Tettamanzi, e i monsignori più orgogliosi, come Carlo Maria Viganò, si ribellano ai diktat di Bertone.
E il risultato è un governo schizofrenico che oscilla tra autarchia e anarchia.
Mentre Benedetto XVI si isola negli studi e nella scrittura dei libri, alle sue spalle si svolge una lotta di potere senza esclusione di colpi che danneggia l’autorità morale della Chiesa dentro e fuori le mura leonine.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
Il carteggio riservato
BERTONE A TETTAMANZI
Signor Cardinale,
circa otto anni or sono Ella, accogliendo con encomiabile zelo e generosa disponibilità la richiesta che Le veniva fatta, accettò per un biennio la nomina a Presidente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori.(…).
Di fatto, l’impegno di Vostra Eminenza a servizio dell’Istituto Toniolo si è protratto ben oltre il tempo originariamente previsto, e questo ovviamente a prezzo di ben immaginabili sacrifici (…)
Ora, essendo scaduti alcuni Membri dei Comitato Permanente, il Santo Padre intende procedere a un rinnovamento, in connessione col quale Vostra Eminenza è sollevata da questo oneroso incarico.
Adempiendo pertanto a tale Superiore intenzione, sono a chiederLe di fissare l’adunanza del Comitato Permanente entro il giorno 10 del prossimo mese di aprile.
In tale circostanza. (…) Contestualmente indicherà il Prof. Giovanni Maria Flick, previa cooptazione nel Comitato Permanente, quale Suo successore alla Presidenza.
Il Santo Padre dispone inoltre, che fino all’insediamento del nuovo Presidente, non si proceda all’adozione dì alcun provvedimento o decisione riguardanti nomine o incarichi o attività gestionali dell’Istituto Toniolo.
Sarà poi compito del Prof. Flick proporre la cooptazione dei membri mancanti nell’Istituto Toniolo, indicando in particolare il prossimo Arcivescovo pro tempore di Milano e un Prelato suggerito dalla Santa Sede.
In previsione dell’avvicendamento indicato, questa Segreteria di Stato ha già informato il Prof. Flick, ottenendone il consenso.
Non c’è bisogno che mi soffermi ad illustrare le caratteristiche etiche e professionali che raccomandano questa illustre Personalità , ex allievo dell’Università Cattolica del Sacro. Cuore, oggi nelle migliori condizioni per assumere la nuova responsabilità in quanto libero da altri incarichi. (…)
TETTAMANZI AL PAPA
Beatissimo Padre, sabato 26 marzo mattina per fax è arrivata alla mia attenzione, in qualità di Presidente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, una lettera “riservata – personale” del Segretario di Stato, che mi induce (…) a sottoporre direttamente alla Sua persona alcune spiacevoli considerazioni.
La lettera in oggetto prende le mosse dalla mia nomina a Presidente dell’Istituto nel 2003, pochi mesi dopo il mio ingresso a Milano, sostituendo il Sen. Emilio Colombo, dimissionario non tanto a causa di modifiche statutarie, come affermato nello scritto, ma per più consistenti ragioni legate alla sua condotta personale e pubblica (…)
L’accenno a un originario ”biennio” di carica, anch’esso senza alcun riscontro, e a un tempo di governo prolungato è l’unico motivo che viene addotto per procedere immediatamente nella coazione al mio dimissionamento (…)
Annoto a margine che il candidato (Giovanni Maria Flick Ndr), sul cui profilo gravano non poche perplessità , sorprendentemente è già stato avvisato della cosa da parte della Segreteria di Stato.
Tutte queste sanzioni (…) sono direttamente ricondotte all’esplicito volere di Vostra Santità , cui lo scritto fa continuamente riferimento.
Ben conoscendo la mitezza di carattere e delicatezza di tratto di Vostra Santità e avendo serena coscienza di avere sempre agito per il bene dell’Istituto e della Santa Chiesa, con trasparenza e responsabilità e senza avere nulla da rimproverarmi, sorgono in me motivi di profonda perplessità rispetto all’ultima missiva ricevuta e a quanto viene attribuito direttamente alla Sua persona (…)
Nell’ultimo anno l’Istituto Toniolo è stato oggetto di attacchi calunniosi, anche mediatici, a causa di presunte e non dimostrate inefficienze amministrative e gestionali, apostrofate con l’espressione di mala gestio. Nulla di tutto questo! (…) (…)
Ma lascio a Lei di confermarmi con una Sua parola autentica.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 16th, 2012 Riccardo Fucile
L’ANNUNCIO DEL GOVERNO ALLA UE, ATTENZIONE SOLO ALL’AREA NO PROFIT… UNA DECISIONE CHE POTREBBE VALERE 2 MILIARDI DI EURO DI ENTRATE PER LO STATO…COLPITI ANCHE PARTITI, SINDACATI E CIRCOLI
Niente più esenzioni Ici (Imu) per le attività «non esclusivamente commerciali» della Chiesa (cliniche,
pensioni, scuole).
Per l’esenzione non basterà più avere all’interno dell’immobile una struttura religiosa (che rimarrà esente), il fisco guarderà alla destinazione prevalente, individuando un rapporto percentuale tra le due attività , e su tutto il resto si pagherà il dovuto.
La nuova disciplina riguarderà anche tutti gli altri soggetti (partiti, sindacati, associazioni, circoli) che oggi non pagano l’imposta comunale sugli immobili.
Il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha comunicato ieri ufficialmente al vicepresidente della Commissione europea, Joaquin Almunia, la sua intenzione di presentare al Parlamento «un emendamento che chiarisca ulteriormente e in modo definitivo la questione», che ha generato molte polemiche e sulla quale la Commissione europea ha aperto, dopo un esposto del Partito radicale, nell’ottobre 2010, una procedura di infrazione per violazione della concorrenza ed illegittimo aiuto di Stato.
E’ stata resa nota alla vigilia del tradizionale ricevimento all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede per l’anniversario dei Patti Lateranensi, cui parteciperanno il vertici vaticani, il vertice della Cei, e praticamente tutto il governo Monti.
A conferma che, non essendo la questione dell’Ici di natura pattizia (cioè bilaterale), essa è stata presa di iniziativa del governo italiano.
Essa del resto era già stata comunicata, esattamente un mese fa, da Monti a Bertone nel corso del colloquio che è seguito alla visita ufficiale del premier in Vaticano del 14 gennaio. In quell’occasione la Santa Sede aveva concordato con l’esigenza che, per l’Imu, non ci possano essere deroghe alle normative europee.
Sul reale valore dell’Ici della Chiesa da anni va avanti un vero e proprio balletto di cifre. L’esenzione dell’Ici alla Chiesa non vale «miliardi» di euro, ma forse anche meno di 100 milioni: è questa la posizione espressa a inizio 2012 dal giornale della Cei Avvenire , visto che il rapporto finale del Gruppo di lavoro Ceriani sull’erosione fiscale ha individuato quella cifra per quanto riguarda gli immobili di tutti gli enti non profit, non solo quelli ecclesiali.
La complessità della definizione del valore di un eventuale gettito aggiuntivo dipende inoltre dal fatto che le proprietà fanno capo a una galassia di soggetti giuridici diversi tra loro, che vanno dalle diocesi alle congregazioni, dagli ordini religiosi alle proprietà italiane del Vaticano vero e proprio.
In tempi recenti si è parlato di cifre che vanno dai 500-700 milioni stimati dall’Anci ai 2,2 miliardi stimati dall’Ares, l’Associazione ricerca e sviluppo sociale.
Mentre il presidente dell’Anci, Graziano Del Rio, ha proposto innanzitutto un censimento degli immobili, visto che molti non sarebbero neppure denunciati al catasto, in particolare per individuare quelli adibiti a uso commerciale.
Secondo stime realizzate sul web si parla di un totale di 100 mila immobili, di cui 9 mila sono scuole, 26 mila strutture ecclesiastiche e quasi 5 mila strutture sanitarie.
Secondo stime non ufficiali dell’Agenzia delle entrate, si tratterebbe di un potenziale introito di due miliardi di euro all’anno.
La disponibilità del Vaticano ha agevolato il lavoro del governo in vista di un’interpretazione autentica della norma.
Nel dossier che è stato preparato dai tecnici del Tesoro per il «ministro» dell’Economia Monti, si parlava di una posizione «dura» della Commissione europea (la sentenza è attesa entro maggio), che lascia prevedere una bocciatura del regime agevolativo.
Con una conseguenza di non poco conto: l’obbligo di recuperare l’imposta non pagata dalla Chiesa a partire dal 2005, da parte dei Comuni (che ieri hanno protestato per non essere stati consultati dal governo).
Se invece la norma verrà riscritta prima, come ha annunciato ieri Palazzo Chigi, la procedura di infrazione dovrebbe fermarsi (ed è questo che il Presidente Monti auspica nella comunicazione ad Almunia) e gli arretrati non saranno più dovuti. Se si fa un’ipotesi prudenziale di circa 200 milioni l’anno, ciò vuol dire un risparmio (in sei anni) di circa un miliardo e duecento milioni.
Il comunicato di palazzo Chigi esplicita i criteri che verranno seguiti nell’emendamento alla legge attuale.
Innanzitutto l’esenzione farà riferimento solo ed esclusivamente agli immobili nei quali si svolge in modo esclusivo un’attività non commerciale (come ad esempio gli edifici di culto, gli oratori, eccetera…).
Verranno invece abrogate le norme che prevedono l’esenzione per immobili dove l’attività non commerciale non sia esclusiva, ma solo prevalente.
Inoltre l’esenzione sarà limitata alla sola frazione di unità immobiliare nella quale si svolga l’attività di natura non commerciale.
Sarà infine introdotto un meccanismo di dichiarazione vincolata a direttive rigorose stabilite dal ministro dell’Economia circa l’individuazione del rapporto proporzionale tra attività commerciali e non commerciali esercitate all’interno di uno stesso immobile.
Appresa la decisione di Monti, non si è fatta attendere la reazione della Conferenza episcopale italiana che attraverso il suo portavoce, monsignor Domenico Pompili, ha commentato: «Attendiamo di conoscere l’esatta formulazione del testo così da poter esprimere un giudizio circostanziato».
Aggiungendo che come dichiarato più volte, anche di recente, dal cardinale Bagnasco, «ogni intervento volto a introdurre chiarimenti alle formule vigenti sarà accolto con la massima attenzione e senso di responsabilità ».
Ma la Cei mette anche in guardia dalla necessità di tutelare il no profit e si augura «che sia riconosciuto e tenuto nel debito conto» il suo valore sociale.
M.Antonietta Calabrò
(da “Il Corriere della Sera”)
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Febbraio 14th, 2012 Riccardo Fucile
MONTI RIESCE LADDOVE DESTRA E SINISTRA NON SONO VOLUTI INTERVENIRE PER DECENNI… ESENTATE SOLO LE INIZIATIVE NO-PROFIT, LA DISPONIBILITA’ DELLA CHIESA
La proposta finale da spiegare dopodomani alle gerarchie ecclesiastiche è pronta. In tempi di sacrifici
per tutti e nell’imminenza di una condanna Ue per aiuti di Stato illegali, le esenzioni fiscali per le attività commerciali della Chiesa non sono più sostenibili: gli enti ecclesiastici dovranno pagare le tasse, anche se il governo si impegna a fare salve le attività puramente no profit.
È questo lo schema che giovedì Mario Monti e i suoi ministri sottoporranno ai vertici vaticani – a partire dal segretario di Stato Bertone e dal presidente della Cei Bagnasco – in occasione delle celebrazioni dei Patti Lateranensi.
Le esenzioni per la Chiesa le aveva introdotte il governo Berlusconi nel 2005 e permettono ad alberghi, scuole ed ospedali degli enti religiosi che operano in regime di concorrenza di non pagare le tasse grazie alla presenza di un semplice cappella al loro interno.
Un vantaggio rispetto ai competitor laici, che devono fare prezzi più alti visto che le tasse le pagano.
E con un danno per l’erario italiano di almeno un miliardo l’anno.
C’è l’esenzione totale dell’Ici alla quale si somma uno sconto del 50% sull’Ires. Privilegi che saranno cancellati pur salvando le Chiese e le attività puramente benefiche come oratori o mense per i poveri.
Nell’ottobre del 2010 la Commissione europea ha aperto un’indagine per aiuti di Stato contro l’Italia e una decisione finale è attesa per la primavera.
Tanto a Bruxelles quanto a Roma la condanna è data per certa.
Cancellando i privilegi l’Italia spera invece di evitare una decisione negativa che oltretutto dovrebbe essere accompagnata dall’ingiunzione di recuperare quanto non pagato dalla Chiesa in violazione delle regole Ue.
Ma anche cambiando la legge e chiudendo il contenzioso la condanna per il periodo 2006-2011 potrebbe arrivare.
Almeno così la pensano gli autori della denuncia che ha attivato Bruxelles – guidati dal radicale Maurizio Turco – che annunciano: “Se non ci sarà l’ordine di recupero del pregresso andremo in Corte di giustizia Ue”.
La prima legge sull’Ici del 1992 consentiva a chi riteneva di poter accedere alle esenzioni di non registrarsi al fisco.
Privilegio consolidato dal governo Berlusconi che nel dicembre 2005, in vista delle elezioni della primavera successiva, ha regalato agli enti ecclesiastici l’esenzione totale dall’Ici anche in presenza di attività commerciali e mettendo a tacere la Cassazione che nel 2004 aveva stabilito l’obbligo di pagare l’imposta per tali enti ad eccezione di chi svolgeva attività puramente sociale.
L’anno successivo – per bloccare le indagini poi avviate dalla Ue – il governo Prodi aveva rimesso mano alla norma generando un mostro giuridico con l’esenzione per gli enti “non esclusivamente commerciali” (o l’attività è commerciale, o non lo è) che non ha risolto il problema.
Al Vaticano è riconducibile un impero immobiliare che genera un giro d’affari di circa 4 miliardi l’anno.
Scuole private, ospedali, palestre e alberghi gestiti da ordini religiosi e fondazioni che fanno concorrenza a quelli laici con prezzi più accessibili anche grazie al mancato pagamento delle tasse.
Si parla di circa 100 mila fabbricati, ma potrebbero essere di più.
Un quinto di Roma è in mano alla Curia: alle 140 case di cura private accreditate nel Lazio, ad esempio, si aggiungono 800 scuole, 65 case di cura, 43 collegi, 20 case di riposo e tanto altro.
A Milano le scuole paritarie sono oltre 450 e le cliniche 120. Il solo patrimonio di Propaganda Fide ammonta a 8-9 miliardi.
C’è poi il turismo religioso: 200 mila posti letto sparsi per l’Italia con 3.300 recapiti tra case per ferie e hotel per i pellegrini.
La soluzione trovata dal governo permette di riportare il regime fiscale della Chiesa nel campo della legalità pur mantenendo le esenzioni per gli enti che fanno opera puramente caritatevole o spirituale, ovvero no profit.
Il problema giuridico più complesso da risolvere è quello delle attività “miste”: come comportarsi quando in un palazzo ci sono quattro piani adibiti ad albergo, e dunque commerciali, e una mensa per i poveri?
La soluzione è quella di scorporare anche per il fisco le due attività seguendo lo schema previsto per le società che svolgono in parte servizi pubblici e in parte attività in concorrenza. Soluzione giuridicamente inattaccabile ma che provocherà più di un problema nella sua attuazione pratica vista la difficoltà a distinguere i due aspetti.
Tutte stime per difetto visto che gli stessi comuni hanno difficoltà a mappare le proprietà in mano alla Chiesa: buona parte di esse, infatti, non è mai stata registrata al fisco con migliaia di immobili fantasma che affollano centri storici, paesi e campagne. Ecco perchè l’imminente fine dei privilegi fiscali potrebbe non bastare a far emergere tutto il sommerso generato dagli enti ecclesiastici.
Così se con lo stop alle esenzioni lo Stato solo di Ici dovrebbe incassare circa 400 milioni all’anno, con un imponente lavoro di mappatura degli immobili si potrebbe superare il miliardo.
Ecco perchè la fine delle esenzioni dovrebbe essere accompagnata da una legge che obblighi la registrazione degli immobili fino ad oggi sconosciuti ai comuni.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 12th, 2012 Riccardo Fucile
POLEMICA A PADOVA PER GLI APPALTI AFFIDATI ALLE AZIENDE ROMANE: “PERCHà‰ NON A NOI?”…LA DENUNCIA DI MONSIGNOR VIGANO’: I LAVORI SONO SEMPRE AFFIDATI ALL STESSE DITTE
Sono moltissime le proteste, via mail o di persona, che gli imprenditori veneti
stanno rivolgendo in queste ore ai sindacati e alle associazioni di categoria.
La denuncia parte dalla comunicazione che la Delegazione pontificia per la basilica di Sant’Antonio, l’organismo di derivazione pontificia incaricato della conservazione monumentale della Basilica del Santo, ha affidato i lavori di ristrutturazione e di consolidamento delle navate (intervento da 552.500 euro) a un’azienda romana, la Advance Planning di Roma, mentre per il consolidamento statico delle coperture delle cappelle radiali e del deambulatorio (altri 880 mi-la euro) l’incarico è andato alla Edil Ars sempre di Roma. Quest’ultima è l’azienda di Guido Proietti, l’uomo che su incarico di Marco Milanese avrebbe presentato al Pio Sodalizio dei Piceni il preventivo per ristrutturare l’ appartamento in via di Campo Marzio, nel centro di Roma, dove viveva l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
Ma a parte questi passati poco limpidi, agli imprenditori e ai costruttori veneti ciò che non è chiaro è come mai servano nuovamente massicci lavori di manutenzione nella Basilica padovana, quando in occasione del Giubileo nel 2000 furono spesi ben 48 miliardi di lire per il consolidamento delle navate e di molti punti del chiostro e della parte interna della chiesa.
Gli appalti per la basilica padovana sono stati assegnati con incarico di fiducia dall’organismo legato al Vaticano a poca distanza dalla diffusione della lettera denuncia di monsignor Carlo Maria Viganò, ex segretario generale del governatorato del Vaticano (ora trasferito a Washington) in cui denunciava come nello Stato ecclesiastico i lavori venissero assegnati sempre alle stesse ditte, con una gestione degli appalti poco trasparente e con costi spesso raddoppiati rispetto al mercato.
Dice il presidente dell’Ance Padova Tiziano Nicolini: “In un momento di crisi come quello attuale, nel quale tante aziende fanno fatica ad andare avanti è un peccato che una realtà importante come quella del Santo non guardi anche alle imprese del territorio. Perchè rivolgersi sempre a realtà lontane, come quelle romane, quando anche qui nel Veneto ci sono validissime aziende pronte a mettere la loro opera al servizio del Santo? La delegazione pontificia è libera ovviamente di assegnare i lavori a chi crede, ma riteniamo che un gesto di attenzione nei nostri confronti sarebbe apprezzabile”.
“Ci sarà attenzione anche per le aziende padovane” è la replica del delegato pontificio per la Basilica, monsignor Francesco Gioia.
Erminia della Frattina
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Chiesa, Costume | Commenta »