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MALCOSTUME ITALICO: A ROMA SONO 60.000 I PERMESSI PER DISABILI. TANTI, POCO CONTROLLATI E INVEROSIMILI

Marzo 22nd, 2011 Riccardo Fucile

SPICCANO PERSINO PORSCHE, SMART E SUV…META’ DELLE AUTO PARCHEGGIATE IN VIA DEL BABUINO HA IL TAGLIANDO DEI DISABILI: TUTTI COL CONTRASSEGNO NELLA ZTL

Contrassegni per handicappati: tanti, incontrollati e spesso inverosimili.
Come quello della Porsche Carrera color piombo in via Bocca di Leone. Oppure del veicolo con il bollino blu del Comune di Roma e il permesso per portatore di handicap di Campobasso.
Nel viavai di auto al Tridente l’unica costante è questa: le auto parcheggiate grazie al contrassegno arancione sono circa la metà .
«Il vigile dovrebbe aspettare il guidatore e fare una verifica: il permesso gli appartiene o è prestato? Insomma questi parcheggi sono necessari per accompagnare una persona invalida oppure la stanno privando di un suo diritto?» così chiede Simone, disabile.
A Roma il numero dei permessi è 60 mila.
Per ogni titolo è possibile far entrare fino a tre auto.
Un sistema «riformato» sei anni fa che avrebbe dovuto essere accompagnato da un supplemento di controlli che manca.
Cambiano tempi e amministrazioni ma la tinta fiammeggiante del permesso per disabili è sempre quella che «si porta di più», soprattutto al Tridente.
Sono le dodici e trenta di sabato 19 marzo e, all’altezza del civico 49 di via del Babuino, c’è una Fiat Punto con bollino di controllo per le emissioni inquinanti e contrassegno arancione.
Con una contraddizione però, perchè se l’adesivo blu ha il marchio del Comune di Roma, il contrassegno per disabili (che consente di parcheggiare senza limiti all’interno della zona riservata) è stato invece rilasciato dal sindaco di Torella del Sannio, un fiero paesello del Molise in provincia di Campobasso.
Ora i casi son due: o c’è un molisano residente a Roma che fa la spola tra il Tridente e Campobasso, oppure c’è un guidatore che utilizza un permesso di un altro (smarrito? mai ritirato dopo il decesso?) per fare shopping senza problemi e gratuitamente.
I contrassegno infatti da automaticamente diritto all’utilizzo delle strisce blu.
Il fatto è che non lo sapremo mai.
Resteremo con il dubbio, perchè i vigili raramente aprono istruttorie di questo tipo.
«Queste auto in sosta con il permesso per handicappati sono irremovibili – dice Simone, in marcia per il centro su una sedia a rotelle vera e non stilizzata su un cartoncino – il vigile dovrebbe aspettare il guidatore e fare una verifica: il permesso gli appartiene o è prestato? Insomma quel parcheggio era necessario per accompagnare una persona invalida oppure no?».
Non è differenza da poco per un disabile che si sforzi di fare una vita normale.
Sulle auto parcheggiate con un permesso per disabili, si è sempre chiesto controlli supplementari, perchè dietro potrebbe esserci un abuso nei confronti di un vero disabile.
Eppure dall’introduzione della ztl in centro (anni Novanta), la proliferazione dei permessi per disabili è sempre stata il vero mistero del Babuino. L’autorizzazione sbuca da cruscotti e parabrezza, appoggiata al volante o in bilico sull’aeratore.
Tutto ciò giorno e notte, nei feriali e per le feste comandate, in ricchezza (degli affari) e in povertà , ai tempi della crisi.
Matrimonio inossidabile quello tra il Tridente e il logo della sedia a rotelle, ha resistito a scandali e interrogazioni comunali.
Senza mai attirare sul serio l’attenzione del I Gruppo della municipale che, da un lato, combatte le contraffazioni attraverso il gruppo guidato dal comandante Carlo Buttarelli, e, dall’altro, non riesce a vigilare su via del Babuino.
Eppure ci sarebbero varie ragioni per dubitare di alcuni abusi del contrassegno arancione.
Come pure della sua distribuzione «di massa»: su ventisei auto parcheggiate in via del Babuino, sono undici quelle che hanno in dotazione il logo della sedia a rotelle, circa la metà .
Ne hanno uno sia la Mini verde bosco parcheggiata di fronte a un gioielliere che la Peugeot azzurrina in sosta parallela dall’altra parte del marciapiede. Ce n’è uno sul parabrezza della Mercedes nera 4 Matic e sulla Smart blu proprio di fronte alle Gallerie Benucci.
Su una Fiat Cinquecento in prossimità  delle vetrine dei Fratelli Rossetti; sulla Panda azzurrina (perlata) in sosta davanti a un portone e sulla Mercedes argento di fonte al civico 135 (in questo caso il numero di permesso e la data di scadenza sono pearltro illeggibili).
Lo espone il proprietario di un’altra Cinquecento bianca assieme al biglietto scritto a mano «Sono in pizzeria» e lo ostenta anche una Nissan bianca dallo smalto scintillante come appena uscita dal concessionario.
Magari anzi è stato proprio il contrassegno della sedia a rotelle ad autorizzare la sosta spericolata della Nissan che alle 13 di sabato mattina, è ben piazzata sui sampietrini di piazza di Spagna in un’area su cui solitamente convergono tre limitazioni: quella della zona a traffico limitato, una seconda dell’area riservata ai pedoni e infine il parcheggio per i taxi.
Per la verità  l’aura d’inviolabilità  che avvolge la Nissan proprio al crocevia che compendia vari divieti è oggetto di curiosità  da parte di qualche passante.
Ci vorrebbe qualcuno autorizzato a pensar male per mestiere (un vigile?).
Ma i «pizzardoni» del I Gruppo sostano tranquilli alla base della scalinata di Trinità  dei Monti e i controlli al Babuino si limitano alla routine.
Altri stravaganti titolari di contrassegno per handicappati s’incontrano tra via Borgognona e via Condotti.
Esempio: la bionda guidatrice di una giardinetta Minor (un cult del ’67) che scende la rampa di San Sebastianello con tre ragazzi in divisa da scuola allegramente piazzati sui sedili.
Oppure il proprietario della Porsche Carrera color piombo che rombante e lanciata, sosta da un’ora (tra le 12, 30 e le 13,30 dello stesso sabato) tra l’Hotel d’ Inghilterra e la boutique di Valentino in via Bocca di Leone.
Davvero è questa la vettura più adatta al portatore di un qualunque handicap?
Un’auto che sfiora i 330 chilometri orari con l’abitacolo da pilota e l’accelerazione di un bolide?
Eppure a giudicare dal permesso color arancio sul parabrezza nessun dubbio.
Certamente sì.

Ilaria Sacchettoni
(da “il Corriere della Sera“)

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AFFITTOPOLI ROMANA: ORA LA POLVERINI DOVREBBE SFRATTARE IL MARITO

Marzo 21st, 2011 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELLA REGIONE DOVREBBE CHIEDERE ALL’ATER DI SFRATTARE IL MARITO DALLA CASA IN CUI RISIEDE: LA OCCUPA ABUSIVAMENTE…E’ L’APPARTAMENTO IN CUI ANCHE LA POLVERINI HA VISSUTO PER 15 ANNI E PER CUI PAGHEREBBE 400 EURO AL MESE, IN QUANTO OCCUPATO SENZA DIRITTO

Dopo l’esplosione dello scandalo della casa popolare sita nel quartiere lussuoso di San saba, di proprietà  dell’ente Ater della regione Lazio, che invece di essere affittata a una famiglia bisognosa è occupata dal marito del presidente della Regione, Massimo Cavicchioli, Renata Polverini ha diffuso una nota: “L’appartamento, posto al quarto piano senza ascensore con una metratura di circa 60 mq, senza balconi, è stato assegnato, nei primi anni del Novecento, a Cesare Berardi, padre di Pierina Berardi, mamma di Massimo Cavicchioli, consorte della presidente della Regione Lazio, Renata Polverini”.
La nota spiega poi il primo mantenimento del diritto alla casa in capo alla nonna di Massimo Cavicchioli, Clementina Baratti che “è subentrata legittimamente nell’appartamento in forza del principio della necessaria tutela dei nipoti Massimo e la sorella, nel frattempo rimasti orfani”.
Il presidente però non prosegue nella saga familiare fino all’ultima generazione. E quindi non spiega perchè il marito continui a stare in quella casa.
La governatrice aggiunge un particolare apparentemente in suo favore: “Il canone, regolarmente pagato, non ammonta a 130 euro come l’articolo fa intendere in maniera subdola, ma a circa il triplo”.
Sessanta metri quadrati a San Saba valgono mille euro al mese di affitto e almeno 500 mila euro in vendita.
La famiglia Polverini ha pagato quindi un canone inferiore alla metà  di quello di mercato e pagherà  un prezzo di acquisto molto vantaggioso se e quando la casa sarà  messa in vendita.
Ma certamente paga il triplo del canone dei suoi condomini.
Il motivo per cui pagherebbe circa 400 euro al mese però non rappresenta un punto a favore della Polverini ma una buona ragione per lasciare subito quella casa.
Da quanto risulta l’appartamento in oggetto risulta occupato abusivamente dal convivente marito e oggetto di contenzioso con l’Ater, motivo per il quale l’affitto risulta triplicato, ancorchè molto lontano dai prezzi del mercato degli affitti.
Finalmente Renata Polverini ha trovato un caso conclamato di occupazione abusiva delle case popolari dell’Ater: quello della sua famiglia.
Infatti, la presidente Renata Polverini (residente nella casa Ater dal 1989 fino al 2004) stando alle sue dichiarazioni dei redditi avrebbe percepito remunerazioni ben più alte rispetto ai 38.000 euro lordi annui che rappresentano la soglia massima per poter usufruire delle case Ater e l’assessore alle Politiche per la Casa, Teodoro Buontempo, ha recentemente istituito presso il suo assessorato una commissione di tecnici volta ad esaminare eventuali illeciti, improprie assegnazioni e abusi in merito alla gestione del patrimonio Ater.
Il primo caso di occupazione abusiva lo hanno già  trovato.
Ora bisogna solo avviare le pratiche di sfratto.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA VERITA’ SULLA BEFFA DEL TRICOLORE AL BALCONE DELLA SEDE LEGHISTA A VARESE: POSTA DAI FINIANI LOCALI, RIMOSSA DAI PIRLA SECESSIONISTI

Marzo 19th, 2011 Riccardo Fucile

AREA DESTRA DI FLI RIVENDICA LA PROVOCAZIONE: “VOLEVAMO VEDERE LA REAZIONE DELLA DIRIGENZA LEGHISTA”…”CI SONO CASCATI: RIMUOVENDOLA IL GIORNO DOPO, HANNO SOLO DIMOSTRATO DI ESSERE UNA FORZA POLITICA ANTINAZIONALE”… ” PER LORO IL   TRICOLORE E’ UNA VERGOGNA, PER NOI MOTIVO DI ORGOGLIO”

La beffa, nel giorno del tricolore che ha invaso tutta italia, è arrivata nel cuore di Varese, sul balcone della prima sede della Lega Nord (allora solo Lega Lombarda) aperta da Bossi.
Una bandiera tricolore era spuntata a sorpresa giovedì mattina.
E non poteva passare inosservata, poichè è noto (e ampiamente dimostrato in prossimità  della festa per i 150 anni dell’Unità  d’Italia) che i leghisti non sventolano e non espongono il tricolore.
Addirittura una volta Bossi, all’annuale raduno veneziano della Lega, ha invitato una residente che lo aveva esposto a farne un uso che definire improprio è riduttivo.
Insomma, il tricolore appeso al balcone dei «lumbard», accanto a una bandiera della Lega lombarda e a una con il Sole delle Alpi aveva suscitato la curiosità  dei passanti e l’interesse della stampa e dei media.
Tanto più che la sede si affaccia su una piazza dedicata, con tanto di monumento e lapide, ai Cacciatori delle Alpi di Giuseppe Garibaldi.
Proprio sotto il balcone del primo piano c’è una targa posta nel secolo scorso e che ricorda quanto fatto in città  da Giuseppe Garibaldi, che combattè anche qui contro gli austriaci, liberando la città .
Numerosi passanti, molti reduci dalla cerimonia dell’alzabandiera in una piazza non distante, avevano scattato foto con i telefonini dalla strada.
I locali del Carroccio erano chiusi ma nel giro di poco i responsabili del Carroccio varesino sono stati avvisati telefonicamente.
Sono arrivati nella sede del partito verso mezzogiorno con comodità  e hanno tolto il tricolore che era stato issato con un’asta alla ringhiera del balcone.
Spiegazione plausibile: qualcuno nella notte aveva raggiunto con una scala il balcone, arrotolato e abbandonato sul pavimento le tre grosse bandiere leghiste da sempre presenti e ha issato il tricolore.
La sostituzione del tricolore il giorno dopo è stata osservata con curiosità  dalla piazza, una donna ha anche urlato: «Vergogna».
Gli esponenti del Carroccio non hanno replicato.
Resta il fatto che in Italia, unico Paese al mondo, un partito di governo che ha giurato fedeltà  alla Repubblica e alla Costituzione e ne percepisce i relativi emolumenti economici, faccia rimuovere la bandiera nazionale e non festeggi l’unità  nazionale.
Cose che solo la finta destra di Berlusconi e cialtroni al seguito avrebbe potuto permettere.
Ma ora la verità  del “blitz notturno” tricolore può essere svelato.
E’ stato operato dal circolo “Area Destra con FLI”, componente di Futuro e Libertà  che ha rivendicato il fatto di aver apposto il tricolore sul balcone della sede della Lega Nord di Varese.
Il tricolore infatti è stato posizionato sul balcone della storica sede della Lega Nord la notte prima della ricorrenza del 150 esimo anniversario dell’Unità  d’Italia.
A compiere lil blitz i varesini Enzo Rosa , Andrea Urso e Luca Lorenzi, responsabili di FLI.
”La nostra è stata una provocazione ,volevamo vedere quale sarebbe stata la risposta dei militanti e dei dirigenti della Lega Nord che di fatto non hanno perso l’occasione per dimostrarsi una forza politica antinazionale. La mattina dopo infatti il segretario cittadino Carlo Piatti ha immediatamente tolto il tricolore come testimonia il video che gira sui siti internet. Per il leghisti la presenza del tricolore sul balcone della loro prima sede in un giorno così importante rappresenta un fatto di vergogna per noi invece esporre il tricolore è un fatto di orgoglio”.

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TORINO, IL TEATRO REGIO SI INFIAMMA: APPLAUSI A NAPOLITANO, FISCHI A COTA

Marzo 19th, 2011 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELLA REGIONE PIEMONTE AVEVA DISERTATO LA CERIMONIA DELL’ALZABANDIERA ….CONTESTATI I DEPUTATI LEGHISTI IN VARIE OCCASIONI

Applausi e affetto per Napolitano, fischi e contestazioni per i rappresentanti leghisti nelle istituzioni: l’intera giornata torinese di Napolitano è stata costellata dal contrappunto fra le manifestazioni di calore per il Presidente della Repubblica e quelle di rifiuto, manifestato con brusii e fischi per gli esponenti del Carroccio.
Il contrasto più acuto è stato davanti alle ex Officine Grandi Riparazioni, dove alcuni bambini hanno accolto Napolitano sventolando bandierine tricolori, ma hanno fischiato il Presidente leghista della Regione Piemonte, Roberto Cota.
L’episodio ha suscitato opposte interpretazioni.
Napolitano, che ha raccolto per tutto il giorno l’entusiasmo e l’affetto dei torinesi, ha ricambiato tanto calore rendendo merito a Torino «per come ha creduto nell’evento e nell’anniversario dei 150 anni».
«Al di là  dei cambiamenti di direzione politica della Regione – ha detto – il programma delle celebrazioni è stato portato avanti con continuità  e coerenza, e questo fa onore alla vostra città  e alla Regione».
Le contestazioni agli esponenti della Lega sono cominciate fin dal mattino.
Le prime sono state per Michelino Davico, sottosegretario leghista agli Interni, accolto al Teatro Regio al grido di «buffone, buffone».
Davico ha risposta definendo la polemica sulle presenze e sulle assenze «piuttosto sterile».
Durante la cerimonia ufficiale il bersaglio è stato Cota, proprio nel momento in cui invitava «a non fare polemiche».
In sala c’è stata prima del brusio, poi qualche fischio. «Ecco, questo è un esempio delle polemiche che bisogna evitare», ha detto Cota rivolto alla platea.
Le altre contestazioni hanno accompagnato gli esponenti leghisti nel corso di tutta la giornata, dall’uscita del Teatro Regio (ancora Davico) fino a davanti a Palazzo Madama dove qualche urlo e invito a dimettersi è stato lanciato in direzione dei leghisti che seguivano Napolitano nel suo trasferimento a piedi.

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LA CASA ENASARCO DI CASTELLI: 95 MQ A ROMA, ZONA MONTEVERDE A 750 EURO AL MESE E UNA RACCOMANDATA DI DISDETTA MAI ARRIVATA

Marzo 16th, 2011 Riccardo Fucile

CASTELLI: IL 24 FEBBRAIO AVEVA SOSTENUTO DI AVER DISDETTO L’APPARTAMENTO A PREZZO DI FAVORE, MA LA RACCOMANDATA A ENASARCO NON E’ ANCORA ARRIVATA… “ESISTEVANO DELLE GRADUATORIE? NON LO SAPEVO”

Via dei Quattro Venti, Monteverde, ore 20: l’assemblea degli inquilini Enasarco riuniti nell’androne ha un sussulto.
Da due ore stanno discutendo di come affrontare la vendita delle loro case quando all’ingresso si presenta con un accompagnatore l’ex ministro Roberto Castelli.
Sta tornando a casa e non sapeva di questo assembramento.
Il senatore risolve la questione, rappresentata da un nugolo di inquilini che lo prendono d’assalto, invitando tutti a casa sua.
C’è anche una troupe di Annozero, l’evento finirà  in tv.
Castelli fa entrare una nutrita delegazione nell’appartamento al terzo piano e lì gli viene contestato: «Ma insomma, senatore, ha dato o no questa disdetta dell’appartamento che il 24 febbraio ha annunciato alla stampa?».
Il senatore Castelli non si scompone: «Non hanno ricevuto ancora la mia raccomandata, io però l’ho inviata. Perchè l’ho fatta?».
Una voce: «Perchè è stato stanato…».
«No, ho deciso io dopo questa storia del Trivulzio, a Milano. Intanto ho anche trovato una nuova sistemazione a 950 euro, contro i 750 che pagavo qui». Brusio e altre contestazioni.
«Come ho trovato questo appartamento Enasarco? Ho fatto domanda, me l’hanno assegnato. E all’epoca ero un parlamentare di opposizione…Mi dite che ci sono graduatorie per gli appartamenti, ah questo proprio non lo sapevo».

Paolo Brogi
(da “Il Corriere della Sera“)

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LA LISTA SEGRETA DEGLI ABUSI EDILIZI A ROMA: DA BARBARA D’URSO A STANKOVIC, DA ANGELUCCI A BONIFACI

Marzo 13th, 2011 Riccardo Fucile

SONO 12.000 I CASI SEGNALATI, SI TRATTA DI ILLECITI NON SANABILI, COSTRUZIONI CHE NON POSSOMO ESSERE CONDONATE… LA COLATA DI CEMENTO HA SPESSO DETURPATO I PARCHI DELLA CITTA’

Preti, costruttori, calciatori, avvocati.
E poi circoli canottieri, associazioni culturali, malavitosi vari, e persino ristoranti e discoteche.
Due cd insabbiati in un ufficio del Campidoglio per mesi, con dentro tutta “la Roma che conta”.
Eccolo il libro nero dell’abusivismo edilizio, l’indice dei “furbetti del terrazzino”, e della verandina, del garage, della villetta, dell’appartamento extra lusso, dell’intero condominio.
Una colata di cemento frazionata in 12.315 abusi
Nomi, cognomi, indirizzi, inequivocabili foto aeree da quattro prospettive diverse, scattate prima e dopo l’abuso.
Costruzioni fuorilegge in centro, a due passi dal Colosseo, in periferia, nei parchi protetti, in zone con vincoli paesaggistici così stretti che anche tirare su una cuccia per cani è un crimine.
Strutture illegali tenute in piedi dalla pretesa di ottenere prima o poi l’assoluzione definitiva, che in edilizia si chiama appunto condono.
L’hanno chiesto tutti.
Anche di fronte a situazioni palesemente non sanabili.
Come l’appartamento con terrazza e tendoni sbocciato all’improvviso su un tetto a ridosso di Piazza Navona, o la villa in marmo con piscina stile “Scarface” eretta di nascosto spianando trecento metri quadrati di bosco nel parco di Veio.
Il bello è che il comune di Roma sa tutto. Ha sempre saputo tutto.
Perchè sono stati gli stessi proprietari, certi dell’impunità , ad “autodenunciarsi”.
Hanno inoltrato la domanda di condono e così si sono iscritti nella lista degli abusivi, sulla base della quale l’amministrazione avrebbe dovuto “ripulire” la città  dagli scempi, o quanto meno trarne qualche vantaggio economico, acquisendoli.
E invece il più immobile di tutti è stato ed è tutt’oggi il sindaco Alemanno.
La lista fa la muffa da marzo dello scorso anno.
Nemmeno un atto è stato notificato.
Ruspe in deposito, vigili urbani ai semafori, abbattimenti zero.
L’elenco contenuto in quei due cd si riferisce al terzo condono edilizio concesso dallo stato italiano, quello del 2003 (governo Berlusconi), intervenuto dopo le sanatorie del 1985 e 1994.
Al comune di Roma arrivarono in tutto 85 mila richieste.
Gemma Spa è la società  privata che ha avuto l’incarico di valutarle, con l’ausilio di un sistema a fotografia aerea che ha mappato dall’alto, metro per metro, tutto il territorio romano tra il 2003 e il 2005.
Un lasso di tempo non casuale: la normativa sul condono (L. 326/2003) concedeva la possibilità  di sanare soltanto gli abusi ultimati tassativamente prima del 31 marzo del 2003.
Nel giugno scorso, poco prima che le venisse ritirato il mandato apparentemente perchè incapace di smaltire il monte dei fascicoli ai ritmi concordati, Gemma consegna ad Alemanno il frutto del proprio lavoro, la lista dettagliata delle “reiezioni”, le domande da respingere perchè – a vario titolo – violano i termini della legge 326.
12mila manufatti (e Gemma non era arrivata a lavorare nemmeno la metà  delle 85 mila domande).
Perchè così tanti romani hanno chiesto il condono per abusi evidentemente insanabili?
Da chi avevano avuto la garanzia dell’impunità ?
Alemanno scorre con gli occhi l’elenco e suda freddo.
Sa bene quello che prevede la legge, abbattere o acquisire.
E sa altrettanto bene cosa ciò può comportare in termini politici: l’addio a migliaia di voti, alla simpatia dei grandi elettori, alle sintonia con gli ambienti che contano.
Tra chi ha provato a fare il furbo chiedendo il condono per una struttura costruita ampiamente dopo il 31 marzo 2003 – i cosiddetti “fuori termine”, circa 3.712 pratiche – spunta il nome di Luigi Cremonini, l’imprenditore modenese leader nel commercio della carne e proprietario di tre catene di ristoranti, che dal giorno alla notte si è costruito una terrazza modello villaggio vacanze in uno dei punti più pregiati di Roma, di fronte alla fontana di Trevi. O come Federica Bonifaci, figlia del costruttore Bonifaci (anche editore del Tempo) che ha dato un'”aggiustatina” alla sua casa ai Parioli.
Di vip o anche solo di personaggi e istituzioni in vista nell’elenco ce ne sono a volontà .
Si va da Maria Carmela d’Urso, alias Barbara d’Urso al calciatore nerazzurro ed ex laziale Dejan Stankovic, da Luciana Rita Angeletti, moglie del rettore della Sapienza Luigi Frati, all’Istituto figlie del Sacro Cuore di Gesù.
Le congregazioni religiose hanno una certa dimestichezza col cemento.
Nella lista nera figurano le Suore Ospedaliere della Misericordia, la Procura Generalizia delle Suore del Sacro Cuore, quella delle missionarie di Madre Teresa di Calcutta e la Famiglia dei Discepoli della diocesi romana.
Non mancano i templi dove la Roma bene ama riunirsi per celebrare i suoi riti di socialità .
Il Parco dè Medici sporting club, il country club Gianicolo, il Tennis Club Castel di Decima, la discoteca Chalet Europa nel parco di Monte Mario.
E nemmeno le ville mono e bifamiliari con piscina dell’alta borghesia, cresciute come gramigna nel parco di Veio, ai lati di via della Giustiniana, la strada più abusata di Roma.
Ancora, scorrendo la lista balzano agli occhi decine di società  immobiliari, alcuni distributori di carburante della Esso e la sede centrale della “Fonte Capannelle Acque Minerali” nel parco dell’Appia Antica.
L’aspetto più buffo o forse drammatico è che nell’elenco dei più furbi tra i furbi compaiono anche molte aziende comunali di servizio, come l’Ama, l’Acea e addirittura Risorse per Roma, la municipalizzata che da gennaio ha il compito di occuparsi proprio delle pratiche di condono.
Ma il top lo si raggiunge con la pratica numero 577264 contenuta nel faldone riservato alle richieste di sanatoria nei parchi.
Bene, a guardare sotto la voce “proprietario” dell’abuso si scorge l’incredibile dizione “Comune di Roma” (ovviamente residente in “via del Campidoglio 1”). In sostanza: il Comune è contravvenuto alle proprie regole e poi si è chiesto da solo il condono sapendo benissimo di non poterselo dare. La manovra serviva a “legalizzare” un’opera abusiva in via del Fontanile di Mezzaluna, in pieno parco del Litorale romano dove i limiti all’edificazione sono strettissimi. Come del resto negli altri undici parchi di Roma.
Che, ciononostante, sono probabilmente l’obbiettivo preferito dagli speculatori.
E forse proprio per questo la Regione Lazio, con la legge 12 del 2004 aveva messo dei paletti all’ultimo condono: “Gli abusi realizzati nei parchi e nelle aree naturali protette – dice la norma – non sono sanabili”.
Parole vane.
Il comune oggi si ritrova, nero su bianco, 2099 domande (compresa la sua e quelle delle sue aziende) di condono per porzioni di villette, garage, interi fabbricati. Veio, Decima Malafede, Marcigliana, Appia Antica, Bracciano Martignano, Tenuta di Acquafredda.
Non uno dei parchi di Roma è rimasto immacolato.
Chi c’è dietro?
Ancora una volta l’occhio scorre sugli elenchi e individua i nomi grossi della città .
Come Tosinvest spa, la finanziaria della potentissima famiglia Angelucci, i signori delle cliniche private nonchè editori di Libero e il Riformista.
A nome di Tosinvest spa ci sono tre domande di condono per una struttura aziendale nel parco dell’Appia Antica.
In quello di Veio c’è un abuso a nome di Acea Spa, il colosso dell’energia e dell’acqua per metà  pubblico (proprietà  appunto del comune di Roma), in parte nelle mani del costruttore Francesco Caltagirone.
Siccome il giochino era molto semplice, in molti hanno esagerato. Fanno impressione ad esempio le 28 domande di condono chieste per lo stesso indirizzo, via Cristoforo Sabbatino 126: un intero complesso di case in pieno Litorale Romano, a nome di Abitare Srl.
La procura di Roma si è accorta che qualcosa non va.
Pochi giorni fa ha sequestrato, negli archivi di Gemma, 5000 pratiche fuori termine.
Vuole capire perchè non sono state notificate ai proprietari.
La verità  è che impostate così, con le domande presentate e automaticamente insabbiate dal comune, senza ruspe nè multe, senza procedimenti nè scandali, le sanatorie edilizie sono uno dei business più redditizi e politicamente più convenienti.
Fanno girare soldi, ingrassano le casse delle amministrazioni quel tanto che basta e non scontentano nessuno.
Dal 1994 al 2000 (giunta Rutelli) il comune di Roma ha incamerato 383 milioni di euro grazie alle 251 mila concessioni rilasciate per i precedenti condoni.
Il successore di Rutelli, Veltroni, è stato anche più fortunato: dal 2001 al 2005 le concessioni, circa 84 mila, hanno fruttato mezzo miliardo di euro. Una montagna di soldi, spalmata in oneri di urbanizzazione e costi di costruzione, sborsata dai proprietari per “perdonare” il mattone nato illegale. Il segreto è non arrivare mai alle demolizioni.
Che spezzerebbero la catena di interessi che tiene in piedi tutto.
Ma cosa muove la macchina del mattone selvaggio nella capitale?
Chi ha voluto che prosperasse indisturbata per anni?
Dove si inceppava il sistema dei controlli?
Prima partecipata dal Comune, poi vincitrice dell’appalto esclusivo per il condono nel 2006 come società  privata, Gemma a fine anni Novanta viaggia a una media di 24 mila pratiche, o meglio concessioni, all’anno.
Nell’ultimo decennio la media scende a 12 mila, fino alle misere 1103 del 2007.
Risultati al di sotto degli standard del contratto di servizio, per i quali comune e Gemma si accusano reciprocamente. “Fino all’agosto del 2009 (quando viene stipulato un nuovo contratto di servizio, ndr) non abbiamo mai avuto accesso libero alle pratiche – sostiene Renzo Rubeo, presidente di Gemma – quelle da lavorare le sceglieva l’Ufficio Condono”.
Fatto sta che, nonostante la lentezza, Gemma negli anni viene regolarmente pagata fior di milioni, e questo insospettisce i pm romani che mettono sotto indagine tutti i vertici dell’azienda, a cominciare da Rubeo, e gli ultimi due assessori romani all’Urbanistica, Roberto Morassut del Partito Democratico e Marco Corsini, della giunta Alemanno. I
l sospetto/certezza degli investigatori è che Gemma fosse un carrozzone, una sorta di Bancomat della politica.
E che tutti sapessero delle concessioni troppo facili.
Sospetti pesanti, messi nero su bianco da uno degli ultimi direttori dell’Ufficio Condono nominato da Veltroni, l’avvocato Roberto Murra, in un documento confidenziale a uso interno. “Dietro tali procedure – scrive Murra al sindaco nel 2007 – spesso si è nascosta la tentazione di poter agire al limite della norma se non, addirittura, in esse si è annidato il malaffare”.
Pure il sistema informatico “Sices” della Unisys, utilizzato per la lavorazione dei fascicoli, è sotto accusa: la Guardia di Finanza ha dimostrato che i dipendenti dell’Ufficio Condono avevano la possibilità  di accedervi e modificare i fascicoli senza lasciare traccia.
Un porto delle nebbie, appunto, dove ancora giacciono 250 mila pratiche. Secondo Gemma almeno la metà  sono da rigettare.
Per ora però non si muove una ruspa.
E i furbetti dormono sogni tranquilli.
Sotto un tetto abusivo.

Fabio Tonacci e Marco Mensurati
(da “La Repubblica“)

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NAPOLI, IL DEPUTATO PDL ALFONSO PAPA NEI GUAI PER “INDEBITE RICHIESTE A IMPRENDITORI”

Marzo 13th, 2011 Riccardo Fucile

PERQUISIZIONI NELL’INCHIESTA SUI “DOSSIER PARALLELI”… SECONDO I PM IL PARLAMENTARE AVREBBE USATO A FINI STRUMENTALI NOTIZIE “SENSIBILI” OTTENUTE IN MODO ILLECITO

Un parlamentare si procurava notizie riservate e le utilizzava per «avanzare indebite   pretese e indebite richieste» nei confronti di imprenditori e finanzieri resi più vulnerabili da qualche grattacapo con la giustizia.
In cambio, il deputato avrebbe offerto ai suoi interlocutori «protezione giudiziaria», vera o presunta, oppure informazioni sulle vicende che li turbavano.
Si fa più nitido, e allarmante, il quadro dell’inchiesta della Procura di Napoli sugli ingranaggi della “macchina del fango” che avvelena il Paese.
Per ordine dei pm Francesco Curcio e Henry John Woodcock, coordinati dal procuratore aggiunto Francesco Greco, la Guardia di Finanza ha perquisito le abitazioni di due facoltosi imprenditori napoletani: Luigi Matacena, 47 anni, e l’armatore Nicola D’Abundo, 60 anni.
Nella ricostruzione degli inquirenti, sono due dei nomi emersi nel corso di quelle che i magistrati definiscono come «precise e circostanziate risultanze istruttorie» acquisite con riferimento alla posizione del deputato del Pdl Alfonso Papa, ex magistrato eletto alla Camera nel 2008.
Papa non risulta indagato, in tutti i (pochissimi) atti pubblici figura sotto inchiesta, con l’ipotesi di associazione per delinquere, solo il sottufficiale del Ros Enrico La Monica, che si trova in Africa ormai da dicembre.
Ma adesso i pm indicano espressamente Papa come di un parlamentare ritenuto «coinvolto» nel «sistema informativo parallelo» che avrebbe utilizzato in maniera strumentale notizie «sensibili», riguardanti prevalentemente indagini giudiziarie, acquisite in maniera illecita.
Informazioni che sarebbero state adoperate allo scopo di avvicinare soggetti, in prevalenza imprenditori, che attraversavano un momento di difficoltà , se non addirittura di prostrazione. In questo versante delle indagini i magistrati hanno individuato D’Abundo e Matacena come due delle persone che potrebbero essere state contattate da Papa.
Così hanno deciso di disporre le perquisizioni per chiarire il ruolo dei due imprenditori, verificarne la posizione processuale (che al momento appare quella di vittime) e comprendere anche la natura del rapporto con il parlamentare.
Nei mesi scorsi, quando il suo nome era stato accostato per la prima volta all’inchiesta napoletana, Papa aveva lamentato di essere stato sottoposto a indagini in violazione delle tutele previste per i parlamentari.
Sul caso era stata presentata un’interpellanza da 100 deputati del Pdl che aveva spinto il ministro della Giustizia Angelino Alfano a chiedere informazioni.
La Procura ha sempre ribadito, documenti alla mano, di aver operato nella massima trasparenza e legittimità .
E l’indagine è andata avanti.
Si sono aperti capitoli nuovi, su appalti e sui contributi all’editoria.
Sono stati sentiti come testimoni esponenti di primissimi piano delle istituzioni e sono scattate perquisizioni all’indirizzo, fra gli altri, di madre, segretaria e autista di Luigi Bisignani, l’uomo d’affari al quale gli inquirenti attribuiscono un «ruolo chiave» nelle vicende al centro dell’inchiesta, oltre che in alcuni passaggi fondamentali della vita pubblica.

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“LOMBARDIA COLONIZZATA DALLA ‘NDRANGHETA”: ALLARME DELLA DIREZIONE ANTIMAFIA

Marzo 13th, 2011 Riccardo Fucile

E’ QUANTO EMERGE NELLE 1.110 PAGINE DI DATI NELLA RELAZIONE ANNUALE DELLA DIA…LE REGIONE HA IL MASSIMO INDICE DI PENETRAZIONE NEL SISTEMA ECONOMICO LEGALE: TRAPIANTATI RITI E TRADIZIONI

La Lombardia si conferma la regione del nord Italia che registra «il maggiore indice di penetrazione nel sistema economico legale dei sodalizi criminali della ‘ndrangheta, secondo il modello della “colonizzazione”».
È l’allarme lanciato dalla Relazione annuale della Direzione nazionale Antimafia, 1.110 pagine di dati e analisi sulla criminalità  organizzata made in Italy. «In Lombardia», chiariscono gli analisti, «la ‘ndrangheta si è diffusa non attraverso un modello di imitazione, ma attraverso un vero e proprio fenomeno di “colonizzazione”, cioè di espansione su di un nuovo territorio, organizzandone il controllo e gestendone i traffici illeciti, conducendo alla formazione di uno stabile insediamento mafioso.
La ‘ndrangheta ha «messo radici», divenendo col tempo un’associazione dotata di un certo grado di indipendenza dalla «casa madre», «con la quale però comunque continua ad intrattenere rapporti molto stretti e dalla quale dipende per le più rilevanti scelte strategiche».
In altri termini, in Lombardia «si è riprodotta una struttura criminale che non consiste in una serie di soggetti che hanno semplicemente iniziato a commettere reati in territorio lombardo»; al contrario, gli indagati «operano secondo tradizioni di ‘ndrangheta: linguaggi, riti, doti, tipologia di reati sono tipici della criminalità  della terra d’origine e sono stati trapiantati in Lombardia dove la ‘ndrangheta si è trasferita con il proprio bagaglio di violenza».
La ‘ndrangheta è presente anche in Piemonte, Liguria, Toscana, Lazio ed in particolare Roma, Abruzzo, ove sono emersi inquietanti interessi negli appalti per la ricostruzione dopo il sisma del 2009, Umbria ed Emilia Romagna.
Per quanto attiene ai rapporti sul territorio, insomma, la ‘ndrangheta «è oggi l’assoluta dominatrice della scena criminale, tanto da rendere sostanzialmente irrilevante, e comunque, in posizione subordinata, ogni altra presenza mafiosa di origine straniera».
Non solo: la ‘ndrangheta si è da tempo proiettata anche verso l’Europa, il Nord America, il Canada, l’Australia.
C’è inoltre l’allarme per le infiltrazioni nella pubblica amministrazione: «Emerge in modo costante e preoccupante, soprattutto nel Centro-Nord del Paese, la presenza sempre più gravemente pervasiva di soggetti collegati alle organizzazioni criminali, soprattutto di matrice ‘ndranghetistica».
Una situazione che viene definita«particolarmente temibile».
Infatti, spiega la Dna, «c’è il rischio che si crei una schiera di “invisibili” che, germinata dalle cellule silenti delle mafie al Centro-Nord, penetri in modo silente ma insidioso il tessuto politico, istituzionale ed economico delle regioni oggetto dell’espansione mafiosa».
E non si ritiene sia una caso se, come si ricorda, «l’Unione Europea e la comunità  internazionale convergono verso l’attribuzione di un medesimo coefficiente d’allarme per i delitti di corruzione e quelli di criminalità  organizzata, a riprova di un coacervo illecito che andrebbe congiuntamente esplorato, con i medesimi mezzi probatori e le stesse tecniche investigative». come «le intercettazioni telefoniche e ambientali».

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BATMAN PIEZZ’E CORE: LETIZIA MORATTI ANNUNCIA CHE IL FIGLIO GABRIELE DARA’ LA CASA DELLO SCANDALO IN BENEFICIENZA

Marzo 12th, 2011 Riccardo Fucile

MA SE E’ TUTTO REGOLARE PERCHE’ REGALARLA?….LE GAFFE DEL RAMPOLLO DANNEGGIANO LA CAMPAGNA ELETTORALE DEL SINDACO DI MILANO…LA STRANA SOCIETA’ DI GABRIELE

Letizia Moratti ringrazia pubblicamente il figlio Gabriele che ha deciso di dare in beneficenza la casa dello scandalo.
Ma le gaffe del rampollo stanno danneggiando la campagna elettorale del sindaco di Milano
“Mi ha fatto un grande piacere sapere che mio figlio ha deciso, quando questa vicenda sarà  chiusa, di regalare l’immobile di via Airaghi ad una associazione. Mi ha fatto molto, molto piacere apprendere questo”.
La contentezza ostentata dal sindaco di Milano Letizia Moratti dopo un’imbarazzante intervista del figlio Gabriele al Corriere della Sera non è servita a sgomberare il terreno dall’imbarazzo.
La contraddittoria autodifesa del giovane manager, accusato dall’architetto Gian Matteo Pavanello di aver chiesto una riproduzione in chiave di lusso pacchiano della casa di Batman, ha accresciuto gli interrogativi sulla sua condotta, come vedremo più avanti.
E i propositi benefici non sono bastati a cancellare l’argomento dalla campagna elettorale con cui la Moratti cerca un nuovo mandato alla guida di palazzo Marino.
Infatti l’abuso edilizio per il quale Gabriele Moratti è indagato dalla procura della Repubblica di Milano non chiama in causa la signora Letizia in quanto madre, ma in quanto sindaco.
Accusa il capogruppo del Pd al Comune, Pierfrancesco Majorino: “Sapeva, ha visto e non ha evitato le irregolarità ”.
Proprio ieri il sindaco ha detto, secondo l’agenzia Ansa, di essere stata “a casa di mio figlio parecchio tempo fa per un paio di volte”.
A casa?
O si tratta di un malinteso o di una gaffe mostruosa.
Tutta la polemica infatti gira intorno a quella parola.
Gabriele Moratti è accusato di aver trasformato un immobile a uso industriale di 447 metri quadrati in un’abitazione di lusso senza permesso e senza pagare gli oneri connessi.
Proprio in questi giorni la Guardia di Finanza è andata negli uffici urbanistici del comune di Milano a farsi consegnare una serie di documenti riferiti alla travagliata pratica urbanistica.
Rimane l’impressione che il sindaco di Milano sia stata vivamente consigliata di separare la sua immagine da quella del figlio.
Nei giorni scorsi aveva fatto notare che di Gabriele si occupava quando era più piccolo, non più ora che ha 32 anni.
Ieri ha manifestato piacere per la decisione del figlio di regalare un oggetto del valore di qualche milione di euro.
Perchè, se è tutto regolare?
Il giovane manager-imprenditore ieri ha detto al Corriere di essere al centro di “una colossale montatura usata contro mia mamma”.
E ha spiegato che in quell’immobile milanese di via Airaghi 30 i lavori in corso da due anni e mezzo non sono per fare la casa di Batman (con tanto di ponte levatoio, piscina salata, bunker e poligono di tiro), ma la struttura per le attività  imprenditoriali che conduce con i suoi amici di sempre, quelli di San Patrignano.
Dopo aver fatto inorridire i veri appassionati di Batman definendolo “eroe volante” (ma il signor Bruce Wayne è un ricchissimo, quasi quanto Gabriele Moratti, uomo in carne ed ossa, che indossa in caso di necessità  un mantello e non le ali) il giovanotto spiega che quella non è la sua casa perchè la sua destinazione era uno show-room: “Insieme a due amici abbiamo fondato la società  Redemption Choppers, una srl che partiva dalla passione di un mio socio per le moto, che lui stesso costruisce. Volevamo creare un laboratorio per questo, poi ci siamo resi conto che non avrebbe reso e, come fanno molte marche, abbiamo ampliato la mission aziendale a una linea di abbigliamento casual. Abbiamo pagato più di 100 mila euro al Comune”.
Strano.
I lavori in via Ajraghi 30 sono iniziati nel 2008, mentre la Redemption Choppers è stata costituita il 26 maggio 2010, e risulta ancora inattiva.
Chi ha pagato i 100 mila euro?
Probabilmente lo stesso Gabriele, che non solo è ricco di famiglia, ma ha anche un solido e ben retribuito posto di lavoro fisso, come assistente di Dario Scaffardi, direttore generale della Saras, l’azienda di suo padre.
In ogni caso “stiamo disegnando le linee del campionario”, ha dichiarato il presidente della Redemption, “e gran parte del ricavato, come fanno alcune srl di questo tipo, andrà  in beneficenza”.
Per adesso la Redemption avrebbe bisogno di ricevere beneficenza, più che di farne.
Infatti, per essere una fabbrica di motociclette che decide di ampliare il business sfruttando la forza del suo marchio per lanciare una linea di abbigliamento casual, appare quantomeno gracile.
Oltre a essere inattiva, ha un capitale sociale versato dai tre soci di 2.500 euro (duemilacinquecento euro), di cui 850 versati dal presidente Gabriele Moratti, e 825 a testa dagli altri due soci, Vanni Laghi, domiciliato a Coriano (Rimini) in via San Patrignano 53, e Daniele Sirtori, domiciliato anche lui in via San Patrignano 53 a Coriano.
L’indirizzo è lo stesso della Comunità  di San Patrignano, che da molti anni riceve dai genitori di Gabriele Moratti un forte e meritorio sostegno.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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