Destra di Popolo.net

INTERVISTA AL POLITOLOGO ALESSANDRO CAMPI: “LA PANDEMIA E’ PIU’ ORGANIZZATA DELLA DEMOCRAZIA”

Maggio 16th, 2020 Riccardo Fucile

“LA DESTRA ITALIANA E’ FINITA, LA LEGA NON E’ MAI STATA DI DESTRA, SALVINI E’ UN RADICALE TROZKISTA, I LIBERALI NON ESISTONO, LA MELONI PENSA SOLO A FARE IL VERSO A SALVINI

“Più veloce, più organizzata, con il senso del tragico”. Secondo il politologo Alessandro Campi queste le ragioni per cui “la pandemia ha colto le democrazie impreparate”.
E più che alla politica, “troppa concentrazione di poteri all’apparato tecnico-burocratico. Passata la paura, quando sarà  finita, non ci ricorderemo di Conte, ma di Burioni e di Arcuri, della Capua e di Borrelli. Con il rischio che si affermi la visione di uno Stato grande elemosiniere e di un vassallaggio alla Cina”.
Campi, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università  di Perugia, è in libreria con “Dopo. Come la pandemia può cambiare la politica, l’economia, la comunicazione e le relazioni internazionali” (Rubbettino).
Se per democrazia ci limitiamo a intendere il meccanismo attraverso cui si arriva alla decisione politica, qual è lo stato della democrazia in Italia?
Democrazia implica, come diceva già  Tocqueville, l’homo democraticus. Prima di essere un sistema di regole essa è un abito mentale, un atteggiamento che si può sintetizzare nella massima: l’unità  nella differenza cioè la convivenza pacifica tra idee diverse, gli interessi parziali che trovano una composizione nell’interesse generale. Già  si vede che quest’abito in molte democrazie consolidate è venuto meno da un pezzo: la comunicazione digitale da questo punto di vista ha inferto un colpo mortale all’ethos civile democratico. L’immagine canonica e virtuosa dell’opinione pubblica democratica implica cittadini responsabili che si informano e discutono tra loro mossi dal senso critico. Ma questo santino sociologico semplicemente non esiste più: il dibattito pubblico (peraltro fortemente inquinato dalle false notizie) è ormai una battaglia all’ultimo insulto a partire dai pregiudizi che nutrono le nostre poche e spesso malsane idee. Chi è disposto oggi a cambiare idea per aver letto un articolo o per essersi confrontato liberamente con qualcuno? In seconda battuta, la democrazia è lo strumento attraverso cui scegliamo chi deve governarci. Ma se salta la capacità  di mediazione tra istituzioni e società  operata tradizionalmente dai partiti, se i luoghi di formazione dei gruppi dirigenti smettono di funzionare, allora ai vertici della rappresentanza e del governo può arrivare chiunque: avventurieri della peggiore specie o semplici avventizi senz’arte nè parte (anche se nobilitati dal bollino “società  civile”).
La non-decisione, ovvero la crisi di funzionalità , di cui soffrono le democrazie contemporanee è il frutto, in gran parte, di questa doppia deriva: un popolo rissoso e fazioso, sempre più polarizzato senza nemmeno il conforto delle vecchie ideologie, che si sceglie rappresentanti incompetenti, o che periodicamente si affida — salvo restarne delusa — a questo o quel “salvatore della patria”. Oggi è il turno di Conte, nell’attesa che ci si stanchi anche di lui.
C’era un problema precedente all’emergenza pandemia, o la pandemia ha peggiorato la situazione, ha creato una distorsione e un abuso della decretazione d’urgenza? O l’urgenza era necessaria?
Prima della pandemia c’era il governo breve, ovvero lo sguardo corto di tutti i leader politici democratici. Preoccupati solo della loro rielezione e di lisciare il pelo al popolo con discorsi vuoti e promesse, non riuscendo più a dare risposte alle crescenti domande sociali. E impegnati solo a comunicare, comunicare, comunicare. Lo scoppio della crisi sanitaria ha semplicemente mostrato questo: nessun governo, nessun leader si era preoccupato di ragionare o programmare guardando al futuro. Anche perchè i cicli politici ormai si sono accorciati (così come si è drammat icamente ristretta la torta di spesa pubblica da redistribuire). Tolta la Merkel, e tolti naturalmente i leader autoritari, i capi di governo ormai durano lo spazio di pochi anni: vanno e vengono divorati da quello stesso popolo che prima li ha scelti.
La pandemia ha colto le democrazie impreparate: perchè lavorano politicamente ormai su tempi brevi (quelli imposti dalla comunicazione in rete), perchè hanno procedure decisionali per definizione lente (un handicap quando la velocità  nelle risposte diventa decisiva) e, aggiungo, perchè essendo storicamente fondate sul mito dell’opulenza nemmeno riescono più a concepire, sul piano della mentalità  collettiva, che dietro l’angolo possa esserci una tragedia in agguato (le democrazie liberali non coltivano il senso del tragico). Nello stato d’emergenza che abbiamo sperimentato non è emerso il sovrano che decide per tutti e fonda la sua legittimità , con buona pace di tutti quelli che in queste settimane hanno inutilmente scomodato Carl Schmitt e le sue teorie sullo stato d’eccezione. E’ emersa, per restare nel campo delle democrazie, la differenza tra le società  meglio organizzate (la Germania) e quelle meno organizzate, tra chi ha ancora un residuo di classe dirigente (con relativo senso del dovere) e chi non l’ha più. Per il resto, come si è visto in Italia, la differenza nell’emergenza l’ha fatta l’abnegazione dei singoli.
Il ricorso all’urgenza ha funzionato? Cosa si perde in termini di dialettica democratica, ricorrendo all’urgenza?
I cocci dello Stato diritto, in Italia come altrove, li raccoglieremo nei prossimi anni. La tradizionale gerarchia delle fonti di diritto è stata stravolta. I parlamenti sono stati esautorati o chiamati ad esercitare una mera ratifica legale di decisioni prese in via puramente amministrativa e secondo procedure assai dubbie. C’è stata una concentrazione di poteri che non ha riguardato, come si sostiene, il livello del governo politico, ma gli apparati tecnico-burocratici. Scienziati e burocratici sono stati i protagonisti di questa crisi. In Italia, quando sarà  finita, non ci ricorderemo di Conte, delle sue conferenze stampa e del suo decisionismo a favore di telecamere, ma di Burioni e di Arcuri, della Capua e di Borrelli. Così come ci ricorderemo dei numerosi e pletorici comitati di esperti, nati per supplire una politica evidentemente incapace di assumersi le sue responsabilità . E’ un cambiamento di attori (e di dinamiche) che in futuro potrebbe incidere molto sul modo di funzionare delle democrazie, destinate probabilmente ad evolvere verso una forma di tecno-populismo implicante una divisione funzionale dei compiti: i politici faranno le campagne elettorali, scriveranno sui social e andranno in televisione (il versante populista della politica democratica), la new class degli esperti e competenti nelle diverse materie prenderà  invece le decisioni che contano (il lato tecnocratico della politica democratica).
C’è un problema di classe dirigente nel Paese o – se esiste – un problema di malfunzionamento della democrazia a priori? Il nostro sistema, la nostra architettura istituzionale non era attrezzata a fronteggiare emergenze come il virus?
La democrazia italiana è sgangherata, e non da oggi. Resiste perchè lo Stato italiano, che come tutti gli Stati dispone di un sistema nervoso tecnico-amministrativo e di apparati burocratici che riescono ancora a fare quello che la politica non sa più fare o, nei casi estremi, a riparare ai suoi errori. Tutti i tentativi di riforma del sistema politico italiana sono stati affossati negli anni grazie ad una cultura costituzionale di stampo, nemmeno conservatore, ma corporativo-conservativo. Anni passati a difendere la Repubblica parlamentare nata dalla Resistenza contro ogni minimo rischio di evoluzione in senso personal-presidenzialistico e il risultato è che nessuno ha mosso un dito quando lo storico e glorioso bicameralismo italico è stato declassato ad orpello formalistico in nome dell’emergenza. Quanto a come si seleziona una classe politica all’altezza, per l’ordinaria come per l’ordinaria amministrazione, dovevamo pensarci prima. Adesso ci teniamo quel che abbiamo e che Dio c’aiuti.
C’è chi sostiene, come Lucio Caracciolo su Repubblica, che contro il virus rinasce lo Stato. E’ d’accordo?
Più che lo Stato come apparato o struttura è tornata soprattutto l’idea — davvero hobbesiana — di un potere la cui funzione primaria (che poi è la ragione principale per cui ad esso si obbedisce) è quella di proteggere i cittadini dai pericoli. Laddove il pericolo principale è quello di morire. E’ in effetti impressionante, anche se perfettamente comprensibile in una logica appunto hobbesiana, il modo con cui milioni di cittadini hanno accettato senza battere ciglio di essere confinati nello loro case e privati di alcune libertà  fondamentali da un potere al quale, sino al giorno prima, non avrebbero riservato altro che insulti. E il bello è che abbiamo anche scambiato per senso civico da cittadini il terrore panico da sudditi quali nuovamente ci siamo ritrovati ad essere grazie ad un esperimento sociale di confinamento domestico che personalmente mi è molto servito per capire come dovessero funzionare i regimi dell’Est all’epoca del “socialismo reale”: il vicino di casa delatore, la sorveglianza discreta della polizia, le persone che per strada si guardano con sospetto, il governo politico ridotto a grigia amministrazione, la riduzione dei spostamenti e dei contatti sociali, le code fuori dei negozi, i discorsi televisivi e rete unificate del leader, il dissenso intellettuale ridotto al minimo, il permesso delle autorità  per spostarsi da un posto all’altro. Il problema, fatta questa digressione, è quello che accadrà  passata la ‘grande paura’. Lo Stato, stante anche la recessione economica che tutti si aspettano, riprenderà  il ruolo di imprenditore-innovatore di keynesiana memoria? La mia paura è che prevalga, ad esempio in Italia, una visione dello Stato come grande elemosiniere: poco a tutti per ragioni, al tempo stesso, di giustizia sociale e di consenso elettorale.
C’è poi l’aspetto internazionale. Con gli Stati, a partire da quelli grandi e più potenti, che si riprendono i loro spazi dì azione e di sovranità  si indeboliranno sempre di più gli attori sovranazionali, già  da un pezzo in crisi. Con la crisi del multilateralismo e dell’ordine mondiale liberale potrebbe aprirsi un nuovo ciclo di lotte per l’egemonia su scala globale. Mi chiedo a quel punto che scelte farà  l’Italia. Sceglieremo il vassallaggio alla Cina come male minore?
Allargando il discorso, è mancata in questa fase una destra capace di fare un’opposizione non urlata, come sostiene per esempio lo storico Franco Cardini sul Foglio, e di incanalare la risposta dello Stato in chiave diversa?
L’equivoco — politico e ideologico al tempo stesso — è che Salvini e la Lega abbiano qualcosa a che vedere con la destra, conservatrice o nazionalista che sia, quella che per tradizione si vuole dotata di un grande senso dello Stato, tutta “ordine e disciplina”. La Lega nasce anti-italiana e anti-nazionale. Ha sempre avuto una carica sovversiva e anti-istituzionale che da Bossi arriva direttamente al radicalismo vagamente di Salvini. L’unica destra su piazza, in senso proprio, è quella della Meloni (essendo finito da un pezzo il sogno d’una destra liberale che intorno a Berlusconi non si è mai aggregata se non a chiacchiere). Ma la leader di Fratelli d’Italia ad un certo punto dovrà  decidersi: fare il verso a Salvini per togliergli un po’ di elettorato sul suo stesso terreno propagandistico (facendosi forte dell’essere donna, giovane, abile nella comunicazione, più presentabile o semplicemente meno ambigua sulla scena internazionale) o ricordarsi da dove viene e provare a costruire una destra meno incline allo sciovinismo e alla demagogia? C’è però a destra un problema di elettorato: ormai radicalizzato e abituato a certe parole d’ordine e a certi cattivi umori. Non vedo dunque un grande spazio per un’azione di pedagogia politica che richiederebbe anni e che non sono nemmeno sicuro che la Meloni sia interessata a condurre, preferendo forse anch’essa un rapido incasso elettorato con i soliti sloga contro l’immigrazione o l’Europa o la finanza plutocratica. Forse è più semplice dire che la destra in Italia (forse nel mondo) è finita, come anche la sinistra. Solo altre le partite, le poste in gioco e le linee di divisione.

(da “Huffingtonpost”)

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PROMEMORIA PER QUEI TRADITORI DELLA DESTRA VENDUTI AI SOVRANISTI

Maggio 15th, 2020 Riccardo Fucile

LA DESTRA CIVILE DI MIRKO TREMAGLIA E IL DOVERE MORALE DI DARE UNA CHANCE AGLI IMMIGRATI: “SAPPIATE LEGGERE NEI LORO VOLTI LE ASPETTATIVE E LA DISPERAZIONE CHE ANIMARONO I NOSTRI BISNONNI EMIGRANTI”

Nell’agosto del 2009 Mirko Tremaglia, come ogni anno, ricordava la strage di Marcinelle in Belgio, dove nel 1956 morirono 256 minatori, tra i quali 156 emigrati italiani. Le sue parole, pubblicate sul Secolo d’Italia, sono un memorandum alla destra attuale.
Ecco il passaggio dell’articolo “L’otto agosto riflettiamo su Marcinelle”.
“Dal canto mio, non posso che augurarmi che la Giornata dell′8 agosto sia solennemente celebrata da tutte le nostre ambasciate e dai consolati nel mondo, dai Comuni, dalle Regioni e dalle Province sul territorio nazionale, anche come monito e insegnamento per le vicende attuali.
Soprattutto in alcune aree del Nord dove oggi ci si confronta con il problema inverso, quello dell’integrazione di vaste realtà  di lavoratori stranieri, ricordare l’epoca non troppo lontana in cui si partiva a migliaia verso mete dai nomi esotici e sconosciuti – Rio Grande do Sul, Santa Catarina, Paranà , Espirito Santo – inseguendo la speranza di una vita migliore può aiutarci a riconoscere in tanti volti dei cosiddetti “extracomunitari” le aspettative, le illusioni, talvolta la disperazione che animarono i nostri nonni e i nostri bisnonni.
Gli emigrati italiani hanno vinto nel mondo contro le discriminazioni ottuse, gli stereotipi che li volevano tutti mafiosi e delinquenti, le vere e proprie persecuzioni di cui sono stati oggetto.
Con questa storia alle spalle, dare una chance a chi oggi è in Italia “da straniero” è qualcosa di più di un adempimento burocratico: è un dovere morale che tutti dovrebbero sentire.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA A FLAVIA PERINA: “NON MI RICONOSCO PIU’ IN QUESTA DESTRA”

Maggio 13th, 2020 Riccardo Fucile

“NEL LINCIAGGIO VERSO SILVIA ROMANO NOTO UN SESSISMO PROFONDO”…. “LA DESTRA OGGI SI TROVA BENE NEL GHETTO POPULISTA”

Una cosa dice appena risponde al telefono: “Penso di poter parlare con tutta onestà  della destra perchè la conosco bene ma al tempo stesso ho rotto ogni connessione di tipo psicologico e politico con quel mondo”.
Flavia Perina, nata nel mondo del Movimento sociale italiano, un passato da direttore del Secolo d’Italia, già  parlamentare di Futuro e Libertà , da tempo   tornata al giornalismo “senza aggettivi”.
Ed eccola in una lunga conversazione con l’Huffington Post nei giorni in cui la destra italiana si divide su Silvia Romano.
Perina, se ha rotto ogni connessione vuole dire che non si definisce più una donna di destra?
Da molto tempo non riesco a riconoscermi nella destra italiana.
Guido Crosetto, Fabio Rampelli, Francesco Storace difendono Silvia Romano e la sua conversione, e scoppia lo stupore generale. Come se ci fosse un pregiudizio nei confronti della destra. E’ così?
Ci sorprendiamo giustamente per le posizioni di Guido Crosetto, Fabio Rampelli, Francesco Storace, sulla vicenda di Silvia Romano perchè la destra ha sempre ostentato su questi fatti un’alta dose di cattivismo: è un sentimento che non corrisponde al suo dna, ma in genere gli attuali leader giudicano utile assecondare le pulsioni estremiste del loro “popolo”. Da tempo hanno rinunciato all’opera pedagogica che, in tempi passati, la destra considerava fra i suoi doveri anche nei confronti del suo elettorato.
A tal proposito torna in mente la figura di Giano Accame, intellettuale di destra, anche lui direttore del Secolo d’Italia. Ecco, Accame pubblicò la foto di Fini con una bambina eritrea. Fu rivoluzionario.
E’ un episodio molto citato. Era il 1988, si cominciava a parlare dell’emergenza immigrazione, cominciavano ad emergere istinti razzisti che nell’opinione pubblica facevano riferimento alla destra. Accame pensò bene di stroncarli, di dare un’indicazione precisa, con quella famosa prima pagina che tutti citano ma che forse bisogna raccontare bene.
Lo faccia lei.
Non c’era solo una foto di Fini durante la visita a una casa famiglia, con una bambina eritrea in braccio, ma anche Il titolo “Solidarietà ”. E un sommario che schierava il giornale “con gli esclusi della società  opulenta”. L’editoriale di Giano Accame pubblicato a fianco era intitolato: “La compassione contro lo sfruttamento”.
Lo stesso Giano Accame che teorizzava il “fascismo immenso e rosso”.
E’ il titolo di un suo libro, ma forse la definizione politica più esatta del suo impegno, anche giornalistico, va cercata in un altro saggio e in un altro titolo: Socialismo tricolore.
Ritorniamo alla foto di Fini con la bambina eritrea.
A quell’epoca, negli ultimi anni del Novecento l’obiettivo principale della destra era trovare occasioni per uscire dal ghetto, mostrare una natura spesso diversa dalla caricatura che ne facevano i suoi avversari.
E oggi ci vuole restare?
Credo che la destra di oggi si trovi abbastanza bene nel ghetto, intesa come area di opposizione radicale, opposizione “di sistema”. Pensano che quel tipo di isolamento e di “alterità ” porti consensi. E che quindi debba assecondare il tipo di elettorato che apprezza il rifiuto di ogni contaminazione e dialogo, sempre percepito come intelligenza col nemico.
Oltre a Giano Accame, la destra è stata anche Giuseppe Tucci, orientalista, storico delle religioni che fondò l’Istituto italiano per il Medio e l’Estremo oriente.
Ma sì, il rapporto storico della destra anche con l’Oriente e anche con lslam è stato un rapporto di interesse e studio a tutti i livelli. Basta dire che uno degli intellettuali più ascoltati a destra è Pietrangelo Buttafuoco, l’autore de “il feroce saracino”. Ecco, nessuno del suo mondo si è mai sognato di contestargli la sua scelta religiosa. E tuttavia nel racconto pubblico ogni apertura al pluralismo, non solo religioso, sparisce, anzi spesso viene criminalizzata: basti pensare alla lunga battaglia contro le moschee.
La sua direzione del Secolo d’Italia, tuttavia, fu oggettivamente pluralista.
Altri tempi. Il lavoro principale che affrontai insieme al condirettore Luciano Lanna fu quello di dare voce a segmenti della destra oscurati dalla cosiddetta “linea ufficiale” e aprire interlocuzioni col mondo esterno
Quali segmenti?
Esisteva una destra ecologista, aprimmo una rubrica su quei temi e la affidammo a Fiorello Cortiana, una firma che veniva da sinistra ma aveva una sensibilità  molto simile alla nostra. C’era una destra amica del protagonismo e dei diritti femminili: ci inventammo “Thelma & Louise”, una rubrica dove si alternavano Isabella Rauti e Roberta Tatafiore, che veniva dall’esperienza più classica del femminismo. Parlammo di Islam con Noi Musulmani di Omar Cammileti, che raccontava storie eterogenee del mondo islamico, dai complessi rock alla moda. Fu il tentativo di sviluppare tanti interessi culturali e politici della destra, oltre le incombenze della “linea ufficiale”.
Una destra molto lontana dal bar sport…
Sicuramente. Purtroppo il bar sport è diventato uno dei riferimenti principali non solo della destra ma di molti settori politici. Gran parte delle prese di posizione che leggiamo ogni giorno sono fatte immaginando come intercettare il consenso del bar sport. La destra si è adattata, soprattutto perchè teme la concorrenza della Lega, abilissima nel gioco di quel tipo di propaganda. Negli ultimi tempi, tuttavia, ho notato un certo ritorno alla serietà , un po’ di smarcamento dal populismo più becero…
Su Silvia Romano, Giorgia Meloni ha una posizione differente da quella di Crosetto, Storace e Rampelli.
Vero. Mi ha sorpreso, tuttavia, che in una recente intervista proprio qui sull’Huffington abbia smentito l’esistenza di una pluralità  di linea all’interno del suo partito. E’ sempre esistita una pluralità  di voci all’interno della destra e non si capisce perchè oggi debba essere sparita. Credo che sia una ricchezza, non un fatto da nascondere.
Beppe Niccolai, ad esempio, storico dirigente del Msi, movimentista dentro il partito, diceva di sè: “Io sono molto più a sinistra di Ingrao”.
Sì, ma questa è paleontologia. A chiunque andasse a chiedere, oggi, chi fosse Beppe Niccolai dubito che saprebbero situarlo nel tempo e nello spazio, e soprattutto nella politica. La destra un po’ ha dimenticato, un po’ preferisce dimenticare.
Si spieghi meglio.
Faccio un solo esempio, ma potrebbero essercene tanti. Tra le cose paradossali della destra in questa ultima fase c’è l’elogio dei muri che dividono l’Europa, a cominciare dal muro di Viktor Orban. Ma come, mezzo secolo a contestare il Muro di Berlino come una ferita assoluta, una intollerabile lacerazione, un orrore contro i popoli d’Europa, e ora i muri piacciono? C’era un muro anche a Gorizia: Roberto Menia e Gianfranco Fini armati di piccone andarono a tirarlo giù, ovviamente con un’azione dimostrativa. La destra di oggi forse lo ricostruirebbe… La trovo una surreale conversione rispetto alla propria storia. Ma succede perchè quella storia non se la ricorda più nessuno.
Torniamo alla cooperante milanese.
Io credo che nel linciaggio social di Silvia Romano abbiano agito molte cose, ma soprattutto un sessismo profondo. Quest’anno sono stati liberati quattro ostaggi italiani. Tre erano maschi, una era Silvia Romano. Dei maschi non ci ricordiamo neanche il nome, pure uno di loro si sarebbe convertito e nessuno ha ritenuto di dovere scrivere due righe sulla faccenda. Di Silvia sì, ci ricorderemo: perchè forse è la sola vittima di sequestro che dopo la liberazione deve essere protetta dai suoi stessi concittadini. Così come è capitato a tutte le altre finite in ostaggio dei fondamentalisti. Penso alle due Simone, a Greta e a Vanessa. Su tutte si è trovato un motivo per indicarle al pubblico ludibrio.
A questo punto le chiedo: può esistere, nascere, una destra diversa?
Adesso no. Adesso la destra è questa.
Perchè?
Ogni tentativo in questa direzione è fallito. Bisogna prenderne atto. Siamo un Paese anomalo, siamo un Paese dove hanno vinto le formule populiste. Una destra sul modello di quello tedesco o francese è inimmaginabile. Come è difficilissimo trovare lo spazio per un altro tipo di sinistra, o di centro. La chiave di questo Paese è la competizione populista.
Si sente sconfortata?
No, per carità , osservo. La sola cosa sconfortante è che, inseguendo questa chiave populista, il Paese sta letteralmente andando a rotoli.

(da “Huffingtonpost“)

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IN ITALIA MANCA UNA DESTRA LIBERALE, COME NEI PRINCIPALI PAESI EUROPEI

Ottobre 28th, 2019 Riccardo Fucile

E QUESTA COMPONENTE DELLA SOCIETA’ CIVILE NON SI SENTE PIU’ RAPPRESENTATA

La politica, i politici, hanno agito ed agiranno sempre allo stesso modo. Difficilemente seguiranno metodologie diverse rispetto al “vivere alla giornata”; del “vivere il momento”.
L’ esito elettorale di ieri, ancorchè meramente amministrativo, ha dimostrato che grillini e piddini sono in caduta libera; che Forza Italia è in calo costante; che Salvini ha conservato un certo bacino elettorale (sempre più prossimo al 40%) e che che FdI ha incrementato i propri consensi.
Il “gioco” di Salvini è chiaro da un bel pezzo: conquistare il quorum di consensi necessario per poter governare da solo.
La Meloni e Berlusconi sarebbero delle mere “ruote di scorta” di un progetto di governo ad unica trazione, insomma.
Non ho idea se Salvini riuscirà  o meno nel suo intento. Penso soltanto che le “due ruote di scorta” dovrebbero prenderne atto, che lo dovrebbero tener presente e che dovrebbero organizzarsi diversamente ed in velocità , perchè se la Lega dovesse arrivare da sola a conquistarsi il “quorum di governo”, immagino che nessun ruolo verrebbe mai assegnato ai due minoritari compagni di viaggio di un progetto che soltanto solo continuano ad identificare, a chiamare come centrodestra, mentre “mister felpetta” lo ha già  ribattezzato come la “coalzione degli Italiani”, invece..
In una coalizione, la dimensione plurale è sempre un fattore necessario, proprio come la conseguente esigenza di una sintesi, sia valoriale che programmatica
Nell’area alternativa alla sinistre manca un soggetto destroliberale capace di inserirsi seriamente nello “schema” ridando spinta programmattrica e rappresentativa anche ad idee diverse dal sovranismo, dal populismo e dall’ antieuropeismo “da pagnotta”, così “richiamando” alle urne anche chi, non sentendosi più rappresentato, evita, sempre più sistematicamente, di andare a votare, e da tanto, troppo tempo, oramai
Non ho idea se accadrà . Non riesco ad immaginare nemmeno chi potrebbe riuscirci.
Immagino che continuerà  ad essere fervente la spinta verso il centro, invece; un centro che, forse, proverà  a farsi carico di idee, valori ed aspettative allo stato dilaniate da visioni grevi e che, molto probabilmente, attirano consensi soltanto per evidente incapacità  dei competir che si stanno alternando, di volta in volta, al governo del Paese. Già , il governo del Paese… Oggi come oggi, è tutto sempre più fugace, transuente e dannatamente fluido.
Il consenso va e viene “come se niente fosse”.
Forse, il tempo di ridare alla politica, ed all’impegno personale di ciascuno, una spinta propulsiva, programmatica e valoriale capace di durare molto più della vita di un hashtag, sarebbe più che necessario, perchè governare un Paese rimarrà , sempre, una delle sfide più ardue che ci si possa mai dare.
Ogni tanto, guardare indietro per attingere dalla “lezione dei Padri”, non sarebbe male.
Visioni proiettate nel tempo, ma, anche, arditamente ancorate al presente

Salvatore Totò Castello
Right Blu   – La Destra liberale

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LE CRITICHE DA DESTRA AI SOVRANISTI “MORTIFERI E TRADITORI”

Settembre 14th, 2019 Riccardo Fucile

FILIPPO ROSSI, CON “DALLA PARTE DI JEKYLL. MANIFESTO PER UNA BUONA DESTRA” (MARSILIO EDITORE) ELABORA L’ATTO DI ACCUSA AL MISTER HYDE CHE DOMINA LA SCENA POLITICA ITALIANA

Esiste una destra al di fuori di Matteo Salvini? Esiste una destra al di fuori di Giorgia Meloni?
Posto che, “in tutti i paesi occidentali esiste una destra schifosa, inimmaginabile, inqualificabile e inavvicinabile. Una destra populista e qualunquista, razzista, xenofoba, intimamente becera”; al cospetto di “una destra psicologicamente nazisteggiante”, esiste ancora una politica “che non parla alla pancia ma al cuore e al cervello e che può ancora richiamarsi a una cultura di destra”?
Doveva arrivare da un intellettuale di destra uno degli atti di accusa più duri al mister Hyde che domina lo scenario politico italiano (e non solo).
Accuse durissime allla “destra cattiva”, alla “Bestia”, al “truce”, al “plebeo”, che prevale sul “rispettabile dottor Jekyll”.
Filippo Rossi, fondatore del festival Caffeina, ai tempi del think-tank finiano FareFuturo – già , c’è stato un tempo, solo qualche anno fa, prima degli staff social più o meno bestiali, in cui la politica e la sua comunicazione si faceva nei think-tank – fu uno dei protagonisti e degli ispiratori della torsione della destra italiana post fascista in moderna e liberale.
Con altri eterodossi come Luciano Lanna, Sofia Ventura, Alessandro Campi, Benedetto Della Vedova, Fabio Granata e Flavia Perina, della genesi di Futuro e Libertà , che provava ad andare oltre l’Msi, An e il Popolo della Libertà .
Svolta faticosa, che provava a farsi egemonia culturale, osteggiata duramente dal mondo allora egemone berlusconano, non premiata nelle urne, e soprattutto demolita dall’emergere di categorie allora non predominanti come sovranismo o populismo. E oggi?
Oggi, scrive Filippo Rossi nel suo “Dalla parte di Jekyll. Manifesto per una buona destra” (Marsilio Editore), “una speranza a cui appoggiarsi è la fortissima sensazione di estraneità  rispetto a una destra sempre più caricaturale, deforme. Sempre più estrema in ogni sua espressione. Maleducata. Irascibile”.
Oggi, continua Rossi, la sfida ”è nel coltivare il dissenso, nel combattere la deriva estrema di una destra semplificatrice che, per raggiungere il potere e mantenerlo, incatena gli uomini alla loro stessa paura”. Che “militarizza la società ”.
Le accuse di Filippo Rossi non sono generiche, ma hanno destinatari precisi. “Nomi e cognomi? – si legge – È sin troppo facile pensare al leader della Lega Matteo Salvini e a Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia. Hanno in effetti tutte le caratteristiche politiche del mister Hyde: plebei più che populisti, orgogliosamente estremisti”. In una parola abbastanza efficace: “Gutturali”.
Ma non basta: “A pensarci bene, oltre a essere mortifera, questa destra è anche traditrice. Lo stesso Matteo Salvini è un traditore. Traditore della civiltà  italiana, capace di accogliere, aprirsi, vivere. (..) È traditore di una destra che vorrebbe essere giusta e rigorosa, che sa benissimo che salvare tutti non significa accogliere tutti”.
In definitiva, sintetizza Filippo Rossi, “Matteo Salvini è un anti-italiano. Lo è sempre stato e lo è ancora”.
Come è potuto accadere? Colpa della “condizione di impoliticità ” in cui la destra italiana “ha vissuto per troppi anni”. “Crogiolo perfetto per forgiare quel brodo culturale che l’ha condotta ad applaudire e cavalcare acriticamente ogni forma di generico populismo e bieco estremismo, che invece la riporteranno tragicamente indietro di decenni”.
Esempi? Dall’innamoramento per Di Pietro all’infatuazione per Berlusconi.
Per evitare “l’eterno ritorno dell’eguale biografia di una (certa) destra”, Filippo Rossi prova a ipotizzare “un’altra politica: moderna, laica, civile, e realista. Una politica patriottica senza essere nazionalista, aperta al nuovo. Anti-ideologica”.
Parole lontane anni luce dal lessico oggi trionfante. Insomma, c’è molto da lavorare per il rispettabile dottor Jekyll.

(da “Huffingtonpost”)

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LA DESTRA IN ITALIA E’ ROBA DA BAR, CI SONO TANTI ITALIANI DI DESTRA CHE NON NE POSSONO PIU’

Febbraio 22nd, 2019 Riccardo Fucile

NASCONDE IL VUOTO DI CONTENUTI DISTALLANDO RANCORE E PAURE… MA CRESCE LA RICHIESTA DI UNA DESTRA MODERNA, REALISTA, PACATA, COLTA

È inutile, non sopporto l’idea che la destra in Italia sia questa roba qua: cafona, rancorosa, primitiva, plebea.
È più forte di me, non sopporto l’idea che in Italia la destra sia roba da bar, da chiacchiere senza senso e senza costrutto. Passatempo cattivista.
Che a dirle stupida sia in definitiva più un complimento che un’offesa. E non sopporto questo suo razzismo subdolo. E non sopporto quel suo “prima qualcuno” che prende in giro soprattutto chi la vota.
È inutile, non mi adeguo. E so che, come me, ci sono tanti italiani che vorrebbero una destra diversa: pacata, realista, raffinata. Colta.
Una destra che non ostenta cappi e canottiere, che non fa la faccia cattiva per nascondere il suo vuoto di contenuti.
Lo so che esistono tanti italiani che vorrebbero una buona destra capace di accettare ed esaltare la complessità  della società  contemporanea, capace di prendere decisioni senza appellarsi ai rigurgiti culturali di una feccia minoritaria ma rumorosa.
Questi italiani esistono. Questa voglia di una destra corretta, senza megafono, esiste ed è forte.
Quel che non esiste, purtroppo, è una classe dirigente in grado di dare risposte a questa esigenza. Non esiste una èlite in grado di accettare la sfida di costruire con tanta calma e altrettanta fatica una destra non populista.
Forse non potrebbe essere altrimenti dopo la tragedia di una destra corrotta da quella vulgata berlusconiana che, inutile negarlo, è stata la scintilla politica di tutti i populismi di questo inizio millennio.
Ma tant’è, la battaglia è sempre lì, la trincea è lì. E la sfida è sempre la stessa: riuscire a dare voce a un’Italia che ancora oggi non riesce a non essere patriottica, che ancora sogna la modernizzazione e l’unificazione del Paese.
A un’Italia che vorrebbe tornare a essere orgogliosa di sè stessa senza dover salutare i propri figli costretti a emigrare per costruirsi un destino migliore.
A un’Italia che sa benissimo che per diventare grande ha bisogno di uno Stato che investa di più e spenda di meno.
A un’Italia che sa che è inutile prendersela con gli ultimi per cercare di diventare primi. Finchè l’Italia non avrà  questa destra, questa buona destra, ogni speranza è morta.
Ci terremo la feccia e saremo ancora feccia.

Filippo Rossi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA DESTRA NON E’ SOVRANISMO, POPULISMO, INVIDIA E RABBIA

Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile

CHI PROVIENE DA UNA STORIA DI MILITANZA A DESTRA NON PUO’ AVERE NULLA IN COMUNE CON LA LEGA

C’era una volta la destra…Quella dell’“Identità  Nazionale” e non del Nazionalismo. Quella dell’“Europa del popoli” e non della “negazione terraiola”. Quella del confronto, dell’inclusione e non della chiusura. Quella delle visioni ardite e non del compromesso al ribasso…
Ho sempre rispettato il voto e le opinioni di tutti, ma chi “proviene”, direttamente o indirettamente, da una certa storia, chi ha votato, militato e sostenuto l’M.S.I., prima, ed Allenza Nazionale, poi, non potrà  mai seriamente votarla, la Lega!
Non potrà  mai rinnegare le ragioni del Sud e di una Patria unitariamente competitiva all’interno di un sistema Europa parimenti (ed ampiamente) competitivo e solidale.
Non potrà  mai “ritrarre la mano” innanzi a chi ne ha davvero bisogno, Italiano o straniero che sia!
Non potrà  mai revocare in dubbio le ragioni del merito, della legalità  (che varrà  – e che dovrebbe valere – sempre nei confronti di chiunque, “sedicenti nazionalisti” compresi), del mercato e della modernità  e non potrà  mai rinnegare l’Europa…
“Così adesso io vi dico, la destra o è Europa o non è. L’Europa o va a destra o non si fa!” (Giorgio Almirante)
Perchè la destra non è “rabbia”, “invidia”, “sovranismo”, “populismo”, “paura dello straniero” o negazione del confronto, ma “visionaria tensione” verso la modernità ; “architettura” riformista all’insegna del “mini-Stato”, della libertà  (di essere, di pensare e di rappresentare), della competività  e della solidarietà .
Quell’idea capace di “esaltare” il singolo e la collettività  rifuggendo da qualsivoglia tentazione massificante, sia nelle idee che nello spirito.
Idee incendiarie e “cuore”. Un moderno, rediviso “umanesimo”, “caldo”, liberale e di libertà …

Salvatore Castello
Right BLU – La Destra liberale

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SALVINI E’ LA DESTRA PER COME L’HA SOGNATA LA SINISTRA PER ANNI: BECERA E RAZZISTA

Ottobre 6th, 2018 Riccardo Fucile

DEFINIRE SALVINI DI DESTRA E’ UNA BESTEMMIA POLITICA

Salvini e la destra. In un paese normale dovrebbe essere uno iato intellettuale, una bestemmia politica.
Perchè, davvero, abbinare la figura di Matteo Salvini con una delle tante declinazioni possibili di una destra di governo è davvero difficile. Impossibile.
Certo, se poi invece destra è davvero diventata quello che pretendeva la sinistra italiana (becerume culturale, bava alla bocca, urlo permanente, instupidimento cerebrale, violenza verbale), allora sì: Matteo Salvini incarna alla perfezione quest’idea di destra impolitica, di estrema destra capace solo di esaltare i problemi senza trovare le soluzioni, capace solo di vivere sulle paure dei più senza scommettere sul coraggio di pochi.
Salvini è la destra per come l’ha sognata la sinistra per anni: un incubo.
Ma un grande paese come l’Italia non può sottostare senza reagire a questa idea caricaturale, deforme di destra. Un fenomeno da baraccone.
Bisogna tentare di ricostruire una destra pacata (non moderata), elitaria, professionale, realista, efficace, sapiente.
Che sappia immaginare una grande Italia in una grande Europa.
Che sappia declinare il patriottismo senza riempirlo dei peggiori sentimenti umani. Una destra che sappia gettare le fondamenta di nuove cattedrali per una “povera patria” abbandonata a se stessa, che sappia finalmente pensare alla unificazione del paese senza mettere gli uni contro gli altri.
Una destra che sa benissimo che non è nè con l’odio sociale nè con la paura diffusa che si costruisce una grande casa comune i cui muri siano intrisi di grandezza e di orgoglio.
Tutto questo è velleitario? Sicuramente sì. Ma la grande politica nasce proprio nei momenti in cui la strada sembra farsi più difficile.
È in quel momento che bisogna mettersi in cammino.

Filippo Rossi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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ALDO CAZZULLO SUL “CORRIERE”: “SI PUO’ ESSERE DI DESTRA E CONDANNARE IL RAZZISMO”

Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile

UNA RISPOSTA AI TANTI CAZZARI CHE NON HANNO ANCORA CAPITO CHE DESTRA E’ LEGALITA’

Non capisco perchè denunciare il razzismo debba essere «di sinistra».
Non capisco perchè per essere di destra si debba negare che in Italia il razzismo esista. Penso che si possa essere di destra e denunciare il razzismo; come ha fatto ad esempio il presidente del Veneto Luca Zaia.
Se uno spara dal balcone a una bimba rom di tredici mesi, è difficile negare che abbia commesso un gesto di razzismo, e diciamo pure di odiosa vigliaccheria.
Se spara a un operaio nero che lavora su un’impalcatura, anche.
Il razzismo va condannato, e basta; non può essere negato.
Non c’è contraddizione tra arrestare gli immigrati che commettono reati e stigmatizzare i gesti di razzismo.

(da “il Corriere della Sera”)

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