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CHE COSA CAMBIA CON LA VITTORIA DEI SI’

Giugno 14th, 2011 Riccardo Fucile

NUCLEARE, ACQUA, LEGITTIMO IMPEDIMENTO: COSA HANNO ABROGATO GLI ITALIANI E COSA CI ASPETTA

E adesso che i referendum sono passati, cosa cambia davvero? Le reazioni a catena dei quattro Sì anticipano qualcosa di nuovo sul futuro dell’Italia.
Non c’è più il legittimo impedimento“
Qui a Milano vogliono fare quattro processi contemporaneamente. Ma dovranno adeguarsi un po’ anche loro alle esigenze del premier. E soprattutto della difesa”. Come ogni lunedì, giorno fissato per le udienze dei processi milanesi a carico di Berlusconi, ieri Niccolò Ghedini era in aula.
Stakanovista, persino erculeo nel gestire tutti i filoni di difesa, deve anche pensare a fare il deputato.
E adesso, senza legittimo impedimento, cosa cambierà ?
“Niente — cantilena Ghedini —, con la corte continueremo a comportarci secondo il principio della leale collaborazione suggerito dalla Consulta”.
Insomma, chiedere di giustificare le assenze per impegni di governo ormai non si può più, e il rischio è che qualche processo possa andare a sentenza prima del previsto. A meno che, circumnavigando il referendum, si agisca su altri fronti.
Per esempio, già  oggi la conferenza dei capigruppo al Senato potrebbe decidere di calendarizzare in aula il disegno di legge sulla prescrizione breve: dopo tre letture è praticamente pronto per andare al voto al Senato (dove la maggioranza non ha problemi di quorum).
Se dopo il 22 giugno la Camera si assestasse, magari puntellata da nuove nomine governative, le carte in tavola cambierebbero a favore di Berlusconi. Ancora una volta.
Niente nucleare: più rinnovabili e carbone
Al contrario, mani legatissime per esecutivo e Parlamento sulla questione nucleare. Almeno nei prossimi cinque anni non sarà  possibile proporre nè legiferare sul tema, rispettando la volontà  popolare che si è appena espressa.
Quindi, più investimenti sulle fonti energetiche tradizionali come carbone e gas (sempre caro a Berlusconi, specie quando arriva dall’amico Putin) e anche sulle rinnovabili.
Sarà  tutto un fiorire di — inquinantissime — centrali a carbone o sboccerà  una vera passione ecologista?
La Borsa di Milano ieri ha puntato sulla seconda ipotesi: in una giornata negativa per il mercato, Enel Green Power ha guadagnato bene, e tutto il comparto ha funzionato sull’onda del voto.
In difficoltà  le utilities
Negativo invece in Piazza Affari l’andamento delle compagnie che gestiscono l’acqua: già  nelle ultime settimane il mercato aveva subodorato la tendenza facendo perdere a titoli come Acea, Hera e Iren valori tra il 5 e il 10 per cento.
“Ed è solo l’inizio — spiega Ugo Mattei, del Comitato acqua —. Nel momento in cui la Gazzetta Ufficiale pubblicherà  l’esito del risultato, dandogli valore di legge, noi chiederemo ai Comuni un calo immediato del 7 per cento sulle bollette emesse dalle società  secondo la previsione del decreto Ronchi.
Dubito però sullo spirito collaborativo, i contratti firmati non prevedono l’ipotesi del cambio di legge in corsa, quindi le varie amministrazioni dovranno cercare una soluzione”.
Per i comitati, dunque, è già  ora di pensare al dopo: abolito il concetto di rendimento garantito sugli investimenti, cancellato il pericolo di obbligo di gara per i servizi pubblici (inclusi trasporti e rifiuti) o di rafforzamento dei privati nell’azionariato, si ragiona sulle prospettive.
“Abbiamo restituito un pezzo di Italia agli italiani — chiude Mattei —. E vigileremo perchè nessuno faccia marcia indietro.
C’è il disegno della Commissione Rodotà  in Senato, abbiamo una nostra proposta da offrire, l’importante è ci sia una volontà  seria di affrontare queste tematiche. Nell’interesse comune, non di chi vuol far fruttare i capitali”.

Chiara Paolin
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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REFERENDUM NUCLEARE: DIECI MOTIVI PER VOTARE SI’

Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile

COSTANO TROPPO, SONO PERICOLOSE, NON RISOLVONO I PROBLEMI ENERGETICI…IL RIPENSAMENTO SULL’ATOMO E’ GLOBALE

Non vi fidate di quello che dicono da sempre gli antinuclearisti?
E allora prendete in parola quello che dicono persone caute e ragionevoli come i ministri dei governi di Berlino e di Berna che, nelle scorse settimane, hanno ufficialmente annunciato la chiusura delle centrali atomiche in Germania e in Svizzera.
Se non vi bastano questi esempi, ecco dieci motivi per votare Sì al referendum e andare a tener compagnia a tedeschi e svizzeri, lontano dal nucleare.

1) Il nucleare non è sicuro.
In base al calcolo delle probabilità , ci dovrebbe essere un meltdown di un reattore (la fusione del combustibile, l’incidente più temuto) ogni 250 anni.
Ne abbiamo avuti cinque (Three Mile Island, Cernobyl e tre a Fukushima) in 50 anni.
E le ultime notizie dicono che a Fukushima il combustibile radioattivo è uscito all’aperto, la situazione più pericolosa.
Non è solo un problema di tecnologie più o meno sicure. È anche un problema di banale manutenzione quotidiana.
I rapporti delle agenzie di sicurezza nucleari sono pieni di tetti che gocciolano, tubature che perdono, valvole bloccate, controlli rimandati o trascurati, tutti potenziali motivi di disastro. Sfioriamo ogni giorno l’incidente. Come in ogni industria.
Ma quella nucleare, con il suo carico di radioattività , è la più pericolosa di tutte.

2) L’Italia è un paese sismico. Meno del Giappone, ma con la sua quota di devastanti terremoti (e tsunami, come a Messina nel 1908). La zona meno soggetta è una stretta striscia fra Piemonte e Lombardia, ma i siti previsti dal governo prevedono aree a rischio “moderato”. La scienza dei terremoti è però giovane e approssimativa, come dimostra il recente caso giapponese, dove gli scienziati non si aspettavano un sisma così violento.

3) L’incubo delle scorie. Restano radioattive e pericolose per centinaia di migliaia di anni. Oggi, nel mondo, queste “bombe sporche” sono accatastate a fianco delle centrali.
Nessuno è riuscito a trovare e costruire un deposito sicuro e permanente.
I francesi lo stanno progettando (a carico dello Stato): costerà  15 miliardi di euro, quasi quanto tre centrali atomiche.

4) Il nucleare che viene dall’estero. Assai poco. Secondo le stime ufficiali, l’1,5% dell’elettricità  italiana proviene dal nucleare straniero.
E le centrali straniere sono a non meno di 100 chilometri dai nostri confini, oltre la fascia più pericolosa (circa 40 chilometri)

5) L’effetto serra. È la carta migliore a disposizione dei nuclearisti. Ma va vista in proporzione. Senza centrali atomiche, il mondo, oggi, produrrebbe 2 miliardi di tonnellate di Co2 in più. Una cifra importante, ma non decisiva: trasformare a gas le attuali centrali a carbone consentirebbe di risparmiarne di più.

6) La dipendenza energetica.
Quale? Le macchine continueranno ad andare a benzina, che il nucleare non produce. Quanto all’elettricità , il gas, oggi, con le nuove fonti non convenzionali, è diventato economico e abbondante. In futuro ne importeremo sempre di più da Usa, Polonia e Sudafrica e sempre meno da Russia e Libia.

7) Lo sviluppo delle rinnovabili. Grandi centrali nucleari presuppongono una rete di distribuzione molto concentrata, che unisce grossi centri di consumo a grossi centri di produzione. Tutto il contrario delle rinnovabili, che hanno bisogno di una rete (produzione – distribuzione) molto leggera e diffusa.

8) Costa troppo. Il prezzo di un kilowattora nucleare è dato dal costo di costruzione della centrale che lo produce. Questo costo continua a salire.
Le centrali proposte dall’Enel costerebbero, oggi, 6-7 miliardi di euro l’una, quanto basta per mettere il kw nucleare fuori mercato.
Questo sovracosto ce lo troveremmo in bolletta.
Negli Usa, negli ultimi mesi, su quattro progetti di centrali atomiche in corso, due sono stati congelati, due sono andati avanti.
Quelli congelati dovevano servire aree in cui c’è il mercato libero dell’elettricità .
Quelli che sono andati avanti serviranno aree in cui le norme consentono di caricare i costi di produzione sugli utenti. In termini generali, il solo piano Enel assorbirebbe investimenti per 25-30 miliardi di euro, circa il 2% del Pil nazionale.

9) Affari e occupazione. La metà  degli appalti di una centrale riguarda, in realtà , reattore e turbine, che compreremmo chiavi in mano dall’estero. A regime, finita la fase di costruzione, una centrale impiega poche centinaia di persone. In Germania, 40 mila persone lavorano nel nucleare, 440 mila nelle rinnovabili.

10) Se ne può fare a meno.
Anche con un rilancio immediato, il nucleare non è una risposta ai problemi di oggi dell’energia italiana.
Sarebbe una risposta ai problemi di domani: con i tempi di costruzione di una centrale, il nucleare non darebbe un apporto significativo prima del 2025-2030.
A quella data, secondo il piano Enel, dovrebbe fornire il 12,5 % del fabbisogno di elettricità . Secondo alcuni studi, fra vent’anni, le rinnovabili italiane (solare, vento, piccolo idroelettrico, geotermia) potrebbero arrivare a soddisfare il 36 % del fabbisogno.
Se, a quel punto, non avremo trovato una superbatteria, per colmare i vuoti di produzione di fonti volatili come fotovoltaico ed eolico (legate, oggi, all’effettiva presenza di sole e vento) si può pensare a piccole centrali a gas di complemento.
Si può essere meno ottimisti e puntare obiettivi meno ambiziosi del 36 %.
Contro il 12,5% che dovrebbe assicurare il nucleare italiano, i tedeschi contano di portare dal 17 al 38% – venti punti in più – la loro quota di rinnovabili. Entro il 2020.

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CAPPELLACCI, COTA, ZAIA E MICCICHÉ: I “MUTANTI” DELL’ATOMO

Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile

FENOMENI PARANORMALI: PER CONVINZIONE O PER INTERESSE SONO TANTI I POLITICI CHE HANNO CAMBIATO OPINIONE

“Il nucleare è secondario, il mio vero tema sono i tumori”.
Umberto Veronesi, presidente della mai del tutto operativa Agenzia per il nucleare, ora, si sfila.
Proprio lui, che lo scorso 30 novembre — tra lo sconcerto dei più — dichiarò: “Potrei dormire in camera da letto con le scorie”.
Non è dato sapere se l’ex ministro della Sanità  sia andato fino in fondo al suo esperimento, tuttavia la risposta sbrigativa del celebre oncologo ai cronisti che ieri reclamavano una sua opinione sul referendum del 12-13 giugno, sembra quasi provenire da un “mutante”, categoria che, trattandosi di nucleare, non è del tutto inappropriata: “Senza il nucleare l’Italia muore”, dichiarò Veronesi pochi giorni prima il disastro di Fukushima, “Rimango convinto che per risolvere il drammatico problema energetico del futuro dovremo pacatamente valutare i rischi e i benefici di tutte le fonti di energia, senza escludere il nucleare”, ribadì un mese dopo lo tsunami.
Il terremoto in Giappone, insomma, non gli ha fatto cambiare opinione; la possibilità  del raggiungimento del quorum (forse) sì.
Chi non ha mai mutato i suoi convincimenti pro atomo è il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, ma poco tempo fa il ministro è stato pizzicato da un cronista dell’Ansa mentre, in una conversazione con il collega Tremonti, confidava: “È finita, non possiamo rischiare le elezioni per il nucleare. Non facciamo cazzate”, fino ad augurarsi, pochi giorni fa sul Mattino, che “l’evoluzione tecnologica possa un domani far fronte con le rinnovabili alla quantità  di energia che il Paese richiede”.
Chi dal Pdl dice no senza se e senza ma è il fedelissimo berlusconiano Ugo Cappellacci, presidente della Regione Sardegna: “Voterò contro il nucleare ma non mi sento un traditore”, dichiara a Repubblica.
In effetti le sue posizioni sul tema erano note e un eventuale mutamento sarebbe stato difficile da conciliare con il 97,13% di voti contrari al nucleare del referendum consultivo tenutosi in Sardegna poche settimane fa.
Tra i colleghi di Cappellacci si attendono notizie di Roberto Cota che, non appena insediato alla presidenza della Regione Piemonte, ritirò il ricorso della precedente Giunta alla Corte costituzionale contro il programma nucleare del governo (salvo poi escludere subito dopo la disponibilità  del Piemonte ad accogliere nuove centrali).
Il Veneto Luca Zaia, invece, ha già  detto che voterà  “sì” ai quesiti su acqua e nucleare: “Il sentimento del popolo è quello di difendere fino in fondo questi due grandi valori”.
Idea condivisa — oltre che dal sindaco leghista di Varese — anche dal collega di partito Angelo Alessandri, presidente della commissione Ambiente della Camera: “Ormai il nucleare in Italia non c’è più, il referendum è inutile. Quanto all’acqua sto pensando se andare a votare per il primo quesito”. Posizione simile a quella già  resa nota dal leader di “Forza Sud” Gianfranco Miccichè: “Sono per l’acqua pubblica”.
Sul quarto quesito, quello sul legittimo impedimento, non si registrano mutanti in circolazione.
Per il momento.

Stefano Caselli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IL PREMIO NOBEL RUBBIA: “L’ATOMO E’ TROPPO COSTOSO, LA CARTA VINCENTE E’ IL MIX GAS-GEOTERMIA”

Giugno 11th, 2011 Riccardo Fucile

“GUAI A IGNORARE LA LEZIONE DI FUKUSHIMA, PER ARRIVARE AL 25% DI ELETTRICITA’ DAL NUCLEARE IL COSTO E’ DI 100 MILIARDI, MA DOVE SONO I PRIVATI DISPOSTI AD INVESTIRLI?”

«Fukushima ha rappresentato una grande sorpresa perchè ha evidenziato uno scollamento tra le previsioni e i fatti. E’ stata una lezione ed è pericoloso non imparare dalle lezioni. Soprattutto per un paese come l’Italia che con il Giappone ha molti problemi in comune: non solo la sismicità  ma anche gli tsunami prodotti da un terremoto, come l’onda gigante che ha distrutto Messina nel 1908. E’ ragionevole fare una centrale atomica in Sicilia?».
Carlo Rubbia, il Nobel che in Italia ha inventato il progetto pilota per il solare termodinamico, osserva il panorama energetico a tre mesi dall’inizio di un incidente nucleare che non si è ancora concluso.
Dopo Fukushima tutto il mondo s’interroga sul futuro del nucleare e paesi come la Germania e la Svizzera hanno deciso di uscire dal club dell’atomo. Il governo italiano invece vuole rientrare. Le sembra una buona scelta?
Non si può rispondere con un sì o con un no. Bisogna esaminare i problemi partendo da una domanda fondamentale: quanti soldi ci vogliono e chi li mette. Si dice che una centrale nucleare costa 4-5 miliardi di euro. Ma senza calcolare gli oneri a monte e a valle, cioè le spese necessarie per l’arricchimento del combustibile e per la creazione di un deposito geologico per le scorie radioattive come quello che gli americani hanno cercato di fare, senza riuscirci ma spendendo 7 miliardi di dollari, a Yucca Mountain.
Insomma quanto costerebbe il piano italiano che punta ad arrivare al 25 per cento di elettricità  dall’atomo?
Per raggiungere un obiettivo del genere, e o si raggiunge un obiettivo del genere oppure è inutile cominciare perchè si hanno solo i problemi senza i vantaggi, serviranno una ventina di centrali e quindi possiamo immaginare un costo diretto che si aggira sui 100 miliardi di euro. Il punto, come dicevo, è chi li mette sul tavolo.
In tutto il mondo i capitali privati tendono a tenersi lontani dal nucleare, li spaventa il rischio.
Proprio così. Nei paesi che hanno scommesso sull’energia nucleare questa scelta è stata finanziata, in un modo o nell’altro, dallo Stato, spesso perchè lo Stato era impegnato nella costruzione di bombe atomiche. Per questo le centrali francesi sono costate tre volte meno di quelle tedesche: buona parte degli investimenti strutturali erano a carico della force de frappe. Ora se in Italia ci sono – e sarebbe una novità  – privati interessati a investire in questo settore, bene: si facciano avanti. Altrimenti bisogna dire con onestà  che i soldi vanno presi dalle tasse.
La Germania ha deciso di chiudere le centrali nucleari perchè considera più conveniente investire nelle fonti rinnovabili. Condivide il giudizio?
Io ho parlato a lungo proprio con le persone che hanno preso questa decisione. E’ stato un passo importante perchè il futuro è lì, ma bisogna tener presenti i tempi dell’operazione: le fonti rinnovabili per esprimere a pieno il loro potenziale, arrivando a sottrarre quote importanti ai combustibili fossili, hanno bisogno ancora di 10-15 anni. Quindi bisogna pensare a una transizione.
Per questo il centrodestra italiano parla di nucleare.
«Non diciamo sciocchezze, una centrale nucleare approvata oggi sarebbe pronta tra 10-15 anni, alla fine del periodo di transizione. Noi abbiamo bisogno di impianti con un basso impatto ambientale e tempi di costruzione rapidi. Penso a un mix in cui l’aumento di efficienza gioca un ruolo importante, sole e vento crescono e c’è spazio per due fonti che possono produrre subito a costi bassi».
Quali?
Innanzitutto il gas, che è arrivato al 60 per cento di efficienza e produce una quantità  di anidride carbonica due volte e mezza più bassa di quella del carbone: il chilowattora costa poco e le centrali si realizzano in tre anni. E poi c’è la geotermia che nel mondo già  oggi dà  un contributo pari a 5 centrali nucleari. L’Italia ha una potenzialità  straordinaria nella zona compresa tra Toscana, Lazio e Campania, e la sfrutta in maniera molto parziale: si può fare di più a prezzi molto convenienti. Solo dal potenziale geotermico compreso in quest’area si può ottenere l’energia fornita dalle 4 centrali nucleari previste come primo step del piano nucleare. Subito e senza rischi.

Antonio Cianciullo
(da “La Repubblica“)

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I QUATTRO REFERENDUM: MEGLIO VOTARE, FA BENE A TUTTI

Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile

ASTENERSI PER DIRE POI DI AVER VINTO IN CASO DI MANCATO RAGGIUNGIMENTO DEL QUORUM NON SARA’ MAI UN SUCCESSO REALE…SI VINCE O SI PERDE SUL CAMPO, NON RESTANDO NEGLI SPOGLIATOI

Dice il ministro della Salute Ferruccio Fazio che per lui votare ai referendum sarà  «un bel problema» perchè è residente a Pantelleria: «Spero di farcela, ma se non vado a votare non sarà  per motivi ideologici».
I suoi colleghi Maurizio Sacconi, Altero Matteoli, Giorgia Meloni e Claudio Scajola spiegano invece che no, loro non ci andranno alle urne proprio per far fallire le consultazioni.
Sulla stessa posizione sta Roberto Formigoni.
Che a chi gli rinfacciava che «è grave che chi riveste un ruolo istituzionale dichiari di non voler partecipare a un istituto democratico che permette a tutti i cittadini di dire la propria», ha ricordato piccatissimo che «ai sensi delle leggi vigenti non vi è alcun obbligo per i cittadini di andare a votare».
Compreso, ovvio, «il cittadino Formigoni». Il quale, dieci anni fa, quando il governo di sinistra fece esattamente come stavolta quello di destra e cioè rifiutò di abbinare le elezioni e il referendum sulla devolution lombarda fortissimamente voluto dal governatore e dalla Lega per non favorire il superamento del quorum, era furente: «Un killeraggio».
In realtà , come ricordava un giorno Filippo Ceccarelli, «chi è senza astensionismo scagli la prima pietra».
Pier Ferdinando Casini, per dire, oggi si batte perchè tutti vadano a votare ma sulla procreazione assistita era favorevole all’astensione pur avendo sostenuto nel 1997, quando l’invito ad «andare al mare» aveva mandato a monte, scusate il pasticcio, 7 quesiti, che «è sempre un giorno triste, quando le urne vengono disertate».
E Piero Fassino, che a quell’appuntamento del 2005 era impegnatissimo a superare il quorum sulla procreazione, aveva due anni prima spiegato, a proposito dell’estensione dell’articolo 18 alle piccole imprese: «La strategia passa attraverso la richiesta ai cittadini di non partecipare».
Perfino i radicali, che più coerentemente hanno sostenuto il valore democratico del voto referendario, hanno qualcosa da farsi perdonare.
Fu Marco Pannella, infatti, a ventilare per primo l’ipotesi dell’astensione per far fallire lo scontro sulla scala mobile nel 1985.
E da allora è sempre andata così.
Da una parte quelli che vogliono vincere «pulito» con il quorum, dall’altra quelli che non vogliono rischiare di perdere e puntano a sommare il loro astensionismo a quello fisiologico.
Indifferenti all’accusa, volta per volta ribaltata, di essere dei «furbetti».
Prima delle parole dette in questi giorni da Giorgio Napolitano, un altro presidente si era speso per la partecipazione.
Carlo Azeglio Ciampi: «È ovvio che l’astensione è legittima, ma io ho votato per la prima volta a 26 anni, perchè prima in Italia non era dato, e da allora l’ho sempre fatto perchè considero il voto una conquista e un diritto da esercitare».
Ecco, per costruire una democrazia compiuta, quali che siano i referendum sul tavolo, i valori in gioco, gli schieramenti politici, si potrebbe partire da qui. Dalla necessità  di salvaguardare uno strumento di partecipazione che, dopo 24 fallimenti consecutivi a partire dal 1995, non possiamo più permetterci di mandare a vuoto.
Certi cattolici come Mario Segni, controcorrente rispetto alle stesse scelte della Chiesa, decisero ad esempio di andare a votare anche sulla fecondazione assistita.
Votarono da cattolici, non da atei, laicisti, anti-clericali. Ma votarono.
Convinti che, se avessero vinto nelle urne, sarebbe stata una vittoria più bella che non quella ottenuta col trucco.

Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)

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IL NUCLEARE IN ITALIA? DECISO DA MAZZETTE E INTERESSI PRIVATI, LO SVELA WIKILEAKS IN UN CABLO SEGRETO DELL’AMBASCIATORE USA A ROMA

Giugno 6th, 2011 Riccardo Fucile

IL DIPLOMATICO INFORMAVA WASHINGTON CHE “ALTI UFFICIALI” DEL GOVERNO BERLUSCONI AVREBBERO PRESO TANGENTI PER COMPRARE TECNOLOGIE E CENTRALI FRANCESI

All’inizio è solo un timore, poi si trasforma in più di un sospetto: la rinascita del nucleare in Italia è condizionata dalle tangenti.
Un’ipotesi circostanziata, messa nero su bianco in un rapporto del 2009 per il ministro dell’Energia di Obama, Steven Chu.
Negli oltre quattro mila cablo dell’ambasciata americana di Roma la parola corruzione compare pochissime volte e in termini generici.
Quando invece si parla delle nuove centrali da costruire, allora i documenti trasmessi a Washington diventano espliciti, tratteggiando uno scenario in cui sono le mazzette a decidere il destino energetico del Paese.
Nel momento in cui il devastante terremoto giapponese obbliga il mondo a fare i conti con i rischi degli impianti e lo spettro di una colossale contaminazione, i documenti ottenuti da WikiLeaks che “l’Espresso” pubblica in esclusiva permettono di ricostruire la guerra nucleare segreta che da sei anni viene combattuta in Italia.
Uno scontro di Stati prima ancora che di aziende, per mettere le mani su opere che valgono almeno 24 miliardi di euro e segneranno il futuro di generazioni. Francesi, russi e americani si danno battaglia su una scacchiera dove si confondono interessi industriali, politici e diplomatici: cercano contatti nel governo, nei ministeri, nei partiti e nelle aziende.
Per riuscire a conquistare quello che appare il mercato più ricco d’Europa. E lo fanno — secondo i dossier statunitensi — senza esclusione di colpi.
Gli americani cominciano a muoversi nel 2005, quando con una certa sorpresa scoprono che l’energia nucleare sta risorgendo dalle ceneri del referendum del 1987.
Per gli Usa si tratta di un’occasione unica: lo strumento per allontanare l’Italia dalla dipendenza nei confronti del gas russo, l’arma più potente nelle mani di Vladimir Putin.
La questione diventa quindi “prioritaria” per l’ambasciata di Roma, che si muove verso due obiettivi: convincere i politici a concretizzare il programma atomico e far entrare nella partita i colossi americani del settore.
Complici il prezzo sempre più alto degli idrocarburi, i rincari delle bollette e le promesse di sicurezza dei reattori più avanzati, gli italiani sembrano sempre meno ostili al nucleare.
E il governo di Silvio Berlusconi non mostra dubbi su questa scelta.
Più difficile — scrivono nel 2005 — convincere il centrosinistra che “si oppone largamente all’idea. Comunque, i nostri contatti sostengono che, anche se dovesse tornare al governo, il rinnovato impegno dell’Italia nei programmi nucleari non si fermerà ”.
La componente verde della maggioranza di Romano Prodi si oppone a ogni programma.
Il ministro Pier Luigi Bersani invece apre alle sollecitazioni statunitensi e nel 2007 spiega all’ambasciatore che “l’Italia non è fuori dalla produzione di energia nucleare, l’ha solo sospesa”, per poi riconoscere che “carbone pulito e nucleare probabilmente giocheranno un ruolo importante nell’assicurare i bisogni del futuro”.
Lo stesso Bersani che in questi giorni, dopo la crisi nipponica, è stato pronto a condannare “il piano nucleare del governo”.
Lo scontro più feroce però è quello che avviene per costruire i futuri impianti: almeno sei centrali, ciascuna del costo di circa 4 miliardi.
Si schierano aziende-Stato, che sono diretta emanazione dei governi e godono dell’appoggio di diplomazie e servizi segreti.
In pole position i francesi di Areva, quasi monopolisti nel Vecchio continente dove hanno aperto gli unici cantieri per reattori di ultima generazione: hanno 58 mila dipendenti e 10 miliardi di fatturato l’anno.
E anche i russi, che nonostante Chernobyl continuano a esportare reattori in Asia, cercano di partecipare alla spartizione della torta.
Negli Usa ci sono Westinghouse e General Electric che “sono interessate a vendere tecnologia nucleare all’Italia, ma si trovano a dover affrontare una dura competizione da parte di rivali stranieri i cui governi stanno facendo una pesante azione di lobbying sul governo italiano”.
L’allerta diventa massima nel 2008, quando Berlusconi assicura agli Usa che stavolta il suo esecutivo “rilancia sul serio il settore.
Se andranno davvero avanti, ci saranno contratti per decine di miliardi”.
Con una minaccia: “Vediamo già  un’azione di lobbying ad alto livello da parte dei leader del governo inglese, francese e russo”.
I colloqui con il consigliere diplomatico del ministro Claudio Scajola, Daniele Mancini, “suggeriscono che i francesi e i russi stanno già  manovrando e facendo lobbying per i contratti”.
Ed ecco la previsione: “La corruzione è pervasiva in Italia e temiamo che potrebbe essere uno dei fattori che dovremo affrontare andando avanti”. L’avversario è Parigi, che può sfruttare gli intrecci economici tra Enel ed Edf per stendere la sua trama.
“Temiamo che i francesi abbiano una corsia preferenziale a causa della loro azione di lobbying ai più alti livelli e a causa del fatto che le compagnie che probabilmente costruiranno gli impianti in Italia hanno tutte un qualche tipo di French connection. Continueremo i nostri energici sforzi per garantire che le aziende americane abbiano una giusta chance”.
Pochi mesi dopo i francesi danno scacco: Sarkozy e il Cavaliere firmano l’accordo che assegna ad Areva la costruzione di quattro reattori modello Epr in Italia.
Siamo a febbraio 2009, la diplomazia statunitense vuole impedire che il successo di Parigi si trasformi in scacco matto.
E intensifica gli sforzi per occupare gli spazi rimasti, ossia la fornitura di almeno altre due centrali.
A maggio arriva a Roma il Mister Energia di Obama, Steven Chu.
L’ambasciata lo mette in guardia: “L’intensa pressione dei francesi, che forse comprende tangenti (“corruption payment”) a funzionari del governo italiano, ha aperto la strada all’accordo di febbraio tra le aziende parastatali italiana e francese, Enel e Edf, in modo da formare un consorzio al 50 per cento per costruire centrali in Italia e altrove. L’intesa prevede la costruzione di quattro reattori dell’Areva entro il 2020 e, cosa ancora più preoccupante, può imporre quella francese come tecnologia standard per il ritorno dell’Italia al nucleare“.
Gli americani ipotizzano che dietro la scelta degli standard a cui affideremo il nostro futuro e la sicurezza del Paese ci possano essere state bustarelle.
E chiedono al ministro per l’Energia: “Dovrebbe far presente che abbiamo preoccupanti indicazioni del fatto che alle aziende americane sarà  ingiustamente negata l’opportunità  di partecipare a questo programma multimiliardario”. L’ambasciata è molto decisa nel delineare un contesto di scorrettezza.
Il promemoria scritto da Elizabeth Dibble, all’epoca reggente della sede di Roma oggi diventata consigliera di Hillary Clinton, insiste: “è anche molto importante che ricordi al governo italiano che ci aspettiamo pari opportunità  per le nostre aziende, visto quello che abbiamo notato fino a oggi nel processo di selezione”.
Alla fine del 2008 gli Usa ritengono che Berlusconi stia per annunciare un accordo per il nucleare anche con Mosca.
Ma uno degli uomini chiave del ministero dello Sviluppo Economico, Sergio Garribba, rassicura gli americani e “ridendo” spiega la reale natura della collaborazione atomica con i russi: “è una barzelletta, solo pubbliche relazioni”. L’ambasciata scrive che l’alto funzionario “probabilmente ha ragione: gli italiani nel 1987 hanno chiuso il loro programma in risposta a Chernobyl…”.
Ma non si fidano completamente “visti gli stretti rapporti tra Berlusconi e Putin“.
E temono che comunque la coalizione tra Eni e Gazprom per il gas, che alimenta anche le centrali elettriche, si trasformerà  in un muro per ostacolare il nucleare. “Si dice che l’Eni stia facendo una dura azione di lobbying contro la riapertura della partita da parte di Enel“, registra nel 2005 l’ambasciatore Sembler, “perchè ridurrebbe sia il mercato di Eni che la sua influenza politica”.
Anche se le resistenze più forti verranno dal nimby, l’opposizione delle comunità  locali ai nuovi reattori.
“L’Italia è una penisola lunga e stretta, con una spina dorsale di catene montuose e con coste densamente popolate. Il numero dei siti dove costruire impianti è limitato… Se continua a decentralizzare i poteri alle regioni attraverso le riforme costituzionali — sostengono i nostri contatti — un revival nucleare sarà  veramente improbabile“.
Forse per questo, in tempi più recenti, l’ambasciata “programma” di contattare anche il leghista Andrea Gibelli, che presiede la commissione Attività  produttive della Camera.
Nei ministeri di Roma la battaglia nucleare si combatte stanza per stanza.
Gli americani cercano di avere referenti fidati negli uffici chiave e ogni nomina viene analizzata.
Nel 2009 guardano con diffidenza ai tre tecnici italiani designati per il G8 dell’energia: “Uno attualmente lavora per la potente Eni”.
Fino ad allora, si erano spesso rivolti a Garribba, “uno dei grandi esperti di energia, consulente tecnico del ministro Scajola”: è definito “uno stretto contatto dell’ambasciata”.
Ma nel 2009 temono di venire tagliati fuori.
Nella gara per la direzione del dipartimento Energia del ministero, Garribba viene battuto da Guido Bortoni, “un tecnocrate poco noto che attualmente sta all’Autorità  per l’Energia. Avendo lavorato 10 anni all’Enel, Bortoni potrebbe ancora avere legami stretti con l’azienda e gli investimenti comuni tra Enel e l’industria nucleare francese ci fanno preoccupare che Bortoni possa portare questa preferenza per la tecnologia francese nella sua nuova posizione”.
Ad aumentare i loro timori c’è “la dottoressa Rosaria Romano, che guiderà  la divisione nucleare del nuovo dipartimento energia”: un fatto “potenzialmente preoccupante” visto che “nel corso degli anni, la Romano ha ripetutamente rifiutato in modo deciso i tentativi dell’ambasciata di incontrarla”.
Ma i diplomatici americani “stanno già  lavorando per assicurare che le nomine di Bortoni e Romano non danneggino gli interessi delle aziende Usa (General Electric e Westinghouse)”.
Nel luglio 2009, il ritorno all’atomo diventa legge.
A quel punto, Francesco Mazzuca, presidente dell’Ansaldo Nucleare, azienda genovese del gruppo Finmeccanica e unico polo italiano del settore, consiglia “un impegno ai più alti livelli del governo italiano, in modo da contrastare i continui sforzi di lobbying da parte di Parigi. Mazzuca ha detto che il governo francese sta addirittura aumentando la sua pressione, inviando a Roma un secondo funzionario con portfolio nucleare”.
Il top manager di Ansaldo ipotizza che il governo Berlusconi potrebbe costruire i nuovi impianti nei siti delle vecchie centrali in corso di smantellamento: Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano.
E per l’Agenzia di sicurezza nucleare che dovrà  vigilare su reattori e scorie, Mazzuca dichiara che la vorrebbe guidata dal professor Maurizio Cumo.
Ex presidente della Sogin, in ottimi rapporti con Gianni Letta, nel novembre scorso Cumo è stato nominato dal Consiglio dei ministri come uno dei cinque membri dell’Agenzia guidata da Umberto Veronesi.
Cumo è il nome che piace anche a Washington perchè “è a favore della tecnologia nucleare Usa”.
Ogni mossa in questa sfida ha ricadute anche sul futuro di tutti gli italiani.
Nei cablo non si entra mai nel merito delle tecnologie contrapposte, se siano più sicuri i reattori francesi o americani.
Ma l’attivismo dell’ambasciata mette a segno un risultato importante: “Siamo stati capaci di convincere il governo italiano a cambiare una bozza della legislazione sul nucleare che avrebbe lasciato l’approvazione dei certificati per le nuove centrali agli altri governi europei. La nuova versione estende la certificazione a qualsiasi paese Ocse. Questo apre la porta alle aziende americane”.
In pratica, si passa dagli standard di sicurezza dell’Unione europea a quelli di qualunque membro dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, che comprende 34 nazioni inclusi Giappone, Australia e Usa.
Dal 2009 le attenzioni degli americani si concentrano su Claudio Scajola, “un collaboratore di lunga data di Berlusconi, che guida un superministero”.
Affidano a Chu il compito di “conquistarlo”, sin dal summit romano del maggio 2009.
Ma il momento chiave è il viaggio negli States del settembre successivo: “Vediamo questa visita come un’opportunità  decisiva per gli Stati Uniti per contrastare la preferenza italiana nei confronti della tecnologia nucleare francese e per aprire le porte a lucrativi contratti per le aziende statunitensi”.
Scajola accetta anche “l’invito di Westinghouse a fare un tour nei suoi impianti”. Lo strumento per fare leva sul ministro è l’Ansaldo Nucleare, la società  di Finmeccanica “che ha stretti rapporti con Westinghouse”.
L’ambasciatore Thorne scrive: “Noi abbiamo saputo che Scajola ha un’altra ragione per appoggiare il coinvolgimento delle aziende statunitensi. L’accordo con la Francia ha tagliato fuori dai contratti le società  italiane che vogliono contribuire a costruire le centrali. Una di queste, Ansaldo Nucleare, ha sede nella regione di Scajola: la Liguria. E così se Westinghouse ottiene la sua parte, Ansaldo — azienda della terra di Scajola — ne beneficia. Noi abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile nel nostro sostegno alle aziende Usa. Se Scajola ha anche un interesse locale nel cercare di fare in modo che le ditte americane ottengano commesse, questo è un vantaggio da cogliere e da massimizzare a beneficio degli Stati Uniti”.
L’interesse statunitense si è tradotto la scorsa settimana nella cessione del 45 per cento di Ansaldo Energia — che controlla Ansaldo Nucleare — al fondo First Reserve Corporation, con un’operazione da 1.200 milioni di euro.
E anche il tour di Scajola negli States del 2009 si è rivelato un successo, con la firma di due accordi di cooperazione con Chu: gli interessi del ministro e di Washington sembrano sposarsi.
Il cablo ha toni sollevati: i francesi non sono più “l’unico protagonista (“the only game in town”).
Il reattore AP1000 della Westinghouse è diventato un forte concorrente per le centrali nucleari che saranno costruite oltre a quelle proposte dal consorzio Enel-Edf”.
E una schiera di aziende americane si prepara a sfruttare la breccia nel dicastero di via Veneto: “General Eletric, Exelon, Battelle, Burns and Roe, Lightbridge ed Energy Solutions”, elenca Thorne.
Il database di WikiLeaks si ferma prima del maggio 2010, data delle dimissioni di Scajola per la casa con vista al Colosseo “pagata a sua insaputa”.
Nelle primissime dichiarazioni, il ministro ligure grida al complotto e comincia la sua lista di sospetti con un riferimento esplicito: “Le mie dimissioni indeboliscono il governo, ma chi può avere interesse a farlo? La Francia, in prospettiva, ha tutto da perdere dal nostro programma nucleare…”.
Ma se le scelte sul nostro futuro energetico nascono da questi oscuri giochi di potere, a perderci rischiano di essere tutti gli italiani.

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LA SVIZZERA DICE STOP ALLE CENTRALI NUCLEARI: FERMATA GRADUALE CON TERMINE 2034

Giugno 5th, 2011 Riccardo Fucile

PER LE SCORIE L’IPOTESI DI UN DEPOSITO A 180 KM DA MILANO….LO SMANTELLAMENTO DELLE CENTRALI SVIZZERE SARA’ RIPAGATO VENDENDO ELETTRICITA’ ALL’ITALIA

Se c’è qualcuno che di referendum se ne intende va cercato in Svizzera.
Con l’ultima consultazione di metà  maggio, ad esempio, Zurigo ha bocciato la proposta di negare agli stranieri l’eutanasia.
Assolutamente pacifico, dunque, che negli ultimi anni i cittadini elvetici di ogni ordine e grado si siano espressi a più riprese anche sull’energia nucleare, confermando invariabilmente la loro vocazione «atomica».
Solo il 14 febbraio scorso, nel cantone di Berna, i residenti dicevano «sì» alla costruzione di un nuovo impianto nucleare a Mà¼hleberg, che avrebbe dovuto rimpiazzare quello esistente, uno dei cinque rossocrociati, in funzione dal 1971.
Una vittoria risicata, con un margine di soli novemila voti su 367 mila.
Un segnale che, al di là  delle Alpi, la fede nucleare stava iniziando a vacillare anche prima di Fukushima.
Nel 1990, sotto l’effetto Chernobyl, il 54,6% degli svizzeri aveva optato per una moratoria nucleare di dieci anni.
Moratoria, si badi bene, non chiusura.
Nel 2003 due proposte anti-nucleari furono rigettate in un colpo solo, con il 66 e il 58% dei votanti.
E non più tardi del mese di novembre dello scorso anno l’Ispettorato federale per la sicurezza nucleare ha dato il via libera a una rosa di tre siti (Niederamt, Beznau e, appunto, Mà¼hleberg) dove ubicare due nuove centrali.
Curioso, per di più, che proprio nella «verde» Svizzera si sia verificato nel 1969 l’unico episodio europeo di fusione del nocciolo: avvenne in una caverna a Lucens, vicino a Losanna, e interessò un reattore pilota da 6 megawatt.
Colpisce, dunque, che proprio qualche giorno prima della decisione ufficiale della Merkel, la settimana scorsa anche la nostra nuclearista vicina settentrionale abbia invertito rotta, scegliendo di abbandonare l’energia da fissione.
Questa volta non per referendum, ma per decisione governativa.
Un addio «graduale», che farà  sì che il distacco degli impianti si scaglioni tra il 2019 e il 2034. Un periodo durante il quale, vendendo l’elettricità  anche all’Italia, i previdentissimi svizzeri si garantiranno l’alimentazione del fondo che dovrà  ripagare lo smantellamento.
Ed è proprio il capitolo smantellamento, e trattamento delle scorie, che accomuna in parte Roma e Berna.
Entrambe hanno il problema di trovare un luogo, nel sottosuolo profondo, dove stoccare definitivamente le loro scorie ad alta, media e bassa intensità .
In Svizzera però, a differenza che in Italia, sono già  state individuate sei aree papabili: cinque a nord, tra Sciaffusa, Zurigo e il Giura.
Una a Wellenberg, nel Nidwalden. Per intendersi, a 240 chilometri di autostrada da Milano, poco più di 180 in linea d’aria.
Lo scorso febbraio, nel Nidwalden, l’80% dei votanti ha detto «no» in un referendum al deposito delle scorie.
Lì, forse, la Svizzera assomiglia di più all’Italia.

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VERDETTO DELLA CASSAZIONE: SI VOTERA’ ANCHE SUL NUCLEARE

Giugno 1st, 2011 Riccardo Fucile

BOCCIATO IL TENTATIVO DEL GOVERNO DI CANCELLARE IL REFERENDUM SUL RITORNO ALL’ENERGIA ATOMICA…TRASFERITO IL QUESITO SULLE NUOVE NORME EMANATE COL DECRETO OMNIBUS… L’AGCOM RICHIAMA LA RAI: “SUI REFERENDUM INFORMAZIONE INSUFFICIENTE”

Si voterà  il referendum sul nucleare.
La Corte di Cassazione ha accolto l’istanza presentata dal   Pd che chiede di trasferire il quesito sulle nuove norme appena votate nel decreto legge omnibus: quindi la richiesta di abrogazione rimane la stessa, ma invece di applicarsi alla precedente legge si applicherà  appunto alle nuove norme sulla produzione di energia nucleare (art. 5 commi 1 e 8).
La decisione è stata presa a maggioranza dal collegio dell’Ufficio Centrale per il referendum della Cassazione, presieduto dal giudice Antonio Elefante.
Dovranno però essere ristampate le schede, visto che i quesiti andranno riformulati in base al testo del decreto omnibus.
Secondo indiscrezioni trapelate ieri dal Viminale, i tempo tecnici per rifare tutto il materiale entro il 12 e 13 giugno ci sarebbe, ma mancano ancora conferme ufficiali. Per trovare l’unico precedente simile, bisogna riandare indietro nel tempo al 1978 quando il via libera definitivo alla consultazione su legge Reale e finanziamento pubblico dei partiti arrivò a dieci giorni dalla scadenza (anche in quel caso era stata cambiata in extremis dal Parlamento la legge oggetto dei quesiti) senza comprometterne l’esito.
Altro problema è poi rappresentato dal voto degli italiani all’estero, che hanno già  iniziato a votare per corrispondenza sul vecchio quesito.
“Si afferma la forza serena della Costituzione contro il tentativo giuridicamente maldestro di raggirare il corpo elettorale, cioè 40 milioni di cittadini”, ha commentato l’avvocato Gianluigi Pellegrino che ha sostenuto per il Pd le ragioni referendarie davanti alla Cassazione.
La sentenza della Suprema corte è stata accolta naturalmente con entusiasmo anche dal comitato promotore. “Questa volta le furberie alle spalle degli italiani non passano. La Cassazione censura l’arroganza del governo e riconsegna nelle mani dei cittadini il diritto a decidere sul nucleare e del proprio futuro”, commentano dal quartier generale di ‘Vota Sì per fermare il nucleare’.
La Corte, prosegue la nota, “ha arginato i trucchi e gli ipocriti ‘arrivederci’ al nucleare e ha ricondotto la questione nell’alveo delle regole istituzionali, contro l’inaccettabile tentato scippo di democrazia”.

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MISSION DEL GOVERNO: OBIETTIVO OSCURAMENTO DEI REFERENDUM

Maggio 5th, 2011 Riccardo Fucile

LA COMMISSIONE DI VIGILANZA SULLA RAI   RINVIA ANCORA IL REGOLAMENTO SULLA PAR CONDICIO CHE DEVE STABILIRE COME E QUANDO INFORMARE I CITTADINI SULLA TORNATA ELETTORALE DEL 12 E 13 GIUGNO

La Vigilanza Rai è il tappeto che il governo utilizza per nascondere il triplo referendum del 12 e 13 giugno.
Nessun telespettatore deve conoscere i quesiti sull’energia nucleare, l’acqua ai privati e il legittimo impedimento.
E così il governo, a pezzi in parlamento, sfrutta la maggioranza in commissione di Vigilanza per disertare i lavori.
La scusa è che manca il numero legale per iniziare l’assemblea, una tattica che da settimane rinvia l’approvazione del regolamento sulla par condicio.
Un testo parlamentare per decidere come e quando informare i cittadini-spettatori sul referendum.
E nel frattempo, a meno di 45 giorni dal voto e con la par condicio in vigore, la Rai impone a chiunque vada in onda di firmare una liberatoria — come accaduto per il concertone del Primo maggio — per evitare di affrontare il tema.
Non è semplice censura, ma raffinato silenzio: il referendum è sigillato in una campana di vetro, i giorni passano e il quorum si allontana.
All’ingresso di San Macuto, sede della Vigilanza, c’è un presidio permanente del Popolo viola e dei comitati per il referendum .
Di Pietro ha ottenuto il primo risultato con una lettera ai presidenti di Camera e Senato: “Quanto sta accadendo in Vigilanza è di una gravità  senza precedenti. Per colpa della maggioranza — scrive il leadere dell’Italia dei Valori — un intero mese di tribune referendarie, di spot informativi, d’informazione giornalistica sui quesiti oggetto dei referendum è stato quindi sottratto ai cittadini italiani”.
Gianfranco Fini e Renato Schifani hanno risposto chiedendo ai commissari di superare le divisioni e garantire ai cittadini il diritto di essere informati.
I due presidenti non potevano schierarsi con la maggioranza, capeggiata dal berlusconiano Alessio Butti, in sete di vendetta con l’opposizione perchè, grazie all’intervento di Zavoli, bloccò l’emendamento bavaglio per chiudere i programmi durante la campagna elettorale per le amministrative.
Ieri pomeriggio Giorgio Lainati (Pdl) ha ripetuto la strategia: “Votiamo il regolamento nella prossima seduta — ha detto a Zavoli — per il decreto Parmalat a Montecitorio e per la mancanza a occhio del numero legale”.
Ma il presidente ha svelato il giochino con parole chiare: “C’è un problema tecnico per il voto alla Camera — ha replicato Zavoli — ma c’è anche un problema politico, nel senso che sono indotto a ritenere che questa richiesta possa sottendere un risultato ostruzionistico. E’ la premessa per rendere difficoltoso, se non impossibile, ricominciare il nostro lavoro. Devo constatare che viene messo in dubbio quanto stabilito nel verbale dell’ufficio di presidenza del 20 aprile, quando tutti i presenti convennero sulla necessità  di esaminare il regolamento rispetto all’atto di indirizzo, perchè è un atto previsto per legge”. Forse oggi — aggiunge Zavoli — sarà  il giorno buono, dopo l’ennesimo nulla di fatto ieri sera.
Ma in Parlamento vanno di fretta per far passare, con un veloce esame in Commissione, il decreto Omnibus che aggira il referendum sul nucleare, il quesito che più preoccupa il governo che nel programma sbandierava il ritorno all’energia atomica.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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