Giugno 9th, 2018 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE FRANCESE: “VALORI COMUNI UE”… E STRITOLA LA MANO A TRUMP
“Condividiamo un continente: l’Europa. Una storia e valori comuni: quelli dell’Europa”. Così,
su Twitter, il presidente francese Emmanuel Macron, dopo il suo primo incontro con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte al G7 in Canada.
È oggi la giornata conclusiva del G7 a Charlevoix, il Summit di esordio del premier Giuseppe Conte.
Il premier italiano non strappa con l’Unione europea, tanto che Macron e Merkel sottolineano l’unanimità europea nel G7 nel sostenere che la Russia potrà tornare al tavolo del G8 solo dopo “progressi” sulla crisi ucraina.
Quella del premier italiano non è una frenata, precisano da Palazzo Chigi: l’Italia sostiene la prospettiva di Mosca al tavolo, ma con la consapevolezza che non si decide da soli.
Intanto sembra essere sempre più solo e isolato Donald Trump.
“Il G6 – e Trump”, titola non a caso il Washington Post, disegnando in un editoriale i rapporti all’interno del gruppo dei 7 paesi più industrializzati. “Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia, Canada e Giappone diedero vita al gruppo di sette, concepito come una sorta di conclave regolare tra le principali democrazie capitalistiche circa 40 anni fa, in piena Guerra Fredda”, ricorda il giornale, che sottolinea come inizialmente l’attenzione fosse prevalentemente puntata sull’aspetto economico, per impedire che l’insorgere di quelle questioni commerciali che il presidente Trump sta ora infiammando sfociasse in divisioni politiche che potessero mettere a rischio la solidarietà di fronte a quella che allora era la minaccia sovietica.
“Nel mondo del dopo-guerra Fredda, il G7 si è trasformato in un’istituzione che rappresenta la determinazione dell’Occidente a perpetuare i valori del libero mercato, del governo rappresentativo, dello stato di diritto”, che i suoi membri consideravano fossero usciti confermati dal crollo dell’Impero Sovietico, aggiunge. “Ne consegue che la decisione di Trump di creare agitazione nel G7 è più di un gioco o una richiesta di attenzione infantili. Significa minare i valori che il G7 è stato creato per salvaguardare”.
Sempre ieri ha fatto notizia la stretta di mano fra Trump e Macron: energica, virile, anche troppo, visti i segni lasciati, prontamente immortalati dai fotografi.
Il presidente francese ha catturato la mano del presidente americano e l’ha tenuta stretta così a lungo da lasciarci sopra il segno, nell’ennesima prova di forza tra i due leader.
(da agenzie)
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Maggio 18th, 2018 Riccardo Fucile
DA “LE MONDE” AL “WALL STREET JOURNAL”, DA “EL MUNDO” A “ECONOMIST” UN CORO DI GIUDIZI NEGATIVI: “SONO IRRESPONSABILI E PERICOLOSI”
La stampa estera guarda con preoccupazione al contratto di governo di Lega e Movimento 5 Stelle. “Italia: una sfida mortifera posta all’Europa”, scrive Le Monde che sottolinea che pur avendo programmi molto diversi, 5 Stelle e Lega hanno deciso di associarsi “attorno a un nemico comune: la Commissione di Bruxelles. Sul piano economico, il progetto delle due formazioni – un mix di aumento delle spese e tagli alle tasse senza coerenza – ha di che inquietare”.
Le conclusioni di Le Monde sono perentorie: “La sfida posta dai 5 Stelle e dalla Lega non è solo diretta contro un’Europa tecnocratica. L’attacco portato grazie a una retorica complottista multiforme, anti-elite e anti-scientifica va ben al di la. Ciò che è in gioco, è niente meno che l’eredità dell’Europa”.
Il quotidiano spagnolo El Mundo, in un altro editoriale, sottolinea che per l’Unione Europea arrivano “nubi dall’Italia”. Non solo la coalizione tra “due partiti estremisti come la Lega Nord e il M5S (.) difficilmente darà stabilità al paese” perchè si tratta di “un’unione contro natura tra due formazioni populiste che non condividono nulla, tranne la loro fobia europea”.
Il problema per l’Ue è che “non resisterebbe all’assalto di un paese così grande” come l’Italia in mano ai populisti.
§Anche l’Economist dedica un editoriale all’Italia, criticando i mercati che sono rimasti tranquilli fino a mercoledì prima di svegliarsi di fronte alla minaccia 5Stelle-Lega. “Suonare il violino prima che Roma bruci”, il titolo del commento: “i populisti italiani sono più pericolosi di quanto sembrino”.
Secondo l’Economist, sono diverse le ragioni per preoccuparsi, come i programmi incoerenti di M5S e Lega sul piano economico, il loro “viscerale euroscetticismo (che) minaccia l’integrità della zona euro, le “distrazioni perverse” stile simpatie per i movimenti no-Vax.
“Pericolose da sole, le loro proposte politiche potrebbero essere molto peggio messe insieme”, scrive il settimanale, sottolineando che i piani di bilancio di Di Maio e Salvini sono “irresponsabili”.
Di fronte alla fragilità dell’Italia “nè la Lega nè i 5S offrono soluzioni ai problemi reali”, scrive l’Economist, che lancia un agghiacciante avvertimento: se gli italiani non correggeranno da soli questa situazione “saranno i mercati a rendere un duro verdetto”.
Un giudizio simile arriva dal Wall Street Journal, che definisce il contratto per un governo del cambiamento come “pura fantasia” (Magical Thinking, ndr) nel titolo del suo editoriale.
Se i mercati si sono risvegliati mercoledì è per “buone ragioni”: le ricette economiche del programma 5Stelle-Lega, dall’aumento del deficit alla marcia indietro sulla legge Fornero sono sbagliate (il Wsj plaude solo alla Flat Tax) e un governo italiano filorusso potrebbe complicare le relazioni tra Ue e Usa.
Il Wall Street Journal non manca d’ironia. “L’Italia ha avuto più di 60 governi in 73 anni e così la nuova coalizione che si sta formando tra M5S e Lega probabilmente non è destinata a durare più delle altre”, scrive il quotidiano americano, prima di concludere: “Gli italiani hanno un genio tutto loro per sopravvivere a pessimi governi. Così il meglio che si possa dire è che troveranno un modo per sopravvivere anche a questo”.
(da agenzie)
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Maggio 15th, 2018 Riccardo Fucile
“ISRAELE FA TERRORISMO DI STATO MA GODE DELL’IMPUNITA’ INTERNAZIONALE”
Il suo nome incute rispetto e paura a Gaza. 
Da anni è nel libro nero d’Israele che ha tentato più volte di ucciderlo con operazioni mirate: in due occasioni — nel settembre 2003 e nel gennaio 2008 – gli F16 con la stella di David hanno bombardato la sua abitazione a Gaza: ambedue le volte si è salvato, restando ferito, ma a morire sono stati due dei suoi figli.
Cofondatore di Hamas, ministro degli Esteri nel governo islamico nella Striscia, Mahmoud al-Zahar, 73 anni, è tra i leader della protesta che, con la repressione di Israele, sta insanguinando Gaza.
“L’unico modo per onorare gli ‘shaid’ (i martiri, ndr) caduti per mano del nemico sionista è proseguire la lotta fino a quando la Palestina non sarà liberata” dice al-Zahar in questa intervista esclusiva concessa all’Huffpost.*
Nell’orizzonte di Hamas non esiste la pace con Israele, ma al-Zahar non chiude alla possibilità di una hudna (tregua) di lungo periodo con l'”entità sionista”: “Israele — dice — conosce solo il linguaggio della forza e in passato ha accettato di negoziare la liberazione di prigionieri palestinesi solo quando è stato costretto a farlo dalla resistenza palestinese. Se si vuole trattare una tregua, Israele deve porre fine all’assedio di Gaza e permetterne la ricostruzione. Trattare su queste basi non sarebbe una resa ma un risultato”.
A Gaza si continua a morire. Le autorità israeliane accusano Hamas di aver portato la gente al massacro. Qual è la sua risposta?
“Quello di Israele è terrorismo di Stato, ma l’Occidente, a cominciare dall’America, non lo ammetterà mai nè fare qualcosa per fermare la mano ai carnefici. I governanti israeliani sanno di godere dell’impunità internazionale, di una sorta di licenza di uccidere o di calpestare la stessa convenzione di Ginevra sulla guerra senza dover incorrere in alcuna sanzione. Mentre i cecchini israeliani aprivano il fuoco sui manifestanti, Netanyahu e il suo protettore americano Donald Trump parlavano di una magnifica giornata. Quanto alle accuse ad Hamas: noi siamo parte della resistenza palestinese, una resistenza che nasce dal basso. Gli israeliani hanno assassinato dirigenti di Hamas, ma non hanno distrutto Hamas. Per farlo dovrebbero cancellare il popolo palestinese, ma è troppo anche per chi teorizza la soluzione finale a Gaza”.
Insisto su questo punto. Si è detto e scritto che guidando la protesta a Gaza, Hamas intende ottenere due risultati interni al campo palestinese: ribadire la propria leadership nella resistenza armata a Israele e spazzare via al-Fatah e ciò che resta dell’Anp del presidente Abu Mazen.
“Questa è la falsità che Israele e i suoi sostenitori nel mondo spacciano come verità . Una ‘verità ‘ senza memoria. Ai tanti smemorati, vorrei ricordare che Hamas ha vinto le uniche elezioni libere svoltesi in Palestina. Per punire il popolo palestinese di quel voto, Israele ha imprigionato a Gaza quasi due milioni di persone, la maggioranza delle quali sono bambini o ragazzi. Questa non è una punizione collettiva, è un crimine contro l’umanità . La resistenza palestinese non si fermerà se non dopo aver conquistato la liberazione della Palestina”.
Hamas pensa davvero di poter sconfiggere uno degli eserciti più potenti al mondo?
“E quale sarebbe l’alternativa? Vivere da servi sulla propria terra? O spacciare una resa vergognosa per una pace miserevole? La storia dei cosiddetti negoziati di pace è la storia di un fallimento annunciato. I negoziati sono serviti a Israele per camuffare agli occhi del mondo la sua politica reale: quella della pulizia etnica ad Al-Quds (Gerusalemme, ndr), il furto delle terre palestinesi, la costruzione degli insediamenti in Cisgiordania, la libertà concessa ai coloni di imporre la loro legge armata. Di fronte a questa realtà , la resistenza non è un diritto da rivendicare ma un dovere da praticare. Non siamo dei pazzi, molti tra di noi hanno visto cadere i propri figli (al Zahar è uno di essi, ndr) ma mai, mai, abbiamo pensato di alzare le mani, di arrenderci. Sappiamo che la liberazione della Palestina non è dietro l’angolo, ma il tempo e la determinazione sono dalla nostra parte. Gli israeliani possono continuare a massacrare i palestinesi, ma in un futuro non più lontano, gli ebrei saranno minoranza in Palestina. A dirlo non è Mahmoud al-Zahar, sono i loro demografi”.
Lei parla di resistenza, Israele traduce questo termine in “terrorismo”.
“Per gli Israeliani ogni Palestinese che non si piega è un terrorista da eliminare. Per giustificare il massacro di ieri, hanno provato a dire che avevano evitato la penetrazione di commando terroristi in Israele. E’ una menzogna, che serve a giustificare agli occhi del mondo la carneficina consumata a Gaza”.
Hamas accetterebbe una forza d’interposizione sotto egida Onu a Gaza?
“La resistenza palestinese si batte perchè finisca lo strangolamento di Gaza. Una forza d’interposizione potrebbe essere il garante sul campo di una hudna (tregua, ndr) negoziata..”.
Negoziata con chi e da chi?
“Una tregua la si negozia col Nemico, così come fu fatto con lo scambio dei prigionieri (la vicenda del caporale israeliano Gilad Shalit, ndr)…”.
E chi dovrebbe negoziarla per i Palestinesi? Il presidente Abu Mazen o chi altro?
“Questo è di secondaria importanza. Le priorità sono la fine immediata dell’assedio a Gaza e non vincolare la tregua a condizioni che la resistenza palestinese non potrebbe accettare…”.
A cosa si riferisce?
“Al riconoscimento d’Israele. Non si può riconoscere l’oppressore”.
Tra le tanti voci critiche levatesi nel mondo arabo e musulmano contro il massacro di Gaza, spicca il silenzio di Riyadh. Qualche giorno fa, il Bahrain ha ufficialmente riconosciuto il diritto d’Israele a difendersi dalla minaccia iraniana. La causa palestinese non rischia di essere piegata dai giochi di potenza regionali?
“E’ compito della resistenza palestinese evitare che ciò accada”.
A incitare alla resistenza contro Israele c’è anche il capo di al Qaeda, Mohammed al-Zawahiri, nonchè califfi ed emiri dell’Isis. La Palestina è una delle frontiere avanzate del Jihad globale?
“No, la Palestina è una causa in sè, non lo strumento per raggiungere altri obiettivi”.
Abu Mazen si è rivolto alla comunità internazionale per chiedere di premere su Israele perchè ponga fine al pugno di ferro a Gaza. Ha chiesto all’Europa un gesto politico: riconoscere unilateralmente lo Stato di Palestina. Hamas sostiene questa richiesta?
“Ho ormai perso il conto degli appelli. Risultati? Zero. Quanto all’Europa, c’è da ricostruire Gaza, incrementare gli aiuti internazionali, agire per porre fine all’assedio, e su questo prendere le distanze dall’America di Trump”.
In un video messaggio in occasione dell’apertura dell’Ambasciata Usa a Gerusalemme, il presidente Trump ha ribadito le ragioni di questa scelta…
“Sono le ragioni degli Israeliani, di Netanyahu, che Trump ha sposato in pieno. L’ambasciata americana a Gerusalemme è una provocazione non solo verso i Palestinesi ma verso l’intero mondo musulmano e anche verso quello cristiano. La liberazione della Palestina passa per Gerusalemme, con o senza l’ambasciata americana”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 6th, 2018 Riccardo Fucile
L’EX CANDIDATO REPUBBLICANO AMMETTE IL VICE PENCE ALLE SUE ESEQUIE
Il senatore John McCain, 81 anni, da mesi in lotta contro un cancro al cervello, ha chiarito che non vuole che il presidente Donald Trump partecipi al suo funerale.
McCain, veterano della guerra del Vietnam e rispettato senatore dell’Arizona ha avuto un rapporto turbolento con Trump, ma vuole invece che il vicepresidente Mike Pence rappresenti la Casa Bianca.
McCain sta anche usando un nuovo libro e un documentario per esprimere rammarico per non aver scelto l’ex senatore Joseph Lieberman come suo compagno di viaggio nel 2008 contro Barack Obama e per avere scelto invece la populista Sarah Palin.
McCain sta combattendo una forma aggressiva di cancro al cervello da più di un anno. Attualmente è tornato in Arizona, dopo un intervento chirurgico per un’infezione intestinale.
McCain e Trump hanno avuto una relazione politica contrastata, in particolare durante le primarie presidenziali del 2016, quando Trump ha detto che McCain – prigioniero di guerra per anni in Vietnam – non era davvero un eroe di guerra perchè era stato catturato.
La scorsa estate Trump ha criticato McCain per un “no” che ha contribuito a condannare il decreto presidenziale per l’abrogare l’Obamacare – le riforme sanitarie approvate dal presidente Barack Obama.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
L’AZIENDA CINESE ORA HA DELOCALIZZATO IN ETIOPIA: CONDIZIONI DI LAVORO AL LIMITE DELLA SCHIAVITU’
Produceva le scarpe disegnate da Ivanka Trump, prima che il padre diventasse presidente degli Stati Uniti costringendola a cambiare fornitore.
È una delle star di Amazing China, il documentario di propaganda voluto dal governo cinese per celebrare le glorie dell’economia nazionale.
Ma ora si scopre che il successo del colosso cinese Huajian, il primo produttore di scarpe e articoli di pelletteria nel mondo, nasconde una realtà di sfruttamento.
I suoi lavoratori in Etiopia, dove l’azienda ha delocalizzato buona parte degli impianti, hanno denunciato all’Associated Press di essere pagati 51 dollari al mese, maltrattati dai capi e costretti a turni interminabili, senza la possibilità di costituire organizzazioni sindacali.
“Non mi resta nulla alla fine del mese”, dice Ayelech Geletu, 21 anni, operaio dello stabilimento alle porte di Addis Abeba.
A cui fanno eco diversi colleghi: “Ci sono agenti chimici che feriscono mani e occhi, non ti forniscono guanti protettivi e se rifiuti di lavorare senza ti licenziano”.
Una versione molto diversa dai grandi sorrisi e i pollici all’insù mostrati dagli stessi lavoratori nelle immagini di Amazing China, con tanto di sottotitolo sul “meraviglioso futuro dell’umanità “.
Un bell’imbarazzo per gli autori del documentario pensato per esaltare i successi della Cina di Xi Jinping (che compare 30 volte in 90 minuti), rilasciato non a caso pochi giorni prima della modifica costituzionale che lo ha reso presidente a vita e pompato al botteghino costringendo tutti gli iscritti al partito e i dipendenti delle aziende di Stato ad andare a vederlo.
Il motivo per cui Huajian abbia scelto di produrre in Etiopia, dove non esiste un salario minimo, non è un mistero.
È lo stesso per cui tante aziende italiane, nei primi anni 2000, hanno spostato i loro stabilimenti in Cina: risparmiare. Eppure la propaganda ufficiale del Dragone presenta i suoi investimenti in Africa nell’ambito della nuova Via della seta come un modello di inclusione e sviluppo condiviso.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
INTERVISTA ALL’ESPERTO DELL’IAI LORENZO MARIANI: “SIA KIM CHE MOON HANNO GIOCATO SULLA VANITA’ DI TRUMP”
“Kim ha dato prova di razionalità : attraversando la linea di demarcazione militare, ha contribuito a
sfatare il mito che la Corea del Nord sia un paese irrazionale guidato da un pazzo che non persegue nessun tipo di strategia”.
Lorenzo Mariani, ricercatore esperto di relazioni intercoreane all’Istituto Affari Internazionali (IAI), non si sbilancia sui possibili esiti del vertice odierno tra il presidente sudcoreano Moon Jae-in e il leader di Pyongyang Kim Jong-un, ma è convinto che si tratti di un primo passo fondamentale per comprendere la Corea del Nord e avviare un vero dialogo.
“È ancora presto per capire bene quali siano le reali intenzioni di Kim Jong-un. Non è la prima volta che la Corea del Nord si siede al tavolo dei negoziati. E non è neanche la prima volta per Kim: già nel 2012 c’era stato un rilassamento, anche nel rapporto con gli Stati Uniti, che poi è sfumato in pochi mesi. Quello che possiamo fare è individuare i fattori che ci hanno portato fin qui, e quindi da un lato le motivazioni di Kim, dall’altro lo sforzo diplomatico di Moon Jae-in”.
Partiamo dal primo punto. Quali sono le motivazioni del leader nordcoreano?
“Innanzitutto, Kim potrebbe ritenere di aver raggiunto i suoi obiettivi nel processo di sviluppo militare e nucleare, facendo diventare la Corea del Nord — come da lui stesso dichiarato a novembre dello scorso anno — una potenza nucleare, in grado di negoziare da un punto di forza. In secondo luogo, Kim potrebbe aver intrapreso la via del dialogo per anticipare l’effetto delle sanzioni sull’economia nordcoreana. Di certo ha influito il fatto che la Cina stia diligentemente seguendo lo sforzo internazionale per mettere la massima pressione al regime di Pyongyang, anche se gli effetti di queste sanzioni si manifesteranno solo verso la fine dell’anno. In questo senso Kim potrebbe aver deciso di giocare d’anticipo per evitare pesanti ripercussioni sull’economia”.
Entrambe sembrano motivazioni reali. Dobbiamo quindi desumere che Kim fa sul serio?
“C’è anche una terza ipotesi che non possiamo escludere… A guidare le mosse di Kim potrebbe essere la cosiddetta strategia del rischio calcolato, una tattica che la Corea del Nord utilizza da anni e che Kim ha ereditato dal padre e dal nonno. È una strategia che prevede l’alternarsi di picchi di pensione — con provocazioni, test, lancio di missili — a fasi di apertura e diplomazia in cui la Corea del Nord cerca di estorcere aiuti o favori internazionali”.
Cosa dire invece dello sforzo diplomatico d Moon Jae-in?
“Il presidente sudcoreano ha saputo aprire alla Corea del Nord senza concedere nulla o facendo minime concessioni. E lo ha fatto continuando a supportare gli Usa nella loro politica della massima pressione, senza creare una rottura tra Seul e Washington. Moon è protagonista della svolta almeno quanto Kim”.
Torniamo sull’altro protagonista allora. Cosa ha guadagnato Kim da questo summit?
“Kim ha dato prova di razionalità : attraversando la linea di demarcazione militare, ha contribuito a sfatare il mito che la Corea del Nord sia un paese irrazionale guidato da un pazzo che non persegue nessun tipo di strategia. Kim ha dimostrato di saper sfruttare abilmente anche la carta diplomatica. Ha visto nell’inizio di quest’anno un momento propizio per aprire i negoziati. Sapeva che prospettando un miglioramento dei rapporti con Seul, Moon non si sarebbe tirato indietro. Come sapeva che anche Trump difficilmente avrebbe rifiutato in prima istanza un’apertura al dialogo”.
Come cambia dopo oggi l’immagine della Corea del Nord?
“Sfatare il mito che la Corea del Nord sia un attore irrazionale ci aiuta a sviluppare una strategia per comunicare, per rispondere a quelle che sono le sue azioni. Ferma restando la condanna per le violazioni dei diritti umani, è anche vero che bisogna conoscere il proprio ‘nemico’ per poter agire. Se non conosciamo la persona con cui stiamo dialogando, e pensiamo che prenda decisioni in base a come si sveglia la mattina, finiamo nella trappola della sua strategia. Bisogna capire la Corea del Nord, il suo funzionamento, i suoi valori (per quanto possano essere non condivisibili). Additare Kim, il padre e il nonno come dei pazzi non ci aiuta certo a stabilire una strategia per avere a che fare con loro. Tra l’altro, semmai, oggi è il presidente Usa a decidere cosa fare in base a come si sveglia al mattino… Ci troviamo nella situazione paradossale in cui la Corea del Nord ha una strategia, mentre sono gli Usa ad arrancare”.
Si può dire che Kim abbia giocato con la vanità del presidente Usa?
“In un certo senso lo hanno fatto entrambi, sia Kim che Moon. Il leader nordcoreano sa bene che a Trump, in questo momento, fa gola una vittoria in ambito internazionale, soprattutto su un nodo irrisolto da 65 anni come la Corea del Nord. Moon, dal canto suo, è stato abile nello sforzo diplomatico ad attribuire parte del successo anche a Trump, in modo da riconoscergli una parte di merito. Entrambi hanno giocato sulla vanità di Trump, ma per un fine pacifico, quindi ben venga”.
Kim ne esce quasi come uno statista…
“È ovvio che non dobbiamo e non possiamo dimenticare il comportamento della Corea del Nord. Ma è sbagliato anche attribuire a Pyongyang tutta la colpa per il fallimento dei negoziati passati. Ci sono stati altri fattori – come l’avvento di Bush e la decisione di inserire la Corea del Nord tra gli Stati canaglia — che certamente non hanno contribuito al dialogo.
La Corea del Nord deve riconquistare la fiducia, ma bisogna darle questa opportunità . Si tratta di una soluzione diplomatica che scongiura altri tipi di confronti. Abbiamo passato tutto lo scorso anno a parlare di missili e attacchi preventivi, ora la situazione appare molto diversa. Tenendo sempre un certo grado di diffidenza verso la Corea del Nord, sarà compito di Kim e Moon dare gradualmente prova delle loro reali intenzioni”.
Nella dichiarazione si indica come obiettivo una “penisola coreana completamente denuclearizzata”? Quanto è credibile?
“Questa dichiarazione congiunta deve essere vista come un primo passo, avremo bisogno di altri incontri e altri negoziati più specifici per entrare nel dettaglio. La parte sul nucleare non è ben chiara, è stata scritta così appositamente per accomodare le due parti. È difficile pensare che la Corea del Nord intenda la denuclearizzazione nello stesso modo in cui la intendono gli Usa. È difficile pensare che Kim voglia cedere il suo arsenale dopo tutta la fatica fatta per averlo, e soprattutto è difficile credere che sia disposto a rinunciare al significato che quell’arsenale ha. Il valore aggiunto di questa dichiarazione è che delinea le regole di ingaggio tra la Corea del Nord e del Sud e apre vari tavoli negoziali a cui bisognerà dare seguito: si parla di cooperazione economica, cooperazione umanitaria, demilitarizzazione di entrambe le Coree, per poter arrivare a sostituire l’armistizio con un trattato di pace a cui dovranno per forza di cose partecipare anche gli Usa e la Cina”.
Cosa ci dobbiamo aspettare dall’incontro tra Kim e Trump?
“Prima di tutto bisognerà vedere se questo incontro ci sarà oppure no. La cerimonia di oggi ha spianato la strada, ma non possiamo esserne certi finchè non li vedremo stringersi la mano. Ci sono alcune premesse non favorevoli, a cominciare da quello che pensano Bolton e Pompeo sulla Corea del Nord, come anche sull’Iran. Bolton ha più volte detto di essere favorevole a un cambio di regime e/o a un attacco preventivo contro la Corea del Nord; nella sua prospettiva, l’incontro tra Trump e Kim è l’occasione per gli Usa di smascherare il leader nordcoreano e svelare le sue vere intenzioni (che, secondo lui, sono solo un altro modo per contrarre tempo e cercare di essere alleviati dalle sanzioni). Bisognerà vedere quanto Trump si farà influenzare da questi giudizi”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
KIM E MOON SI IMPEGNANO A TRASFORMARE L’ARMISTIZIO DEL 1953 IN TRATTATO DI PACE: “SIAMO LO STESSO POPOLO”
Siamo uno stesso popolo che deve vivere unito. Sono queste le parole pronunciate dal leader
nordcoreano Kim Jong-Un durante la conferenza stampa finale dello storico vertice con il presidente sudcoreano Moon jae-in a Panmunjon.
“Siamo lo stesso popolo, con lo stesso sangue, che deve vivere unito”, ha dichiarato Kim parlando di “una nuova pagina”. “L’intero mondo ci guarda – ha poi aggiunto – non ripeteremo gli errori del passato”.
Inoltre le due Coree di sono impegnate a trasformare entro il 2018 l’armistizio siglato nel 1953 in un vero e proprio trattato di pace.
Moon Jae-in e Kim Jong-un hanno piantato un pino a sud del confine di Panmunjom, simbolo dei migliori auspici per la penisola, scoprendo una roccia su cui sono scolpiti i nomi dei leader e la frase “qui piantiamo pace e prosperità “.
Alla base dell’albero, germogliato nel 1953, alla fine della Guerra di Corea, i leader hanno sistemato il terreno del monte Halla nell’isola di Jeju e del monte Paektu, i punti più a sud e a nord della penisola. Sul pino è stata poi versata acqua dei fiumi Han di Seul e Taedong di Pyongyang.
Il presidente sudcoreano Moon Jae-in si recherà poi in visita a Pyongyang quest’anno, in autunno, 11 anni dopo che il suo mentore politico Roh Moo-hyun si recò nella capitale nordcoreana per il secondo summit intercoreano.
(da agenzie)
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Aprile 25th, 2018 Riccardo Fucile
“GLI ABUSI DEL CAPITALISMO E GLI EFFETTI DISTORTI DELLA GLOBALIZZAZIONE VANNO COMBATTUTI, MA LE GUERRE COMMERCIALI NON SERVONO A NESSUNO, SERVONO SCAMBI LIBERI ED EQUI”… “IL CLIMA VA DIFESO, NON ESISTE UN PIANETA B E BISOGNA RIDURRE LE DISEGUAGLIANZE”
«Dobbiamo costruire un nuovo ordine mondiale per il Ventunesimo secolo, basato sul multilateralismo». È insieme l’esortazione la sfida che il presidente francese Macron ha lanciato agli Stati Uniti, con il discorso tenuto al Congresso davanti alle camere riunite.
Dall’Iran alla Siria, dalle guerre commerciali alla disuguaglianza provocata dalla globalizzazione, dall’accordo di Parigi sul clima alla protezione della privacy e la lotta alle fake news, il capo dell’Eliseo ha proposto un’agenda comune su cui Europa e Stati Uniti dovrebbero lavorare insieme, per contrastare le minacce a libertà e democrazia che vengono dal terrorismo, dall’incertezza economica, dal populismo.
Il convitato di pietra però era il collega Trump, che in sostanza Macron sta cercando di allontanare dalla linea anti globalista promossa dal suo ex consigliere Steve Bannon durante la campagna elettorale, per riportarlo verso un approccio multilaterale alla soluzione dei molti problemi che minacciano gli stessi valori su cui si è basata finora la civiltà occidentale.
Macron ha detto che ci troviamo davanti a due strade: il nazionalismo, e la collaborazione.
Il primo, secondo lui, «è una illusione», mentre restare aperti al mondo è l’unica soluzione possibile. «Questo nuovo multilateralismo non è una minaccia per le nostre culture, ma anzi una loro affermazione, perchè si basa sui valori che le hanno create».
Il presidente francese è poi sceso nei dettagli della nuova agenda globalista, partendo dal malcontento provocato dagli effetti distorti della globalizzazione.
Macron ha detto che gli abusi del capitalismo vanno rivisti, ma ha avvertito che la strada da seguire non è quella delle guerre commerciali, che finiscono per danneggiare tutti. Servono invece «scambi liberi ed equi». Questo è il terreno su cui propone a Trump un compromesso: non scegliere la strada dei dazi, e troveremo insieme il modo di soddisfare la tua richiesta per un trattamento più giusto degli Stati Uniti nei commerci globali.
Il capo dell’Eliseo ha invitato a combattere le fake news, perchè «le informazioni false corrompono la democrazia», e affrontare l’emergenza della privacy sollevata dal caso Facebook: «Europa e Usa possono collaborare per trovare un equilibrio fra la necessità di raccogliere i frutti dell’innovazione, e proteggere i cittadini dagli abusi». Macron ha ribadito la sua fede nella scienza per contrastare il riscaldamento globale, avvertendo che «non esiste un planet B», cioè un altro pianeta dove trasferire gli esseri umani. Quindi si è detto sicuro che alla fine «gli Stati Uniti rientreranno nell’accordo di Parigi».
La parte conclusiva del discorso l’ha dedicata al Medio Oriente, e in particolare al protocollo JCPOA sul programma nucleare dell’Iran, che secondo lui può diventare l’occasione per negoziare una nuova intesa complessiva per la stabilità dell’intera regione. «Io ritengo che non dobbiamo abbandonare l’accordo che abbiamo firmato, la Francia non lo farà . Esso però può essere la base per negoziare una nuova intesa più ampia». I pilastri su cui si dovrebbe basare questa trattativa sono quattro: le attività nucleari dell’Iran fino al 2025, coperte dall’accordo esistente; quelle dopo il 2025, perchè Teheran «non dovrà mai avere armi atomiche; lo sviluppo dei missili balistici; e le interferenze destabilizzanti della Repubblica islamica nell’intera regione. Su questa base Macron spera di convincere Trump a non abbandonare il JCPOA, o comunque a riprendere il negoziato subito dopo, per definire un paradigma nuovo che ricostruisca la stabilità in Medio oriente, includendo anche la fine del conflitto in Siria. «Viviamo – ha concluso il presidente francese – un momento critico, ma insieme possiamo e dobbiamo prevalere».
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2018 Riccardo Fucile
PER L’ANALISTA DI POLITICA ESTERA MACRON E LA MAY HANNO ARRUOLATO TRUMP… “FINCHE’ NON CI SI LIBERA DI ASSAD NON CAMBIERA’ NULLA”
“Macron e May hanno cercato di ‘arruolare’ Trump, un po’ come Sarkozy e Cameron fecero con Obama per la Libia. Solo che Trump è più difficile di arruolare perchè è meno attendibile e prevedibile”.
A sostenerlo, in questa intervista concessa a Huffpost, è uno dei più autorevoli analisti italiani di politica estera: il professor Stefano Silvestri, già presidente dell’Istituto Affari Internazionali (Iai).
Professor Silvestri, dopo la notte di fuoco in Siria, quali mosse c’è da attendersi da parte del presidente americano e del suo omologo russo?
“Credo che Trump e Putin per il momento non faranno nulla di sostanziale. Si scambieranno accuse, magari insulti, si rimpalleranno le responsabilità , arriveranno alle minacce, insomma faranno del teatro. Ma da questo a determinare azioni più pervasive, tali da determinare reazioni altrettanto dirompenti che come tali non si limiterebbero al solo teatro siriano, ce ne passa. Il problema, semmai è un altro…”.
Quale?
“Il problema è che la questione siriana resta irrisolta e questo può creare in qualsiasi momento una nuova occasione di crisi e bisognerà vedere come verrà affrontata..”.
E quella che sembra essersi conclusa, come è stata affrontata?
“Direi con estrema moderazione. La moderazione è stata e tale che Assad ha potuto presentarla come una sua vittoria. Ora, nell’atteggiamento del presidente siriano c’è molto di propagandistico. Rimango convinto che Bashar al-Assad non ha un grande futuro davanti a sè, ma proprio per questo lui rappresenta una variabile ‘impazzita’ nel gioco siriano. Perchè Assad potrebbe interpretare la reazione moderata alla strage di Douma come un segno di debolezza dei suoi nemici e dunque alzare ancora l’asticella, magari portando avanti altre iniziative come quella di Douma, in quel caso ci sarà un problema molto grosso che non riguarderà solo Washington, Parigi e Londra, ma anche Mosca. Putin dovrà decidere se continuare a proteggere Assad anche di fronte ad attacchi più forti delle altre potenze. La risposta non è scontata, perchè spesso si commette l’errore di considerare non solo Assad figlio ma anche Assad padre, come altri dittatori presenti e passati che hanno imperversato in Medio Oriente, come dei semplici burattini che rispondono a bacchetta ai comandi dei loro burattinai. La storia ha dimostrato che le cose sono un po’ più complicate, e questo chi comanda a Mosca lo sa molto bene. Tanto più che nel sistema di alleanze realizzato, con indubbia maestria, da Putin c’è anche un’altra incognita di non poco conto: l’Iran. E qui il discorso deve necessariamente estendersi oltre la questione siriana e investire altri attori regionali, a partire da Israele e Arabia Saudita per finire con la Turchia. Teheran è nel libro nero di Trump, oltre che di Israele e del Regno Saud. Generalmente si parla di crisi siriana ma essa è strettamente legata alla situazione, tutt’altro che stabilizzata, nel vicino Iraq, altro Paese in cui l’Iran è fortemente impegnato. Se la crisi siro-irachena dovesse sfociare in una crisi con l’Iran, allora le cose si complicherebbero di molto e finirebbero per investire il Grande Medio Oriente. Perchè in quel caso, un altro teatro di confronto diretto diverrebbe l’Afghanistan, perchè a quel punto il Pakistan dovrebbe schierarsi..”.
Professor Silvestri, la guerra in Siria è entrata ormai nel suo ottavo anno. Ci si indigna a corrente alternata, si fissano innumerevoli red line, a volte si esercita la forza da parte dell’Occidente o di parte di esso. Ma tra gli attori principali di questa tragedia, ce ne è uno che abbia una idea politica sul futuro della Siria?
“A mio avviso, no. La Russia sembrerebbe pensare ad una Siria governata nominalmente da Assad, con aree di influenza controllate dai vari attori interni e regionali. Ritengo che questa soluzione non possa reggere di fronte alle preoccupazioni della Turchia, che mai accetterebbe un ‘cantone’ amministrato dai curdi, o di Israele, che vedrebbe minacciata la sua sicurezza da un’area di fatto controllata dagli sciiti con il supporto iraniano e degli hezbollah libanesi, per non parlare di Assad che farebbe la fine di un prestanome senza potere. Se questa dovese essere la ‘pax russa’ per la Siria, la vedo estremamente fragile perchè troppo esposta a crisi, a scontri tra comunità . Il problema è capire se si può trovare un’autorità centrale che venga accettata da tutti i siriani: questa, tra mille incertezze e contraddizioni, sembrerebbe essere il fondamento di una “pax occidentale’. In passato si è provato a capire se all’interno del regime baathista, fuori dal clan Assad, magari nelle fila dell’esercito, vi fossero figure alternative al rais. Non sembra che siano state trovate. Sul tavolo resta anche una effettiva spartizione che, se dovesse essere la strada perseguita, finirebbe per investire anche l’Iraq e il Libano. Certo, è estremamente complicato immaginare di mantenere una unità della Siria senza doverla ‘colonizzare’ Per tornare all’altra notte, diciamo che si è fatto il minimo sindacale della reazione annunciata, ma questa era diventata una scelta obbligata a fronte del rischio di un confronto diretto con la Russia, che avrebbe determinato una riedizione, ancor più allarmante per le sue conseguenze, di uno scontro Est-Ovest”.
Tornando agli eventi di questi giorni. Come valuta l’atteggiamento assunto dall’Europa?
“Direi niente di nuovo sotto il sole. L’Europa si è mostrata divisa come al solito quando in ballo c’è l’uso, anche se moderato, della forza. Eppure l’Europa dovrebbe essere molto più interessata degli Usa alla soluzione della crisi siriana. Penso alla minaccia terroristica o al problema dei rifugiati. Stiamo parlando di un Paese che conta già oltre sei milioni di profughi, e il numero potrebbe ulteriormente crescere se la situazione si farà ancora più grave, investendo anche le aree dove è più presente la comunità curda. Ora, è vero che la Turchia ha fatto da ‘tappo’ al flusso di rifugiati dalla Siria all’Europa, ma Erdogan lo ha fatto a nostre spese e usando i profughi siriani come arma di ricatto nei confronti dell’Europa. Quanto poi al protagonismo di Francia e Regno Unito, in questo caso e su questo fronte non dovrebbe suscitare particolare scandalo. La storia, più che la geopolitica, può aiutarci a capirne il perchè. L’Iraq è stato per tanto tempo un dominio britannico o comunque un Paese che ha sentito fortemente l’influenza del Regno Unito. Lo stesso discorso può essere fatto per la Francia con la Siria e il Libano. Si tratta allora di provare a individuare, in chiave europea, interessi condivisi, sapendo che Francia e Gran Bretagna restano le porte d’ingresso in Medio Oriente dei Paesi europei”.
Professor Silvestri, ma in tutto questo che fine ha fatto la guerra al terrorismo che in passato sembrava essere il centro assoluto che tutto giustificava, in Siria e non solo?
“Il problema vero si chiama Bashar al-Assad. Perchè lui si presenta come il perno della lotta al terrorismo jihadista, quando invece anche lui pensa, si muove e agisce come un terrorista, diciamo un terrorista di stato. Forse non avrà commesso o sponsorizzato attentati nei Paesi europei, ma lo ha fatto in Libano. Non dimentichiamo poi che per favorire l’affermarsi della componente jihadista nel fronte dei ribelli, Assad ha rimesso in libertà personaggi che hanno ingrossato le fila dell’Isis anche con funzioni di comando. Se non ci si libera da Assad le ambiguità resteranno. Ma oggi questa via è improponibile perchè vorrebbe dire fare i conti con la Russia su un teatro molto più ampio di quello siriano”.
(da “Huffingtonpost“)
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