Destra di Popolo.net

“IL GENERALE HAFTAR E’ MORTO”: L’UOMO FORTE DI BENGASI LASCIA LA LIBIA NEL CAOS

Aprile 13th, 2018 Riccardo Fucile

ERA STATO TRASFERITO A PARIGI PER UN TUMORE AL CERVELLO, ORA I CLAN DELLA CIRENAICA RISCHIANO DI ANDARE IN COLLISIONE

Dopo le notizie incerte degli ultimi giorni, ormai siti di informazione arabi e uomini politici libici diffondono apertamente la notizia che il generale Khalifa Haftar è morto. L’uomo forte della Cirenaica dal 10 aprile veniva dato in serie condizioni a causa di un infarto o di un ictus senza che nessuno riuscisse a confermare seriamente la malattia.
Repubblica ha avuto conferma della morte da una fonte del Consiglio presidenziale di Tripoli, il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite.
La notizia diffusa da alcuni media libici, tra cui il Libyan Observer, il Libyan Express e la Tv AL Nabaa, è stata data anche dalla Ria Novosti, che cita una fonte di Tripoli. “Abbiamo avuto notizie della sia morte”, ha affermato la fonte. Fonti diplomatiche al momento però non confermano la notizia, che era stata data e poi smentita anche da un noto parlamentare egiziano, Mostafa Bakry.
L’ex ufficiale gheddafiano era da tempo malato di un tumore al cervello, per il quale veniva curato ad Amman in Giordania.
L’ultimo controllo aveva portato i medici giordani a suggerire un ricovero a Parigi, dove era giunto il 5 aprile.
Le prime voci del ricovero in Francia erano state diffuse dal giornalista francese Hugeux Vincent e riprese anche dal sito di Le Monde. Oltre a Doustour.net e Libya al Ahrar anche il sito informativo egiziano al Watan ha annunciato la morte di Haftar, confermata dal deputato egiziano Mostafa Bakri.
Haftar è stato un ex compagno d’armi del colonnello Muhammar Gheddafi. Con lui partecipò al colpo di Stato che nel 1969 spodestò il re Idris. E con i giovani ufficiali che sostennero Gheddafi partecipò alla guerra che il colonnello decise di fare in Ciad. Durante il conflitto con i ciadiani, Haftar venne catturato, tenuto in prigione per alcuni mesi dai ciadiani e liberato poi grazie a una mediazione della Cia americana.
Gheddafi lo rinegò assieme a tutti gli ufficiali che avevano partecipato alla disastrosa spedizione in Ciad.
Trasferito negli Usa, per anni il generale ha poi vissuto proprio in Virginia nell’area di Langley dove ha sede la Cia.
Allo scoppiò della rivoluzione in Libia, Haftar era rientrato nel paese. Prima a Tripoli, dove non ha trovato sostegno alla sua idea di avere un ruolo nella guida delle forze armate.
Successivamente si era spostato a Bengasi, dove con il sostegno dell’Egitto e degli Emirati Arabi Uniti ha formato una milizia, “Esercito nazionale libico”, che per mesi ha combattuto gli integralisti islamici che avevano preso il controllo di buona parte di Bengasi e di molte aree della Cirenaica.
Salutato per questo suo impegno come un liberatore, Haftar da mesi accarezzava l’idea di diventare il leader unico della Libia.
Per questo non aveva mai negoziato seriamente con il governo riconosciuto dall’Onu di Tripoli e con il suo presidente Fajez Serraj. Il generale aveva a incontrato Serraj tre volte, l’ultima con la mediazione del presidente francese Emmanuel Macron.
Ma la sua capacità  di coagulare attorno a sè il consenso dei leader politici della Tripolitania, ovvero dell’Ovest della Libia, è sempre stata assolutamente insufficiente.
Nelle ultime settimane il suo principale sponsor, l’Egitto di Abdel Fatah al Sisi, ha mostrato di essersi allontanato dal generale e di essere pronto ad aprire al governo di Tripoli e al presidente Serraj.
La notizia della morte di Haftar aprirà  una fase nuova in Libia, non necessariamente positiva perchè il generale comunque garantiva il controllo perlomeno di una zona abbastanza ampia del paese.
Negli ultimi giorni era già  state segnalate riunioni caotiche fra gli ufficiali vicini all’uomo, compresi i figli che aveva fatto promuovere nell’esercito senza che avessero fatto una vera carriera militare.
Molte tribù sono in rotta di collisione con la famigilia allargata del generale (che tra l’altro è originaria della Cirenaica) è questo ha procurato voci di profondi dissidi in Cirenaica prima ancora della notizia della morte del generale.

(da agenzie)

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LE PROVE CONTRO LULA RIMANGONO VAGHE, INTANTO E’ STATO FATTO FUORI DALLA CORSA ALLA PRESIDENZA

Aprile 8th, 2018 Riccardo Fucile

RICORSI DEI LEGALI CONTRO LA SENTENZA E MAGISTRATI DENUNCIATI AL CONSIGLIO DELL’ONU

Alle 22:30 di ieri, 7 aprile, davanti alla Soprintendenza della polizia federale a Curitiba si è presentato l’ex presidente del Brasile Luiz Inà¡cio Lula da Silva per scontare la condanna a 12 anni di prigione che gli è stata comminata per corruzione. Rinchiuso da giorni nella sede del sindacato ABC, alla fine Lula ha deciso di piegarsi al mandato d’arresto emesso giovedì dal giudice Sergio Moro.
Il termine massimo perchè si costituisse era scaduto venerdì pomeriggio ma il leader politico era rimasto rinchiuso nella sede sindacale, circondato da migliaia di simpatizzanti.
I suoi legali avevano detto che Lula si sarebbe consegnato spontaneamente alle forze dell’ordine dopo una messa per la seconda moglie Marisa Leticia, morta a febbraio dell’anno scorso e che avrebbe compiuto 67 anni proprio il 7 aprile.
La cerimonia si è trasformata in un comizio politico accanto alla sede del sindacato. A più riprese i sostenitori hanno inneggiato alla “resistenza” e hanno incitato Lula a non consegnarsi.
Lui, vestito con una semplice t-shirt scura, ha risposto con gesti e saluti, scambiando abbracci e gesti d’intesa con gli altri politici sul palco. Al suo fianco anche la fedelissima ex presidente brasiliana Dilma Roussef.
Alla fine della celebrazione Lula si è lanciato in una lunghissima arringa.
Polizia federale e pubblico ministero, ha attaccato, “hanno mentito” sulla sua vicenda giudiziaria. “Non li perdono per aver trasmesso alla società  l’idea che io sia un ladro. Io non mi nascondo, non ho paura di loro e non abbasserò il capo. Chi mi accusa non ha la coscienza a posto come me”.
Nove persone, tra cui una bambina e un poliziotto, sono rimaste ferite nei disordini avvenuti fuori dal quartier generale della Polizia Federale di Curitiba durante l’ingresso in carcere di Luiz Inacio Lula da Silva.
Gli incidenti si sono verificati quando l’elicottero in cui viaggiava Lula è atterrato nei locali e due petardi sono esplosi tra la folla di sostenitori dell’ex presidente, secondo la polizia militare.
Gli agenti federali che erano all’interno del quartier generale della polizia hanno reagito, lanciando gas lacrimogeni che hanno costretto i sostenitori del leader del Partito dei lavoratori (PT) a disperdersi lungo la strada. Le forze di sicurezza hanno anche usato proiettili di gomma contro i manifestanti.
È la seconda volta che Luiz Inà¡cio Lula da Silva finisce in carcere.
La prima volta ci finì durante la dittatura militare. Continuerà  ad essere candidato alla presidenza   e a partecipare alla campagna elettorale, sino a quando il Supremo tribunale elettorale appurerà  eventualmente la sua non eleggibilità .
La legge impedisce ai condannati in appello di correre per incarichi pubblici per almeno 8 anni.
Lula è finito in carcere nell’ambito dell’inchiesta Lava Jato che ha messo nei guai Dilma Roussef e di tutti i dirigenti del Partido dos Trabalhadores (PT), accusati di aver incassato ingenti somme di denaro per favorire gli investimenti della Petrobras. Lo schema è simile a quello scoperchiato dall’inchiesta Mani Pulite in Italia: i dirigenti del colosso petrolifero hanno gonfiato gli appalti in modo da poter girare mazzette per un totale complessivo di 800 milioni di euro ai politici del PT i quali a loro volta li avrebbero utilizzati per finanziare la campagna elettorale del partito.
Ad aggravare i sospetti anche la testimonianza di uno dei senatori indagati, Delcà­dio do Amaral, che in fase di patteggiamento ha dichiarato che sia Lula che la Roussef erano a conoscenza dello schema di corruttela e che uno dei ministri della Roussef avrebbe tentato di corromperlo per assicurarsi il suo silenzio.
Nello specifico, a Lula sono stati contestati il reato di corruzione e riciclaggio di denaro. Nel luglio 2017   l’ex presidente è stato condannato in primo grado a 9 anni e mezzo di reclusione per aver accettato tangenti per 3,7 milioni di reais (oltre 1 milione di dollari) da parte della ditta di costruzioni OAS.
La società  gli avrebbe regalato una villa per ottenere contratti da parte della compagnia petrolifera pubblica Petrobras.
Il secondo grado ha confermato le accuse e portato la pena a 12 anni. A Lula vengono contestati anche i reati di traffico di influenze e ostruzione della giustizia perchè avrebbe esercitato pressioni su Dilma per far avere appalti al gruppo industriale Odebrecht finanziati dalla Brazilian Development Bank, controllata dal governo.
Il Fatto Quotidiano ricorda oggi che “Le prove in base alle quali è stato condannato rimangono oggetto di discussione. Da un lato l’impianto accusatorio messo in campo dal giudice Sergio Moro, mentre Lula si è sempre proclamato innocente e denunciato una persecuzione giudiziaria; osservatori terzi sottolineano la mancanza di evidenze che possano documentare il passaggio dell’appartamento di lusso da Oas a Lula. L’accusa, fanno notare, si basa interamente sulla testimonianza di Josè Aldemà¡rio Pinheiro, ex dirigente della società  di costruzioni, arrestato e divenuto collaboratore di giustizia”.
Alla fine di marzo Lula ha annunciato che denuncerà  gli autori di una serie sull’inchiesta Lava Jato. “O Mecanismo” è una serie tv realizzata per la piattaforma Netflix da regista Josè Padilha, conosciuto nel mondo per aver diretto il reboot del 2014 di Robocop e per essere tra i produttori della serie di grande successo Narcos. Gli avvocati di Lula da Silva presenteranno una denuncia contro il giudice Sergio Moro alle Nazioni Unite, sostenendo che l’ordine di carcerazione che ha emesso contro l’ex presidente brasiliano rappresenta una “detenzione arbitraria”.
Lo rendono noto media locali. Con l’appoggio dell’avvocato australiano Geoffrey Roberton, Lula aveva già  denunciato Moro davanti al Consiglio di Diritti Umani dell’Onu l’anno scorso, accusandolo di abuso di potere e violazioni del diritto alla difesa degli imputati nella sua gestione dell’inchiesta.
Questo ricorso all’Onu si aggiunge alla richiesta di habeas corpus presentata dai legali di Lula al Tribunale Superiore di Giustizia (Stj).

(da “NextQuotidiano”)

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LULA DAVANTI A MIGLIAIA DI SOSTENITORI: “NON HO PAURA DI LORO, ANDRO’ IN CARCERE”

Aprile 7th, 2018 Riccardo Fucile

L’EX PRESIDENTE ANNUNCIA CHE SCONTERA’ LA CONDANNA A 12 ANNI E RIBADISCE LA SUA INNOCENZA

Luiz Inaà§io Lula da Silva si costituisce, sconterà  in carcere la condanna a 12 anni inflittagli per corruzione.
Dopo giorni e giorni di incertezza e sfide in tribunale, l’ex presidente del Brasile lo annuncia davanti a migliaia di suoi sostenitori con un’arringa che dà  la misura di quella che molti considerano una sua vittoria politica.
“Io non mi nascondo, non ho paura di loro. Rispetterò il loro mandato” d’arresto, afferma dopo aver partecipato a San Paolo a una messa in memoria di sua moglie, scomparsa l’anno scorso, portato in trionfo dalla folla.
Quindi ribadisce la sua innocenza e torna ad accusare la magistratura di aver mentito.
I giudici avevano stabilito che Lula dovesse costituirsi alla polizia federale di Curitiba entro le 17 ora locale di ieri, ma l’ex presidente è rimasto trincerato nella sede del sindacato dei metalmeccanici a San Paolo, “protetto” da centinaia di militanti, mentre i suoi legali negoziavano i termini dell’arresto.

(da agenzie)

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BASTA INGANNARE L’OPINIONE PUBBLICA SUL RUOLO DELLE SANZIONI CONTRO LA RUSSIA

Aprile 4th, 2018 Riccardo Fucile

IL COMMENTO DELL’AMBASCIATORE DELL’UCRAINA A ROMA: “LE REALI PERDITE ECONOMICHE SONO MINIME”

La recente reazione unanime di Londra e dei paesi alleati in risposta alle eventuali “azioni sporche” della Russia, nel cosidetto “caso Skripal”, hanno rievocato un dibattito acceso sulle possibilità  di estendere le sanzioni alla Russia.
La discussione sta suscitando una vasta eco anche nei media italiani, dove sono stati ricordati “danni per 10 miliardi di euro”, “la catastrofe economica”, e che l’Italia è il “paese più danneggiato dalle sanzioni”, ecc.
La tematica delle sanzioni è davvero molto importante e presenta vari aspetti.
Prima di tutto vorrei ricordare le ragioni per le quali le sanzioni sono state introdotte da parte dall’UE: l’aggressione armata e il tentativo dell’annessione di una parte del territorio dell’Ucraina, un paese sovrano e indipendente.
La Russia si sarebbe dovuta comportare, al contrario, come uno stato garante dell’integrità , della sovranità  e dell’indipendenza dell’Ucraina.
Quale potrebbe essere la risposta alle azioni così violente e ciniche che hanno calpestato i principi fondamentali del diritto internazionale?
Nessuno avrebbe voluto le azioni militari attive, l’Ucraina si oppone militarmente alle truppe russe e il mondo occidentale ci ha sostenuto con l’applicazione delle sanzioni. Queste sanzioni non hanno colpito in nessun modo i produttori del settore agroalimentare o della moda, o dell’industria più in generale.
Le stesse sono state la risposta giustificata che aveva come obiettivo limitare l’aggressività  militare russa al fine di indurla a rientrare   nelle norme del diritto internazionale.
Perciò, le sanzioni   introdotte hanno colpito in modo chiaro e preciso i responsabili dell’attacco all’Ucraina, le imprese del settore militare-industriale e le strutture connesse, gli operatori commerciali di armamenti, i particolari prodotti e le tecnologie a doppio uso ecc.
Le perdite subite dalle imprese italiane sono dovute alle cosiddette “controsanzioni”, introdotte proprio dalla Russia.
Queste controsanzioni russe (che, non si capisce per quale ragione, spesso non vengono chiamate con il proprio nome) sono una risposta insensata da parte del Cremlino, considerando che colpiscono prima di tutto la propria popolazione.
Le sanzioni imposte dalla Russia, come ritorsione, hanno danneggiato l’export italiano nel settore agro-alimentare, come carne, pollame, legumi, frutta, formaggi e salumi.
Quali sono le reali perdite economiche dovute alle sanzioni contro la Russia?
In totale le sanzioni russe toccano 55 gruppi del settore agroalimentare (per più di 2 mila gruppi di merci del commercio bilaterale).
Se facciamo una breve analisi vediamo che l’export italiano delle merci corrispondenti a queste posizioni nell’anno 2013 (ancora prima delle sanzioni) ammontava a 202,7 milioni di euro.
Certo, questa non è una somma trascurabile, ma di sicuro non confrontabile con i “danni di 10 miliardi”, evocati da una parte di stampa.
D’altra parte queste merci sotto le sanzioni russe rappresentavano solo l’1,8% del totale export italiano verso la Russia e lo 0,6% delle esportazioni italiane dei prodotti agroalimentari verso i paesi del mondo.
Anzi, non tutti i 202,7 milioni sono stati persi, nel 2017 l’Italia ha esportato queste merci per 37,4 milioni di euro. Questa stima è anche confermata da parte dell’ICE la quale, nel rapporto annuale del 2016, accerta che “considerando specificamente i prodotti italiani colpiti dall’embargo russo, la flessione delle loro esportazioni complessive ammonta a circa 151 milioni di euro nel biennio 2014-15”.
Allora perchè è crollato l’export italiano verso la Russia e di quanto?
Nel 2013 l’export totale dell’Italia verso la Russia ammontava a 10,7 miliardi di euro (dati ISTAT). Anche da questo indicatore sembra dubbia la tesi di perdite degli stessi 10 miliardi.
Dal 2013 al 2016 la contrazione delle forniture verso la Russia è stata del 12,6% all’anno, mentre l’export è cresciuto del 19,3% nel 2017.
Il principale fattore che ha causato una significativa riduzione dei flussi commerciali nella Federazione Russa è stato il crollo dei prezzi mondiali sul petrolio che per un paese dipendente dall’export ha causato una drastica flessione dell’afflusso di valuta nel paese.
Questo fatto ha avuto come conseguenza il calo della capacità  di acquisto della popolazione russa e una significativa svalutazione del rublo.
Inoltre, mi sorprende che durante questi anni nessuno abbia parlato delle perdite dell’economia italiana nel commercio con l’Ucraina a causa dell’aggressione russa. Tra il 2013 e 2016 l’export italiano è stato ridotto di 1,3 miliardi di dollari USA, secondo i dati del Centro del commercio internazionale.
E secondo i calcoli degli esperti internazionali, l’aggressione russa è costata all’economia ucraina circa 98,4 miliardi.
I contratti persi in Ucraina, chissà  come mai, non interessano tanto i propugnatori dell’abolizione delle sanzioni.
E se la parte economica della questione è più o meno chiara, l’aspetto morale ed etico rimane aperto.
Secondo la stima dell’ONU l’Ucraina ha subito le perdite di più di 10 mila vite umane, tra militari e civili. Non è solo una statistica.
Significa che un nonno seppellisce i suoi due nipotini, che l’unico figlio non torna mai a casa dai genitori e che i bambini restano orfani.
Come ho detto all’inizio, sono state imposte le sanzioni contro la Russia come paese aggressore, un paese che non rispetta i patti e il diritto internazionali.
Le sanzioni costituiscono l’unico possibile strumento legale di pressione sulla Russia. Abolire le sanzioni senza passi concreti della Russia verso la normalizzazione della situazione in Ucraina, inclusa la Crimea, significherà  mostrarsi deboli e dipendenti, riconoscere il diritto di forza e sciogliere le mani di Mosca.

Yevhen Perelygin
Ambasciatore Ucraina a Roma

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LA GUERRA DEI DAZI USA-CINA POTREBBE AVVANTAGGIARE IL VINO ITALIANO

Aprile 2nd, 2018 Riccardo Fucile

L’ANALISI DELLA COLDIRETTI DOPO LE CONTROMISURE RESTRITTIVE ADOTTATE DAI CINESI SU 128 PRODOTTI IMPORTATI DAGLI STATI UNITI

Il vino italiano potrebbe avvantaggiarsi della guerra commerciale tra Usa o Cina dopo che le esportazioni del nettare di bacco Made in Italy nel gigante asiatico hanno raggiunto il massimo storico di oltre 130 milioni di euro nel 2017, grazie all’aumento del 29% del 2017.
È quanto emerge da una analisi della Coldiretti su dati Istat divulgata in occasione dell’entrata in vigore dei superdazi cinesi nei confronti di 128 beni importati dagli Stati Uniti, tra i quali carne di maiale, vino e frutta, per un totale di 3 miliardi di dollari, in risposta alla “mossa protezionistica” decisa dal presidente Donald Trump su acciaio e alluminio.
Gli Stati Uniti – sottolinea la Coldiretti – hanno esportato vino in Cina per un valore di 70 milioni di euro in aumento del 33% nel 2017 e si collocano al sesto posto nella lista dei maggiori fornitori, immediatamente dietro all’Italia.
Per effetto di una crescita ininterrotta nei consumi la Cina – precisa la Coldiretti – è entrata nella lista dei cinque Paesi che consumano più vino nel mondo ma è in testa alla classifica se si considerano solo i rossi.
Un mercato dunque strategico per i viticoltori italiani mentre per quanto riguarda la frutta fresca – continua la Coldiretti – l’Italia può esportare al momento in Cina solo kiwi e agrumi anche se il lavoro sugli accordi bilaterali per pere e mele è ad uno stadio avanzato e potrebbe aprire opportunità , dopo lo “stop” alle forniture statunitensi.
Si tratta di superare – spiega la Coldiretti – barriere tecniche cinesi che riguardano molti prodotti del Made in Italy come l’erba medica disidratata. In realtà  – sostiene la Coldiretti – l’estendersi della guerra dei dazi tra i due giganti dell’economia mondiale ai prodotti agroalimentare apre scenari inediti e preoccupanti nel commercio mondiale anche con il rischio di anomali afflussi di prodotti sul mercato comunitario che potrebbero deprimere le quotazioni. Una situazione che -conclude la Coldiretti – va attentamente monitorata per verificare l’opportunità  di attivare, nel caso di necessità , misure di intervento straordinarie.

(da agenzie)

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LE GRANDI MANOVRE DEGLI IMPERI: COME MOSCA E PECHINO SFIDANO LE DEMOCRAZIE IN DIFFICOLTA’

Marzo 18th, 2018 Riccardo Fucile

L’AUTORITARISMO ILLUMINATO DI XI JINPING E QUELLO OTTUSO DI PUTIN INCALZANO L’OCCIDENTE ALLE PRESE CON LA CRISI DEL MODELLO LIBERALE

Da migliaia di anni la tragedia della politica è che l’impero offre una soluzione al caos. L’imperialismo, come afferma lo storico di Oxford John Darwin, «è stato storicamente quasi sempre l’organizzazione politica predefinita», perchè le capacità  necessarie per costruire Stati forti, per ragioni geografiche, non erano mai equamente distribuite, così che di solito emergeva un gruppo etnico dominante.
Tuttavia, poichè la conquista contempla arroganza, militarismo, espansionismo e calcificazione burocratica, l’atto stesso di costruire un impero porta in sè, secondo il filosofo tedesco Oswald Spengler, la decadenza e il declino culturale.
Gli imperi (in particolare quello britannico e quello francese) non furono mai così scontati come prima del loro crollo.
Ma se l’impero è la norma, anche se destinato a finire tragicamente, si può sostituire all’impero qualcosa che sia duraturo?
La «Nuova via della seta» cinese, la campagna di sovversione russa nell’Europa Centrale e Orientale, l’Unione europea e l’ordine mondiale liberale a guida americana sono tutti tentativi di risolvere il problema.
La strategia globale, un argomento che ossessiona le èlite politiche, è essenzialmente questo, la ricerca di un modo per evitare la trappola dell’impero.
Cina: autoritarismo illuminato su base geografica
A grandi linee la Cina e la Russia rappresentano un modo per affrontare il problema; l’Unione europea e gli Stati Uniti un altro. Entrambi i modelli hanno i loro punti di forza e di debolezza. La Cina e la Russia sono eredi di tradizioni imperiali anti-democratiche legate alla terra. I loro tentativi di espansione affondano le radici nella geografia e non negli ideali.
I leader cinesi vivono con la consapevolezza che l’Asia, all’inizio dell’età  moderna, durante le dinastie Ming e Qing (dalla metà  del XIV alla metà  del XIX secolo), era più stabile con un sistema di tributi imperiali di quanto lo fosse l’Europa. Poichè l’imperialismo cinese garantì all’Asia una relativa pace per diversi secoli con un sistema per lo più accettato, i leader cinesi oggi non vedono nulla di sbagliato nel loro tentativo di essere ancora una volta i supervisori della regione, cosa che intendono semplicemente come il ripristino dell’armonia regionale sotto una nuova e molto più sfumata versione dell’ordine imperiale.
La Cina non è una democrazia, ma non è nemmeno totalitarista. Questo è esattamente il suo fascino. Il suo autoritarismo – in cui l’ordine è garantito, la politica è prevedibile, e i dibattiti si svolgono tra la leadership, i think thank di Pechino e la popolazione nel suo insieme – dà  vita a un regime che etichettiamo semplicisticamente in termini manichei come dittatura.
Inoltre, l’idea del leader cinese Xi Jinping di ripristinare l’armonia regionale rappresenta il genere di fine superiore che ha tradizionalmente definito gli imperi di successo e le loro varianti.
La «Nuova via della seta», che segue i percorsi delle dinastie cinesi medievali e collega la Cina con l’Iran e l’Europa, offre all’Asia Centrale e al Medio Oriente una visione di speranza, che potrebbe mitigare il loro isolamento geografico, la povertà  e l’instabilità .
Noi pensiamo che la Cina rappresenti una sfida economica. È qualcosa di più.
È una sfida filosofica perchè il suo sistema unico, almeno in questo frangente, assicura al proprio popolo e ai vicini politiche di sviluppo affidabili e concrete.
Xi non è esattamente un dittatore: è una specie di dittatore, che può ancora offrire al suo popolo una certa dose di libertà  personale e di crescita economica evitando l’anarchia.
Questa è la seduzione dell’autoritarismo con cui abbiamo a che fare. Ed è così anche se Xi ha abolito i limiti temporali del suo mandato. La Cina ha ancora punti di forza istituzionali che mancano alla Russia, e il governo di Xi è ancora lontano dall’assolutismo di Saddam Hussein o degli Assad in Siria.
La Cina non può farci nulla. Il suo dinamismo in questo decennio potrebbe portare il sistema della «Nuova via della seta» ad espandersi nel prossimo decennio a un ritmo insostenibile per un’economia cinese in decelerazione. La Cina potrebbe assomigliare ancora troppo a un regime imperiale tradizionale per sopravvivere.
Russia: un autoritarismo ottuso su base geografica.
I russi possono ben avere la mano pesante con i loro teppisti mascherati e armati in Ucraina, ma fanno affidamento sul dominio cibernetico per sovvertire i governi democratici, un metodo poco costoso e facilmente negabile. Inoltre, non stanno cercando di ricreare nell’Europa Centrale e Orientale il Patto di Varsavia, che aveva tutta l’arroganza e gli altri inconvenienti dell’imperialismo tradizionale; concentrano solo lì la loro forza distruttiva.
In Siria sono stati attenti a non introdurre truppe di terra in numeri significativi. Si sono dimostrati aggressivi con i loro vicini più prossimi; ma ugualmente cauti. Mirano a recuperare l’intera geografia sovietica, ma senza i rischi e le spese dell’impero. Cercano influenza; non conquista diretta.
Questa è una strategia post-imperiale intelligente. Ma il progetto post-imperiale di sovversione nell’Europa Centrale e Orientale del presidente russo Vladimir Putin, benchè rispettoso dei confini, rivela l’ossessione di abbattere le democrazie liberali senza alcuna superiore finalità  – cosa che non gli permette di vedere la minaccia messa in atto dalla Cina alle porte di casa – come se le sue campagne di guerra cibernetica fossero guidate da poco di più del risentimento per il modo in cui è finita la Guerra Fredda.
E senza uno scopo superiore a guidarlo, il suo imperialismo a basso contenuto calorico sarà  alla fine sconfitto. La storia ci ha ripetutamente dimostrato che, affinchè l’imperialismo duri, deve, almeno nelle intenzioni, avere un obiettivo più alto, civilizzatore.
La Cina resta saldamente in questa tradizione; La Russia no. La Russia non è sostenuta da istituzioni forti, come la Cina; e non offre la speranza di uno sviluppo economico come la «Nuova via della seta» cinese. Ecco perchè, a differenza della Russia, la Cina ci pone una sfida. La differenza tra un tipo di autoritarismo e un altro a volte può essere tanto grande quanto la differenza tra autoritarismo e democrazia.
Ue, impero virtuale  
L’Unione europea è la risposta più innovativa all’impero. L’enfasi sulla legalità  e sui piccoli Stati la libera dall’imperialismo tradizionale, osserva lo storico di Yale Timothy Snyder.
Eppure, aggiunge, il passato dell’Europa è quasi interamente imperiale e quindi molti Stati in Europa, in particolare nell’Est, non hanno futuro se non sotto l’egida dell’Unione europea, le cui dimensioni e diversità  sono comunque di grandezza imperiale.
In effetti, l’Unione europea è il vero successore del cosmopolitismo degli imperi asburgico e ottomano, e quindi ha il potenziale per adempiere alla funzione dell’impero in tutto il Continente senza necessariamente cadere preda delle sue debolezze.
Ma di fronte alla versione russa del post-imperialismo, l’Ue non può provvedere interamente alla propria sicurezza. Questo è in definitiva il lavoro degli Stati Uniti.
Eppure l’Unione europea, a causa della crisi del debito seguita dall’ondata di nazionalismo populista, ha imparato una certa umiltà , meglio evidenziata dal primo ministro italiano Paolo Gentiloni a Davos, che ha messo in guardia i colleghi europei dall’«arroganza di un’èlite digitale cosmopolita».
E, pur denunciando il nazionalismo, i suoi colleghi Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno entrambi parlato a Davos di lavorare per dare una risposta a chi ne è attratto. Adesso si rendono conto che solo rendendo Bruxelles meno remota e burocratica, la sovrastruttura quasi imperiale dell’Unione europea può sopravvivere. L’Unione europea potrebbe trovarsi in una posizione migliore per padroneggiare il futuro a causa della sua esperienza di pre-morte.
Là  dove l’autoritarismo russo è inseparabile dal gangsterismo e quindi non è un modello per il futuro, e il sistema cinese funziona proprio grazie al suo originale mix di libertà  personali e repressione politica, l’Unione europea può sopravvivere solo diventando una democrazia non elitaria, pur mantenendo il suo forte elemento burocratico.
Sono cruciali a questo punto mirati aggiustamenti. Questo nuovo secolo di geopolitica che è seguito a un secolo di ideologia richiede che le differenze tra i vari sistemi in competizione siano più sottili che durante la Seconda guerra mondiale e la Guerra Fredda.
Usa destinati a guidare?
L’ordine mondiale liberale a guida americana, almeno fino all’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, è rimasto ben saldo nei suoi valori universali. Ma questo non lo rende automaticamente post-imperiale.
Perchè nelle menti dei suoi praticanti, l’imperialismo è stato spesso una missione edificante e civilizzatrice.
In effetti, la Guerra Fredda era una lotta tra due imperi, sebbene si definissero altrimenti. L’ordine americano, inoltre, proprio perchè attraversa gli oceani, richiede grandi spese militari. E questo, secondo molti storici, porta al declino dell’impero.
Le invasioni dell’Iraq e dell’Afghanistan e le operazioni delle forze speciali in Siria hanno avuto tutte le caratteristiche delle spedizioni imperiali, perchè invadere un territorio significa governarlo.
Naturalmente, l’America deve difendere i suoi valori in luoghi remoti, ma deve farlo in modo da non appesantire il fronte interno con spese militari e morti. Questo è più difficile di quanto sembri, dal momento che le guerre per scelta possono apparire inizialmente come guerre di necessità .
Negli Stati Uniti, il presidente Trump ha de-enfatizzato le guerre di stampo imperiale in Medio Oriente, preferendo sconfiggere l’Isis senza cercare di rovesciare il dittatore siriano Bashar al-Assad.
Nondimeno, con i suoi richiami al protezionismo e una definizione molto stretta degli interessi americani, ha svuotato la politica estera americana di qualsiasi scopo reale ed edificante – un altro sicuro segno di declino.
Inoltre, la sua adorazione per l’esercito unita alla decimazione del corpo diplomatico ricorda il destino di tutti gli imperi militari, facendo tornare alla mente la descrizione dell’antica Assiria dello storico britannico Arnold Toynbee: un «cadavere con l’armatura».
Gli Stati Uniti sono a un bivio, solo se riescono a trovare la propria personale declinazione del quasi-imperialismo, saranno ancora destinati ad avere un ruolo di guida. Eppure, per la prima volta in tre quarti di secolo, l’America sembra priva di una grande idea capace di motivare il mondo. Questo, più di ogni altra cosa, mette gli Stati Uniti in pericolo.
Conclusioni
Non dovremmo dare per scontato che la democrazia liberale rappresenti l’ultima parola nello sviluppo politico-umano. Il sistema che trionferà  sarà  quello che saprà  offrire più dignità  ai suoi cittadini e più speranza per i soggetti e gli alleati esterni.
In effetti, viviamo un momento di autoritarismo non tanto per la Russia quanto per la Cina, il cui successo economico e la strategia globale ben orchestrata – così reminiscente dell’impero – non si basano sul suffragio universale. Ma la domanda più profonda si trova dentro di noi.
L’America era una democrazia ispiratrice nell’era della stampa e della macchina per scrivere.
Lo stile autoritario di Trump è un’aberrazione – o il prodotto di una nuova e volgare età  del video digitale, la cui enfasi su diverse narrazioni incoraggia la divisione e aggira la verità  oggettiva?
Se è questo il caso, allora il modello cinese di severa repressione interna potrebbe rivelarsi il naturale successore dell’impero. Eppure, con tutto il suo fascino, questa è una trappola che preannuncia sia un’epoca illiberale che il declino non solo dell’America, ma dell’Occidente in generale. Quindi dovremmo considerare l’autoritarismo illuminato come una sfida; non come un destino.

Robert. D. Kaplan
(esperto di geopolitica, autore di saggi e membro del Center for New American Security )

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NELLA CECENIA PIEGATA DA PUTIN CHE CANCELLA I DIRITTI UMANI

Marzo 12th, 2018 Riccardo Fucile

DENARO DA MOSCA E POTERE SENZA LIMITI: ARRESTI ARBITRARI E SEDI DELLE ONG IN FIAMME… UNO STATO CANAGLIA CHE PIACE AI BOIA SOVRANISTI

Il luogotenente di Putin in Cecenia, Ramzan Kadyrov, ha deciso di sbarazzarsi dei difensori dei diritti umani. Li considera un intralcio al proprio potere incontrastato, e in questo turbolento angolo del Caucaso la sua parola è legge.
Memorial, la principale organizzazione russa per la tutela dei più deboli, è stata costretta a chiudere i battenti, e il suo capo locale, Oyub Titiyev, è finito in galera. «Gli hanno trovato della marijuana in macchina. Con ogni probabilità  ce l’hanno messa gli stessi agenti che l’hanno fermato» spiega Oleg Orlov, il responsabile del programma «Punti caldi» dell’Ong, sottolineando che la polizia cecena dipende direttamente da Kadyrov ed è accusata di rapimenti, torture e persino esecuzioni sommarie.
Dopo l’arresto sono partite le azioni intimidatorie. A Nazran, 80 chilometri dalla capitale cecena Grozny, c’è la sede di Memorial che è stata data alle fiamme. «L’incendio è stato sicuramente doloso, abbiamo trovato una bottiglia di benzina e le telecamere di sicurezza mostrano chiaramente che i colpevoli sono due uomini che hanno agito a volto coperto», racconta il direttore di Memorial in Inguscezia, Timur Akiev, indicando il soffitto completamente annerito. Il fuoco ha divorato ogni cosa: documenti, computer, mobili. Adesso si lavora per ricostruire.
Secondo Timur, il rogo è senza dubbio collegato al caso Titiyev. «Il 15 gennaio – ricorda – avvocati e vertici di Memorial sono venuti qui per cercare di aiutare Oyub. Un giorno e mezzo dopo, nella notte tra il 16 e il 17, quei due sconosciuti hanno incendiato tutto. Sono arrivati su una Lada Priora senza targa: hanno tirato fuori una scala, sono saliti al primo piano, hanno rotto il vetro della finestra e hanno iniziato lo scempio».
Ma le minacce non sono finite. Passano pochi giorni e in Daghestan viene incendiata anche la macchina di uno degli avvocati che seguono la vicenda. Poi gli attivisti di Memorial ricevono un sms minatorio: «State camminando sull’orlo del baratro. La prossima volta vi bruceremo con il vostro ufficio».
Oyub Titiyev, il capo di Memorial in Cecenia, è stato arrestato la mattina del 9 gennaio. «Stava andando al lavoro quando l’hanno fermato tre agenti, e uno di loro evidentemente gli ha messo sull’auto un pacchetto con oltre 200 grammi di marijuana», dice Oleg Orlov. Ora Titiyev è accusato di traffico di stupefacenti. «Lo hanno portato in una stazione di polizia, e lì – spiega sempre Orlov – gli hanno intimato di confessare che trasportava droga sulla sua auto e di metterlo nero su bianco. Gli hanno detto che, se non avesse fatto come gli ordinavano, avrebbero sbattuto al fresco suo figlio accusandolo di essere un terrorista».
Titiyev però non cede e contesta l’arresto e il sequestro della marijuana: sono avvenuti senza testimoni, quindi violando la legge.
«In Russia – rimarca Orlov – è molto facile falsificare le inchieste penali, ma in Cecenia basta uno schiocco di dita. E così gli agenti hanno rimesso Oyub al volante della sua auto, ma con uno di loro seduto accanto. Lui ha messo in moto e in men che non si dica è stato fermato di nuovo da un’altra pattuglia. E di nuovo gli hanno trovato la marijuana in macchina. Questa volta però con dei testimoni già  belli e pronti».
Il ricatto
La polizia per sei ore ha negato ai legali di Memorial di aver arrestato Titiyev. E in quel lasso di tempo degli agenti sono andati a casa dell’attivista a cercare i suoi familiari per ricattarlo. Ma quelli avevano già  fatto in tempo a fuggire dalla Cecenia.
La ciliegina sulla torta arriva il 19 gennaio, quando la sede di Memorial a Grozny viene perquisita e gli agenti trovano sulla terrazza due spinelli intatti e una lattina tagliata a mo’ di posacenere. «A quanto pare siamo una banda di spacciatori, e siamo così furbi che teniamo la droga in ufficio dopo che uno dei nostri è stato arrestato per narcotraffico», dice tra rabbia e sarcasmo Orlov, pronto a giurare che dietro questo ritrovamento ci sia ancora una volta lo zampino della polizia cecena. Un gioco da ragazzi per loro mettere la marijuana su una terrazza a cui si può accedere da tre appartamenti.
Lo Stato vassallo
La Cecenia fa formalmente parte della Federazione Russa. Ma de facto è uno Stato vassallo di Mosca dove l’uomo di Putin, Ramzan Kadyrov, regna come un sovrano assoluto.
Un suo ritratto giganteggia al confine tra Inguscezia e Cecenia, dove la polizia di Grozny controlla coi kalashnikov la strada che da Nazran porta nella capitale cecena. Grozny oggi ricorda solo lontanamente quella che le due guerre tra gli Anni 90 e i primi Anni Duemila avevano reso «la città  più devastata della Terra».
Il denaro del Cremlino ha lanciato la ricostruzione, ma è stato anche uno strumento di corruzione e pare che parte dei fondi sia finita direttamente nelle tasche di Kadyrov. In centro i grattacieli del complesso residenziale Grozny City hanno sostituito gli edifici sventrati dalle bombe.
Per strada una vecchietta col capo coperto dal velo – come tutte le donne qua – vende magneti ai pochi turisti: molti raffigurano Ramzan Kadyrov in mimetica.
Qualche centinaio di metri più in là , attraversando un ponte sul fiume Sunzha, ci si trova davanti al Cuore della Cecenia: la moschea più grande d’Europa con i suoi quattro minareti alti 62 metri.
Il tempio si ispira alla Moschea Blu di Istanbul ed è dedicato al padre di Ramzan Kadyrov, Akhmad, un ex separatista poi passato dalla parte dei russi e diventato leader della Cecenia. Fu ucciso nel 2004 in un attentato. Adesso il suo volto fa capolino a ogni angolo, come quelli del figlio Ramzan e di Vladimir Putin. Il centro di Grozny è tappezzato dei loro ritratti, e il culto della personalità  riservato a questo trio stupisce subito un osservatore occidentale.
Le strade dei leader
Ad Akhmad Kadyrov è intitolata una delle due vie principali della città . L’altra porta invece il nome di Putin. Ma all’ex presidente ceceno è dedicato persino un museo. Si sviluppa su due piani e tra colonne di marmo e stucchi dorati presenta Kadyrov senior come padre della patria, devoto musulmano e uomo di pace. Praticamente cancellati invece gli anni da separatista. Mentre ampio spazio è destinato al rapporto col figlio Ramzan per legittimarne il potere da signore feudale.
Il leader ceceno difende poligamia e delitti d’onore, ignorando nel suo Califfato le leggi di uno Stato laico come la Russia. E soprattutto conta su migliaia di pretoriani pronti ad arrestare, torturare e uccidere. Come avvenuto nella caccia alle streghe contro gli omosessuali lo scorso anno.
Se Kadyrov non esita a minacciare di morte i suoi avversari, i suoi scagnozzi – i kadyrovtsy – ammazzano anche fuori dalla Cecenia. Molti dei condannati per l’omicidio dell’oppositore Boris Nemtsov – freddato a colpi di pistola a due passi dal Cremlino – erano militari della guardia di Kadyrov. E anche per l’assassinio della giornalista Anna Politkovskaya tutti gli elementi portano in Cecenia.

(da “La Stampa”)

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IN TUNISIA TRA I GIOVANI DISOCCUPATI E RIBELLI: “NOI IN PIAZZA SOGNANDO L’ITALIA”

Gennaio 14th, 2018 Riccardo Fucile

“SONO FINITI ANCHE I SOLDI PER MANGIARE”… “APPENA HO DUEMILA EURO MI IMBARCO”

Non ci sono foto del martire di lunedì qui a Tebourba, 25 mila anime a nord-ovest di Tunisi dove molti non conoscono neppure il suo nome. Khomsi Yafrni aveva 45 anni, era disoccupato, è morto durante le proteste per il carovita.
Ma, nonostante il quinto giorno di scontri con oltre 600 persone arrestate e l’esercito in campo, non sembra candidato alla fama di Mohammed Bouazizi, l’icona della rivoluzione del 2011.
«Mercoledì il premier Chahed sarebbe venuto a trovarci se non fosse stato fermato dalla polizia all’ingresso della città  per problemi di sicurezza, i ragazzi urlavano “degage” (vattene)» ci dice il fratello maggiore Nourredine, pochi denti, mani callose, gilet imbottito sulla felpa con gli orsetti.
La casa dei Yafrni è un misero cubo bianco a 500 metri dalla strada dove l’uomo è stato ucciso durante l’assalto al palazzo del governo locale. In terra vedi i vetri delle molotov, ogni giorno nuovi.
Sul marciapiede opposto al governo locale c’è un caffè senza insegne, resti di antiche maioliche alle pareti, tavoli sgangherati e una manciata di avventori, tutti sui vent’anni, tutti pronti a emigrare, tutti favorevoli alle proteste perchè il presente è una prigione da far saltare.
«Sono stato a Perugia 10 anni finchè la primavera scorsa mi hanno espulso perchè ero irregolare, ma appena rimetto insieme 2 mila euro m’imbarco da Kelibia, qui vicino, e ci riprovo» racconta Fauzi, 36 anni.
In attesa del sogno europeo, concorda la platea, abbasso la finanziaria e viva l’era Ben Ali, quando almeno «10 dinari significavano mangiare, mentre adesso bastano appena per le sigarette e un caffè».
Tebourba, che agli storici della II guerra mondiale evoca l’omonima battaglia tra le forze alleate e quelle dell’Asse, ha visto centinaia di suoi figli prendere la via del Mediterraneo. Anche Khomsi Yafrni era venuto in Italia per tornare più povero di prima tra i concittadini che campano di agricoltura, carote, olive, carciofi berberi.
«Il mio Wael va ogni mattina a Tunisi per qualche lavoretto da muratore ma i trasporti sono scarsi, deve prendere il pulmino che gli costa 5 dinari, un quarto della paga giornaliera» spiega mamma Aziza, velata come quasi tutte le donne.
Si aggira con una sola busta tra i banchi del suq, prezzi più alti di due anni fa ma non altissimi a parte il pesce, sardine comprese, che costa ormai il doppio.
Il contadino Mostafa le ripete che non ne ha colpa: «Sono aumentati i fertilizzanti, i macchinari, se lo Stato non investe qui industrializzando la raccolta dobbiamo fare da soli e questi sono i risultati».
I risultati sono l’apatia e la frustrazione dei più giovani, di cui oltre uno su tre è disoccupato, che da una settimana si concretizzano in rabbia sanculotta.
Se la politica fa il suo gioco a Tunisi qui resta sullo sfondo, non ci sono manifesti anti-governativi dell’opposizione nè la polemica tra la maggioranza e la sinistra del Fronte Popolare che pure ha votato il budget 2018 e nemmeno gli slogan contro i tagli dovuti al Fondo Monetario in cambio del prestito quadriennale di 2,9 miliardi di dollari: c’è una massa grigia che raccoglie il disagio nazionale, ma preme per andarsene dal Paese con buona pace della transizione democratica.
«I giovani non sono contenti della situazione e hanno il diritto di protestare contro la legge di bilancio ma in modo civile e senza bruciare auto o bancomat, questa volta diversamente dal 2011 la soluzione al legittimo malcontento popolare sarà  politica ed economica» ci dice Wided Bouchamaoui, presidente degli imprenditori e pilastro del quartetto per il dialogo nazionale tunisino premiato nel 2015 con il Nobel per la pace. A Tebourba però, l’aria è grave come prima della pioggia.
«È la controrivoluzione» sentenzia il maestro Rashid davanti alla stazione risalente al 1878.
Discute con un gruppo di amici pendolari come lui, cappotti lisi, sui cinquanta, i padri delle piazze incandescenti. Yasser fa il guardiano in un garage, 300 euro al mese se va bene: «Succede sempre di sera, appena fa buio vanno in strada a tirare sassi, molti sono ragazzini di 14 anni, non sanno neppure che sotto Ben Ali si veniva torturati per molto meno».
Il gruppo non fa mistero di simpatizzare per Ennahda, i Fratelli musulmani tunisini che governano in coalizione con i liberali di Nidaa Tounes.
Ironia della sorte vuole che alcuni di loro siano tornati dopo il 2011 a Tebourba, antica roccaforte islamista tanto da essere abbandonata da Bourghiba al suo destino di sottosviluppo rurale, mentre i diciottenni bramino la fuga proprio ora.
«Degage, degage»: il coro si leva dalla piccola piazza dei martiri, tra la chiesa e l’incrocio per Tunisi sovrastato da una gigantografia che non appartiene a Bouazizi nè tantomeno a Yafrni, ma all’oriundo militare Akrounben Salah ucciso in un attacco terrorista nel 2015. È il momento: un uomo adulto s’inginocchia mimando con una bottiglia il gesto di darsi fuoco, una quindicina di ragazzi inveiscono, un secondo cerchio di spettatori segue la scena. In tutto saranno meno di 60 persone ma altrettanti poliziotti sono appostati nei blindati.
È un dèjà -vu, ragiona un impiegato nel bar La Cabana: «A un certo punto i manifestanti si allontano da queste strade grandi alla francese e vanno verso la medina araba, dove in caso di scontri è più facile scappare tra i vicoli labirintici».
Tunisi sembra assai più lontana dei 40 chilometri reali costeggiati da venditori di finocchi, banchi di scarpe, ulivi soffocati dalla spazzatura.
È qui in provincia e nelle banlieues che, come nota il ricercatore Hamza Meddeb, l’assenza della classe media dalle piazze si nota davvero.
Anche per questo il nome Khomsi Yafrni sembra sospeso, vittima del presente, morto al buio com’era vissuto.

(da “La Stampa”)

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OPRAH ORA SOGNA DI CORRERE PER LA CASA BIANCA

Gennaio 8th, 2018 Riccardo Fucile

LA REGINA DEL MONDO DELLO SPETTACOLO HA SUSCITATO GRANDI EMOZIONI CON IL SUO DISCORSO NELLA SERATA DEI PREMI

Oprah Winfrey for President? La regina afro-americana del mondo dello spettacolo al posto di Donald Trump nel 2020?
E’ un’ipotesi tutt’altro che peregrina, specie dopo il discorso “presidenziale” ai Golden Globes dell’attrice-imprenditrice.
Vestita di nero per solidarietà  con il movimento MeToo, come del resto tutte le star presenti domenica sera al Berverly Hilton per la serata californiana che ha aperto la stagione dei premi, la Winfrey ha ricevuto un importante riconoscimento alla carriera e ha parlato per nove minuti alle sue colleghe e all’America.
Oprah ha ringraziato tutte le donne che hanno sofferto per abusi e violenze sessuali sono per continuare a mantenere la famiglia e inseguire i loro sogni. E si è augurata di vedere presto “l’alba di un giorno nuovo” in cui, grazie alle lotte di oggi da parte di tante “magnifiche donne”, nessuno sarà  più costretto a dire “MeToo”, cioè a denunciare pubblicamente le molestie sessuali subite.
Quel discorso durato nove minuti non solo scatenato gli applausi della platea, ma, rimbalzando sulle televisioni, ha innescato una valanga di tweet con l’hashtag #Oprahforpresident e #Oprah2020. Come dire: un incoraggiamento popolare a scendere in campo come anti-Trump.
Condotta da Seth Meyers, la serata dei Golden Globes, giunta alla 75ma edizione, è stata segnata dal ripudio del “Mostro Weinstein”. A vincere i maggiori premi sono stati Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, Lady Bird, Frances McDormand e Gary Oldman. Ma è stata la performance di Oprah a dominare lo show.
Già  nel passato la Winfrey, che ha 63 anni e che, dopo la conclusione del suo celebre show, è diventata molto ricca con una casa di produzione (ha un patrimonio personale di 3 miliardi di dollari), si era posta l’interrogativo se scendere in politica o meno. Aveva risposto di no, pur contribuendo in modo sostanziale alla campagna elettorale prima di Barack Obama, con cui è sempre stata molto amica, poi di Hillary Clinton.
Ma adesso le sue riserve potrebbero essere superate. “Ovviamente non dipende da lei, ma se i cittadini la incoraggiassero a candidarsi, lo farebbe di sicuro”, ha confermato ai margini dei Golden Globes, Stedman Graham, da tempo il suo socio e partner nella vita.
Di sicuro gli elettori americani hanno sempre mostrato una predilezione per i candidati del mondo dello spettacolo, come dimostrano i casi di Ronald Reagan, Arnold Schwarzenegger e dello stesso Trump, che divenne famoso con lo show The Apprentice. La Winfrey, per giunta, è una donna energica, intelligente, sensibile alle problematiche sociali.
Certo, è tutto ancora prematuro: le vere manovre in vista delle prossime presidenziali del 2010 cominceranno dopo le elezioni politiche di midterm, a novembre di quest’anno. Ma già  si intravvedono alcune star nascenti: tra cui, tra le donne democratiche, la senatrice afroamericana della California, Kamala Harris, quella del Massachusetts Elizabeth Warren e quella di New York, Kristen Gillibrand).
Da parte repubblicana, invece, è tutto molto confuso, soprattutto per si aspetta di vedere cosa succederà  della presidenza Trump, specie dopo l’uscita del libro-denuncia di Michael Wolff e l’intensificazione dell’inchiesta sul Russiagate.
Ma proprio le rivelazioni di Wolff hanno fatto nascere l’ipotesi di una candidatura di Ivanka, la ambiziosissima figlia del presidente, oltre che dell’ambasciatrice all’Onu, Nikki Haley, anche lei “ambiziosa come Lucifero”.

(da agenzie)

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