Novembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
CONTINUANO MANIFESTAZIONI E DISORDINI CONTRO L’ELEZIONE DELL’EVASORE FISCALE RAZZISTA
Una persona è stata colpita da un colpo di pistola ad una manifestazione anti Trump a Portland, in
Oregon.
Lo dice la polizia locale che chiede a tutti di “evacuare l’area immediatamente”. Lo sparo sarebbe stato esploso vicino al ponte Morrison dove passava il corteo.
Le proteste nella città dell’Oregon sono state le più dure da quando in varie città e campus universitari degli Stati Uniti sono state inscenate manifestazioni contro Trump.
Anche ieri la polizia ha usato lacrimogeni e granate stordenti per disperdere la folla dopo che centinaia di manifestanti hanno marciato in città bloccando il traffico e sporcando i muri con i graffiti.
Durante i disordini, ‘alcuni oggetti in fiamme’ sono stati lanciati contro i poliziotti che hanno risposto con i lacrimogeni.
Ma le manifestazioni sono continuate in altre città americane. In centinaia hanno marciato per le strade di Los Angeles fermando la circolazione e sventolando cartelli con la scritta: “Respingiamo il presidente eletto”.
Proteste anche a Miami e a New York, dove i manifestanti si sono riuniti al Washington Square Park e vicino alla Trump Tower, dove vive il magnate, sulla Fifth Avenue.
(da agenzie)
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Novembre 11th, 2016 Riccardo Fucile
“NON SACRIFICHIAMO 850.000 ESSERI UMANI CHE VIVONO CON NOI E FANNO PARTE DELLA NOSTRA COMUNITA'”
New York resisterà a Donald Trump se cercherà mettere in pratica i suoi piani contro i migranti
senza documenti.
Parola di Bill De Blasio, sindaco di New York, citato dai media americani.
«Non abbiamo intenzione di sacrificare gli 850 mila immigrati che vivono con noi, che fanno parte della nostra comunità – ha dichiarato De Blasio parlando ai giornalisti nella City Hall – Non vogliamo dividere le famiglie e quindi faremo di tutto per resistere a questo».
Per questo, De Blasio ha annunciato che non consegnerà il database che custodisce l’identità degli immigrati illegali nella Grande Mela a Donald Trump.
Il sindaco di New York, dopo un iniziale tono conciliante nei confronti del presidente eletto, De Blasio ha ribadito di essere disposto a lavorare con Trump «sperando per il meglio».
Ma, ha promesso, la città continuerà a proteggere gli immigrati senza documenti.
In campagna elettorale Trump aveva promesso che avrebbe espulso tutti i migranti illegali presenti sul territorio degli Stati Uniti. Sono circa 11,1 milioni.
Il database non verrà consegnato a Trump, ha assicurato De Blasio, precisando che qualsiasi proposta che sarà vista come «una minaccia per i newyorkesi verrà affrontata».
(da agenzie)
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Novembre 11th, 2016 Riccardo Fucile
FINALMENTE I PRESUNTI “OPERAI INCAZZATI” HANNO TROVATO CHI VIVE LA LORO STESSA INDIGENZA
I maligni sostengono che ieri, durante la loro visita esplorativa alla Casa Bianca, Donald e Melania Trump si siano guardati con una certa attenzione intorno per capire quali ritocchi apportare al 1600 di Pennsylvania Avenue in vista del loro ingresso. Uno scambio di occhiate per mettere giù una bozza di make-up: il 20 gennaio del resto è dietro l’angolo, e personalizzare la Casa Bianca in stile Trump non è certo cosa da poco.
È vero, c’è un protocollo che impone di rispettare certi standard di buon senso e buon gusto per chi mette piede in residenza, ma «The Donald» è senza dubbio un presidente sui generis, e con lui lo sarà anche la Casa Bianca.
Per capirlo basta dare un’occhiata agli interni della magione sospesa tra le nuvole dove i neoconiugi presidenziali vivono.
Il 58esimo piano della Trump Tower sulla Quinta Avenue è un concentrato di oro e marmi a metà tra la reggia Di Versailles e il villone di Scarface.
Uno stile tagliato proprio sul tycoon, che all’inizio degli Anni Ottanta diede indicazioni ben precise all’architetto dei supervip, Angelo Donghia, per realizzare tanta magnificenza.
Giallo ocra, beige, rosa, rossastro, alternati o rimescolati: è questa la declinazione cromatica che la Casa Bianca potrebbe assumere nei prossimi quattro anni, se non di più. C’è chi parla di «Golden House» perchè il bianco è troppo poco, quasi banale, per un presidente come «super Trump».
Anche perchè se «l’America torna a essere grande di nuovo», di tale grandezza bisogna farne sfoggio.
A partire dalle rubineterrie del bagno sino all’Ufficio ovale, dove ieri il presidente uscente e quello entrante hanno avuto il loro primo colloquio ufficiale.
E dove The Donald avrebbe immediatamente pensato a un posto per la scrivania in stile Luigi XIV oggi posta nello suo studiolo che affaccia su Central Park.
E quando Donald e Barack hanno parlato davanti ai giornalisti, il tycoon stava già prendendo le misure della «frugale» poltroncina su cui era seduto per piazzare al suo posto la sedia in stile Luigi XV (una rarità ) in oro e tessuto damascato con gambe corte curvilinee e braccioli accorciati.
Il tour della Casa Bianca al fianco di Michelle ha invece permesso a Melania di prendere le misure per i primi interventi.
Innanzitutto via l’orto, «tanto Donald mangia junk food», e al suo posto un campo da minigolf, otto buche, perchè le voglie del presidente vanno sempre assecondate.
I giardini vanno ridotti, sarebbe il caso invece di allargare lo spazio per il parcheggio dei Suv degli ospiti.
Infine qualche bel nano da giardino, rigorosamente in oro, e perchè no qualche pianta tropicale, magari portata dalla magione Mar-a-Lago, in Florida.
A completare l’opera un paio di statue esotiche come il leone a misura d’uomo che il piccolo Barron cavalca di solito nell’attico al 725 di Fifth Avenue.
Tutta da rifare anche la stanza di Bo, il cane degli Obama, perchè Spinee, il fedelissimo di Trump, ha ben altre esigenze.
Certo, in mancanza dell’architetto Donghia, deceduto molto tempo fa, a chi si affiderà The Donald per questo restyling?
C’è chi dice che su questo sia in corso un contenzioso con Melania: lei vorrebbe avere carta bianca al riguardo, del resto il suo di restyling dai tempi delle passerelle fa sperare in qualcosa di meglio.
Basti vedere gli abiti Ralph Lauren, Michael Kors o Rouland Mouret indossati nelle occasioni importanti, dalla convention di Cleveland alla notte elettorale.
Abiti di un certo stile, in nero ma soprattutto in bianco, colori più adatti alla White House.
Chissà se in mancanza di altri incarichi adeguati per la neo First Lady il presidente si convincerà a concederle questa delega?
Francesco Semprini
(da “La Stampa“)
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Novembre 11th, 2016 Riccardo Fucile
LA CAMPAGNA SOSTENUTA DALLA SILICON VALLEY
E se ce ne andassimo davvero?
C’è una domanda che sta martellando la testa di migliaia di cittadini americani dopo la vittoria di Donald Trump: può la California abbandonare gli Stati Uniti d’America? Diventare una sorta di Scozia negli Usa, un paese con la propria le legislazione e le proprie regole, e magari anche un proprio presidente?
Si chiama “Calexit” ed è la nuova “moda” che sta coinvolgendo centinaia di californiani. Per ora una moda appunto, ma potrebbe diventare qualcosa di più.
Nella California che ha detto sì alla marijuana ad uso ricreativo e no all’obbligo del preservativo nei porno, il 61,5 % degli elettori ha votato per Hillary Clinton.
La parte fortemente democratica dello stato si è fatta sentire e gli elettori di Trump erano intorno al 32,3 %. Si sapeva e qui le previsioni, visto il forte spirito “left” californiano, non hanno sbagliato.
Come in altre parti d’America l’elezione di Trump ha sollevato una sorta di indignazione popolare, soprattutto fra i giovani, e in poche ore l’hashtag “Calexit”, la “brexit” della California, è diventato popolare sui social network.
In realtà , andava a ripescare una campagna che è già in atto: si chiama “YesCalifornia” e da mesi si prefigge lo scopo di indire un referendum per chiedere l’indipendenza dello stato dagli Usa.
Il tutto basandosi sul concetto chiave che la California, da sola, è oggi la “sesta potenza economica mondiale”. Ma quella che prima poteva essere un’idea strampalata di una frangia di indipendentisti dopo il voto ha cominciato a trovare un sostegno concreto.
Il concetto di una “secessione pacifica dagli States tramite referendum” ha colpito anche qualche big della Silicon Valley, come Shervin Pishevar, cofondatore di Hyperloop, che ieri ha annunciato sui social di voler finanziare la campagna per Calexit.
“Il gesto più patriottico che posso fare. La California è la sesta più grande economia mondiale, motore economico degli Usa e fornisce una grande percentuale al bilancio federale. Siamo uno stato con un peso importante e dobbiamo poter valutare di muoverci da soli”.
Una tempesta di tweet e di sostegno, sull’ondata dell’indignazione per il neo presidente nominato, ha fatto il resto: tanto che la campagna YesCalifornia ha ritrovato uno slancio inaspettato.
Il referendum è stato fissato per la primavera del 2019 ma non c’è alcuna garanzia sulla possibilità che avvenga una reale Calexit. I seccessionisti sostengono che legalmente questo sarebbe possibile.
C’è un caso del 1869 che riguarda l’ipotetica secessione del Texas che potrebbe creare dei precedenti. I sostenitori di Calexit basandosi su questo sostengono che con un “emendamento che dovrebbe essere approvato da due terzi della Camera dei Rappresentanti e due terzi del Senato con il consenso di almeno 38 stati” la cosa potrebbe essere possibile. Ma è una partita ancora tutta da giocare.
(da agenzie)
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Novembre 11th, 2016 Riccardo Fucile
UNA MANIFESTAZIONE SPONTANEA SENZA SIMBOLI DI PARTITO, NON SONO NEANCHE FANS DELLA CLINTON E SONO DI TUTTE LE ETNIE
Giovanissimi, senza simboli di partito si sono presentati davanti alla residenza del nuovo
presidente americano.
In maggioranza sono universitari o delle scuole superiori Decine di manifestazioni anche a Chicago e in altre città della West Cost
La cosa più impressionante è l’età . Il più vecchio avrà trent’anni. La media è attorno ai venti: una cosa impensabile nelle manifestazioni italiane.
Non un simbolo di partito, di un sindacato, di un’associazione. Nessuno striscione, solo cartelli scritti a mano.
Migliaia di ragazzi hanno invaso le strade di Manhattan ieri sera alle 7. Una manifestazione spontanea, autorganizzata e giunta infine sotto la Trump Tower.
I movimenti per i diritti civili
Si sono dati appuntamento a Union Square, hanno imboccato la Fifth Avenue, hanno girato a sinistra sulla trentesima, poi hanno imboccato la Sesta sino a Central Park, tra il traffico impazzito, i poliziotti incerti sul da farsi che li seguivano correndo, i passanti che solidarizzavano o si univano a loro.
Una banda musicale di ottoni. Bandiere del movimento Lgbt, lesbiche gay bisex transgender.
La maggioranza sono ragazzi della New York University, della Columbia, delle scuole superiori, di ogni etnia e religione.
Tutti si sono poi diretti al grattacielo simbolo, residenza finora del nuovo presidente degli Stati Uniti. Cortei simili, anche se meno imponenti, si sono visti a Chicago e nelle città californiane.
Nessuno nomina Hillary
Ovviamente non cambiano di una virgola il messaggio che gli elettori hanno dato.
Ma segnano la presenza di un’America giovane, che si colloca subito all’opposizione. Non legata al partito democratico: nessuno nomina Hillary, cui sembrano del tutto estranei.
Divisa da slogan a volte contraddittori. Ma unita da un unico obiettivo polemico: Trump. Con qualche insulto pure per Rudolph Giuliani. E considerazioni decisamente critiche sugli elettori della Florida e di altri Stati che hanno votato per The Donald.
«Non è il mio presidente»
Ecco alcuni dei cartelli: “Not my president”, non è il mio presidente. «Facciamo di nuovo amare l’America». «Trump fa odiare l’America». «Love Trumps hate», l’amore vince l’odio. «Trump you’re fired», sei licenziato (tormentone di The Apprentice, lo show per cui Trump chiese alla Nbc 18 milioni di dollari a puntata e che contribuì alla sua popolarità ).
E ancora: «Impeachment per Trump» «Not in my name», «non in mio nome» «Never lose hope», «non perdere mai la speranza». «Trump razzista», «Trump antisemita», «Trump molestatore», «L’America non è mai stata grande». Ma anche: «L’America è sempre stata grande». «Black lives matter», «le vite dei neri contano», «Trump odia le donne» «Trump togliti il parrucchino».
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 11th, 2016 Riccardo Fucile
“RAZZISTA E SESSISTA”…. “VOTARE PER UN UOMO CHE PREDICA ODIO E’ FOLLE”
«Ci vediamo tra un’ora a Union Square». «Bene, gli altri sono lì ad aspettarci. Mi raccomando, ricordati la bandiera della pace». «Già messa nello zaino, tu piuttosto non dimenticare lo striscione #NotMyPresident».
Inizia così, con un ultimo scambio di messaggi su WhatsApp, la notte più lunga del popolo anti-Trump, più lunga anche di quella trionfante del candidato repubblicano e della sua maggioranza silenziosa.
Questa volta è il turno dell’opposizione rumorosa. È la notte anti-Trump di Sarah e compagni, lei studentessa della New School University che l’8 novembre ha fatto il suo esordio alle urne e ha dovuto fare i conti con la peggiore delle sconfitte. «Abbiamo il diritto a protestare contro sessismo, razzismo, discriminazioni contro gli invalidi», urla Julia, quasi 30 anni, discografica.
È con lei che Sarah si stava scambiando i messaggi prima della grande adunanza a Union Square, epicentro delle proteste della New York liberal.
Come loro, altre migliaia di persone si sono date appuntamento su Facebook e su Twitter in nome dello slogan «Not My President», declinato in tutte le formule social. Con Sarah e Julia ci sono Nicholas e Ramon, il primo figlio di un ex lavoratore dell’acciaio che ha votato Trump, convinto di poter riavere un’occupazione e la dignità . «Mio padre si è fatto prendere in giro, votare per una persona che predica l’odio è folle».
Ramon invece è il tuttofare di un palazzo di Bay Ridge a Brooklyn, domenicano di 50 anni che spera di potersi ricongiungere con moglie e figli quanto prima. O almeno lo sperava.
«Il muro gli cascherà addosso – dice -, vuole dividere le nostre famiglie, ma si accorgerà che senza di noi questo Paese è finito». Quattro persone, quattro storie diverse, ma che riconducono tutte alla Trump Tower.
È lì, all’incrocio tra 56esima e Fifth Avenue, che convergono le masse anti-Trump provenienti da tutta New York.
Del resto tutti i quartieri della Grande Mela hanno votato contro «The Donald» a parte Staten Island, roccaforte repubblicana.
Ed è proprio lì, sotto la Torre d’avorio del tycoon, che la polizia ha organizzato una grande gabbia di transenne, mentre agenti in tenuta antisommossa creano cordoni di sicurezza nelle strade circostanti.
Era dai tempi di «Occupy Wall Street», il movimento che si batteva contro le politiche a favore dell’1% dei ricchissimi, che nella City non si vedeva una mobilitazione così massiccia.
Da Sud verso Nord un fiume di persone cinge d’assedio Midtown: vengono da Union Square appunto, ma anche da Washington Square, la piazza con l’arco e la statua di Giuseppe Garibaldi.
Non c’è tempo per le recriminazioni, oggi si sfila uniti contro il «mostro»: «Trump Makes America Hate», campeggia su un cartello stretto tra le mani di George, 40 anni, dipendente di una società di spedizioni.
«Adesso Trump ci impedirà di ricevere pacchi dal Messico», dice sarcastico mentre si unisce a Sarah e ai suoi compagni di viaggio.
George viene da Times Square insieme a diverse centinaia di manifestanti, mentre un altro gruppo arriva da Columbus Circle dopo aver sfilato sotto il Trump Hotel International.
C’è anche spazio per il dissenso, come quello di una coppia di turisti che non riesce a entrare in albergo, o di un signore che non può raggiungere casa: «sfigati».
La protesta va avanti. Dopo qualche ora la Quinta Avenue dalla 42esima a Central Park è zona occupata, delimitata da fumogeni e picchetti su semafori e impalcature: «New York odia Trump».
New York e non solo, perchè l’ondata di protesta si solleva dai quattro angoli del Paese. Davanti alla Trump Tower di Chicago, a Los Angeles, a Washington, dove tutto parte con una fiaccolata davanti alla Casa Bianca.
Manifestazioni anche in molti atenei, a partire dalla marcia organizzata dagli studenti della storica università di Berkeley, in California, culla del movimento studentesco e pacifista degli Anni 60. Proteste anche nei campus di Santa Barbara, della Temple University, e delle università della Pennsylvania e del Massachusetts.
Almeno 25 città in rivolta per un totale di oltre 100 arresti, 65 di questi solo a New York, alcuni a due passi proprio da Sarah e i suoi compagni, sino a tarda notte.
Sino a quando Julia e Nicholas si salutano, Ramon riprende la metro verso Brooklyn, mentre Sarah dà a tutti appuntamento alla prima di Trump alla Casa Bianca: «Ci si vede il 20 gennaio, ovviamente a DC».
Francesco Semprini
(da “La Stampa”)
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Novembre 11th, 2016 Riccardo Fucile
LA POLIZIA PAGATA DAI CONTRIBUENTI AL SERVIZIO DELL’EVASORE RAZZISTA SERVO DELLA FINANZA
Non si ferma l’ondata di proteste anti Trump negli Stati Uniti.
Manifestanti contro il presidente designato sono tornati nelle strade per il secondo giorno in tutto il Paese, esprimendo la preoccupazione che l’elezione del magnate newyorkese alla presidenza infliggerà un duro colpo ai diritti civili.
Gli edifici di Trump a New York e Washington sono stati fra gli obiettivi principali delle proteste: la polizia ha innalzato barriere di sicurezza intorno all’hotel del presidente eletto nella capitale, non lontano dalla Casa Bianca, e ha anche schierato blocchi di cemento intorno alla Trump Tower nella Grande mela.
Le manifestazioni più imponenti si sono registrate a Manhattan e a Los Angeles.
La più violenta, invece, a Oakland, con lancio di molotov, sassi e tre agenti feriti.
Altri cortei si sono svolti a Boston, Filadelfia, Chicago, Detroit. E ancora Seattle, Cleveland e San Francisco.
A Portland, in Oregon, la polizia ha definito la protesta come «rivolta».
Nella notte Trump ha commentato, via Twitter, le proteste: «Ho appena vinto un’elezione presidenziale aperta e di successo. Adesso contestatori di professione, incitati dai media, stanno protestando, Molto ingiusto!».
Intanto il Ku Klux Klan ha annunciato che organizzerà il 3 dicembre in North Carolina una «parata per la vittoria» di Donald Trump.
«La corsa di Trump ha unito la mia gente», è la didascalia sopra un ritratto del tycoon dove la parola «race» in inglese vuol dire sia «corsa» che «razza».
Subito dopo la vittoria di Trump, un ex leader del il gruppo razzista suprematista, David Duke, aveva rivendicato su Twitter il contributo del gruppo nell’elezione del tycoon. «Non sbagliate, la nostra gente ha svolto un ruolo ENORME!», aveva twittato.
(da agenzie)
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Novembre 10th, 2016 Riccardo Fucile
LA CANDIDATA DEMOCRATICA HA RACCOLTO 227.000 VOTI IN PIU’ SU SCALA NAZIONALE DEL PRESIDENTE ELETTO… IN ITALIA AVREBBE VINTO LA CLINTON
Hillary in realtà “ha vinto”, perchè ha ottenuto più voti in assoluto.
Il conteggio finale ha dato a Hillary un totale nazionale di 59.926.386 voti, a Trump 59.698.506 (la partecipazione è calata rispetto al 2012).
La differenza in favore della Clinton supera i 227mila voti.
Alla possibilità di un sorpasso della Clinton nei voti popolari aveva fatto un breve accenno nella nottata elettorale il suo consigliere John Podesta, ma solo per spiegare un leggero ritardo nella telefonata “della concessione”.
Nè Hillary nè Obama invece hanno ritenuto di dover menzionare il voto popolare. Perchè quello che conta è il sistema del “collegio elettorale” per l’elezione del presidente, quindi il totale di “grandi elettori” ottenuti sommando quelli espressi da ogni Stato. Trump lì ha vinto senza ombra di dubbio
Accadde già nel 2000 che il perdente, Al Gore, avesse ottenuto in realtà più voti del vincitore, George W. Bush.
Ci furono contestazioni in quel caso ma per tutt’altra ragione e cioè le schede elettorali manomesse in Florida.
Altri tre casi precedenti si sono verificati nell’Ottocento.
Ciò che rende possibile questa divaricazione, sono due fattori.
Da una parte c’è il fatto che quasi ogni Stato (con due piccole eccezioni) usa un maggioritario secco per cui il primo arrivato anche se ha un solo voto in più acchiappa la totalità dei delegati.
Questo può produrre delle distorsioni sul totale assoluto perchè un candidato che arriva primo con ampio vantaggio in Stati ultra-popolosi (come la California per Hillary) “spreca” milioni di voti “inutili” visto che gli basterebbe vincere con il 50,1%.
Mentre l’avversario la frega vincendo di più stretta misura in Stati non altrettanto popolosi.
Poi c’è il fatto che la quantità di delegati assegnati ad ogni Stato (55 alla California, 38 al Texas, 29 a New York e Florida, e via decrescendo) è in qualche modo legato alla popolazione, ma non è del tutto proporzionale.
Per la precisione la quantità di delegati è proporzionale al numero di deputati eletti in quello Stato. Che viene aggiustato periodicamente in base al censimento demografico. Ma non è mai tempestivo, e c’è una leggera sovra-rappresentazione degli Stati minori. È un sistema pieno di difetti, contestabilissimo.
(da “La Repubblica“)
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Novembre 9th, 2016 Riccardo Fucile
DA OAKLAND A LOS ANGELES, DA PORTLAND A NEW YORK LA GENTE ORGANIZZA MARCE E MANIFESTAZIONI… ALLA UNIVERSITY OF CALIFORNIA RIUNITI CENTINAIA DI STUDENTI… PER PROTESTA SU TWITTER OSCURATE LE FOTO DEI PROFILI
Prime tensioni dopo la vittoria elettorale di Donald Trump. Diverse manifestazioni e proteste di piazza da Washington sino alla California.
La Cnn parla di manifestazioni lungo Pennsylvania Avenue, a Washington, nei pressi della Casa Bianca.
Sulla West coast gruppi si sono radunati nelle principali aeree urbane. Dimostrazioni e raduni sono in corso in California, a Los Angeles e a Oakland.
In Oregon, nel centro di Portland, a Davis, e alla Columbia University di New York.
Adunate sono in programma a Chicago, Washington, Los Angeles e New York.
Sui social network intanto si moltiplicano gli inviti a nuove proteste per la giornata di oggi. In tanti su Twitter stanno mettendo un quadrato nero al posto della foto.
Con gli hashtag #TwitterBlackOut e #HesNotMyPresident, i contestatori oscurano la loro immagine, nella convinzione che la presidenza di Trump influenzerà negativamente le sorti delle minoranze, degli immigrati e della comunità Lgbtq.
Particolarmente vivaci le proteste in California, dove cittadini e studenti sono scesi in piazza. Subito dopo il discorso di vittoria di Trump, a Los Angeles circa 1500 persone si sono riunite nei pressi dell’Ucla, l’università della California.
In centinaia si sono dati appuntamento presso il municipio. Altri 500 studenti sono scesi in piazza presso l’università di Santa Barbara intonando il coro: “Not my president. Not my president”.
Nella Bay area city si registrano proteste in centro e lungo l’highway 24.
Altre manifestazioni anche lungo la Walk of fame di Hollywood. Il Los Angeles Times riferisce di qualche episodio di vandalismo e di grande amarezza e rabbia.
Incidenti anche a Oakland, dove è stata fracassata una vetrina del quotidiano Oakland tribune mentre altri manifestanti hanno dato alle fiamme effigi di Trump.
Sempre nella città californiana l’accensione di alcuni falò ha portato alla chiusura della stazione dell’alta velocità .
(da agenzie)
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