Novembre 9th, 2016 Riccardo Fucile
GLI STATES POTREBBERO DIMINUIRE IL SUPPORTO MILITARE E FINANZIARIO AGLI ALLEATI NELL’AREA… LA CLINTON NON ERA AMATA A CAUSA DEI SUOI RICHIAMI AL RISPETTO DEI DIRITTI UMANI IN CINA
Le prime a registrare la vittoria epocale di Donald Tump sono state le borse asiatiche. Hong Kong è
andata giù di 800 punti non appena il candidato alla Casa Bianca ha vinto lo stato storicamente chiave dell’Ohio. Ha poi chiuso al -3 per cento.
Risultati simili in tutta l’Asia: il Nikkei registra un — 5,3 per cento, Shanghai un – 0,4, Singapore -1,9 e Mumbay -6. Non se l’aspettava nessuno, ma i neitezen cinesi avevano già trasformato Donald Trump in un meme con un video ambiguamente ironico.
Sulle note de «L’Oriente è rosso», la canzone che inneggia a Mao, avevano già sovrapposto le due egotiche e vittoriose figure.
Secondo Xinhua la sua elezione dimostra che «la maggioranza degli americani si sta ribellando a alle èlite politiche e finanziare statunitensi», mentre gli altri media di stato continuano a battere sullo stesso punto: «la democrazia è malata».
C’è da dire che nonostante Trump abbia accusato la Cina di rubare il lavoro agli americani, svalutare la propria moneta per concorrere commercialmente e di attacchi informatici sponsorizzati dallo stato, i cinesi invece di prendersela ne hanno amato le potenzialità .
Non solo perchè la Clinton la conoscono bene e in questi anni non ha fatto altro che criticare la Repubblica popolare dipingendola come un monolitico stato totalitario dove non si fa altro che ignorare i diritti umani senza mai dare conto della complessità di governare 1,4 miliardi di persone.
E neanche si può ridurre alla stima che i cinesi sono felici di consegnare all’uomo forte soprattutto quando, con un passato di uomo d’affari, li affascina il suo mito di self made man.
Secondo diversi analisti, è la leadership e la classe più colta ed educata ad apprezzare l’avvento di Trump alla guida della prima economia.
Certo ha promesso nuove forme di protezionismo contro la Cina ma, cosa che più interessa loro, ha ventilato l’ipotesi di fare un passo indietro nel pivot to Asia (abbandonando il ruolo degli Usa negli equilibri dell’Asia-Pacifico) in assenza di un supporto finanziario e militare degli alleati.
Un’ipotesi che permetterebbe alla Cina di espandersi senza tante polemiche nel Mar cinese meridionale.
Da bravo uomo d’affari, potrebbe dunque negoziare con la Cina e lasciarla più libera di operare in quello che la seconda economia mondiale ritiene «il proprio cortile».
Cecilia Attanasio Ghezzi
(da “La Stampa”)
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Novembre 9th, 2016 Riccardo Fucile
“ECCO PERCHE’ QUESTO SOCIOPATICO VINCERA'”
Mentre media, banche d’affari, cancellerie di mezzo mondo (tranne quella russa) e lo star system — Hollywood in testa — tifava Hillary Clinton c’era chi negli Usa aveva già capito tutto.
In un post datato 24 luglio Michael Moore, regista e premio Oscar, aveva profetizzato l’elezione alla Casa Bianca di Donald Trump.
Il regista, che ha girato in Ohio (dove il tycoon ha strappato con il 52,1% lo stato ai democratici) il documentario TrumpLand, in un lungo post sull’Huffington Post Usa aveva avvertito gli statunitensi e anche il mondo che il miliardario, ostacolo dai suoi stessi compagni di partito, avrebbe schiacciato l’ex First Lady per cinque motivi: “Donald J. Trump vincerà a Novembre. Questo miserabile, ignorante, pericoloso pagliaccio part-time, e sociopatico a tempo pieno, sarà il nostro prossimo presidente. Presidente Trump. Forza, pronunciate queste parole perchè le ripeterete per i prossimi quattro anni: “PRESIDENTE TRUMP”. In vita mia non ho mai desiderato così tanto essere smentito” aveva esordito il regista di Columbine e Fahrenheit 9/11 nel suo intervento in cui aveva definito “idiota” il candidato repubblicano.
Citando i casi delle Torri Gemelle e Nizza, quando nessuno credeva che potesse davvero accadere quello che stava succedendo Moore come primo punto ha fissato “La matematica del Midwest” sostenendo che il repubblicano negletto si sarebbe concentrato “sui quattro stati blu della cosiddetta “Rust Belt” a nord dei Grandi Laghi: Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin”.
Dopo aver analizzato i dati delle primarie Moore aveva sentenziato meglio di qualsiasi analista: “Trump è avanti ad Hillary negli ultimi sondaggi in Pennsylvania mentre ha pareggiato in Ohio. Pareggiato? Come può la corsa essere così ravvicinata dopo tutto quello che Trump ha detto e fatto? Be’ forse perchè ha detto (correttamente) che il sostegno dei Clinton al NAFTA ha contribuito a distruggere gli stati industriali dell’Upper Midwest”.
Il regista ricordava quanto fosse arrabbiata la Middle class e quanto lo fossero gli operai. Una rabbia che sarebbe stata riversata nelle urne e scrivendo il nome di Trump sulla scheda elettorale.
Il secondo punto e l’ultimo baluardo del furioso uomo bianco.
Moore ricordava come l’era patriarcale non fosse pronta per una donna presidente.
Con un eloquio debordante l’artista aveva elaborato il probabile sillogismo di maschilisti e razzisti: “Ed ora dopo aver sopportato per otto anni un uomo nero che ci diceva cosa fare, dovremmo rilassarci e prepararci ad accogliere i prossimi otto anni con una donna a farla da padrone? Dopodichè, per i successivi otto anni ci sarà un gay alla Casa Bianca! Poi toccherà ai transgender! Vedete che piega abbiamo preso. Finiremo col riconoscere i diritti umani anche agli animali ed un fottuto criceto guiderà il paese. Tutto questo deve finire”.
Il problema Hillary.
Moore, che a un soffio dalle urne si è espresso decisamente a favore dell’ex Segretario di stato ma che avrebbe voluto Bernie Sanders al Campidoglio di Washington, aveva però disegnato un ritratto piuttosto impietoso della candidata democratica pur criticando ferocemente il tycoon: “Purtroppo, credo che la Clinton troverà il modo di coinvolgerci in una qualche azione militare. È un falco, alla destra di Obama. Ma il dito da psicopatico di Trump è pronto a premere Il Bottone. Questo è quanto”.
Moore sottolineava l’impopolarità della Clinton anche fra le giovani donne, l’immagine di rappresentante della vecchia politica e poi “non passa giorno senza che un millennial non mi dica che non voterà per lei”.
Il voto depresso degli elettori di Sanders.
Moore aveva già capito che i fan di Bernie Sanders — il socialista che era diventato un spina del fianco dei democratici — avrebbero votato per Clinton senza alcun entusiasmo: “Quando il sostenitore medio di Bernie si recherà alle urne quel giorno per votare, seppur con riluttanza, per Hillary, esprimerà il cosiddetto ‘voto depresso’: significa che l’elettore non porta con sè a votare altre 5 persone”.
Ma non solo, Moore aveva criticato la scelta del suo vice: “Scegliere un ragazzo bianco, moderato, insipido e centrista come candidato alla vicepresidenza non è proprio la mossa vincente per dire ai millennial che il loro voto è importate”.
L’effetto Jesse Ventura.
Infine il premio Oscar aveva vestito i panni dello psicologo dei suoi concittadini e aveva chiesto di non “sottovalutare il fatto che milioni di elettori si considerano ‘ribelli segreti’ una volta chiusa la tenda e rimasti soli nella cabina elettorale. È uno dei pochi luoghi della società dove non ci sono telecamere di sicurezza, nessun registratore, non ci sono coniugi, bambini, capi, poliziotti, non c’è neanche un limite di tempo”.
Ricordando l’elezioni negli anni ’90 in Minnesota alla poltrona di governatore di wrestler professionista aveva considerato: “Non l’hanno fatto perchè sono stupidi, nè perchè pensavano che Jesse Ventura fosse un grande statista o un fine intellettuale politico. Lo hanno fatto solo perchè potevano”.
Proprio come hanno potuto con Donald J. Trump.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 9th, 2016 Riccardo Fucile
E UN PERSONAGGIO CHE SI PRESENTA ANTISISTEMA DIVENTA PERFETTAMENTE FUNZJONALE AL SISTEMA
Quando la malattia si palesa in tutta la sua potenza e la prognosi è chiara, il paziente si sottopone a
una terapia, segue un protocollo e monitora di giorno in giorno il suo stato clinico con la speranza di tornare presto in salute.
La società occidentale è malata da tempo.
Ma la prognosi purtroppo ancora non è chiara, perchè il paziente si rifiuta di prendere atto della situazione.
Il capitalismo è alle corde. Il suo orizzonte asfittico ha i giorni contati.
Le ideologie e i populismi di novecentesca memoria rischiano di rientrare dalla finestra, dopo essere stati cacciati dalla porta. Ma non sono certo la soluzione.
Perchè anch’essi, figli della rivoluzione industriale, non sono minimamente capaci di reggere il peso della tecnica che incombe e che schiaccia.
Chi non è capace di guardare la tragedia negli occhi non sa che pesci pigliare.
La società si divide in blocchi. Da una parte l’èlite finanziaria, economica e politica (e poco importa il colore o la collocazione spaziale destra-sinistra), dall’altra il popolo che si sente oppresso e reagisce.
Ma come? È questo il punto. Non avendo chiaro il quadro, reagisce con la pancia dando sfogo agli istinti bestiali.
E se l’èlite opprime, chiunque le si opponga diventa immediatamente preferibile. E non perchè propone una reale alternativa: anzi, in genere il personaggio anti-sistema è perfettamente funzionale al sistema.
In quest’ottica, allora, Donald Trump non è la soluzione ma il sintomo di una malattia che dilaga in occidente, di cui la Clinton è uno dei virus. Dei molti virus inconsapevoli del loro ruolo. Del loro essere strumento della tecnica: la vera padrona del mondo.
E allora, di fronte a un quadro di questo tipo, con l’occidente incapace di guardarsi negli occhi, cos’altro potevamo aspettarci? Non bastava la Brexit a farci capire che la rotta presa ormai duecentocinquant’anni fa è sbagliata?
E così, il capitalismo finalmente collassa, l’èlite si chiude a riccio e un qualunque personaggio antisistema (pur vomitevole nei modi e nei contenuti) non poteva che avere la strada spianata.
L’America non fa altro che anticipare la dissoluzione delle istituzioni politiche e culturali di questo morto occidente. Il che va anche bene.
Questo occidente è giusto che scompaia. Il problema semmai è di non farlo rientrare dalla finestra coi populismi di novecentesca memoria.
Per evitare che nuovi Trump bussino alle nostre porte, dovremo inventarci qualcosa di nuovo. E con il dominio della tecnica che incombe, il compito non è certo agevole. Ma bisogna provarci lo stesso.
Tutto crolla, frana, implode… eppure all’orizzonte una luce, pur flebile, dovrà splendere ancora…
Alessandro Pertosa
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 9th, 2016 Riccardo Fucile
TRUMP HA INTERPRETATO L’INTESTINO DEGLI” INCAZZATI CONTRO TUTTI”, SALVO CHE CON SE STESSI… I DEMOCRATICI HANNO SCELTO UNA CANDIDATA COMPROMESSA CON IL POTERE, CON SANDERS AVREBBERO VINTO
Con l’aiutino della Fbi che negli ultimi dieci giorni ha depauperato il vantaggio consolidato di Hillary e dei servizi segreti di Putin che hanno hackerato tutto il possibile, alla fine il sogno di metà degli americani si è avverato: quello di avere uno come loro, ovvero un evasore fiscale, un corruttore, un razzista e un molestatore di donne, presidente degli States.
Non che dall’altra parte ci fosse molto di meglio, grazie alla stupidità del partito democratico di fossilizzarsi sulla candidatura della Clinton, interprete smaccata dei poteri finanziari considerati, a torto o a ragione, dalla maggioranza degli americani, come responsabili della crisi economica.
Entrambi i partiti tradizionali hanno commesso errori imperdonabili: i Repubblicani di ammettere alle primarie un soggetto che più che alla Casabianca avrebbe dovuto da tempo trovare accoglienza nelle prigioni federali, i Democratici di non capire che serviva un candidato di rottura, non un catafalco della continuità .
Le indicazioni dei sondaggi erano chiare: Sanders avrebbe stracciato Trump perchè era un candidato pulito e capace di galvanizzare i giovani, bastava affiancargli un vice adeguato a pescare tra le minoranze etniche e non ci sarebbe stata partita.
Tramonta il modello ipocrita di una democrazia “esportabile”, cade il mito americano della tolleranza, della modernità , del rispetto delle minoranze, avanza il popolo intestinale dei pistoleri d’accatto, dei violenti, dei razzisti incappucciati, degli ignoranti e dei vaccari (con tutto il rispetto per le vacche).
Tempi duri attendono gli Stati Uniti, ma chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Complimenti a Putin: dopo aver minato l’Europa, è riuscito a far eleggere un suo socio d’affari a capo della potenza antagonista
Mandriani e cosacchi invadono il mondo e le coscienze, altro che profughi.
Goodbye America.
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Novembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
SINISTRA FREDDA SU HILLARY, DESTRA PRUDENTE SU TRUMP (CHE NON DISPIACE AI CINQUESTELLE)…. SOLO SALVINI E MELONI FAVOREVOLI A TRUMP, LORO SEGUONO LE INDICAZIONI DELL’EX AGENTE DEL KGB DIVENTATO MILIONARIO CON GAZPROM
«Il mondo è con il fiato sospeso, e anche noi». Pier Ferdinando Casini rende il clima e dichiara il suo «voto»: «Molto meglio l’usato sicuro della Clinton, una politica di professione, piuttosto che un dilettante come Trump».
Non tutti hanno le certezze del presidente della commissione Esteri del Senato.
Il M5S, per esempio, è un’incognita (con tendenza Trump): del voto Usa si parla pochissimo e per trovare una dichiarazione di Beppe Grillo bisogna risalire ad aprile, a quel «Trump è il meno peggio» che è servito come orientamento di massima per il Movimento.
Sono seguiti il «non mi esprimo» di Luigi Di Maio e il «tra i due voterei per la candidata dei Verdi Jill Stein» di Alessandro Di Battista.
Poi ci sono gli indizi: il più consistente è il legame con il fondatore di WikiLeaks, presente (in video) alla kermesse M5S di Palermo e riproposto qualche giorno fa sul blog con un’intervista dal titolo: «Così Julianne Assange smaschera la Clinton sull’Isis».
Il Partito democratico tifa come ovvio per i democratici.
Le uniche distinzioni riguardano l’intensità dello slancio nei confronti di Hillary e la quota di rimpianto per il «socialista» Bernie Sanders.
Matteo Renzi si è schierato mesi fa, davanti agli studenti di Harvard: «È lei la più capace». Sostegno ripetuto (con battuta) più volte: «Per il G7 a Taormina accoglieremo il nuovo presidente degli Stati Uniti. E, come direbbe Monicelli, speriamo che sia femmina».
Più problematico l’ex segretario Bersani: «Mi auguro Clinton, ovvio. Ma la destra che promette protezione può vincere ovunque finchè la sinistra continuerà a ribadire, fuori tempo massimo, blairismo e clintonismo».
Più ci si addentra tra le sfumature della sinistra più cresce la freddezza: «Dico Clinton senza alcun entusiasmo – dice Nicola Fratoianni di Sinistra italiana – è esattamente il candidato che non si doveva scegliere perchè viene identificata con l’èlite». Aggiunge il governatore pd toscano Enrico Rossi: «Se si vuole battere il populismo bisogna spostarsi a sinistra, il centro non esiste più. Secondo i sondaggi Sanders avrebbe battuto Trump nettamente».
Nel centrodestra Berlusconi ha dichiarato tempo fa «profonda stima per la signora Clinton». Poi non si è più espresso, nemmeno quando WikiLeaks diffuse alcuni giudizi poco lusinghieri che l’ex segretario di Stato avrebbe pronunciato su di lui quando era premier.
Dal leader di FI nessun segnale su Trump, nonostante la comune natura di «outsider» in politica. Abbottonato, anche in virtù dell’incarico, il ministro dell’Interno Alfano – «gli americani sceglieranno con maturità » –, silenzioso Stefano Parisi.
E se i cittadini italiani – secondo un sondaggio Ipsos per Ispi e RaiNews – voterebbero in larga maggioranza per Clinton (61,5%), su Trump non ha dubbi la Lega. Matteo Salvini lo ha incontrato in aprile a Filadelfia.
Il candidato repubblicano, in un’intervista, negò invece di averlo voluto incontrare, facendogli fare la figura dell’imbucato.
The Donald è apprezzato a destra anche per i segnali d’intesa con Putin.
Lo sottolinea la leader di FdI Giorgia Meloni che più che sostenere Trump, avversa Hillary: «La sua politica estera è pericolosa perchè ostile alla Russia».
Mentre si attende il responso, Casini (che tifa Clinton) chiosa: «Anche se dovesse vincere lui, l’America resta un grande Paese».
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 8th, 2016 Riccardo Fucile
VOLEVA INSERIRE NELLA COSTITUZIONE IL NO ALLE QUOTE DI RIPARTIZIONE TRA I PAESI UE… LO SILURA JOBBIK, UN ALTRO PARTITO DI ESTREMA DESTRA XENOFOBO
Altro sonoro schiaffone in Parlamento per il premier xenofobo ungherese Viktor Orban. E quel che è peggio per le sue fortune politiche, si tratta di una sconfitta sul tema per lui prioritario: il no assoluto ai migranti.
Lo Orszaghà z, il maestoso Parlamento in riva al Danubio nella capitale Budapest, non ha approvato l’emendamento costituzionale che il capo del governo voleva.
La proposta dell’esecutivo era di inserire nella legge fondamentale il no alle quote di ripartizione di migranti tra i Paesi membri dell’Unione europea, quote volute dalla Commissione europea e dai maggiori Paesi pagatori netti della Ue ma rigettate dai paesi del centroest.
Cioè soprattutto dal gruppo di Visègrad di cui l’Ungheria fa parte insieme a Cèchia, Polonia e Slovacchia.
La proposta di emendamento costituzionale ha ricevuto 131 voti su un totale di 199 quanti sono i seggi del Parlamento magiaro.
In percentuale, ciò vuol dire il 65,8 per cento di sì.
Molti, ma non abbastanza per raggiungere la maggioranza qualificata di due terzi che resta necessaria per ogni modifica alla Legge fondamentale.
Invano Orban aveva chiesto un sì più ampio, ricordando che il 2 ottobre scorso gli elettori avevano espresso oltre il 98 per cento di sì alla linea dura anti-Ue al referendum sul no alle quote di ripartizione di migranti “imposte da Bruxelles senza consultarci e senza tenere conto della sovranità nazionale”.
Il numero dei partecipanti al voto è stato tuttavia inferiore al 50 percento degli aventi diritto, quindi la consultazione non era valida.
La sconfitta parlamentare di Orban sembra dovuta alla scelta di Jobbik (partito di estrema destra dichiaratamente razzista, antisemita, xenofobo e nostalgico, determinante in Parlamento e molto forte tra i giovani, nelle università e nelle campagne) di contestare a destra il premier.
Sia per chiedere misure anti-migranti ancor più restrittive e dure, sia per mostrare la propria forza e tentare di imporre a Orbà n patti e compromessi politici.
Secondo l’analista Zoltà n Cegledi, il risultato del voto parlamentare “è una disfatta della politica di potere del premier, che mette Orban nella difficile posizione di dover spiegare perchè da qualche tempo egli non riesce a conseguire nessun risultato concreto che sia in linea con le sue posizioni”.
Tanto più cocente è lo schiaffo incassato dal premier in Parlamento se si ricordano le sue ultime esternazioni: ripetuti, volgari e pesanti attacchi suoi personali e del suo ministro degli Esteri Pèter Szijjà rtò al presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi. Il quale, avendo detto che si potrebbe pensare di rivedere gli aiuti Ue ai Paesi riceventi (come Ungheria e Polonia) i quali rifiutano agli altri membri dell’Unione la solidarietà nell’affrontare l’emergenza migranti, era stato attaccato come “persona in difficoltà da cui non vogliamo elemosine, egli non sa capirci nè sa mettere a posto stabilità politica e conti pubblici italiani”.
Poi il 23 ottobre, anniversario dell’eroica rivoluzione ungherese del 1956 per un socialismo dal volto umano (schiacciata nel sangue in novembre dello stesso anno dalla brutale, sanguinosa invasione sovietica) Orban era giunto persino nel discorso alla cerimonia pubblica a insultare la memoria dei martiri del ’56.
Aveva infatti detto in sostanza “allora l’Ungheria si battè contro la sovietizzazione forzata imposta da Mosca, oggi ci battiamo contro la sovietizzazione che la Ue vorrebbe imporci”.
In altre parole, un paragone assurdo tra un’Armata rossa sterminatrice e colpevole di stupri di massa, che invase il Paese con mezzo milione di soldati e 5000 carri armati e la Ue che inonda l’Ungheria di aiuti (fondi di coesione) e di investimenti italiani, tedeschi, di altri paesi donatori, investimenti vitali per il suo sviluppo.
(da agenzie)
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Novembre 7th, 2016 Riccardo Fucile
COME FUNZIONA LA MACCHINA ELETTORALE AMERICANA?… UN BREVE MANUALE PER SEGUIRE LA NOTTE ELETTORALE
Domani i cittadini americani andranno alle urne per eleggere il nuovo presidente, che sarà
formalmente eletto il 12 dicembre ed entrerà in carica il 20 gennaio.
Il presidente americano infatti non si elegge direttamente, ma con un sistema chiamato «electoral college».
Ogni Stato elegge con un sistema maggioritario – chi ha un voto in più li prende tutti – un gruppo di cosiddetti «grandi elettori».
Il collegio elettorale è composto da 538 grandi elettori. Per diventare presidente, un candidato deve ottenere i voti di almeno 270 grandi elettori.
A che ora si chiudono i seggi elettorali?
Si inizia alla mezzanotte italiana, le 18 sulla costa Est degli Stati Uniti.
I primi seggi a chiudere saranno quelli di Indiana e Kentucky, dove dovrebbe essere scontata la vittoria di Trump. Se Trump dovesse perdere, allora la probabilità di un trionfo democratico sarebbe davvero molto alta.
All’una del mattino chiudono i seggi in Florida, Georgia e Virginia – tre Stati ancora in bilico – oltre che in South Carolina e Vermont, che dovrebbero essere sicuri rispettivamente per Trump e Clinton.
Dopo mezz’ora tocca a North Carolina, Ohio e West Virginia.
Alle due chiudono le urne in moltissimi Stati, molti già assegnati ma altri ancora in bilico, come Michigan, Pennsylvania e Florida.
Alle 2.30 chiuderanno le urne in Arkansas, alle 3 invece tocca ad altri Stati tra cui Minnesota, Arizona, Colorado, New Mexico, Texas e New York, alle 4 chiudono i seggi nello Utah – dove può dare qualche scossa il candidato di protesta Evan McMullin – un’ora dopo altri due swing State daranno i primi risultati: Iowa e Nevada.
Alle 4 chiudono i seggi nello Utah, alle 5 del mattino chiuderanno i seggi sulla costa Ovest, con la California.
E se nessun candidato raggiunge i 270 «grandi elettori»?
Nel caso di pareggio il presidente viene eletto dalla Camera dei rappresentanti e dal vicepresidente del Senato.
In questo caso non è detto che presidente e vice siano dello stesso partito. È un caso assolutamente raro: l’ultima volta è successo nel 1824 con John Quincy Adams,
Per cosa si vota?
Oltre che per presidente e vice, si vota anche per i 435 deputati alla Camera dei rappresentanti , e 34 senatori su 100. Si vota inoltre per:
– I governatori di 12 Stati
– I deputati di 44 parlamenti statali su 50
– I sindaci di alcune grandi città come Baltimora, Milwaukee e San Diego
– Mote cariche locali, come sceriffi e procuratori distrettuali
– In molti stati si tengono anche i referendum sulla legalizzazione della marijuana e l’aumento del salario minimo legale
Qual è il glossario minimo?
Sappiamo già chi sono i grandi elettori e come funziona l’early vote. Le altre parole da tenere a mente sono:
– Swing State battleground States
Sono gli Stati che storicamente oscillano tra democratici e repubblicani. Sono Florida, (29 grandi elettori), Ohio (18 grandi elettori), Iowa (6 grandi elettori), New Hampshire (4 grandi elettori).
A volte sono chiamati anche «Purple States», perchè, essendo neutri, non sono identificabili con il colore rosso dei repubblicani o blu dei democratici.
– Too close to call
È la formula che si usa quando, una volta chiusi i seggi, c’è equilibrio tra i candidati e non è possibile stabilire un vincitore.
– Call, leaning e tossup
I network televisivi sulla base di proiezioni, exit poll e andamenti storici, decidono un momento in cui considerano definitivo il risultato di uno Stato e lo assegnano «call» a un candidato.
Se uno Stato non può ancora essere assegnato, gli Stati possono essere definiti «tossup», cioè «testa a testa» o «in bilico» e «leaning» ovvero «inclinati verso» uno dei due candidati.
– Bellwether States
È lo «stato montone», cioè che guida il gregge, dove quasi sempre trionfa il vincitore delle elezioni generali. Il più affidabile è il Nevada, che dal 1976 ha individuato il vincitore in 9 elezioni su 10.
Nadia Ferrigo
(da “La Stampa”)
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Novembre 7th, 2016 Riccardo Fucile
TRUMP NON RACCOGLIE MOLTI CONSENSI NELLA POLITICA ITALIANA, NEANCHE A DESTRA
Da che mondo e mondo le elezioni americane calamitano l’attenzione e la passione della classe politica italiana, con leader e partiti pronti a schierarsi e a rivedersi, magari perdendo un poco il senso della misura, con i candidati d’oltreoceano.
Ma questa volta la passione cala, le posizioni sfumano, gli endorsement scarseggiano e salvo rare eccezioni vengono pronunciati sottovoce.
Renzi non può che schierarsi con Obama, modello politico e prezioso alleato che gli ha regalato gli onori della Dinner State a Washington, e il Partito democratico Usa.
E dunque Matteo Renzi in diverse occasioni si è apertamente schierato con Hillary Clinton, unico tra i leader europei che si è arrischiato a prendere posizione pubblicamente sul voto per la Casa Bianca.
Ma il capo del governo non si è limitato a questo, ha anche trasformato Trump nell’icona di ciò che la politica non deve essere. Per Renzi il candidato repubblicano incarna la politica della paura, dei populismi, di chi gioca con le ansie e il pessimismo degli elettori per lucrare nelle urne.
Insomma, se vincesse il tycoon newyorkese sarebbe “un disastro”.
A Trump – che Renzi vive come la versione americana di Grillo, Salvini e Le Pen – il premier concede solo l’ovvia garanzia di invitarlo al G7 che presiederà a Taormina nel giugno del 2017.
Sul fronte opposto, à§a va sans dire, Matteo Salvini, che punta tutto su The Donald. Nonostante la gaffe sull’incontro in terra americana sbandierato dal leader del Carroccio e smentito da Trump, il capo leghista annuncia che farà notte per seguire lo spoglio elettorale Usa, naturalmente tifando per il repubblicano.
I seguaci di Trump sperano che Salvini non porti la solita sfiga, visti i precedenti.
E il “putinismo” nel caso di Salvini aiuta a spiegare la posizione assunta dal numero uno della Lega sulle elezioni statunitensi.
Spiazza invece la posizione del Movimento Cinquestelle, che nonostante le ambizioni di governo si astiene anche sulle elezioni Usa.
In questo caso amicizie comuni e affinità politiche non bastano a far prendere posizione ai seguaci di Grillo.
Non è determinante il “putinismo” dei pentastellati, grandi amici del leader russo, così come la tendenza “grillina” di Trump, le cui dichiarazioni antisistema e anticasta non hanno nulla da invidiare a quelle del Movimento, non invoglia l’M5S a sposarne la causa. Anzi.
Se lo scorso aprile Beppe Grillo si era lasciato sfuggire che “forse (Trump, ndr) è meno peggio della Clinton, però se è quello che esprimono oggi gli Stati Uniti non è una cosa straordinaria”, nei mesi successivi il tema è scivolato in fondo agli argomenti trattati dalla pattuglia cinquestelle.
Ora il tema diventa ineludibile e il deputato Manlio Di Stefano, specialista in affari esteri del Movimento, guida di Luigi Di Maio nelle trasferte all’estero nonchè già ospite al congresso di Russia Unita, il partito di Putin, la spiega così: “Mi suiciderei piuttosto che votare uno di quei due, uno gli rovinerebbe la vita internamente, l’altra li porterebbe alla terza guerra mondiale”.
E il mezzo endorsement di Grillo a Trump allora? I grillini lo spiegano così: “Pensava più all’aspetto di rottura, come quando mette sul blog Orbà n enfatizzando gli aspetti di rottura, ma non perchè condivida quell’impostazione.”
Insomma, si aspetta di vedere chi vince per schierarsi.
A sorpresa anche Silvio Berlusconi e Forza Italia non hanno le idee chiare e non basta la comune amicizia con Putin a spostare l’ex premier su Trump.
Così come la lusinga di essere descritto come modello del Tycoon americano non ha convinto Berlusconi a sposarne la candidatura.
Al contrario, le uniche parole pubbliche dell’ex Cavaliere sulle elezioni americane, pronunciate sei mesi fa, recitano: “Trump è un incrocio tra Grillo e Salvini, mi stupisce che la prima democrazia del mondo non sia stata in grado di mettere in campo protagonisti migliori”.
Dunque l’ex premier “tradisce” lo storico alleato rappresentato dal partito repubblicano? Sì, ma non del tutto, perchè per Berlusconi schierarsi con Hillary è complicato, vuoi per l’appartenenza assimilabile al centrosinistra dell’ex segretario di Stato, vuoi per le legnate che l’aministrazione democratica nel 2010 ha regalato all’allora presidente del Consiglio tramite Wikileaks ed al recente racconto nel quale Hillary ironizzava su un Berlusconi in lacrime nel momento in cui lei si scusava per la gaffe diplomatica.
E così anche Forza Italia appare disorientata dalla mancata presa di posizione del leader e dalla rottura con gli amici repubblicani.
Da un lato Brunetta parla di “candidati poco credibili” e confida che le istituzioni Usa siano capaci di trasformare in un buon presidente chiunque venga eletto, dall’altro Giovanni Toti si schiera con Trump: “Spero che vinca lui, la Clinton sarebbe fallimentare”.
Povero Toti, come si è ridotto per mantenere lo stipendio da governatore della Liguria, un vero maggiordomo della Lega.
(da agenzie)
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Novembre 7th, 2016 Riccardo Fucile
OBAMA COMMENTA: “SE TWITTA ALLE TRE DI NOTTE SOLO PERCHE’ UN GIORNALE LO CRITICA, FIGURARSI SE SAPREBBE GESTIRE NUCLEARE”
Troppi tweet esagitati. Lo staff di Donald Trump toglie al candidato repubblicano la gestione
dell’account Twitter.
Lo riporta il New York Times in un articolo sottolineando che il candidato repubblicano usava il profilo in “maniera colorita e spesso controproducente”. L’articolo della testata newyorkese riassume gli ultimi giorni di campagna presidenziale sottolineando la gestione un po’ confusa dei suoi collaboratori, i contrasti e il fatto che lo staff gli abbia tolto “finalmente” la gestione di Twitter.
A poche ora dalla fine di una delle battaglie per la Casa Bianca più accese di sempre, lo staff del tycoon prende qualsiasi precauzione.
La decisione nasce dalla preoccupazione che l’imprenditore possa scrivere qualcosa di “inappropriato”, che potrebbe costargli qualche voto.
Per il Nyt si tratta di un modo per togliere a Hillary una delle “armi più potenti” dei suoi comizi: gli insulti o le dichiarazioni di “cattivo gusto” che Trump dispensa sulla rete.
Pronta la risposta del presidente uscente. “Se qualcuno non sa gestire un account Twitter, figuriamoci i codici nucleari”, commenta Barack Obama.
“Apparentemente – continua Obama durante un comizio in Florida – la campagna gli ha tolto il suo Twitter. Negli ultimi due giorni, hanno avuto così poca fiducia nel suo self-control, che gli hanno detto: ‘Ti togliamo il tuo profilo’. Ora se qualcuno non sa gestire un account, figuriamoci i codici nucleari. Se qualcuno inizia a twittare alle tre di notte perchè SNL (Saturday Night Live, la trasmissione tv satirica con Alec Baldwin che impersonifica un Trump più vero del vero) ti prende in giro, non è in grado di gestire i codici nucleari”.
Intanto Hillary Clinton avrebbe tre punti di vantaggio a livello nazionale su Trump, nel sondaggio finale condotto da Bloomberg, pubblicato alla vigilia dell’election day. La rilevazione assegna il 44% delle intenzioni di voto alla candidata democratica per la presidenza contro il 41% per il rivale repubblicano.
Il sondaggio è stato effettuato tra venerdì sera e domenica pomeriggio, concludendosi prima che l’Fbi annunciasse di non aver trovato elementi per aprire una nuova indagine sul ‘caso email’ riguardante Clinton. Quindi il vantaggio della Clinton sarebbe destinato ad aumentare.
Dal sondaggio emerge che la candidatura di Trump si basa con forza sul sostegno che si è guadagnato negli Stati meridionali, mentre Clinton è in vantaggio nel Midwest, nel nordest e sulla costa occidentale degli Stati Uniti.
Clinton ha 15 punti di vantaggio tra le donne e tra gli under 35, 37 punti di margine tra gli elettori non bianchi, 25 punti tra i latinoamericani e 15 punti tra i laureati. Trump ha 8 punti di vantaggio tra i non laureati, 25 punti di margine tra i bianchi e 30 punti tra gli abitanti delle zone rurali.
Il vantaggio di Hillary Clinton è confermato anche da un nuovo sondaggio condotto da Cbs News. Secondo l’inchiesta, svolta tra il 2 e il 6 novembre interpellando 1.753 elettori americani, la candidata democratica guida con il 45% delle preferenze contro il 41% del repubblicano.
Per la Cnn Hillary Clinton è in testa in New Hampshire e Pennsylvania, due Stati decisivi per garantirle la conquista della Casa Bianca, ma che venivano considerati in bilico nei giorni scorsi.
In New Hampshire Clinton ha tre punti di vantaggio, 44% contro 41%, mentre un sondaggio dell’Università statale gliene dava addirittura 11 ieri. In Pennsylvania sempre secondo l’emittente di Atlanta, Clinton ha cinque punti di vantaggio, 47% contro 42%.
(da “agenzie”)
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