Agosto 21st, 2016 Riccardo Fucile
LA MAGGIOR PARTE CONTRATTI CON BANCHE ESTERE, DA BANK OF CHINA A GOLDMAN SACHS…. E ORA TRUMP, IN DIFFICOLTA’, PROVA A FARE IL MODERATO
Le società di Donald Trump hanno un debito di almeno 650 milioni di dollari, per la maggior parte
con banche straniere. ù
È quanto scrive il New York Times in una sua inchiesta.
Finora Trump aveva reso pubblico un documento sul suo stato patrimoniale che riconosceva debiti delle sue imprese per 315 milioni di dollari, cioè la metà della cifra pubblicata dal quotidiano newyorkese.
Fra i debiti che vengono indicati dal giornale, per esempio, ce n’è uno derivante da parte della Trump Tower che si trova sulla 6th Avenue a Manhattan, per la quale ci sarebbe un debito di 950 milioni di dollari: in parte sarebbe stato finanziato da Bank of China, principale entità finanziaria di un Paese che Trump ha duramente criticato in campagna elettorale accusandolo di avere agito a scapito degli interessi degli Stati Uniti; un’altra parte del debito per lo stesso immobile, invece, sarebbe in mano a Goldman Sachs, Banca che secondo Trump controlla la sua rivale, la candidata democratica alla Casa Bianca Hillary Clinton.
Per l’inchiesta il New York Times ha collaborato con la società RedVision Systems, per le informazioni immobiliari, e ha studiato i documenti che il candidato repubblicano alle presidenziali Usa ha fatto arrivare alla Commissione federale per le elezioni.
Nonostante le pressioni del Partito democratico, Trump non ha ancora pubblicato la sua dichiarazione dei redditi completa.
Intanto, sempre in difficoltà nei sondaggi e alle prese con continui cambi nello staff della campagna, Trump prova ad ammorbidire i toni su alcuni temi.
In particolare sugli 11 milioni di immigrati irregolari che vivono negli Stati Uniti. Giovedì, in Colorado, dovrebbe annunciare un nuovo piano.
A riferirlo sono alcuni leader latinos del Consiglio consultivo nazionale ispanico, con cui il magnate si è riunito a New York.
Diversi membri del gruppo riferiscono ai media locali che Trump ha chiesto loro delle idee per risolvere il problema.
(da “La Repubblica“)
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Agosto 19th, 2016 Riccardo Fucile
RIDIMENSIONATO DAL RECENTE RIMPASTO DELLO STAFF E COMPROMESSO DAI RAPPORTI CON L’EX PRESIDENTE UCRAINO
Passo indietro di Paul Manafort, capo della campagna elettorale del candidato repubblicano alle presidenziali statunitensi, Donald Trump.
Secondo quanto riportano i media americani, Manafort ha presentato le dimissioni.
Il ruolo di Manafort era stato già ridimensionato negli scorsi giorni nell’ambito di un nuovo ‘rimpasto’, messo in campo da Trump, che ha coinvolto lo staff che sta lavorando per lui nella corsa alla Casa Bianca.
Manafort era finito nella bufera quattro giorni fa per una consulenza in nero: tra il 2007 e il 2012 avrebbe ricevuto 12,7 milioni di dollari in contanti dal partito filorusso dell’ex presidente ucraino Viktor Yanukovych.
Secondo quanto riportato dal New York Times, nei documenti segreti resi noti dall’Ufficio nazionale anti-corruzione dell’Ucraina ci sarebbe una specie di libro mastro, scritto a mano, dove tra i destinatari dei pagamenti figurerebbe anche quello di Manafort.
Il direttore della campagna elettorale di Trump non ha commentato la notizia, mentre il suo avvocato ha negato che Manafort abbia ricevuto pagamenti in contanti di questo tipo.
“Stamattina Paul Manafort mi ha presentato le sue dimissioni e io le ho accettate”, riferisce il candidato repubblicano alle elezioni presidenziali Usa dell’8 novembre. Trump ha ringraziato Manafort per il “gran lavoro” realizzato durante le primarie e la convention Gop.
Secondo alcune fonti, Manafort avrebbe motivato la decisione del suo passo indietro con la necessità di non costituire una distrazione nella corsa del tycoon per la presidenza degli Stati Uniti.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 18th, 2016 Riccardo Fucile
L’INSOLITO CRESCENDO DI DICHIARAZIONI SCONSIDERATE SAREBBE MOTIVATO DAL FATTO CHE TRUMP FIN DALL’INIZIO NON HAI MAI PENSATO REALMENTE A DIVENIRE PRESIDENTE
Donald Trump non ha mai voluto diventare davvero presidente degli Stati Uniti. Lo so per certo.
Non vi dirò come.
Non sto dicendo che io e Trump abbiamo condiviso lo stesso agente, lo stesso avvocato, lo stesso stilista o che, se l’avessimo fatto, questo avrebbe significato qualcosa.
E di certo non sto dicendo di aver origliato nelle agenzie, nei corridoi della Nbc o altrove. Ma ci sono alcune persone che stanno leggendo proprio adesso, loro sanno chi sono.
E sanno anche che ogni parola contenuta nei prossimi paragrafi si riferisce a fatti realmente accaduti.
Trump era scontento del suo accordo come presentatore e star dello show di successo della Nbc “The Apprentice”. Per farla breve, voleva più soldi.
Precedentemente, aveva ventilato l’idea di correre per la presidenza, nella speranza che l’attenzione così ottenuta potesse garantirgli una posizione più forte nelle negoziazioni. Ma sapeva bene, poichè autoproclamatosi Re degli accordi commerciali, che il semplice dichiarare che farai una cosa vale nulla, ma farla sul serio ti fa ottenere l’attenzione di quei “bast…”.
Trump aveva iniziato a parlare con altri network della possibilità di spostare il suo show. Un altro modo per ottenere influenza (la paura di perderlo per qualcun altro): quando ha “segretamente” incontrato il dirigente di uno dei network, e la notizia si è diffusa, la sua posizione si è rafforzata.
In quel momento Trump sapeva che era tempo di giocare la mano vincente.
Ha deciso di correre per la presidenza. Ovviamente, non avrebbe dovuto correre davvero per la carica di presidente: solo fare il suo annuncio, tenere qualche mega-raduno pieno zeppo di decine di migliaia di sostenitori e aspettare che i primi sondaggi di opinione lo vedessero al primo posto, cos’altro altrimenti!
A quel punto avrebbe ottenuto l’accordo che desiderava e milioni di dollari in più rispetto a quelli che riceveva in quel momento.
Così, il 16 giugno dello scorso anno, ha percorso le sue scale mobili d’oro ed ha parlato. Senza uno staff per la campagna elettorale, nessun apparato a sostenere una campagna in 50 stati (d’altra parte non aveva bisogno di nessuna delle due cose perchè, ricordiamolo, non sarebbe stata una vera campagna elettorale) e senza un copione prestabilito, è uscito dai binari ed ha indetto una conferenza stampa in cui definiva i messicani “stupratori” e “spacciatori” e s’impegnava a costruire un muro per negare loro l’accesso al confine
Rimasero tutti a bocca aperta.
I suoi commenti risultarono così offensivi che la Nbc, lungi dall’offrirgli un salario più alto, lo licenziò in tronco con una laconica dichiarazione: “A causa delle recenti dichiarazioni di Donald Trump sugli immigrati, la NbcUniversal mette fine ad ogni rapporto commerciale con il Signor Trump”.
La rete dichiarò, inoltre, la cancellazione dei concorsi di bellezza gestiti da Trump: Miss Usa e Miss Universo. Boom.
Trump ne fu scioccato. Basta così con l’arte della negoziazione. Non se lo aspettava, ma si è attenuto lo stesso al piano per aumentare il suo “valore” agli occhi degli altri network, mostrando loro che milioni di americani volevano Lui come Leader.
Sapeva ovviamente (e le persone di cui si fidava glielo avevano detto) che non c’era alcun modo di vincere molte (se non alcune) primarie, che di certo non sarebbe stato il candidato repubblicano e che non sarebbe mai e poi mai diventato il presidente degli Stati Uniti. Ovviamente no! E neanche lo voleva!
La presidenza è un lavoro vero e noioso, devi vivere nel “ghetto” di Washington DC, in una piccola casa vecchia di 200 anni, umida, tetra e con soli due piani.
Un “secondo piano” non è un attico. Ma niente di tutto questo rappresentava una reale preoccupazione, perchè “Trump for President” era solo una trovata che sarebbe durata pochi mesi.
Poi è successo qualcosa. E francamente, se fosse accaduto a voi, forse avreste reagito allo stesso modo. Trump, con sua somma sorpresa, ha infiammato il paese.
Soprattutto quei cittadini tutt’altro che miliardari. È balzato dritto al primo posto nei sondaggi degli elettori repubblicani. I suoi raduni hanno iniziato a contare fino a 30,000 sostenitori. La Tv ha abboccato.
È diventato la prima celebrità americana capace di farsi ingaggiare per ogni show in cui voleva apparire… salvo poi non presentarsi di persona in studio!
Da “Face the Nation” al “Today Show”, fino ad Anderson Cooper, bastava fare una semplice telefonata per essere mandato in onda live.
Avrebbe potuto tranquillamente starsene seduto sul suo wc d’oro nella Trump Tower, per quel che ne sappiamo – e i media sembravano non avere alcun problema. Anzi Les Moonves, dirigente della Cbs, ha notoriamente ammesso che Trump è stato un toccasana per gli indici di ascolto e per la vendita di spot pubblicitari. Musica per le orecchie del narcisista rifiutato dalla Nbc.
Trump si è innamorato di se stesso ancora una volta e ben presto ha dimenticato la sua missione: ottenere un accordo vantaggioso per uno show televisivo. Ma state scherzando! Quella è roba da perdenti come Chris Harrison, chiunque egli sia (il presentatore di “The Bachelorette).
Non era più il re degli affari, ma il Re del Mondo. Ogni sua piccola riflessione veniva discussa ed analizzata ovunque e da chiunque per giorni, settimane, mesi! Questo non era mai accaduto in “The Apprentice”!
Presentare uno show? Ma lui era la star di tutti gli show e, presto, avrebbe vinto quasi tutte le primarie!
E poi… potete vedere il momento in cui ha finalmente realizzato quanto stava accadendo… quel momento di rivelazione: “Sarò davvero il candidato repubblicano, la mia vita ricca e meravigliosa è finita”.
È stata la notte in cui ha vinto le primarie del New Jersey. Il titolo su Time.com (http://time.com/) recitava. “Il discorso sommesso di Trump dopo la vittoria in New Jersey”.
Non una delle solite arringhe avventate e rabbiose, ma un discorso deprimente. Non c’era energia, felicità : solo la presa di coscienza che avrebbe dovuto portare a termine la trovata che aveva escogitato. Non sarebbe stata più solo una recita. Doveva lavorare sul serio
Presto, tuttavia, il karma gli ha presentato il conto.
Definire i messicani “stupratori” avrebbe dovuto squalificarlo fin dal primo giorno (come la dichiarazione secondo cui Obama non sarebbe nato negli Stati Uniti, rilasciata nel 2011).
No, ci sono voluti 13 mesi di commenti razzisti, sessisti e stupidi perchè iniziasse finalmente a rovinarsi con le sue mani mettendo a segno una tripletta: l’attacco alla famiglia di un militare ucciso, le offese alla medaglia al valore militare (la Purple Heart) e l’invito ai possessori di armi ad assassinare Hillary Clinton.
In quest’ultimo weekend, l’espressione sul suo volto la diceva lunga: “Odio tutto questo! Rivoglio il mio show!”.
Ma è troppo tardi. È merce avariata, la sua immagine è irreparabile. Uno zimbello mondiale e, peggio ancora, destinato a perdere.
Ma lasciate che vi snoccioli un’altra teoria: immaginiamo che Trump non sia così stupido o folle come sembra.
Forse il crollo delle ultime tre settimane non è stato un caso. Forse fa tutto parte di una nuova strategia per sottrarsi ad una corsa che non ha mai voluto portare a termine.
Perchè, a meno che non sia semplicemente “pazzo”, l’insolito crescendo quotidiano di dichiarazioni sconsiderate si spiega solo supponendo che Trump stia facendo tutto questo consapevolmente (o inconsciamente) così da doversi ritirare o incolpare gli “altri” per averlo buttato fuori.
Molti ora subodorano la mossa finale perchè sanno che Trump non vuole fare questo lavoro sul serio e, cosa ancora più importante, non può tollerare di essere definito ufficialmente e giuridicamente un perdente – perdente – la notte dell’8 novembre.
E non lo farà .
Credetemi, l’ho conosciuto. Ho trascorso un pomeriggio con lui. Preferirebbe invitare i Clinton e gli Obama al suo prossimo matrimonio anzichè avere la lettera scarlatta marchiata sulla fronte dopo la chiusura degli ultimi seggi, la sera in cui andrà in onda l’ultimo episodio del Donald Trump Show, cancellato per sempre.
Michael Moore
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 17th, 2016 Riccardo Fucile
“E’ DIVISIVO, IMPRUDENTE E INCOMPETENTE”
I malumori interni del partito repubblicano, deluso dai risultati e dai toni del proprio candidato, continuano ad aumentare.
Più di 100 membri del Gop hanno firmato una lettera in cui chiedono esplicitamente al Repubblican national committee (il comitato politico che coordina anche la raccolta fondi per le elezioni) di sospendere il proprio appoggio a Donald Trump, candidato alla Casa Bianca, dirottando invece i fondi verso le elezioni per il Congresso.
“Crediamo che il carattere divisivo, imprudente, incompetente e altamente impopolare di Donald Trump rischi di trasformare questa elezione in una deriva di voti a vantaggio del Partito democratico”, si legge nella lettera lunga due pagine.
“Solo un immediato spostamento di tutte le risorse disponibili del partito a sostegno della fragile campagna per il Senato e per la Camera impedirà al Gop di annegare, trascinato verso il fondo da un`ancora con lo stemma di Trump appesa al proprio collo”.
Il promotore dell`iniziativa è stato Andrew Weinstein, l`addetto stampa dell`ex speaker della camera Newt Gingrich.
Accanto al suo nome si leggono quelli di almeno 27 ex funzionari del partito, tra cui i deputati Scott Rigell e Reid Ribble.
La lettera segue di sole due settimane un’altra presa di posizione esplicita contro il candidato repubblicano.
Ad inizio agosto, 50 esperti repubblicani di sicurezza nazionale hanno infatti sottoscritto una violenta reprimenda ai danni del magnate, definendolo inadeguato per lo studio ovale: “Siamo convinti che sarebbe il presidente più sconsiderato della storia degli Stati Uniti”.
A spingere diversi membri repubblicani a un’esplicita presa di distanza sono stati i sondaggi stagnanti delle ultime settimane. Indietro nei sondaggi e a Trump si imputa anche l’apparente incapacità di moderare i propri toni.
A sottolinearlo è stata nei giorni scorsi la senatrice repubblicana del Maine Susan Collins che, ricordando i suoi recenti insulti contro i genitori di fede musulmana di un eroe di guerra americano, ha dichiarato di non essere più disposta a votare per lui.
(da agenzie)
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Agosto 15th, 2016 Riccardo Fucile
IL NEW YORK TIMES PUBBLICA I COMPENSI PER CONSULENZE VERSATI DAL PARTITO DELL’EX PRESIDENTE UCRAINO A PAUL MANAFORT
Quello delle ‘relazioni pericolose’ fra Donald Trump e la Russia resta un tema caldo campagna per le elezioni presidenziali americane.
Oggi il New York Times ha aggiunto benzina sul fuoco delle polemiche, svelando che Paul Manafort, il capo dello staff per la campagna del candidato repubblicano, ha ricevuto in qualità di consulente 12,7 milioni di dollari (circa 11,4 milioni di euro) dal partito filorusso dell’ex presidente ucraino Viktor Yanukovych.
I compensi sarebbero stati pagati dal 2007 al 2012 e sono probabilmente relativi alle prestazioni di Manafort quale consulente per l’organizzazione delle campagne elettorali, la creazione e l’organizzazione della macchina del consenso nel partito dell’ex presidente.
Un tipo di lavoro, almeno in apparenza, molto simile a quello che Manafort ha svolto nella sua carriera per i candidati repubblicani alla Casa Bianca, da Gerald Ford a Reagan, da Bush senjor a Bob Dole fino all’oggi e a Trump.
Il Nyt scrive che la cifra è contenuta in alcuni nuovi documenti segreti resi pubblici dal neo costituito Ufficio nazionale anti-corruzione ucraino.
I legami e il passato di Manafort in Ucraina non sono una novità , ma è la prima volta che emerge l’ammontare dei compensi ricevuti per i suoi servizi.
E, alla luce della notizia, la campagna di Hillary Clinton – scrive l’agenzia di stampa Ap – ha già criticato Manafort per i suoi legami con la Russia e con interessi filo-Cremlino.
Da parte sua, il New York Times non manca di ricordare i commenti positivi di Trump sul presidente russo, Vladimir Putin e l’annessione della Crimea, così come i presunti attacchi di hacker russi contro email di democratici.
La pubblicazione dell’articolo aggiungerà argomenti al rancore di Trump che in tutti gli ultimi discorsi pubblici ha attaccato spessissimo i media americani, accusandoli di omettere nei loro resoconti ogni riferimento ai suoi programmi e alle dimensioni delle folle presenti ai suoi comizi e di parlare invece solo delle polemiche e degli aspetti di colore.
Tesissimi i rapporti proprio con il New York Times al quale il candidato del Gop ha persino minacciato di ritirare l’accredito per tutta la campagna elettorale: “Non corro contro Hillary – ha dichiarato due giorni fa – , corro contro la stampa corrotta”.
(da “La Repubblica“)
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Agosto 14th, 2016 Riccardo Fucile
I MUSULMANI: “ABBIAMO PAURA”… LE CONSEGUENZE DELLA CAMPAGNA DI ODIO DI TRUMP DA’ I SUOI FRUTTI
Paura e rabbia si diffondono nelle comunità musulmane d’America dopo l’assassinio di un imam del suo assistente all’uscita da una moschea, ieri a New York.
La polizia, che inizialmente aveva parlato di rapina, ha cambiato rotta, anche se non ha ancora confermato ufficialmente che si è trattato di un hate crime, un crimine d’odio per motivi etnici o religiosi.
Ma i due avevano addosso più di mille dollari in contanti che il killer – un uomo di pelle olivastra con una maglia blu che ha agito da solo – non ha preso.
Cinque colpi di pistola in un tranquillo sabato pomeriggio di caldo opprimente nel Queens. Un imam reduce dalla preghiera nella moschea Al-Furqan Jame Masjid di Glenmore Avenue viene assassinato all’incrocio tra Liberty Avenue e la 79esima strada, a un isolato dalla fermata della linea A della metropolitana.
Il 55enne Maulama Uddin Akongjee, arrivato due anni fa dal Bangladesh, muore all’istante, colpito alla testa. Il suo assistente Thara Uddin, 60 anni, muore qualche ora dopo all’Elmhurst Hospital.
L’esecuzione
L’esecuzione, improvvisa e senza precedenti, è stata condotta da un solo uomo che, secondo alcuni testimoni (ma pare ci siano anche riprese delle telecamere di sorveglianza), è arrivato alle loro spalle, armato con una pistola di grosse dimensioni. Il quartiere è sconvolto: centinaia di residenti musulmani sono subito scesi in strada per chiedere giustizia.
La polizia, a caldo, aveva escluso l’ipotesi di “hate crime”, preferendo parlare di rapina. Ma poi, col passare delle ore, la pista dell’atto di terrorismo si è rafforzata: Maulama Akongjee è stato dipinto da tutti come un uomo tranquillo, senza nemici, ascoltato e rispettato nel quartiere.
Rabbia e paura
La folla di musulmani che si raduna sul luogo dell’omicidio – il quartiere è abitato soprattutto da immigrati del Bangladesh, ma ci sono anche pachistani e indiani induisti – ha subito denunciato il crimine come il risultato dell’”islamofobia” che si sta diffondendo in America e ha accusato Donald Trump per averla istigata con la sua retorica incendiaria.
Ma, mentre alcuni leader religiosi hanno chiesto giustizia invitando al tempo stesso alla calma, altri hanno inveito anche contro il sindaco DeBlasio: «Dov’è? Perchè non è qui? Deve proteggerci. Paghiamo le tasse, abbiamo diritto ad essere protetti». Rabbia ma anche tanta paura: se la sono presa con loro due, dicono, perchè indossavano abiti religiosi.
Altri notano, sconsolati, che il quartiere, la zona di Queens attorno ad Ozone Park, non sarà più lo stesso.
Era stato, fin qui, un luogo di convivenza pacifica tra gente di varie etnie e varie fedi religiose: «Qui si è sempre vissuto in pace: musulmani e induisti. Non ci sono mai stati scontri significativi».
Un incantesimo finito? E’ presto per dirlo: la polizia valuta varie ipotesi.
Islamofobia crescente
A Ozone Park gli episodi di violenza non sono rari, l’ultimo omicidio davanti al parco risale al 15 luglio.
Ma i residenti parlano di episodi isolati mentre fino a ieri nessun aveva paura di professare la sua religione. Ora, dicono i musulmani, «abbiamo paura per le nostre famiglie, per i nostri figli, per noi stessi».
La pista dell’islamofobia prende sempre più corpo in un Paese che nell’ultimo anno, secondo i dati dell’FBI, ha registrato 12 sospetti crimini contro i musulmani ogni mese. Quest’anno si era registrata un’accelerazione, ma non fino al punto di arrivare a omicidi mirati.
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 13th, 2016 Riccardo Fucile
“FORSE ORA SI STANNO RENDENDO CONTO CHE E’ RIDICOLO”
Donald Trump non dovrebbe correre per la presidenza perchè “è completamente fuori di testa”. Parola di Robert De Niro.
L’attore e produttore americano, al festival del cinema di Sarajevo per presentare la versione digitale del film di Martin Scorsese ‘Taxi Driver’ in occasione del 40° anniversario della sua uscita, ha commentato la corsa alla Casa Bianca del candidato repubblicano.
“Non so – ha detto De Niro -, è una cosa folle che gente come Donald Trump… Non dovrebbe essere nemmeno dove si trova ora.. Che Dio ci aiuti”.
Con queste parole il celebre attore ha ottenuto applausi dalla folla riunita al Teatro nazionale di Sarajevo.
“Quello che sto dicendo è che è davvero folle, ridicolo… È completamente fuori di testa”, ha aggiunto.
Ma, “credo che ora stanno cominciando davvero a spingerlo indietro – ha ribadito l’attore – i media, finalmente, stanno cominciando a dire: ‘Andiamo Donald, è ridicolo, insano, fuori di testa’”.
(da “Huffingtonpost“)
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Agosto 12th, 2016 Riccardo Fucile
HILARY RENDERA’ NOTE LE DICHIARAZIONI, DONALD NON VUOLE: PER IL QUOTIDIANO C’E’ UN MOTIVO
Donald Trump potrebbe non aver versato quasi nulla nelle casse degli Stati Uniti. È questo il sospetto del New York Times dopo avere sentito con numerosi esperti di tasse e real estate.
Intanto Hillary Clinton si appresta a pubblicare la sua dichiarazione dei redditi per il 2015 e il candidato alla vicepresidenza Tim Kaine con la moglie Anne Holton quelle degli ultimi 10 anni.
Così facendo la candidata democratica alle elezioni presidenziali americane del prossimo novembre vuole mettere sotto pressione il rivale repubblicano in un momento in cui circola l’ipotesi che il miliardario non abbia versato al fisco nemmeno un dollaro.
Proprio giovedì, parlando dal Michigan dove ha attaccato il piano economico del magnate del real estate, l’ex segretario di stato lo ha criticato per rifiutarsi di comunicare agli elettori i suoi redditi.
Quella di fare circolare questo tipo di dettagli è una pratica che non costituisce un obbligo ma è ormai una tradizione che va avanti dai tempi di Richard Nixon (Gerald Ford comunicava riassunti).
Fino ad ora Clinton ha reso accessibili sul sito della sua campagna le dichiarazioni dei redditi al 2007. E negli anni in cui il marito Bill era presidente e prima ancora governatore dell’Arkansas, la coppia aveva pubblicato quei documenti.
Trump sembra ignorare questo tipo di consuetudine rischiando di confermarsi come il primo candidato dal 1976 a fare una scelta simile.
Lui ha sempre risposto alle polemiche dicendo che l’agenzia delle entrate americana (Irs) “è da almeno 12 anni di fila che chiede chiarimenti sulle mie dichiarazioni dei redditi”.
L’idea è che fino a quando tutto sarà chiarito, lui non renderà pubblici quei documenti. Mitt Romney, la cui campagna per le elezioni presidenziali nel 2012 subì un colpo proprio a causa della sua decisione di aspettare troppo per pubblicare le dichiarazioni dei redditi, ha più volte detto che “non c’è una ragione legittima secondo cui Trump non può pubblicare le dichiarazioni dei redditi. Se preoccupato, pubblichi quelle di anni” non sotto il faro del fisco. Il dubbio di molti è che nasconda qualcosa. Cosa? che forse abbia versato nelle casse degli usa una cifra vicino a zero. È quello che ipotizza il new york times dopo avere parlato con numerosi esperti di tasse e real estate.
Una simile tesi si basa sul fatto che in quanto costruttore, Trump può approfittare di sgravi fiscali così generosi da permettergli di denunciare al fisco redditi bassissimi, se non addirittura una perdita. Si tratta di una pratica diffusa tra i magnati del real estate anche se possono vantare flussi di cassa dell’ordine di centinaia di milioni di dollari. L’ipotesi non sembra, secondo il New York Times, così bizzarra. Anzi.
È in linea alle dichiarazioni dei redditi di Trump della fine degli anni ’70, quando dovette depositarle a un’autorità del New Jersey per ottenere una licenza per un casinò nel 1981.
Nel 1978 e nel 1979 non pagò nulla al fisco e nei tre anni prima versò meno di 75.000 dollari.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 11th, 2016 Riccardo Fucile
FINO A POCHE SETTIMANE ERA RESPONSABILE DEL COMANDO OPERATIVO INTERFORZE
Generale, allora l’Italia avrà compiti di addestramento delle truppe libiche?
“Per ovvie ragioni posso solo parlarne in termini generali. L’Italia con il tempo si è ricavata questo ruolo, perchè l’addestramento è un’attività più digeribile per l’opinione pubblica. In Afghanistan si faceva il mentoring, molto più importante. E’ l’affiancamento delle unità per sostenerle nella pianificazione e condotta delle operazioni. Ma sulla Libia non posso aggiungere nulla”.
La Storia insegna che gli istruttori spesso sono la prima tappa di un impegno più diretto. Che ne dice?
“Per l’immaginario collettivo addestramento vuol dire far fare “attenti” e “riposo”, far sparare nei poligoni, ma il mentoring è molto più importante dal punto di vista tattico. Non so se si sia deciso di fare questo in Libia. Ma come attività ha una sua evoluzione: non si può “mentorizzare” un’unità e poi abbandonarla. Non necessariamente sarà attività sul campo, ma anche pianificazione. L’Afghanistan ce l’ha insegnato: bisogna andare con loro, vedere come si muovono, fornirgli le capacità che non hanno”.
Allora è corretto o no dedurre che la decisione di schierare istruttori non significa per forza un prossimo invio di truppe di terra?
“No, non lo implica automaticamente. In Libia, è chiaro che l’addestramento è in funzione delle operazioni. L’addestramento è un’attività costante, che va fatto a prescindere dalle operazioni. Invece il mentoring va fatto sulla base dei programmi, si pianifica in vista di un’operazione precisa”.
Ma la decisione di fare addestramento sarà sufficiente?
“L’impegno militare deve conseguire da una linea politica chiara. E in Libia ci sono crisi a diversi livelli, che si fronteggiano con mezzi diversi. Una strategia limitata al bombardamento di Sirte non sarebbe sufficiente. Ci sono difficoltà con Bengasi, con Haftar, ci sono problemi con Tobruk, che devono essere risolti dalla diplomazia. Poi c’è il flusso dei profughi in arrivo dal Ciad, dal Sudan, dal Niger. Come si può fermarlo? Certo non con i bombardamenti. Servono campi di accoglienza, operazioni di convincimento, servizi sanitari. Lo schieramento militare non basta”.
Un maggiore impegno italiano sul terreno che cosa potrebbe prevedere?
“Nel caso di operazioni sul territorio libico, se ci fosse una richiesta del governo, dovrebbero intervenire unità di manovra, reggimenti di fanteria che controllino il territorio, forze speciali per interventi rapidi. L’Italia non se la può cavare con le Forze speciali. Avremmo bisogno anche di organizzare un sostegno militare a Organizzazioni non governative per la gestione dei profughi. Servirebbe il controllo dello spazio aereo, sia come trasporto che come possibilità di intervento. Insomma, dovremmo trasformare la nostra vulnerabilità , cioè la vicinanza, in un punto di forza, con la possibilità di intervento immediato”.
(da “La Repubblica”)
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