Luglio 28th, 2016 Riccardo Fucile
IL TYCOON E’ DIPENDENTE DAL FLUSSO DI DENARO DALLA RUSSIA… I FINANZIAMENTI DA MOSCA PER IL PROGETTO TRUMP SOHO A MANAHATTAN
“Russia, se mi stai ascoltando, spero tu sia in grado di trovare le 33mila email mancanti”. Donald
Trump, come sua abitudine, non usa mezzi termini.
Il designato ufficiale dei repubblicani alla Casa Bianca chiede che il governo russo entri nel server usato da Hillary Clinton quand’era segretario di Stato, e ritrovi quelle mail che sarebbero state cancellate per nascondere verità imbarazzanti.
La reazione dei democratici è ovviamente sdegnata. “Clinton non la considera una questione semplicemente politica; la considera una questione di sicurezza nazionale”, spiega Jake Sullivan, consigliere di politica estera della sfidante democratica. Prendono le distanze anche i repubblicani, con accenti altrettanto duri: “Putin è un delinquente che dovrebbe stare fuori delle nostre elezioni”, ha detto lo speaker della Camera, Paul Ryan.
Il nuovo caso è un segnale che questa campagna elettorale sarà cattiva e piena di colpi di scena.
Ma è anche, secondo alcuni, una conferma dei legami che esisterebbero tra il magnate repubblicano e Vladimir Putin.
Un candidato alla Casa Bianca che chiede a un governo non proprio amico di “smascherare” la sua rivale politica è in effetti un fatto abbastanza insolito; anche per chi ha abituato media e opinione pubblica a prese di posizioni clamorose.
Il tema non riguarda ovviamente semplici, e spesso improvvisate, prese di posizioni politiche.
Il tema è quello dell’esistenza di eventuali connessioni, e legami di interesse, tra Trump e il governo russo. Sul tema si sono impegnati molti commentatori, che hanno disegnato un tessuto di rapporti interessanti.
Partiamo dagli aspetti finanziari.
Sotto il peso di un debito sempre più largo, Donald Trump negli ultimi anni ha trovato molte difficoltà a trovare aperture di credito presso le banche americane.
Secondo alcuni — per esempio un giornalista investigativo, Josh Marshall, che sul tema ha lavorato molto — Trump sarebbe diventato “con gli anni, sempre più dipendente dal flusso di denaro dalla Russia”.
Il Washington Post ha scritto che “a partire dagli anni Ottanta, Trump e la sua famiglia hanno compiuto numerosi viaggi di lavoro a Mosca alla ricerca di opportunità di business”.
Un sito web, eTurboNews, cita uno dei figli di Trump, Donald Jr., che avrebbe detto: “Abbiamo visto un sacco di denaro arrivare dagli Stati Uniti”.
Sotto la lente di molti osservatori, è finito soprattutto il progetto Trump Soho a Manhattan.
Una serie di cause — che alcuni investitori hanno aperto contro Trump per false asserzioni sulla salute finanziaria dell’impresa — hanno rivelato consistenti flussi di denaro in arrivo da Russia e Kazakistan.
In particolare, Sal Lauria, un immobiliarista vicino a Trump, avrebbe raccolto almeno 50 milioni di dollari per Trump Soho e altri tre progetti in cui è coinvolto il magnate repubblicano e Bayrock (un’altra società di sviluppo immobiliare).
Il denaro sarebbe arrivato da un gruppo con sede in Islanda, FL Group, in cui hanno depositato i loro capitali gli oligarchi russi.
Oltre gli aspetti finanziari, ci sono poi quelli più prettamente politici.
Critiche, polemiche, preoccupazione hanno travolto la politica e gli apparati militari americani quando di recente, in un’intervista al New York Times, Trump ha affermato che potrebbe non onorare l’articolo 5 della Nato (quello sulla mutua assistenza militare) e quindi non andare in aiuto di uno degli Stati baltici, dovessero questi subire un attacco da parte della Russia.
C’è poi la questione di Paul Manafort, il chairman della campagna di Trump, l’uomo che ne ha in mano la direzione organizzativa e politica e che per per anni ha lavorato come consigliere politico nell’Europa orientale.
In particolare, è stato un collaboratore del presidente ucraino Viktor Yanukovych, cacciato dal potere nel 2014 e vicino al presidente russo Vladimir Putin.
Legami nell’area anche per Carter Page, consulente per la politica internazionale di Trump, che ha lavorato in Russia per Merrill Lynch ed è stato uno dei più importanti consulenti internazionali della compagnia energetica Gazprom.
Roberto Festa
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 28th, 2016 Riccardo Fucile
TONI DURI SU TRUMP E OTTIMISMO PER IL FUTURO… IL MILIARDARIO ACCOMUNATO A DITTATORI E JIHADISTI: “CHI SCOMMETTE CONTRO L’AMERICA NON HA MAI VINTO”… BLOOMBERG : “TRUMP E’ UN TRUFFATORE”
È la serata che dà un senso alla convention democratica, una strategia alla sinistra, una linea per fermare Donald Trump.
“Sono pronto a tornare ad essere un privato cittadino – conclude Barack Obama – oggi vi ringrazio per questa incredibile avventura. E vi chiedo di fare per Hillary quello che otto anni fa avete fatto per me”.
Obama alterna i toni di grave allarme per la minaccia che rappresenta Donald Trump; e l’ottimismo sul futuro dell’America che contrasta con la narrazione apocalittica dell’avversario.
Usa toni durissimi, mai sentiti prima dalla sua bocca: “Il mondo è spaventato e non capisce cosa sta succedendo in questa campagna elettorale. Ma chiunque vuole distruggere i nostri valori – fascisti o comunisti, jihadisti o demagoghi nostrani – alla fine perderà sempre”.
Trump messo insieme ai dittatori e agli islamisti. Proprio così: “Questa non è un’elezione qualsiasi”, avverte il presidente.
Obama vuole che sia chiaro il pericolo. Ma è sicuro che anche stavolta l’America ce la farà , anche se è sull’orlo di un baratro e i fondamenti della sua convivenza civile sarebbero in pericolo se vincesse Trump.
È sicuro che “non vince chi scommette contro l’America, no, non ha mai vinto”. È sicuro che “questo non è un paese per autocrati, non ha mai creduto che la soluzione sarebbe venuta da una persona sola”.
Obama fa tre operazioni importanti.
Primo: riconosce le ombre sul suo bilancio, che in qualche modo creano spazi per Trump. “Dobbiamo fare molto di più per tutti coloro che non sentono gli effetti della crescita economica degli ultimi sette anni”.
È una missione che lascia in eredità a Hillary, il lavoro incompiuto dei suoi due mandati: una crescita migliore, più giusta, dai benefici meglio distribuiti.
Secondo: offre un importante riconoscimento a Bernie Sanders. Non solo per i temi sollevati dal senatore socialista, ma anche per l’approccio partecipativo alla politica, la mobilitazione dal basso.
“Se siete convinti che ci siano troppe diseguaglianze fra noi, e che il denaro influenza troppo la politica, dovete essere altrettanto combattivi e tenaci di Bernie”.
Terzo, affronta l’impopolarità di Hillary con il candore e la schiettezza che la sera prima hanno fatto difetto a Bill. “L’ho guardata lavorare al mio fianco per quattro anni – dice di lei il suo presidente – e al termine di 40 anni di impegno civile anche lei ha fatto degli errori. Come me. Come tutti. Solo chi sta a guardare e giudica da spettatore, non ne fa mai. Scendete nell’arena anche voi, sporcatevi le mani”.
C’è un messaggio agli alleati, europei in testa, e al resto del mondo.
La Nato non può essere trasformata in una sorta di racket mafioso, in cui “la protezione degli amici ha l’etichetta del prezzo”.
Non è questa la storia dell’America. “Hillary è una che combatterà l’Is fino in fondo, ma senza legalizzare la tortura nè mettere fuorilegge un’intera religione” (due proposte di Trump).
Prima di Obama, la serata ha già avuto due momenti alti.
Il suo vice Joe Biden ha preceduto il presidente nell’impugnare l’orgoglio nazionale che un tempo era una prerogativa dei repubblicani: “Non scommettete mai contro l’America. Alla fine, noi ce la facciamo sempre. La linea di traguardo è nostra”.
L’ex sindaco (tre volte) di New York Michael Bloomberg, ex repubblicano e ora indipendente, imprenditore di (vero) successo, ha avuto parole sprezzanti per Trump: “Dice che gestirà l’America come ha gestito i suoi affari. Dio ne guardi. Io sono un newyorchese, so riconoscere un truffatore quando lo vedo”.
Obama porta l’affondo finale in uno dei discorsi migliori della sua carriera.
Rovescia lo slogan di Trump. Il candidato repubblicano dice “Make America Great Again”, rifacciamo l’America grande come una volta.
“L’America – ribatte Obama – è già grande. Reagan la chiamava una casa scintillante sulla collina, invece Trump la descrive come la scena di un delitto. Nessun Muro può delimitare il Sogno Americano. Qui a Philadelphia i Padri fondatori di questa Repubblica cominciarono la nostra dichiarazione d’indipendenza con le parole: Noi il Popolo. L’America si declina con il noi, è la forza della diversità “.
Il palazzo dello sport esplode quando arriva l’invocazione finale.
La stessa di otto anni fa: “Yes We Can…Sì, possiamo portare Hillary alla vittoria”.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 25th, 2016 Riccardo Fucile
TRENTA COLPI IN UN LOCALE DOVE SI TENEVA UNA FESTA TRA TREDICENNI
Almeno due persone sono rimaste uccise e altre 16 ferite in una sparatoria avvenuta al Club Blu di
Fort Myers, in Florida.
Lo riporta la Nbc citando fonti di polizia. Il bilancio è ancora provvisorio.
Secondo testimoni la sparatoria si sarebbe verificata durante una cosiddetta ‘teen night’, una festa per adolescenti, a cui partecipano anche ragazzi di 13 anni.
Il dipartimento di polizia di Fort Myers ha confermato che due persone sono morte e “almeno 14-16” sono rimaste ferite.
Sempre la polizia riferisce di aver catturato un sospetto mentre un altro è in fuga. “Il dipartimento di polizia di Fort Myers e l’ufficio dello sceriffo della contea di Lee sono alla ricerca di altre persone che potrebbero essere coinvolti nella sparatoria”, si legge in un comunicato.
La dinamica. A quanto pare, poco dopo l’una di notte un uomo ha inziato a sparare colpi fuori dal locale, nel parcheggio del Club Blu. Alcune testimonianze parlano di almeno 30 spari e hanno descritto la scena come un “manicomio”.
Secondo le prime informazioni una delle vittime, che ancora non sono state identificate, è un ragazzo di 14 anni.
Seconda sparatoria. Secondo gli agenti una seconda sparatoria, non è chiaro se collegata alla prima, si è verificata sempre a Fort Myers: colpi d’arma da fuoco sono stati sparati contro un’automobile ed una casa causando un ferito. La polizia è sulle tracce di due uomini armati e di un terzo sospetto
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
DOPO IL DISCORSO COPIATO, ARRIVA UN’ALTRA TEGOLA: “HA FALSIFICATO IL CURRICULUM”
Dopo le accuse di aver copiato intere parti del discorso di Michelle Obama per adattarlo al marito
Donald Trump, Melania Trump finisce nuovamente nella bufera per aver dichiarato di essere laureata in architettura e design.
La stampa americana l’ha immediatamente sbugiardata: Melania Knauss non ha mai conseguito quel titolo sbandierato nel curriculum che si trova nel suo sito personale.
Lunedì, all’apertura della convention dei Repubblicani che si concluderà il 21 luglio con la probabile ufficializzazione della candidatura di Trump alla Casa Bianca, pochi giornalisti avevano dato una scorsa alla bio della ex modella e moglie del magnate costruzioni.
In seguito alla scoperta che lo staff dei Trump ha sostanzialmente riutilizzato le parole che Michele Obama aveva usato per lanciare Barack Obama alla corsa della presidenza nel 2008, i giornalisti americani hanno cominciato a verificare anche le informazioni che riguardano la vita della signora Trump.
E hanno scoperto che secondo i biografi Melania Knauss aveva abbandonato l’università poco dopo l’iscrizione per seguire le sfilate e diventare una top model.
L’edizione americana dell’HuffPost riporta le frasi dei giornalisti sloveni Bojan Pozar e Igor Omerza, autori della biografia:
Nel suo primo anno di iscrizione, la diciannovenne Melanija Knavs frequentò i seguenti corsi: elementi di architettura, belle arti, tecnica meccanica di base, costruzione architettonica, geometria descrittiva, matematica e una materia a scelta di ideologia (leggi: comunista) dal titolo “La resistenza partigiana e l’autoprotezione sociale”. Melanija avrebbe dovuto passare al secondo anno, anche se non aveva passato due esami, ma tutti pensavano che li aveva passati, fece un mese di stage e tenne anche un diario sull’esperienza.
Più tardi, in America, dopo aver incontrato Donald Trump ed essere diventata ufficialmente la sua compagna, Melania Knauss raccontò ai media che aveva ottenuto una laurea in architettura e design.
Questo avvenne certamente dopo essersi consultata con Trump e i suoi consiglieri, che volevano a tutti i costi vendere l’impressione che la modella slovena non era solo bella, ma anche colta e intelligente.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
LE ACCUSE AGLI STATI UNITI DI AVER SOSTENUTO I GOLPISTI PERDONO QUOTA
Per fare pressione su Washington affinchè estradi Fetullah Gulen, presunto ispiratore del fallito golpe, il presidente Erdogan è arrivato ad accusare gli Stati Uniti di aver sostenuto militarmente i golpisti, affermando che i loro caccia F16 sarebbero stati riforniti in volo da aerocisterne americane decollate dalla base Nato di Incirlik.
Ma i log di volo e i rapporti militari mostrano che le quattro aerocisterne Boeing KC-135R Stratotanker decollate da Incirlik non erano quelle americane, presenti nella base, ma erano tutte appartenenti al 101° squadrone delle forze aeree turche, comandato del maggiore Orcun Kus di stanza al 10° Comando base rifornitori, cioè la sezione turca della base.
I quattro velivoli, con segnale radio ‘Asena 01′, ‘Asena 02′, ‘Asena 03′ e ‘Asena 04′ (Asena è il codice radio del 101° stormo turco) sono stati tracciati dalla torre di controllo di Esenboga e registrati dai log Mode-S.
I quattro aerei si sono diretti verso Ankara per rifornire i sei caccia F-16 golpisti del 141° squadrone decollati dalla base di Akinci e che per tutta la notte sono rimasti in volo sulle città — per la cronaca, uno dei piloti ribelli era quello che ha abbattuto il caccia russo nel novembre del 2015.
Gli F-16 governativi decollati dalla base di Eskisehir per intercettare i caccia golpisti e l’elicottero AH-1 Cobra che sparava sulla folla (poi abbattuto) hanno prima bombardato la pista della base di Akinci per impedire ai caccia nemici di tornare a rifornirsi, poi hanno ricevuto l’ordine di abbattere le aerocisterne: la ‘Asena 02′ era stata ‘agganciata’ ma l’ordine di sparare il missile non è stato dato perchè era in volo su una zona residenziale e il suo abbattimento avrebbe causato una strage.
Del decollo da Incirlik delle quattro aerocisterne ‘ribelli’ era ovviamente al corrente il comandante turco della base, generale Bekir Ercan Van, che proprio per questo è stato arrestato il giorno dopo insieme ad altri undici ufficiali turchi responsabili della base.
Non è dato sapere se dell’operazione golpista fosse informato anche il comandante americano del 39° stormo Usaf di stanza ad Incirlik, il colonnello Craig Wills. Quel che è certo è che le aerocisterne erano turche e non americane.
(da agenzie)
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Luglio 12th, 2016 Riccardo Fucile
“SIAMO UN PAESE CHE E’ VISSUTO DI PREGIUDIZI RAZZIALI PER INTERE GENERAZIONI”…”LA CLINTON VINCERA’, TRUMP E’ DIVISIVO”
“I terribili incidenti razziali che l’America sta vivendo in quest’ultima settimana non dovrebbero purtroppo sorprenderci”. dice Woody Allen a Repubblica.
Lo hanno incontrata New York per parlare del film Cafè Society, in uscita negli Stati Uniti dopo la sua premiere a Cannes.
«Il problema degli Stati Uniti, adesso e nel passato, è che questo è il prezzo che il paese paga per aver messo le sue fondamenta sulla schiavitù, per la complicità nel rapire la gente dall’Africa, portarla qui, renderla schiava, senza nessun programma per il loro benessere. Siamo un paese che è vissuto di pregiudizi razziali per intere generazioni. Cosa ci si aspetta da un paese nato così male? Quando succedono queste brutte cose, questi incidenti razziali, da bianchi nei confronti dei neri, e da parte dei neri che ora rispondono in modo violento, cosa ti aspetti da un paese che ritualmente è stato insensibile per centinaia di anni? È il prezzo che gli Stati Uniti dovranno pagare fino a quando quell’antipatia così profondamente radicata tra una razza e l’altra sarà finalmente smussata e la gente non la sentirà più».
E anche Obama, secondo il regista, ha fatto poco:
Si sperava che la presenza di un presidente afroamericano come Obama alla Casa Bianca potesse cambiare qualcosa.
«Una singola persona non può cambiare questa situazione, è un problema che richiede un’enorme mole di lavoro per tanta gente, è così intrinseco al tessuto di questo paese, da centinaia di anni, che è molto difficile da risolvere. Ci vuole uno sforzo comune e concentrato da parte di tutti, un singolo presidente non ce la puo’ fare.
Sta seguendo queste elezioni, vede speranze?
«Non sui problemi razziali che stiamo attraversando. Ciò detto non ho mai fatto misteri del fatto che io sia un grande sostenitore di Hillary Clinton, sono democratico geneticamente, lo sono sempre stato, ho contribuito alla campagna democratica».
Pensa che vincerà ?
«Ne sono sicuro. Ho conosciuto Donald Trump, era nel mio film Celebrity, ed era stato anche bravo! Ogni tanto lo incrocio in qualche ristorante o evento ed è sempre cordiale e piacevole, ma non penso abbia nessuna chance di diventare presidente. Non si preoccupi, non c’è bisogno che nessuno si trasferisca in Nuova Zelanda o in Canada! Hillary vincerà , credo sia qualificata e brava, mi piace molto anche se non l’ho mai incontrata. Me lo dicono gli istinti e il senso comune. In America la gente sa che Donald Trump, con tutte le sue teatralità e il suo essere cosi’ flamboyant, non potrebbe mai essere un buon presidente. E sento che la gente istintivamente lo sa e voterà di conseguenza. Certo è una strana campagna elettorale, il partito repubblicano è da anni in uno stato pietoso, ma anche questo strano anno elettorale passerà e ne avremo solo un vago ricordo. E Donald Trump continuerà ad essere soggetto di barzellette e scenette in televisione.
(da “Huffingtnopost“)
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Giugno 18th, 2016 Riccardo Fucile
“UNA VASTA RAGNATELA DI AFFARI LEGA IL CANDIDATO REPUBBLICANO E LA RUSSIA”
Dietro l’idillio fra Donald Trump e Vladimir Putin, c’è anche una vasta ragnatela di affari che legano il candidato repubblicano alla Casa Bianca e la Russia.
Lo rivela il Washington Post in un ampio reportage, che segna anche l’ultimo capitolo di una guerra tra la prestigiosa testata della capitale e il tycoon newyorchese (pochi giorni fa Trump ha cancellato gli accrediti a tutti i giornalisti del Washington Post, escludendoli dai suoi eventi elettorali).
L’ultimo business è quello da 14 milioni di dollari che ha portato Trump a organizzare a Mosca una premiazione del concorso Miss Universo (di cui possiede il marchio). In parallelo ci sono i vari tentativi dell’immobiliarista di sbarcare in Russia per costruirvi delle Trump Tower; e i reciproci investimenti di oligarchi russi nel mercato immobiliare Usa.
Al centro di questa ragnatela c’è la figura di Aras Agalarov, il miliardario russo che funge da intermediario fra Trump e Putin.
Sul fronte americano è il figlio di Trump, Donald Junior, a seguire più da vicino la filiera degli investitori russi: “Rappresentano una quota sproporzionatamente elevata degli investimenti nei nostri asset”, dichiarò Donald Junior ad una conferenza di immobiliaristi.
Intanto fra Putin e Trump i due continua a fiorire anche una “luna di miele” politica. Ancora di recente il candidato repubblicano alla Casa Bianca ha ribadito di gradire gli apprezzamenti che gli arrivano dal presidente russo: “Putin mi definisce un genio, certo che mi fa piacere”.
In altre circostanze Trump aveva detto che la guerra civile in Siria lui la risolverebbe affidando alla Russia il compito di sconfiggere militarmente lo Stato Islamico.
Secondo l’inchiesta del Washington Post anche il recente furto compiuto da hacker russi, che hanno trafugato notizie su Trump negli archivi dello staff di Hillary Clinton, andrebbe visto in questa luce.
Putin sarebbe interessato a capire le chances di successo di Trump, e la possibilità che una sua vittoria segni la fine delle sanzioni occidentali contro la Russia, scattate dopo l’annessione della Crimea e l’intervento in Ucraina.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 14th, 2016 Riccardo Fucile
CITTADINI IN CODA PER ORE SOTTO IL SOLE AD ASPETTARE IL PROPRIO TURNO PER DONARE IL SANGUE PER I FERITI
Ha donato il sangue, anche se non poteva mangiare nè bere a causa del Ramadan. Mahmoud ElAwadi, musulmano di 36 anni, emigrato dall’Egitto agli Stati Uniti, non ci ha pensato due volte a portare il suo piccolo aiuto ai sopravvissuti e ai feriti della strage di Orlando.
Su Facebook ha pubblicato la foto del prelievo e ha scritto un potente messaggio di solidarietà , che ha raggiunto più di 400mila “mi piace” e oltre 170mila condivisioni. “Come essere umano – ha spiegato poi – era il minimo che potessi fare per i miei amici americani”.
– Sì, il mio nome è Mahmoud, un orgoglioso musulmano americano
– Sì, ho donato il sangue nonostante io non possa mangiare nè bere a causa del Ramadan, come lo hanno donato centinaia di altri musulmani qui ad Orlando
– Sì, sono arrabbiato per ciò che è successo l’altra notte e per tutte le vite innocenti che abbiamo perso
– Sì, sono triste, frustrato e furioso per il fatto che un pazzo proclamatosi musulmano abbia fatto questo atto vergognoso
– Sì, sono stato testimone della grandezza di questo Paese, dal momento che ho visto centinaia di persone stare in piedi sotto al sole ad aspettare il loro turno per donare il sangue, dopo che era stato detto loro che c’erano almeno 5-7 ore di attesa
– Sì, questa è la nazione più grande sulla Terra: ho visto persone di ogni età , inclusi i bambini, distribuire volontariamente acqua, succhi di frutta, ombrelli, creme solari. Ho anche visto i nostri anziani veterani andare a donare il sangue e, insieme a loro, donne musulmane con con il hijab portare cibo e acqua ai donatori in fila
– Sì, possiamo rimanere uniti e prendere posizione contro l’odio, il terrorismo, l’estremismo e il razzismo
– Sì, il nostro sangue ha lo stesso aspetto quindi uscite fuori e donate perchè i nostri concittadini americani sono feriti e ne hanno bisogno
– Sì, la nostra comunità nella Florida centrale ha il cuore spezzato ma mettiamo i nostri colori, le nostre religioni, etnie, i nostri orientamenti sessuali, le nostre idee politiche in disparte e uniamoci contro chi ha provato a ferirci
Mahmoud ElAwadi è stato uno dei tanti cittadini rimasti in piedi per ore sotto al sole ad aspettare il proprio turno per donare il sangue.
Un gesto d’amore, di civiltà e di solidarietà , che a molti è venuto del tutto spontaneo. “Grazie per averci ricordato che siamo un’unica grande comunità in lotta contro l’odio”, si legge in uno dei commenti sotto al post.
Molti utenti lo hanno ringraziato per aver dimostrato che l’Islam “è una religione di pace”: “Hai fatto ciò che avrebbe fatto qualsiasi altro buon musulmano”, scrive uno di questi.
“Guardate il mio sangue – ha aggiunto ElAwadi -. Non è diverso da quello di un altro, non importa ciò in cui crediamo e quale sia il nostro nome, siamo tutti esseri umani, alla fin fine”.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 10th, 2016 Riccardo Fucile
AL WASHINGTON POST: “ABBIAMO MOLTO IN COMUNE, A PARTIRE DALLA LOTTA PER IL SALARIO MINIMO”
Pochi minuti prima di pronunciare il suo discorso di vittoria come candidata democratica alla presidenza,
Hillary Clinton era preoccupata di non riuscire a trattenere la commozione. «Ero sopraffatta», ha detto in un’intervista telefonica
Cosa ricorderà della sera della sua nomination ?
«Sono rimasta sbalordita dall’entusiasmo, dall’energia del pubblico. Ero consapevole della portata storica del momento che stavo vivendo da protagonista, un’emozione talmente grande che temevo di non riuscire a tenere il mio discorso. Ho dovuto ricompormi e prepararmi, ma uscir fuori in mezzo a quell’entusiasmo è stato travolgente e spero che in tanti, assistendovi, abbiano provato gioia e orgoglio. Per me è stata una delle esperienze più straordinarie e significative mai vissute in pubblico»
Come pensa di riuscire a guadagnare il completo appoggio di Bernie Sanders alla sua candidatura alla presidenza
«L’ho chiamato per congratularmi con lui per la sua straordinaria campagna elettorale. Ammiro la sua energia, la sua determinazione e la sua dedizione. La corsa alla candidatura è stata molto combattuta e credo si sia rivelata altamente positiva per il partito democratico e per il paese. Le nostre campagne indicano che possiamo unire le forze contro la minaccia che Donald Trump pone al nostro futuro ed è mia intenzione unire il partito e il paese. È necessario per condurre con la massima efficacia la sfida contro Trump. In seguito dobbiamo continuare ad adoperarci per unire il paese e realizzare gli obbiettivi. Mi impegnerà al massimo perchè avvenga»
Teme che Sanders possa essere un partner meno collaborativo nei suoi confronti rispetto all’impegno totale che lei ha profuso per la campagna di Obama nel 2008 ?
«Mi auguro senza dubbio che collabori. Credo che Sanders e i suoi sostenitori siano consapevoli della posta in gioco, del fatto che dobbiamo unire le forze per sconfiggere Trump. Farò di tutto per persuaderlo e cercherò il contatto con i suoi sostenitori allo stesso scopo. Abbiamo molti obiettivi comuni, come l’assistenza sanitaria universale. Entrambi vogliamo aumentare il salario minimo, contrariamente a Trump che non lo reputa necessario. Abbiamo davvero molto in comune e senza dubbio, al di là delle possibili differenze, siamo totalmente contro Trump e ciò che rappresenta»
Pensa in futuro di rivedere o ridurre il ruolo dei superdelegati ?
«Siamo sempre attenti a ottimizzare le procedure di scelta del candidato alla presidenza. Sono molto fiera di aver ottenuto 12 vittorie nelle ultime 19 sfide e di essere in testa di 3 milioni di voti rispetto a Sanders e di 2 milioni rispetto a Trump; non ho ancora i dati completi delle grandi vittorie in New Jersey e in California nè di quelle in Sud Dakota e New Mexico, ma abbiamo ottenuto un insieme di più di 300 delegati vincolati. Quindi sulla base dei criteri più importanti, il voto popolare, il numero degli Stati conquistati e dei delegati vincolati, direi che abbiamo fatto molto bene, ma vogliamo capire come poter far meglio»
Quindi non esclude una revisione del sistema elettorale?
«Credo che si aprirà un dibattito nel Comitato nazionale democratico. Non sono stata coinvolta, ma ci sono state variazioni dopo il 2008 e il 2012. Ci sarà occasione di discuterne».
Il fatto che sia lei che Trump abbiate totalizzato il maggior numero di sondaggi negativi di qualsiasi candidato alla presidenza del nostro tempo dice qualcosa della situazione attuale del paese?
«Quanto a me, quando ho rivestito cariche ufficiali, da senatrice o segretario di Stato, ho sempre ottenuto alti consensi. Da segretario di Stato avevo un indice di gradimento del 66 per cento. Ma sono anche il bersaglio favorito dei repubblicani e di altri che non concordano con le mie posizioni e hanno speso milioni di dollari in spot contro di me da quando è iniziata la campagna elettorale. Intendo impegnarmi al massimo per dimostrare che oltre alla preparazione e all’esperienza ho pronte idee che penso daranno risultati a vantaggio degli americani, serviranno a proteggere il nostro paese, ad avere un ruolo guida nel mondo e a unirci».
Si è espressa contro la politica che fa leva sulla paura, ma la sua campagna non è forse basata sulla paura di Trump?
«Non è la stessa cosa. La campagna di Trump è tesa ad alimentare timori e rabbia, mettendo gli americani gli uni contro gli altri. La sua ambizione di “fare di nuovo grande l’America” crea ansie e insicurezza in chi si sente escluso ed emarginato. Trump non ha vere risposte, solo slogan. Fin dall’inizio della campagna ha alimentato la paura nei confronti degli immigrati, definendo gli immigrati messicani stupratori e criminali. Dobbiamo affrontare il futuro con fiducia e ottimismo. Io credo che l’America possa ancora vivere i suoi anni migliori in futuro ma non possiamo darlo per scontato, c’è molto da fare. Da Trump arriva esattamente il messaggio opposto, totalmente improntato alla paura. Dobbiamo contrastarlo con forza».
Pensa che Donald Trump sia razzista?
«Non so se lo sia intimamente. Posso solo dire che a giudicare dalle sue affermazioni da quando è iniziata la campagna elettorale ha lanciato attacchi carichi di pregiudizi mirati a creare divisioni. Dire che una persona non può svolgere adeguatamente il suo compito per via delle sue origini è senza dubbio un attacco razzista che non trova spazio nella nostra politica. Molti importanti esponenti repubblicani hanno preso le distanze da queste posizioni. Credo che Trump abbia lanciato quell’attacco con quel linguaggio razzista per sviare l’attenzione dalla truffa della Trump University. Una prassi fraudolenta. Non bisogna dimenticare che ha insultato e umiliato le donne, i musulmani, gli immigrati, gli afroamericani, i disabili. Sono in completo disaccordo. Non penso che si possa costruire un paese distruggendo le persone».
Anne Gearan
(da “Washington Post”)
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