Destra di Popolo.net

TELECOMUNICAZIONI: ITALIA PRIMA NEI PREZZI (PIU’ ALTI), ULTIMA NELLE RETI VELOCI

Marzo 21st, 2014 Riccardo Fucile

UNICA ECCEZIONE LE TARIFFE DEGLI SMARTPHONE

Ci prendono pure in giro.
Dicono in Inghilterra che l’Italia è ultima nella diffusione e nell’uso delle nuove reti di telecomunicazioni ma è la prima per i prezzi (nel senso che i nostri sono i più alti).
Lo rivela uno studio della Ofcom, l’Autorità  britannica di settore.
E perchè a Londra si fanno gli affari nostri?
Perchè l’Authority locale ha voluto fare un raffronto europeo coinvolgendo i cinque maggiori mercati delle Tlc, coinvolgendo il Regno Unito, la Francia, la Germania, la Spagna e (appunto) l’Italia.
Risultato: siamo ultimissimi nella penetrazione delle reti ultraveloci, all’incirca in media con la banda larga di base (ma ultimi nelle relative connessioni) e per di più ci dobbiamo sorbire per il servizio le tariffe meno attraenti.
Al polo opposto è il Regno Unito, con alta diffusione e prezzi più bassi.
Stando allo studio di Ofcom, Italia la banda larga standard copre ormai oltre il 95% della popolazione, e sembra che tutto vada bene perchè siamo in linea con tutti gli altri Paesi e con gli obiettivi dell’Agenda digitale europea: tuttavia, le famiglie italiane che scelgono davvero e pagano il servizio sono solo il 50 per cento, contro l’83% della Gran Bretagna, l’81% della Germania, il 76% della Francia e il 63% della Spagna.
Del resto gli italiani che si collegano a Internet almeno una volta a settimana sono solo il 56%, mentre gli altri quattro Paesi mostrano percentuali più alte.
All’inverso, l’Italia si guadagna un poco lusinghiero primo posto nella quota di persone che non hanno mai usato Internet, con un desolante 34% (contro l’8% del Regno Unito).
L’Italia torna ultima quando si tratta di acquisti online (ne fa solo il 20% della popolazione) e di rapporti via web con la pubblica amministrazione (il 21%).
Ancora più imbarazzante la graduatoria sulle reti ultraveloci (oltre i 30 mega): l’Italia è ultima sia per la disponibilità  (10-15%, contro il 70-75% del Regno Unito) che per l’effettiva connessione al servizio, prossima allo zero.
E le tariffe del servizio?
Lo studio britannico mette a confronto numerosi distinti panieri, con mix diversi quanto a velocità  di banda e modalità  commerciale: e in nessuno di questi panieri l’Italia risulta la più virtuosa, con l’eccezione della banda larga mobile (quella degli smartphone), dove il nostro Paese svetta sia per diffusione che per prezzi, che risultano essere i più bassi.
Almeno una cosa.

Luigi Grassia

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NON LAMENTIAMOCI DELL’EUROPA, I VERI VINCOLI CE LI SIAMO DATI DA SOLI

Marzo 19th, 2014 Riccardo Fucile

L’OBBLIGO DI TENERE IL BILANCIO DELLO STATO IN PAREGGIO NELL’ART. 81 DELLA COSTITUZIONE

Un vincolo più forte di quelli che potrebbe metterci l’Europa sta nella nostra Costituzione.
La Commissione di Bruxelles e gli altri governi dell’unione monetaria potrebbero chiederci stupiti perchè qui da noi nessuno pare ricordarsene.
Dal 1° gennaio 2014 dovremmo tenere il bilancio dello Stato in pareggio, salvo «eventi eccezionali» da riconoscere con voto delle Camere.
Se c’è un «cappio al collo», dunque, ce lo siamo messi da soli, con decisione a larga maggioranza al tempo del governo Monti.
La Banca d’Italia, unica a rammentarlo, non si stanca di ripetere che la nuova versione dell’articolo 81 della Carta è più stringente rispetto al tanto vituperato «Fiscal Compact» europeo.
Oggi moltissimi parlamentari che allora votarono quel testo ritengono di aver sbagliato. All’italiana si procede con una prassi interpretativa che, con la tacita intesa di tutti i poteri in campo, consente di ignorare le leggi sgradite.
Purtroppo in Europa, trattandosi di rapporti tra governi sovrani, non ci si può comportare allo stesso modo.
Anche il «Fiscal Compact» è figlio dell’ansia ingenerata da una crisi del debito che minacciava di mandare in pezzi l’area euro.
Nel tentativo di placare mercati impazziti, si adottarono norme che oggi perfino il Fondo monetario internazionale giudica troppo severe.
Da allora, la Commissione europea le ha interpretate con crescente quanto opaca elasticità ; ma ignorarle non può.
Dunque inutile prendersela contro l’Europa. Se errore c’è stato, è stato condiviso.
Allo scopo di allontanare il pericolo della bancarotta, l’Italia aveva sottoscritto impegni di austerità  feroci che per fortuna nessuno ci ha chiesto di rispettare in pieno; abbiamo evitato il peggio realizzandone solo una parte, pesante come tutti sappiamo, eppure solo una parte.
Purtroppo proprio gli stessi mercati che ci hanno costretto ad esagerare oggi ci stanno spingendo, nella loro instabilità , verso l’errore opposto.
I capitali affluiscono verso l’Europa, diversi esperti vedono una nuova «bolla» speculativa che abbassa fin troppo i rendimenti dei titoli di Stato dei Paesi deboli (i decennali dell’Italia sono al 3,4%, gli irlandesi al 3%).
Allentare un poco la stretta del rigore è possibile, per l’Italia.
Ma la scarsa fiducia reciproca tra gli Stati, rivelatasi nel momento del pericolo, sussiste ancora; e fa temere agli altri che la fase favorevole dei mercati ci renda troppo disinvolti. Proprio perchè siamo un Paese grande, preoccupiamo di più.
Sanno che se ci mettessimo di nuovo nei guai, nessuno avrebbe forze sufficienti per salvarci.
D’altra parte, l’esperienza insegna che oltrepassare la soglia del 3% di deficit di per sè non garantisce nulla.
Grazie alla «finanza creativa» di Giulio Tremonti la superammo con l’inganno dal 2001 al 2005: ciò nonostante, la crescita già  ristagnava, e siamo arrivati alla grande crisi già  più deboli.
Non solo: con una economia come la nostra, capace di crescere in media meno dell’1% all’anno, il debito accumulato scende solo se il deficit va ben sotto il 3%; altrimenti sono dolori, per noi stessi già  prima che «per i nostri figli» come Matteo Renzi ha imparato a dire giorni fa.
Possiamo chiedere una deroga temporanea ai dettami più severi del «Fiscal Compact» (la riduzione annua del deficit strutturale riproposta ieri dalla Bce e da Olli Rehn) in nome di un impegno forte per rimettere a posto il nostro Paese — non solo i suoi bilanci — anno dopo anno.

Stefano Lepri

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IL TEATRO DEGLI INGANNI: LA TECNOCRAZIA USATA COME ALIBI, MA SONO GLI STATI AD AFFOSSARE UNA REALE UNIONE EUROPEA

Marzo 19th, 2014 Riccardo Fucile

GLI STATI HANNO POTERE, NON RESPONSABILITA’: SE LE COSE VANNO MALE SI SCARICANO LE COLPE SULLA TECNOCRAZIA

È inutile accusare la tecnocrazia europea per le azioni mancate o sbagliate dell’Unione, come hanno fatto Renzi e Hollande a Parigi, quando sono i governi a fare e disfare l’Europa secondo le loro convenienze.
Ed è inadeguato presentarsi a Berlino come buon allievo, quando le mutazioni hanno da essere radicali. Il rischio è un inganno dei cittadini: dilaterà  le loro malavoglie, i loro disorientamenti e repulsioni.
Come non sentirsi sbalestrati, se non beffati, da discorsi così contraddittori?
A Parigi Renzi ha accusato gli eurocrati, poi a Berlino ha riconosciuto il primato tedesco, ricordando alla Merkel che non siamo «somari da mettere dietro la lavagna, ma un Paese fondatore che contribuisce a dare la linea».
Chi detta legge, in ultima analisi: il tutore tedesco o l’eurocrazia? Chi ha l’ultima parola?
Non dirlo a lettere chiare: questo è aggirare i popoli.
L’inganno è più che mai palese alla vigilia delle elezioni europee, che almeno sulla carta dovrebbero essere diverse dalle precedenti.
Il trattato di Lisbona infatti è esplicito, e i deputati di Strasburgo l’hanno ribadito: il Presidente della Commissione sarà  designato dal Consiglio europeo, ma «tenendo conto delle elezioni del Parlamento europeo» (art. 17).
Quel che ci si accinge a fare è altra cosa. Ancora una volta, la decisione sarà  presa a porte chiuse, senza dibattito pubblico preliminare, dai capi di Stato o di governo.
Lo stesso Parlamento europeo è complice dell’inganno, col suo regolamento interno: la scelta delle nomine è a scrutinio segreto; non è prevista discussione pubblica.
Condotte simili non si limitano a ignorare i trattati: sono anche del tutto incompatibili con la trasparenza da essi ripetutamente evocata.
Riavremo dunque lo stesso occulto mercanteggiamento tra Stati che ha ammorbato l’Unione per decenni. Il Parlamento può certo accampare diritti – può sfiduciare il presidente dell’esecutivo e l’intero collegio – ma il rifiuto avviene dopo la nomina. È più complicato.
Non a caso l’assemblea non s’è mai azzardata a sfiduciare la Commissione.
Se davvero credessero in quel che professano, Renzi, Hollande e la Merkel manderebbero in questi giorni ben altro messaggio ai cittadini refrattari che apparentemente li angustiano tanto. Direbbero: «Ci atterremo alle nuove regole, vi ascolteremo sempre più. Quindi rispetteremo il verdetto delle urne».
Nessuno di loro osa dirlo. Il dominio che esercitano, nella qualità  di sovrani che nominano eurocrati al loro servizio, non vogliono nè dismetterlo nè spartirlo.
Vogliono usarla, la tecnocrazia, come alibi: se le cose vanno male la colpa è sua.
Gli Stati hanno potere, non responsabilità .
La mistificazione è massima perchè la colpa è interamente loro, se l’Unione è oggi un campo di discordie, di ingiustizie sociali asimmetriche.
Sono gli Stati e i governi che hanno fatto propria la teoria, predicata ad alunni somari e non, dell’»ordine» o dei «compiti in casa ».
È la teoria tedesca dell’ordoliberalismo, nata nella Scuola di Friburgo tra le due guerre, che fissa quali debbano essere le priorità , perchè i mercati operino senza ostacoli: prima va rassettata la «casa nazionale», e solo dopo verranno la cooperazione, la solidarietà , e comuni regole di uguaglianza sociale.
Nelle sedi internazionali, e anche in quella sovranazionale europea, basta insomma «coordinare» le singole linee, esortarsi a vicenda.
Il motivo: l’esperienza totalitaria legata a interventi eccessivi dello Stato (memorabile l’accusa rivolta dall’ordoliberista Wilhelm Rà¶pke, negli anni ’50, all’ideatore dello Stato sociale: «Quello che voi inglesi state preparando, con il piano Beveridge, è una forma di nazismo». Non meno antiliberale fu giudicato il New Deal di Roosevelt).
L’illusione ordoliberista, tuttora diffusa ai vertici degli Stati, è che se ognuno lasciasse fare i mercati, mettendo magari la briglia alla democrazia e a leggi elettorali troppo rappresentative, l’ordine finirebbe col regnare nel mondo.
La crisi ha mostrato che solo invertendo le priorità  una soluzione è possibile.
È dalla solidarietà  che urge ripartire, dalla messa in comune di risorse, dopodichè ogni Stato avrà  più forze per aggiustare i conti, spalleggiato da istituzioni e bilanci federali.
Così gli Usa risolsero la crisi del debito dopo la guerra di indipendenza: mettendo in comune i debiti, passando dalla Confederazione alla Federazione, dandosi una Costituzione.
L’esatto contrario avviene nell’Unione. Sono ancora gli Stati che hanno deliberato, nel febbraio 2013, di congelare il comune bilancio e di impedire l’aumento delle risorse che permetterebbe piani comunitari di ripresa, e soprattutto la conversione della vecchia industrializzazione in sviluppo verde, sostenibile.
Una delibera che il Parlamento s’è rifiutato di ratificare, un mese dopo.
Ma alla fine la decisione è stata accettata, pur rinviando il dibattito al 2016.
Sono gli Stati che hanno inventato la trojka, organismo che comprende la Banca Centrale europea, la Commissione, e non si sa per quale complesso di inferiorità  il Fondo Monetario, e che oggi controlla 4 Paesi (Grecia, Portogallo, Irlanda, Cipro).
Una trojka la cui sola bussola è la «casa in ordine».
Sono infine gli Stati che hanno concordato il fiscal compact, che alcuni Paesi – tra cui l’Italia di Monti – hanno inopinatamente messo nella Costituzione nonostante nessuno l’avesse imposto.
Questo significa che viviamo nella menzogna, sull’Europa esistente e su quella da rifondare.
Che chi ha in mano le scelte sono in realtà  i mercati: non l’eurocrazia usata come alibi e non i finti Stati sovrani.
Lo spiega bene Luciano Gallino, su la Repubblica del 15 marzo: non esiste stato di eccezione che consenta un’indifferenza così totale verso le sofferenze inflitte ai cittadini (Grecia in primis, e Italia, Spagna, Portogallo). Quanto al fiscal compact, si tratta, secondo Gallino, di eliminare dalla Costituzione le norme attuative, come proposto da Rodotà : «L’Italia non è in grado di trovare 50 miliardi di euro all’anno da tagliare (per 20 anni, ndr). Accadrà  quello che è già  accaduto altrove: tagli sanitari, bambini affamati, povertà ».
Sono anni che Roma cerca di ingraziarsi Parigi, e forse qui è l’inganno più grande.
I governi francesi, di destra o sinistra, hanno una responsabilità  speciale: sin da quando, caduto il Muro, risposero sistematicamente no – in nome del mito sovrano gollista – all’unità  politica e militare che Kohl chiese con insistenza per puntellare l’euro.
Si denunciano le colpe tedesche, nella crisi, ma l’immobile insipienza francese è ancora più nefasta.
L’Europa, non dimentichiamolo, fu fatta grazie ai francesi Jean Monnet, Robert Schuman.
Quel che fu creato lo si deve a Parigi. Ma anche quel che non fu fatto, e non si fa. A cominciare dall’unità  militare, che consentirebbe all’Europa risparmi enormi: circa il 40%.
Insieme si potrebbe valutare se sia sensato dotarsi degli F-35, e che tipo di pax europea vogliamo, autonoma da quella americana.
Uscire dalle menzogne è oggi l’emergenza.
I cittadini, frastornati, faticano a capire che i governi, con le loro dissennatezze, sono più viziosi degli eurocrati. Che la Francia è un ostacolo non meno grande di Berlino, anche se governata dai socialisti (Sarkozy almeno ci provò: Hollande sull’Europa è muto).
Che l’Unione ha bisogno di una Costituzione vera, che inizi come negli Usa con le parole: «We, the people…» : non con l’elenco dei governi firmatari.
Altrimenti non avremo solo il predominio degli Stati più forti. Avremo quella che Gallino chiama la Costituzione di Davos: una costituzione non scritta, i cui governi, vittime di una sindrome da “corteggiamento del capitale”, l’assecondano con strategie economiche incentrate sul taglio del Welfare e sui salvataggi bancari a carico dei contribuenti.

Barbara Spinelli
(da “La Repubblica”)

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“BERLINO RESTERA’ PER IL RIGORE, NON VUOLE GUAI”: INTERVISTA AL GERMANISTA ANGELO BOLAFFI

Marzo 18th, 2014 Riccardo Fucile

“NON BASTA LA MAGLIETTA DI MARIO GOMEZ PER FAR CAMBIARE IDEA AL GOVERNO TEDESCO”

«Mi sarei stupito del contrario» diceva ieri sera Angelo Bolaffi dopo avere letto che Angela Merkel e il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schà¤uble hanno ribadito a Matteo Renzi la necessità  di andare avanti con la politica del rigore.
«Non basta la maglietta di Mario Gomez per fare cambiare idea al governo tedesco – dice il professore, germanista, uno dei massimi esperti del rapporto tra Roma e Berlino – . I tedeschi sono convinti che il grande spazio europeo si costruisca omogeneizzando i criteri con i quali mantenere la stabilità  del Continente. La loro diagnosi è diversa dalla nostra, non pensano che alla base delle difficoltà  ci sia il rigore, anzi».
Ma a Berlino interessa che Renzi faccia le riforme oppure basta che l’Italia sia stabile, che non crei guai sui mercati?
«In prima istanza non vogliono guai. Ma sanno anche che se il governo italiano non farà  riforme serie prima o poi i guai arriveranno. Dato il livello di integrazione delle economie italiana e tedesca, per loro è essenziale che noi cambiamo. Il rapporto è così stretto che un problema da noi è un problema per loro. E ne hanno piena coscienza».
Crede in un asse anti-austerità  tra Roma e Parigi?
«No. L’intellettuale francese Alain Minc dice che un’alleanza dei Paesi mediterranei in senso antitedesco fa ridere: firmato il patto, ognuno correrebbe a telefonare a Berlino. La realtà  è che ancora oggi Parigi tiene al rapporto con la Germania in modo ossessivo, non ci può rinunciare e non lo farà . Piuttosto, penso che possa esserci un rapporto particolare tra Italia e Germania, non sostitutivo dell’asse franco-tedesco ma comunque positivo, come lo è stato in passato. Spero che Renzi colga l’importanza del rapporto con la Germania, per noi di grande utilità ».
Il partito antieuro Allianz fà¼r Deutschland, dato in crescita nei sondaggi delle elezioni europee, potrebbe fare cambiare posizioni a Frau Merkel sull’austerità ?
«Ammesso che qualche effetto lo possa avere, semmai spingerà  la signora Merkel a essere ancora più rigorosa, dal momento che è un partito che chiede più rigore. Ma penso che la cancelliera non si preoccupi di Allianz fà¼r Deutschland».
Corre una teoria secondo la quale Renzi farebbe bene ad abbandonare i vincoli europei perchè tanto si tratta di politiche che salteranno dopo le lezioni europee di maggio, dove avranno un successo le forze anti Europa.
«Non sono convinto che l’antieuropeismo mobiliti più di tanto. Ma, al di là  dei risultati, non è pensabile che la Germania cambi strada sul tema della stabilità  economica e finanziaria. Nel 2011 aveva la possibilità  di uscire dall’euro e non l’ha fatto: da allora ha deciso che l’Europa si sarebbe salvata seguendo il modello tedesco, che poi vuole dire i trattati di Maastricht e di Lisbona. Per Berlino, è l’unico modo di salvare l’Europa e su questo andrà  avanti: gli elettori tedeschi hanno appena confermato questa linea. Renzi sbaglierebbe a pensare che possano cambiare idea».
Merkel e Renzi hanno parlato anche di Ucraina. Pure nel rapporto con la Russia, sembra che la Germania debba prendere la leadership dell’Europa, suo malgrado.
«Negli ultimi tempi, la cancelliera ha cambiato posizione in maniera decisa sulla Russia, è molto più dura. Questa è una novità  che rivoluziona tutto. Cent’anni dopo la prima guerra mondiale, pare che in Europa torni il dilemma tra pace e guerra. E tanto la crisi economica che quella geopolitica pongono la questione dell’inevitabile egemonia tedesca. La Germania deve decidere cosa fare da grande e a me pare che Frau Merkel lo abbia deciso. Ha capito che il pericolo posto dalla politica di Putin, mossa dalla sindrome della Guerra Fredda, è considerevole: la cancelliera ha un’origine nella Germania Est e di fronte a ciò è estremamente sensibile».
Renzi dovrebbe seguire Berlino anche in questo?
«Una vecchia tradizione della diplomazia italiana è quella di stare, nei momenti di crisi, dietro alla Germania. Non mi pare una cattiva idea, nemmeno in questo caso».

Danilo Taino
(da “il Corriere della Sera“)

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ECCO COSA SI RISCHIA A VIOLARE I VINCOLI IN EUROPA

Marzo 17th, 2014 Riccardo Fucile

I QUESITI DA PORSI

I soldi ci sono o non ci sono? E l’Europa lascerà  fare a Matteo Renzi quello che vuole, cioè dare 80 euro in più in busta paga a chi ne guadagna meno di 1500 al mese?
I due temi sono legati, come è già  chiaro dalle prime reazioni alla conferenza stampa programmatica del premier di mercoledì
1. La Banca centrale europea nel suo bollettino mensile scrive che l’Italia non ha fatto “progressi tangibili” per rispettare le richieste della Commissione europea di ridurre il debito. Significa che Mario Draghi ha già  bocciato il piano Renzi?
No, le due cose non sono connesse. A novembre 2013 la Commissione ha chiesto al governo Letta di tagliare il debito strutturale dello 0,5 per cento del Pil (4-5 miliardi) già  nel 2014 per essere in regola con la cosiddetta “regola del debito”, cioè un ritmo di riduzione del debito pubblico che ci permetta di rispettare i vincoli di bilancio del trattato Fiscal Compact. Letta aveva risposto che i tagli sarebbero arrivati dalla spending review, che ancora si aspetta. Il Bollettino di Francoforte, peraltro, è stato chiuso il 2 marzo
2. Renzi ha intenzione di rispettare questa richiesta di correzione dei conti?
No. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha già  spiegato che non è nel programma del governo fare interventi correttivi. La scommessa è che le misure di stimolo alla crescita faranno crescere il Pil a sufficienza da non rendere necessari i tagli aggiuntivi (il rapporto migliora sia se scende il debito sia se cresce il Pil)
3. Che succede se la scommessa di Renzi si rivela sbagliata?
Se a breve non ci sarà  stata la correzione e la crescita si rivelerà  inferiore a quella sperata, l’Italia rischia già  da giugno una procedura di infrazione per squilibri macroeconomici eccessivi, che può comportare multe pesanti
4. Il commissario europeo Olli Rehn ha detto di apprezzare il taglio delle tasse sul lavoro finanziato dalla spending review ma ha anche richiamato l’Italia a “rispettare gli impegni del patto di Stabilità ”, in particolare “il bilancio in pareggio in termini strutturali e la nuova regola del debito”. È un via libera?
Sì, ma cauto. La Commissione ricorda la necessità  di ridurre il debito di 4-5 miliardi e di non sfondare il tetto del 3 per cento tra deficit e Pil. Renzi ha detto che vuole pagare parte del taglio al cuneo fiscale facendo deficit (cioè, di fatto, rinunciando a cercare copertura). Il deficit 2014 può salire da 2,6 a 3 per cento. Il premier spera però di non dover usare tutto quel cuscinetto da 0,4 per cento. Anche questa scelta, ha ricordato Padoan, deve essere discussa con Bruxelles e approvata dal Parlamento
5. Quali sono i pericoli di questa linea nei prossimi mesi?
Arrivando così vicino al limite del 3 per cento, Renzi si preclude ogni flessibilità  del bilancio pubblico per l’intero 2014. Qualunque misura di spesa – ad esempio i soldi che mancano sulla Cig – dovrà  essere coperta da tagli corrispondenti o aumenti di tasse dal gettito immediato (tipo alzare le accise sulla benzina). Una strada molto stretta che, se imboccata, prelude a sorprese d’autunno: dopo le elezioni europee, il premier potrebbe trovarsi costretto ad ammettere di essere già  sopra il 3 per cento, a causa di coperture incerte, di una crescita sotto le attese o spese impreviste. A quel punto la Commissione lo solleciterebbe a fare una manovra correttiva oppure partirà  l’iter della procedura d’infrazione (l’Italia ne è uscita nel 2013, dopo quattro anni).
6. Anche Spagna e Francia hanno sfondato il deficit e sono sotto procedura d’infrazione, perchè non possiamo farlo anche noi?
È un’opzione: in questi anni sia il governo Monti che quello di Enrico Letta hanno privilegiato un altro approccio, fare di tutto per rispettare i vincoli su debito e deficit in modo da trattare poi con Bruxelles forti dei risultati raggiunti.
Spagna e Francia invece hanno preso tempo per diluire i dolorosi aggiustamenti dei conti pubblici. Letta e Monti erano convinti che per l’Italia fosse troppo pericoloso seguire quella linea perchè il debito pubblico (134 per cento del Pil) rende il Paese troppo esposto ai cambi di umore dei mercati, che possono determinare improvvisi aumenti dei tassi di interesse,. Inoltre chi è “sotto procedura” ha vincoli molto più stringenti nell’esame preventivo della legge di Stabilità  da parte di Bruxelles, obbligatorio dal 2013.
7. Ma ci sono coperture vere nelle promesse di Renzi?
Il taglio dell’Irap alle aziende vale 2,4 miliardi all’anno ed è coperto – forse non del tutto dal 20 al 26 per cento del prelievo sulle rendite finanziarie (titoli di Stato esclusi).
Le entrate incerte sono: 3 miliardi nel 2014 (5 nel 2015 e 2016) dal rientro dei capitali dall’estero, 1,6 miliardi di gettito Iva dal pagamento dei debiti arretrati della pubblica amministrazione (prima bisogna pagarli e per ora c’è solo un disegno di legge) e i risparmi della spending review.
Il commissario Cottarelli ha parlato di 3 miliardi di risparmi sul 2014, perchè i tagli inciderebbero sulla seconda metà  dell’anno. Renzi parla di 7 miliardi, come se invece potessero essere retroattivi.
Ci sono quindi 4 miliardi molto incerti e anche per i 3 sicuri bisogna comunque fare un provvedimento di legge che ancora non è alle viste.
Far salire il deficit o spendere circa 3 miliardi dovuti ai risparmi sul costo stimato del debito (spread) equivale a spendere senza coperture.
Al netto dell’Europa, insomma, è la parte facile.

Stefano Feltri

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A BRUXELLES CRESCONO I DUBBI: “TROPPE VARIABILI SENZA COPERTURA

Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile

“LE ENTRATE PREVISTE NON HANNO RISCONTRI OGGETTIVI”

Sul tavolo c’è una tabella scritta a mano coi numeri de #lasvoltabuona di Matteo Renzi, la dote finanziaria che consentirà  (o no) di realizzare l’ambizioso cronoprogramma del premier.
La persona che l’ha compilata, una fonte Ue esperta di cose economiche, invita a usare le molle.
Avverte che le cifre, come i contenuti e i relativi giudizi, sono «intrinsecamente vincolati a ciò che accadrà  davvero».
Giudica positive le ambizioni per economia e lavoro. Però appaiono due rughe sulla sua fronte quando si affrontano le coperture.
«Troppe variabili – ammette -: troppe certezze che possono cadere nonostante le migliori intenzioni»
L’argomento principale è che metà  delle voci destinate a bilanciare il minor gettito Irpef «non ha riscontri oggettivi» e l’altra metà  è «incerta».
«Non vuol dire che siano dati impossibili – sottolinea la fonte -. Tuttavia vedo delle domande prive di risposta».
A partire dall’esito della spending review che il governo definisce foriera di 7 miliardi di risparmi, mentre il suo autore Carlo Cottarelli ne conta tre da maggio a fine anno: «I 4 miliardi in più vanno spiegati, no?». Certo che sì.
Dovrà  accadere entro aprile, limite entro cui Renzi dovrà  far recapitare a Bruxelles i suoi Piani perchè siano valutati.
Come tutte le stime, impongono verifica sul campo gli 1,6 miliardi di gettito Iva che i tecnici a Roma attribuiscono all’attività  generata dal pagamento degli arretrati della pubblica amministrazione.
L’interrogativo è «l’effetto reale di un’iniezione di liquidità  per un’economia davvero provata». Può accadere, concede la fonte.
Magari la reazione supererà  le aspettative e, con essa, le entrate.
Del resto il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, preferisce «tenersi basso» quando fa una previsione. Chissà .
La terza incertezza sono i risparmi dello spread felicemente calante.
Erano anni che il divario fra i virtuosi bund tedeschi e i nostri buoni decennali non se ne stava stabilmente sotto i 200 punti. Rispetto alle previsioni del vecchio governo, il Tesoro annusa un beneficio di 2,5 miliardi.
Vorrebbe contabilizzarli e spenderli subito. «Abbiamo detto che le entrate di copertura devono essere certe», annota la fonte.
Qui, invece, si propone un’alea grave: «Sino a chiusura esercizio non saremo sicuri dell’incasso. Basta un battito d’ala di farfalla…».
Il che conduce alla partita più complessa, quella da giocare a carte scoperte. Il piano Renzi si aggrappa alla previsione Ue secondo cui l’Italia chiuderà  il 2014 con un rapporto deficit/pil del 2,6%.
Sarà  0,4 punti sotto la fatidica soglia del 3% oltre la quale comincia il disavanzo eccessivo. L’intenzione è sfruttare questo margine, tutto o in parte, per stimolare la domanda. Sino a 6 miliardi da negoziare con Bruxelles.
«Siamo qui per fare, non per chiedere», ha detto Padoan. Ma senza chiedere, su questa strada, non si può fare.
Nell’analisi approfondita degli squilibri italiani la Commissione ha scritto che «l’aggiustamento del saldo strutturale 2014 come attualmente previsto appare insufficiente dato il bisogno di ridurre il grande parametro debitorio a un passo adeguato».
Era un modo per risvegliare l’attenzione sull’esigenza di maggiore enfasi, soprattutto alla luce delle nuove regole di rientro accelerato. «In queste condizioni, chiedere altri margini mentre bisogna frenare il debito può essere problematico».
Il fiscal compact dice che dobbiamo tagliare il debito in misura pari allo 0,5% del differenziale fra il rapporto totale col pil (133,7%) e la soglia d’equilibrio teorica (60%). «È il vostro impegno, lo avete negoziato e accettato».
E allora? La soluzione è quella indicata da Padoan. Si fanno le riforme, vere.
Inizialmente si porta il deficit in tensione. Poi si rientra grazie alla crescita.
Fattibile? «Non è mai successo prima e le priorità  sono altre».
Bruxelles non vuole mollare, eppure si guarda bene dal chiudere la porta. Ne consegue che tocca riformare seriamente, venire alla Commissione coi risultati concreti e augurarsi che tutti i tripli salti mortali della «svolta buona» siano perfetti.
Sennò il cammino potrebbe essere sbarrato da un passivo più grande del previsto che chiuderebbe ogni possibile margine di trattativa.
E costringerebbe Renzi, per tenere la rotta, a una correzione autunnale dal costo politico probabilmente insostenibile.

Marco Zatterin
(da “La Stampa”)

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LA BCE GELA RENZI. “NESSUN PROGRESSO PER FAR SCENDERE IL DEFICIT”

Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile

NEL 2013 IL DISAVANZO E’ RIMASTO AL 3% CONTRO IL 2,6% RACCOMANDATO DALL’EUROPA… DRAGHI CHIEDE CHE IL DEBITO SIA MESSO IN “TRAIETTORIA DISCENDENTE”… E RENZI CHE SPERAVA DI SFORARE…

La Banca centrale europea gela l’Italia.
Il nostro Paese — secondo la Bce — “non ha fatto tangibili progressi rispetto alla raccomandazione della Commissione Ue” per far scendere il deficit, rimasto al 3% nel 2013 contro il 2,6% raccomandato dall’Europa.
L’organismo guidato da Mario Draghi chiede che Roma faccia “i passi necessari” per rientrare nel deficit e assicuri che il debito sia messo “in traiettoria discendente”.
L’obiettivo del 2,6% che deve essere raggiunto nel 2014, secondo le stime recenti di Bruxelles.
Ma su quei decimi di punto percentuale di spazio di manovra — quantificati in circa 6 miliardi di euro — si gioca anche parte della riserva finanziaria dalla quale il governo vuole attingere per innescare la ripresa.
Ma nel bollettino della Bce c’è spazio anche per una piccola nota positiva che riguarda l’Italia.
Nel Belpaese, in Spagna e a Malta il bilancio strutturale quest’anno dovrebbe migliorare “in qualche misura più di quanto atteso nell’autunno 2013, anche se pur sempre meno dei requisiti posti dal Patto di stabilità ”.
L’analisi sottolinea che, nel complesso dell’Eurozona, il miglioramento strutturale sarà  pari “solo allo 0,13% del Pil”, appena un quarto dello 0,5% previsto dal Patto. In altri sette Paesi (Belgio, Germania, Estonia, Francia, Lussemburgo, Olanda e Slovenia) il bilancio strutturale “dovrebbe migliorare meno o peggiorare più” di quanto atteso in autunno.
Estendendo lo sguardo a tutta l’Eurozona, la Bce prevede che “in prospettiva, la ripresa in atto dovrebbe proseguire, seppure a un ritmo contenuto”.
In particolare, si dovrebbe concretizzare un ulteriore miglioramento della domanda interna, sostenuto dall’orientamento accomodante della politica monetaria, e da condizioni di finanziamento più favorevoli e dai progressi compiuti sul fronte del risanamento dei conti pubblici e delle riforme strutturali. Inoltre, spiega ancora l’Eurotower, “i redditi reali beneficiano di prezzi dell’energia più contenuti. L’attività  economica dovrebbe altresì trarre vantaggio da un graduale rafforzamento della domanda di esportazioni dell’area”.
Al tempo stesso, seppure in fase di stabilizzazione, la disoccupazione resta elevata nell’area dell’euro e i necessari aggiustamenti di bilancio nei settori pubblico e privato “continueranno a pesare sul ritmo della ripresa”.

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L’ITALIA HA IL RECORD DELLE PROCEDURE DI INFRAZIONE: 119 PROCEDIMENTI APERTI

Marzo 12th, 2014 Riccardo Fucile

SIAMO PURE SECONDI PER NUMERO DI CAUSE PENDENTI ALLA CORTE DI GIUSTIZIA: 14.400…. DISABILITA’, CONSUMATORI, DEBITI DELLA P.A., CARCERI E GESTIONE RIFIUTI

L’Imu? La spending review? Altri 32 miliardi di tagli in 3 anni? Il Fiscal Compact che imporrà  nuove manovre lacrime e sangue?
La risposta che arriva dalla politica è sempre la stessa: “Ce lo chiede l’Europa”.
Ma a Roma si fa davvero tutto ciò che Bruxelles ordina? Sì, ma quasi esclusivamente quando si tratta di usare le cesoie sui conti pubblici.
Perchè se i nostri politici sono così lesti a obbedire in tema di tasse e tagli, non sono altrettanto solerti nel soddisfare le richieste continue che l’Ue formula da anni in tema di diritti attraverso gli interventi di indirizzo politico e le condanne delle sue Corti di Giustizia: dal risolvere l’emergenza dei rifiuti in Campania, al fare in modo che la P.A. paghi i debiti con le imprese e restituisca loro i rimborsi Iva in tempi ragionevoli, fino al rispetto dei disabili, dei detenuti e dei consumatori. Quando si tratta dei diritti degli italiani, Roma fa finta di non sentire.
ITALIA, IL PAESE PIU’ INADEMPIENTE
Le raccomandazioni e le direttive per indirizzare la politica degli Stati; le procedure di infrazione, che possono arrivare fino alla condanna della Corte di Giustizia, per chiedere il rispetto delle leggi comunitarie.
Sono gli strumenti con cui Bruxelles governa l’Unione. L’Italia ha un triste primato: “Al 31 dicembre 2013, le procedure d’infrazione a carico dell’Italia sono 104, di cui 80 per la violazione di norme e 24 per mancato recepimento di nuove normative — si legge in un atto della Camera dei deputati — un numero molto elevato che colloca il nostro Paese in ultima posizione fra gli Stati dell’Unione quanto agli adempimenti al diritto Ue. Una posizione che indebolisce notevolmente l’affidabilità  italiana”.
Era il 31 dicembre: ad oggi i procedimenti sono diventati 119.
Un’inadempienza che si paga: nel 2012, a causa delle violazioni dei diritti dei propri cittadini riscontrate dalla Corte di Strasburgo, è stata condannata a versare indennizzi per 120 milioni, la cifra più alta mai sborsata da uno dei 47 Stati membri del Consiglio d’Europa.
Ovviamente tutti soldi pubblici.
Ancora: nel 2013 l’Italia è risultata seconda solo alla Russia per il numero di cause pendenti, ben 14.400, davanti alla Corte Ue dei diritti dell’uomo. Nel 2012 era andata meglio: eravamo terzi dopo Mosca e la Turchia.
RIFIUTI IN CAMPANIA, 7 ANNI DI RICHIAMI
Quello dell’ambiente è il capitolo più nutrito con 22 procedure di infrazione: 6 riguardano il tema dei rifiuti. Procedura 2007_2195: “Emergenza rifiuti in Campania”. E’ quella avviata il 27 giugno 2007 contro l’Italia, che non ha adottato “tutte le misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza recare pregiudizio all’ambiente”, come recita la direttiva 2006/12/CE, e congela 500 milioni di fondi comunitari. Roma fa poco e male e nel 2010 arriva una prima condanna: la Corte di Giustizia di Lussemburgo accoglie il ricorso presentato dalla Commissione a luglio 2008. Il tempo passa, l’Italia si costerna, s’indigna e s’impegna, ma Napoli e hinterland vengono periodicamente sommersi dai rifiuti.
Il 20 giugno 2013 Bruxelles decide di “avviare un ricorso dinanzi alla Corte di Giustizia contro l’Italia per il suo prolungato inadempimento in materia di gestione dei rifiuti nella regione Campania” e chiede una multa di 25 milioni per le passate violazioni e una sanzione di 250mila euro al giorno finchè l’Italia non si adeguerà  alle richieste Ue.
“Occorre trovare la metodologia più rapida per lo smaltimento — sussultava il ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando — credo che in un paio di mesi si possa dare una risposta organica. I tempi devono essere rapidi”.
“AMBIENTE, L’ITALIA HA FALLITO”
Ma tutt’Italia è Campania: nell’aprile 2013 la Commissione ha adito la Corte di giustizia UE (causa C-196/13) “in quanto su tutto il territorio italiano vi sono numerose discariche irregolari, per le quali le Autorità  italiane non hanno eseguito le necessarie attività  di ripristino o bonifica”. Tra queste quella di Malagrotta, a Roma: procedura di infrazione n. 2011/4021.
Irregolare anche la situazione dell’Ilva di Taranto: il 26 settembre lo stabilimento, al centro di una complicato caso giudiziario, è finito nel mirino dell’Unione per ”mancata riduzione degli elevati livelli di emissioni non controllate generate durante il processo di produzione dell’acciaio”.
“Le autorità  italiane — spiegava il commissario europeo per l’ambiente, Janez Potocnik — hanno avuto molto tempo per garantire che le disposizioni ambientali fossero rispettate. Quello dell’Ilva è un chiaro esempio del fallimento nell’adottare misure adeguate per proteggere la salute umana e l’ambiente”.
Le altre infrazioni? La gamma è ampia: sia va dal mancato adeguamento alle norme Ue in tema di gestione di “inquinanti gassosi e particolato inquinante prodotti dai motori a combustione interna”, rifiuti di imballaggio, emissioni industriali, fino al mancato recepimento della direttiva 2011/70/Euratom, che istituisce “un quadro comunitario per la gestione responsabile e sicura del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi”.
DEBITI DELLA PA, L’ITALIA VERSO LA CONDANNA
“La P.A. italiana è il peggior pagatore dell’Ue”, spiegava il 3 febbraio Antonio Tajani, vice presidente della Commissione Ue, mentre annunciava l’apertura di una procedura di infrazione per i ritardi dei pagamenti della P.A. alle imprese.
“Roma avrà  5 settimane per rispondere alle contestazioni — ha proseguito Tajani — altrimenti si procederà  con la messa in mora”. I numeri sono spaventosi: se in base alla direttiva 2011/7/UE i debiti vanno pagati entro 30 giorni (60 in casi eccezionali), per Confartigianato da noi il tempo medio è di 170 giorni.
Va peggio per l’Ance, i costruttori edili: “Punte di ritardo di 2 anni”. Secondo la Cgia di Mestre, nel 2013 in Italia si sono verificati oltre 14.200 fallimenti (+14,5% sul 2012). “Oltre alla crisi — ha spiegato il segretario Giuseppe Bortolussi — ha contribuito anche il ritardo della PA nei pagamenti”. Eppure le richieste dell’Ue sono state continue. La direttiva era stata emanata il 16 febbraio 2011 e subito Tajani aveva cominciato a pressare. 19 ottobre 2011: “Anticipare il recepimento”; 3 maggio 2012: “Anticipare l’attuazione dei nuovi principi”; 5 ottobre 2012: “Recepire integralmente e presto la direttiva”. Roma lo ha fatto il 5 novembre 2012. Poi però ha pagato poco e lentamente: 21 i miliardi saldati nel 2013, ma per Bankitalia ne restano altri 70. Per la Cgia sono 100.
RIMBORSI IVA ALLE IMPRESE
Anche i tempi dei rimborsi Iva sono troppo lunghi, perchè più si dilatano, più l’Iva grava economicamente sull’azienda. Specie in tempi di crisi.
Così il 27 settembre la Commissione ha aperto una procedura d’infrazione (2013_4080) nei confronti dell’Italia per la violazione della direttiva 112 del 2006.
“Anche quando le imprese vantano un diritto incontestabile ad ottenere il rimborso dell’Iva già  pagata — spiegava l’esecutivo — l’operazione avviene, nella migliore delle ipotesi, solo 2 anni dopo la presentazione della domanda. E spesso il pagamento slitta ulteriormente per la mancanza di fondi in tesoreria”. Non solo: anche il termine massimo di 4 anni fissato dall’Italia appare, come ha già  stabilito la Corte di giustizia Ue, “irragionevolmente eccessivo”.
“DETENUTI, LO SVUOTACARCERI NON BASTA”
Fresca di ore è l’ultima bacchettata sul sovraffollamento delle carceri, emergenza sulla quale negli ultimi anni non un solo ministro ha fatto mancare proclami e promesse mai mantenute.
“Le misure prese finora dall’Italia sono insufficienti”, ha fatto sapere il 6 marzo il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa.
Tradotto: il dl svuotacarceri convertito il legge il 20 febbraio non basta. Ora l’Italia ha tempo fino al 27 maggio per mettere in atto le necessarie misure. Con 64mila detenuti e 47 mila posti disponibili negli istituti, l’Italia ha collezionato una sfilza di condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo. L’ultima l’8 gennaio 2013: Strasburgo ha condannato l’Italia per trattamento inumano e degradante (violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea) di 7 carcerati detenuti nel carcere di Busto Arsizio e in quello di Piacenza.
Vivevano in celle in cui avevano a disposizione meno di 3 metri ciascuno come spazio vitale. A ciascuno andrà  un risarcimento di 100mila euro per danni morali. Ma l’Italia era già  stata condannata 4 volte in 4 anni. Dal 27 settembre 2013, poi, Roma è “sorvegliata speciale” a causa della sospetta inadeguatezza delle cure mediche fornite nei penitenziari.
DISABILI: LAVORO E TRASPORTI SONO UN’UTOPIA
L’Italia non garantisce ai disabili il diritto di trovare un lavoro adatto alle loro esigenze. Lo ha stabilito il 4 luglio 2013 la Corte di Giustizia Ue, secondo cui Roma ha violato l’articolo 5 della direttiva 2000/78, per non aver imposto “a tutti i datori di lavoro di prevedere soluzioni ragionevoli applicabili a tutti i disabili”, recita la sentenza. Ovvero “sistemare il luogo di lavoro in funzione dell’handicap, ad esempio sistemando i locali o adattando le attrezzature, i ritmi di lavoro, la ripartizione dei compiti”. Ma i portatori di handicap non hanno neanche la possibilità  di spostarsi agevolmente con i mezzi pubblici.
L’8 febbraio Bruxelles ci ha inviato due lettere di messa in mora. La prima stigmatizza la mancanza di “assistenza specifica gratuita per le persone con disabilità  sia presso le stazioni che a bordo degli autobus”, come stabilito dal regolamento Ue n. 181/2011.
E chi volesse fare reclamo? Il controllo spetterebbe a un’autorità  dei Trasporti, che in Italia non esiste, e il dovere di ricevere le lagnanze dei passeggeri ricade sul ministero. Che, però, non può comminare sanzioni.
Reclamare, quindi, non serve a nulla. Un simile problema riguarda i disabili che si spostano in nave ed è oggetto della seconda lettera.
CONSUMATORI, DIRITTI CALPESTATI DALLE VACANZE AI FARMACI
Se si compra un pacchetto vacanze in Italia e il tour operator fallisce, ci sono serie probabilità  di non essere rimborsati.
Questo perchè il fondo nazionale preposto ai rimborsi — costituito al ministero dell’Industria — non ha sufficienti risorse. Per questo Bruxelles ha aperto la procedura di infrazione 2013_4122: l’Italia ha applicato male il regolamento 261/2004 che sancisce “regole comuni in materia di compensazione ed assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato”.
Roma stenta, poi, a recepire la direttiva 2012/26/UE sulla farmacovigilanza. Il testo trae spunto da un caso di cronaca: il Mediator, farmaco per il diabete prodotto da Servier, era stato ritirato dal commercio in Spagna e in Italia nel 2003 perchè pericoloso per il cuore, ma ha continuato ad essere prescritto in Francia dove è sospettato di aver causato la morte di oltre 500 persone, prima che il 18 dicembre 2009 l’Agenzia Europea dei Medicinali ne ordinasse il ritiro.
Così Bruxelles ha adottato la nuova direttiva che autorizza gli Stati a vietare il commercio e l’uso di un medicinale sul proprio territorio, anche solo in attesa di una decisione definitiva.
La direttiva doveva essere recepita entro il 28 ottobre 2013.
Nulla da fare, così è scattata l’ennesima procedura d’infrazione.

Marco Quarantelli

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LA COMMISSIONE UE BOCCIA L’ITALIA PER IL DEBITO ECCESSIVO: “SERVE UN’AZIONE DECISA”

Marzo 5th, 2014 Riccardo Fucile

ALTO DEBITO PUBBLICO E SCARSA COMPETITIVITA’

Domani, Renzi arriverà  per la prima volta a Bruxelles in veste di premier. Ma la vigilia non è certo delle migliori: la Commissione europea, infatti, ha reso note questa mattina le valutazioni sui progressi compiuti dagli stati membri dell’Ue per far fronte agli squilibri macroeconomici.
E per l’Italia è arrivata una bocciatura ancora più sonora di quella che ci si attendeva.
Sul banco degli imputati c’è, come tradizione vuole, l’elevato debito pubblico del Paese.
Che resta altissimo nonostante gli sforzi protratti nel consolidamento dei conti.
“L’Italia presenta squilibri macroeconomici eccessivi — si legge nel testo dell’Esecutivo Ue – che richiedono un monitoraggio specifico e una forte azione politica”.
Azione che evidentemente finora non vi è stata. L’Italia è nella zona rossa tracciata dalla Commissione, insieme a Croazia e Slovenia.
Ma a dispetto di questi paesi, la situazione italiana preoccupa Bruxelles perchè viene considerata un pericolo non solo per l’Italia stessa ma per l’intera Europa.
“L’Italia deve far fronte all’altissimo livello di debito pubblico e alla debole competitività  — dice la commissione Affari economici di Bruxelles – Entrambe sono radicate nella flebile crescita della produttività  e richiedono politiche urgenti. La necessità  di un’azione decisa per ridurre il rischio di effetti perversi nel funzionamento dell’economia italiana e dell’intera Eurozona è particolarmente importante visto il peso dell’economia italiana”.
Per combattere il debito pubblico, si chiede di implementare l’avanzo primario e irrobustire la crescita. Azioni che non sono state compiute finora in maniera adeguata.
Entro fine aprile l’Italia, così come gli altri due paesi in cui ci sono squilibri macroeconomici giudicati “eccessivi”, dovrà  presentare a Bruxelles il piano nazionale di riforma e il programma di stabilità  che dovrà  essere il frutto di un “dialogo aperto” con la commissione europea per fronteggiare gli squilibri.
Una bocciatura forte per la politica italiana a prescindere da chi ha occupato i posti di governo negli ultimi tempi, perchè se l’Ue segnala “progressi nel 2013 in merito agli obiettivi di consolidamento fiscale”, aggiunge anche che “gli aggiustamenti del bilancio strutturale nel 2014 secondo le ultime previsioni sono insufficienti”.
Uno schiaffo al governo Letta che, però, suona anche come un avvertimento per il nuovo esecutivo targato Renzi.
Il premier sarà  a Bruxelles domani per il summit straordinario sull’Ucraina e non si sa ancora se avrà  il tempo di affrontare i temi economici.
Di sicuro lo farà  Padoan la prossima settimana, quando debutterà  da ministro dell’Economia per il doppio vertice dell’Eurogruppo e dell’Ecofin di lunedì e martedì.

(da “Huffingtonpost“)

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