Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile
I VANTAGGI DELLA CAPITALE TEDESCA VISTI DAGLI ITALIANI CHE LAVORANO LI’
È domenica pomeriggio e sto per andare a seguire i risultati dello spoglio elettorale alla sezione del mio quartiere di un partito di sinistra.
È una cosa che non ho mai fatto, prima d’ora; ma stavolta, per varie ragioni, ho la sensazione che queste elezioni possano essere realmente determinanti per il futuro del mio Paese. Eppure non ho votato.
Questi due fatti non sono in contraddizione: il mio paese è l’Italia – ma quello in cui abito, e in cui si svolgono queste elezioni per certi versi cruciali per noi che pure non vi partecipiamo, è la Germania.
Con qualche pausa e qualche ritorno, sono quattro anni che vivo a Berlino.
È difficile ammettere di fare parte di una tendenza – in senso sia sociologico che modaiolo. I tuoi motivi ti sembrano sempre più validi, o più personali, o più complessi di quelli degli altri, che fanno la tua stessa scelta sentendosi speciali come te.
Eppure il trasferimento a Berlino è sempre più popolare fra gli italiani della mia età , benchè la questione, come molte tendenze simili, sia in qualche misura sovraesposta.
Ufficialmente siamo in ventimila; le stime di chi è qui senza registrarsi all’anagrafe raddoppiano questa cifra. Il totale raggiunge più o meno la capacità dello stadio olimpico di Roma, o un quinto della città di Bologna, per farsi un’idea.
L’espressione «fuga dei cervelli», oltre a essere orribile, spiega tutto questo solo in minima parte. Si riferisce a chi cerca strade adatte ai suoi talenti, opportunità estremamente qualificate che nel nostro Paese mancano.
Conosco gente che è qui per questo: Irene è ricercatrice alla Humboldt-Università¤t a un’età a cui in Italia ci si trascina nel purgatorio del post-doc; Stefania e Gigiotto, in pochi anni, hanno trasformato quello che a Napoli era un piccolo spazio d’arte indipendente in una galleria solida e molto riconosciuta.
Ma sono relativamente pochi i casi di chi parte con un seme in mano sapendo di trovare una terra fertile.
Gli italiani che incontro qui sono in larga parte gli studenti Erasmus che nell’estasi dell’alba dopo la festa decidono di restare; i neolaureati che preferiscono affrontare il giro di chiglia dello stage in un posto in cui è probabile che porti a qualcosa; quelli che vogliono aprire un bar o un ristorante in un’economia in crescita e in un sistema meno rapace e bizantino.
E poi c’è la cosiddetta diaspora digitale, di cui faccio parte anche io: la categoria in rapida crescita dei freelance a cui basta un computer per lavorare, che finiscono qui senza sapere bene cosa stanno cercando ma con la sensazione generica, dubbiosa, che a casa non c’è.
È un complesso di ragioni che porta tutte queste persone (tutti noi) a Berlino, in questo momento specifico.
Una di esse è indubbiamente il fatto che siamo in tanti a farlo, il che c’entra con il conformismo ma anche con la consapevolezza che troverai tutta una comunità ad accoglierti e aiutarti in un passo che – per quanto smussato dall’unità d’Europa – è comunque doloroso e difficile. (Anche dal punto di vista pratico: anni fa mi mandarono su Facebook i numeri di tre medici che praticavano qui parlando italiano; ora aprono commercialisti e studi di psicanalisi.)
Ma credo che la ragione principale sia legata a ciò che l’economista Charles Tiebout chiamava «votare coi piedi»: esprimere la propria opinione circa un sistema politico limitandosi ad abbandonarlo, in favore di uno ritenuto migliore.
In fondo, oggi il mio voto l’ho espresso così. È in parte una mossa vigliacca e rinunciataria, e forse è anche per questo che, dopo un po’ che si è via, si comincia a faticare a seguire l’attualità politica italiana: c’entra la rabbia che questa suscita in chiunque vi partecipi, ma anche la vergogna di chi sente, col sollievo dell’egoista, il peso di essersene lavato le mani.
A Berlino c’è il sussidio, e il «bonus-bebè» è uno stipendio di un anno, e gli affitti seppur in crescita sono calmierati; in Italia, almeno visto da qui, c’è quel cruciverba indecifrabile costellato di affetti e frustrazioni, di speranze e di strade sbarrate, che è l’Italia.
Ha fatto meno venti il primo inverno che sono stato qui, e Christina guardando il mezzo metro di neve in terrazza pensava a casa sua a Baden-Baden, quattro paralleli più a sud. Era appena stata a Firenze, e non capiva come fosse possibile che un italiano volesse davvero vivere in un posto così.
Me lo chiedevano in molti, all’inizio. Ora non lo chiedono più.
Vincenzo Latronico
(da “il Corriere dela Sera”)
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Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile
MA ANCHE SOLLIEVO: “QUANDO SI TROVA CON LE SPALLE AL MURO, NON PERDE DI VISTA L’INTERESSE COLLETTIVO”
Lo straordinario successo che gli elettori tedeschi hanno attribuito ad Angela Merkel premia i
risultati tangibili ottenuti nel governare il Paese ma anche il fatto che, sotto la guida della cancelliera, la Germania è diventata indiscutibilmente la potenza egemone del Continente.
Un risultato che la nazione tedesca ha vanamente inseguito per 150 anni al prezzo di stragi e distruzioni, e che ora ha ottenuto in modo pacifico, e tutto sommato consensuale, grazie all’esistenza della Ue.
E grazie all’accortezza con cui la Merkel ha saputo gestirne i meccanismi.
Ora che la cancelliera viene riconfermata alla guida della Germania e dell’Europa, la reazione nelle altre capitali, al di là dei messaggi protocollari di felicitazione che cominciano a piovere su Berlino, è insieme di sollievo e di preoccupazione.
Il sollievo nasce dal fatto che l’Europa crede di sapere che cosa aspettarsi dalla leadership di Angela Merkel.
Molti capi di governo sono convinti di conoscere quali siano i margini di manovra che hanno a disposizione quando devono negoziare con la leader tedesca.
Ed hanno avuto negli anni più difficili della crisi la prova che la cancelliera, pur cercando di anteporre gli interessi della Germania a quelli dei suoi partner, alla fine, quando si trova con le spalle al muro, non perde di vista l’interesse collettivo.
Come ha dimostrato appoggiando la scelta di Draghi di schierare la Banca centrale europea a difesa della tenuta della moneta unica: un’opzione che a Berlino raccoglieva ben pochi consensi.
Ora il fatto che la Merkel esca enormemente rafforzata da queste elezioni la pone in una posizione di forza anche nei confronti di quelle frange del suo stesso partito che negli anni passati hanno spinto la cancelleria verso posizioni di eccessiva intransigenza.
I falchi dell’ortodossia monetaria, che si annidano soprattutto nelle fine della stessa Cdu-Csu, oltre che nel partito liberale escluso dal Parlamento, avranno almeno in teoria minori possibilità di condizionare le scelte del governo tedesco in senso anti-europeo.
La preoccupazione che serpeggia delle capitali è dovuta invece al fatto che una vittoria tanto schiacciante della cancelliera non può che rafforzare ulteriormente l’egemonia di Berlino sul resto dell’Europa.
La Merkel ha dimostrato che i tedeschi condividono in larghissima maggioranza sia la filosofia sia il modo in cui il governo tedesco ha gestito la crisi dell’euro.
Una filosofia e un metodo che hanno creato non poche difficoltà ai partner della Germania e che hanno suscitato anche dissensi profondi in molti Paesi.
Da una parte qualcuno può nutrire la speranza che la cancelliera, allontanata la preoccupazione di farsi rieleggere alla testa della Germania, potrà dedicare il suo terzo mandato a perseguire l’interesse comune europeo piuttosto che l’interesse particolare del suo Paese.
Ma il consenso che la sua politica di severità e rigore ha riscosso presso gli elettori tedeschi legittima invece l’aspettativa che Berlino si rafforzi nella convinzione che le scelte fatte fino ad ora fossero quelle giuste.
E dunque che non si debba deviare dalla strada già imboccata.
Per questo motivo, dietro le dichiarazioni di soddisfazione per la vittoria della cancelliera, sono molte le capitali europee che sperano di vedere la Merkel costretta ad una grande coalizione con gli avversari socialdemocratici.
Il passaggio della Germania da un governo di centro-destra ad uno di centro- sinistra offre ai partner di Berlino maggiori margini di manovra.
I socialdemocratici si sono dimostrati finora più sensibili alle sofferenze patite dai Paesi che la Germania ha costretto ad una politica di sangue, sudore e lacrime.
E c’è la speranza che la Merkel, per ottenere il voto dell’Spd, sia obbligata ad ammorbidire in qualche modo la linea del rigore sia all’interno sia all’esterno della Germania.
Ma le aspettative non possono che essere limitate. Anche i socialdemocratici, se pure saranno chiamati al governo, devono comunque prendere atto che la linea dura della signora Merkel in Europa ha ottenuto una valanga di consensi.
E non potranno non tenerne conto.
Andrea Bonanni
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Settembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
INCARNA IL TEDESCO INTEGRO PERCHE’ IN LEI L’ABITO FA IL MONACO
«Stick with Mutti», stai con la mamma, aveva esortato perfino l’Economist, sull’ultimo numero in cui tifava esplicitamente per Merkel.
E i tedeschi così hanno fatto, regalando alla cancelliera uscente, e dopo due mandati, un plebiscito che la porta alla soglia della maggiornaza assoluta.
Nel 2009 il suo partito, l’unione Cdu/Csu, aveva preso il 33,8% dei voti. Oggi secondo gli exit poll, arriva al 42,3%.
Quasi dieci punti in più, e il merito è tutto suo.
Merkel incarna il tedesco integro, il tedesco delle piccole virtù: lealtà , sobrietà , modestia, laboriosità , preparazione, serietà .
In lei, l’abito fa il monaco.
Come la Regina Elisabetta, è immediatamente riconoscibile. Non tentenna nel look come Hillary Clinton. Quando è stata eletta la prima volta, ha affrontato il problema in modo scientifico.
Ha chiamato tre stiliste e con loro ha concordato una divisa, poi declinata secondo le ore del giorno e le occasioni.
La base è sempre la stessa: pantaloni scuri, giacca, girocollo in pietre dure. Scarpe larghe con tacco basso. Niente di costoso.
Ha avuto poi la fortuna di sposare l’uomo giusto non solo per lei come donna, ma pure per lei come politica.
Un uomo che non le crea nessun conflitto di interessi – è uno stimatissimo professore di chimica quantica – ed è sufficientemente sicuro di sè da reggere una moglie così importante e seguire il programma delle signore nei vertici internazionali.
Questa è l’immagine che la Merkel dà di sè, e che corrisponde ai fatti.
Non usa il potere per apparire, ma per fare ciò che ritiene giusto. Questo è ciò che di lei piace. D’altronde, la Germania sta benissimo di salute. Perchè avrebbe dovuto rischiare un cambiamento?
Molti accusano Merkel di non avere ideologie, di navigare a vista, di pescare opportunisticamente nei programmi degli altri partiti, “derubandoli” del loro elettorato.
Certo, l’inversione a U sulle centrali atomiche dopo il disastro di Fukushima – da una legge per prolungare la durata delle centrali a una per uscire dall’atomo entro gli Anni 2020 – ha prosciugato i Verdi.
E ci sono tanti altri esempi.
Ma è anche vero che lei, da scienziata qual è, ha un approccio totalmente diverso dai politici tradizionali.
Lei guarda un problema e cerca la soluzione più ragionevole, analizzando e scartando tutte le possibili opzioni.
Così ha fatto con l’euro e con gli aiuti ai Paesi del sud Europa in difficoltà . La Germania ha guadagnato moltissimo dalle crisi altrui, e i tedeschi l’hanno capito, tant’è che il partito euroscettico, l’outsider AfD,non entra in Parlamento.
La Germania si conferma europeista, non mette in discussione nè la moneta nè il soccorso ai più deboli.
Certo, Merkel ha detto in campagna elettorale che non accetterà mai gli eurobond, e così farà .
E non accetterà neanche un indebolimento del rigore da parte di chi chiede, perchè per lei – come per i tedeschi che non dimentichiamolo, sono in maggiornaza luterani – la responsabilità perrsonale è un valore non negoziabile.
E chi chiede deve anche dare.
Non dovremo aspettare molto per sapere come sarà il prossimo governo.
Ci aiuterà , a patto che ci “tedeschizziamo” almeno un pochino.
Marina Verna
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Settembre 6th, 2013 Riccardo Fucile
SONDAGGIO DI EUROBAROMETRO: I PIU’ CONVINTI IN BELGIO, POLONIA E LETTONIA
Meno di un cittadino del vecchio continente su due si sente legato al cantiere dell’Unione europea. Il dato mediano che emerge da un sondaggio effettuato in maggio (dunque su Ventisette paesi) è il 48 per cento, cifra stabile rispetto alle verifiche precedenti: dimostra però come la maggioranza delle persone non si consideri a casa oltre i confini nazionali.
Gli italiani sono esattamente al 50 percento, divisi come d’abitudine con tecnica scientifica, però la notizia è che il dato è di cinque punti più alto rispetto ai rilievi del 2012.
Il che vuole dire, posto che la gente dica la verità , che nel momento delle difficoltà economiche e politiche, lungo penisola si cominciato a guardare con maggiore agli schemi sovranazionali. Anche se la maggioranza di noi pensa che l’Europa non ci ascolti e non sia stato un buon affare.
L’eurobarometro diffuso stamane dall’Europarlamento è utile per misurare la temperatura dell’interesse comunitario a meno di dieci mesi dal voto di maggio per il rinnovo del parlamento europeo. nel complesso, dai numero esce confermata una diffusa tendenza a coltivare un certo qual nazionalismo e la prospettiva che la consultazione della prossima europea difficilmente riuscirà ad essere veramente “europea”. I temi locali, a vedere le tendenze, sembrano destinati ancora a dominare la scena.
Favorevoli e contrari.
Gli europei più legati all’UE si trovano nel Lussemburgo (74%), in Belgio (61%), in Lettonia e in Polonia (entrambi 59%). I meno numerosi ad affermare di essere legati all’Unione vino a Cipro (22%), in Grecia (29%) e nel Regno Unito (33%).
Quanto contiamo?
L’impressione generale è “poco”. Vengono fuori qui tutti i deficit democratici e di comunicazione dell’Unione. Solo il 39% degli europei pensa che la “mia opinione conta nell’Ue”, una percezione in lieve calo (-3) rispetto al giugno 2012.
Vuol dire pensare che Bruxelles è vissuta come qualcosa di lontano e staccato dalla vita di tutti i giorni. E che il messaggio secondo cui sono – insieme con gli eurodeputati- sono gli stati, cioè i ministri, cioè gli uomini che abbiamo mandato in parlamento, ad avere l’ultima parola non è chiaro (o non è accettato dalla maggioranza).
C’è molto da lavoro da fare per politici ed istituzioni favorevoli al progetto a dodici stelle. Sopratutto da noi. In Italia, appena il 30 per cento ritiene di essere ascoltato a Bruxelles. L’ascolto nel proprio paese da noi sale al 31 per cento. Poca differenza. Incompresi, inascoltati. Ecco la sensazione.
Democrazia?
Solo il 35 per cento degli italiani risponde che la democrazia funziona nel nostro paese. Gli altri dicono di no. Sono il 39 per cento quelli che credono che la democrazia sia più netta nell’Ue, dove la media di chi si sente democraticamente tutelato in casa è del 52 per cento.
Un buon affare?
Le risposte al quesito per conoscere se l’appartenenza all’UE rappresenti un bene o un male rimangono molto stabili. Il 50% degli intervistati (come nel giugno 2012) ritiene che sia “un bene” essere in Europa, il 31% “nè un bene nè un male”, il 17% “un male” (+1). Il 52% degli intervistati nell’area euro sono per la risposta positiva, come dire che la moneta unica aiuta il consenso.
Conviene?
La stessa stabilità è stata osservata in media europea per quanto riguarda i vantaggi tratti dall’appartenenza all’Ue: il 54% (+2) degli intervistati afferma che il proprio paese ne “ha tratto vantaggi” e il 37% (=) che “non ne ha tratto vantaggi”.
Le differenze possono raggiungere i 52 punti percentuali: i risultati vanno dall’80% in Lituania fino al 28% a Cipro. I più forti sviluppi positivi dalla primavera 2011 sono stati osservati a Malta (77%, +18 punti rispetto al maggio 2011), in Germania (61%, +13), in Lituania (80%, +13). Il calo più significativo è stato rilevato a Cipro (28%, -20).
Italia in dubbio.
Solo il 36 per cento di pensa che l’Italia abbia tratto vantaggi dall’Unione, il dato è in forte calo. Il 52 per cento parla di svantaggi più che vantaggi. Peggio della Cipro salvata col rigore dalla crisi. Persino i britannici ritengono di aver avuto maggiori benefici. La media è il 54 per cento.
Soluzioni?
In media gli europei credono nel sogno comunitario. ma quando gli chiedi cosa fare, rispondono creare un sistema di welfare comune. Avere garanzie. Un altro segnale chiaro. Welfare, previdenza e lavoro – guarda caso – sono politiche che le capitali non hanno attribuito all’Unione. Sono nazionali. Il che , magari spiega il giochetto di fa le cose male e poi incolpa l’Ue. Succede molto spesso. I numeri di cui sopra, in buona parte, lo dimostrano.
La speranza.
La maggior parte degli europei (70%) vorrebbe votare il presidente della Commissione Ue prossimo venturo. Gli Italiani sono favorevoli al 59 per cento, vorrebbero sceglierlo sulla base di un programma unico europeo. E’ un messaggio chiaro e anche un illusione. Non succederà . I grandi dell’Europa non lo consentiranno.
Una Merkel rieletta vorrò scegliere lei il suo uomo a Bruxelles, con Hollande e tutti gli altri. L’europeismo è in buona parte un’ipocrisia per i politici nazionali. Troppo potere, troppa lobby da fare, per poter lasciare che siano i cittadini a scegliere.
Marco Zatterin
(da “La Stampa“)
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Agosto 29th, 2013 Riccardo Fucile
MONTI: “MI AUGURO UN GOVERNO NON SMIDOLLATO E IN BALIA DI RICATTI”…CRITICHE DEI CINQUESTELLE PER IL FAVORE AI PADRONI DELLE SLOT
Il governo festeggia la cancellazione bipartisan dell’Imu, le larghe intese riacquistano equilibrio, ma l’Europa si preoccupa.
E fissa dei paletti (le coperture economiche): “L’Italia mantenga la stabilità dei conti” è la sintesi del messaggio con cui Olli Rehn, commissario europeo all’economia, ha commentato l’approvazione in consiglio dei ministri dell’addio alla tassa sulla prima casa.
L’Europa, infatti, chiede chiarimenti su quali misure verranno adottate precisamente per compensare la cancellazione della tassa sugli immobili.
Tradotto: l’Ue vuole sapere da dove il governo prenderà i soldi.
Il commissario per gli affari economici ha infatti affermato che “in termini di finanza pubblica, l’Italia negli ultimi due anni ha fatto molto per stabilizzare la situazione, e adesso è essenziale che i traguardi raggiunti vengano mantenuti e venga assicurata la sostenibilità finanziaria del Paese”. Insomma, la Ue sta “analizzando” i provvedimenti varati dal governo italiano e chiede di sapere quali interventi saranno messi a garanzia del mancato gettito.
Dal fronte interno, però, critiche velenosissime arrivano anche dall’ex premier Mario Monti: “Non siamo obbligati a sostenere Letta in eterno”, dice l’ex rettore della Bocconi, secondo cui Letta “ha preferito rassicurare la sopravvivenza del governo con questa resa” sull’Imu; continuo a sperare che l’esecutivo duri, ma mi auguro che abbia “spina dorsale” e non sia “smidollato e in balia delle pressione dell’uno e dell’altra parte”.
I grillini puntano il dito contro la decisione di sanare il contenzioso tra la Corte dei Conti e le imprese delle slot machine (da 2,5 miliardi se ne incasseranno 625 milioni) per garantirsi le coperture e cancellare la rata di settembre: “E’ evidente che il governo si è inginocchiato di fronte ai signori del gioco d’azzardo con uno scandaloso condono che riduce le sanzioni per i concessionari di slot e videopoker a poco più di un piatto di lenticchie”, affermano i deputati del Movimento 5 Stelle.
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Agosto 24th, 2013 Riccardo Fucile
IN SEI ANNI USATO MENO DELLA META’ DELL’IMPORTO… IN SETTE MESI VANNO INVESTITI 30 MILIARDI
Mancanza di visione strategica, incapacità progettuale, sciatteria burocratica.
Oppure, più semplicemente, menefreghismo.
Per spiegare la lentezza, che talvolta sconfina nell’indifferenza, con cui l’Italia spende i fondi europei, c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Ma sui numeri c’è ben poco da questionare. Al 31 maggio scorso, a sette mesi esatti dalla scadenza del programma comunitario 2007-2013 ci rimanevano ancora da spendere 29 miliardi e 719 milioni: il 60% dei 49 miliardi 498 milioni che ci erano toccati in dote dall’Europa sei anni fa
La malattia è nota da tempo, ed è da tempo che si va inutilmente cercando la cura.
«Ma adesso — dice il deputato del Pd Angelo Rughetti — è evidente che il problema non è più la cura ma il malato stesso. E il malato è un’amministrazione pubblica in cui ciascun ente ha un pezzetto di processo da governare. La frammentazione dei processi decisionali paralizza completamente la politica di coesione così com’è stata strutturata negli ultimi vent’anni e come, purtroppo, si sta attuando anche nel prossimo ciclo di programmazione».
Il fatto è che non soltanto i fondi europei si spendono con il contagocce, ma si spendono male. Così male da giustificare l’allarme lanciato in Parlamento, durante un question time con il ministro della Coesione Carlo Trigilia, dallo stesso Rughetti: secondo il quale siamo arrivati al punto che questa si sta trasformando in una nuova emergenza nazionale.
La tesi è che il “come” si spendono quei soldi è forse altrettanto grave del non spenderli. Un’esagerazione
I regolamenti europei stabiliscono che i fondi strutturali debbano essere utilizzati per ridurre il divario fra le varie regioni europee, creando condizioni di sviluppo, appunto, «strutturale».
Va da sè che la frammentazione eccessiva dei programmi riduce in modo significativo questa componente.
Determinando in alcune particolari situazioni ambientali il rischio di alimentare il clientelismo locale.
Dice una elaborazione sui dati Opencoesione al 30 aprile scorso realizzata dall’Ifel (l’ufficio studi dell’Associazione dei comuni della quale Rughetti è stato segretario generale fino alle elezioni) che i fondi europei destinati all’Italia sono polverizzati in oltre 75 mila progetti.
La maggior parte dei quali piccoli o piccolissimi.
Basta dire che il 77,4% del totale riguarda iniziative al di sotto dei 150 mila euro.
Ma scavando negli elenchi si resta allibiti di fronte a contributi per singoli progetti di poche centinaia di euro. Com’è possibile, è presto detto.
Con il Fondo europeo di sviluppo Regionale, per esempio, si possono anche erogare contributi alle piccole e medie imprese, e questo ha fatto sì che in alcune circostanze il rubinetto di Bruxelles innaffiasse con una pioggerella fittissima migliaia di iniziative.
Su circa 4.100 progetti certificati del Fesr in Sicilia, tanto per dirne una, i contributi alle imprese sono oltre 2.300: ben più della metà .
Soldi alle farmacie, ai ristoranti, alle pensioncine, alle salumerie, ai carrozzieri. Assegni da 1.500, 3.000, al massimo 12 mila euro.
«Quale soggetto programmatore di politiche di sviluppo e industriali — si chiede Rughetti — potrebbe mai immaginare che una tale polverizzazione degli interventi possa dare dei risultati strutturali?»
Questi soldi, poi, sono quelli che si riescono a spendere anche più rapidamente dei finanziamenti per i grandi progetti.
Mentre lo stato di avanzamento dei 58 mila progetti di importo inferiore a 150 mila euro è al 56,5%, quello delle meno di ottanta opere oltre i 50 milioni è invece al 34,5%.
La casistica è semplicemente micidiale, dal Sud al Nord.
Il sistema integrato del Porto di Napoli, un progetto da 240 milioni che dovrebbe essere finanziato con i soldi del Fondo sociale europeo 2007-2013 è a zero.
Zero, esattamente come il Pia Navigli Lombardi, 19,4 milioni sul Fesr Lombardia.
Zero, come il quarto megalotto della statale 106 Jonica.
Zero, come un nuovo impianto a Marina di Stabia, finanziato (quando sarà ) con i fondi previsti per il turismo.
Zero, come il progetto di recupero del Parco della Fortezza di Poggio Imperiale a Poggibonsi, 10,4 milioni del Fesr Toscana.
Zero, come la convenzione con il ministero del Lavoro per un grande piano di formazione professionale: zero su 60 milioni.
Ma è umiliante anche lo stato di avanzamento dei lavori di adeguamento della rete ferroviaria di Bari (un per cento di 180 milioni), della metropolitana leggera di Sassari (3,7 per cento di 49 milioni), degli interventi per sistemazione di un torrente a Vicenza (2,7 per cento di 10,3 milioni) e del centro elettronico di Napoli per il monitoraggio del territorio (7,7 per cento di 28,4 milioni).
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Agosto 24th, 2013 Riccardo Fucile
ANCHE LA LOMBARDIA SCIVOLA NEL 2013 AL 128° POSTO
L’Italia resta fuori dalla mappa delle Regioni più competitive d’Europa. 
Lo rivela l’Indice 2013 della Commissione Ue che segnala come la cosiddetta «blue banana», in parole povere la dorsale economica che collegava un tempo la zona della «grande Londra» alla Lombardia (unica regione italiana a rientrarvi), via Benelux e Baviera, «abbia cambiato forma».
INDICE
Rispetto alla prima edizione, del 2010, l’Indice di competitività regionale mostra una morfologia più policentrica con regioni forti soprattutto laddove si trovano le capitali o le grandi aree metropolitane.
E se a capitanare la classifica sono Utrecht (Olanda), seguita dalla grande Londra» dal Berkshire-Buckinghamshire-Oxfordshire (Gran Bretagna) e poi da Stoccolma (Svezia), la Lombardia non compare nella lista delle prime 100, scivolando al posto numero 128.
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Agosto 23rd, 2013 Riccardo Fucile
LA MERKEL NON VUOLE PREGIUDICATI… “I MEMBRI NON ITALIANI SONO ALLIBITI, NON LO VOGLIONO”… FORZA ITALIA SAREBBE COSTRETTA A COLLOCARSI A DESTRA
Altolà del Partito popolare europeo alla domanda di ammissione da parte di Berlusconi per Forza
Italia bis.
Secondo un retroscena pubblicato da Dagospia la Cancelliera Angela Merkel “gli sta preparando l’ultimo scherzetto: il no all’ingresso della nuova Forza Italia nel partito popolare europeo”.
Una mossa che assumerebbe i contorni dell’ufficialità solo nel prossimo ottobre, ma che di fatto avrebbe l’immediata conseguenza di “relegare Berlusconi a destra, mentre il campo dei moderati rimarrebbe sgombro di leadership”.
I Paesi membri sono “allibiti dalla questione Berlusconi”, ammette l’eurodeputato del Ppe Potito Salatto, raggiunto al telefono nel suo buen ritiro greco.
Dalla segreteria del Ppe filtrano resistenze a che Fi entri a far parte della famiglia popolare continentale.
“A Bruxelles è da tempo scattato l’allarme rosso — sottolinea Salatto — se in Italia la sentenza Mediaset è argomento di discussione quotidiana a cui qualcuno sta facendo l’abitudine, in Francia, Germania e nei paesi nordici è una cosa allucinante”.
E aggiunge che nel Ppe “c’è una grossa resistenza a voler riaccogliere Berlusconi”.
Si va quindi verso un “no” di Bruxelles tra due mesi alla richiesta azzurra del fu Pdl in occasione della prossima legislatura in vista delle elezioni europee del giugno 2014.
Cosa accadrebbe al centro a quel punto?
Dagospia sostiene che sarebbe vicina la formazione di un grande rassemblement moderato, che diventerebbe la nuova casa dei popolari italiani.
Un “progetto merkeliano” a cui starebbero già lavorando in gran silenzio “molti ambienti che contano nel paese o che vorrebbero tornare a contare e che, per questo, hanno anche sacrificato porzioni di vacanze”.
Chi occuperà dunque quella casella al centro europeo?
“Si dà ragione alla nostra intuizione — prosegue Salatto — da tempo abbiamo lanciato l’Associazione Popolari italiani per l’Europa assieme al collega Peppino Gargani. Sosteniamo che sia necessario riaggregare il centrodestra in un unico partito che si richiami al Ppe”.
Il ragionamento dei Popolari italiani è rivolto principalmente agli attori in causa “non socialisti”, ovvero a quei pezzi del Pdl consapevoli che non potranno far coincidere la loro fine con quella del leader e a frammenti di Scelta civica, capeggiati dal ministro della Difesa Mario Mauro, già vicepresidente del Parlamento europeo in quota Ppe. L’auspicio, secondo Salatto, è che queste due componenti trovino un’intesa con i Popolari stessi e con Pierferdinando Casini dal momento che Berlusconi è ritenuto incompatibile con il Ppe: “Per questo riteniamo, nell’interesse dell’Italia, che si dia vita ad un Ppe italiano aperto a chiunque nei fatti si ritenga autonomo dal Cavaliere”.
Per cui a Bruxelles è scattato ufficialmente l’allarme rosso, in quanto si domandano come potrà il Ppe (il cui segretario Lopez è atteso in Italia tra due settimane), con i suoi valori e la sua storia, accettare al proprio interno un partito guidato da un condannato in via definitiva.
Con il blocco rappresentato dai Paesi sopra le Alpi, Francia, Germania, Inghilterra, oltre a Svezia e Finlandia: pronti al veto contro il Cavaliere.
Francesco De Palo
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 19th, 2013 Riccardo Fucile
SECONDO TUTTI I SONDAGGI SARA’ ANCORA LEI LA CANCELLIERA… GIOCHI APERTI PER I POSSIBILI ALLEATI DI GOVERNO
Il 22 settembre i tedeschi voteranno il rinnovo del Bundestag, il loro parlamento, e sceglieranno –
indirettamente – il prossimo cancelliere federale.
Secondo tutti i sondaggi, ancora una volta – la terza – cancelliera sarà Angela Merkel, leader della Cdu, il partito cristiano-democratico.
E saranno solo 5 i partiti che riusciranno a superare la soglia di sbarramento del 5%; Cdu/Csu; i socialdemocratici della Spd; i Verdi; i liberali della Fdp; l’estrema sinistra della Linke.
Si presentano però in 34, già ridotti dalla commissione elettorale rispetto ai 58 – tra partiti e associazioni politiche – che si erano iscritti al voto.
Nel 2009 erano stati 29, ma solo i soliti cinque erano entrati in Parlamento.
Fra le novità di questa tornata elettorale, c’è il nuovo partito anti-euro, AfD (Alternativa per la Germania), che però, accreditato del 2%, non ha chance di entrare al Bundestag.
E anche i Pirati – la sorpresa degli ultimi anni – resteranno fuori: sono dati solo al 3%.
I socialdemocratici hanno cambiato cavallo rispetto al 2009 e , con l’obiettivo di attrarre gli elettori di centro delusi dalla Merkel, hanno puntato su Peer Steinbrà¼ck, ministro federale delle Finanze nella Grosse Koalition del 2005-2009.
La scelta si sta rivelando però azzardata: a 5 settimane dal voto lo sfidante è fermo poco sopra il 20%, con la Merkel che gode – personalmente – del gradimento della maggioranza dei tedeschi (54% delle intenzioni di voto), 15 punti più del suo partito.
Una distanza incolmabile, nonostante il datagate, con le rivelazioni di Snowden sul programma di spionaggio Prism riversato agli americani.
La suspense elettorale però non manca.
Con chi farà il governo la nuova-vecchia cancelliera? I giochi sono aperti.
Secondo l’ultimo sondaggio, Cdu/Csu restano saldamente in testa con il 39,1% delle intenzioni di voto, mentre i socialdemocratici sono fermi al 23,8%, con una piccola rimonta del 2%.
Merkel vorrebbe ripetere l’alleanza con i liberali della Fdp, che però sono in calo di consensi.
In alcuni Là¤nder alle ultime elezioni sono stati sotto il 5%, rimanendo fuori dai parlamenti. Anche ora sono in zona rischio.
Secondo il sito «electionista», che calcola la media dei sondaggi di sette istituti diversi, sono al 6,2%.
Troppo poco per garantire il rinnovo dell’attuale coalizione.
La Merkel però ci conta: nell’intervista di domenica sera con il secondo canale tv, Zdf, l’ha ripetuto.
Ma è un desiderio, non un’opzione realistica.
Se l’opposizione fosse unita, per la cancelliera potrebbero essere guai: le due coalizioni sarebbero grosso modo alla pari.
È vero che i socialdemocratici sono al 23,8%, ma i Verdi arrivano al 13% e la Linke all’8%. Steinbrà¼ck però ha già detto che mai si alleerà con la Linke, il partito che vorrebbe tornare al comunismo.
Così aveva già detto – e fatto – nel 2005 il cancelliere uscente Schrà¶der, perdendo un nuovo mandato alla cancelleria.
Con questi numeri, la maggior parte dei commentatori scommette su una riedizione della Grande coalizione Cdu/Csiu-Spd.
Marina Verna
argomento: elezioni, Europa | Commenta »