Febbraio 11th, 2020 Riccardo Fucile
LA CRISI DELLA CDU APRE UN’AUTOSTRADA ALLA LEADER DEI GRUNEN ANNALENA BAERBOCK… NEI SONDAGGI I VERDI SONO A TRE PUNTI DALLA CDU
“Ora noi siamo visti come la forza politica stabile della Germania”, ci dice il co-presidente dei Verdi al Parlamento europeo Philippe Lamberts.
Il caos totale nella Cdu, aperto dall’accordo con l’ultradestra xenofoba dell’Afd in Turingia e sfociato ieri nelle dimissioni della leader e futura candidata per la Cancelleria, Annegret Kramp-Karrenbauer, non solo sconvolge la scena politica tedesca, ma si abbatte come pesante novità anche sull’Unione Europea: potrebbe instaurare un nuovo ‘ordine’ (o disordine) in Europa, finora a guida franco-tedesca. Ecco perchè anche da Strasburgo, dove è riunita la plenaria del Parlamento europeo, molte attenzioni sono puntate verso la Germania, negli scambi tra parlamentari fuori dall’aula.
La possibilità che alle elezioni dell’anno prossimo si imponga una Cancelliera dei Verdi non è più remota. Il nome è già scritto: Annalena Baerbock.
Co-presidente dei Verdi da due anni, eletta insieme al popolare Robert Habeck con cui guida il partito in tandem, Baerbock è nata in Bassa Sassonia, studi alla London School of Economics, 38 anni, sposata con due bambini, ambientalista che coniuga l’ecologia alle tematiche sociali.
E, a sentire fonti tedesche, pare sia anche questo il segreto del suo successo, la chiave che le ha permesso di portare i Verdi oltre il 20 per cento nei sondaggi (secondo le ultime rilevazioni sono al 22 per cento, Spd al 12, Linke al 10) e assediare la Cdu (al 25 per cento).
Che ora barcolla, seminando panico in tutti gli altri partiti. Verdi compresi, anche se hanno già la loro candidata alla Cancelleria, non ufficialmente in pista ma da quando ha preso le redini del partito in molti la vedono possibile successore di Angela Merkel alla guida del paese.
“Siamo molto preoccupati per quello che succede in Germania con i partiti che intendono cooperare con i partiti di estrema destra, è un segnale molto negativo che avrà un impatto importante per tutti gli stati membri”, dice a Strasburgo l’altra co-presidente dei Verdi, la tedesca Ska Keller.
La Germania ”è uno degli Stati membri che avrà tra poco la presidenza del consiglio”, aggiunge alludendo al fatto che a partire da luglio la presidenza di turno dell’Ue sarà tedesca. Quanto sta accadendo “è anche un segnale di erosione della democrazia e dello stato diritto”
Il punto è che la crisi della Cdu preoccupa anche i rivali. Ora un futuro accordo di governo con i cristiano-democratici, obiettivo sul quale i Grunen stavano lavorando da tempo, determinati a sostituire la Spd nella GrosseKoalition, va ripensato. E tutto dipende dalla futura leadership della Cdu.
Uno dei pretendenti, Friedrich Merz, ricco avvocato, vecchio rivale della Merkel, liberal e filo-Atlantico, è molto apprezzato dall’ultradestra. Con lui al comando, appare complicato un accordo di governo con i Verdi, o almeno è quello che trapela adesso dal partito di Baerbock-Habeck.
Mentre se la Cdu si affidasse ad Armin Laschet, governatore del Nord-Reno Westphalia, un’intesa sarebbe possibile, dicono le fonti consultate da Huffpost.
Il punto è che la Cdu potrebbe ritrovarsi seconda dopo i Verdi alle prossime elezioni.
E potrebbe essere lei, Baerbock, eventuale futura Cancelliera, a dettare le carte. Certo, ma seduti al tavolo con chi? Ecco perchè il caos nella Cdu, cardine della politica tedesca in questi ultimi 15 anni di ‘regno Merkel e anche prima con Helmut Kohl, preoccupa gli stessi Verdi, pur pronti a vincere e determinati a erodere consensi alla stessa Cdu. La Spd è in crisi, vittima diretta dell’ascesa dei Verdi. La Die Linke è forte in Turingia, dove ha incassato il 31 per cento dei voti alle ultime elezioni, ma non in tutto il paese.
Lapidario il commento di Wolfgang Schauble, figura di rilievo della Cdu e della scena politica tedesca, presidente del Bundestag, ex ministro del Tesoro: “Se continuiamo così, il nostro candidato alla Cancelleria non diventerà Cancelliere”.
Perchè, dopo le dimissioni di Akk, nella Cdu si è aperta la ‘guerra’ interna. E in molti scommettono sul fatto che dovranno anticipare il congresso, previsto per fine anno, nel tentativo di non dissanguare ulteriormente il partito.
In più, sui moderati della destra tedesca, si abbattono tutte le tensioni di questi anni: a cominciare dalla concorrenza a destra rappresentata dall’Afd.
“Nella Cdu c’è chi guarda al centrosinistra, Verdi o Spd, ma c’è anche chi non disdegna l’Afd, si veda quello che è successo in Turingia…”, ci dice Martin Schinderwan, tedesco della Die Linke, co-presidente del Gue, il gruppo della ‘Sinistra unitaria europea, sinistra verde nordica’ all’Europarlamento.
“Non c’è stato alcun accordo formale fra i cristiano-democratici e la destra estremista in Germania”, si difende Manfred Weber, presidente del Ppe, della Cdu bavarese. “Ma gli sviluppi sono preoccupanti – continua – Per me è chiaro, non ci può essere alcuna cooperazione fra i cristiano democratici e la destra populista o anche i nazisti: è una linea rossa che non si può attraversare per noi come Ppe”. Weber dice di non temere i Verdi: “Erodono consensi all’Spd, non alla Cdu”.
Ma i sondaggi indicano un altro trend, disegnando una traiettoria di successo per i Verdi anche a scapito del partito di Merkel. “Dobbiamo porci il problema di prendere voti anche tra i liberali e nel centrodestra”, ci dice Lamberts, “come è accaduto in Belgio”.
Del resto, la prova provata che in Europa la competizione tra moderati di destra e Verdi sia più che aperta, sta proprio nel Green deal, scelto dalla tedesca Ursula von der Leyen come bandiera della sua presidenza alla Commissione europea. Solo che pensava di portarla alta per la Cdu. Ora potrebbe invece dover ‘rispondere’ ad una Cancelliera verde, che — stando a quanto trapela dai fonti della Cdu a Bruxelles — verrebbe premiata anche dal voto femminile, in uscita dal partito di Merkel con la fine del ciclo politico della Cancelliera. Chissà .
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 10th, 2020 Riccardo Fucile
LA RIVOLUZIONE D’IRLANDA: LA VINCITRICE E’ MARY LOU MCDONALD… IL SOGNO DI UNA IRLANDA UNITA, INDIPENDENTE ED EUROPEISTA
Un altro voto anti-establishment sulla mappa del grande scontento occidentale. È questo il senso delle elezioni in Irlanda, i cui risultati disegnano una “rivoluzione” nella politica dell’isola, concordano i giornali di Dublino e di Londra: la fine del duopolio Fianna Fà¡il-Fine Gael, i due partiti che l’hanno governata ininterrottamente per quasi un secolo; e la vittoria a sorpresa, perlomeno in termini di percentuale di voti, dello Sinn Fèin, il partito nazionalista socialdemocratico legato storicamente alla guerra per l’indipendenza del 1920 dall’Impero britannico e più recentemente alla guerra civile per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito.
A conteggio ultimato, il responso delle urne assegna il 24,5 per cento allo Sinn Fèin, il 22,2 a Fianna Fà¡il e 20,9 a Fine Gael, con il resto suddiviso tra partiti minori, tra i quali spicca il rafforzamento degli ambientalisti del Green Party.
Ma poichè lo Sinn Fèin non ha presentato candidati in tutti i collegi elettorali, il maggior numero di seggi potrebbe andare a Fianna Fà¡il. Il cui leader Micheal Martin non esclude un governo di coalizione con lo Sinn Fèin: “Sono un democratico e rispetto il verdetto del popolo”, afferma Martin, pur riconoscendo “significative incompatibilità ” con il partito nazionalista.
Da parte sua il primo ministro in carica Leo Varadkar commenta che un’alleanza con lo Sinn Fèin non è “un’opzione praticabile” e predice che “non sarà facile” formare un governo.
La vera vincitrice delle elezioni è Mary Lou McDonald, leader dello Sinn Fèin, che ha guidato al maggiore successo elettorale in cent’anni. I commentatori irlandesi lo spiegano come un voto di protesta contro l’alto costo della vita e i prezzi troppo cari delle case in una piccola nazione che ha subito trasformazioni incredibili negli ultimi tre decenni: prima il boom che le è valso il soprannome di “tigre celtica”, trasformando una povera isola di emigranti in un polo di investimenti e alta tecnologia; quindi il crash finanziario del 2008 che l’ha portata sull’orlo della bancarotta; infine una ripresa propiziata anche dalla controversa bassa tassazione ai giganti dell’economia digitale, che hanno fatto di Dublino il loro quartier generale europeo.
Nonostante crescita del pil al 6 per cento, disoccupazione al 5 per cento, dunque fra le più basse in Europa, e forti investimenti esteri, l’Irlanda è insoddisfatta: così ha punito sia il partito di centro-destra del premier Varadkar, Fine Gael, al governo dal 2011, sia il principale partito d’opposizione, i centristi di Fianna Fà¡il, che l’hanno governata a lungo in precedenza.
Figlio di immigrati indiani, gay e promotore di grandi modernizzazioni sociali, con i referendum che hanno approvato aborto, divorzio e matrimonio fra persone dello stesso sesso, Varadkar si era anche schierato nettamente contro la Brexit e per l’Unione Europea, da cui l’Irlanda ha enormemente beneficiato in termini economici. Una scelta, quella pro-Ue, che ora viene abbracciata con entusiasmo anche dallo Sinn Fein: la Brexit potrebbe propiziare un referendum per la riunificazione dell’isola, da sempre l’obiettivo principale del partito, che è stato il braccio politico dell’Ira, l’esercito clandestino indipendentista in Irlanda del Nord nei trent’anni di guerra civile conclusi dalla pace del 1998.
Ora lo Sinn Fèin potrebbe trovarsi al potere sia a Belfast, nel governo congiunto autonomo nord-irlandese insieme agli unionisti filo-britannici del Dup, e a Dublino, insieme ai moderati di Fianna Fail.
Una grande chance di completare il sogno di un’Irlanda unita e indipendente, dopo le divisioni intestine che un secolo fa portarono all’assassinio del suo leader Michael Collins. Uno sviluppo che Boris Johnson, da Londra, seguirà con preoccupazione. “Noi stessi”, il significato di Sinn Fein in gaelico irlandese, diventa oggi un proclama più concreto per l’Isola di Smeraldo, come viene chiamata per il colore dei suoi prati perennemente bagnati di pioggia.
(da agenzie)
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Febbraio 4th, 2020 Riccardo Fucile
“IL SOGNO DI ORBAN SI E’ INFRANTO, MA LA MINACCIA SOVRANISTA RESTA”
“L’ascesa dei populisti pone la sfida più pericolosa alle società democratiche, alla democrazia liberale”. È il monito del sindaco europeista e verde di Budapest, Gergely Karà¡csony, leader degli europeisti del Centro-Est e nemico numero uno del premier ungherese Viktor Orbà¡n
Quanto è seria la sfida del summit europeo sovranista? Europa e Stato di diritto sono ancora salvabili?
“Negli ultimi anni i populisti hanno dominato il paesaggio politico in alcuni Paesi europei. L’ascesa di opinioni populiste ed estremiste pone un chiaro pericolo alle società democratiche. Ma cominciamo a vedere i loro limiti. Salvini in Italia e Strache in Austria non sono più al potere, il sogno di Orbà¡n di un Parlamento europeo con populisti in posizioni-chiave non è passato. Eppure la minaccia non è finita. I partiti moderati di ogni colore devono lavorare insieme per proteggere la democrazia”.
Come?
“È successo in Ungheria in ottobre: le opposizioni, insieme, hanno vinto città -chiave alle comunali. Budapest creerà l’esempio di un altro tipo di cultura politica e governance, a livello internazionale. Insieme a Bratislava Praga e Varsavia abbiamo fondato il Patto delle città libere: alleanza per la democrazia dal basso in risposta al populismo di destra”.
In molti Paesi europei – dalla Polonia all’Italia – i sovranisti si dichiarano cristiani, a volte sono appoggiati dal clero. È un pericolo serio?
“I populisti amano atteggiarsi a devoti cristiani, ma non mostrano compassione verso poveri e rifugiati. Specie nelle campagne, il prete è la prima voce di riferimento. È decisivo che i religiosi siano all’altezza dell’insegnamento cristiano. In Ungheria sensibilità sociale e compassione incarnati da papa Francesco sono specialmente necessari. È deplorevole che voci pubbliche schierate col governo cosiddetto democristiano di Orbà¡n definiscano il Santo Padre un vecchio stupido e idiota”.
Non le sembra che democratici ed europeisti, anche sullo sfondo della Brexit, appaiano ai cittadini troppo èlitari, establishment lontani e incapaci di ascoltarli?
“Il futuro dell’Europa a 27 è nei valori comuni di libertà , dignità umana, sostenibilità , eguaglianza, Stato di diritto, giustizia sociale, tolleranza e diversità culturale. Le allarmanti tendenze vanno rovesciate con una democrazia dal basso e con una governance ‘smart’ e inclusiva. La tipologia dei partiti storici diventa sempre meno rilevante. Il sindaco di Varsavia è conservatore, io verde, ma lavoriamo molto insieme nell’Alleanza delle capitali libere del gruppo di Visègrad. La democrazia liberale, insisto, può essere di destra o di sinistra, il populismo che la rifiuta è la sfida piຠpericolosa”.
Orbà¡n, star sovranista, ha esposto a Roma il suo programma di ‘democrazia illiberale’.Europeisti e democratici hanno ancora risposte dopo tanti errori?
“La storia ci ha insegnato che non esiste opzione migliore della democrazia. Chi oggi sostiene di aver inventato un nuovo tipo di democrazia, cosiddetta illiberale o cristiana, tenta solo di dare nuove etichette all’autocrazia. Il peggior errore dei democratici è stato di considerare la democrazia un fatto acquisito. Fukuyama si era sbagliato, il trionfo del liberalismo nei primi ’90 non è stato la fine della Storia. Oggi una parte sostanziale delle società europee non ha esperienze vissute sotto una dittatura: è difficile riconoscere tendenze dittatoriali e respingerle nella loro fase iniziale. Dobbiamo ricostruire la fiducia nella democrazia tornando alle sue radici: partecipazione diretta dei cittadini alle decisioni”.
Che ruolo giocano antisemitismo, razzismo, xenofobia?
“Non dobbiamo mai sottovalutare queste forze. L’ascesa del populismo nel decennio scorso deriva in gran parte dalla crisi finanziaria del 2008. Molti cittadini hanno visto la loro vita cambiare in peggio. I populisti hanno subito offerto ricette ‘bianco o nero’ mentre i democratici combattevano la crisi. Intanto il populismo guadagnava terreno, non possiamo permettere che aaccada di nuovo”.
Cosa chiedete voi europeisti anti-autocrati di Visègrad alla nuova Commissione europea?
“La Commissione deve dare la priorità a obiettivi pan-europei. Io come sindaco mi sono impegnato per una Budapest città green e libera, spero in un appoggio anche finanziario da Bruxelles. Dopo i miei colloqui col responsabile del green deal europeo Frans Timmermans confido in una cooperazione costruttiva: condividiamo gli stessi valori”.
È vero che Orbà¡n vuole bloccare i fondi Ue per Budapest?
“Lo negano invano: ho avuto il piano governativo sul mio tavolo. Spero che cambino idea, e spero in negoziati tra loro e la Ue. Siamo per cooperazione e dialogo. Budapest è il cuore pulsante dell’economia ungherese, continua ad aver bisogno di fondi europei per svilupparsi. Il governo non dovrebbe punire i suoi cittadini per le loro scelte elettorali”.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2020 Riccardo Fucile
IL MESSAGGIO DEGLI SCOZZESI: “EUROPA, CONTINUIAMO LA NOSTRA STORIA D’AMORE”… SECONDO I SONDAGGI IL 75% DEGLI SCOZZESI VUOLE TORNARE IN EUROPA
Dal primo minuto del primo febbraio, il Regno Unito ha lasciato l’Unione Europea. Dopo tre anni e mezzo di tentativi, Boris Johnson ha portato a termine quanto deciso dal referendum del 2016. Nonostante la vittoria di Johnson alle legislative, molti cittadini dell’Uk non hanno gradito il divorzio con l’Ue. Su tutti, ci sono gli scozzesi.
A tre giorni dall’ufficializzazione della Brexit, il Parlamento scozzese ha infatti approvato la richiesta di un nuovo referendum sull’indipendenza (64 voti a favore e 54 contrari): nel 2016 la maggioranza degli scozzesi ha votato No al “Leave“.
Johnson ha già respinto la richiesta, affermando che la questione è già stata risolta nel 2014, quando gli scozzesi votarono No a un altro referendum: quello per l’uscita dal Regno Unito. Ma da allora le condizioni sono cambiate non di poco.
«Hey Europa. Il nostro bellissimo paese è aperto a voi», si sente dire in una clip, dal titolo Scotland is Open, che è stata postata dall’account Scotland is Now, legato al governo scozzese. «Europa, continuiamo la nostra storia d’amore»
Al messaggio del governo si è aggiunto quello della premier Nicola Sturgeon, che su Twitter promette: «La Scozia tornerà nel cuore dell’Europa come Paese indipendente».
Non solo Scozia
Ma non ci sono solo gli scozzesi tra i fautori del “Remain”, nonostante tutto. Su Twitter è stato condiviso un video di una proiezione sulle Whithe Cliffs di Dover, una città costiera del Kent, a sud-est dell’Inghilterra. Nella registrazione, due veterani della seconda guerra mondiale raccontano la loro delusione per l’uscita dall’Ue, parlando di cosa è sempre significata per loro.
«Mi sento depresso all’idea di lasciare l’Europa perchè ha sempre significato molto per me», dice uno dei veterani. «Mi piace essere chiamato europeo. Spero per i miei figli e per i miei nipoti che l’Inghilterra, la Gran Bretagna, faccia un passo indietro». Alla fine, le scogliere si illuminano con la proiezione della bandiera europea
(da agenzie)
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Febbraio 1st, 2020 Riccardo Fucile
L’ECONOMISTA CANEGRATI: “LA GRAN BRETAGNA AVRA’ UN DANNO DI 200 MILIARDI DI STERLINE”
Quanto costa la Brexit, o per meglio dire, quanto potrà costare, è una domanda alla quale non è
semplice rispondere. In fondo, che percorso prenderanno Ue e Regno Unito, appare prematuro addirittura pensarlo.
Ad ogni modo, appare ipocrita, quantomeno stando all’apparenza, negare che fra le due parti appare la Gran Bretagna quella più debole che ci perderà .
Per tale motivo, possiamo partire dal capire cosa sia il Regno Unito, paese che ha scelto di abbandonare l’Ue, nello scacchiere mondiale e cosa ci indicano le spie del suo “cruscotto economico”.
È la quinta economia mondiale, ha una disoccupazione bassissima, al di sotto del 4 per cento e ha chiuso il 2019 con una crescita intorno all’1 per cento, che non è male ai tempi della “stagnazione secolare”, come qualche economista da tempo chiama l’era della crescita fiacca.
Il Regno Unito è un paese importatore, ossia importa più di quanto esporta. L’unico settore dove ha un surplus commerciale è quello dei servizi, ma nel totale le importazioni di beni rendono la bilancia in negativo.
A conti fatti, nel 2018, dai dati delle dogane la Gran Bretagna esporta per il 45 per cento nell’Unione Europea, mentre importa da essa per circa il 53 per cento.
I paesi “esportatori” più colpiti sarebbero senz’altro quelli più vicini. Belgio, Irlanda, Olanda, la Francia e chiaramente la Germania, paese esportatore per eccellenza.
Il Regno Unito basa quasi completamente la sua forza sui servizi, da cui dipende circa l’80 per cento della sua economia. Fra i servizi, chiaramente, il gioiello di famiglia (non reale) è l’industria finanziaria. Una macchina in grado di macinare numeri da capogiro.
La sola industria finanziaria genera circa il 7 per cento del Pil e contribuisce per la casse statali per circa il 12 per cento. Ogni 100 sterline che lo Stato incassa, per intenderci, 12 vengono dalla finanza.
Quando però si parla di scenari economici, di prospettive e possibili nuovi orizzonti per il dopo Brexit, bisogna assolutamente andarci piano, ma, è lecito e comprensibile, che delle supposizioni si possono sicuramente fare.
Una delle più autorevoli e recenti è sicuramente quella effettuata dal team di Bloomberg Economics, secondo i quali il “danno” del voto britannico ha già raggiunto i 130 miliardi di sterline, con la possibilità di aggiungerci sopra altri 70 miliardi di sterline entro la fine del 2020.
L’analisi — condotta dall’economista Dan Hanson — ha rilevato che l’incertezza commerciale avrebbe causato un freno della crescita economica del Regno Unito rispetto a quella di altri paesi del G7 a partire dal voto del 2016.
Ciò significa che l’economia britannica — secondo tale proiezione — sarebbe del 3 per cento minore rispetto a quanto sarebbe potuta essere se il Regno Unito avesse scelto di continuare a fare parte dell’Unione Europea nel giugno del 2016.
È probabile, quindi, a conti fatti, che la Brexit arrivi a costare al Regno Unito oltre 200 miliardi di sterline per la mancata crescita economica.
Tale cifra sarebbe incommensurabilmente maggiore di quanto il Regno Unito ha pagato al bilancio dell’Unione europea negli ultimi 47 anni di condominio con Bruxelles. Chiaramente il pagamento è valutato in termini di quota annuale.
Insomma, detta in soldoni, il costo delle rate per appartenere al “club” sarebbe già stato eclissato dalla mancanza di Prodotto Interno Lordo, da cui, chiaramente, va a pescare il gettito fiscale.
La fiducia di chi ci mette il denaro, ossia gli investimenti delle imprese, sono diminuiti e la crescita economica su base annua è calata a circa l’1% dal 2% del pre-referendum.
Inoltre, la stima della House of Commons Library ci dice che il contributo totale previsto del Regno Unito al bilancio dell’Ue dal 1973 al 2020 ammonti a circa 215 miliardi di sterline, chiaramente dopo essere stato adeguato per l’inflazione.
Ma sono stime, e come tali vano trattate.
Emanuele Canegrati è il Senior Analyst per il broker londinese BP Prime. Uno che la City, per intenderci, la conosce bene. L’ economista, da sempre attento agli scenari internazionali e i loro possibili impatti economici, ha espresso una sua valutazione.
“L’ uscita del Regno Unito dall’Unione Europea comporterà effetti collaterali per entrambe le parti, come sempre quando da un mercato aperto si torna all’istituzione di barriere e vincoli di ogni tipo. Ad avere effetti più negativi dovrebbe essere Londra, dal momento che si presenta alle trattative con minor potere contrattuale, considerando banalmente le dimensioni delle due macroaree contendenti”.
Canegrati si è soffermato poi su un importante aspetto, riguardante il fiore all’occhiello dell’economia britannica.
“Per Angela Merkel ed Emmanuel Macron — continua l’analista — l’opportunità di sottrarre alla City di Londra parte dei 205 miliardi di sterline annui ai quali ammonta il valore della domanda degli europei di servizi finanziari nel Regno Unito è troppo ghiotta. Portare a Francoforte o Parigi quei servizi rappresenta un motivo finanziario, economico e politico da non lasciarsi scappare”, ha sottolineato l’economista.
“Per questo motivo, prevedo trattative dure su questioni come i passport rights finanziari, considerando che la finanza vale il 7 per cento del Pil e circa il 12 per cento del gettito fiscale britannico. Questo potrebbe trasformarsi, appunto, in maggior Pil e maggiori entrate per i paesi verso i quali potrebbero dirigersi molte società finanziarie per continuare ad operare nel mercato europeo”, sottolinea l’accademico.
“Vedo comunque assai improbabile — sottolinea comunque il Prof. Canegrati — un Brexodus finanziario di massa. La City di Londra, d’altronde, rappresenta un unicum dal punto di vista delle caratteristiche di mercato del lavoro e dei capitali, che difficilmente può essere replicato in un’altra città europea”.
L’economista conclude poi evidenziando come la Sterlina Britannica — la terza valuta su base mondiale — possa occupare una parte importante della scena già a partire dall’ immediato nelle imminenti trattative.
“Vedo invece un 2020 dove la sterlina potrebbe deprezzarsi nei confronti di euro e dollaro, scontando le inevitabili tensioni e ripercussioni economiche che le trattative tra Londra e Bruxelles provocheranno” ha concluso Canegrati.
Trattative in partenza ufficialmente a marzo e da terminare entro il 2020, secondo i piani del Premier Boris Johnson.
Impresa ardua con il tempo che appare insufficiente, come del resto dall’Unione europea hanno fatto sapere senza tanti giri di parole, mettendo in conto la possibilità di ulteriori estensioni del periodo di transizione.
Sarà sicuramente una storia ancora lunga quella della Brexit, e di questo, stime a parte, ne siamo sicuri.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 25th, 2020 Riccardo Fucile
PAESE DA CACCIARE DALLA UE, CAPACE SOLO DI FOTTERE MILIARDI DALLE CASSE EUROPEE… COMMISSIONE UE: “PREOCCUPATI PER LO STATO DI DIRITTO”
Un colpo di scure sull’indipendenza dei giudici polacchi e sul principio della divisione dei poteri.
Nonostante gli avvertimenti dell’Unione europea e le proteste delle toghe di mezza Europa. La camera bassa del Parlamento di Varsavia ha dato di fatto il via libera alla nuova legge sul sistema della giustizia.
I deputati hanno infatti respinto la decisione del Senato di non varare il provvedimento. Per entrare in vigore, la normativa avrà bisogno della promulgazione da parte del presidente della Repubblica, che ha già mostrato di apprezzarla.
La nuova controversa legislazione prevede che i magistrati siano sanzionati – con multe o, nei casi ritenuti più gravi, con il licenziamento – se criticano le nomine o le riforme fatte dal governo. Non solo. Alle toghe sarà vietato partecipare ad attività pubbliche che possano in qualche modo essere considerate politiche.
La riforma è stata contestata dalla Commissione europea, dalla Commissione di Venezia e da associazioni internazionali degli magistrati. La presidente della Corte suprema polacca, Malgorzata Gersdorf, l’ha definita “legge museruola”.
La convinzione, diffusa, è che le novità introdotte violino i valori dell’Unione europea e il principio della divisione tra poteri. Lo scorso 12 gennaio a Varsavia hanno sfilato, in una manifestazione silenziosa, giudici provenienti da vari Stati Ue per dimostrare solidarietà nei confronti dei loro colleghi.
La Commissione Ue, all’indomani del voto della Camera bassa, ha fatto sapere di essere “molto preoccupata” per la situazione dello stato di diritto in Polonia.
“La nostra posizione è stata chiara fin dall’inizio”, ha aggiunto un portavoce, ricordando che in una lettera del 19 dicembre la commissaria Ue alla Trasparenza, Vera Jourova, ha “chiesto alle autorità polacche di non portare avanti il processo di adozione della normativa senza ulteriori consultazioni”.
Jourova sarà in Polonia nei prossimi giorni. Nel mentre, prosegue il portavoce: “Continueremo a seguire da vicino gli sviluppi e analizzeremo il testo finale della legge per verificarne la compatibilità con le norme Ue, e non esiteremo a prendere le appropriate misure se necessario”.
La decisione della Camera bassa è solo l’ultimo di una serie di provvedimenti che, spiega l’Associated Press, hanno preso il via dal 2015. L’obiettivo del governo è ridisegnare il sistema della giustizia polacco. E questo provvedimento ne è uno degli esempi più chiari.
Nello stesso giorno in cui i parlamentari votavano contro la richiesta del Senato (controllato dall’opposizione) di cestinare la legge, un altro scontro si consumava tra poteri dello Stato.
La Corte Suprema ha definito illegittime le nomine di alcuni giudici del Consiglio nazionale della magistratura (Krs), designati direttamente dall’esecutivo, dopo che il metodo di elezione è stato modificato nel 2017. Tra le prerogative del Krs c’è anche la nomina dei membri della Corte suprema.
Il Guardasigilli polacco, Zbigniew Ziobro, ha definito la decisione della Corte Suprema “una grave violazione della legge”, e affermato che non ha alcun valore. È un corto circuito che pare non avere soluzione.
Nell’attesa che l’Ue si pronunci con più precisione, il governo sembra non avere intenzione di fare alcuna marcia indietro.
(da agenzie)
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Gennaio 16th, 2020 Riccardo Fucile
L’EURODEPUTATO RINALDI SISTEMA SUL BANCO UE IL TRICOLORE QUANDO GIA’ SONO ESPOSTE TUTTE LE BANDIERE NAZIONALI … QUELLO STESSO TRICOLORE CON CUI ANNI FA I LEGHISTI “SI PULIVANO IL CULO” (E NESSUNO DEI NEO-SOVRANISTI A SUO TEMPO SI E’ MAI DISSOCIATO)
Antonio Maria Rinaldi, eurodeputato della Lega, ha esposto la bandiera tricolore dai banchi del parlamento europeo. La motivazione di questa scelta sarebbe stata dettata dal fatto che il Parlamento Europeo vieterebbe l’esposizione in aula delle bandiere nazionali: «Io con orgoglio — ha detto Rinaldi — rispondo sventolando il Tricolore!».
Ovviamente, non è vietato esporre le bandiere nazionali.
In aula i vessilli dei singoli Stati membri sono collocati alle spalle della presidenza:
Tutte le bandiere nazionali sono esposte dietro il banco di presidenza. L’aula del parlamento è la casa della democrazia non il circo. L’Italia si difende con il serio lavoro non strumentalizzando il tricolore.
Il punto 3 dell’articolo 10 del regolamento del Parlamento europeo specifica il divieto per i deputati di esporre striscioni in aula e, con essi, anche le bandiere nazionali, «che sono
esposte — per tutti — alle spalle dei banchi della presidenza».
Precedentemente, ai deputati era permesso di portare un piccolo vessillo nazionale sul proprio banco, sia a Bruxelles, sia a Strasburgo. Con la nuova presidenza di David Sassoli si è cercato di far rispettare quello che semplicemente è il regolamento d’assemblea.
Per questo, l’esposizione dei vessilli fatta da Antonio Maria Rinaldi (che, tra l’altro, si è fatto fotografare con il tricolore al contrario) rappresenta una polemica priva di senso proprio all’origine: non è stato vietato nulla, anzi è stato dato seguito a un regolamento sul quale si era sempre sorvolato.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 14th, 2020 Riccardo Fucile
POTREBBE SCATTARE LA REAZIONE DI KACZYNSKI E ORBAN CHE RISCHIA L’ESPULSIONE DAL PPE… NON SI PUO’ ACCETTARE CHE DUE PAESI CHE VIOLANO I PRINCIPI DELLA DEMOCRAZIA FACCIANO PARTE DELL’EUROPA
Giovedì a Strasburgo l’Aula del Parlamento europeo sarà chiamata a votare un testo che mette sotto accusa Polonia e Ungheria per violazione dello stato di diritto. Sebbene sia una mossa solo politica (solo il Consiglio europeo può agire e serve l’unanimità per farlo), la questione ha già messo in fibrillazione i gruppi dell’Eurocamera e le istituzioni europee.
Oggi la presidente Ursula von der Leyen porta il tema alla riunione della Commissione europea a Strasburgo. Nei gruppi, sia i favorevoli che i contrari, la previsione è che il testo sarà approvato. E potrebbe essere la molla della ‘vendetta’ del presidente polacco Jaroslaw Kaczynski e del premier ungherese Viktor Orban, l’occasione per mettersi decisamente insieme, con i 13 eletti ungheresi che entrano nell’Ecr, i Conservatori e Riformisti, il gruppo che comprende anche i polacchi del Pis, e poi, chissà , in interlocuzione con Matteo Salvini per un grande gruppo sovranista.
Sia Orban che Kaczynski sono nel mirino degli europeisti da tempo. Il testo che verrà messo ai voti giovedì chiede al Consiglio europeo di tirare finalmente le somme della verifica avviata su Polonia e Ungheria sul rispetto dello stato di diritto (art. 7) e prendere decisioni.
Al Governo di Varsavia si contesta la riforma della giustizia, lesiva dell’indipendenza della magistratura come contestano i magistrati polacchi di recente in piazza.
Per Budapest, invece, l’allarme è concentrato sul funzionamento del sistema costituzionale ed elettorale, l’indipendenza della magistratura, la corruzione, la tutela della vita privata e la protezione dei dati, la libertà di espressione.
In più, Orban rischia di essere espulso dal Partito popolare europeo. L’anno scorso è stato sospeso, al termine di una lunga assemblea all’Europarlamento a Bruxelles. Il 4 febbraio è fissata — a meno di rinvii per ora non in vista — una nuova assemblea che potrebbe decidere la definitiva espulsione del leader di Fidesz dalla famiglia dei Popolari.
“La nostra posizione è chiara. Chi vuole rimanere nel Ppe deve chiarire che si attiene ai nostri principi”, dice oggi a Strasburgo il presidente del gruppo Ppe nel Parlamento Europeo Manfred Weber.
Ma per il Ppe la decisione è difficile. Il partito sostiene il testo che verrà messo ai voti giovedì. Ma è spaccato al suo interno, tanto che solo domani sera, in un’apposita riunione, prenderà una decisione ufficiale. Propendere per il sì potrebbe suonare come l’anticamera dell’espulsione di Orban dal Ppe. Il gruppo perderebbe i 13 parlamentari di Fidesz, poco male in quanto resterebbe comunque primo gruppo all’Europarlamento con 174 eurodeputati (con la Brexit ne guadagna infatti 5).
Ma la questione è politica: un eventuale addio di Orban potrebbe innescare movimenti inediti e spingere la destra a coalizzarsi.
Eppure è difficile fermare la macchina in corsa. All’Europarlamento la risoluzione verrà sostenuta dai Socialisti, i liberali di Renew Europe, i Verdi, la delegazione del M5S e buona parte dei Popolari. Ecco perchè ha buone chance di passare.
In Polonia i giudici sono in piazza contro la riforma della giustizia di Kaczynski, sulla quale l’Ue ha già avvertito il Governo di Varsavia. Un passo formale dell’Europarlamento a questo punto sembra necessario ai più.
Ma cosa succederà dopo? È la domanda che gira nel Ppe e che l’assemblea del gruppo esaminerà domani sera.
Se Orban entrasse nell’Ecr – dove oltre agli eletti di Kaczynski, ci sono anche gli eletti di Fratelli d’Italia — potrebbe non essere un grave danno.
Tra il Ppe e l’Ecr c’è dialogo, spesso compiono le stesse scelte in aula. Il punto è che, dopodomani, un eventuale sgambetto in aula a Polonia e Ungheria insieme, sommato a un’eventuale espulsione di Orban dal Ppe, potrebbe innescare ‘derive’ imprevedibili e rafforzare la destra, è il ragionamento che si fa tra i Popolari.
In fondo, l’Ecr ha votato no sulla nomina della presidente von der Leyen a luglio, esattamente come i sovranisti di ‘Identità e democrazia’, il gruppo dei salviniani, i lepenisti, l’Afd e altri. E a novembre, nel voto sulla Commissione, dell’Ecr solo i polacchi e qualche altra delegazione ha votato sì, Fratelli d’Italia ha votato no. Per dire che i Conservatori e Riformisti sono interlocutori del Ppe, ma anche dei sovranisti, al centro tra i due e pronti a giocare su più sponde, a destra.
Finora, il no di Kaczynski ha infranto il sogno di Salvini di costruire un grande gruppo sovranista dopo le europee: il loro incontro a Varsavia, lo scorso gennaio, andò male.
Gli europeisti ancora ringraziano il polacco per l’aiuto. Il problema stava nei legami tra il leader della Lega e i russi, nonchè nell’alleanza con Marine Le Pen. Problemi che oggi restano, tanto più che Salvini non vuole mollare la leader del Rassemblement National.
Però, se l’aula dovesse decidere di allargare anche a Kaczynski e Orban il cosiddetto ‘cordone sanitario’ anti-Salvini, se il Ppe espellesse l’ungherese, si determinerebbero altre condizioni.
I due leader messi sotto accusa potrebbero stringere ulteriormente la loro alleanza e allargarla verso destra, sempre più lontano dal Ppe. Ecco perchè sul voto di dopodomani la soglia di attenzione a Strasburgo è parecchio alta.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 14th, 2020 Riccardo Fucile
UN QUARTO DEL BILANCIO DESTINATO ALLA LOTTA AI CAMBIAMENTI CLIMATICI
Semaforo verde a Strasburgo per il Green Deal. Lo ha annunciato oggi durante la plenaria del
Parlamento Ue il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis: “Vogliamo raggiungere emissioni zero entro il 2050. Non possiamo fallire. Il piano per gli investimenti sostenibili adottato oggi dalla Commissione europea” punta a “mobilitare almeno mille miliardi di investimenti nei prossimi dieci anni” e invia un chiaro segnale a tutti: “quando si fanno investimenti occorre pensare verde”.
L’Unione europea prevede di dedicare un quarto del proprio bilancio alla lotta ai cambiamenti climatici e ha istituito un programma per spostare 100 miliardi di euro (110 miliardi di dollari) in investimenti per rendere l’economia più rispettosa dell’ambiente nei prossimi 10 anni. Cento miliardi che che potranno andare a tutti i Paesi, non solo a quelli chiamati a maggiori sforzi per uscire dal carbone.
“Con Invest Europe mobiliteremo circa 279 miliardi di euro di fondi pubblici e privati per investimenti favorevoli al clima e all’ambientali. Il cofinanziamento nazionale per progetti verdi conta 140 miliardi di euro. Il meccanismo per la transizione giusta dovrebbe mobilitare 100 miliardi”, ha spiegato Dombrovskis.
“Il Green Deal è la scommessa di un nuovo modello di sviluppo europeo, ci saranno 50 provvedimenti legislativi nei prossimi due anni, il primo verrà presentato oggi, molto importante, e riguarda il Fondo di transizione giusta, come accompagnare la trasformazione, aumentare i posti di lavoro e non chiudere le aziende”, ha commentato il presidente del Parlamento europeo David Sassoli. “Naturalmente oltre alla metodologia noi lo vogliamo robusto con risorse adeguate, mi sembra che anche su questo si siano fatti dei passi in avanti – ha aggiunto – e che alcuni meccanismi possano consentire ai nostri paesi di attingere ad un fondo sufficiente forte”.
Il piano includerà un meccanismo progettato per aiutare le regioni più colpite dalla transizione verso industrie più pulite, sebbene tutti gli Stati membri dell’Ue avranno diritto a sussidi. Von der Leyen, entrata in carica a dicembre, ha fatto della lotta ai cambiamenti climatici la priorità del suo mandato.
(da “Huffingtonpost“)
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