Dicembre 17th, 2017 Riccardo Fucile
QUALCUNO AVVISI I CAZZARI ITALIANI CHE ANCORA PARLANO DI ABBANDONARE LA UE
I sudditi di Sua Maestà sembrano far marcia indietro sulla Brexit.
Il 51% degli elettori britannici si dice ora contrario all’addio all’Ue contro il 41% che voterebbe di nuovo per il divorzio: il distacco di 10 punti è il più grande mai registrato dal referendum del 23 giugno 2016.
È quanto emerge da un sondaggio esclusivo commissionato dal quotidiano britannico The Independent alla società demoscopica BMG Research.
Nel disegno di legge sull’uscita dall’Unione europea, il governo di May stabilisce la data della Brexit al 29 marzo 2019.
Una precisazione che non è piaciuta all’opposizione e a diversi parlamentari conservatori che ritengono che fissare una data in anticipo possa indebolire la posizione di Londra nei negoziati con Bruxelles, o addirittura impedire la conclusione di un accordo.
(da agenzie)
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Dicembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
“CAMPAGNA ELETTORALE CON NOTIZIE FALSE, I BRITANNICI MERITANO UNA NUOVA CHANCE”… I LABOUR AL MASSIMO STORICO NEI SONDAGGI
Torna in campo Tony Blair per riportare la Gran Bretagna nella Ue. 
In una intervista a Bbc Radio, l’ex premier laburista afferma che “i britannici si meritano un secondo referendum perchè è ormai chiaro che la promessa dei sostenitori del ‘leave’ che, senza la Ue, il Servizio Sanitario Nazionale avrebbe avuto 350 milioni di sterline in più ogni settimana è chiaramente falsa”
“Quando i fatti cambiano – ha affermato Blair – i cittadini hanno il diritto di cambiare idea. La volontà delle persone non è qualcosa di immutabile. Se le circostanze cambiano, le persone possono cambiare idea”.
E vola nei consensi il Labour di Jeremy Corby, accreditato di un record storico del 45% di voti potenziali (meglio del miglior risultato elettorale mai ottenuto da Blair) da un sondaggio realizzato per il Mail on Sunday da Survation: l’unico istituto che ‘indovinò’ il risultato delle elezioni politiche dell’8 giugno scorso.
Il maggior partito di opposizione, spostato nettamente a sinistra da Corbyn, precede ora di ben 8 punti, stando a questa rilevazione, i Conservatori della premier Theresa May, che arrancano al 37%.
E questo a dispetto della persistente polemica interna dell’ala moderata, che denuncia ‘epurazioni’ di candidati locali non fedeli alla linea ‘corbynista’, accusando proprio oggi per bocca di un grande vecchio del partito, l’85enne lord Roy Hattersley, il movimento giovanile radicale Momentum e il sindacato Union di voler ‘sequestrare’ il Labour.
Il sondaggio Survation conferma poi a livelli residuali i LibDem, il partito britannico più europeista, ma indica comunque che un 50% di elettori del Regno chiede di avere l’ultima parola – attraverso un referendum bis o una qualche forma di voto popolare – sull’esito dei negoziati sulla Brexit.
Cosa che il governo May al momento non prevede di concedere.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 30th, 2017 Riccardo Fucile
RIVISTE AL RIBASSO LE STIME SU CRESCITA E PRODUTTIVITA’, FANALINO DI CODA DELL’EUROPA… I DATI SONO UNA RISPOSTA AI CAZZARI CHE IN ITALIA VORREBBERO USCIRE DALLA UE
In soli tre anni l’economia britannica è passata dall’essere la locomotiva del G7
all’ultima della classe. E le stime di crescita dell’Office for Budget Responsibility, agenzia governativa, sono state tagliate al ribasso.
Mentre proseguono i negoziati tra Londra e Bruxelles sul conto da pagare per la Brexit — si parla di circa 50 miliardi di sterline — i cittadini del Regno Unito scoprono che i loro salari ritorneranno ai livelli del 2008 solamente nel 2025.
Il Paese è poi alle prese con una produttività che nell’ultimo decennio è tornata ai livelli di 200 anni fa.
“L’Obr ha consegnato al Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond una serie di previsioni economiche catastrofiche. Dopo un decennio di irrealizzati obiettivi di produttività , ha annunciato la madre di tutti i downgrade”.
È quanto ha scritto nel suo ultimo report la Resolution Foundation, think tank indipendente con la missione di migliorare le condizioni di vita dei 15 milioni di britannici a più basso reddito.
§L’economia inglese crescerà nei prossimi cinque anni mediamente dell’1,4%, che vuol dire il 2% in meno di quanto precedentemente stimato per il 2022.
In valori assoluti le percentuali si traducono in una contrazione di 42 miliardi di sterline al primo trimestre del 2022 rispetto alle stime di marzo 2017, e di 72 miliardi al primo trimestre del 2021 rispetto a quanto stimato nella finanziaria del 2016, segnalando dunque un netto peggioramento delle condizioni dell’economia durante l’anno in corso.
I dati ufficiali raccontano infatti un’economia britannica paludata nei primi tre trimestri del 2017, che ha fatto registrare una crescita del Pil addirittura inferiore a quella dei primi due trimestri del 2016, ovvero nei mesi antecedenti al referendum.
Un segnale in controtendenza rispetto all’Eurozona, agli Stati Uniti, al Canada e anche al Giappone, che supera il Regno Unito perfino nel confronto diretto nel 2017.
Tra i Paesi del G7, compresa dunque l’Italia, l’economia della Gran Bretagna ha fatto registrare quest’anno la crescita peggiore, dopo essere stata solo nel 2014 la locomotiva del G7. Sir Stuart Rose, già presidente e amministratore delegato della catena Marks & Spencer e oggi lord conservatore, ha dichiarato pochi giorni fa alla Bbc: “Non importa a quali fonti si fa riferimento, l’Ifs, l’Ons, la Bank of England. Tutti gli indicatori ci dicono che siamo passati dall’essere il Paese dalle migliori performance del G7, d’Europa, del mondo, all’essere adesso in fondo alle classifiche. E tutto questo è successo negli ultimi 6 o 12 mesi”.
La Brexit sta esacerbando un problema strutturale dell’economia Uk, ovvero la scarsa produttività .
La produttività è la misura di quanto un lavoratore riesca a produrre in un’ora di tempo e rappresenta l’efficienza dei lavoratori britannici.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale la produttività della Regina era cresciuta del 2-2,5% all’anno. La Resolution Foundation ha calcolato invece che nell’ultimo decennio il Regno Unito ha fatto registrare in termini di produttività la performance peggiore dal 1812, ovvero da quando Napoleone invase la Russia.
L’Obr, che fino a ora aveva basato le proprie stime su una crescita della produttività annua da dopoguerra del 2%, finendo per sovrastimare costantemente i risultati effettivi dell’economia britannica, ha deciso adesso di portare questo valore all’1,3% annuo da qui al 2022.
In un Paese che lavora a pieno ritmo, registrando tassi di disoccupazione ai minimi storici, i salari sono ancora al di sotto del 6% rispetto ai livelli del 2008, e secondo la Resolution Foundation si potranno pareggiare solo nel 2025.
Una condizione che pone sotto pressione le famiglie e favorisce le disuguaglianze, alimentate anche dalle misure fiscali implementate dopo le elezioni del 2015.
Tali misure, secondo il think tank, hanno provocato una perdita secca di 715 sterline annue per il 33% dei britannici a più basso reddito e un guadagno invece di 185 sterline per il 33% più ricco.
La scarsa produttività determina anche una debole crescita del Pil, che si traduce inoltre in tagli alla spesa pubblica e al welfare, quantificati nella finanziaria appena presentata da Hammond in circa 12 miliardi di sterline.
Nonostante l’assegnazione di 2,8 miliardi di sterline in più per la Sanità , inferiori ai 3 miliardi in più stanziati per i costi operativi della Brexit, e ai 4 invece richiesti dalla Nhs, tutti gli altri servizi pubblici secondo l’Institute of fiscal studies continueranno a soffrire tagli del 7% nei prossimi 5 anni.
Mancano investimenti in infrastrutture, in formazione, in ricerca e sviluppo. E molto nel prossimo futuro dipenderà dai termini che Londra concorderà per l’uscita con Bruxelles. In gioco ci sono i traffici commerciali, gli investimenti esteri e la circolazione delle persone tra il Regno Unito e l’Unione Europea.
Il modello norvegese, cioè l’appartenenza all’Area Economica Europea, potrebbe risultare per le aziende britanniche meno traumatico di un accordo di libero scambio sulla falsariga delle esperienze con il Canada o la Svizzera, o piuttosto dover fare i conti con il modello cinese, le regole generali del Wto.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 24th, 2017 Riccardo Fucile
“NON POSSIAMO COMPORTARCI COME BAMBINI”
Ieri sera, mentre i vertici della Spd dibattevano animatamente se accettare una nuova
Grande coalizione con Angela Merkel, il ministro della Giustizia uscente, Heiko Maas, è andato in tv e ha anticipato l’esito delle otto ore di autocoscienza del suo partito.
“Non possiamo comportarci come bambini capricciosi”. E nella notte, al termine della riunione-fiume, il segretario Spd, Hubertus Heil, ha confermato: “La Spd è fermamente convinta che il dialogo sia importante. La Spd non chiude al negoziato”.
Il lungo incontro tra i maggiorenti si è reso necessario dopo che il leader, Martin Schulz, si è recato ieri dal presidente della Repubblica e suo compagno di partito, Frank-Walter Steinmeier, che ha chiaramente segnalato che avrebbe esercitato su di lui una moral suasion per convincerlo a ripensare il suo rifiuto netto a qualsiasi ipotesi di un ritorno al governo con Merkel.
Successivamente, nel gabinetto di crisi del partito, secondo la Dpa, i big della Spd avrebbero discusso soprattutto su “come riprenderci senza fare compromessi imbarazzanti”.
Dopo il naufragio dell’ipotesi Giamaica, domenica scorsa, quando i colloqui tra la cancelliera, i liberali e i verdi sono falliti, Schulz si è affrettato a sottolineare che la Spd non avrebbe più accettato di aprire un negoziato per una Grande coalizione, sostenendo che gli elettori avessero già espresso con il 14% di voti in meno alla Cdu/Csu e alla Spd, il desiderio di un cambiamento.
E ha ripetuto a ogni piè sospinto di “preferire nuove elezioni”. Un errore.
Tanto che da ieri si sono anche rafforzate le voci su un possibile passo indietro dell’ex presidente del Parlamento europeo.
Schulz è sempre stato convinto di avere dalla sua la base del partito – e in effetti è probabile che al congresso della Spd di inizio dicembre per lui sarà più difficile farsi approvare una riedizione della coalizione con Merkel piuttosto che la scelta di restare all’opposizione.
Ma non si è premurato di capire se avesse con sè anche i parlamentari. E quelli, man mano, si sono sfilati e hanno cominciato a fare pressioni sui vertici e a segnalare la necessità di aprire a un negoziato con Merkel.
Il dilemma dei socialdemocratici, se accetteranno una terza coabitazione con Merkel, non è da poco. Nuove elezioni significherebbero, probabilmente, un ulteriore crollo del partito sotto il 20% incassato a settembre, il peggior risultato della storia del dopoguerra.
D’altra parte quel risultato è già il frutto avvelenato della coabitazione con Merkel, secondo la stragrande maggioranza dei politologi. E dei socialdemocratici.
D’altra parte cosa propone Schulz, se si va al voto? La sua indisponibilità ad aprire alla Linke esclude un’opzione rosso-rosso-verde. Dunque, anche lui non lascia molte alternative ai suoi elettori che una Grande coalizione.
E perchè i tedeschi dovrebbero tornare alle urne per votare Spd e avere la stessa combinazione rifiutata ora? Suona anche debole l’argomento che si coglie in molti ragionamenti della Spd , cioè che l’Afd rischia di restare il partito più forte all’oppsizione, con la Grande coalizione.
(da “La Repubblica“)
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Novembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
“SI FA COSI’ DAL 2005, QUANDO AL GOVERNO C’ERA IL CARROCCIO”
La polemica su Alfano che “è roba da ignoranti leghisti”. E poi l’Italia che “ha fatto la sua parte”, arrivando al punto di contestare quel sistema di voto affidato alla sorte che ci ha beffato: “L’ho fatto io e l’ha fatto l’Olanda, quindi per paradosso la più penalizzata e il più favorito dal sorteggio”.
Parole di Sandro Gozi, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega sull’Europa che è stato il coach dell’operazione Ema, il tentativo di aggiudicarsi la sede dell’agenzia europea del farmaco in fuga dalla Brexit coi 900 dipendenti e un valore di 1,7 miliardi di euro per l’economia territoriale.
Tentativo fallito all’ultimo per il sorteggio che doveva sparigliare 13 punti a testa tra Italia e Olanda e infine ha premiato Amsterdam.
Ne è seguita una polemica all’indirizzo di Angelino Alfano, ministro degli Esteri che per Roberto Maroni (e non solo) è risultato il grande assente, mentre i ministri di Paesi Bassi e Danimarca erano a Bruxelles a fare pressing sui paesi per un voto.
Tocca proprio a Gozi dirimere la polemica sulla necessità di “maggiore autorevolezza”. “Dal 2005 in Italia la delega agli Affari generali che è il consesso in cui si è votato spetta alla Presidenza del Consiglio che la esercita tramite il sottosegretario o il ministro delegato che sono poi io dal 2014.
“Quindi anche fosse stato ministro Paolo Gentiloni a Bruxelles sarei andato io. E’ così dal 2005, perfino nei governi dove c’era la Lega. Solo che non se ne erano accorti”.
E il fatto che da quelle parti si vedessero invece i ministri degli Esteri degli altri Paesi? Non hanno un peso maggiore nei negoziati?
“In realtà no. Intanto quello che conta non è che tu negozi e siccome dici che sei il ministro ti ascoltano di più. Quello che conta sono i rapporti consolidati, e lì chi li ha dal 2014 a oggi sono io, non certo Alfano. Chi dà del “tu” a tutti, chi conosce… Ma il punto non è questo: all’Ecofin va Padoan, ai summit degli Interni va Minniti, per gli Affari Generali — cioè le politiche istituzionali orizzontali — ci vado io perchè sono il membro per delega del Consiglio degli Affari Generali. Poi che io oggi abbia una delega identica a quella di un ministro poco interessa in Europa, dove conta altro. Capisco che sia troppo sottile per un leghista”.
Anche la Farnesina rivendica il ruolo di Alfano che c’era, anche se in ruolo defilato e fino all’ultimo.
Tanto che — precisa una nota — anche ieri “il ministro ha trascorso la giornata di ieri, dalle otto del mattino fino a tarda sera, alla Farnesina, per occuparsi costantemente e personalmente della candidatura di Milano a Ema. In quelle ore Alfano è stato in continuo contatto con il Presidente del Consiglio e con i Sottosegretari Gozi e Amendola, assistito dai vertici della Farnesina, e ha avuto nel contempo diversi colloqui telefonici con i suoi omologhi europei per tornare a sensibilizzarli alla candidatura milanese”​. ​
E poi i ​”​circa cento incontri, buona parte dei quali svolti personalmente dal ministro Alfano​” di questi mesi “oltre alle tante bilaterali organizzate alla Farnesina e all’estero, e di cui vi è prova nei resoconti degli uffici del ministero e anche in alcuni comunicati del Servizio Stampa, il Ministro Alfano ha avuto numerosi contatti diretti telefonici con i suoi omologhi europei​”​.
Insomma, abbiamo perso. Ma Alfano c’era.
E sulla procedura che ha beffato l’Italia Gozi ha tanto da dire. “E’ chiaro che se il sorteggio avesse premiato l’Italia parleremmo oggi di un grande successo con un pizzico di fortuna. E invece parliamo di una sconfitta con un po’ di sfortuna, quando il problema è proprio nel metodo, nella procedura. Non ci si può affidare a una competizione aperta sulle caratteristiche, al voto segreto sulla preferenza e alla fortuna per la scelta finale. La prossima volta faremo col televoto”.
La questione, ed è il destino due volte beffardo della vicenda, l’aveva posta proprio l’Italia.
“E’ un sistema del piffero, ma è anche vero che in giugno gli unici due paesi che avevano duramente contestato questo sistema, tanto da bloccarlo a livello di Consiglio di affari generali obbligando i leader a discuterne, siamo stati proprio noi l’Italia e l’altro paese è stato… l’Olanda. Quindi il beneficiario primo e la prima vittima. Eravamo quelli più sicuri della validità della candidatura per cui dicevamo non affidiamoci alla sorte. Poi leader non hanno raccolto la criticità , dicevano che erano 27 e che per questo le ipotesi di pareggio erano solo teoriche e remote ma sono diventate realtà con gli slovacchi che si sono astenuti. Abbiamo contestato anche che ci fossero tre turni, che non ci fosse una short list. Siamo stati quelli che hanno sempre preso più voti, abbiamo rischiato tra il secondo e il terzo voto perchè è chiaro che Amsterdam e Copenaghen si erano messe d’accordo per fare 14 a 12 e noi l’abbiamo sventato facendo 13 a 13. Anche questo commerciare sottobanco coperti dal voto segreto non fa onore a una competizione che si vorrebbe di merito”.
Gozi racconta che “l’Italia ha promesso molto” ma anche gli altri l’hanno fatto. “Poi non è vero che Francia e Portogallo non ci hanno votato. Chi me lo garantisce? Posso solo dire che sono le foto dei colleghi che hanno scattato col telefonino, come si fa nelle peggiori votazioni italiane. Ecco, non possiamo arrivare ad assurdità del genere”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
“L’81% DEI LAVORATORI DELL’AGENZIA SI E’ DETTO DISPOSTO A SPOSTARSI”
“Fino all’ultimo minuto l’Italia ha avuto successo” nella votazione per l’attribuzione
della nuova sede Ema, “immagino ci sia ora molta frustrazione, ma i criteri erano stati fissati prima, il sorteggio era nel regolamento“.
Da italiano, il direttore esecutivo dell’Agenzia del Farmaco Guido Rasi ha commentato così la sconfitta di Milano, il giorno dopo la decisione degli Stati europei di assegnare ad Amsterdam il compito di ospitare la sede authority persa da Londra dopo la Brexit.
“Certamente Milano — ha ribadito Rasi — era seriamente preparata per quanto riguarda i requisiti richiesti e infatti è arrivata in fondo. Apprezziamo l’ottima preparazione dell’Italia, simile a quella di pochi altri Stati e siamo comunque felici del fatto che così tanti Paesi abbiano lavorato e investito tanto per ospitare la nostra nuova sede, perchè questo dimostra quanto è importante l’Ema per l’Europa“.
Il numero uno di Ema ricorda anche che la città olandese era al vertice delle preferenze nel questionario fatto compilare ai dipendenti: “Amsterdam vanta il più alto tasso di ‘staff retention’”, cioè la maggiore percentuale di dipendenti Ema disposti a trasferirsi da Londra nella nuova sede.
“L’81% dei lavoratori dell’Agenzia — spiega Rasi -si è detto disposto a traslocare, ma questo significa che comunque perderemo circa 200 dipendenti“. Anche Milano si era affermata tra le prime quattro città preferite dai dipendenti, conquistando il 69%.
Il numero uno dell’Agenzia non prevede ritardi o problemi specifici nel trasloco verso la prescelta Amsterdam, almeno al momento attuale: solo “se qualcosa andasse storto, soprattutto a livello di mantenimento dello staff, ci potrebbero essere problemi nel settore dei dispositivi medici, delle linee guida, degli aggiornamenti e della legislazione veterinaria: potremmo non avere la capacità di affrontarli immediatamente. Ma lavoriamo per evitare qualsiasi carenza di medicinali o ritardo nell’approvazione di nuovi prodotti“.
Rasi ha infine confermato che rimarrà a capo dell’Ema “fino al 2020, successivamente tornerò alla mia carriera universitaria”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
OLANDA E DANIMARCA AVEVANO SCHIERATO IL LORO MINISTRO DEGLI ESTERI, L’ITALIA NO… ROSSI: “GOVERNO PASSIVO E INUTILE, GENTILONI PATETICO”
Il governo parla di “beffa” dal premier Gentiloni al ministro degli Esteri Alfano, i
retroscena dei quotidiani in edicola puntano il dito sul “tradimento” di Madrid e sulla “scelta” di Berlino di puntare su Bratislava per connessioni territoriale e forse in cambio di un appoggio a Francoforte cui sembrava destinata l’Eba, l’agenzia sulla vigilanza bancaria che è andata invece a Parigi che ha “battuto” Dublino al sorteggio”.
La Slovacchia fuori dai giochi dopo il turno di votazione ha deciso di non votare più e così che si è creata la condizione per cui a votare erano in 26.
Insomma l’Italia è arrivata al sorteggio senza avere i 14 voti necessari ad aggiudicarsi la sede di Ema: qualcosa nella diplomazia non pare avere funzionato fino in fondo. Sostenuta da Grecia, Cipro, Romania, Malta e molti altri Paesi che hanno preferito mantenere la riservatezza, ora l’Italia mastica amaro dopo aver lavorato per mesi ad accordi e alleanze, rifiutando la logica dei blocchi, convinta che il lavorio forsennato di un team istituzionale bipartisan e compatto avrebbe portato a casa il risultato.
A Bruxelles però Amsterdam e Copenaghen (arrivata al rush finale) avevano schierato i loro ministri degli Esteri, Halbe Zijlstra (nella foto, ndr) e Anders Samuelson, mentre l’Italia era rappresentata dal sottosegretario alle Politiche europee Sandro Gozi.
E proprio su questo punto il presidente della Lombardia, Roberto Maroni, parte all’attacco: “Io e Sala abbiamo fatto tutto per costruire un dossier competitivo. Resta il dubbio che fra seconda e terza votazione, quando c’era bisogno di essere lì e bastavano due voti, se ci fosse stato il Governo, il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri, magari le cose sarebbe andate diversamente”.
Lo ha detto il presidente della Lombardia, Roberto Maroni, sull’assegnazione di Ema. “Tutto si è giocato in mezz’ora. C’era il sottosegretario Gozi, forse una presenza più autorevole avrebbe fatto la differenza”.
Secondo Maroni, al posto del sorteggio, “sarebbe stato opportuno fare i calci di rigore, convocare Milano e Amsterdam al tavolo di Bruxelles, fare illustrare i due dossier e dopo l’Europa avrebbe dovuto assumersi le sue responsabilità : sono sicuro che in un confronto fra i due dossier, Milano avrebbe vinto. “Bisogna saper perdere? Se le regole sono giuste e la partita corretta. Qui c’è stata una scorrettezza. Anzi, un’incapacità dell’Europa di assumersi le sue responsabilità ”.
Ma su questo punto risponde direttamente: Le regole per l’assegnazione delle agenzie europee Ema e Eba, compreso il sorteggio finale, “sono state prese dai 27 ministri degli Esteri, non è questo l’indirizzo cui chiedere” dice il portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas, interpellato a riguardo. Schinas ha anche negato l’esistenza di divisioni nell’Ue. “Oggi non c’è ragione per parlare di scarto Nord-Sud o Est-Ovest”.
A pesare sui risultati anche la stizzita astensione della Slovacchia dopo che Bratislava è finita fuori dalla gara al primo round.
È stata la defezione del Paese di Visegrad a far approdare la partita al pareggio (13 a 13 al ballottaggio finale Milano-Amsterdam) dopo le aspettative deluse. Data in pole position fino all’ultimo in virtù del criterio politico della ridistribuzione geografica, la capitale slovacca è stata infatti schiacciata dalla statura tecnica di Milano (25 punti), Amsterdam e Copenaghen (20 punti ciascuno), senza possibilità di appello già alla prima votazione.
La seconda ha eliminato la capitale danese, poi l’epilogo. Con l’ipotesi del tradimento della Spagna.
“Agenzia del farmaco. Perso 1 miliardo e mezzo. E ci vogliono far credere che è colpa di un sorteggio. Dispetto della Spagna, biscotto nordico a favore di Amsterdam, astensione della Slovacchia. Non è colpa della sorte… e non a caso si è arrivati al sorteggio. È incredibile leggere questa mattina il mantra autoassolutorio della classe dirigente del nostro paese sulla vicenda Ema” dichiara in una nota Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana e fondatore di Articolo Uno-Mdp.
“Patetico — ha aggiunto Rossi — il commento del nostro premier che accusa la ‘sorte’ senza una sola riflessione sulla sua conclamata incapacità gestionale della vicenda. Mentre gli italiani tutti i giorni fanno i conti con le difficoltà del mondo del lavoro dell’economia, della corruzione, dilagante e della mafia ancora una volta chi ci dovrebbe dirigere non esercita la pratica dell’assunzione di responsabilità , che dovrebbe distinguere le istituzioni serie e che chiedono rispetto. Si consuma con la vicenda dell’Ema l’evidenza plastica del crollo della nostra reputazione internazionale e di questo governo passivo e inutile”
Una sconfitta con accuse interne è stata invece quella spagnola, col ministro degli Esteri Alfonso Dastis che ha attribuito all’indipendentismo catalano di Carles Puigdemont la colpa dell’uscita immediata di Barcellona.
Mentre il ministro degli Esteri danese Anders Samuelsen si è lamentato perchè la Svezia “ha tradito la cooperazione nordica col voto a Milano”, facendo finire fuori dalla gara Copenaghen.
E pare che proprio la Spagna abbia guardato verso l’Olanda piuttosto che verso l’Italia.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
IL RAMMARICO DI GENTILONI: CI SIAMO CANDIDATI IN RITARDO
A un certo punto della giornata, dopo un giro di visite in Piemonte, Paolo Gentiloni si
chiude con il suo staff in una saletta dell’aeroporto di Genova.
Squillano i telefoni, arrivano messaggi e WhatsApp, in un filo diretto con Bruxelles. La prima votazione, la seconda, la terza. Milano primeggia ma non riesce a sfondare. Il premier compone un numero, poi un altro, e un altro ancora: dal collega portoghese al leader estone allo spagnolo Rajoy, sms anche con Angela Merkel e il presidente francese Macron, fino all’ultimo minuto utile cerca di lavorare alla causa.
Quando, poco dopo le sei, la telefonata del sottosegretario Gozi spegne tutte le speranze, annunciando la sconfitta al sorteggio, l’amarezza ha il sapore della beffa, come scrive Gentiloni in un tweet.
E si accompagna a un’altra delusione: che alla corsa dell’Italia siano mancati i voti di due Paesi amici come Spagna e Germania.
«La candidatura di Milano era una delle più forti, abbiamo raccolto voti da varie parti d’Europa, a dimostrazione del nostro peso», ci si consola a partita ormai chiusa. Come sempre si fa in questi casi, si sono cercati accordi per riuscire a superare le votazioni. «E abbiamo dimostrato che nessun grande Paese ha convinto più di noi: entrambe le votazioni di ieri sono finite al sorteggio», sottolinea una fonte diplomatica facendo riferimento anche alla partita per l’Agenzia bancaria, per la quale l’Italia non concorreva.
Alla fine di tutto, quando non resta che ingoiare l’amarezza per un’occasione sfumata a un passo dal traguardo, nelle stanze di Palazzo Chigi non resta che ripercorrere le tappe della vicenda, consolandosi per il grande lavoro fatto.
«Siamo partiti in ritardo rispetto ad altre capitali, la prima riunione operativa con le varie istituzioni è stata fatta a gennaio. Molto in ritardo. Ma c’è stato un grande lavoro di squadra e siamo diventati competitivi», spiegano.
Una delle rare occasioni in cui, in Italia, si è riusciti a fare gruppo tra istituzioni di colori diversi, grazie anche all’ottimo rapporto tra il premier Gentiloni e il presidente della Lombardia Maroni.
«Subito, dato il ritardo con cui siamo partiti, pensavamo di correre per superare la prima fase: man mano che la candidatura cresceva, però, ci abbiamo veramente creduto».
Motivo per cui uscire all’ultimo miglio, non a causa di un dossier migliore ma per via del sorteggio, lascia l’amaro in bocca. «Non sono nemmeno i rigori…», ricorre la metafora calcistica, mentre ci si chiede se non sarebbe stato opportuno un peso maggiore della valutazione tecnica delle candidature fatta dalla Commissione europea e dall’Agenzia del farmaco.
Così come qualcuno sussurra deluso che avrebbe fatto piacere un aiuto da Madrid e da Berlino, che invece non è arrivato.
Recriminazioni e delusioni che ormai non servono a molto. «Però con questa partita abbiamo acquisito un grande credito nel contesto europeo», si consolano nell’entourage di Gentiloni. «Grazie a Milano e a tutti coloro che si sono impegnati», twitta il premier prima di lasciare la saletta dell’aeroporto di Genova. E rientrare a Roma, di umore così diverso da quello del mattino.
(da “La Stampa”)
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Novembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
NIENTE AGENZIA DEL FARMACO, NESSUN MONDIALE PER L’ITALIA… TRADITI DA GERMANIA E SPAGNA
“Potremmo fare a metà , come con il seggio all’Onu!”. La battuta, amarissima, è riecheggiata nei contatti diplomatici serali, nelle telefonate di congratulazioni dall’Italia all’Olanda.
Ma l’Agenzia europea del farmaco, assegnata ad Amsterdam per sorteggio contro Milano dopo una giornata di vorticose votazioni a Bruxelles, non è come il seggio non permanente al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Non si può dividere in due, quest’anno all’Italia, l’anno prossimo all’Olanda. L’Ema trasloca da Londra causa Brexit e si trasferisce ad Amsterdam. Milano e il sistema Italia sono fuori: per la seconda volta in una settimana.
Le voci che a sera tentano di spiegare come sono andati i voti segreti al consiglio Affari generali di Bruxelles indicano Spagna e Germania come responsabili.
Ci sono le loro impronte sulla sconfitta italiana: non hanno appoggiato Milano.
Certo, le qualificazioni per i mondiali sono cosa ben diversa dalla gara per ottenere la sede dell’Agenzia europea del farmaco: 900 dipendenti per un indotto di un miliardo e 700 milioni di euro. Ma il fatto di aver perso al sorteggio, dopo un pari Milano contro Amsterdam alla terza votazione, aggiunge azzardo alla competizione e toglie gioco diplomatico.
Avvicina insomma la corsa per Ema ad un evento sportivo, la allontana da quello che doveva essere: un processo democratico.
E però sono amare entrambe le eliminazioni. Quella dai mondiali, con il terremoto che hanno giustamente scatenato nel mondo del calcio. E quelle dalla gara per l’Ema. Benchè, come spiegano da Palazzo Chigi senza però riuscire a contenere l’amarezza: “Milano abbia resistito fino all’ultimo e abbia perso con la migliore in gara, in quanto Amsterdam è candidatura valida dal punto di vista tecnico-politico”.
Sì, ma alla fine tutta la tela diplomatica che il governo Gentiloni è riuscito a costruire intorno alla candidatura di Milano, riuscendo a strappare un sì persino all’Ungheria, paese dell’est non proprio ‘amico’ sul tema dell’immigrazione, non ha funzionato.
L’Italia non è riuscita a garantirsi tutti gli appoggi necessari per vincere. A sera, le voci che tra Roma e Bruxelles che tentano di dare un volto ai voti segreti che hanno tradito Milano, indicano Berlino e Madrid. Perchè Germania e Spagna sono i primi capri espiatori: non hanno sostenuto la candidatura italiana.
La Germania ha prima votato per Bratislava, città candidata dal blocco dei paesi dell’est che non ospitano alcuna agenzia europea.
Berlino ha tentato così di guadagnarsi i voti necessari ad eleggere Francoforte sede dell’Agenzia bancaria europea. Calcoli evidentemente sballati, visto che l’Eba è stata assegnata a Parigi: anche qui però si è deciso per sorteggio, dopo che la capitale francese è finita alla pari al ballottaggio contro Dublino.
Del resto, i tedeschi sono senza governo dalle elezioni di settembre, Angela Merkel è una leader in crisi: non c’è da stupirsi se questa debolezza abbia scatenato effetti anche sulle votazioni di oggi. Comunque sia, quando Bratislava è uscita di scena, la Germania si è spostata su Amsterdam, perchè geograficamente più contigua. Non su Milano.
Mentre la Francia ha appoggiato la candidatura italiana — come hanno fatto Grecia, Malta, Romania, Cipro – la Spagna invece non l’ha fatto, preferendo stringere patti con i paesi nordici piuttosto che con paesi mediterranei come il nostro.
Anche qui nessuna sorpresa: Madrid lo fa spesso. E anche Roma nei confronti di Madrid. E poi stavolta hanno avuto un ruolo anche i rapporti stretti tra il capo del governo spagnolo Mariano Rajoy e il premier olandese Mark Rutte, il primo conservatore del Ppe, il secondo liberale dell’Alde.
L’astensione della Slovacchia al ballottaggio Milano-Amsterdam ha fatto il resto. Ha di fatto determinato quella parità che ha obbligato al sorteggio.
“La mia valutazione è che la prima votazione ha fatto vedere il valore del dossier. Dalla seconda in poi ci sono state vorticose telefonate tra premier e diplomazie e si è giunti a questa conclusione, con questa grande sfortuna nel sorteggio”, commenta il sindaco di Milano Giuseppe Sala.
“E’ chiaro che perdere con l’estrazione a sorte, con la pallina estratta, lascia l’amaro in bocca. E’ come perdere una finale ai rigori: anzi di più, come perdere una finale con la monetina…”, dice Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari Europei inviato del governo a Bruxelles per le votazioni su Ema e Eba.
Eppure il meccanismo che oggi ha incoronato Amsterdam e Parigi (anche sull’Eba è finita a sorteggio) l’Italia l’aveva contestato, nei mesi scorsi di preparazione delle candidature. In quanto è un meccanismo che “non valorizza il lavoro di selezione fatto dalla Commissione Ue, rafforza candidature meno valide a fronte di quelle più adatte…”, dice una fonte di governo. Anche l’Olanda l’aveva contestato.
Ma alla fine ha avuto la fortuna dalla sua. L’Italia no: ha perso nella contestazione delle procedure e nel sorteggio finale. Ma soprattutto nella ricerca degli appoggi diplomatici che l’avrebbero messa al riparo dalle ‘scommesse’.
Del resto, con l’Olanda la fortuna è stata già tentata una volta alla semifinale degli Europei 2000. E andò bene: l’Italia vinse 3 a 1 ai rigori, per poi perdere la finale con la Francia.
La seconda volta — seggio Onu — è finita in pareggio, diciamo. La terza, male. Se ci si affida al caso, questo è il rischio.
(da “Huffingtonpost“)
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