Destra di Popolo.net

LA MERKEL NON CE LA FA, SALTA L’ACCORDO PER IL GOVERNO TEDESCO

Novembre 20th, 2017 Riccardo Fucile

I LIBERALI STACCANO LA SPINA ALLA TRATTATIVA

C’era una volta Angela Merkel, la Cancelliera che agli occhi del mondo garantiva stabilità  ad una Germania egemone in Europa.
Oggi, a due mesi dalle elezioni federali, quei vecchi equilibri sembrano un ricordo lontano. Dopo giorni di incessanti trattative con i suoi alleati bavaresi della Csu e i rappresentanti del partito dei Verdi e quello dei Liberali, la Mutti non è riuscita a formare una coalizione di governo.
La nascita di un cosiddetto ‘governo Jamaica’ (che avrebbe preso il nome dai colori dei suoi protagonisti) è definitivamente naufragata nel cuore della notte quando la delegazione dei Liberali ha abbandonato il tavolo delle trattative dicendo per bocca del suo leader Christian Lindner che non ci sono “nè le basi nè la fiducia per formare un governo”.
La Merkel ha annunciato la capitolazione definendo quello odierno come “il giorno del profondo ripensamento del futuro della Germania. Nelle prossime settimane definiremo un percorso che oggi non possiamo descrivere con precisione”.
Le ipotetiche alternative al governo giamaicano sono tre: il ritorno alle urne con lo scioglimento del relativo parlamento, la formazione di un governo di minoranza o la riedizione della Grande Coalizione.
A prescindere da quale sarà  l’esito finale emerge fin da subito un dato incontrovertibile.
Colei che era considerata la donna più potente del mondo non è riuscita a imporre la sua volontà  a due partitini entrati a malapena in parlamento (i Verdi con il 4,7%, i Liberali con il 7,3%).
La storia della Germania e dell’Europa vive pertanto una nuova fase di incertezza che segna chiaramente la fine di una stagione politica in cui sembrava che il potere della Cancelliera potesse fugare ogni debolezza e instabilità .
Già  fin dal giorno dopo le elezioni dello scorso settembre molti analisti concordano sul fatto di stare entrando in una nuova fase di incertezze a prescindere da ogni ipotetica formazione di governo.
“Il merkelismo per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi è finito” ha detto Gian Enrico Rusconi intervistato da Huffington Post spiegando che l’egemonia tedesca in Europa era tale perchè la Merkel riusciva a fornire stabilità  su uno scacchiere internazionale spesso instabile.
Difficilmente ciò sopravviverà  se la Cancelliera dovrà , come sta già  facendo, scendere ad accordi e rendersi ricattabile da due imprevedibili partiti di minoranza che propongono visioni esistenziali antitetiche l’uno rispetto all’altro.
Neanche la mediazione della potente Cancelliera e riuscita a conciliare le esigenze dei suoi piccoli alleati che hanno compromesso la formazione del governo del Paese leader in Europa.
I punti di incomprensione tra Unione, Verdi e Liberali che hanno condotto all-attuale situazione di stallo sono profondi, sia pratici che esistenziali.
Il principale pomo della discordia è la gestione dell’emergenza migratoria.
Fin da settembre tutti gli osservatori si sono chiesti come la Merkel avrebbe potuto, in caso di governo giamaicano, sintetizzare l’intransigenza dei Verdi con quella dei suoi alleati della Csu.
I primi credono nella società  multiculturale e fanno dell’accoglienza e dell’abbattimento delle frontiere europee un cavallo di battaglia.
I bavaresi, invece, da tempo criticano le politiche sull’immigrazione della Cancelliera arrivando addirittura a sfidarla apertamente.
Nel 2015, a seguito dell’abbattimento dei confini, invitarono in Baviera il presidente ungherese Viktor Orban ricevendolo con tutti gli onori ed esaltandone le politiche di respingimento dei flussi.
Da allora i leader della Csu non hanno mai smesso di esaltare l’intransigenza della vicina Austria nel barricare i confini con la Slovenia e lungo in Brennero, manifestando la volontà  di voler agire indipendentemente da Berlino.
Durante le trattative il litigio sull’immigrazione è incentrato sulla possibilità  di permettere il ricongiungimento famigliare ai profughi titolari di una protezione sussidiaria entrati nel Paese a partire dal 2015.
I Verdi sono voluti scendere a compromessi. “Abbiamo già  concesso molto, siamo arrivati al limite del dolore” ha commentato il verde Jurgen Trittin definendo le posizioni della Csu come “disumane”.
Anche i bavaresi, infatti, sono rimasti intransigenti rifiutando ogni apertura verso politiche migratorie più flessibili.
L’affermazione elettorale della destra di Alternative fuer Deutschland anche in Baviera, dove la Csu ha avuto per decenni il monopolio del voto conservatore, stanno spingendo il partito sempre più verso destra e con lui anche la Cdu che in sede di trattativa non si è quasi mai allontanato dalle posizione degli alleati. Il tentativo di mediazione dei liberali non e stato abbastanza efficace.
Un secondo ma non meno importante terreno di battaglia ha riguardato la questione finanziaria e il ruolo della Germania in Europa e nel mondo.
Su questo fronte il Liberali hanno superato a destra la Csu chiedendo l’approvazione di un piano finanziario strategico che preveda la puntuale riscossione dei crediti delle banche tedesche con i debitori stranieri.
Una strategia, questa, che avrebbe voluto confermare il ruolo egemone di Berlino nel del mercato unico europeo e la Germania come leader e garante di stabilità  al suo interno.
I Verdi, invece, non solo hanno chiesto maggiore flessibilità  ma hanno anche contestato la funzione egemone di Berlino negli equilibri europei in particolare per quanto riguarda il rapporto privilegiato che la Merkel ha instaurato negli ultimi anni con Putin.
Nonostante l’approvazione delle sanzioni anti-russe, infatti, il governo tedesco è riuscito ad ottenere l’attenzione e il rispetto di tutti i più importanti partner mondiali. E’ stata la Merkel, di fatto, a trattare a nome dell’Europa in occasione dei trattati di Minsk ed è sempre lei ad essere considerata da Mosca (come da Washington) come l’elemento di stabilità  in Europa.
I Verdi, però, chiedono che la politica estera tedesca non chiuda più gli occhi sulle violazioni dei diritti umani che avverrebbero nel Paese di Putin. Cosa che raffredderebbe i rapporti con Mosca e minaccerebbe gli importanti accordi sugli idrocarburi che rendono la Germania il vero broker del gas russo nel Vecchio Continente.
Oltre a questi vi sono altri terreni di battaglia che riguardano incomprensioni legate a un ipotetico rinnovamento del sistema pensionistico (le cui spese sono cresciute di ben 63 miliardi in un solo anno a seguito dell’invecchiamento della popolazione) e di quello fiscale (abolizione del cosiddetto programma “Soli”) oltre diverse vedute sulla gestione dei cambiamenti climatici.
Di fronte al fallimento del governo Giamaica ci si chiede ora quali alternative ci possano essere.
Il primo a esprimersi è stato il leader della socialdemocrazia Martin Schulz. “Gli elettori hanno bocciato la Grande Coalizione, la Spd si è presa a carico una responsabilità  politica e di Stato per questa repubblica” ha detto.
I socialdemocratici confermano ufficialmente la scelta di volersi svincolare dalla Merkel e sperano che si torni presto alle urne.
Ufficiosamente, pero, l’ufficio centrale del partito e gia stato contattato dai rappresentanti della Merkel per sondare una nuova possibilita di alleanza.
Pare pero che la linea vincente sia quella di non farsi fagocitare dai ‘neri’ della Cdu. Dopo aver ottenuto il peggior risultato della propria storia in occasione delle ultime elezioni la Spd ha dovuto riconoscere che l’alleanza con la Cdu-Csu non premia in termini elettorali e rischiava invece di trasformare il partito in una mera ala sinistra minoritaria della coalizione guidata dalla Cancelliera.
Per salvare la propria identità  politica e non diventare ulteriormente marginali hanno iniziato a rivendicare una nuova idnipendenza.
Un ipotetico ritorno al voto potrebbe rimettere in carreggiata i ‘rossi’ che, pur non potendo ambire al primo posto, potrebbero recuperare alcuni punti e affermarsi come grande polo di opposizione spostando così il baricentro politico nazionale verso sinistra.
Anche la formazione di un governo di minoranza presenta non pochi punti interrogativi.
La Merkel non ha portato a casa il risultato a causa dell’opposione di due partitini, come potrebbe riuscire a mandare avanti un Paese quando in parlamento avrebbe di fronte due opposizioni forti e potenzialmente molto determinate come la sinistra socialdemocratica e la destra di Alternative fuer Deutschland?
Un ritorno alle urne, invece, rimischierebbe totalmente le carte in tavola e non è assolutamente detto che la Cancelliera ne esca rafforzata.
Le trattative sono tuttora in corso, le certezze ancora poche, le tempistiche ancora lunghe. Ciò che è già  sicuro è che gli equilibri politici interni alla Germania stanno venendo ridisegnati.
A prescindere da quale sarà  la via che verrà  imboccata sembra essere ormai assodato il fatto che i vecchi rapporti di forza si stanno estinguendo. E che la nuova stagione politica che molti prevedevano è già  iniziata.
Per la Germania e, di conseguenza, per tutta l’Europa.

(da “Huffingtonpost”)

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RAJOY A BARCELLONA: “SONO QUI PER METTERE FINE AL DELIRIO SEPARATISTA E RECUPERARE LA CATALOGNA”

Novembre 12th, 2017 Riccardo Fucile

PRIMA VISITA DEL PREMIER DOPO LA DESTITUZIONE DELLE AUTORITA’ CATALANE

Ritorno in Catalogna per Mariano Rajoy.
Per la prima volta da quando la regione è stata commissariata da Madrid, il premier spagnolo ha visitato Barcellona. L’occasione è il lancio ufficiale della campagna elettorale del Partito Popolare della Catalogna in vista del voto del 21 dicembre indetto per scegliere il nuovo presidente della Generalitat, dopo la destituzione di Carles Puigdemont, ora in auto-esilio a Bruxelles.
La visita arriva all’indomani della grande manifestazione degli indipendentisti, scesi in piazza in 750mila contro le decisioni del governo spagnolo.
Rajoy, hanno ammonito i sostenitori pro-indipendenza, che non potrà  mai far “tacere” il Partito popolare della Catalogna (PPC), un partito che è la voce della “coraggiosa Catalogna”.
Il premier ha partecipato alla cerimonia ufficiale di presentazione di Xavier Garcìa Albiol che sarà  candidato alla Generalitat.
Durante l’intervento il primo ministro ha sottolineato come la decisione di applicare l’articolo 155 della Costituzione sia nata dopo aver “esaurito tutte le vie”. Rajoy ha difeso questa misura per porre fine al “delirio” dei separatisti “e ha osservato che la decisione è arrivata dopo aver esaurito tutti gli inviti” e i possibili mezzi “per frenare l’aggressione alla coesistenza”.
“Abbiamo dovuto recuperare il rispetto per la libertà  e la convivenza ed è stato urgente ripristinare l’autogoverno e l’interesse generale”, ha sottolineato il premier.
Secondo Rajoy era anche “impossibile restituire la legalità  alle istituzioni in Catalogna”. “Ecco perchè l’abbiamo fatto e non per un altro motivo”, ha aggiunto. Il primo ministro ha poi insistito sul fatto che il l’articolo 155 della Costituzione (che permette al governo spagnolo di obbligare una comunità  autonoma di rispettare determinate disposizioni costituzionali   o   di legge) è un “eccezionale, ma non esclusivo meccanismo di Spagna” e ha insistito sul fatto che i Paesi come la Francia e la Germania avrebbero fatto lo stesso se una delle loro regioni avesse detto che la Costituzione non si applicava in quel territorio.

(da agenzie)

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SVEZIA, SQUADRA DI RIFUGIATI CURDI PROMOSSA IN SERIE A

Novembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile

IL CLUB DAL KURD, FONDATO DA PROFUGHI TURCHI FUGGITI DA MARDIN, SI E’ FORMATO NEL 1984

Lo stemma appuntato sul petto, e i colori della maglia, sono quelli proibiti in Turchia: giallo, rosso e verde. I colori del Kurdistan.
Ma sotto questo insolito caleidoscopio di tinte, il Dal Kurd FF, squadra curda fin dalla sua ragione sociale, è stata promossa nella massima serie del campionato di calcio nazionale.   Una vera impresa. E nemmeno la prima, per questo club.
Che, adesso, riunisce i sostenitori di calcio curdi non solo in Iraq, Siria, Iran e Turchia (con toni più o meno accesi, a seconda del Paese dove si può manifestare in modo chiaro la propria fede sportiva), ma soprattutto fra le comunità  curde sparse in tutto il mondo.
Il Dal Kurd, infatti, giocherà  il prossimo Campionato in Serie A dopo ben 7 promozioni, di cui 5 addirittura consecutive.
Nella Svezia prossima avversaria della Nazionale italiana per la sfida alle qualificazioni dei Mondiali, parliamo ora di una società  addirittura giovanissima, fondata appena 13 anni fa.
Nel 2004 nove rifugiati curdi misero le basi per il club a Borlà¤nge, nella contea di Dalarna, 200 chilometri a nord di Stoccolma. Come simbolo: i colori del Kurdistan iracheno, la terra da cui erano fuggiti.
Altri erano invece scappati da Mardin, la bellissima città  storica nel sud est della Turchia, a causa della guerra fra l’esercito di Ankara e i guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan.
L’intento comune: costruire una “Nazionale” dei curdi, mettendo insieme il consenso globale che raccoglie l’immagine del calcio, con l’identità  di un popolo del quale ormai tutti nel mondo conoscono l’esistenza.
Con il tempo il Dal Kurd FF ha preso forza ed è cresciuto come società  e come squadra. Solo lo scorso anno l’associazione ha ceduto il 49% delle quote a due milionari, i fratelli Sarkat e Kawa Junad, anch’essi curdi e imprenditori nel settore delle comunicazioni.
E la sopravvenuta potenza economica, aggiunta alla decisione di richiamare l’allenatore svedese Andreas Brannstrom, ex calciatore che ha impostato un modulo d’attacco capace di sbancare il campionato cadetto, si sono rivelati la formula vincente.
L’altro giorno, vincendo in casa per 1-0 sul Gais, è arrivata anche la storica promozione nel massimo torneo della Svezia, con una giornata di anticipo sulla fine del girone.
I giocatori della “Nazionale” curda hanno le provenienze più diverse.
Molti gli svedesi, a partire dal portiere Frank Petterson. Ma poi ci sono americani (gli Stati Uniti sono il maggiore alleato dei curdi nella guerra contro i terroristi dell’Isis), un olandese, un giapponese, uno spagnolo, un serbo, un kosovaro, uno del Gambia e uno della Sierra Leone.
Ma fra gli svedesi, alcuni hanno nomi inequivocabilmente curdi. Il capitano, ad esempio, si chiama Peshraw Azizi, ed è figlio di un ex combattente peshmerga, nome dei “guerriglieri che guardano in faccia la morte”: “Mio padre — ha detto di recente in un’intervista – è stato per tanti in anni prima linea e io adesso continuo la sua battaglia, attraverso il calcio e non la guerra. Quando sono andato in visita ai ‘peshmerga’, mi hanno riconosciuto e mi hanno chiesto di farli felici col calcio. Per me, quella sportiva, è una lotta altrettanto importante per la questione curda”.
E la morte, alla squadra del Dal Kurd è stata davvero vicina. Il destino poteva prendere una piega diversa se nel 2015 il club, finito uno stage in Catalogna, avrebbe dovuto imbarcarsi sul volo Germanwings tragicamente precipitato sulle Alpi.
L’attesa da sostenere allo scalo di Dà¼sseldorf era stata giudicata eccessiva, così il portiere Petterson e i compagni, tutti già  con i biglietti in mano, preferirono cambiare la prenotazione rientrando in Svezia dividendosi su tre aerei con destinazione Zurigo e Monaco di Baviera, evitando in modo inconsapevole di restare coinvolti nel disastro.
La cavalcata nella Serie B svedese è stata questa stagione un vero trionfo. E il successo finale del Dal Kurd ha provocato un’ondata di festeggiamenti sui social da parte di centinaia di migliaia di curdi, che hanno accolto la notizia con gioia da svariati angoli del pianeta.
Da New York a Parigi, da Cuba fino alle Hawaii, sulla pagina Instagram del club appaiono in continuazione foto di tifosi che mostrano la sciarpa rossa, bianca e verde. Spiega il creatore del profilo Instagram della società , Agri Ismail: “Il Dal Kurd è riuscito a creare una realtà  che ha un legame forte con la comunità  locale, ma fornisce inoltre un polo di aggregazione alla popolazione curda sparsa nel mondo”.
Uno studio dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, sostiene che trovare lavoro in Europa con un nome mediorientale è statisticamente difficile. “Ma ora — aggiunge Ismail – i giovani curdi non hanno solo una squadra da tifare, ma anche un modello di riferimento a cui ambire”.
Il sogno della squadra curda è adesso quello di sfidare un team turco. La Turchia non si è qualificata per i prossimi Mondiali di Russia, ma le sue formazioni sono ben note in Europa.
A partire dal Besiktas, oggi Campione di Turchia e club in testa al suo girone in Champions League, per non parlare del Fenerbahce o del Galatasaray.
Il Dalkurd dovrà  assemblare ora una formazione adatta alla massima Serie in Svezia, e i suoi manager si dicono pronti a viaggiare, imparare, e incontrare società  europee con cui possano scambiare esperienze e far crescere il loro progetto.
Idea nata per togliere i ragazzi curdi dalla strada, che ha seguito il modello di un’altra squadra scandinava, l’incredibile Ostersunds, in grado in pochi anni di scalare le posizioni nel calcio svedese partendo dai dilettanti.
Quest’anno addirittura, per scherzo del destino, ha esordito in Europa League eliminando proprio la corazzata turca del Galatasaray grazie a un rigore del suo centravanti Brwa Nouri, nato in Kurdistan e rilanciato
A Istanbul, Nouri si è preso gli insulti, ma ha poi zittito la contestazione segnando la rete.
Nella società  si guarda già  al prossimo anno. Non è infatti ancora chiaro dove la formazione disputerà  ore le prime gare casalinghe nella nuova Serie. La dirigenza vorrebbe infatti lasciare la cittadina di Borlà¤nge, in polemica con la locale amministrazione comunale
Il club gioca attualmente le proprie partite casalinghe al Domnarvsvallen, stadio da circa 6.500 posti condiviso con l’altra squadra cittadina, l’IK Brage.
Un impianto vecchio, costruito nel 1925. Adesso, però, il Dal Kurd deve guardare al rinnovamento. E a uno stadio nuovo.

(da “La Stampa”)

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CONFUSO PIU’ DEL SOLITO: PUIGDEMONT DICE DI NON VOLERE L’ASILO POLITICO (ANCHE PERCHE’ NESSUNO GLIELO DAREBBE) MA NON TORNA A BARCELLONA

Ottobre 31st, 2017 Riccardo Fucile

DOVE STIA LA “GRAVE PERSECUZIONE” DI CUI SAREBBE VITTIMA LO SA SOLO LUI…   E IL GOVERNO BELGA GLI NEGA LA LOCATION PER LA CONFERENZA STAMPA

«Non sono qui per chiedere asilo politico». Carles Puigdemont rompe il silenzio, lacera la cortina di mistero che ha avvolto un viaggio a Bruxelles per quella che tutti hanno pensato essere una fuga e che per certi aspetti lo resta.
Il leader indipendentista catalano dice di non volere protezione, ma resterà  nella capitale europea fin quando non ci saranno le condizioni per rientrare in Spagna. Ammette di temere per la propria incolumità , perchè il governo spagnolo avrebbe tolto ogni garanzia di «protezione» e sarebbe pronto ad aprire un processo «non equo» e quindi ingiusto nei confronti della classe politica catalana che ha portato alla dichiarazione d’indipendenza.
In una sala stampa piena in ogni ordine di posto, Puigdemont ha offerto l’immagine di un leader indebolito, confuso. «Non vogliamo fuggire dalla giustizia, non vogliamo fuggire dalle nostre responsabilità », dice.
Ma subito dopo chiede che sia l’Europa a garantire sicurezza, quando l’Europa non è in grado di poter ascoltare.
Per poter chiedere asilo in uno Stato membro dell’Ue bisogna riuscire a dimostrare che sussista il serio rischio di una grave persecuzione.
Difficilmente ciò avviene in Europa, e appare difficile che Puigdemont possa chiederlo e ottenerlo.
Lui nega di volere asilo, salvo iniziare a parlare dei rischi che l’attendono in Spagna. «Cerco delle garanzie che per il momento non ci sono in Catalogna. Non c’è desiderio di giustizia, ma di vendetta».
E poi, ricorda, secondo la legislazione nazionale «oggi il reato di ribellione è equiparato al reato di terrorismo». Ecco servite le premesse per un’eventuale dimostrazione di persecuzione.
Il leader catalano non chiede asilo, non per ora almeno, ma ammette che resterà  fuori dalla Catalogna. «Non so quanto resterò qui. Se ci saranno le garanzie immediate di un trattamento equo da parte del governo, che possa garantire a tutti noi, soprattutto a me, un processo equo e una protezione, allora tornerò subito».
Fino a quel momento nessun rientro in Catalogna, in quello che definisce il suo «Paese», a sottolineare la distinzione con la Spagna e il suo governo.
«Ci siamo spostati a Bruxelles per portare il problema catalano al cuore dell’Europa, a sollevare il problema della la politicizzazione della giustizia» in Spagna.
E’ un passaggio chiave di una conferenza stampa durata meno di 40 minuti.
I catalani hanno voluto trasformare la crisi catalana in una questione comunitaria, convinti che questa sia e debba essere una crisi di tutti. Lo sottolinea due volte Puigdemont. «Sono qui a Bruxelles in quanto capitale dell’Europa. Ho deciso di venire non in Belgio ma a Bruxelles, che è la capitale dell’Unione europea, perchè per noi questa è una questione europea».
Ma si presenta in una città  deserta, con il Parlamento europeo in «settimana verde», come si dice nel gergo degli addetti ai lavori. Sono tutti in missioni all’estero, e lo stesso vale per la Commissione. Europarlamentari e commissari sono tutti via, l’Europa non c’è.
Neppure il Belgio giocherà  un ruolo in questa partita, ammette il leader catalano. «Non abbiamo contatti con esponenti politici belgi».
Ciò nonostante il ministro per l’Immigrazione del Belgio, Theo Francken, esponente del partito indipendentista N-Va, si sia detto disponibile a dare asilo alla leadership catalana. «Non sono qui per mischiare una questione catalana con la politica belga».
Anche perchè il Belgio mostra di non voler offrire alcuna sponda ai secessionisti.
I catalani avevano provato a organizzare la conferenza stampa nel Residence Palace, l’edificio che ospita la stampa internazionale, struttura messa a disposizione dalle autorità  belghe.
Proprio queste ultime non hanno concesso l’utilizzo degli spazi chiesti dai catalani.   Puigdemont rivendica il proprio operato. Dice di aver agito in modo «democratico, pacifico, calmo».
Accusa il governo di Madrid per aver provocato il caos ricorrendo alla violenza in occasione del referendum, con l’invio della Guardia Civil e tutto quello che ne è scaturito. Q
uindi invita i catalani al voto, di nuovo. «Il 21 dicembre noi rispetteremo le elezioni, lo farà  anche il governo spagnolo? Governo spagnolo, siete pronti a rispettare le elezioni di dicembre? Senza ambiguità  dirlo».
L’auspicio di Puigdemont è che a dicembre vinca il fronte nazionalista, che gli indipendentisti disegnino un Parlamento catalano ancor più forte in senso separatista di quello commissariato.
Non è scontato, perchè sembra esserci un nutrito fronte di autonomisti anti-indipendentisti. Puigdemont è stato accolto a Bruxelles da un gruppo di spagnoli che mostravano entrambe le bandiera spagnola e catalana, al grido di «Viva la Catalogna, viva la Spagna», e manifesti con su scritto «Puigdemont parla a nome di metà  della popolazione catalana».

(da “La Stampa”)

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E’ FINITA IN FARSA, PUIGDEMONT ALLA RICERCA DI UN ASILO IMPOSSIBILE

Ottobre 31st, 2017 Riccardo Fucile

IL PARTITO NAZIONALISTA FIAMMINGO LO SCARICA: “NON LO ABBIAMO CERTO INVITATO NOI”

La vicenda dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, scappato in Belgio a elemosinare un asilo politico quasi impossibile dopo aver chiesto ai suoi di fare “resistenza democratica”, può essere letta come la parabola dell’avventurista.
I quotidiani spagnoli, ma anche quelli catalani, ne danno un giudizio inesorabile.
Il suo inanellare un errore dietro l’altro ha portato la Spagna e la ‘sua’ Catalogna in una situazione paradossale, scatenando una crisi che solo il voto anticipato di dicembre potrà  sciogliere.
§Il tutto per poi scappare, senza dire una parola, dai nazionalisti fiamminghi su consiglio di un altro avventurista della politica: Theo Francken, segretario di stato belga per le politiche di asilo e migrazione, già  nell’occhio del ciclone per aver partecipato al novantesimo compleanno di uno dei più noti collaborazionisti fiamminghi dei nazisti durante la Seconda guerra mondiale, e per dichiarazioni ostili verso migranti e gay.
Finisce in farsa, dunque, anche se le conseguenze politiche, in entrambi i Paesi e per l’Ue, ci sono.
La Catalogna si ritrova spaccata in due, con la marea unionista che ha sfilatoin Plaza Catalunya a chiedere l’arresto dell’ex president, e il popolo indipendentista che si sente sempre più tradito e confuso.
I commentatori catalani danno tutta la colpa all’avventurismo di Puigdemont e non gli perdonano l’ultimo ‘errore’: non aver avuto i nervi abbastanza saldi giovedì scorso per resistere alle pressioni degli alleati e alle sdrucciolevoli offerte di Madrid e convocare le elezioni, salvando le istituzioni catalane.
Puigdemont è entrato così nella storia come il secondo presidente catalano ad avere proclamato la Repubblica. Ma con un risultato effimero, come fu quello ottenuto da Lluis Companys nel 1934.
La Repubblica allora durò 11 ore prima di essere soffocata nel sangue da Madrid. Companys venne arrestato, condannato a 30 anni, poi fucilato dal franchismo. Il president rischia la stessa fine, fucilazione a parte s’intende.
La procura spagnola ha chiesto già  la sua incriminazione: rischia 30 anni, nonostante la sua ‘rivoluzione’ sia stata tutta pacifica.
I commentatori hanno visto un Puigdemont “abbattuto” da giovedì. Il president si è sentito tradito da tutti. Dalla piazza che lo ha fatto passare da eroe a “traditore” in 5 minuti, quando stava per firmare la convocazione delle elezioni.
Dal suo alleato Oriol Junqueras, che l’ha messo con le spalle al muro minacciando di far cadere il governo. Dal ‘nemico’ Rajoy, che giovedì a mezzogiorno non lo ha chiamato per confermare lo stop al 155 promesso dal mediatore basco Urkullu.
Indipendentista da sempre, Puigdemont non ha cercato il potere, spiega il suo amico Antoni Puigverd. È diventato presidente per caso dopo la rinuncia di Artur Mas. Lo è stato con “franchezza, empatia, naturalezza”, lo difende Puigverd.
“Certo, nel momento della verità  non ha avuto i nervi d’acciaio, la punta di cinismo e il senso della realtà , la durezza dei grandi politici, figlia di ambizioni eroiche: governare il destino dei popoli”. “Ma l’ambizione di Puigdemont – dice Puigverd – è solo essere parte della gente, della sua gente”, in mezzo alla quale si è tuffato sabato e domenica a Girona, prima di volare a Bruxelles.
Qui andrà  incontro, con tutta probabilità , a un’altra porta in faccia. Già  ieri sera il primo ministro belga Charles Michel aveva chiarito che l’ipotesi di concedere asilo politico a Puigdemont “non è assolutamente all’ordine del giorno” del governo belga.
In serata anche il partito nazionalista fiammingo N-Va prende le distanze, precisando che “se Puigdemont è a Bruxelles, non è certamente stato invitato da noi”.
L’imbarazzo è evidente, sia per il presidente destituito che per il premier belga, che pure deve fare i conti con un cortocircuito interno (i nazionalisti fiamminghi rappresentano la principale forza politica a livello federale dopo le elezioni del 2014: da loro, e dai loro 31 seggi alla Camera dei rappresentanti, dipende il futuro del governo).
Rimasto solo, fatta eccezione per il manipolo di ex ministri che l’ha seguito a Bruxelles, Puigdemont ha scelto di tacere per tutto il giorno.
Probabilmente sa anche lui che di avere pochissime chance di diventare un rifugiato politico: i casi di asilo intra-Ue sono rarissimi e riguardano perlopiù minoranze etniche come i rom.
Per Bruxelles, concedergli l’asilo significherebbe dubitare che la Spagna sia in grado di assicurargli un processo e un trattamento equi, circostanza che creerebbe una frattura insanabile con Madrid.
Per questo il governo belga è imbarazzato, e ha isolato il ministro nazionalista fiammingo che vorrebbe spezzare quel cordone di sicurezza stretto dall’Ue attorno alla questione catalana.
A uscire bene, in tutta questa vicenda, sono i Mossos d’Esquadra, la polizia regionale catalana, e il loro ormai ex comandante Josep Lluis Trapero. Accusato di sedizione e sottoposto a regime di libertà  vigilata, Trapero è stato rimosso dalla guida dei Mossos. Ma invece di tentare la fuga o alimentare i contrasti, l’ex comandante ha scritto una lettera ai suoi invitandoli “alla calma e alla comprensione”. “Proteggere e garantire la sicurezza delle persone è la nostra priorità . Continuiamo a lavorare normalmente”, sono le sue parole.
In fuga e silente, invece, resta l’ex presidente catalano. Secondo fonti citate dalla stampa catalana, Puigdemont dovrebbe comparire in conferenza stampa per spiegare i motivi del suo improvviso viaggio in Belgio. Insieme a cinque ex ministri del suo govern, il president avrebbe prima viaggiato in auto fino a Marsiglia, per poi imbarcarsi alla volta della capitale d’Europa.
Così facendo, ha portato nel cuore dell’Ue tutta la goffaggine e l’inadeguatezza di un leader politico che ha cavalcato una causa populista senza prima assicurarsi di aver allacciato la sella. Ma il paradosso è anche per il debole governo belga, la cui fragilità  ha permesso alla ‘farsa’ catalana di finire proprio nel centro di un’Europa a sua volta sempre più fragile.

(da “Huffingtonpost”)

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UN MILIONE DI UNIONISTI INVADONO LE STRADE DI BARCELLONA: “GOLPISTI IN PRIGIONE”

Ottobre 29th, 2017 Riccardo Fucile

LA DIMOSTRAZIONE CHE LA MAGGIORANZA DEI CATALANI NON VUOLE L’INDIPENDENZA

Un milione di persone hanno partecipando alla manifestazione unionista a Barcellona, organizzata da Societat Civil Catalana per respingere “l’attacco senza precedenti nella storia della democrazia” che la dichiarazione d’indipendenza approvata dal Parlament ha rappresentato.
Le immagini trasmesse dalle tv spagnole e dai siti web mostrano migliaia di persone in strada con bandiere spagnole e catalane, assieme a grandi bandiere europee.
Lo slogan della manifestazione è ‘Tutti siamo Catalogna’. Sono presenti molti leader politici, tra cui la ministra della Sanità  Dolors Montserrat, il leader del Ppc Xavier Garcà­a Albiol, il presidente di Ciudadanos Albert Riversa e la leader catalana Ines Arrimadas, il primo segretario del Psc Miquel Iceta.
Tra gli slogan che si sentono ci sono ‘Viva Spagna e viva Catalogna’, ‘Puigdemont in carcere’, ‘Golpisti in prigione’, ‘Tutti siamo Catalogna’.
Alla fine della manifestazione hanno preso la parola l’ex ministro del Pp Josep Piquè, l’ex ministro socialista Josep Borrell e l’ex leader del Pce Paco Frutos. Sulla città  volano elicotteri, mentre molte zone sono transennate per sicurezza, si vede nelle immagini diffuse dalla tv e dai media online.
E a preoccupare gli indipendisti è quanto emerge da un di Sigma Dos pubblicato stamane da El Mundo: i partiti che vogliono la secessione dalla Spagna potrebbero perdere la maggioranza assoluta del Parlamento alle elezioni del 21 dicembre, anche se il margine sottile tra le due parti prevede una campagna fortemente combattuta.
Il sondaggio è stato realizzato intervistando mille persone tra martedì e giovedì, proprio mentre il governo centrale spagnolo si preparava a prendere il controllo della Catalogna che poi venerdì ha proclamato l’indipendenza.
Se le elezioni dovessero tenersi oggi, agli indipendentisti andrebbe il 42,5% dei voti, pari a 61-65 seggi mentre la maggioranza nell’assemblea catalana è di 68.
Gli unionisti invece otterrebbero il 43,4% dei seggi.
Nelle ultime elezioni del 2015, i separatisti vinsero con il 47,7% dei voti conquistando 72 seggi.

(da agenzie)

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CATALOGNA, LA PAURA PER L’ORDINE PUBBLICO E LO SPETTRO DELLA DOPPIA LEGALITA’

Ottobre 28th, 2017 Riccardo Fucile

LE DOMANDE CHE SI PONE L’OPINIONE PUBBLICA INTERNAZIONALE

Che validità  ha il voto del parlamento catalano?  
Dal punto di vista della legalità  spagnola nessuna. La risoluzione si basa sui risultati di un referendum illegale e la stessa votazione sarà  sicuramente annullata dal Tribunale costituzionale nelle prossime ore.
Puigdemont rischia il carcere?  
Sì e non solo lui. Il capo della Generalitat (destituito) si potrebbe essere macchiato del reato di “ribellione”, pena massima 25 anni. Le procure sono già  al lavoro. Rischiano anche i membri del suo governo e i parlamentari, anche se la mossa del voto segreto mette in difficoltà  i giudici.
Come ha reagito Rajoy?  
Il premier spagnolo ha destituito ieri sera Puigdemont e tutto il governo catalano. Sciolto anche il parlamento di Barcellona. La Catalogna tornerà  al voto, secondo il governo, il prossimo 21 dicembre.
Quando dovrà  lasciare l’incarico Puigdemont?  
Non appena il decreto di rimozione sarà  pubblicato sulla gazzetta ufficiale spagnola e se continuerà  ad esercitare le sue funzioni sarà  anche accusato di usurpazione di potere.
Si potranno presentare i partiti indipendentisti alle prossime elezioni?  
La legge spagnola parla chiaro: solo i partiti che appoggiano il terrorismo sono considerati illegali. Quindi non c’è nessuna preclusione. Ma alcuni esponenti del partito di Rajoy dicono esplicitamente che dovranno partecipare solo i movimenti che riconoscono la costituzione. Un modo per escludere i secessionisti. Per farlo andrebbe cambiata la legge.
Quali sono i rischi maggiori per l’ordine pubblico?  
Metà  della popolazione catalana non riconosce lo scioglimento delle cariche della Generalitat operata da Madrid. Esiste il rischio di una doppia legittimità . I funzionari e i dirigenti non lasceranno di proposito i loro uffici. A Madrid si teme per la reazione della piazza davanti alla rimozione fisica di Puigdemont dal Palau della Generalitat (che ieri è stato circondato da indipendentisti in festa): «Come lo cacciamo?», ci si chiede nella capitale. L’ala dura del movimento lo ha già  detto chiaramente: «Bisogna difendere le nostre istituzioni».
Come si gestirà  l’ordine?  
In Catalogna sono stati inviati, da un mese ormai, molte migliaia di poliziotti spagnoli. Per ora le manifestazioni sono state completamente pacifiche, ma il «ripristino della legalità  costituzionale» sarà  complicatissimo.
Quali altre cariche sono state destituite?
Il governo spagnolo ha cacciato anche il direttore generale dei Mossos, il maggiore dei Mossos Josep Lluà­s Trapero, i delegati del governo catalano a Madrid e Bruxelles. Verranno chiuse anche le “ambasciate” catalane aperte in questi anni nel mondo, Roma compresa. Il governo spagnolo ha sempre criticate le attività  politiche di questi uffici.
Da chi verrà  sostituito Puigdemont?  
A quanto pare non ci sarà  un prefetto mandato a Barcellona, ma ogni ministero spagnolo dovrà  guidare i rispettivi uffici che si troveranno senza vertici.

(da “La Stampa”)

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QUATTRO SCENARI PER LA CATALOGNA

Ottobre 28th, 2017 Riccardo Fucile

IL PIU’ PROBABILE E’ CHE LA REGIONE REAGISCA CON LA DISOBBEDIENZA CIVILE, MA POTREBBE ANCHE ANDAR PEGGIO

Destituzione del presidente catalano Carles Puigdemont e di tutti i suoi consiglieri, convocazione di elezioni in tempi brevi, limiti all’azione del Parlament per evitare un eventuale dibattito sull’investitura di un nuovo presidente.
Sono queste le principali misure di commissariamento della Catalogna decise dal Senato su richiesta del premier Mariano Rajoy in base all’articolo 155 della Costituzione, oltre al controllo dei Mossos d’Esquadra, la polizia locale. Non è passata invece la richiesta di mettere sotto controllo la radio-tv pubblica catalana.
Intanto la Procura Generale dello Stato ha pronta la denuncia per il delitto di ribellione contro gli artefici della dichiarazione di indipendenza approvata ieri dal Parlament di Barcellona, un’azione penale che colpirà  almeno i membri del governo e la dirigenza del Parlament che ha consentito il voto.
Il delitto di ribellione, previsto dagli articoli 472 e seguenti del Codice penale spagnolo, prevede pene fra i 15 e i 25 anni di reclusione per coloro che “incoraggiando i ribelli, abbiano promosso o sostenuto la ribellione” e per “i capi principali di questa”.
Coloro che esercitano un ruolo ‘subalterno’ rischiano fra i 10 e i 15 anni di carcere e per i meri partecipanti sono previste condanne fra i 5 e i dieci anni di detenzione. La pena più alta, 30 anni di carcere, si può comminare ai capi di una insurrezione armata che abbia provocato devastazioni o violenza.
Il delitto di ribellione è previsto per quelli che si sollevano in modo “pubblico e violento” perseguendo una serie di obiettivi come la violazione, la sospensione o la modifica della Costituzione o la dichiarazione di indipendenza di una parte del territorio nazionale.
Fu il reato per il quale furono puniti gli autori del colpo di Stato del 1981.
Oggi la Procura prepara una denuncia contro il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont; la presidente del Parlament, Carme Forcadell, i membri del governo e i membri della Mesa che hanno permesso di votare la dichiarazione di indipendenza.
Ma non è stato ancora deciso se esercitare l’azione penale solo contro di loro e questa mattina la Procura ha ventilato l’ipotesi che si possa agire contro “tutti” quelli che hanno partecipato agli atti delittuosi.
Finora, la Procura Generale dello Stato non ha deciso quale sara’ il tribunale competente, che dipende dagli effetti e dagli scenari che si apriranno con l’applicazione dell’articolo 155.
Quattro sono gli scenari possibili per la vicenda che coinvolge Catalogna e Spagna.
Il più probabile è che alla sospensione del governo autonomo la regione reagisca con la disobbedienza civile, ovvero con scioperi e manifestazioni che metterebbero il governo spagnolo di fronte al dilemma di rischiare un intervento che prevederebbe la violenza nei confronti di cittadini spagnoli oppure di avventarsi in un lasciar passare che rischierebbe di mettere in ginocchio il paese.
Un altro scenario prevede la presa del potere da parte dei ministeri nazionali e la destituzione di chi si oppone all’amministrazione ordinaria; in questo caso non sarà  facile piegare i funzionari pubblici già  indipendentisti ma potrebbe essere più semplice da parte del governo centrale accettare un certo livello di disobbedienza senza usare la forza, puntando invece a isolare politicamente gli indipendentisti, facendo leva anche sul fattore economico
Il terzo scenario prevede invece uno scontro di potere con i sindaci che appoggiano oggi la nuova repubblica e potrebbero garantire i fondi per un governo secessionista: già  da un anno c’è chi versa le tasse al fisco catalano, la prossima mossa potrebbe essere smettere di versare le tasse dei dipendenti comunali per attuare una costruzione “politica” di un contropotere che si potrebbe così organizzare per proclamare successivamente l’indipendenza.
L’ultimo scenario è quello peggiore: il conflitto che deflagra con la polizia catalana che si ribella a Madrid. I Mossos sono armati: finora si sono “semplicemente” rifiutati di eseguire gli ordini, adesso potrebbero muoversi per l’attuazione della rivoluzione.
Con la secessione dalla Spagna, la Catalogna vuole rilanciare il proprio sogno di trasformarsi in una sorta di “Svizzera del Mediterraneo”, uno Stato indipendente con una superficie e una popolazione (7,5 milioni di abitanti) simile alla ricca Confederazione elvetica.
Nella regione catalana vive il 16% della popolazione spagnola e si produce un quinto della ricchezza nazionale, grazie al fatto che è la roccaforte del sistema manifatturiero e ha in Barcellona, la seconda città  del Paese, un formidabile brand di attrazione mondiale. Vi sono un forte senso identitario, una lingua molto diffusa e un territorio da cui passa una delle due grandi vie di comunicazione che uniscono la penisola iberica al resto d’Europa. Il traffico di El Prat, l’aeroporto di Barcellona, è paragonabile a quello di Barajas, lo scalo di Madrid.
L’economia catalana è indubbiamente forte. Secondo gli ultimi dati disponibili — riportati in un rapporto dell’Ispi — nel 2015 il Pil catalano ammontava a 204 miliardi di euro.
E’ una cifra equivalente al 19% del Pil spagnolo, il che significa che, se la Catalogna realizzasse davvero l’indipendenza, avrebbe dimensioni superiori a quelle di 15 altri paesi dell’Unione europea (superando per esempio Portogallo e Grecia).
La Catalogna costituisce dunque una parte rilevante dell’economia spagnola, con un’importanza all’incirca doppia rispetto a quella che la Scozia ha per il Regno Unito (10% del Pil nazionale).
E’ inoltre la quarta regione piu’ ricca della Spagna, con un Pil pro capite di circa 28.000 euro contro una media nazionale di poco più di 23.000 euro. E’ tuttavia superata sia dalla regione della capitale, Madrid (quasi 32.000 euro pro capite), sia dagli autonomisti Paesi Baschi (31.000 euro).

(da “NextQuotidiano”)

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GAME OVER CATALOGNA, RAJOY CHIEDE AL PARLAMENTO DI DESTITUIRE PUIGDEMONT E IL SUO GOVERNO

Ottobre 27th, 2017 Riccardo Fucile

“ELEZIONI IN SEI MESI, NON C’E’ ALTERNATIVA”

“Non c’è alternativa” all’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione: “bisogna ricorrere alla legge per fare rispettare la legge”.
Lo ha detto il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy nel suo intervento davanti al Senato, chiamato oggi a votare sull’attivazione dell’articolo 155 della Costituzione che permette al governo di Madrid di sospendere il governo autonomo catalano e commissariare di fatto la regione.
Rajoy ha sottolineato che in Catalogna si è verificata “una violazione evidente delle leggi” e quindi “della democrazia e dei diritti di tutti”. Tutto ciò, ha scandito Rajoy, “ha conseguenze”.
La prima mossa sarà  destituire il presidente catalano Carles Puigdemont e tutti i membri del Govern. Poi ci sarà  la convocazione di nuove elezioni in Catalogna “il più presto possibile”, entro sei mesi, dopo il commissariamento della regione ribelle che sarà  autorizzato oggi dalla Camera alta.
Rajoy ha ricordato che il governo di Madrid ha dato per due volte l’opportunità  a Puigdemont di chiarire se avesse dichiarato o meno l’indipendenza nel Parlament catalano, lo scorso 10 ottobre.
Ma Puigdemont “non ha voluto” rispondere e in tal modo è stato lui stesso che ha “scelto” che venga attivato l’articolo 155: “lui e solo lui”, ha rincarato Rajoy, aggiungendo che nessun governo democratico avrebbe potuto rimanere “impassibile come se no fosse successo nulla” di fronte alla sfida indipendentista catalana.

(da “Huffingtonpost”)

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