Aprile 13th, 2017 Riccardo Fucile
LEI CITA SPESSO L’ECONOMISTA ANTI-EURO COME RIFERIMENTO, MA LUI LA GELA; “IL FATTO DI ESSERE CRITICO VERSO L’UNIONE EUROPEA NON VUOL DIRE CHE IO ABBIA COSE IN COMUNE CON LEI”… “LA FRANCIA NON E’ ABBASTANZA GRANDE PER PROSPERARE CON ECONOMIE SOVRANISTE, SAREBBE TRAVOLTA DA UNA FUGA DI CAPITALI”
Le politiche economiche anti-europeiste del Front National, che prevedono non solo l’uscita
unilaterale dall’euro ma anche una vera e propria ‘Frexit’ con il divorzio dell’Unione europea “danneggerebbero l’economia francese”.
A poco più di una settimana dal primo turno delle elezioni presidenziali francesi, il premio Nobel per l’economia 2008, l’americano Paul Krugman prende posizione sul programma del partito nazionalista di Marine Le Pen, sostenendo che “il prezzo dell’uscita dall’euro e la reintroduzione di una moneta nazionale sarebbe altissimo”. Noto per la sua posizione critica sull’euro e sulle politiche di austerità introdotte nell’eurozona dal 2010, Krugman tiene tuttavia a prendere le distanze dal FN.
E in un intervento sul sito del New York Times, spiega quali sarebbero, per la Francia, i danni provocati dall’uscita dalla moneta unica: a partire da “una massiccia fuga di capitali che causerebbe una crisi bancaria, un controllo del flusso di capitali e la chiusura temporanee delle banche”.
Mentre “i problemi legati alla conversione valutaria dei contratti -sottolinea — creerebbero un pantano legale e le aziende sarebbero colpite da un lungo periodo di confusione e incertezza”.
Se l’economista americano considera l’euro un “progetto imperfetto”, sostiene tuttavia che c’è una enorme differenza tra il fatto di non aderire alla moneta unica — come è stato per la Svezia, il Regno Unito o l’Islanda — e il fatto di uscirne dopo avervi aderito.
Secondo Krugman, infatti un’uscita dall’euro avrebbe potuto essere profittevole per la Grecia ma non per la Francia che non è assolutamente nella stessa situazione economica.
“Mi dispiace, ma la Francia non è abbastanza grande per prosperare con politiche economiche nazionaliste, centrate su se stessa”, afferma.
“Il fatto che Le Pen ed economisti come me siano critici verso la politica europea non significa che abbiamo delle cose in comune“, si smarca Krugman, anche alla luce del fatto che il Front National cita regolarmente il suo nome per giustificare l’uscita dall’euro.
(da agenzie)
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Aprile 8th, 2017 Riccardo Fucile
“SE ENTRANO IN 100.000 E 7 DIVENTANO JIHADISTI E’ GIUSTO RESTARE APERTI, E’ UN RISCHIO CHE VALE LA PENA CORRERE”
“Se entrano in 100 mila e 7 diventano jihadisti non è un buon motivo per chiudersi: se lo facciamo
falliamo in umanità “. Jonas Jonasson, lo scrittore svedese che si è conquistato fama mondiale con “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” parla al Corriere della Sera.
Se accogli centinaia di migliaia di immigrati provenienti da Paesi islamici, se dai riparo a tutte queste vite disperate, è naturale poter “importare” anche qualche terrorista. È il prezzo da pagare per la nostra società aperta. Ma è giusto farlo, è un rischio che vale la pena correre. La Svezia e la Germania hanno mostrato una grande responsabilità in questo. Preferisco vivere in una società aperta che nel suo contrario. Come potremmo vivere in un mondo fatto così?».
“La Svezia non è un paradiso perduto. È ancora un Paese pacifico. Se si nega questo fatto, allora sì che vince il terrorismo”, dice. Si legge ancora sul Corriere:
Lei parla di «società aperta». Ma tra muri e controlli alle frontiere, che anche Svezia e Danimarca hanno introdotto, sembra si stia andando nella direzione opposta.
«Siamo stati costretti a farlo, visto che gli altri Paesi europei non volevano collaborare. Con qualche eccezione: l’Italia ha fatto cose splendide. Purtroppo i populismi si stanno diffondendo e la Svezia non può fare anche la parte degli altri e accettare 10 mila migranti al giorno…».
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 3rd, 2017 Riccardo Fucile
ALLE PRESIDENZIALI PREVALE CON IL 58% AL PRIMO TURNO IL PREMIER RIFORMATORE E LIBERALE… BATOSTA PER I NAZIONALISTI DI SESELJ
La Serbia non ha deluso l’Europa. Il giovane premier europeista, riformatore e liberalconservatore
Aleksandar Vucic ha vinto le elezioni presidenziali anticipate svoltesi ieri.
Il premier che aveva deciso di candidarsi a capo dello Stato per sbarrare la strada a ogni pericolo di deriva nazionalpopulista e antieuropea, ha ottenuto il 55,7 per cento sulla base di proiezioni sul 93,3 per cento dei voti, e addirittura il 59,89 per cento in base al 16 per cento già scrutinato dei voti, o del 58 per cento secondo le proiezioni dell’istituto demoscopico Ipsos.
La strategia di Vucic – che guida il governo del paese dal 2014 – cioè una strategia di negoziato con Bruxelles per entrare nella Ue al piຠpresto, di riforme accelerate per modernizzare l’economia, di neutralita’ma pro-Unione europea tra Nato e Mosca e infine ma non ultimo di tentativi di dialogo di pace con i paesi vicini, tutti gli Stati nati dalla disintegrazione della Jugoslavia e con l’Albania, vengono dunque confermate dagli elettori.
“Mi dichiaro vincitore”, ha detto in tarda serata il 47enne leader serbo, affermando di aver ottenuto più di due milioni di voti sugli elettori partecipanti alle presidenziali tra i meno di sette milioni di elettori.
“Sono molto orgoglioso di avere conseguito una vittoria pulita come una goccia d’acqua, e incontestabile”, ha aggiunto, parlando in serata al quartier generale dello Sns (il suo Partito progressista serbo, liberalconservatore ed europeista) acclamato dai suoi sostenitori, dai collaboratori più stretti e da membri del governo, che scandivano ‘Pobeda, Pobeda’(Vittoria, Vittoria).
“Ringrazio tutti quelli che mi hanno dato fiducia, saluto e ringrazio anche tutti i miei avversari nella competizione democratica alla presidenza, alcuni di loro hanno ottenuto buoni risultati”, ha affermato ancora.
“Alcuni di loro”, allusione sibillina al fatto che tra i rivali chi è andato peggio, il vero sconfitto, è il nazionalista Vojslav Seselj, antioccidentale, antieuropeo, nostalgico ed ex collaboratore del dittatore e criminale di guerra Slobodan Milosevic il quale distruggendo la repubblica federale creata da Tito e poi con guerre massacri e crimini contro gli altri popoli della Jugoslavia causò l’intervento Nato, perdette la guerra e seppellà quel paese cardine della stabilità¡ balcanica.
Addio ai sogni nostalgici più cupi e pericolosi, insomma. Col voto di ieri si percepisce quasi un’aria nuova nei Balcani dove nel 1914 comincià³ la prima guerra mondiale.
“I serbi”, ha ancora detto il premier, “si sono espressi per la continuazione delle riforme e della via dell’integrazione europea del nostro paese. I cittadini vogliono andare avanti. Abbiamo vinto non con slogan populisti bensà col duro lavoro quotidiano delle riforme, spiegando che per essere efficaci le riforme devono a volte essere dolorose. So che ci sono persone insoddisfatte e in difficoltà per le riforme, ci occuperemo anche di loro”.
Vucic ha promesso di nuovo negoziati con la Ue per entrarvi, il mantenimento da paese neutrale col partner storico, la Russia, e con la Cina che porta sempre piຠinvestimenti.
E dalle prossime ore, alla fiera di Mostar, con un incontro col premier croato Andrej Plenkovic, tenterà¡ di rilanciare il difficile processo di colloqui e pace tra Stati e territori dell’ex Jugoslavia.
È un risultato importante e positivo per tutti i governi europeisti nell’Unione, dall’Italia di Gentiloni partner di riferimento di Belgrado alla Germania della cancelliera Angela Merkel che ha sempre espresso approvazione ed elogio incondizionato a Vucic e al suo appello a “voltare le pagine degli odii etnici e delle violenze del passato e costruire una Serbia europea e moderna che guarda al futuro”.
Non meno significativo, secondo i primi risultati, è appunto, come Vucic ha accennato, l’ordine d’arrivo dei rivali sconfitti.
Al secondo posto sarebbe giunto infatti l’ex ombudsman (difensore civico) Sasha Jankovic con oltre il 14 per cento, seguito dal 25enne eccentrico comico beffardo Luka Maksimovic, un campione dell’antipolitica che però non ha nulla dell’aggressività antisistema e violenza verbale di Grillo.
Al quarto posto l’ex ministro degli Esteri Vuk Jeremic.
Il grande sconfitto è dunque proprio Vosjlav Seselj, nostalgico del dittatore Slobodan Milosevic, l’uomo che con la sua svolta autoritaria e brutali guerre e massacri distrusse la Jugoslavia di Tito.
Vucic è anche nella sua storia personale un simbolo di come la Serbia sia cambiata e stia cambiando. Giovanissimo fu nel governo con Milosevic da nazionalista, poi ruppe con gli ultrà e creò con lo Sns un nuovo partito moderato, riformatore, europeista.
Gli avversari lo accusano di voler accumulare troppo potere e sognare controlli sui media, ma lo fanno avanzando paragoni assurdi con la Turchia di Erdogan o la Corea del Nord. Roma, Berlino e la Commissione europea gli dà nno fiducia.
Da quando egli è al governo è tornata la ripresa con una crescita del Prodotto interno lordo del 2,8 per cento l’anno scorso e conti sovrani sotto controllo. Restano, come in molti paesi di centroest e Balcani, pesanti problemi economici, dalla disoccupazione al 15 per cento a retribuzioni medie di appena 350 euro mensili. Lui integrandosi nella Ue vuole far andare avanti la Serbia.
Il personale Osce, che ha organizzato e supervisionato il voto presidenziale per i serbi del Kosovo, in tarda serata ha trasportato le urne con le schede elettorali a Raska e Vranje, località del sud della Serbia a ridosso della frontiera con il Kosovo, dove il materiale verrà consegnato ai responsabili della commissione elettorale serba. La giornata elettorale in Kosovo e’ trascorsa tranquilla e senza incidenti di rilievo, con una affluenza – secondo l’Osce – del 39,2%.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 1st, 2017 Riccardo Fucile
NON C’E’ SPAZIO PER I NAZIONALISTI NOSTALGICI DI MILOSEVIC
Caldo mite e sole di primavera illuminano la bella Belgrado, nel weekend in cui dopo un mese di dura campagna è scattato il silenzio elettorale.
Passeggio per shopping, struscio e a sera movida giovanile e jazz ovunque allietano e distendono, famiglie e anziani, coppiette, gruppi di giovani riempiono le strade. Da poche settimane, sono ripresi dopo decenni i voli diretti con New York, segnale chiaro.
A prima vista passeggiando puoi non percepirlo, eppure tra poche ore arriva il giorno del giudizio: domani domenica si tengono in Serbia le elezioni presidenziali anticipate.
È un test cruciale non solo per i serbi, anche per l’Italia in cui il paese balcanico ha il partner di riferimento, e per l’intera Unione europea.
Un test di quanta voglia d’Europa ci sia tra cittadini ed elettori di uno Stato che negozia ansioso per entrare in una Ue percorsa dalla stanchezza d’Europa e dalle sfide populiste. Favorito senza rivali tra i candidati è il 47enne primo ministro europeista e riformatore Aleksandar Vucic, che comunque si dice non certo di vincere. Lo sfidano in nove.
Tra gli avversari il più insidioso è il beffardo 25enne comico Luka Maksimovic che non ha un programma di governo ma solo battute contro i corrotti e promesse chiaramente irrealizzabili.
Poi ci sono l’ex ombudsman (difensore civico) Sasa Jankovic, l’ex ministro degli Esteri e presidente dell’Assemblea generale dell’Onu Vuk Jeremic, e anche il falco nostalgico di Slobodan Milosevic, Vojslav Seselj.
I sondaggi preannunciano una possibile vittoria di Vucic già al primo turno: l’ultima inchiesta telefonica condotta da Demostat gli attribuisce il 56,2 per cento dei consensi, nessuno dei concorrenti raggiungerebbe il 10 per cento.
Vucic giovanissimo fu nel campo di Milosevic, poi cambià³ idea, aprà gli occhi verso il mondo, divenne europeista riformatore. “Solo gli asini non cambiano mai idea”, ha detto al Guardian. E mesi fa dichiarò a Repubblica: “Non nego i miei errori del passato, ne resto responsabile, ma ora voglio una Serbia che guardi avanti”.
Il premier candidato alla presidenza ha varato riforme efficaci ma dolorose, tagli e sacrifici negoziati con Ue e Fmi, e ciò minaccia di accendere malcontenti di cui i suoi nemici possono approfittare.
Soprattutto il ‘miloseviciano’ ortodosso nazionalista e antioccidentale Seselj.
Appoggiato da una quinta colonna di ex alti ufficiali delle forze armate di Milosevic, che attaccano “il traditore Vucic” con fake news, propaganda subdola, e ogni altro mezzo.
Le opposizioni accusano Vucic di limitare la libertà¡ di stampa, ma con paragoni assurdi e fuori dal mondo tra Serbia e Corea del Nord.
Vucic è spstenuto a distanza dalla Germania di Angela Merkel e dall’Italia di Paolo Gentiloni, che anche grazie ai forti investimenti FCA ha strappato a Berlino il primo posto nell’interscambio e con il team di Renato Cantone offre a Belgrado un aiuto vitale, logistico e tecnico, nella lotta a malavita e corruzione.
Insomma, scontro di uno contro tutti e soprattutto duello tra le due anime della Serbia: quella delle nostalgie nazionaliste del passato che il premier chiede di lasciarsi alle spalle, e quella volta alle riforme e all’integrazione nella Ue.
Entrare nell’Unione, restare paese neutrale, conservare gli storici buoni rapporti con la Russia ma senza diventarne un fiancheggiatore, sono cardini del programma del premier. Non casuali sono stati i suoi ultimi incontri internazionali, con sempre la fida, brava spin doctor Suzana Vasiljevic al fianco: visita a Berlino da Merkel che lo appoggia senza condizioni, viaggio a Mosca per chiarire con Vladimir Putin i limiti delle intese con la Russia e chiedere forniture di armamenti solo difensivi.
E infine ma non ultimo, incontro a Belgrado con l’alta rappresentante Ue Federica Mogherini. Lei ha tenuto un discorso in Parlamento elogiando le scelte europee, Seselj e i suoi deputati l’hanno ripetutamente interrotta e insultata nel modo più volgare.
Presente alla seduta, Vucic si è alzato, è andato da Seselj e gli ha urlato in faccia “rispetta questa signora e chiudi il becco”.
Pesano sul futuro serbo anche le tensioni ex-jugoslave e balcaniche.
Oltre a Vucic, l’unico convinto europeista nella zona è il premier progressista albanese Edi Rama, nemico numero uno per la destra guidata da ex comunisti accusati di corruzione come Sali Berisha, ex vicinissimo del dittatore Enver Hoxha.
Altrove, prevalgono altre tendenze.
A Zagabria si respira voglia di riabilitare Ante Pavelic, il ‘Poglavnik’ (Duce) fantoccio dell’Asse nella seconda guerra mondiale e complice attivo dell’Olocausto, cantato dalle rock star e dai rapper locali.
In Bosnia-Erzegovina il governo in cui la maggioranza musulmana ha ovviamente un ruolo decisivo affronta il duro leader russofilo della minoranza serba Milorad Dodik.
In Montenegro potere e società sono spaccati dopo un fallito golpe, pare ispirato da Mosca.
La Macedonia appare ingovernabile con lo scontro eterno tra premier e presidente accusati di corruzione spaventosa contro opposizioni democratiche e minoranza albanese. Infine ma non ultimo, in Kosovo (ex provincia ribelle della Serbia e oggi Stato riconosciuto da molti nel mondo ma non da Israele, Spagna e altri Stati che temono secessioni al loro interno) il governo sembra aver deciso il blocco di ogni dialogo con Belgrado pur danneggiando cosà l’economia.
E ha annunciato l’esproprio indiscriminato di ogni proprietà serba. Ecco lo sfondo nel quale una vittoria di Vucic allontanerebbe i fantasmi del passato e andrebbe a vantaggio di Roma, di Berlino e dell’intera Europa.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 31st, 2017 Riccardo Fucile
“SUPPORTO CONTINUO A FORZE ANTI-EUROPEE”.. INTERROGAZIONE SUI RAPPORTI MOSCA-M5S-LEGA
È grande l’allarme nel Partito Popolare europeo per il tentativo di Putin di condizionare la politica e
le elezioni nel Vecchio Continente.
E ha voluto metterlo nero su bianco in una delle risoluzioni votate mercoledì dal congresso del Ppe.
Il capitolo si intitola «la disinformazione della Russia mina la democrazia occidentale». Un atto d’accusa violentissimo.
«Gli Stati membri dell’Ue si trovano attualmente dinanzi ad una minaccia senza precedenti. Propaganda, campagne di disinformazione e supporto continuo a forze politiche anti-europee da parte della Russia minano il progetto europeo, la cooperazione transatlantica e le democrazie occidentali. Questa crisi – si legge nella risoluzione – ha raggiunto un livello allarmante».
Il Ppe considera inaccettabili «la cyber-minaccia rappresentata dalla Russia che supera di gran lunga quella cinese». Viene ricordata l’annessione della Crimea, «la guerra ibrida contro l’Ucraina, l’invasione della Georgia e le campagne russe contro i Paesi baltici».
Sono quasi tre pagine fitte di accuse a Putin e in cui viene sottolineata la necessità di un lavoro di controinformazione che deve coinvolgere i media europei e la stessa Nato.
Non vengono citati i partiti sostenuti da Mosca e non viene neppure scritto che sono finanziati, piuttosto è dato per scontato.
Ma quando vai a chiedere ad alcuni congressisti del Ppe e a certi leader un commento svicolano. Come ha fatto il premier ungherese Orban. «Russia? Non ho letto la risoluzione, sorry».
Per non parlare di Berlusconi che non sapeva come aveva votato la delegazione di Forza Italia. Forse contro, forse astenuta, sicuramente contro le sanzioni alla Russia. Quello che invece è successo è che gli azzurri qui al congresso Ppe non hanno nemmeno partecipato alle votazioni per lavarsene le mani. Sembra che Tajani, presidente del parlamento europeo, l’abbia presa male.
E Berlusconi che ne pensa del sostegno dell’amico Vladimir ai 5 Stelle?
«Conosco personalmente Putin ed escludo che interferisca e sostenga populisti. Escludo che sia questa la realtà ».
Berlusconi non tradisce imbarazzo di fronte alla domanda sulle manovre di Mosca per destabilizzare alcuni paesi europei. Difende lo zar del Cremlino e si rammarica che sia tornato il clima di un’altra epoca. «Io ho l’orgoglio di avere posto termine alla guerra fredda nel 2002, facendo stringere la mano a Putin e Bush a Pratica di Mare. Sarebbe assurdo ricominciare».
Intanto in Italia la capogruppo Pd in commissione Esteri, Lia Quartapelle, presenta un’interrogazione ai ministri degli Esteri e dell’Interno chiedendo lumi sul piano di destabilizzazione da parte russa e chiede che le prossime elezioni si svolgano in maniera serena.
«Esiste il forte sospetto – scrive Quartapelle – che alcune campagne elettorali siano state finanziate con soldi russi. Nel 2014, la vittoria di Marine Le Pen fu accompagnata, come denunciato dal premier Valls, da un prestito di 9 milioni di euro da parte della First Czech Russian Bank, a cui sarebbero dovuti seguire altri 27 milioni per le presidenziali». Un altro deputato del Pd Andrea Romano è convinto che Mosca finanzi i 5 Stelle: «Bisognerebbe indagare, ma sono certi i rapporti tra hacker russi e attivisti grillini».
Una risposta c’è l’ha data il ministro degli Esteri Angelino Alfano presente anche lui a Malta. «Si tratta di vicende sulle quali anche il Parlamento europeo ha acceso i fari con atti parlamentari».
Amedeo La Mattina
(da “La Repubblica”)
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Marzo 29th, 2017 Riccardo Fucile
IL PARTITO DIMEZZA I VOTI E CROLLA AL 7%, IN SASSONIA VIENE ATTACCATA DA AVVERSARI INTERNI NEONAZISTI E SCOPPIA IN UN PIANTO… TE LI SEI CRESCIUTI, ORA TE LI GODI
Le lacrime amare di Frauke Petry. Ora che l’Afd, il partito della destra populista tedesca è crollato al 7% nei sondaggi, stanno tornando a galla le sanguinose faide dei capi.
La caduta della Alternative fuer Deutschland ai minimi dall'”inverno dei profughi”, dal novembre del 2015, si fa sentire anche ai vertici.
A dicembre i populisti anti euro ruotavano attorno al 13-15%, al livello federale.
Ora galleggiano attorno alla metà , con tendenza al ribasso.
Così durante un congresso in Sassonia che l’ha votata con scarso entusiasmo capolista dell’Afd, attaccata frontalmente dai suoi avversari, Petry non è riuscita a trattenere il pianto.
In Germania i populisti si stanno rimpicciolendo. Merito, ovviamente, di una crisi dei profughi che sta rientrando, ma che tra il 2015 e il 2016 aveva regalato in cinque elezioni regionali al partito della Petry una popolarità da capogiro, attorno al 25% nei Land dell’Est, oltre il 10% in quelli dell’Ovest.
Nella regione del seggio elettorale di Angela Merkel, nel Meclemburgo-Pomerania, la destra era arrivata seconda, scalzando la Cdu. Uno schiaffo dolororo, per la cancelliera.
L’altro motivo della caduta dell’Afd si chiama Martin Schulz. Con il suo forte accento sui temi sociali, sta attirando una fetta di elettorato arrabbiato che si sentiva dimenticato dai partiti tradizionali.
Più in generale, il “grande centro” dei due partiti al governo si sta mangiando via i margini. In tutti i sondaggi da dicembre a oggi, cioè dalla discesa in campo di Martin Schulz e la ricandidatura di Angela Merkel, la Cdu e la Spd si sono ripresi tra il 60 e il 65% dell’elettorato tedesco. Rosicchiando voti ai Verdi, alla Linke e, appunto, all’Afd.
Frauke Petry, intanto, fatica a tenere insieme il partito.
Incinta al sesto mese del quinto figlio, la leader 41-enne è strattonata da alcuni membri di primissimo piano dell’Afd che vorrebbero imprimerle una svolta più nazionalista.
L’ala destra dei populisti è molto forte nei Land più cruciali, a Est, e continua a criticarla per aver avviato l’espulsione dell’antisemita Bjoern Hoecke.
L’opposizione a Petry si è anche espressa nella scelta del partito di non farla correre da sola, ma in tandem con il vice Alexander Gauland.
Di negarle insomma l’opportunità di essere la “spitenkandidat” unica del suo partito. Al congresso recente che con una percentuale piuttosto bassa, il 72% dei voti dei delegati, l’ha scelta come capolista, ha dovuto subire le sparate di due rivali, Roland Ulrich e Norbert Mayer, che l’hanno massacrata per la sua scelta di stigmatizzare gli antisemiti e i colleghi in odore di simpatie naziste.
E lei, sul palco di Weinboehla, non è riuscita a controllare la rabbia ed è scoppiata in lacrime.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 29th, 2017 Riccardo Fucile
MA MOLTE ALTRE AZIENDE LI SEGUIRANNO
Il colosso assicurativo Lloyd’s of London è pronto a traslocare da Londra. È il primo segnale del grande esodo che interesserà una parte consistente del mondo finanziario, bancario e assicurativo alla luce dell’avvio della Brexit.
Bruxelles o Lussemburgo? In lizza per accogliere lo spostamento di parte delle attività in Europa di Llyod’s sono in due, ma la concorrenza, secondo quanto spiegano alcuni quotidiani stranieri come il belga Le Soir, è stata agguerrita fino all’ultimo e ha visto in campo città del calibro di Dublino, Francoforte, Parigi e La Valletta.
La scelta definitiva sarà comunicata questa sera, ma il dato è palese: il mito di Londra come capitale europea della finanza e dell’economia è già in caduta libera. E ora sono tutti pronti a raccogliere un’eredità che vale tantissimo.
Il trasferimento di Llyod’s sarà solo il primo di una serie che si preannuncia lunga e che interesserà anche il mondo bancario.
Hbos si accinge, infatti, a trasferire circa mille dipendenti a Parigi e, soprattutto, un quinto dei ricavi del trading generato nel Regno Unito nel giro di due anni.
Si muoverà anche Ubs, che riunirà a Francoforte una parte consistente della sua attività di gestione patrimoniale.
In subbuglio sono anche le banche inglese, piccole e grandi.
A ottobre scorso il capo della British Bankers’ Association, Anthony Browne, l’ha detto chiaramente: “Le loro mani sono sul pulsante del trasloco”.
Con la “hard Brexit”, infatti, Londra perderà il diritto di vendere servizi e prodotti finanziari all’Europa senza il pagamento di dazi e tariffe doganali. Un giro d’affari che rappresenta attualmente il 20% del fatturato della City e che ora rischia di azzerarsi.
Anche l’Italia proverà a giocare la sua partita, provando ad attrarre investimenti e capitali stranieri dalla City.
I piani allo studio vanno dallo sconto fiscale sui fondi di investimento, alla flat tax per attrarre i Paperoni stranieri, fino alla candidatura italiana per trasferire a Milano una delle più ambite sedi delle agenzie europee di base a Londra, l’Agenzia Europea per i Medicinali (Ema).
Ed è proprio il capoluogo lombardo il luogo deputato a captare chi sceglierà di lasciare Londra. Si guarda “non tanto a Roma, ma a Milano che abbiamo lanciato come possibile hub finanziario europeo, ha spiegato Il capo segreteria del Mef, Fabrizio Pagani, presentando la flat tax.
L’uscita della Gran Bretagna dall’Ue si accinge, quindi, a sconvolgere il puzzle della ricchezza europea.
E i riflessi economici si intrecciano con quelli politici, come nel caso della Germania, ora decisamente “più dura” sulla Brexit, come titola il Financial Times.
Un irrigidimento che potrebbe mettere fortemente in bilico gli auspici di Londra che contava in una posizione di Berlino più morbida facendo leva sulla lobby dell’auto tedesca che è molto preoccupata per un possibile calo delle vendite e degli investimenti nel Regno Unito.
L’aria che tira in Germania si è fatta più tesa sulla Brexit e incidere in questo cambio di passo della Cancelleria sono molti fattori, dall’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti alla candidatura di Martin Schulz.
Prima Merkel auspicava che Londra restasse “il più vicino possibile” all’Unione europea. Ora, al contrario, sposa la linea della Commissione Ue, che “insiste – scrive Ft – sul fatto che i termini dell’uscita della Gran Bretagna siano negoziati prima che inizino i colloqui su qualsiasi altro tipo di relazione tra Londra e l’Unione europea. Il punto di vista della Merkel è che un accordo sulla Brexit venga siglato in via di principio, fuori del negoziato ufficiale, prima che possano essere discussi altri tipi di accordi”.
La posizione della Merkel, tra l’altro, è pienamente condivisa dai “falchi” di Berlino, a iniziare dal ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, che non è disposto a concedere sconti a Londra.
“Qualsiasi intesa sull’articolo 50 (l’articolo che sancisce il divorzio dall’Ue ndr) – ha dichiarato Schaeuble – dovrà includere l’assicurazione da parte della Gran Bretagna che onorerà gli impegni finanziari che ha preso come stato membro dell’Ue”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 29th, 2017 Riccardo Fucile
TRA INCERTEZZA E DELUSIONE: “CI SENTIAMO EUROPEI”… E C’E’ CHI PENSA DI CAMBIARE DESTINAZIONE… E NEL NOSTRO PAESE I SOVRANISTI ANTI-ITALIANI GIOIVANO PER LA BREXIT, FREGANDOSENE DEL DESTINO DI 600.000 CONNAZIONALI IN GRAN BRETAGNA
Antonio Polledri è il proprietario del Bar Italia, avamposto italiano a Londra. Siamo a Soho, il quartiere che per primo ospitò gli immigrati italiani, come gli avi di Antonio, in cerca di fortuna oltre Manica.
Il locale ricorda i bar di paese. Polledri sorride al paragone, gli piace l’idea. In fondo, spiega alternando l’inglese a un italiano che «ho imparato stando dietro al bancone», questo posto è come una comunità .
Il pavimento che posò lo zio di Antonio l’hanno calpestato in tanti, non solo turisti italiani, viaggiatori in cerca di lavoro, ma anche vip e star, Francis Ford Coppola è un habituè, Kylie Minogue ci viene per assaporare il gusto dell’espresso.
Quando tocchiamo il tema Brexit, Polledri sorride: «Nessuna paura – dice – certo l’economia soffrirà un po’, ma non ci sarà l’impatto sui turisti che possono godere di una sterlina più debole del 15-20 per cento rispetto a nove mesi fa».
Polledri ha votato Remain, e come lui moltissimi di origini italiane che stanno a Londra. Sono tranquilli, partecipi però dei timori che albergano in molti connazionali che hanno portato armi e bagagli in Gran Bretagna negli ultimi anni.
Alberto Costa è invece un deputato conservatore, ha votato Remain, si sente europeo ma lavora per la Brexit «perchè questa è la volontà popolare».
Sulla terrazza di Westminster racconta di aver ricevuto tantissime chiamate di italiani disperati. «Bisogna stare calmi, non succederà nulla».
La tranquillità di Costa non basta a placare quelle che più che paure sono delusioni. Barbara Fassoni, milanese 48 anni, architetto sposata con una figlia di 12 anni, ha scelto Londra due anni fa.
Non è pentita ma «sento un clima di incertezza, non so cosa accadrà ». «È come – si sfoga – sentirsi non più ospite gradito».
Andrea Guerini rischia invece di essere un cervello doppiamente in fuga. Ha 21 anni e presiede il gruppo studentesco italiano alla London School of Economics.
Originario di Crema, quando arrivò a Londra tre anni fa ebbe uno choc pazzesco. «Il Regno Unito dà chance ai giovani di essere artefici del proprio destino», dice.
Lui però il futuro lo edificherà negli Stati Uniti. «Il prossimo anno sarò alla Columbia University», aggiunge. La scelta americana non è del tutto estranea alla vittoria del Leave: Andrea aveva offerte da Cambridge e Oxford e dalla stessa Lse.
Ha preferito i grattacieli di New York al Tamigi. «Vedevo un vantaggio nello stare qui se Londra fosse rimasta in Europa, ma chi può dire cosa accadrà ?».
Myriam Zandonini, anche lei lombarda trentenne, da 5 anni a Londra, lavora alla City dove spifferi sempre più forti narrano di banche e istituti sul piede di partenza.
L’idea di tornare indietro, per Myriam, magari a Milano dove la sua società sta pensando di aprire una sede dall’anno scorso, ha messo radici. Ma c’è pure chi non ci pensa nemmeno a riporre tutto in un container e ripartire.
Devid, 27 anni, romano fa il cameriere in uno dei locali adiacenti a Covent Garden. È qui dal 2013, divide un appartamento con alcuni amici italiani. «Voglio una mia attività » dice mentre distribuisce caffè e hamburger.
E la Brexit? «Qui c’è lavoro e ce ne sarà ancora, poi se qualcosa cambia me ne vado altrove, magari in Spagna o in Australia, il mio sogno».
La fuga o il ritorno in patria lo toglie subito dal tavolo Alba Lamberti, 41 anni napoletana, lavora per un think tank. «Per me Londra è casa da 10 anni, i miei figli sono nati qui e sono inglesi. Io sono europea dalla testa ai piedi e non so immaginare un futuro diverso per loro».
Theresa May stamane dirà ancora che il Regno Unito si sente parte dell’Europa. Non basterà a togliere l’incertezza agli italiani d’Oltremanica.
Alberto Simoni
(da “La Stampa”)
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Marzo 29th, 2017 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER SOCIALISTA SCARICA HAMON, MACRON RINGRAZIA MA VA AVANTI CON VOLTI NUOVI
L’ex primo ministro socialista Manuel Valls annuncia: «Voterò per Emmanuel Macron sin dal primo
turno della presidenziale, perchè penso che non si debba prendere alcun rischio per la Repubblica».
In questo modo Valls dice di volere sbarrare la strada a Marine Le Pen, ma molte voci nel suo partito comunque reagiscono scandalizzate e gridano al tradimento nei confronti del candidato socialista Benoà®t Hamon.
Lo stesso Macron ha accolto la dichiarazione di voto con gentile freddezza: «Lo ringrazio. Questo indica che i socialdemocratici e le donne e gli uomini di sinistra sono pronti a seguire il mio cammino. Sarò comunque il garante del rinnovamento dei volti e delle pratiche politiche».
Con quest’ultima frase Macron chiarisce, un po’ imbarazzato, che non darà alcuna poltrona in cambio
La dichiarazione
La dichiarazione Valls ha invocato una «scelta della ragione». «Non ho niente su cui negoziare e non domando nulla. È una presa di posizione responsabile, non è il momento delle discussioni».
Valls non entra a fare parte della squadra di Macron nè farà campagna per lui, ma annuncia il voto a suo favore sperando che i francesi facciano altrettanto.
«Niente è deciso, contrariamente a quel che molti dicono. Nè per il primo, nè per il secondo turno». Secondo più sondaggi, Emmanuel Macron e Marine Le Pen arriverebbero in testa più o meno a pari merito al primo turno del 23 aprile, e al ballottaggio del 7 maggio Macron vincerebbe nettamente contro Le Pen con circa il 68% dei voti.
Valls mette in dubbio questo scenario, e parla di un rischio di vittoria di Marine Le Pen che sarebbe, in realtà , a un livello «molto più alto di quanto i sondaggi non dicano».
Partito socialista sull’orlo dell’esplosione
Proprio ieri Emmanuel Macron aveva convocato una conferenza stampa per parlare del «rinnovamento della politica», annunciando di avere ricevuto dalla società civile 14 mila curriculum tra i quali verranno scelti i candidati del movimento «En Marche!» per le legislative di giugno, che dovranno dargli una maggioranza parlamentare nel caso in cui vincesse effettivamente la corsa all’Eliseo.
L’annuncio del socialista Valls potrebbe lasciare pensare a un accordo sottobanco tra il partito finora al governo e l’astro nascente Macron, che per questo si è affrettato a ribadire «sarò il garante del rinnovamento dei volti».
All’interno del partito socialista, invece, la rabbia è enorme. Partecipando alle primarie, Valls aveva come tutti firmato una dichiarazione solenne: «Mi impegno a sostenere pubblicamente il candidato che sarà designato al termine delle primarie e a partecipare alla sua campagna».
Dunque Valls avrebbe dovuto appoggiare Benoà®t Hamon, il candidato del partito socialista perchè vincitore delle primarie, come ha fatto per esempio Arnaud Montebourg.
Progetto mancato
Appoggiando Macron, Valls rompe definitivamente la fragile unità di un partito socialista diviso tra una linea più social-liberale – la sua – e un’altra più radicale impersonata dal candidato ufficiale Benoà®t Hamon.
Il sogno di Valls era arrivare a una ricomposizione del quadro politico dove la divisione tra destra e sinistra non sarebbe più esistita e lui si sarebbe posto al centro dello scenario. Quel risultato sembra averlo raggiunto, a beneficio però non suo ma di Emmanuel Macron.
(da “Il Corriere della Sera”)
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