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SONDAGGIO SCENARI POLITICI: GLI ITALIANI VOGLIONO RESTARE IN EUROPA

Marzo 26th, 2017 Riccardo Fucile

IL 57% DI ITALIANI NON VOGLIONO USCIRE DALLA UE, SOLO IL 38% FAVOREVOLE… SI SCHIERANO PER RIMANERE LA MAGGIORANZA DEGLI ELETTORI DI PD E FORZA ITALIA, MENTRE I CINQUESTELLE SONO DIVISI A META’

Gli italiani si scoprono favorevoli alla permanenza nell’Unione Europea.
Non solo: la maggior parte pensa anche che sia giusto mantenere la moneta unica.
Lo rivela un sondaggio di Scenari Politici condotto per l’Huffington Post.
I leader dell’Ue si incontrano nella Capitale per la celebrazione dei 60 anni dei Trattati di Roma in un momento storico complesso per gli Stati membri: in molti Paesi (Italia compresa) con il tempo è cresciuta la disillusione nei confronti dell’ “european dream”. Tuttavia, secondo la rilevazione, il 57 per cento degli intervistati crede che l’Italia debba continuare a restare nell’Unione Europea, contro il 38 per cento convinto che sia più conveniente abbandonarla, come ha fatto il Regno Unito.
Al tempo stesso, poco più della metà  degli italiani (52%), riporta ancora Scenari Politici, crede che il nostro Paese non debba lasciare l’Euro.
Qui il divario tra le due posizioni si riduce lievemente dal momento che il 41 per cento degli intervistati ritiene sia meglio abbandonare la moneta unica, pur continuando a far parte dell’Unione Europea.
Quanto all’Europa a due velocità , tema al centro del dibattito tra i leader europei che ha causato non pochi dissapori tra i diversi Stati membri, il campione intervistato è più diviso.
Dalle risposte non emerge una posizione predominante. Il 21 per cento si dice completamente in disaccordo con le due velocità , il 18 invece si dice abbastanza favorevole. Una buona fetta, il 38% non sa rispondere.
Per quanto riguarda le opinioni degli elettori dei vari partiti vogliono restare in Europa il 92% degli elettori PD E IL 58% di quelli di Forza Italia. Vogliono uscire il 67% di leghisti (28% vuole restare).
Spaccati a metà  i Cinquestelle: il 50% vorrebbe uscire , il 43% restare.

(da “Huffingtonpost“)

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IL POPULISMO STA PER FINIRE, I SEGNALI SONO CHIARI: E GRILLO E SALVINI SI PREPARANO A DIVENTARE EUROPEISTI

Marzo 25th, 2017 Riccardo Fucile

IL FLOP DELLE MANIFESTAZIONI A ROMA, L’INATTESO SUCCESSO DI QUELLA ANTI-BREXIT A LONDRA, LE SCONFITTE DI HOFER E WILDERS A CUI SEGUIRANNO QUELLE DELLA LE PEN E AFD IN GERMANIA, LA SCONFITTA DI TRUMP…. NON A CASO GRILLO E SALVINI ORA SMORZANO I TONI

Il lungo sabato romano dedicato all’Europa è in sè un segnale, per chi lo vuole cogliere, che viene dalla piazza tanto quanto dal Campidoglio e dai palazzi che ospitano le cerimonie del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma.
È un segnale che prende le mosse da una considerazione condivisa: l’Unione non è agonizzante e, anzi, da oggi riprende a camminare e crescere.
L’Europa è il nostro futuro comune, scandiscono i partecipanti al corteo allegro e ottimista dei Federalisti Europei e a quello, più critico, di Nostra Europa, che si fondono davanti all’arco di Costantino.
Lo ribadiscono i leader dei sei paesi fondatori negli anni Cinquanta della CECA, del MEC e della CEE, dai quali discende la UE. Con qualche distinguo, lo dicono anche gli altri europei, i rappresentanti degli stati ex socialisti che si sono aggregati all’Unione per convenienza più che per convinzione, come la Polonia, e di quelli che hanno sofferto crisi drammatiche, come la Grecia.
La sensazione è che il flop delle iniziative antieuropee nella capitale italiana e la contemporanea manifestazione londinese contro la Brexit concludano un mese che prelude a un turning point, a un significativo cambiamento nella politica e nella società  a livello globale.
C’è un “sentiment” nuovo dopo la fase oscura scandita dal sì all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione e dal voto presidenziale negli USA.
Prima l’Austria ha bocciato lo xenofobo Hifer, poi due settimane fa l’Olanda ha riservato la stessa sorte a Geert Wilders, ribadendo la vocazione all’apertura di uno dei paesi che hanno storicamente più creduto nell’Europa.
Poche ore fa Donald Trump, stella polare dei populisti, è stato costretto a ritirare la proposta di legge che, se approvata, avrebbe abrogato la riforma sanitaria di Obama: fosse andato al voto, il Congresso avrebbe bocciato, grazie al no di molti repubblicani, la prima iniziativa legislativa davvero antipopolare del tycoon e showman diventato presidente.
Il vento non più solo distruttivo potrebbe soffiare anche in occasione delle elezioni per l’Eliseo e di quelle politiche tedesche di settembre.
È probabile che i vincitori siano il liberalsociale Emmanuel Macron e uno tra Merkel e Schultz, con le conseguenti sconfitte dei reazionari Marine Le Pen e di Alternative fà¼r Deutschland.
Beppe Grillo e Matteo Salvini se ne rendono conto e ne sono spaventati. Nelle ultime settimane hanno attenuato i toni degli attacchi e delle polemiche.
Attendono anche loro l’onda lunga delle già  avvenute sconfitte dei loro punti di riferimento olandesi e americani. Vogliono valutare se il rilancio della UE abbia effetti tangibili.
Soprattutto, guarderanno con qualche ansia ai risultati francesi, che potrebbero sancire la sconfessione di scelte tattiche apparse vincenti per mesi.
In Italia si voterà  per Camera e Senato la prossima primavera, anche se le amministrative di giugno saranno un test non marginale. Abbiamo imparato che, nell’era degli smartphone e dei social, in un anno o due può cambiare tutto.
L’ha capito Matteo Renzi, passato dall’esaltazione del 41 per cento alla depressione del brutale no alla riforma istituzionale.
Se ne rendono conto tutte le opposizioni, pur ringalluzzite dal ritorno al proporzionale.
Il basso profilo sta tornando a essere un valore, come dimostrano la campagna elettorale olandese e il lavoro oscuro messo a reddito dai democratici in occasione della battaglia sull’Obamacare.
Qualcuno anche in Italia comincia a pensare che convenga darsi da fare senza spararle sempre grosse e senza dare l’impressione di voler decidere per tutti. Come fa Paolo Gentiloni.

(da “Huffingtonpost“)

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LONDRA, 100.000 MANIFESTANTI IN MARCIA CONTRO LA BREXIT

Marzo 25th, 2017 Riccardo Fucile

SONO SEMPRE PIU’ GLI INGLESI CHE NON VOGLIONO USCIRE DALL’EUROPA

Mentre a Roma proseguivano le celebrazioni per l’anniversario dei Trattati, a Londra centomila persone si sono riversate sulle strade, mettendo da parte la paura generata dall’attentato terroristico dei giorni scorsi, per manifestare nel nome dell’Europa.
La marcia è cominciata questa mattina e si è conclusa nel pomeriggio proprio in piazza del Parlamento.
A organizzare il tutto è stato Unite for Europe, un gruppo di coordinamento per le organizzazioni che si battono per “limitare i danni della Brexit”.
“Noi siamo il 48% che ha votato per restare”, si legge sul sito, “giovani cittadini europei che vivono, lavorano e pagano le tasse nel Regno Unito. Siamo indignati dal comportamento del governo e da come sta gestendo il risultato del referendum”.
Theresa May, scrive l’Independent, ha commentato l’annuncio della marcia, accusando chi avrebbe partecipato di “dividere il paese”.
Per le strade di Londra, al momento, quello che prevale è tuttavia un senso di unione. Donne, uomini, bambini e ragazzi manifestano pacificamente: qualcuno ha il volto dipinto di blu, con dodici stelle disegnate in cerchio, altri imbracciano ironici cartelli filoeuropeisti. “Domani gli orologi andranno avanti di un’ora. Mercoledì andranno indietro di 40 anni”, recita uno. “Come faremo a vincere l’Eurovision adesso?”, si chiede un altro.
Mentre i 27 capi di Stato dell’Ue sono riuniti Roma, da Londra parte il più accorato grido di amore all’Europa.
Qualcuno tra i manifestanti lascia un fiore vicino Westminster, per ricordare le vittime degli attentati. #WeAreNotAfraid era l’hashtag circolato a poche ore dall’accaduto, oggi la paura non ha bloccato la loro marcia.

(da “Huffingtonpost”)

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IL CONTO DELLA BREXIT: “L’USCITA DALL’EUROPA FA PIU’ MALE A LONDRA CHE ALLA UE”

Marzo 25th, 2017 Riccardo Fucile

LO STUDIO DEL CEPS: “UN PUNTO IN MENO DEL PIL ALL’ANNO, A RISCHIO 184 MILIARDI DI ESPORTAZIONI VERSO IL MERCATO EUROPEO, FUGA DELLE MULTINAZIONALI”

È la settimana della Brexit. Mentre da Roma, i leader dei 27 membri superstiti della Ue tentano di ridefinire un’idea d’Europa, dalla capitale dell’ex impero britannico Theresa May aprirà  formalmente, mercoledì, il processo che porterà  la Gran Bretagna (anche se non necessariamente tutta) fuori dall’Unione.
Nonostante l’ottimismo di facciata a cui il governo inglese si abbarbica ostinatamente da mesi, è un autentico salto nel buio. Nessuno guadagna dalla ritirata inglese, ma il conto di questo risorgente nazionalismo o di questa nostalgia di insularità , è sproporzionatamente a carico dei sudditi di Elisabetta.
Per la Ue la Brexit pesa per circa mezzo punto del Pil dei 27 paesi rimasti nell’arco di dieci anni.
Per il Regno Unito le perdite sono pari a quasi un punto del Pil nazionale all’anno. Le cifre le mette in fila il Ceps – il think tank diretto da Daniel Gros – in uno studio per conto del Parlamento europeo, appena pubblicato.
Il terreno del divorzio è un interscambio paragonabile, per volume, all’intero commercio Usa-Europa, attraverso l’Atlantico, che è solo di un quinto più grande di quello attraverso la Manica. Ci sono 306 miliardi di euro di esportazioni europee in Inghilterra, contro solo 184 miliardi di importazioni.
Ma l’export europeo è in qualche misura marginale rispetto all’economia europea (equivale a circa il 2,5 per cento del Pil) mentre per Londra quei 184 miliardi di beni venduti in Europa valgono il 7,5 per cento del Pil. In altre parole, se Londra chiude il mercato agli europei, il colpo può essere assorbito sul continente, mentre per gli inglesi sarebbe una catastrofe. Tanto più se ci si aggiungono i servizi, quelli della City in testa che, per gli inglesi valgono altri 122 miliardi di export.
E i contributi al bilancio comunitario? Il buco determinato dalla partenza inglese è pari, secondo il Ceps, a 9 miliardi di euro l’anno, che però, secondo lo studio, sarebbe abbastanza agevole per Bruxelles recuperare.
Se Londra restasse nel mercato unico, le si potrebbe chiedere di continuare a versare la sua quota. Se se ne andasse, e venissero applicate le regole standard del Wto, i soldi arriverebbero da dazi e tariffe, che nel caso dei manufatti, sono pari al 5 per cento circa.
Le due ipotesi – Londra nel mercato unico o Londra come un qualsiasi partner Wto – sono cruciali anche per stabilire la forchetta dell’impatto economico della Brexit.
Su chi lo subisce, il Ceps non ha dubbi.
In rapporto al rispettivo Pil (quello della Ue è cinque volte più grande) la Brexit costa a Londra 10-15 volte di più che ai 27 della Ue (naturalmente, per paesi strettamente legati alla Gran Bretagna, come Irlanda e Olanda il costo è maggiore).
Ma proprio perchè l’economia inglese è cinque volte più piccola di quella europea, fa più effetto guardare l’impatto in cifre assolute: in soldi, Londra rinuncia ad quantità  di soldi due-tre volte superiore.
Ma che cifra è? La Brexit costa alla Ue lo 0,11 per cento del Pil in caso di uscita morbida (cioè, con Londra che resta nel mercato unico) fino allo 0,52 per cento in caso di “hard Brexit”, cioè con i rapporti che restano regolati dalle norme Wto.
Stiamo però parlando di cifre complessive, cioè di perdite nell’arco di dieci anni.
Per la Gran Bretagna, invece, le perdite vanno dall’1,31 per cento, nell’ipotesi soft, al 4,21 per cento del Pil, nell’ipotesi hard, sempre nell’arco di dieci anni. Ma la Brexit ha un effetto a cascata.
Se l’uscita dalla Ue (il calcolo lo fa lo stesso Tesoro britannico) dovesse comportare anche la fuga delle multinazionali dal piccolo mercato britannico, le perdite cumulate arriverebbero al 7,5 per cento del Pil, cioè lo 0,75 per cento ogni anno.
E’ l’incubo di Downing Street, che ha spinto Theresa May a minacciare ritorsioni, sotto forma di un dumping fiscale, cioè di un taglio tanto aggressivo delle imposte sulle imprese, da compensare l’effetto Brexit.
Difficile, tuttavia, in questo caso, che Bruxelles non reagisca con qualche ritorsione, sul piano, ad esempio, delle tariffe doganali. Questa spirale di minacce, ricatti, colpi bassi è il vero incubo — per tutti – della Brexit.
Si comincia mercoledì.

(da “La Repubblica”)

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“ORGOGLIOSO DI RAPPRESENTARE IL PAESE CON LA PIU’ ALTA PERCENTUALE DI CITTADINI CON ASPIRAZIONI EUROPEISTE”

Marzo 24th, 2017 Riccardo Fucile

LA NOTA DI YEVHEN PERELYGIN, AMBASCIATORE DI UCRAINA A ROMA

Sono convinto che nel mondo globalizzato non esista un’alternativa al processo di integrazione, proprio perchè il successo può essere raggiunto solo unendo le forze.
Senza fare una lungo excursus storico vorrei menzionare due esempi della storia europea moderna sui progetti d’integrazione, uno di successo e l’altro no:
Il primo è l’Unione Europea, un progetto riuscito e in crescita da 60 anni;
L’altro è l’Unione Sovietica che, fondato sulla violenza e sulla costrizione, si è rivelato fallimentare.
Le differenze che hanno influito sullo sviluppo delle due Unioni (o sul successo di due progetti), stanno nei principi e nei valori.
Per entrare nell’Unione Europea c’è la fila dei Paesi che sono pronti a compiere un duro lavoro per assicurare democrazia, diritti umani e rule of law.
Non solo: i Paesi, e questa non è cosa di poco conto, anzi, hanno scelto liberamente di parte dell’Europa unita.
Al contrario, l’Unione Sovietica ha “annesso” quindici Paesi membri tramite l’occupazione militare, l’annessione e l’eliminazione fisica di tutti i dissidenti.
Per tutte le persone non allineate con il Cremlino sono stati riaperti molti gulag in Siberia.
Per me che rappresento oggi il Paese con la più alta percentuale di cittadini con aspirazioni europeiste, è un grande onore essere presente oggi a Roma, dove, ancora una volta, si lancia un innovativo progetto europeo.
E se in passato ho studiato la storia dell’integrazione europea dai libri e dagli incontri con i politici che partecipavano a questo processo, oggi sono testimone attivo della rinascita dello Spirito di Messina, che portò agli storici Trattati di Roma.

Yevhen Perelygin
Ambasciatore di Ucraina in Italia

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MACRON SALE ANCORA E STACCA MARINE LE PEN: 26% A 24,5%, FILLON SCENDE AL 17%, MELANCHON 13,5% SUPERA HAMON ALL’11,5%

Marzo 22nd, 2017 Riccardo Fucile

FILLON SOMMERSO DAGLI SCANDALI, I SOCIALISTI CHIEDONO IL SUO RITIRO

Il candidato della destra, Francois Fillon, denuncia un “complotto” e violazioni del “segreto istruttorio” con fughe di notizie, organizzate dai “servizi dello Stato”.
“Ogni settimana – ha detto Fillon – ci sono fughe (di notizie, ndr) contro il segreto istruttorio organizzate dai servizi dello Stato. E casualmente il Partito socialista, Macron, Hollande, si fiondano su queste pseudo-rivelazioni nella pretesa che non ci siano candidati di Destra. La verità  – ha ammonito l’ex uomo forte dei Rèpublicains – è che la gauche è nell’incapacità  di vincere questa elezione e che ormai ha solo una possibilità  di riuscirci: non avere avversari a destra”.
Quanto alle dimissioni di Bruno Le Roux, il ministro che in meno di 24 ore ha lasciato il governo dopo lo scoop sugli impieghi alle figlie in parlamento, Fillon ha detto: “Non sono ministro dell’Interno, sono candidato all’elezione presidenziale.
Una “Repubblica esemplare” impone che su “chi esercita le più alte funzioni o punta alle più alte cariche” non debba pesare “alcun sospetto”, aveva detto poco prima, in Consiglio dei ministri, Franà§ois Hollande, dopo le dimissioni di Le Roux e le ultime rivelazioni di Le Monde e Le Candard Enchainè su Fillon.
Mosca smentisce Le Canard su Fillon
Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, smentisce le informazioni del settimanale francese Le Canard Enchainè secondo cui Francois Fillon avrebbe fatto da intermediario per organizzare nel 2015 un incontro fra il presidente russo Vladimir Putin, un miliardario libanese e l’amministratore delegato di Total, Patrick Pouyannè. “Per quanto riguarda gli incontri con il presidente – ha affermato Peskov, secondo quanto riporta France Info – vengono organizzati dal protocollo presidenziale ed è escluso che un intermediario possa svolgere un ruolo”. Putin non ha bisogno di “intermediari”, ha tagliato corto il portavoce di Mosca, bollando le informazioni del Canard come “false”.
“Si ritiri”.
L’appello dei socialisti a Fillon. “Si ritiri signor Fillon, ne va della democrazia, della Repubblica e della Francia”: è l’appello dei socialisti francesi, che oggi invitano il candidato della Destra indagato per il PenelopeGate, Francois Fillon, a lasciare l’incarico, prendendo esempio dall’ex ministro Bruno Le Roux, che ieri si è dimesso in meno di 24 ore dopo le rivelazioni sugli impieghi in parlamento alle figlie minorenni. Un caso simile a quello di Fillon, con la differenza che quest’ultimo resta aggrappato alla candidatura, mentre l’altro ha lasciato. Ieri, la procura finanziaria che indaga sul candidato dei Rèpublicains avrebbe appesantito il fascicolo giudiziario con nuovi capi d’accusa, tra cui falso e truffa aggravata.
Sondaggio, Macron va.
Emmanuel Macron distacca Marine Le Pen dopo il primo dibattito fra i candidati all’Eliseo di due sere fa.
Secondo la rilevazione Elabe per BFM TV, il candidato di ‘En Marche!’ guadagna mezzo punto nelle intenzioni di voto ed è ora davanti alla presidente del Front National (che ne perde mezzo) di 1,5 punti: 26% per Macron, 24,5% per Le Pen.
Scende di un altro mezzo punto anche Francois Fillon, il candidato della destra ormai al 17%. Nello scontro fra le sinistre, Jean-Luc Melenchon (France Insoumise, sinistra radicale) è ormai al quarto posto (13,5%), 2 punti davanti al candidato uscito dalle primarie socialiste, Benoit Hamon (11,5%).

(da agenzie)

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TRATTATO DI ROMA, MATTARELLA NE CELEBRA I 60 ANNI, SOLITA CIALTRONATA DELLA LEGA CHE ESCE, BOSSI SI SIEDE E SI DISSOCIA: “MATTARELLA SI ASCOLTA”

Marzo 22nd, 2017 Riccardo Fucile

PRESENTI LE PIU’ ALTE CARICHE DELLO STATO

Celebrazioni per il 60esimo anniversario dei Trattati di Roma nell’aula della Camera. La cerimonia vede la partecipazione delle massime cariche dello Stato, dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ai presidenti Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso. Presenti, tra gli altri, i ministri Graziano Delrio, Beatrice Lorenzin e e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi. Con loro anche l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
I deputati della Lega Nord hanno messo in atto la solita cialtronata non partecipando all seduta attuando un   un sit-in in piazza Montecitorio contro l’Europa “dei banchieri”.   Quelli che a suo tempo salvarono la banca leghista dal fallimento, per capirci.
Ma disattende la linea del partito Umberto Bossi: il senatur è entrato nell’emiciclo mentre parlava la presidente della Camera e si è accomodato al posto che gli è stato lasciato libero da Gianfranco Chiarelli (Cor): quello a cui Bossi normalmente si siede era infatti occupato.
“Preferisco sempre sentire le cose per poi ragionarci”, ha spiegato Bossi ai giornalisti. Sull’assenza dei colleghi leghisti, il senatur ha detto: “È sbagliata”.
“Non ci si deve arrendere ad una narrazione negativa che indica l’Unione europea come esperienza fallimentare e capro espiatorio di tutti i problemi attuali. Problemi ve ne sono e non serve negarli”, ha detto Boldrini durante il suo intervento nell’aula di Montecitorio.
“Credo che sia comune a molti la convinzione che, di fronte alle sfide interne ed esterne cui dobbiamo tutti rispondere, il lungo cammino dell’integrazione non possa arrestarsi e che è necessario adesso un nuovo slancio, fondato sulla cooperazione rafforzata in certe materie condivise e nell’attuazione di politiche il più possibile unitarie. In gioco sono il futuro del continente e gli equilibri geopolitici globali”, ha dichiarato Grasso.
Mattarella: “Europa incerta e ripiegata, serve coraggio”
“Oggi l’Europa appare quasi ripiegata su sè stessa. Spesso consapevole, nei suoi vertici, dei passi da compiere, eppure incerta nell’intraprendere la rotta. Come ieri, c’è bisogno di visioni lungimiranti, con la capacità  di sperimentare percorsi ulteriori e coraggiosi”, ha detto Mattarella che è stato accolto da un lungo applauso.
Il capo dello Stato ha sottolineato l’importanza dell’euro. “L’euro, grazie alla politica della Bce, ha provocato il forte abbassamento dei costi del credito, tutelando i risparmi delle imprese e delle famiglie”. E poi ancora: “Capovolgendo l’espressione attribuita a Massimo d’Azeglio verrebbe da dire ‘Fatti gli europei è ora necessario fare l’Europa’. Sono le persone, infatti, particolarmente i giovani, che già  vivono l’Europa, ad essere la garanzia della irreversibilità  della sua integrazione. Verso di essi vanno diretti l’attenzione e l’impegno dell’Unione”.
Mattarella ha anche rilanciato la “sfida” della riforma dei Trattati. “Le prove alle quali l’Unione Europea è chiamata a tenere testa – oltre a quella finanziaria e a quella migratoria, quelle ai confini orientale e mediterraneo dell’Unione e l’offensiva terroristica – pongono con forza l’esigenza di rilanciare la sfida per una riforma dei Trattati; ineludibile, come ha osservato il rapporto del Comitato dei saggi presentato nei giorni scorsi alla Presidenza della Camera”, ha affermato il capo dello Stato.

(da agenzie)

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CARO BREXIT, AGLI INGLESI UN’AUTO COSTERA’ 3.000 EURO IN PIU’

Marzo 22nd, 2017 Riccardo Fucile

SENZA ACCORDI COMMERCIALI ANTI-DAZI, L’INDUSTRIA AUTOMOBILISTICA SUBIRA’ UN NETTO RINCARO DELLA COMPONENTISTICA: 4 PEZZI SU 10 VENGONO DALL’ESTERO

Acquistare un’automobile dopo la Brexit potrebbe costare agli inglesi 2400 sterline (circa 3 mila euro) in più a vettura.
E’ la stima di una società  di analisi britannica, che ha calcolato i costi per l’industria dell’auto basata nel Regno Unito di un’uscita dall’Unione Europea senza accordi commerciali che garantiscano un import-export senza dazi doganali.
L’aumento, pari al 10 per cento del prezzo medio di un veicolo, riporta il Guardian, colpirebbe la Gran Bretagna se entrassero in vigore semplicemente le norme del WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, quando tra circa due anni Londra avrà  completato la Brexit, il cui inizio è stato fissato ieri dal primo ministro Theresa May al prossimo 29 marzo.
Costerebbe di più produrre un’auto in questo paese, perchè il 41 per cento dei componenti per costruirle nel Regno Unito provengono dall’estero: e su quei pezzi bisognerebbe pagare dazio.
Inoltre le industrie d’auto basate in Gran Bretagna esportano l’80 per cento delle loro auto nell’Unione Europea, e anche in quel caso ci sarebbero da pagare tariffe doganali.
“Il potenziale impatto della Brexit sul settore auto, se il governo britannico non raggiungerà  un accordo con la Ue”, sarebbe estremamente rilevante, afferma l’indagine condotta dal Pa Consulting Group.
Secondo il rapporto, alcune aziende automobilistiche avrebbero la tentazione di trasferire la produzione sul continente.
Il costo di esportare nella Ue 200 mila auto all’anno, se si dovrà  pagare dazio, sarebbe vicino a 1 miliardo di sterline in appena due anni, più che sufficiente per coprire la spesa di costruire un nuovo stabilimento in Europa, osserva lo studio. Con conseguente perdita di posti di lavoro nel Regno Unito.
Finora l’industria dell’auto sembra tranquilla. La Toyota ha annunciato la settimana scorsa 240 milioni di nuovi investimenti in Gran Bretagna. E la Nissan si è impegnato a rafforzare la sua fabbrica di Sunderland, la più grande di tutta l’Inghilterra.
Ma la fabbrica della General Motors da cui esce la Vauxhall, il marchio della Opel inglese, rischia la chiusura dopo l’acquisto da parte della Peugeot. E la Bmw ha già  reso noto che potrebbe costruire la nuova Mini elettrica in Germania invece che a Oxford.
Il governo di Theresa May ha promesso mesi fa alla Nissan che non ci saranno danni dalla Brexit: garantendo, in sostanza, che o gli accordi annulleranno il rischio di pagare dazio o il governo pagherà  una compensazione alle industrie automobilistiche. In entrambi i casi, tuttavia, ci sono forti incognite.
E nel settore auto, che da anni è uno dei punti più positivi dell’economia britannica, cresce la preoccupazione per la Brexit.

(da “La Repubblica”)

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OLANDA, RUTTE SCATENATO: “MAI COI RAZZISTI, SAREMO I PRIMI A FERMARLI”

Marzo 14th, 2017 Riccardo Fucile

DOMANI IN OLANDA SI VOTA, IL LEADER LIBERALE INDICA AGLI IGNAVI DI DESTRA COME SI COMBATTE LA BECERODESTRA

Il faccia-a-faccia televisivo tra il primo ministro olandese Mark Rutte e il suo rivale xenofobo Geert Wilders s’è concluso ieri sera con un violento scambio verbale sull’avvenire del paese.
“Voglio che i Paesi bassi siano i primi a mettere termine al cattivo populismo”, ha dichiarato Rutte, evocando la Brexit e le elezioni presidenziali Usa.
“Si può dire che queste elezioni siano i quarti di finale per impedire al cattivo populismo di vincere. Le semifinali sono in Francia ad aprile e, in seguito, la finale in Germania a settembre”, ha continuato.
A chi gli ha chiesto la possibilità  di una coaliziione di governo con il partito di Wilders che vuole chiudere le moschee e persino vietare la vendita del Corano, Rutte ha ribadito “Mai, dico mai, coi razzisti di Wilders, con chi definisce feccia altri esseri umani”.
“Niente negoziati sotto minacce Ankara”
“Non ci saranno negoziati sotto le minacce” per risolvere la crisi diplomatica con la Turchia, ha poi affermato Rutte, il quale ha ricordato che i turchi dei Paesi Bassi sono “cittadini olandesi”. “Fino a che le minacce del governo turco non finiranno non ci saranno negoziati per risolvere questo conflitto”.

(da agenzie)

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