Marzo 13th, 2017 Riccardo Fucile
LONDRA SE LA FA SOTTO: “NON PUO’, CREEREBBE GRANDI INCERTEZZE ECONOMICHE”
La Scozia risponde alla Brexit convocando un nuovo referendum per l’indipendenza dal Regno Unito. “Il governo britannico rifiuta ogni compromesso che ci consenta di rimanere almeno dentro il mercato comune europeo, non ci resta altra strada che decidere da soli il nostro futuro”, annuncia Nicola Sturgeon, premier del governo autonomo scozzese, in un discorso a Edimburgo.
L’intenzione era nell’aria, ma Downing Street l’ha considerata a lungo un bluff, perchè i sondaggi davano i no all’indipendenza della Scozia in vantaggio sui sì e perchè nel 2014 gli indipendentisti hanno già perso, 55 a 45 per cento, un primo referendum sulla secessione dal Regno Unito.
“Ma i termini della questione sono cambiati”, afferma la premier Sturgeon. “Due anni e mezzo fa non sapevamo che restare parte del Regno Unito avrebbe significato uscire dall’Unione Europea”.
E sono cambiati anche i sondaggi, che per la prima volta danno i sì in lieve vantaggio o in sostanziale parità con i no.
La leader degli indipendentisti ha fissato anche la data della consultazione: tra l’autunno 2018 e la primavera 2019.
Dunque entro il marzo 2019, quando dovrebbe concludersi il negoziato della durata di due anni fra Londra e Bruxelles sull’uscita del Regno Unito dalla Ue.
“Vogliamo tenere il referendum in un momento in cui sia già nota la sostanza dell’accordo sull’uscita di Londra”, ha detto Sturgeon, “ma prima che sia troppo tardi”.
Tardi per cosa, è sottinteso: gli indipendentisti vogliono poter votare prima che il Regno Unito sia formalmente uscito dalla Ue, in modo da poter sostenere, se nel referendum prevarrà il sì all’indipendenza, che la Scozia ha tutto il diritto di restare parte della Ue anche se il resto del Regno Unito si appresta ad uscirne.
Restano due incognite. La prima è se il governo britannico alla fine permetterà il referendum.
Le premesse non incoraggiano gli scozzesi: “Non accetteremo niente che leghi le mani al primo ministro”, è il primo commento del portavoce di Theresa May.
Poi, in una nota, Downing Street argomenta ancora più duramente: “Un secondo referendum sull’indipendenza della Scozia sarebbe divisivo e provocherebbe “enorme incertezza economica”. Il governo May s’impegna peraltro a negoziare ora la Brexit “nell’interesse di tutte le nazioni” del Regno Unito.
Ma rifiutare il referendum sarebbe l’equivalente di sconfessare due decenni di devolution in tutto il paese e andare a uno scontro frontale, con imprevedibili conseguenze politiche e legali, con la Scozia.
E’ possibile che Londra cercherà di rinviare la data del referendum a dopo la conclusione del negoziato di “divorzio” dalla Ue, ma non è detto che ci riesca.
L’altra incognita è la reazione della Ue: se accetterà o meno la Scozia tra i suoi membri, al posto del Regno Unito che se ne va, senza bisogno che Edimburgo si metta in coda per un lungo processo di ammissione.
A qualcuno l’ipotesi non piacerà , per esempio alla Spagna, che non vuole fare niente per incoraggiare la Catalogna verso l’indipendenza.
Intanto l’annuncio di Nicola Sturgeon è come “una bomba”, osserva la Bbc, sul percorso ad ostacoli della Brexit, che oggi dovrebbe ricevere l’approvazione finale dal parlamento di Westminster, con un voto della camera dei Comuni che — secondo le previsioni — rifiuti gli emendamenti approvati la settimana scorsa dalla Camera dei Lord.
In tal caso, già domani Theresa May potrà invocare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona che dà il via ai due anni di negoziati di uscita dalla Ue, il processo formale verso il divorzio.
E Bruxelles si dice pronta “a lanciare i negoziati non appena quell’articolo sarà attivato” sottolinea Margaritis Schinas, portavoce capo della commissione Ue.
Adesso, tuttavia, con la questione scozzese, si profila con chiarezza il prezzo esorbitante che il Regno Unito potrebbe pagare per la Brexit: la disunione britannica.
Se ciò avverrà , si può scommettere come saranno ricordati nei libri di storia Nigel Farage, il primo a battersi per lasciare la Ue, David Cameron, che ha indetto il referendum sulla Ue, e Theresa May, che vuole portare a compimento la Brexit. I distruttori di tre secoli di unità nazionale.
Senza contare che alla Scozia potrebbe aggiungersi l’Irlanda del Nord, l’altra regione che ha votato a grande maggioranza per restare nella Ue nel referendum del giugno scorso. Good-bye Great Britain. Hello Little England.
(da La Repubblica”)
argomento: Europa | Commenta »
Marzo 8th, 2017 Riccardo Fucile
APPROVATO EMENDAMENTO CHE VINCOLA L’ESITO DEI NEGOZIATI AL VOTO DEL PARLAMENTO
La Camera dei Lord ha approvato un emendamento che mira a vincolare il governo di Theresa May a
sottoporre a un voto del parlamento il risultato dei negoziati per il recesso della Gran Bretagna dall’Ue.
L’emendamento dovrà passare ora alla Camera dei Comuni dove l’esecutivo – contrario a concedere un potere di veto alle Camere – punta a rovesciarlo per garantire l’approvazione senza modifiche della legge per l’attivazione dell’iter della Brexit.
La decisione della Camera dei Lord rappresenta un nuovo scacco al premier May.
Il governo punta comunque a mantenere la sua tabella di marcia e intende riportare il testo all’originale una volta che la ‘bill’ tornerà alla Camera dei Deputati, che ha l’ultima parola sui provvedimenti.
Intanto Downing Street ha respinto la nuova richiesta di elezioni anticipate, che in questo caso è arrivata dall’ex ministro Tory e ora membro dei Lord William Hague, secondo cui May dovrebbe capitalizzare il suo consenso andando alle urne.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Europa | Commenta »
Marzo 6th, 2017 Riccardo Fucile
GERMANIA , FRANCIA, ITALIA E SPAGNA: “DOBBIAMO ESSERE NOI A TRACCIARE LA STRADA”
“Dobbiamo avere il coraggio di accettare che alcuni Paesi vadano avanti. Le cooperazioni differenziate
devono rimanere aperte a chi è indietro, ma dobbiamo andare avanti. La diversità può essere una forza, è una spinta per i nostri o cittadini”. È tutto in questa dichiarazione di Angela Merkel il senso del vertice che si è tenuto oggi a Versailles tra Francia, Germania, Italia e Spagna.
L’Europa è stata costruita sulla pace – ha ricordato Merkel – e “Versailles ne è uno dei simboli”, ma “se ci fermiamo tutto quello che abbiamo costruito potrebbe crollare”, ha detto la cancelliera nella conferenza stampa di apertura. “Abbiamo tutti l’obbligo di continuare la costruzione europea”.
Il vertice di oggi è considerato il primo di un’Europa a doppia velocità . Hollande ha invitato la cancelliera tedesca, il presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni e il premier spagnolo Mariano Rajoy.
“Siamo i Paesi più importanti, tocca a noi dire che cosa vogliamo fare con altri”, ha spiegato nei giorni scorsi il presidente della Repubblica francese. E oggi in una intervista alla Stampa è stato ancora più netto: per “rifondare l’Europa” servono “diversi livelli di integrazione”.
Il premier italiano Paolo Gentiloni ha evocato “un’Europa sociale” e auspicato passi avanti per la difesa comune. “Abbiamo bisogno di un’Europa sociale. Siamo anche d’accordo, Italia, Francia, Spagna e Germania, per fare dei passi avanti nella Difesa per essere più forti del mondo”.
“Ci riuniamo in un momento difficile”, ha aggiunto Gentiloni. “Siamo consapevoli del clima che si è creato dopo la Brexit […]. Serpeggiano sentimenti di stanchezza nei confronti del progetto comune, noi restiamo convinti della validità del progetto europeo”. E ancora: “Se non ci fosse più improvvisamente l’Ue, tutti noi ne sentiremmo drammaticamente la mancanza”, ha aggiunto.
Per Hollande, Italia, Germania, Spagna e Francia hanno “la responsabilità di tracciare la via” per l’Unione europea. “Non vogliamo solo commemorare i Trattati di Roma, ma affermare insieme l’impegno per il futuro. Francia, Germania, Italia Spagna hanno la responsabilità di tracciare la strada, non per imporla agli altri ma per essere una forza al servizio dell’Europa che dà impulso agli altri”, ha spiegato Hollande aprendo il vertice a quattro di Versailles.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Europa | Commenta »
Marzo 4th, 2017 Riccardo Fucile
DOVE I NAZIONALISTI NON SONO MACCHIETTE ANTI-EUROPA … LA LEADER DEL PARTITO CATTOLICO IRLANDESE E’ MICHELLE O’NEILL
Una donna guida gli indipendentisti nord-irlandesi al miglior risultato elettorale della loro storia.
Michelle O’Neill, 40 anni, madre di due figli, ex-sindaco ed ex-ministra del governo della regione autonoma britannica, ha portato lo Sinn Fèin, il partito cattolico repubblicano, alla quasi parità con gli avversari del Democratic Unionist Party (Dup), il partito protestante fedele a Londra.
I risultati ufficiali delle elezioni anticipate in Irlanda del Nord assegnano infatti 28 seggi al Dup e 27 allo Sinn Fein, con una perdita di nove seggi per il partito dei protestanti unionisti rispetto alle votazioni precedenti.
Con l’aggiunta dei partiti minori, il fronte unionista pro-britannico ha in tutto 40 seggi, quello indipendentista ne ha 39 e 11 seggi vanno a un blocco non allineato.
“Proveremo a ricostituire il governo congiunto con il Dup”, dice O’Neill, ma non è detto che ciò accada.
In base alle norme fissate da Londra, la regione ha tre settimane di tempo per formare una nuova coalizione di governo. Dopodichè il governo centrale britannico avrà due opzioni: rimandare l’Irlanda del Nord alle urne o imporre “direct rule”, cioè tornare a governarla da Londra.
La seconda ipotesi sarebbe una ricetta per riaccendere i Troubles, com’era chiamato il trentennale conflitto che ha provocato 3 mila morti fra le due parti fino agli accordi del Venerdì Santo del 1998 che hanno avviato due decenni di pace e benessere.
Una pace relativa, perchè a Belfast cattolici e protestanti sono ancora divisi da un muro e fazioni di irriducibili aspettano solo l’occasione per rilanciare la violenza, peraltro sempre presente in sottofondo: solo nell’ultimo mese ci sono stati due azzoppamenti a colpi d’arma da fuoco a Londonderry e una bomba disinnescata dalla polizia a Belfast.
La vincitrice morale delle elezioni è Michelle O’Neill, prima leader dello Sinn Fèin a non avere conosciuto sulla propria pelle il conflitto: non è mai stata in prigione, a differenza del padre, a lungo incarcerato, nè è mai stata coinvolta in violenze, a differenza di un cugino, ucciso in uno scontro a fuoco all’epoca dei Troubles.
Appena tre mesi fa O’Neill ha preso il posto di Martin McGuinness, ex-comandante dell’Ira, l’Irish Republican Army (Ira) che ha rinunciato alle armi dopo 30 anni di guerra, il quale ha dato le dimissioni da vice-premier per contrasti con il Dup ma si è subito dopo ritirato dall’attività politica per una grave malattia.
Esce invece di fatto sconfitta dal voto Arlene Foster, leader del Dup e premier del governo autonomo: nel suo partito si levano già voci che ne chiedono le dimissioni.
Tra le ragioni del risultato storicamente positivo per lo Sinn Fèin c’è la Brexit.
Nel referendum britannico del giugno scorso, in Irlanda ha prevalso con il 56 per cento il fronte per restare nell’Unione Europea. Ora molti temono che l’uscita dalla Ue farà risorgere il confine tra le due Irlande e riaccenderà il conflitto.
A Dublino come a Belfast, molti chiedono uno status speciale per tutta l’isola che ne preservi l’unità di fatto raggiunta nei vent’anni di processo di pace.
Se questo non sarà possibile, lo Sinn Fein intende chiedere un referendum in tutta l’Irlanda, del nord e del sud, britannica e già indipendente, per la riunificazione dell’isola.
La stagione dei referendum, insomma, da queste parti potrebbe non essere finita: ne vuole fare uno anche la Scozia, che come l’Irlanda del Nord ha votato a netta maggioranza contro la Brexit nel referendum britannico, e ora ne vuole indire un altro per ottenere l’indipendenza da Londra e restare nella Ue.
Per uscire dall’Unione Europea, il Regno Unito rischia di diventare un regno disunito, anzi dimezzato, perdendo due regioni su quattro, ridotto a una Little England più il piccolo Galles.
(da agenzie)
argomento: Europa | Commenta »
Marzo 3rd, 2017 Riccardo Fucile
IN BILICO IL FUTURO DEL GOVERNO CONGIUNTO
Cresce in Irlanda del Nord il partito nazionalista cattolico Sinn Fein. È quanto emerge dai primissimi dati sull’affluenza alle elezioni per il rinnovo del Parlamento irlandese (i risultati definitivi non si avranno prima di domani, ndr).
L’appuntamento elettorale – determinante per il futuro della coalizione tra repubblicani e unionisti nata dagli accordi di pace del Venerdì santo – è considerato anche un test per la tenuta stessa del Regno Unito dopo la Brexit.
Secondo i media britannici, i nazionalisti del Sinn Fein sperano in un incremento di voti rispetto agli unionisti del Dup travolti dal recente scandalo della loro leader Arlene Foster, accusata di malversazione.
Una affermazione del Sinn Fein potrebbe avere tutta una serie di conseguenze, spiegano gli esperti, soprattutto di fronte alle prospettive della Brexit, rispetto alla quale i nordirlandesi hanno votato in maggioranza contro nel referendum del 23 giugno, e alla possibilità , per ora solo evocata da Dublino, di una unificazione con la vicina Irlanda.
A innescare il voto è stata le decisione del partito cattolico Sinn Fein di ritirarsi dal governo di unità , spingendo per una resa dei conti con i protestanti.
La crisi – ricorda Repubblica – è esplosa in gennaio, apparentemente per una questione secondaria: un dissidio su un programma per lo sviluppo delle energie rinnovabili.
Ma è bastato a provocare le dimissioni di Martin Mc Guinness, vice-premier e leader dello Sinn Fein, il partito cattolico, dal governo congiunto guidato dalla premier Arlene Foster, leader del Democratic Unionist Party (Dup), il maggiore partito protestante.
Ma il vero agente destabilizzatore è stato il sì al referendum sulla Brexit.
Scrive ancora Repubblica:
Nel referendum del giugno scorso, l’Irlanda del Nord (come la Scozia), ha votato per rimanere nell’Unione Europea, con una maggioranza del 56 per cento. Ma com’è noto a livello nazionale ha vinto, 52 a 48 per cento, il fronte per l’uscita dalla Ue.
Il problema è che l’Unione Europea, in Irlanda del Nord, è anche il garante della pace: ha fatto scomparire la frontiera tra le “due Irlande”, che facendo entrambe parte della Ue potevano sentirsi di fatto già unite.
E sono unite nella sostanza in tanti commerci, imprese, iniziative economiche, sociali, politiche. Senza la Ue, a meno che Londra e Bruxelles conferiscano alla regione uno statuto speciale, il confine risorgerebbe.
E con esso, predicono in molti, tornerebbero Troubles, i problemi, com’era eufemisticamente soprannominata la sanguinosa guerra civile. Peraltro mai scomparsi del tutto: soltanto nell’ultimo mese, a Belfast e dintorni ci sono stati due azzoppamenti e una bomba (fortunatamente disinnescata in tempo).
La questione chiave — spiega l’Associated Press — è vedere se Sinn Fein riesce a superare i democratici unionisti e diventare il primo partito nell’Irlanda del Nord, cosa mai accaduta prima.
Le regole locali richiedono che entrambe le parti superino le rispettive ostilità e collaborino in un governo di unità . In caso di fallimento, spetterebbe al governo britannico il compito di prendere il controllo.
Secondo i democratici unionisti, la nuova leader di Sinn Feinn, Michelle O’Neill, vuole sfruttare la crisi politica e l’eventuale successo del suo partito per ridare fiato alle proposta di un referendum per l’unificazione dell’isola: in pratica, per la secessione dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito e per il suo ricongiungimento con la Repubblica d’Irlanda.
Un altro tassello verso la disgregazione del Regno.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Europa | Commenta »
Marzo 2nd, 2017 Riccardo Fucile
SARANNO CHIAMATI ALLE ARMI I NATI DOPO IL 1999… SOLO IN ITALIA I CAZZARI SOVRANISTI FANNO IL GIOCO DELL’IMPERIALISMO STRANIERO
La corsa al riarmo contagia perfino la Svezia. O meglio, l’incremento delle spese militari annunciato da Donald Trump e l’intenzione di reagire della Russia costringono la Svezia a correre ai ripari, ripristinando il servizio militare a 7 anni dalla sua abolizione.
La Svezia ha annunciato oggi che il servizio militare, soppresso nel 2010, sarà ripristinato nel 2017 per rispondere all’evoluzione della situazione di sicurezza legata al riarmo della vicina Russia.
“Il governo vuole un metodo di reclutamento più stabile e intende aumentare la nostra capacità militare perchè la situazione della sicurezza è cambiata”, ha spiegato il ministro della Difesa Peter Hultqvist. Un progetto di legge apposito sarà adottato oggi in Consiglio dei ministri.
Il servizio militare obbligatorio sarà ripristinato dalla prossima estate per tutti gli svedesi nati dopo il 1999. La leva durerà 11 mesi.
Circa 13.000 svedesi dovrebbe essere mobilitati a partire dal primo luglio 2017, ma solo 4.000 saranno selezionati, in base alla loro motivazione e capacità , e chiamati alle armi ogni anno dopo il primo gennaio 2018.
Il testo di legge sarà certamente approvato anche dal Parlamento, essendo oggetto di un accordo tra il governo di sinistra e l’opposizione di centrodestra. “La nuova situazione della sicurezza è una realtà che si esprime soprattutto sotto forma di una dimostrazione di forza russa che a lungo è stata sottostimata”, ha spiegato un esperto del settore, Wilhelm Agrell.
Nel 2010, la Svezia, che non ha vissuto conflitti armati nel suo territorio per più di due secoli, aveva rimosso la coscrizione, introdotta per la prima volta nel 1901 ma ritenuta inadeguata alle esigenze di un esercito moderno.
La Svezia non fa parte della Nato ma ha sottoscritto il partenariato per la pace, programma lanciato nel 1994 per sviluppare la cooperazione militare tra Alleanza Atlantica e paesi non membri.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Europa | Commenta »
Marzo 1st, 2017 Riccardo Fucile
INTRALLAZZATE DI MENO, INVECE CHE ACCUSARE CHI VI COGLIE CON LE MANI NELLA MARMELLATA
Franà§ois Fillon incassa il colpo e parte al contrattacco. In risposta alla convocazione a comparire
davanti ai giudici fissata per il prossimo 15 marzo, questa mattina il candidato dei Rèpublicains ha organizzato all’ultimo minuto una conferenza stampa per annunciare che non si ritirerà dalla corsa all’Eliseo, visto che ormai “la democrazia è stata sfidata”.
Nel corso del suo intervento, durato meno di dieci minuti, il leader della destra ha fatto appello a tutto “il popolo francese”, dicendosi vittima di un “assassinio politico” che colpisce l’intera “elezione presidenziale”.
Il candidato dei Rèpublicains ha denunciato una violazione “dello stato di diritto” da parte della magistratura, colpevole di voler compromettere la sua candidatura convocandolo a poco più di un mese dal primo turno delle elezioni presidenziali.
Fillon adotta così la strategia del vittimismo politico.
Puntando il dito contro le istituzioni, il leader repubblicano ha indossato i panni dell’agnello sacrificale da immolare sull’altare del garantismo politico. Per rispondere alle accuse, il candidato ha scelto la via più diretta, inasprendo i toni del suo discorso fino al limite, con il risultato di esasperare il dialogo politico della sua campagna elettorale.
Seppur con argomenti diversi, lo stesso schema è stato adottato anche da Marine Le Pen. Oltre a essere coinvolta in un’inchiesta simile a quella del suo avversario per via di alcuni impieghi fittizi all’Europarlamento, la leader del Front National deve rispondere anche di finanziamenti illeciti delle precedenti campagne elettorali e di questioni riguardanti la mancata dichiarazione di alcuni beni immobiliari.
Dopo l’arresto di una sua collaboratrice e il rifiuto di comparire davanti alla polizia utilizzando l’immunità da europarlamentare, nei giorni scorsi la candidata dell’estrema destra ha fatto appello a una fantomatica “tregua giudiziaria” in questo periodo pre-elettorale
Durante un discorso pronunciato a Nantes la scorsa domenica, Marine Le Pen è arrivata a denunciare “il governo dei giudici” aggiungendo che, una volta vinte le elezioni, “questo potere politico sarà spazzato via” e che molti funzionari dovranno “assumersi le proprie responsabilità ”.
Parole pesanti, suonate come minacce indirizzate alle toghe di Parigi. Per tutta risposta, il sindacato dei magistrati ha replicato attraverso il suo portavoce, Benjamin Blanchet, che si è detto “costernato” da simili affermazioni “antirepubblicane”.
Tra scandali giudiziari, inchieste e dichiarazioni al vetriolo, queste elezioni presidenziali sembrano ormai segnate da un clima di tensione che potrebbe avere delle forti ripercussioni sui risultati.
Costretti a difendersi dalle accuse, i due rappresentanti della destra hanno ormai aperto un conflitto con la magistratura francese, facendo leva su posizioni anti-sistema e populiste.
Per il momento, l’unico a sfruttare questa situazione a suo vantaggio è Emmanuel Macron.
Secondo gli ultimi sondaggi, l’ex ministro dell’Economia risulterebbe vincitore al ballottaggio contro Marine Le Pen, ottenendo il 58% delle preferenze.
Dato inizialmente come favorito, dopo lo scoppio del Penelopegate Fillon ha perso parecchi punti, precipitando rovinosamente nei sondaggi. Il candidato della destra non passerebbe neanche il primo turno, restando fermo al 20%.
In visita al salone dell’agricoltura, Macron ha commentato il discorso del suo rivale definendolo come “il segno di una perdita di nervi”.
In altre parole, Fillon non sarebbe più una minaccia per il leader di En Marche!, che dopo questi ultimi eventi ha dinnanzi a sè una strada spianata verso l’Eliseo.
(da “Huffingtonpost“)
argomento: Europa | Commenta »
Marzo 1st, 2017 Riccardo Fucile
APPROVATO EMENDAMENTO CHE PROTEGGE I RESIDENTI IN UK
Non riusciranno a salvare l’Europa, ma almeno i Lord britannici provano a salvare gli europei. Non tutti: i 3 milioni che vivono nel Regno Unito.
La camera alta del parlamento di Westminster vota 358 a 256 per concedere a tutti loro (compresi circa mezzo milione di italiani) il diritto incondizionato di rimanere a tempo indeterminato in questo paese anche dopo la Brexit.
Anche il governo di Theresa May fa la stessa promessa, ma è appunto solo una promessa, condizionata alla concessione di un diritto analogo a oltre 1 milione di cittadini britannici residenti negli altri paesi dell’Unione Europea.
In pratica, per Downing Street è un diritto da reciproco da regolare nel corso del negoziato di ‘divorzio’ fra Londra e Bruxelles che dovrebbe cominciare questo mese e durare due anni. Si sa tuttavia come vanno i divorzi: è facile bisticciare e quello tra Gran Bretagna e Ue si annuncia litigiosissimo.
“Sarebbe disumano trattare gli europei che vivono tra noi, che lavorano nei nostri ospedali e nelle nostre scuole, come merce di scambio sul tavolo delle trattative”, dice la baronessa Hayter, una dei lord che hanno votato a favore del provvedimento.
È uno sgambetto alla Brexit, il primo tirato dal Parlamento.
Potrebbe essere soltanto uno sgambetto simbolico, perchè ora la decisione torna alla camera dei Comuni, che nei giorni scorsi aveva approvato l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, il ‘grilletto’ della secessione britannica dalla Ue, senza alcun emendamento. Se i Comuni ci ripensano e voteranno come i Lord sulla questione dei residenti europei, per la premier May sarebbe una seria sconfitta.
Altrimenti comincerà un ‘ping pong’, qui lo chiamano proprio così, fra le due Camere, in cui i Comuni in teoria dovrebbero avere l’ultima parola, perchè la Camera bassa è eletta dal popolo, quella alta è composta di membri nominati dalla regina su indicazione del primo ministro di turno.
Come che sia, è la prima volta, dal voto nel referendum popolare del giugno scorso, che la Brexit subisce una battuta d’arresto.
Ed è paradossale che infliggergliela siano i Lord, visti nell’immaginario popolare come una creatura della democrazia ‘made in Britain’ antiquata fin dal nome, obsoleta e neanche democratica.
In realtà , le cose non sono esattamente così.
Un tempo, per secoli, i seggi alla Camera dei Lord andavano soltanto ai ‘pari del regno’, ovvero all’aristocrazia, ed erano ereditari, passati di padre in figlio (primogenito).
Poi però il governo laburista di Tony Blair, tanto odiato oggi, ma che qualcosa di buono ha fatto, l’ha riformata: i seggi ereditari sono adesso meno del 10 per cento, gli altri sono tutti ‘di nomina governativa’.
E questo ha fatto sì che la Camera dei Lord sia diventata nel giro di vent’anni una sorta di ‘camera dei saggi’, i cui membri sono l’equivalente di senatori a vita, quasi tutti con grandi benemerenze: scienziati, docenti universitari, ex-leader politici di primo piano, grandi avvocati, grandi esperti in tutti i campi del sapere umano.
Non prendono nemmeno uno stipendio per questo onore, bensì 300 sterline per ogni seduta a cui partecipano.
E l’ermellino rosso lo mettono in realtà sulle spalle soltanto una volta all’anno, quando la regina viene a fare il suo discorso appunto annuale in Parlamento.
Se gli europei di Londra, alquanto depressi dalla Brexit, preoccupati di venire deportati (a qualcuno è successo), irritati dal rifiuto della carta di residenza permanente (è successo anche questo, di recente a un francese sposato con una scozzese e residente qui da 25 anni), amareggiati dal non potersi più sentire a casa propria in quella che era fino a meno di un anno fa la più grande capitale multietnica d’Europa, se questi 3 milioni di persone devono ora ringraziare qualcuno, sono gli anziani lord, i baroni e le baronesse (di nomina, non di lignaggio, va ricordato: non hanno terre e castelli).
Vedremo come andrà a finire, ma intanto, almeno per una sera, il fronte anti-Brexit celebra una vittoria.
(da “La Repubblica”)
argomento: Europa | Commenta »
Marzo 1st, 2017 Riccardo Fucile
I REPUBBLICANI NON VOGLIONO LA BREXIT E PREMONO PER UN REFERENDUM CHE RIPORTEREBBE L’ULSTER CON L’EIRE… MA E’ FORTE L’OPPOSIZIONE DEGLI UNIONISTI
Le elezioni del 2 marzo segneranno uno spartiacque decisivo nella storia del processo di pace in
Irlanda del Nord.
Le dimissioni del vicepremier Martin McGuinness, storico esponente dei repubblicani di Sinn Fèin, hanno fatto cadere il governo formato meno di un anno fa aprendo la strada al voto anticipato, ma hanno anche creato i presupposti per una lunga stagione di instabilità nella regione.
Questa crisi è infatti la diretta conseguenza della profonda divisione che tuttora caratterizza la società nordirlandese, il sintomo inequivocabile della chiusura di una fase storica e politica avviata con la firma dell’Accordo del Venerdì Santo del 1998. Uno dei capisaldi della pace raggiunta a Belfast ormai quasi un ventennio fa era la politica del ‘power sharing’, ovvero la condivisione dei poteri tra i maggiori partiti del Paese.
Sinn Fèin e Dup, espressione della comunità cattolico-repubblicana e di quella unionista-protestante, erano stati chiamati a governare insieme su una serie di questioni ‘devolute’ dal Parlamento britannico.
Un meccanismo istituzionale che almeno negli ultimi dieci anni ha funzionato, contribuendo a chiudere i conti con il passato e con una stagione di violenza che pareva interminabile.
Al tempo stesso non è però riuscito a proiettare il Paese nel futuro poichè non è stato capace di ricostruire il tessuto sociale ed economico dopo decenni di conflitto.
La convivenza tra le due comunità continua a essere assai problematica a causa di una struttura sociale profondamente settaria e basata sulla segregazione religiosa.
Ancora oggi, appena il 7% degli studenti dell’Irlanda del Nord frequenta scuole integrate, mentre tutti gli altri seguono un percorso educativo che viaggia su binari rigidamente separati in base all’appartenenza confessionale.
Le famiglie vivono in comunità divise, e sia a Belfast sia in altre città sono ancora presenti numerose ‘peace line’, le barriere di cemento e lamiera che dividono per motivi di sicurezza i quartieri cattolici da quelli protestanti.
Come se non bastasse, le statistiche più recenti parlano di una disoccupazione giovanile al 20% e della crescita costante del tasso di criminalità e della diffusione di droghe.
Ufficialmente, l’ex vicepremier McGuinness ha fatto cadere il governo per prendere le distanze dal primo ministro Arlene Foster (Dup), coinvolta in uno scandalo relativo al cattivo utilizzo degli incentivi per la riconversione delle industrie più inquinanti, ma in realtà le sue dimissioni sono arrivate dopo un lungo percorso di scontro tra i due partiti di maggioranza relativa dell’esecutivo nordirlandese.
Da tempo Sinn Fèin lamenta una sostanziale subalternità nei confronti della controparte unionista e, forte anche della crescita registrata al sud negli ultimi anni, vorrebbe ridiscutere alcuni dei punti stabiliti dall’Accordo del 1998 alla luce degli esiti del referendum sulla Brexit.
I due partiti di governo hanno affrontato la campagna referendaria su sponde opposte (Dup pro-Brexit, Sinn Fèin contrario), e l’esito del voto nordirlandese ha espresso una chiara maggioranza a favore della permanenza nella Ue (56%).
Ciò ha fatto tornare con forza all’ordine del giorno il tema della riunificazione dell’isola (l’Ulster con l’Eire), obiettivo storico dei repubblicani ma da sempre ferocemente osteggiato dagli unionisti (che vorrebbero tornare con Londra).
Adesso il problema non è più solo di natura politica ma anche costituzionale, poichè l’accordo di pace ha stabilito che la popolazione del Nord ha diritto alla cittadinanza irlandese e quindi dell’Unione europea.
Sulla falsariga di quanto sta accadendo anche in Scozia, Sinn Fèin sostiene che il governo inglese non rappresenta più gli interessi economici e politici di una popolazione che ha votato in maggioranza per il ‘Remain’ e insiste sulla necessità di un referendum per la riunificazione con Dublino.
Alcuni giorni fa il presidente di Sinn Fèin Gerry Adams — unico leader rimasto tuttora in carica tra i protagonisti dell’Accordo del 1998 — ha detto che se Londra farà uscire l’Irlanda del Nord dalla Ue compierà «un atto ostile» che distruggerà il processo di pace. «Il premier britannico — ha aggiunto — ha confermato l’intenzione di porre un termine alla giurisdizione della Corte europea e ritirare la Gran Bretagna dalla convenzione europea sui diritti umani, una posizione che minaccia gli elementi fondamentali riguardanti i diritti umani dell’Accordo del Venerdì Santo».
Parole pesanti, che secondo i più pessimisti potrebbero persino scoprire il fianco agli estremisti che da sempre contestano il compromesso che è alla base di quell’accordo.
I timori più consistenti riguardano il possibile ripristino della frontiera tra le due parti dell’Irlanda, un tempo presidiata militarmente e teatro di scontri e attentati, la cui stessa presenza simbolica potrebbe alimentare le attività dei gruppi dissidenti con effetti assai controproducenti sul processo di pace.
Ma nonostante qualche isolato rigurgito di violenza, i repubblicani irlandesi hanno ormai definitivamente messo da parte il passato rivoluzionario e Sinn Fèin, un tempo braccio politico dell’Ira, ha consolidato il proprio profilo politico-istituzionale affidando la leadership alla 40enne Michelle O’Neill, che non ha trascorsi nella lotta armata e incarna alla perfezione il volto nuovo di un partito sempre più proiettato nel futuro.
Il loro obiettivo, da raggiungere attraverso una strategia di medio periodo sfruttando anche la leva della Brexit, è la riunificazione dell’isola sul modello della Germania post-1989.
La divisione dell’Irlanda fu imposta dagli inglesi nel 1922 contro il volere degli irlandesi, con l’unico scopo di creare una maggioranza artificiale, ‘un Parlamento protestante per uno Stato protestante’ basato su una sistematica discriminazione nei confronti dei cattolici.
Un’entità geopolitica creata a tavolino che col trascorrere del tempo è implosa fino a portare la guerra nelle strade, e che ormai appare del tutto anacronistica sul piano storico, economico e demografico.
All’ultimo censimento effettuato nel 2011, il 48% della popolazione dell’Irlanda del Nord si è dichiarato protestante e il 45% cattolico, confermando una tendenza in corso da anni e che è destinata a ribaltare in tempi brevi la dinamica demografica della regione.
Per la prima volta, nella storia ormai quasi centenaria della Northern Ireland, i protestanti si ritroveranno a essere una minoranza.
Ma è sul piano strettamente economico che l’esistenza stessa dell’Irlanda del Nord dimostra ormai di non avere più alcun senso: troppo piccola e marginale rispetto all’economia britannica, è al tempo stesso troppo legata ai sussidi del governo di Londra per poter sopravvivere autonomamente.
Secondo un recente studio di un gruppo di ricerca indipendente, la riunificazione porterebbe enormi benefici a entrambe le parti dell’isola trainando le economie del Nord e della Repubblica verso una crescita stimata in oltre trenta miliardi di euro in meno di un decennio.
Un effetto virtuoso che sarebbe raggiungibile unendo sistemi economici già in larga parte interdipendenti ma non allineati tra loro.
Se il Nord adotterà l’euro e il regime fiscale della Repubblica — sostiene lo studio —, vedrà crescere esponenzialmente le esportazioni e il Pil pro-capite, mentre Dublino trarrà beneficio dall’abbattimento delle barriere d’accesso al mercato del Nord.
Anche una città come Belfast, che ha saputo solo in minima parte riconvertire il suo passato industriale e presenta oggi tassi di povertà e disoccupazione preoccupanti, potrebbe approfittare dello sviluppo e degli investimenti esteri che negli ultimi anni hanno arricchito città come Dublino, Cork e Galway.
Non è un caso che l’ex premier nordirlandese Peter Robinson — un tempo strenuo oppositore di un’Irlanda unita, al pari di tutta la comunità unionista — abbia mostrato apprezzamento del dinamismo economico della Repubblica e abbia cercato di armonizzare le politiche fiscali tra Belfast e Dublino.
Dopo l’esito del referendum sulla Brexit, i cittadini dell’Irlanda del Nord hanno cominciato a fare la fila per prendere il passaporto della Repubblica, terrorizzati dall’idea di perdere lo status comunitario e consapevoli che l’economia della regione non potrebbe fare a meno del miliardo di euro di fondi che arrivano ogni anno da Bruxelles.
Persino il pragmatico primo ministro irlandese Enda Kenny, alcuni mesi fa, ha aperto alla possibilità di una United Ireland, sollecitando paragoni con quanto fece la Germania Est nel 1990.
D’altra parte è lo stesso Accordo del Venerdì Santo a prevedere l’eventualità di un referendum per riunire il Nord al Sud, se e quando sarà la popolazione a volerlo.
Gli sviluppi politici, economici e demografici fanno dunque pensare che il ‘muro’ di Belfast possa davvero cadere e che la riunificazione dell’isola rappresenti ormai la soluzione plausibile per chiudere un capitolo lungo e doloroso della storia europea.
(da “Avvenire“)
argomento: Europa | Commenta »