Gennaio 23rd, 2017 Riccardo Fucile
REDDITO DI CITTADINANZA, DROGHE LEGGERE E PROFUGHI… AL BALLOTTAGGIO AVRA’ I VOTI DI MONTEBOURG
Sarà il duello tra Benoà®t Hamon e Manuel Valls a decidere la leadership della sinistra francese per le prossime elezioni presidenziali.
Con uno scatto sulla linea del fotofinish, Hamon è riuscito a sorpassare il suo “collega” frondista Arnaud Montebourg (17,6%) e l’ex primo ministro (31,2%), arrivando a ottenere il 36,2% delle preferenze.
Un exploit inatteso, frutto di una rimonta avvenuta in questi ultimi giorni simile a quella compiuta da Franà§ois Fillon a novembre durante le primarie della destra. Previsto per domenica prossima, il ballottaggio dovrebbe confermare i risultati di ieri, visto anche l’appoggio dato da Montebourg, che ha invitato i suoi sostenitori a votare per Hamon.
Quella tra Valls e Hamon è una sfida tra due diverse concezioni della sinistra antitetiche tra loro, che riporta a galla i dissapori che hanno accompagnato il governo di Hollande in questi ultimi cinque anni.
Ex ministro dell’Istruzione, Hamon ha abbandonato l’esecutivo nell’agosto del 2014 insieme a Montebourg a causa delle forti divergenze createsi con la maggioranza.
Per questo, la sua vittoria alla prima tornata elettorale è stata interpretata da molti come la rivincita dei frondisti nei confronti dell’ala maggioritaria del Partito Socialista.
Annunciando la sua candidatura a fine agosto, Hamon ha avuto il tempo di sviluppare un programma incentrato su temi ecologici e sociali, evocando un ritorno a una politica più “di sinistra” rispetto a quella dei suoi concorrenti.
Con la sua proposta sul reddito di cittadinanza universale, il candidato è riuscito ad aprire un dibattito interno alla campagna catalizzando su di sè le attenzioni del grande pubblico.
A questo si sono aggiunte poi una serie di proposte sull’abolizione della riforma del lavoro, la liberalizzazione delle droghe leggere e un miglioramento del sistema di accoglienza per gli immigrati.
Inizialmente dato come favorito, Valls ha pagato lo scotto della sua fedeltà al presidente Hollande.
Durante la sua breve campagna elettorale, l’ex primo ministro si è ritrovato a dover difendere l’operato del suo governo, il più impopolare nella storia della V Repubblica. Gli attacchi portati dai suoi avversari e le tante contestazioni subite durante i suoi spostamenti lo hanno costretto a un delicato esercizio di equilibrismo politico, in bilico tra proposte di rinnovamento e goffi tentativi revisionistici (primo fra tutti quello sull’abrogazione del 49,3, la legge utilizzata dal suo governo per far passare la riforma del lavoro).
Ma la vera scommessa di queste primarie si è giocata sulla partecipazione.
Il numero di votanti registrato per il primo turno oscilla tra 1,7 e 1,9 milioni, un risultato modesto se paragonato ai quattro milioni delle primarie della destra tenutesi a novembre.
Anche se il segretario del Partito Socialista, Jean-Cristophe Cambadèlis, ha considerato questa prima fase come “riuscita”, la debole affluenza alle urne rappresenta un segnale di allarme che rispecchia l’attuale stato della sinistra francese.
Il primo compito del futuro candidato, infatti, sarà quello di riunire la gauche, ad oggi frammentata da correnti interne difficilmente riconciliabili tra loro.
Alla corsa per l’Eliseo parteciperanno anche altri leader provenienti dalla sinistra che si sono rifiutati di passare per le primarie, come l’ex socialista Jean-Luc Mèlenchon, l’ecologista Yannick Jadot e il liberale Emmanuel Macron, quest’ultimo protagonista di una rimonta nei sondaggi che per il momento lo attestano come terzo candidato con il 20% delle preferenze.
Ed è proprio Macron la figura politica che rischia di affossare definitivamente le speranze socialiste di passare il primo turno delle prossime presidenziali. Un’eventuale candidatura di Hamon potrebbe allontanare i voti degli elettori moderati e social-liberali, delusi dalle proposte radicali del leader frondista, favorendo in questo modo la corsa dell’ex ministro dell’economia.
La sinistra si ritrova così in un impasse dal quale sembra impossibile uscire.
Nei prossimi mesi il Partito Socialista dovrà tentare di risanare le fratture interne per poter riacquistare quella credibilità che nel 2012 lo portò alla vittoria. Per il momento, tutti gli occhi sono puntati su colui che avrà il compito di restituire un’identità a una famiglia politica allo sbando.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 21st, 2017 Riccardo Fucile
SETTE CANDIDATI IN CORSA, MA GLI AVVERSARI PIU’ TEMIBILI PER LA DESTRA RESTANO FUORI… LOTTA TRA VALLS, MONTEBOURG E HAMON
Fino a un mese fa il candidato della sinistra doveva essere uno solo, Franà§ois Hollande. La gran rinuncia del Presidente ha costretto il partito socialista a organizzare primarie dell’ultima spiaggia: una consultazione aperta in due turni. Questa domenica si affrontano sette candidati, e domenica prossima si svolgerà il ballottaggio.
Alcuni dei pretendenti sono sconosciuti ai più, come l’ecologista Jean-Luc Bennahmias o la radicale di sinistra Sylvia Pinel, unica donna tra i pretendenti. Ma tutto in realtà si gioca tra i rivali Manuel Valls e Arnaud Montebourg, ma Benoà®t Hamon spera di diventare il terzo incomodo che gode, com’è accaduto a Franà§ois Fillon nelle primarie della destra di novembre scorso.
I pronostici sono aperti, nessuno davvero spicca nei sondaggi. Fino a qualche settimane fa il favorito era Valls che ora invece appare in difficoltà .
Quando era premier ha imposto riforme sgradite all’ala dissidente del Ps mentre adesso tenta di presentarsi come l’unico capace unire la gauche. Valls ha dovuto annullare alcuni comizi per timore di contestazioni.
Dopo aver ricevuto un sacco di farina in faccia durante un comizio, è stato quasi schiaffeggiato da un ragazzo. Si è scoperto poi che il giovane non era un militante di sinistra, ma un noto antisemita.
Sull’ex premier si concentrano tutte le critiche.
Non è escluso che possa essere addirittura eliminato già al primo turno (come avvenne per Sarkozy) e ci sia così un ballottaggio tra Montebourg e Hamon, con la prevalenza di una gauche radicale e “utopista”, rispetto a quella moderata e riformista, com’è già accaduto altrove in Europa, per esempio con la svolta del Labour e leadership a Jeremy Corbyn.
L’equivalente francese potrebbe essere Montebourg, 54 anni, ex ministro dell’Economia, teorico della “dèmondialisation”, la fine della globalizzazione e protezionismo a oltranza, vuole uscire dal Patto di Stabilità e “rovesciare il tavolo” con la Germania: interpreta sentimenti diffusi in una parte della gauche.
Hamon, 49 anni, ex ministro dell’Istruzione, si è ispirato invece al programma di Bernie Sanders sulle sfide ambientali e sull’idea di un modello alternativo di sviluppo economico: è riuscito a imporre un dibattito intorno alla sua idea di far pagare allo Stato un “reddito universale” per tutti i cittadini.
Chiunque sia il vincitore, dovrà fare fare i conti con almeno altri tre candidati a sinistra che non partecipano alle primarie: Yannick Jadot dei Verdi, l’ex socialista Jean-Luc Mèlenchon e l’outsider liberale Emmanuel Macron, in folgorante ascesa. Una frammentazione dell’elettorato che provoca una situazione paradossale: il candidato designato dal Ps potrebbe non solo essere eliminato già al primo turno delle presidenziali, il 23 aprile, ma addirittura finire in quarta posizione, dietro Macron o Mèlenchon a seconda delle configurazioni.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 21st, 2017 Riccardo Fucile
I CATTOLICI NORDIRLANDESI: “STATUTO SPECIALE CONTRO L’ATTO OSTILE DI LONDRA, NOI RESTIAMO IN EUROPA”
La Brexit e l’uscita dell’Irlanda del Nord dall’Unione europea «distruggeranno» l’accordo di pace del
Venerdì Santo, che nel 1998 mise fine al conflitto nell’Ulster: Lo ha detto a Dublino lo storico leader dei cattolici nordirlandesi Gerry Adams, presidente dello Sinn Fein.
Intervenendo a Dublino a una conferenza sull’Irlanda unita, Adams non ha però spiegato quali sarebbero esattamente le conseguenze sull’accordo del venerdì santo. Secondo il presidente dello Sinn Fein, l’Irlanda del Nord dovrebbe comunque ottenere uno statuto speciale in seno ai 27 dopo la Brexit, senza che ciò abbia conseguenze sull’accordo costituzionale che offre all’Ulster lo statuto di componente del Regno Unito.
Per Adams, «l’intenzione del governo britannico di portare il Nord fuori dall’Ue, nonostante la volontà del popolo di rimanerci, è un’azione ostile. Il premier britannico ha confermato l’intenzione di porre un termine alla giurisdizione della Corte europea. Insieme con l’impegno britannico di ritirare la Gran Bretagna dalla convenzione europea sui diritti umani, questa posizione minaccia gli elementi fondamentali che riguardano i diritti umani dell’accordo del Venerdì Santo».
«Il discorso di Theresa May ha rafforzato questa ipotesi», conclude il presidente dello Sinn Fein. «I pericoli di una `hard Brexit’ sono ora più evidenti di prima. Il Nord ha bisogno di uno statuto speciale in seno all’Ue. Il governo irlandese deve considerarlo un obiettivo strategico nelle sue trattative all’ interno dei 27 quando negozieranno con il premier britannico. La posizione britannica non prende in considerazione il fatto che i cittadini del Nord, in base all’accordo in vigore, hanno il diritto alla cittadinanza irlandese, e quindi dell’Unione europea».
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2017 Riccardo Fucile
CON IL SUO MOVIMENTO “EN MARCHE!” CRESCE NEI SONDAGGI… IL SUO “POPULISMO LIBERALE NE’ DI DESTRA NE’ DI SINISTRA” E’ UNA VARIABILE PERICOLOSA PER CHI PENSA DI ARRIVARE AL BALLOTTAGGIO… NEI SONDAGGI E’ AMATO DAL 40% DEI FRANCESI E PRECEDE FILLON (32%) E MARINE LE PEN (26%)
Il “fenomeno Macron” continua a crescere. A soli tre mesi dal primo turno delle prossime presidenziali,
l’ex ministro dell’economia avanza nei sondaggi con il suo movimento En Marche!, smentendo così le voci che nelle scorse settimane lo avevano definito come una “bolla” passeggera pronta a scoppiare.
Dopo aver destabilizzato il Partito Socialista rifiutando di partecipare alle primarie della sinistra, Macron comincia a preoccupare anche la destra francese, impegnata nel duello tra i due grandi favoriti all’Eliseo: il candidato dei Rèpublicains, Franà§ois Fillon, e la leader del Front National, Marine Le Pen.
Per arginare questo nuovo rivale senza esporsi in prima persona, Fillon ha sguinzagliato i suoi più fedeli collaboratori, affidandogli il compito di attaccare il candidato colpendo i suoi punti più deboli.
Ad aprire le danze è stata Valèrie Precresse, presidente della regione dell’Ile-de-France, che ha definito l’avversario come “il figlio parricida di Hollande”, mentre per il senatore Bruno Retaillau, Macron sarebbe il “candidato della contraddizione e del vago”.
Ma a sferrare il colpo più duro è stato il segretario generale del partito, Bernard Accoyer, che in una tribuna pubblicata su Le Monde lo scorso 16 gennaio ha qualificato Macron come un “Beppe Grillo vestito da Giorgio Armani” che incarna una certa “forma di populismo”, nonostante sia “un prodotto” di quel sistema che “lui stesso pretende di denunciare”.
Ed è proprio sul terreno del populismo mediatico che Macron sta costruendo il suo successo.
Proclamatosi candidato annunciando un progetto che non è “nè di destra, nè di sinistra”, Emmanuel Macron si è posizionato come una nuova forza anti-sistema capace di attrarre consensi in maniera trasversale.
La scelta di lasciare l’esecutivo sei mesi fa, dopo due anni passati alla guida di Bercy, ha permesso all’ex ministro di scrollarsi di dosso il pesante fardello del governo Hollande, che passerà alla storia come il più impopolare della V Repubblica.
Una volta libero dall’opprimente giogo delle dinamiche interne al partito, Macron ha puntato su una strategia comunicativa basata sulla critica all’establishment politico, lo stesso di cui ha fatto parte quando era ministro.
Nei suoi discorsi, l’ex banchiere di Rotschild ha puntato più volte il dito contro quel sistema partitico colpevole di aver “bloccato il paese”, provocando una stagnazione economica e un conseguente innalzamento del tasso di disoccupazione.
In contrapposizione alla farraginosa macchina istituzionale, Macron ha poi creato un movimento, più dinamico rispetto ai tradizionali partiti, capace di suscitare la curiosità degli elettori e di tesserare più di 135mila iscritti in meno di un anno.
Facendo leva su una retorica centrata sulla “rottura” con l’attuale sistema istituzionale, il leader di En Marche! sta guadagnando terreno nell’opinione pubblica.
Secondo un sondaggio pubblicato martedì dal quotidiano Les Echos, Macron risulterebbe essere il politico più amato dai francesi con il 40%, superando così Franà§ois Fillon (32%) e Marine Le Pen (26%).
La sua linea politica, però, sembra essere lontana da quella delle altre correnti populiste europee.
Anche se il suo programma verrà svelato alla fine di febbraio, Macron ha anticipato alcuni temi nei meeting di questi ultimi giorni.
Le sue idee ultra-liberali volte a “sbloccare” l’economia del paese prevedono una serie di riforme nel settore dell’impresa mirate ad abbattere quei vincoli statali che opprimono la libera concorrenza.
In campo europeo, poi, l’ex ministro si è detto più volte favorevole a “un’Europa della sovranità ” guidata dalla “coppia franco-tedesca”.
Il populismo di Macron risiede quindi nella sua impostazione elettorale ma non nei contenuti del suo programma, per certi versi vicini a quelli di Franà§ois Fillon in termini di liberalizzazione del mondo del lavoro e del settore imprenditoriale.
Se è vero che l’abito non fa il monaco, Emmanuel Macron potrebbe aver indossato gli stracci di un populismo alla Beppe Grillo per mascherare un progetto che, nonostante non sia ancora stato interamente svelato, potrebbe risultare meno innovativo di quanto promesso.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 17th, 2017 Riccardo Fucile
VINCE L’EQUILIBRIO PRO-TEDESCO
Antonio Tajani, 63 anni, eurodeputato del Ppe, monarchico in gioventù, berlusconiano in età matura, ex commissario europeo nell’era Barroso: è lui il successore del socialista Martin Schulz alla presidenza del Parlamento Europeo.
A Strasburgo si cambia segno. E così cambia segno tutta la legislatura europea nata nel 2014 o quello che ne rimane.
Si passa dalla spinta anti-austerity, che da Roma aveva contato molto sul sostegno di Juncker, alle pulsioni anti-flessibilità dei tedeschi impegnati nella loro campagna elettorale per le legislative di fine anno.
Il responso arriva intorno alle 21, in quarta votazione. Tajani fa il pieno di 351 voti, contro i 282 del candidato socialista Gianni Pittella.
Oltre ai Popolari, per il berlusconiano votano i liberali di Guy Verhofstadt, rocambolesco cerimoniere dell’accordo per Tajani dopo aver fallito con il M5s, e i Conservatori di Helga Stevens.
Per Tajani vota anche chi non sta più con Berlusconi in Italia: come Raffaele Fitto, eurodeputato del gruppo dei Conservatori che comprendono anche i Tories di David Cameron.
Non vota per Tajani invece Matteo Salvini con i suoi 4 leghisti eletti, almeno non nelle dichiarazioni ufficiali. E non toccano palla nè Nigel Farage, nè Marine Le Pen, che si tengono lontanissimi dalla contesa tra i due partiti tradizionali.
Mentre in aula scorrono per tutta la giornata gli scrutinii sul nuovo presidente, mentre nei corridoi continuano le riunioni e le trattative tra i gruppi sui voti, mentre si compie la disfatta del candidato socialista Gianni Pittella, la voce insistente dice che la regìa di questa nuova presidenza sta fuori da questo palazzo: a Bruxelles.
Precisamente a metà strada tra gli uffici del presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker e i socialisti tedeschi.
Obiettivo comune: garantire la stabilità in Parlamento, frenare l’assalto all’austerity.
Nel pomeriggio, al briefing con i giornalisti a Strasburgo, il portavoce della Commissione Margaritis Schinas smentisce le voci. “Ciò che sta avvenendo qui riguarda solo il Parlamento, noi non abbiamo un ruolo. Ma siamo interessati a che ci sia una maggioranza qui con cui lavorare e per questo vediamo tre punti di riferimento: Pittella, Tajani, Verhofstadt. Siamo fiduciosi nel fatto che una maggioranza ci sarà ”.
Naturalmente nemmeno Schinas smentisce l’obiettivo principale di Juncker: garantire la stabilità dopo la fine del patto tra socialisti e popolari che finora gli ha garantito il governo della Commissione.
E’ questo che si intende per ‘regìa’ di Juncker sulla nuova presidenza del Parlamento. Ed è per questo che, mesi fa, il presidente della Commissione veniva dato, insieme a Schulz, come il vero artefice della candidatura di Verhofstadt, poi ritiratosi dalla corsa a favore di Tajani.
Nel loro schema, Verhofstadt era il tentativo di mantenere in vita la coalizione tra Pse e Ppe. Schema fallito, perchè Pittella lancia la sua candidatura anti-austerity.
Ma grazie a Verhofstadt la stabilità viene comunque trovata, a spese di equilibri politici che risultano completamente ribaltati.
Pur senza annunci ufficiali, Juncker e Schulz sono sempre stati dalla stessa parte della barricata in questa tornata. Altrimenti non si spiegherebbe la decisione di Schulz di dimettersi dalla presidenza dell’Europarlamento a dicembre, a sorpresa, senza aver prima avvertito il gruppo o il capogruppo Pittella, informato solo la sera prima.
Il cambio di segno a favore di equilibri pro-tedeschi inizia da lì.
Da quel punto in poi, Schulz è il candidato per le prossime legislative in Germania, probabile ministro di un nuovo governo di coalizione con la Merkel.
Un risultato al quale i socialisti tedeschi contano di arrivare non certo con una campagna elettorale anti-austerity.
Nell’elettorato tedesco infatti la flessibilità non è argomento popolare. Nel frattempo, Matteo Renzi perde il referendum costituzionale, si dimette e sbiadisce il 40 per cento incassato dal Pd alle europee: unica benzina per le spinte socialiste anti-austerity contro una tornata elettorale europea vinta in massa dai popolari e dagli euroscettici nel 2014.
Ora, un presidente del Parlamento appartenente al Ppe nell’ottica tedesca è più funzionale rispetto a un presidente socialista e per giunta italiano.
Proveniente cioè da un paese che è finito di nuovo nel mirino della commissione Ue sui conti pubblici.
Si doveva scegliere e l’Europa ha scelto Berlino. Il che conviene anche a Juncker, che conserva la presidenza senza spasmi.
Da questa storia, pare che i liberali abbiano guadagnato una vicepresidenza della Commissione Europea.
I rumors vogliono che Juncker stia per assegnare a un esponente dell’Alde l’incarico lasciato dalla bulgara Kristallina Georgieva, che a inizio anno ha traslocato alla Banca Mondiale.
I Conservatori invece entrano di fatto nella stanza dei bottoni del Parlamento insieme a Tajani e soprattutto insieme a Verhofstadt, nominato da Schulz capo negoziatore di Strasburgo sulla Brexit e confermato da Tajani.
Insomma, un asso in più nella manica per gli eurodeputati Tories.
Ne fanno le spese i socialisti. Si indebolisce il grido di battaglia sulla flessibilità che negli ultimi anni — obtorto collo – era diventata una bandiera anche per Juncker.
Ora i falchi passano all’incasso. Secondo alcuni rumors, persino i Verdi tedeschi avevano difficoltà a votare Pittella perchè interessati a stringere un accordo di grande coalizione con la Merkel in Germania.
Pittella comunque ottiene il grosso dei voti dei Verdi e quelli del Gue. Ma non basta. La sinistra finisce in minoranza.
La famiglia socialista è così debole da non riuscire nemmeno a ipotizzare un attacco sul fatto che ora il Ppe ha praticamente occupato tutte le alte cariche europee: dalla Commissione al Consiglio passando per il Parlamento.
Piuttosto, ora parte lo psicodramma tra i socialisti.
“E’ tutto aperto”, allarga le braccia una parlamentare del Pse.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 17th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO LA TRATTATIVA NAUFRAGATA CON GRILLO SI ERA RITIRATO DALLA CORSA ALLA PRESIDENZA… L’ALDE APPOGGERA’ TAJANI CHE STA TRATTANDO ANCHE CON I CONSERVATORI DI ECR
I gruppi Ppe e Alde al Parlamento europeo hanno siglato un accordo di cooperazione che di fatto spinge
Antonio Tajani verso la presidenza dell’eurocamera.
Il candidato liberale dell’Alde Guy Verhofstadt ha ritirato la sua candidatura.
Il ritiro di Verhofstadt è stato annunciato dall’ex presidente del parlamento Martin Schulz in apertura di seduta.
“L’Europa è in crisi – si legge nel testo dell’accordo – una coalizione pro europea è necessaria. Per questo Ppe e Alde, al di là delle loro differenze ideologiche, hanno deciso di lavorare insieme strettamente e offrire una piattaforma comune come punto di partenza per questa cooperazione pro europea”.
L’accordo sarebbe anche con il gruppo dei conservatori. Come sottolinea un tweet di Siegfried Muresan, portavoce del gruppo Ecr-conservatori.
Restano in lizza Eleonora Forenza (Gue/Ngl, sinistra radicale), Jean Lambert (Verdi/Ale), Laurentiu Rebega (Enf, il gruppo della Lega Nord e del Front National), Helga Stevens (Ecr, Conservatori), Gianni Pittella (S&D, socialisti) e Antonio Tajani (Ppe, popolari).
Qualora venisse chiuso l’accordo anche con Ecr (conservatori) e i gruppi votassero in maniera compatta, senza nessuna defezione, il candidato dei popolari Tajani otterrebbe 359 voti.
Senza contare quelli che potrebbero arrivargli dall’Ukip e dai lepenisti.
Per essere eletti nelle prime tre votazioni occorre la maggioranza assoluta fissata a quota 376. Dal quarto voto in poi si procederebbe al ballottaggio tra i due candidati più votati.
(da “Huffingtonpost)
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Gennaio 16th, 2017 Riccardo Fucile
TAJANI FAVORITO NEI CONFRONTI DI PITTELLA, SI DECIDERA’ TUTTO DOMANI SERA AL QUARTO SCRUTINIO
Dire che sarà lei a decidere chi sarà il nuovo presidente del Parlamento Europeo è forse esagerato. Ma alla vigilia di un’elezione ‘al buio’, la prima nella storia senza un accordo tra i partiti, a Strasburgo la grande incognita è lei: cosa farà Marine Le Pen e i suoi 19 eurodeputati alla quarta votazione, cioè quella decisiva tra i candidati dei due gruppi più grandi, Pse e Ppe, Gianni Pittella e Antonio Tajani?
Ufficialmente la leader del Front National si tiene lontano dalla mischia. €
Con gli altri 21 del gruppo Enf, dove ci sono anche i cinque della Lega con Matteo Salvini, Le Pen voterà il rumeno LaurenÅ£iu Rebega ai primi tre scrutini, quelli per cui è necessaria la maggioranza assoluta che nessuno dei sette candidati raggiungerà .
Ma la votazione utile è la quarta, arriverà solo intorno alle 22 di domani, dopo una giornata di voti che serviranno solo a contare le forze in campo ma non ad eleggere il successore di Martin Schulz.
Fiato sospeso.
Sulla carta ha la meglio Tajani, che in quarta votazione potrebbe ottenere i voti di quasi tutto l’emiciclo di destra. Mentre Pittella finora è sicuro di avere solo i 189 voti socialisti, che sono pochi, rispetto anche ai soli voti dei Popolari (217).
Sul candidato socialista potrebbe confluire metà gruppo dell’Alde (68), i reduci del fallito accordo tra Guy Verhofstadt e il M5s; una parte del Gue, che ai primi tre voti hanno la loro candidata, l’italiana Eleonora Forenza; i Verdi, che per i primi tre scrutini schierano Jean Lambert.
La grande incognita resta la Le Pen con i suoi 19 voti: in tutto, il gruppo Enf ha 40 eurodeputati.
Cosa faranno le forze di destra anti-europee? Salvini lascia trapelare di non voler regalare i suoi 5 voti al candidato berlusconiano. La leader del Front National non si espone. Tajani continua a glissare sulle domande circa i voti che potrebbe avere dalle forze xenofobe.
Ma se Le Pen non dice, Nigel Farage invece si sbilancia a favore di Tajani pur specificando che la sua non è una dichiarazione di voto.
L’europarlamentare dell’Ukip dice: “Credo che Tajani vincerà , è il più pragmatico”. Farage e i suoi 20 eurodeputati sono nello stesso gruppo dei pentastellati, che erano 17, sono diventati 15 per l’addio di due eletti dopo l’affare Verhofstadt e ora sono rimasti nel gruppo ‘Europa della Libertà e della democrazia diretta’. In tutto 42 europarlamentari.
“Per gli euroscettici è una scelta molto difficile”, continua Farage: il suo gruppo non ha un candidato per i primi tre scrutinii, dopo il ritiro dell’italiano Piernicola Pedicini. “Ma credo che Tajani abbia dimostrato di essere un po’ più pragmatico. Anche se supporta l’Ue e noi no, il fatto è che il ruolo del presidente del Parlamento europeo sta diventando più importante”. A chi gli chiedeva se quindi avrebbe votato per Tajani, Farage risponde ridendo: “Non ho detto questo”.
Non è escluso che si riaprano i giochi tra il secondo e il terzo scrutinio.
A Strasburgo riscuote molta attenzione la candidatura di Helga Stevens, da parte del gruppo dei conservatori e riformisti: 74 eurodeputati. Sordomuta, fiamminga, di destra ma in prima fila nella campagna per il Remain contro la Brexit, Stevens farà confluire i suoi voti su Tajani in quarta votazione.
A meno che i socialisti non puntino su di lei per sfilare la poltrona al candidato berlusconiano. Se così fosse, sarebbe la terza presidente donna in tutta la storia del Parlamento europeo dopo le francesi Simone Veil e Nicole Fontaine.
Scenari che per ora non hanno riscontro. Nulla è detto in queste elezioni all’ultimo respiro.
Inizio domani alle 9. Verdetto solo intorno alle 22.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 16th, 2017 Riccardo Fucile
IN EUROPA NON ESISTE UN’AUTORITY COME LA EPA USA, I CONTROLLI SONO MATERIA DEI SINGOLI STATI CHE POSSONO COSI’ AIUTARE LE MARCHE NAZIONALI ANCHE SE PRODUCONO MODELLI INQUINANTI
Troppo peso ai singoli Stati, lobby invadenti e nessun reale potere all’Agenzia europea dell’ambiente. 
E così l’Europa si trova sempre a inseguire gli Stati Uniti, persino su un tema caldo come quello dell’inquinamento. Solo così si spiega come mai il dieselgate di Volkswagen sia esploso sull’altra sponda dell’Atlantico e nel Vecchio continente sia quasi riuscito a passare sottotraccia.
Negli Usa, la casa tedesca ha pagato quasi 20 miliardi di dollari, in Europa le multe dei singoli stati ammontano a poche decine di milioni di euro e la Germania — nonostante le pressioni di Bruxelles — non ha neppure aperto un’indagine.
Peggio: gli stessi tedeschi che per la madre di tutte le truffe (Vw utilizzò un software illegale e nascosto per truccare i dati sui consumi reali delle sue auto) hanno girato la testa dall’altra parte, adesso vorrebbero che l’Italia usasse il pugno di ferro con il dispositivo usato alla luce del sole da Fca per controllare l’inquinamento dei suoi veicoli.
Il problema delle auto e delle loro emissioni nocive è quindi alla radice: in Europa non esiste un’autorità come l’americana Epa che possa controllare la conformità dei veicoli su strada.
Si tratta, infatti, di materia di competenza esclusiva dei singoli Stati e ad effettuare i controlli sono le stesse autorità che concedono le omologazioni ai modelli di auto.
“E così quando una casa automobilistica ha ottenuto l’omologazione dei suoi modelli in uno Stato membro, nessun altro può intervenire” spiega Eleonora Evi, eurodeputata del Movimento 5 Stelle e membro della commissione d’inchiesta sulle misurazioni delle emissioni nel settore automobilistico (Emis).
“In sostanza — continua Evi — se la Francia avesse problemi con un modello Fca omologato in Italia non potrebbe fare nulla”.
Ed è esattamente quello che sta accadendo in Germania con il governo di Berlino che preme sulla Commissione europea perchè intervenga sull’Italia: “Le autorità italiane sapevano da mesi che Fca, nell’opinione dei nostri esperti, usava dispositivi di spegnimento illegali” ha detto il ministro dei Trasporti tedesco, Alexander Dobrindt. Per questo a Bruxelles si sta pensando di aprire un tavolo tra Roma e Berlino sulla questione con la Commissione nel ruolo di mediatore, ma i rapporti tra le parti sono tesi.
Nel frattempo, sul tavolo delle riforme in Europa si discute di come cambiare la procedura per le omologazioni; quanto investire sull’agenzia unica europea e quanto potere lasciare ai singoli Stati, “ma le resistenze sono molte con tanti Paesi che temono di cedere la loro sovranità ” aggiunge Evi.
Dal punto di vista tecnico a decidere i limiti delle emissioni è già l’Unione europea, ma la vittoria delle lobby automobilistiche risale al 2007 quando riuscirono a ottenere test che gli esperti definivano vecchi già allora (dalle rilevazioni in una stanza di laboratorio asettica alla possibilità di ricorrere a piccoli trucchi come quello della pressione degli pneumatici per ridurre le emissioni).
Insomma le istituzioni europee sono a conoscenza da anni di aver dato il via libera alla circolazione di veicoli che non rispettano i limiti imposti: addirittura alcune Ong stimano che l’80% dei veicoli diesel in circolazione non siano conformi alla regole.
“Eppure — rilancia l’onorevole dei 5 Stelle — le tecnologie per avere motori puliti che rispettino i limiti esistono. Certo costano e l’impatto sarebbe soprattutto sulle utilitarie e le auto di piccola cilindrata, ma è un problema che dovrebbero risolvere le case produttrici”.
Le stesse che lo scorso anno hanno incassato da Bruxelles il via libera a inquinare di più. E sì perchè dal 2017 i test sulle auto non si faranno più in laboratorio, ma in strada e in cambio le emissioni potranno essere 2,1 volte superiori a quelle attuali fino al 2020 e 1,5 volte dopo.
In sostanza si sposta in avanti un problema, quello dell’inquinamento, che ogni anno causa in Europa 480mila morti premature.
Per gli addetti ai lavori, quindi, l’Unione europea cerca di mettersi in regola per il futuro, ma non sembra aver intenzione di intervenire sulle auto già in circolazione (il 60% circa dei veicoli europei sono alimentati a diesel).
“Le responsabilità sono molteplici — conclude Evi -. Ci sono gli Stati membri prigionieri del conflitto di interessi tra chi omologa e chi controlla; ci sono le lobby che sfruttando il tecnicismo della materia impediscono alla politica di intervenire e c’è la Commissione Ue. Quando Antonio Tajani era commissario all’industria procrastinò le decisioni sul dieselgate e ignorò le segnalazioni arrivate da Danimarca e Polonia. Probabilmente gli incentivi che aveva promesso per investire sulle tecnologie pulite soni stati utilizzato per aggirare i test in laboratorio”.
(da “Business Insider”)
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Gennaio 8th, 2017 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI UN GRUPPO DI CENTRO CON VOCAZIONE EUROPEISTA
Beppe Grillo vuole spostare la collocazione del M5s dall’Efdd (Europe of Freedom and Direct
Democracy), il gruppo del quale fa parte l’Ukip di Nigel Farage, all’Alde (Alliance of Liberals and Democrats of Europe).
Ma cos’è l’Alde?
Si tratta del gruppo guidato dall’ex premier belga Guy Verhofstadt. Sessantatre anni, è attualmente il rappresentante del Parlamento Ue ai negoziati per il Brexit. Parla un buon italiano ed è candidato alla presidenza del Parlamento stesso. Sfiderà per la poltrona che sta lasciando Martin Schulz, giunto a fine mandato, Gianni Pittella per il Pse e Antonio Tajani per il Ppe.
Molto critico nei confronti della presidenza russa di Vladimir Putin durante la crisi ucraina, nel maggio 2015 Verhofstadt è stato inserito tra le 89 personalità europee non gradite in Russia.
Ma qual è la collocazione politica dell’Alde? Si tratta di un gruppo di centro, a forte vocazione europeista, che punta sul rafforzamento della pace globale attraverso un crescente ruolo di stabilizzazione del Vecchio continente.
Istruzione, diritti, ambiente, autonomie locali e lotta alla burocrazia sono i suoi cavalli di battaglia. In passato ne hanno fatto parte la Margherita, i radicali, l’Idv.
E buona parte dello stesso Pd, che Renzi – appena insediato a palazzo Chigi – fece entrare invece nel Pse.
(da “Huffingtonpost”)
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