Gennaio 5th, 2017 Riccardo Fucile
LA SOVRANITA’ MONETARIA SARA’ SOLO PER BLANDIRE IL NAZIONALISMO INTERNO, I RAPPORTI COMMERCIALI SARANNO REGOLATI DALL’ECU COME MONETA DI SCAMBIO, IN MANO AL SISTEMA BANCARIO EUROPEO
Marine Le Pen ha in mente un piano per far uscire la Francia dall’euro. Più che di un’uscita individuale,
che in ogni caso sarebbe condizionata all’esito di un eventuale referendum, la leader del Front National pensa a qualcosa di più complesso, lo ha detto durante un’intervista su BMFTV con Jean-Jacques Bourdin incentrata al programma di governo del FN qualora la Le Pen venisse eletta Presidente della Repubblica.
La Francia tornerà sì al franco come moneta nazionale ma al tempo stesso la Le Pen sogna un ritorno ad una moneta comune europea che è cosa diversa dalla moneta unica.
A chi giova il ritorno dell’Ecu?
Questa moneta comune europea dovrebbe essere — la Le Pen non è stata molto chiara in merito — qualcosa di simile all’Ecu, ovvero la moneta comune — virtuale perchè non è mai stata coniata — che nel 1999 è stata rimpiazzata dall’Euro (il tasso di cambio era un Ecu per un Euro).
Con una moneta comune simile all’Ecu si tornerebbe ad una situazione in cui ci sarebbero di nuovo le monete nazionali (e quindi la mitica sovranità monetaria) ma per realizzare questo ambizioso obiettivo la Francia governata dal Front National dovrebbe trovare un qualche genere di accordo con altri paesi europei in modo da dare vita ad una coalizione “anti Merkel” per riportare in vita l’Ecu.
La Le Pen pensa soprattutto ai paesi dell’Europa del Sud, Portogallo, Spagna e ovviamente anche Italia.
L’idea è quella di utilizzare il Franco (e le monete nazionali degli altri paesi aderenti a questo progetto) per gli scambi interni mentre all’estero gli stati potranno utilizzare l’Ecu. Questo non significa che i francesi avranno materialmente in tasca due valute, come ha successivamente precisato il parlamentare del FN Florian Philippot: “una moneta basata sul modello dell’Ecu non sarebbe una valuta che ognuno avrebbe nel portafoglio o sul suo conto corrente, sarebbe una moneta di scambio tra stati” la nuova moneta comune potrebbe anche essere solo una moneta transitoria, ha aggiunto Philippot senza però spiegare verso cosa.
Ma perchè la Le Pen ha proposto il ritorno alla moneta comune invece che — poniamo — una uscita unilaterale della Francia dall’Euro?
La risposta sta nel funzionamento della moneta comune che aveva un tasso semi-fisso di cambio con alcuni “rari” aggiustamenti.
Insomma “protetta” dalla moneta comune la moneta nazionale, finalmente sovrana, potrebbe tornare a brillare in tutto il suo splendore nei cuori dei francesi .
Come puntualizza Phastidio però c’è più di qualche problema in un modo decisamente troppo ottimistico di vedere le cose.
Innanzitutto c’è la questione della gestione della politica monetaria: è vero che l’Ecu era una sorta di “serpente monetario” (il riferimento è all’immagine del movimento di un serpente in un tunnel il cui serpeggiare è limitato dalle pareti della galleria) ma è bene precisare che a gestire la moneta comune non era una banca centrale (come è invece il caso dell’Euro) ma erano le singole banche centrali nazionali di comune accordo tra loro. Va da sè che alcune banche centrali abbiano maggior peso (e maggior potere) di altre. Questo significa che l’eventuale sovranità monetaria francese andrebbe probabilmente a discapito di paesi più “deboli” (basta guardare la lista dei possibili alleati in questa impresa per capire quali saranno).
C’è poi un’altra questione, importante per i francesi e importantissima per tutti gli altri: che fine faranno i debiti esteri della Francia?
Verranno convertiti in franchi (o nelle altre monete nazionali) o in ECU?
All’agenzia Reuters la Le Pen ha dichiarato durante la conferenza stampa di inizio d’anno che nel caso venisse eletta alla Presidenza il debito nazionale francese sarebbe espresso nella nuova moneta nazionale.
Di sicuro sarebbe una situazione vincente per la Francia, meno per le eventuali altre valute nazionali “deboli” resuscitate da quei governi che decideranno di seguire la Le Pen sulla strada della “nuova” vecchia moneta comune europea.
(da “NextQuotidiano“)
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Gennaio 5th, 2017 Riccardo Fucile
IL DURO ATTO DI ACCUSA DELL’EX CONSIGLIERE DI CAMERON VERSO LA STRATEGIA DI LONDRA
“Carissimi, vi scrivo per dirvi che oggi presento le mie dimissioni come rappresentante permanente”.
Inizia così la lettera inviata da Ivan Rogers, ambasciatore britannico presso l’Unione europea, nella quale annuncia le sue dimissioni meno di tre mesi prima dell’avvio dei negoziati per la Brexit annunciati dalla premier Theresa May.
La lettera è stata resa pubblica dalla Bbc.
“Spero – aggiunge – che continuerete a sfidare le argomentazioni infondate e i pensieri confusi e che non avrete mai paura di dire la verità a chi detiene il potere”.
Secondo Rogers gli obiettivi dei negoziati che avvierà May sono sconosciuti ai rappresentanti del suo governo a Bruxelles.
“Non sappiamo – scrive Rogers – quali saranno quelli che il governo fisserà come obiettivi dei negoziati per il rapporto del Regno Unito con l’Unione Europea dopo la Brexit”.
Dimissioni a sorpresa, con 10 mesi di anticipo con la scadenza, con più di qualche sassolino dalla scarpa levato.
Un duro atto d’accusa verso la strategia di Londra per la Brexit. “Spero che vi sosterrete a vicenda nei momenti difficili in cui dovrete consegnare messaggi spiacevoli per coloro che devono riceverli” scrive Rogers, già consigliere del premier David Cameron per l’Europa.
“A Whitehall (sede del ministero degli esteri di Londra ndr) c’è carenza di una seria esperienza negoziale multilaterale”.
La Commissione europea, attraverso una sua portavoce, esprime “rammarico” per le dimissioni a sorpresa dell’ambasciatore britannico all’Ue Ivan Rogers.
La portavoce parla di una “perdita di un interlocutore molto professionale e preparato anche se non sempre facile, che ha sempre rappresentato in modo leale gli interessi del suo Paese”.
No comment sulle eventuali ripercussioni dell’addio sul processo per la Brexit.
“I negoziati non sono ancora iniziati – ha ribadito la portavoce – non faremo nessun commento in questa fase”.
(da agenzie)
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Gennaio 4th, 2017 Riccardo Fucile
IN REALTA’ IL SENATORE DI FORZA ITALIA RAPPRESENTA IL NOSTRO PAESE ALL’ASSEMBLEA DELLA NATO DAL 2013
Domenico Scilipoti da Barcellona Pozzo di Gotto alla NATO, proprio quella North Atlantic Treaty Organization che ha retto militarmente le sorti dell’emisfero occidentale durante la Guerra Fredda e che ancora oggi costituisce il baluardo contro i nemici dell’Occidente.
Scilipoti, senatore di Forza Italia noto alle cronache per le sue posizioni omofobe e per la difesa del Metodo Hamer andrà quindi a Bruxelles dove è stato nominato vicepresidente della sottocommissione Scienze, Tecnologia e Sicurezza della Nato.
Non so se essere preoccupato o divertito dal fatto che all’interno dell’organismo di difesa dei paesi del Patto Atlantica ora un personaggio politico come Scilipoti possa avere un ruolo di primo piano.
Ma le faccenda non è così grave perchè Scilipoti non andrà a far parte del Consiglio ma dell’Assemblea parlamentare e la cosa non è proprio una novità visto che è stato nominato ad inizio legislatura.
A dare notizia della nomina è il Corriere della Sera che ci fa sapere che Scilipoti farà anche parte della Commissione NATO che dovrà occuparsi dei rapporti con l’Ucraina. E tutti sanno quanto l’allargamento ad Est della NATO, proprio verso le ex repubbliche sovietiche sia un tema delicato sul quale la Russia non sembra essere assolutamente disposta a cedere di un millimetro dal momento che le considera ancora all’interno della sua area d’influenza.
Così Scilipoti ha accolto la notizia del conferimento dell’incarico:
Sono orgoglioso di rappresentare l’Italia in un così prestigioso palcoscenico istituzionale. La responsabilità di un incarico internazionale in un momento così delicato per gli equilibri geopolitici mi motiva molto e rende il mio impegno politico ancora più appassionato. Il nostro Paese ha già fatto tanto ma deve poter fare ancora di più nella lotta al terrorismo, portando anzi i valori cristiani a fondamento del dialogo con tutte le parti interessate. Porterò con me gli insegnamenti del popolo siciliano che ha fatto dell’accoglienza e dell’incontro tra culture, una ricetta vincente nella storia passata.
In realtà come pare di evincere da un post pubblicato da Scilipoti su Facebook più che una nomina si tratta di una riconferma, insomma Scilipoti alla NATO c’era già in quanto membro della delegazione del Parlamento italiano presso l’Assemblea parlamentare della Nato.
Come si legge sul sito del Senato l’Assemblea parlamentare Nato costituisce il punto di raccordo tra le istanze governative che operano in seno all’Alleanza atlantica ed i Parlamenti nazionali, per il nostro Paese ne fanno parte 9 deputati e 9 senatori nominati dai Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, su designazione dei rispettivi Gruppi parlamentari.
E quindi a nominare Scilipoti è stato il suo partito: Forza Italia.
Come si evince dal documento del Senato Scilipoti fa parte della Delegazione parlamentare italiana fin dal 15 marzo 2013, ovvero dall’inizio della XVII legislatura del Parlamento italiano.
Anche per quanto riguarda la vicepresidenza della sottocomissione sulla tecnologia e sicurezza (STC) Scilipoti risulta essere stato nominato a novembre del 2014
Mentre la nomina più recente è quella a componente del Ukraine-NATO Inter-parliamentary Council (UNIC) ovvero il forum interparlamentare sui rapporti tra NATO e Ucraina dove il senatore di Forza Italia è stato nominato in qualità di membro della STC durante la sessione annuale di Istanbul nel novembre 2016. Durante la stessa sessione è stato anche eletto il Presidente dell’Assemblea parlamentare della NATO che per due anni sarà Paolo Alli di Ncd.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 30th, 2016 Riccardo Fucile
UN’OLANDESE, DA PIU’ DI 20 ANNI A LONDRA, ORA RISCHIA L’ESPULSIONE… E CON LEI TRE MILIONI DI CITTADINI EUROPEI
Sposata con un inglese, madre di due figli nati in Inghilterra e residente nella capitale britannica
da 24 anni: sembrerebbe abbastanza per ottenere il diritto a restarci per sempre.
Ma quando Monique Hawkins, un’olandese che lavora a Londra nel settore del software, ha inviato al ministero degli Interni la richiesta per un permesso di residenza, primo passo per la cittadinanza del Regno Unito, le è arrivato l’ordine di lasciare immediatamente il Paese o rischiare la deportazione.
Finchè la Gran Bretagna ha fatto parte dell’Unione Europea, la signora non si sentiva costretta a prendere una seconda nazionalità : poteva vivere in qualunque paese Ue. Dopo la vittoria della Brexit nel referendum del giugno scorso, tuttavia, le era venuto qualche dubbio.
Il governo di Theresa May assicura i 3 milioni di europei qui residenti che potranno rimanere indefinitamente, nel quadro di un accordo con Bruxelles che dia lo stesso diritto al milione e mezzo di britannici residenti negli altri 27 paesi dell’Unione: ma la questione sarà oggetto di negoziato e Monique aveva pensato di cautelarsi avviando subito le pratiche di naturalizzazione.
Le è andata male. E quando ha cercato di parlare con il ministero degli Interni per chiedere ragioni, non è riuscita a comunicare con nessuno: “Una situazione degna dei film satirici di Monty Python”, commenta.
La sua storia, finita ieri sul Guardian, non è unica.
Le lamentele degli europei che risiedono nel Regno Unito si ripetono dal giorno dopo il referendum.
“Vivo nell’incertezza e nella paura”, dice Sylvie Kilford, dottoranda polacca, anche lei sposata con un inglese, dopo avere scoperto di non essere qualificabile per il permesso di residenza perchè non si è mai fatta un’assicurazione sulla salute.
“Mi sento triste, tradito e senzacasa”, le fa eco l’ingegnere francese Charles Noblet.
“Il mio livello d’ansia è tale che mi sono decisa a farmi rappresentare da un avvocato “, protesta l’italiana Paola Rizzato.
In realtà l’olandese Monique Hawkins non teme di essere forzatamente separata da marito, figli e rispedita in continente: “In qualche modo, alla fine spero che il problema si chiarirà “.
Ma non è semplice: il formulario per richiedere il permesso di residenza è lungo 85 pagine e fitto di richieste assurde, come la consegna di documenti anche scaduti per dimostrare da quanto si è nel Regno Unito.
E’ già sorta un’associazione, “The 3 million campaign”, per proteggere gli interessi degli europei (fra i quali 600 mila italiani). E il governo sta sperimentando un formulario online per facilitare la procedura.
Potrebbe non essere sufficiente: una think tank calcola che, se tutti i 3 milioni di residenti europei chiedessero la cittadinanza britannica, lo stato impiegherebbe 47 anni a esaminare le richieste.
Della Brexit, questo è certo, continueremo a discutere a lungo.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 5th, 2016 Riccardo Fucile
IL NEO PRESIDENTE: “SIAMO UNA SPERANZA PER L’EUROPA”
Lo aveva detto chiudendo la sua campagna elettorale: «Li abbiamo già battuti una volta, ce la faremo anche una seconda».
Gli elettori austriaci gli hanno dato ragione: Alexander Van der Bellen, l’ex leader dei Verdi presentatosi come candidato indipendente, sarà il nuovo presidente dell’Austria. Ha battuto con uno stacco più netto di quanto atteso alla vigilia il suo sfidante Norbert Hofer: il 53,6% degli austriaci hanno optato per lui, il 46,4% per il candidato della destra populista (la Fpà¶), rivelano le proiezioni.
Al ballottaggio di maggio poi annullato per irregolarità nelle operazioni di scrutinio aveva raccolto il 50,35% contro il 46,65% di Hofer, una vittoria spinta allora dal voto per corrispondenza.
Stavolta non ci sarà invece bisogno di aspettare lo scrutinio delle schede rispedite per posta, che inizierà stamattina.
Lo stesso Hofer ammette la sconfitta – e pensa già a ricandidarsi alle prossime presidenziali.
Se si chiedono a Hofer le ragioni che hanno contribuito a spostare gli equilibri elettorali a suo sfavore, il vicepresidente del parlamento austriaco non ci pensa su due volte: la raccomandazione di voto del leader del partito popolare, Reinhold Mitterlehner, a favore di Van der Bellen «è stato un momento decisivo, perchè lui ha un grosso peso, credo sarei stato una buona scelta per l’Austria, ma ormai non conta, gli elettori hanno deciso e chiedo anche ai miei di sostenere il nuovo presidente», spiega.
Esulta invece Van der Bellen: «A maggio il mio vantaggio sul mio concorrente era stato di 30.000 voti, ora sono 300.000», spiega. «Vienna invia oggi un segnale di speranza e di cambiamento positivo verso le altri capitali europee»
Analizzando i dati emerge che Van der Bellen ha vinto tra le donne (62% contro il 38% di Hofer, con picchi del 69% tra le donne sotto i 29 anni), mentre il candidato della destra populista ha raccolto più consensi tra gli uomini (56 a 44).
Il 72enne Van der Bellen sfonda inoltre tra i giovani sotto i 29 anni (58 a 42) e tra gli elettori con un grado d’istruzione più elevato: l’ex professore universitario ha raccolto l’83% dei voti di chi ha frequentato un’università .
(da agenzie)
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Dicembre 3rd, 2016 Riccardo Fucile
RAPPORTO CENSIS: APPENA IL 30,6% VUOLE LA CHIUSURA DELLE FRONTIERE
Il cinquantesimo rapporto Censis sulla situazione sociale del paese disegna un paese sostanzialmente fermo, che si sostiene sui risparmi degli anni precedenti ma non li investe.
Dal 2007 a oggi gli italiani hanno accumulato 114 miliardi di euro di liquidità aggiuntiva tenuta come riserva nell’incertezza del domani. E più delle cifre, sono le “età ” dei patrimoni a ritrarre il potenziale perso o sprecato che dir si voglia del Paese.
Le risorse sono per lo più nelle mani degli anziani.
L’ultimo rapporto firmato da Giuseppe De Rita, storico presidente dell’istituto, che oggi ha annunciato che l’anno prossimo non sarà più lui a presentarlo, racconta tra l’altro che + nata una “seconda era del sommerso” che punta, dal risparmio cash alla sharing economy, alla “ricerca di più redditi”.
Fenomeno diverso da quella degli anni ’70 che apriva a “una saga di sviluppo industriale e imprenditoriale”, perchè si tratta di una “arma di pura difesa”.
Negli ultimi due anni, “pur se segnati da una “diffusa sensazione di impoverimento”, “c’è stata una grande esplosione dei comportamenti volti all’accumulazione di redditi, di risparmi, di patrimoni e alla decisa volontà di farli ulteriormente fruttare”.
Si va dall’attuazione di “una puntuale politica del risparmio” all’esplosione “negli ultimissimi anni di un grande risparmio cash”: dall’inizio della crisi gli italiani hanno accumulato un incremento di cash pari a 114,3 miliardi di euro: una montagna di denaro ‘tenuta sotto il materasso’ soprattutto per paura.
In Italia non prende quota il populismo neonazionalista come accaduto in altri Paesi, visto che l’uscita dall’Unione trova contrario il 67% degli italiani e favorevole solo il 22,6% , con un 10,4% di indecisi.
E’ favorevole al ritorno alla lira il 28,7% contro un 61,3% di contrari, è favorevole alla rottura del patto di Schengen e alla chiusura delle frontiere italiane solo il 30,6%), contrario il 60,4%.
(da agenzie)
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Novembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
ECCO I SEI PROBLEMI CHE L’ANGOSCIANO E IL RISCHIO DI ELEZIONI ANTICIPATE
La Brexit è una sfida sempre più pensante per la premier britannica Theresa May, così tanto che
non la fa dormire la notte.
Lo ha detto lei stessa in un’intervista apparsa sul Sunday Times, dove ricorda che in gioco ci sono “questioni molto complesse” da affrontare al fine di “ottenere il miglior accordo possibile” con Bruxelles per il Paese.
Il primo ministro quindi non perde la sua convinzione di potercela fare nei tempi previsti ma deve comunque mettere in conto altre notti in bianco passate alla sua scrivania di Downing Street a cercare soluzioni per le difficoltà e gli attriti in patria e a livello internazionale.
I possibili ostacoli potrebbero essere rappresentati dalla Bank of England (Boe), con il governatore Mark Carney che chiede un periodo di transizione post-Brexit per evitare scossoni all’economia nazionale.
Fra le proposte quella di estendere la permanenza all’interno del mercato unico europeo, nel caso in cui Londra opti per l’uscita anche da quello, di due anni, in modo da consentire alle imprese del Regno di adattarsi al cambiamento.
Idea che viene vista come fumo negli occhi a Downing Street che auspica invece di avviare l’articolo 50 entro il prossimo marzo e di chiudere l’iter di divorzio con l’Europa nella primavera del 2019. Con i piani della BoE invece ci sarebbero strascichi fino al 2021, quindi oltre le prossime elezioni politiche del 2020.
Resta inoltre l’incognita della Corte suprema che si dovrà pronunciare sull’appello dell’esecutivo dopo la sentenza dell’Alta Corte per la quale per attivare la Brexit serve un voto del Parlamento di Westminster.
Di sicuro il sonno della May è turbato da un’altra ragione di attrito col mondo del business e la banca centrale inglese: le norme restrittive in fatto di governance societaria e stipendi d’oro che la premier deve lanciare con un ‘libro verde’ nei prossimi giorni.
I due punti che piacciono meno alla City sono l’obbligo per le multinazionali di rendere pubblico il divario salariale tra gli stipendi dei boss e quelli dei dipendenti, e il diritto degli azionisti di votare in modo vincolante sui cospicui pacchetti remunerativi dei top manager.
In questo caso la polemica è doppia. La stampa del Regno ha infatti rilevato, con una certa ironia, che si tratta di una sorta di ‘scippo’ di politiche che erano state presentate nel suo programma elettorale dall’ex leader laburista Ed Miliband, duramente sconfitto alle elezioni politiche del 2015 proprio dai Tories.
Lo stesso Miliband ha scagliato una freccia da Twitter: “Nuove idee marxiste contro il business. Questi conservatori…”.
Anche il Sole 24 Ore ha riepilogato sei incognite sulla Brexit ancora sul tavolo.
La prima riguarda la Corte suprema, che dovrà stabilire una volta per tutte se il Parlamento deve essere consultato prima dell’avvio delle pratiche di divorzio dalla Ue.
Verranno ascoltati anche i rappresentanti di Scozia e Galles. Per l’Irlanda del Nord è prevista l’audizione di Raymond McCord, attivista per i diritti del suo Paese.
Il verdetto è atteso a gennaio, ma la corte potrebbe anche chiedere un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia Ue.
Questo allungherebbe i tempi di attivazione dell’articolo 50 da parte di Londra.
Poi ci sono i venti di indipendenza: il governo scozzese ha pubblicato una bozza di legge su un nuovo referendum per l’indipendenza dalla Gran Bretagna.
Una consultazione pubblica è ora in corso e si concluderà l’11 gennaio. L’esito però non è scontato: al referendum indetto nel 2014 prevalsero i fedeli a Londra con il 55 per cento.
Non solo Scozia però: il divorzio dalla Ue ha rilanciato il dibattito su un possibile “opt out” nordirlandese all’uscita dall’Unione, preservando uno status particolare.
A favore della Ue sono il movimento indipendentista Sinn Fèin, i socialdemocratici del Sdlp e i Verdi.
Poi c’è il rischio urne: se la Corte suprema dovesse stabilire che è necessaria la consultazione parlamentare potrebbe innescarsi una crisi politica con il rischio di elezioni anticipate che allungherebbero ulteriormente l’iter.
Secondo i sondaggi più recenti, i Tories restano in vantaggio, mentre il Labour è al 27 per cento.
Infine c’è il dilemma principale quello sulla hard o sulla soft Brexit: non è ancora chiaro quale tipo di relazione avrà Londra con la Ue. È probabile un accordo ad hoc senza seguire un modello prestabilito.
La questione chiave è se la Gran Bretagna resterà nel mercato unico e a quali condizioni.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
FILLON BATTE JUPPE’ 68% A 32%… NEL SUO PROGRAMMA: MENO TASSE SOLO AI PIU’ RICCHI, TAGLI DI 500.000 POSTI NEL PUBBLICO IMPIEGO, 48 ORE DI ORARIO DI LAVORO, PENSIONE A 65 ANNI, FINE DELLA SANITA’ GRATUITA AI PIU’ POVERI, GREMBIULI AGLI ALLIEVI A SCUOLA, POLITICA ESTERA FILORUSSA
Marine Le Pen sembra avere un nuovo rivale, con il quale dovrà confrontarsi sullo stesso terreno di
gioco per convincere i francesi prima delle elezioni presidenziali del prossimo anno.
Franà§ois Fillon si è aggiudicato il ballottaggio delle primarie dei Rèpublicans con il 68,3% delle preferenze, distaccando di 37 punti Alain Juppè, rimasto fermo al 31,6%. Un risultato provvisorio che verrà confermato solamente in tarda serata.
In quest’ultima settimana il sindaco di Bordeaux non è riuscito a colmare lo scarto accumulato domenica scorsa al primo turno, quando il suo rivale ha riportato un risultato del tutto inaspettato, ottenendo il 44% delle preferenze
L’ex premier di Sarkozy è stato protagonista di un’improvvisa escalation che nell’ultimo mese lo ha proiettato in cima alle preferenze.
Le proposte moderate di Juppè non hanno convinto gli elettori di destra, che si sono orientati verso idee più radicali e gaulliste.
L’affluenza di oggi ha testimoniato l’importanza data dai francesi a queste primarie, le prime organizzate nella storia della destra e considerate da molti come uno dei principali test in vista delle prossime presidenziali, previste tra maggio e aprile del prossimo anno. Alle 17h00 avevano già votato 2,9 milioni di persone, una mobilitazione leggermente maggiore rispetto a quella del primo turno, che alla stessa ora aveva registrato 2,8 milioni di elettori.
La candidatura di Fillon all’Eliseo costringerà i suoi avversari a ridisegnare le strategie preparate in questi ultimi mesi. L’uscita di scena di Sarkozy e Juppè ha stravolto tutti i piani, costringendo analisti e osservatori a disegnare nuovi scenari politici.
Il programma di Fillon si posiziona in diretta concorrenza con il Front National di Marine Le Pen grazie ad una serie di proposte sociali di stampo conservatore ottocentesche.
L’ amicizia con il presidente russo Vladimir Putin, l’endorsement della Manif pour Tous, (movimento cattolico contrario ai matrimoni omosessuali), e le sue posizioni antiabortiste e ultracattoliche potrebbero attirare le simpatie dell’elettorato dell’estrema destra francese, livellando così lo svantaggio che i Rèpublicains avrebbero nei confronti del partito lepenista.
Tra le proposte di Fillon il taglio di 500mila posti di funzionari pubblici, l’abolizione delle 35 ore portando l’orario legale di lavoro a 48 ore, meno tasse per i ricchi e austerità generalizzata per i più modesti, età della pensione a 65 anni e fine della sanità gratuita per i più poveri.
Fillon ha anche evocato l’idea di rivedere i manuali scolatici di storia, per tornare alla «narrazione nazionale» di un tempo (vuole mettere anche i grembiuli agli allievi).
Secondo il vice presidente del Front National, Florian Philippot, i progetti presentati da Fillon conterrebbero alcune idee di una “violenza inaudita”, definendo la figura del candidato repubblicano come una “Tatcher con 30 anni di ritardo”.
Questa competizione tra destra ed estrema destra potrebbe andare a vantaggio del Partito Socialista, lacerato da una crisi interna che ne sta mettendo a repentaglio la stabilità .
In un’intervista rilasciata questa mattina a Le Journal de Dimanche, il Primo Ministro Manuel Valls non ha escluso una sua candidatura alle prossime primarie della sinistra, previste per il 22 e 29 gennaio.
“Prenderò la mia decisione con coscienza” ha detto Valls, riconoscendo che “nelle ultime settimane il contesto è cambiato”. Parole, queste, pronunciate nell’attesa che anche Franà§ois Hollande sciolga le riserve su una sua eventuale discesa in campo. Secondo indiscrezioni trapelate in questi giorni, la dirigenza del partito vedrebbe di buon occhio una candidatura del Primo Ministro, dato nei sondaggi al 65% contro Hollande, fermo al 23%.
Il tasso di popolarità del Presidente è ai minimi storici, con solo il 4% dei francesi che giudicano positivamente il suo operato.
Un record in negativo che prima di oggi nessun presidente della V° Repubblica aveva mai raggiunto.
Contro le sue posizioni conservatrici, giudicate spesso reazionarie, la sinistra dovrebbe tornare sui suoi passi, rivedendo alcune decisioni prese durante quest’ultimo mandato, prima fra tutte la tanto contestata riforma del lavoro.
Per riuscire nell’impresa, l’intero partito socialista dovrà far fronte all’avanzata delle destre francesi in modo compatto e unito, un atteggiamento che per il momento sembra essere lontano dalla realtà .
(da agenzie)
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Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
UNO STUDIO INGLESE: ALLA BASE EGOISMO E RAZZISMO
Hanno sentimenti negativi verso i migranti, i diritti umani e l’Unione europea: piuttosto che allargare le maglie vorrebbero restringerle, su tutte e tre le questioni. Sono ostili ai giornali, e si fidano di più di un tuffo in Internet senza stare a sottilizzare particolarmente su quale sia la fonte a cui si affidano, nella scia della massima di Donald Trump «non credete ai giornali, credete a Internet».
Uno studio condotto in Inghilterra da tre professori – David Sanders dell’University of Essex, Jason Reifler dell’University of Exeter, Tom Scotto dell’University of Strathclyde – per analizzare la questione del referendum sulla Brexit, ha scoperto che il 50 per cento degli inglesi condivide questa «mentalità » e questi «sentimenti negativi».
I tre prof utilizzano, per definirla, l’etichetta di «populismo autoritario» (Pa), che è un vero e proprio «insieme coerente di convinzioni».
Lo studio, bisogna rilevarlo, non è un sondaggio ma un’analisi sui dati di una serie di indagini su panel di YouGov condotte tra il 2011 e il 2015, quindi nel quadriennio che porta dritti alla Brexit.
Ne vien fuori questo ritratto: i populisti autoritari non sono, per capirci, esattamente dei «fascisti», o ciò che eravamo abituati a intendere con questa parola, intanto perchè occupano una fascia centrale dello spettro politico – e non la tradizionale, limitata destra o estrema destra.
Ma sono anche diversi dal populismi sudamericani, così nutriti di emotività , e non necessariamente permeati dai medesimi elementi (per esempio l’ostilità ai migranti).
Abbiamo potuto conversare con i tre studiosi che hanno avuto a disposizione questi dati e abbiamo chiesto loro sostanzialmente due cose: il «populismo autoritario», studiato con riferimento al Regno Unito, è una dinamica che accomuna solo i Paesi anglosassoni della Trump-Brexit, o riguarda anche posti come la Francia di Marine Le Pen, o l’Italia del Movimento cinque stelle?
Secondo: il Movimento cinque stelle, alleato di Nigel Farage (uno dei campioni dell’attitudine «populista autoritaria») al parlamento europeo, condivide gli stessi sentimenti, a giudizio di questi studiosi, almeno per la comune fascinazione – sempre più percepibile anche ai più distratti – per il mito dell’uomo forte (The Helping Man) alla Trump, o alla Vladimir Putin?
David Sanders ci racconta: «Ho fatto alcuni recenti lavori con YouGov, l’agenzia di rilevazioni inglese, compreso uno studio sul populismo autoritario europeo su dodici nazioni. Cercavamo un set di attitudini consistente (verso l’Ue, l’immigrazione, la politica estera, i diritti umani, il collocamento sull’asse destra-sinistra), che giace come una risorsa sottostante per forze politiche differenti – compresi ovviamente partiti autoritari o anti-establishment. Abbiamo trovato in Europa modelli simili a quelli in Regno Unito»: supporto potenziale per la Le Pen, Danimarca, Olanda, Svezia, Finlandia, Polonia, Spagna, e in misura più limitata, Germania.
In tutti questi posti il populismo autoritario tende a destra, è anti Ue, egoista in politica estera e vuole una robusta politica di difesa.
In Francia, un’attitudine al Pa occupa addirittura il 60% dell’elettorato».
E in Italia? «Come in Romania, da voi c’è una cosa singolare: il populismo autoritario è stato mischiato anche con movenze prese dalla sinistra radicale. È il caso del populismo autoritario del M5S e di Grillo».
Spiega Tom Scotto: «L’attitudine di questo tipo di elettorato è un rigetto, diffuso in molti Paesi occidentali, del “liberalismo cosmopolita”.
La working class, e anche la parte bassa della middle class, nelle democrazie avanzate hanno visto spostarsi i loro lavori in outsource verso le economie emergenti.
Persone che appartengono alla fascia compresa nell’80-90% del patrimonio globale esistono sia in Uk, sia in Usa, Francia, Italia: questa gente si sente insicura, e l’insicurezza non si ferma ai confini delle nazioni».
Certo, il Pa «ha poi molto a che fare col tema della razza, anche se è ingiusto dire che gli elettori di Trump, o della Le Pen, siano tutti razzisti».
Il Pa si nutre poi molto anche del «culto del capro espiatorio», indicare la soluzione semplice a problemi complessi: cosa succederà quando vedranno che soluzioni semplici a queste insicurezze, economiche e sociali, non ci sono?
«Questi movimenti potrebbero moderarsi, diventare più una sorta di conservatorismo sociale teso a qualche forma di redistribuzione; ma la transizione la vedo difficile. Più probabile una ricerca ancora più forte del capro espiatorio, ma a quel punto il bivio diventa drastico: o il Pa si affievolisce, o diventerà ancora più tossico nei comportamenti sociali».
Reifler osserva: «La vera domanda secondo me sarà : fino a quanto puoi arrivare a essere apertamente razzista, e nello stesso tempo conquistare il potere? I partiti sembrano avere più successo quando non sono così catturati dal razzismo, o dalle teorie cospirazioniste. Ma Trump ha smentito questo assunto; anche se va detto che l’America ha una storia brutta e difficile sulla razza, e Trump in questa storia non è il primo».
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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