Agosto 18th, 2016 Riccardo Fucile
“NEL 2017 IL MIO RIVALE SARA’ SARKOZY”
In attesa del verdetto delle primarie socialiste sulla sua ri-candidatura, il presidente francese
Francois Hollande si confessa in un libro firmato dai giornalisti Antonin Andrè e Karim Rissouli, in uscita questa settimana per le edizioni Albin Michel, di cui il settimanale Le Point svela alcuni estratti.
Tra i pensieri di Hollande, anche la convinzione che nel 2017 affronterà Nicholas Sarkozy per l’Eliseo.
Il volume, ‘Conversazioni private con il presidente’, raccoglie prese di posizioni e confidenze rilasciate da Hollande in una serie di oltre trenta interviste, svolte lungo tutto il suo mandato.
Dal peso della carica ai giudizi sui rivali politici, dalla disoccupazione ai dissidi interni nel governo, gli argomenti menzionati sono numerosi e spesso delicati.
Essere presidente, ammette Hollande, “è molto più duro di quanto avessi immaginato”, ma il suo bilancio gli pare tutto sommato positivo e capace di lasciare una traccia.
“Ho risolto il problema (di cadere nell’oblio): il Mali, la risposta agli attentati, il matrimonio per tutti, la legge Macron… una volta risolto quel problema, si può fare di tutto per proseguire”
Ciò non significa però, dice Hollande in un altro passaggio, che intende candidarsi a tutti i costi per un secondo mandato il prossimo anno.
“Non farò la scelta di candidarmi se, evidentemente, non potesse tradursi in una possibilità di vittoria”, spiega, aggiungendo che “non sarebbe un dramma” se non dovesse essere rieletto, ma anzi “potrebbe essere una sorta di liberazione di non essere più là …”.
Nel libro non manca qualche stoccata al grande avversario Nicolas Sarkozy, che “ha più qualità degli altri ma anche più difetti” e a suo parere sarà il candidato del centrodestra alle presidenziali, ma anche al Premier Manuel Valls, dipinto da alcuni come il suo vero grande rivale nella corsa all’Eliseo.
“Ha dimostrato di essere stato all’altezza per tre anni”, dichiara Hollande, ma con il passaggio parlamentare forzato della riforma del mercato del lavoro ha commesso “un errore rilevante di comunicazione”.
E, in generale, “fa un errore quando pensa che il dibattito sia tra due sinistre. Non c’è stata comunicazione verso i francesi, c’è stata comunicazione da una parte della sinistra contro un’altra parte della sinistra. Questo non permette di chiarire quello che facciamo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 15th, 2016 Riccardo Fucile
A LONDRA MANCANO ANCORA I NEGOZIATORI
Era il 24 giugno. Doveva essere l’alba del Regno Unito indipendente, e invece niente. Prima di
partire per le vacanze nella libera Svizzera Theresa May annunciava la richiesta di uscita dall’Unione europea «all’inizio del 2017», e invece niente.
Fonti citate dalla Stampa e dal Times raccontano una verità diversa.
La richiesta formale di uscita potrebbe partire a maggio, o dopo le elezioni politiche tedesche, e per questo la Gran Bretagna potrebbe rimanere membro a tutti gli effetti dell’Unione almeno fino a Natale del 2019.
A gestire le complicate conseguenze della Brexit non sono pronti nè il governo di Londra, nè quello francese, nè tantomeno quello tedesco.
A Parigi si vota in primavera, a Berlino in autunno, ma prima di allora Angela Merkel ha due test elettorali importanti, nella capitale e nel Lander più grande di Germania, in Nordreno Vestfalia.
La destra populista non ne vuol sapere di pagare il conto dell’uscita di Londra (undici virgola tre miliardi di contributi al bilancio comunitario) e così nel faccia a faccia di metà luglio la Merkel ha chiesto alla collega di prendersi tutto il tempo necessario.
La leader tedesca vuole che a gestire la trattativa sia il pletorico Consiglio europeo a 27, e non il negoziatore scelto dalla Commissione, Michel Barnier. Del resto come si fa a chiedere l’uscita dall’Unione mentre le Borse di Londra e Francoforte annunciano le nozze fra gli squilli di tromba?
«C’è un’enorme differenza fra uscire dall’Unione e mantenere le nostre relazioni con l’Europa», diceva in luglio il neoministro degli Esteri Boris Johnson. La politica londinese sembra contagiata dall’arte tutta italiana della retorica e del traccheggio.
Nel governo May ci sono due ministri impegnati a gestire le conseguenze del referendum. David Davis è segretario alla Brexit, e deve assumere cinquecento collaboratori: per ora ne ha meno della metà .
A Liam Fox, il ministro per il Commercio internazionale, servono mille esperti: il Times racconta che ne ha trovati un centinaio.
Si dice che un buon leader politico dovrebbe avere un piano anche in caso di sconfitta, Wolfgang Schaeuble osserva sarcastico che i sostenitori della Brexit non avevano un piano nemmeno per gestire la vittoria.
Per spostare più in là il momento delle decisioni ci sono ottimi argomenti. La Gran Bretagna deve anzitutto decidere quando presentare la domanda di uscita, e la Merkel ha detto che la scelta spetta a Londra nei tempi che riterrà opportuni.
Poi il Consiglio europeo dovrà discutere le «linee guida» della trattativa. Fatto questo scatteranno i negoziati veri e propri – sempre con il Consiglio – il quale dovrà approvare l’accordo con una maggioranza qualificata di venti Paesi pari al 65 per cento della popolazione.
Se e quando ci sarà l’accordo, il Parlamento europeo dovrà ratificare. Non è detto che ciò avvenga in due anni: il Consiglio (stavolta all’unanimità ) potrà concedere una proroga. Due anni servirono alla Groenlandia per gestire il suo divorzio, e l’unico serio argomento di discussione era la pesca.
«Avevamo sentito dire dalla signora May “Brexit is Brexit”», dice con disappunto il sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi. Vista da Roma l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione non è drammatica come per Berlino.
Anzi, la speranza era di poterci guadagnare qualcosa, come lo spostamento a Milano dell’Autorità bancaria europea o di qualche banca d’affari. «L’ipotesi di rinviare di un anno la richiesta inglese è una pessima notizia, fonte di grandi incertezze».
Difficile immaginare che Matteo Renzi possa farne una questione di principio, di qui all’autunno ha ben altri problemi. Ma se i primi sponsor del traccheggio inglese sono Berlino e Parigi, è probabile che faccia di necessità virtù e tratti il suo sostegno.
Alessandro Barbera
(da “la Stampa”)
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Agosto 6th, 2016 Riccardo Fucile
UN DISEGNO DI LEGGE PRESENTATO ENTRO FINE ANNO
In futuro in Germania chi evade le tasse in grande stile potrebbe ritrovarsi senza patente. 
Un disegno di legge che verrà presentato entro fine anno prevede infatti anche il ritiro della patente tra le possibili sanzioni per chi commette determinati reati, tra cui l’evasione.
L’annuncio è arrivato dal ministro federale della Giustizia, il socialdemocratico Heiko Maas. «Ci sono casi, relativi ad esempio a delinquenti molto benestanti, nei quali una sanzione pecuniaria non ha alcun effetto. Il ritiro della patente avrebbe invece sensibili conseguenze», ha spiegato Maas in un’intervista allo Spiegel. La decisione nei singoli casi spetta ai tribunali, ha aggiunto.
Il ministro ricorda che una simile misura era già prevista nel contratto di coalizione firmato nel 2013 da Cdu/Csu e Spd.
Nel documento si legge: “per fornire un’alternativa alla pena detentiva e creare una sanzione per le persone per le quali una pena pecuniaria non rappresenta un male percettibile introdurremo la sospensione della patente come sanzione autonoma nel diritto penale”, sia in quello minorile che in quello per i maggiorenni.
L’idea era stata ripresa lo scorso mese scorso dal ministro della Famiglia, la socialdemocratica Manuela Schwesig, che aveva proposto di togliere la patente a chi si rifiuta di pagare gli alimenti all’ex partner o ai figli.
Nell’intervista il ministro Maas ribadisce inoltre di voler consentire l’ingresso delle telecamere nelle aule dei più importanti tribunali federali, come la Cassazione, durante la lettura delle sentenze, rompendo così un tabù in vigore ancora oggi in Germania.
Saranno i giudici a decidere in autonomia se permettere o meno le riprese.
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2016 Riccardo Fucile
LA BANCA SALVATA CON SOLDI PUBBLICI PENSA DI CHIUDERE 200 FILIALI
Lloyds Banking Group ha annunciato che accelererà il piano di taglio dei costi per far fronte al clima
economico più incerto e a una probabile picchiata della domanda di finanziamenti a seguito della decisione britannica di abbandonare l’Unione europea.
La maggiore istituzione finanziaria del Regno Unito dedicata all’attività di banca comemerciale ha presentato un piano per risparmiare 400 milioni di sterline entro la fine del prossimo anno.
Un piano che passa anche da altri 3mila tagli di personale, oltre a 200 filiali da chiudere.
Nei mesi passati, la banca guidata dall’ad Antonio Horta-Osà³rio – alla ricerca di un modo per distribuire ritorni economici agli azionisti e di render profittevole l’attività di erogazione del credito – aveva già annunciato il taglio di circa 4mila posizioni tra i suoi 75mila dipendenti.
Oltre a questi sviluppi, Lloyds ha pubblicato i conti del primo semestre dell’anno.
La banca salvata con oltre 20 miliardi di sterline dei contribuenti – durante la crisi finanziaria – è stata anche la prima a uscire allo scoperto dopo il referendum di poco più di un mese fa.
Il gruppo ha raddoppiato l’utile netto nel primo semestre e ha confermato che riuscirà a far fronte all’incertezza generata dal divorzio da Bruxelles. .
Quel che preoccupa i mercati sono piuttosto le svalutazioni, che vanno a erodere il buon lavoro fatto sul margine d’interesse e gettano qualche ombra sulla qualità del credito per il futuro.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 7th, 2016 Riccardo Fucile
“UN’ONDA SI ABBATTERA’ SULLE BANCHE EUROPEE”
La bolla immobiliare inglese sta scoppiando. A Londra i primi effetti si stanno già facendo sentire ed è molto probabile che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi il prezzo degli immobili, commerciali e residenziali, subirà un tracollo, che può essere anche nell’ordine del 20 per cento, stando alle stime prudenziali di diversi analisti.
Un problema solo inglese? Non proprio, perchè con la grande interconnessione finanziaria che c’è fra le banche britanniche e quelle del resto del mondo il virus è destinato a propagarsi anche nel Vecchio Continente.
E di conseguenza anche in Italia, dove già adesso le banche sono in grande sofferenza, strette fra il bisogno di nuovi capitali e l’esigenza di liberarsi del fardello dei crediti di difficile recupero.
Insomma, potenzialmente ci sono tutti gli ingredienti per un’estate caldissima per gli istituti di credito italiani.
Motivo per cui la trattativa fra Bruxelles e Roma per sbloccare un intervento statale a tutela delle nostre banche diventa sempre più urgente.
Ma cosa sta succedendo a Londra? E quali sono i primi segnali dello scoppio della bolla?
Ad oggi sei importanti fondi immobiliari che operano in Inghilterra hanno annunciato il blocco dei rimborsi agli investitori che hanno chiesto il riscatto delle proprie quote. Fra questi sei ci sono i quattro pilastri del mercato immobiliare: M&G, Henderson, Standard Life e Aviva.
Come funzionano e cosa fanno questi fondi?
Essenzialmente raccolgono sul mercato – tramite strumenti finanziari elaborati, sia di capitale che di debito – fondi per comprare i grossi centri commerciali e i palazzi pieni di uffici di cui è stracolma la City.
Gestendo queste enormi proprietà , remunerano gli investitori, poggiando la propria solidità sul valore degli immobili stessi.
Ora, dopo la Brexit, tanti investitori, sia istituzionali che singoli risparmiatori, stanno chiedendo di rientrare sulla base della comprensibile paura che tutta una serie di aziende e società con base a Londra possano abbandonare gli uffici.
I fondi però non si trovano nella situazione di poter affrontare queste richieste: in altre parole hanno problemi di liquidità .
E lo avranno per parecchi mesi se non anni, visto che per soddisfare queste richieste devono mettere sul mercato gli immobili di proprietà .
Ovviamente la messa sul mercato di un grosso stock di case e uffici farà scendere, e di molto, i prezzi, facendo così scoppiare la bolla, cresciuta negli ultimi anni a dismisura grazie agli investimenti immobiliari a Londra fatti da russi, arabi e magnati asiatici.
Il grande rischio però non sta tanto nello scoppio della bolla in sè, ma nel modo in cui si può propagare al settore finanziario e di conseguenza sui mutui e i prestiti concessi a famiglie e imprese, inglesi e non.
Intanto bisogna considerare che ben 4 dei fondi immobiliari in difficoltà fanno capo a compagnie assicurative di prim’ordine nel regno Unito: Prudential, Aviva, Standard Life e Canada life.
Gli amministratori delegati iniziano ad avere paura di una fuga degli investitori, tanto che già si stanno attrezzando per tenerseli stretti.
Un solo esempio: Mark Wilson, Ceo di Aviva, ha promesso ai propri azionisti di incrementare il dividendo del prossimo anno del 50 per cento. Ma non è solo il settore assicurativo ad essere sotto pressione.
Stando alle opinioni raccolte fra gli operatori di mercato che lavorano sulla piazza londinese, c’è inevitabilmente una correlazione fra i fondi immobiliari e le banche. Istituti come Barclays, Deutsche Bank e la stessa Unicredit hanno un’esposizione nei confronti dei property funds.
Quindi una forte svalutazione di quest’ultimi può portare a una contestuale perdita di valore per gli attivi delle banche.
Senza considerare che se cade il mercato immobiliare, cade anche il valore delle garanzie che le famiglie di solito danno per l’accensione di mutui. In altri termini, si può instaurare un circolo vizioso micidiale sia per le banche che per i clienti.
Il più classici degli effetti domino, un po’ sullo stile di quello che è successo con la crisi dei mutui subprime del terribile biennio 2007-2008.
Quanto lo scoppio della bolla immobiliare inglese sia pericoloso per l’Europa, e in ultima analisi per l’Italia, è la domanda che si stanno facendo in queste ore nelle sedi operative delle banche d’affari londinesi.
Molto dipenderà da quanto sarà grande il crollo dei prezzi delle case e da quanto saranno nei fatti esposte le banche europee.
Da una parte, c’è l’ottimismo dovuto al fatto che rispetto alla crisi americana di nove anni fa ci sono in giro pochissimi strumenti tossici come le famose Cdo e Abs, che fecero da propagatori esponenziali dello scoppio della bolla.
Dall’altra parte però c’è il fatto che un’eventuale ulteriore perdita di valore degli attivi delle banche europee si andrebbe pericolosamente ad aggiungere alle difficoltà che già adesso mettono sotto pressione i bilanci degli istituti, come la questione derivati per Deutsche Bank o la questione crediti inesigibili per Mps.
Insomma, sembra abbastanza inevitabile che un’onda si abbatterà presto sulle banche europee, e italiane.
Se sarà un flutto sopportabile o uno tsunami, è tutto da vedere.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 7th, 2016 Riccardo Fucile
NEL 2015 IL REFERENDUM SUL SALVATAGGIO, ORA IL RISCHIO DI UNA NUOVA CRISI… IL GRANDE AIUTO UMANITARIO DATO AI PROFUGHI
Un anno fa la Grecia andava a votare un referendum che doveva far saltare l’Eurozona e innescare
una rivoluzione nel club di Bruxelles.
Un anno dopo la rivoluzione non c’è stata e il governo di Atene ha siglato un altro accordo con i creditori internazionali.
L’Ellade respira ancora grazie all’austerity imposta da Berlino da una parte e dall’accordo di Bruxelles con la Turchia sui migranti dall’altra.
Un equilibrio precario, su cui pesa lo spettro della Brexit, che potrebbe infliggere un colpo mortale ai sacrifici fatti dalla popolazione
Camminando per le strade di Atene, si capisce che è presto per usare la parola «speranza». Molti negozi sono ancora chiusi, l’economia è in recessione per l’ottavo anno consecutivo, la disoccupazione al 26%, con quella giovanile che passa il 50%.
Il meccanismo di controllo dei capitali, in vigore da un anno per evitare il prelievo massiccio di contante dalle banche, ha portato a una flessione del 4,3% della domanda interna e all’11% delle importazioni
Con cifre del genere è dura essere ottimisti.
Eppure, la Grecia è ancora in piedi, merito anche di una situazione più gestibile per quanto riguarda i rifugiati, che il popolo ellenico ha aiutato in modo encomiabile, se si pensa alle condizioni in cui ha dovuto affrontare l’emergenza.
Il Pireo e il centro di Atene sono stati in buona parte svuotati dalla presenza dei migranti, collocati in campi allestiti ad hoc grazie ai fondi europei.
Lo sbarco sulle isole è stato bloccato dall’accordo firmato con la Turchia, finchè tiene. «Diciamo che l’Europa è in crisi e per una volta tanto non è colpa nostra — ironizza Nick Malkoutzis, vicedirettore del quotidiano Kathimerini -. Navighiamo a vista. La recente tranche da 7,5 miliardi di euro dei creditori internazionali ci permette di passare un’estate tranquilla, certo più di quella del 2015.”
Il governo sta facendo le riforme richieste da Bruxelles in vista della prossima valutazione sull’economia nazionale, il prossimo autunno.
Erano partiti con un piano ambizioso, impossibile da realizzare, ora governano in linea con i loro predecessori. Solo nei prossimi mesi potrebbero ottenere delle concessioni per migliorare le condizioni della popolazione.
“Potremmo quasi dirci salvi, ma la Brexit è un rischio. La Gran Bretagna è un partner importante per la Grecia, le nostre esportazioni nel 2014 sono state di circa un miliardo di euro. Una flessione o un’interruzione potrebbero vanificare anni di sacrifici per far tornare i conti, senza contare il turismo. Lo scorso anno sono stati 2,4 milioni gli inglesi in vacanza, che equivalgono a 2 miliardi di euro di entrate».
Il più preoccupato è Alexis Tsipras, l’ormai ex promessa della politica greca.
I sondaggi parlano chiaro: il suo partito di sinistra Syriza è passato dal 35 al 17% dei consensi. Il 69% è scontento del suo operato.
Chi lo difende sostiene che il giovane premier sia limitato nella sua azione dai creditori internazionali. Gli oppositori lo accusano di aver preso il potere ma di aver fallito.
In mezzo c’è il popolo greco e quella scritta ancora visibile al Pireo «stiamo con i rifugiati», a simboleggiare come chi ha rischiato di far saltare l’Eurozona per mesi abbia tenuto in piedi in condizioni disperate i valori fondanti dell’Ue.
Anche per chi ha deciso di lasciarla e adesso potrebbe dare loro il colpo di grazia.
Marta Ottaviani
(da “La Stampa”)
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Luglio 5th, 2016 Riccardo Fucile
L’ATTORE AUSTRIACO: “UN PERSONAGGIO SPREGEVOLE, HA MENTITO SPUDORATAMENTE AL POPOLO INVENTANDOSI INESISTENTI SVANTAGGI DELLA PERMANENZA DELLA GRAN BRETAGNA IN EUROPA, ORA LA GENTE DOVRA’ PAGARNE IL CONTO E LUI SCAPPA”
Christoph Waltz non va tanto per il sottile e critica duramente la scelta di Nigel Farage, principale
promotore del “Leave”, di dimettersi dalla leadership dell’Ukip.
L’attore austriaco, di cui tutti ricordiamo le performance nei film di Quentin Tarantino, il Colonnello Hans Landa “Bastardi senza gloria” e il cacciatore di taglie di “Django unchained”, si scaglia contro l’europarlamentare britannico in un’intervista a Sky News: “È ovvio che il capo dei topi abbandoni per primo la nave che affonda”.
I fautori del Leave, ha aggiunto Waltz, hanno fatto passare la vittoria come un’eroica uscita e invece ammettono la loro sconfitta; hanno mentito spudoratamente alla popolazione, anzichè informarla, inventandosi inesistenti svantaggi di una eventuale permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea.
“Adesso lasciano la patata bollente ad altri e questo dimostra quanto siano spregevoli queste persone che non si battono neanche per la causa che hanno promosso”, dice ancora l’attore. Waltz si schiera al 100% contro la Brexit: “Non riesco a comprenderne l’incredibile stupidità ”. E poi conclude: “Ora la gente che si è fatta sviare da questi venditori di fumo dovrà pagare il conto”.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 5th, 2016 Riccardo Fucile
IL MINISTRO MAY: “NIENTE GARANZIE A CHI LAVORA E VIVE IN GRAN BRETAGNA”… MA TEMONO LA RITORSIONE: I BRITANNICI IN ALTRI PAESI EUROPEI SONO 1,5 MILIONI
Tre milioni di cittadini europei che risiedono e lavorano in Gran Bretagna, tra cui più di mezzo milione di italiani, potrebbero essere teoricamente “deportati”, ovvero espulsi, come conseguenza dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.
à‰ la posizione assunta da Theresa May, ministro degli Interni britannico e attualmente il candidato favorito per diventare leader del partito conservatore nelle primarie e primo ministro al posto del dimissionario David Cameron
Intervistata in tivù, Theresa May dichiara: «Ci sarà un negoziato con la Ue su come risolvere la questione dei cittadini europei che si sono già stabiliti nel Regno Unito e dei cittadini britannici che vivono negli altri paesi della Ue. Al momento non ci sono cambiamenti nel loro status e nei loro diritti, ma naturalmente è un elemento che dovrà fare parte della trattativa sui nostri futuri rapporti con la Ue».
Spiega al quotidiano Independent una fonte a lei vicina: «Quello che la ministra intende è che non sarebbe saggio promettere fin d’ora a tutti i cittadini europei residenti in Gran Bretagna che potranno restare qui a tempo indeterminato. Se lo facessimo, gli stessi diritti si applicherebbero a qualunque cittadino della Ue che si trasferisse qui durante il negoziato con la Ue e fino alla nostra uscita dalla Ue. E se prendessimo un simile impegno, potrebbe esserci un enorme influsso di cittadini europei che vorrebbero venire qui fino a quando avrebbero questa opportunità ».
Precisa la stessa fonte: «Sarebbe una cattiva posizione negoziale. Non avrebbe senso garantire i diritti dei cittadini della Ue in Gran Bretagna senza avere le stesse garanzie per i cittadini britannici (circa 1 milione e mezzo, ndr) che vivono nei paesi della Ue»
Si tratta dunque soltanto di una posizione tattica, non di principio.
Ma è sufficiente a spingere l’Independent ad aprire il proprio sito con il titolo: «Theresa May rifiuta di escludere la deportazione dei cittadini della Ue residenti in Gran Bretagna per evitare un afflusso di immigrati».
E basta a provocare l’immediata reazione di Tim Farron, leader del partito liberal democratico, finora l’unico partito britannico che ha messo nel programma per le prossime elezioni la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea: «È scandaloso che Theresa May non dia agli europei che vivono, lavorano e pagano le tasse in Gran Bretagna la certezza che avranno il diritto di restare qui. Chiediamo alla ministra degli Interni di garantire che il futuro di tutti gli europei che risiedono qui potrà essere nel Regno Unito ».
Sull’argomento interviene pure un’altra candidata alla leadership dei Tories, la ministra dell’Energia Andrea Leadsom, sostenendo che i diritti degli europei giù presenti in Gran Bretagna vanno protetti e che essi non possono essere usati come “gettone negoziale” sul tavolo della trattativa.
Una cosa è certa: per i 3 milioni di europei del Regno Unito, così come per 1 milione e mezzo di britannici negli altri 27 paesi della Ue, cresce l’incertezza, come rivela la corsa degli uni e degli altri a procurarsi un secondo passaporto, britannico o europeo, per non perdere lo status e i diritti a cui si sono abituati.
Sempre che la Gran Bretagna, alla fine, esca davvero dall’Europa.
Autorevoli esperti legali avvertono il governo che il referendum è consultivo e solo il parlamento ha il potere di approvare la secessione dalla Ue.
Più che una decisione, Brexit somiglia sempre di più a un enigma che nessuno sa risolvere.
“Anarchia in Gran Bretagna”, come titola l’Economist.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 5th, 2016 Riccardo Fucile
BREXIT E REGNO UNITO: CADONO I COCCI, NESSUNO SA COSA FARE E TUTTI SI SFILANO
C’è un senso del ridicolo, e purtroppo del tragico, nella grande fuga di Londra. 
I cocci di Brexit cadono a pioggia su Gran Bretagna ed Europa. Intanto i protagonisti della storica svolta inglese sull’ignoto, si sfilano.
Accompagnati alla porta per manifesta inadeguatezza, denunciata dal suo stesso luogotenente, come nel caso di Boris Johnson, oppure esuli per scelta «personale», come nel caso di Nigel Farage, attentissimo, però, a non abbandonare salari e prebende garantiti dalla riaffermata volontà di restare nel parlamento europeo.
L’unico dove può sedere non essendo mai riuscito a conquistare un seggio a Westminster
Miserie di una congiuntura, quella del dopo Brexit che non cessa di lasciarci senza parole per l’improvvisazione di un Paese che non sa nemmeno quale debba essere la procedura da seguire per sancire la frattura con Bruxelles voluta dal suo popolo.
Il dito sul pulsante dell’articolo 50 ce l’ha il premier o il parlamento come vorrebbe una democrazia parlamentare?
E se spetta al parlamento, tocca ad entrambe le camere oppure solo ai Comuni ?
E se spetta ad entrambe nel caso di un “sì” alla Brexit da parte dei Comuni e un “no” dei Lords, l’upper chamber avrebbe titolo simile alla lower chamber oppure — come per la legislazione ordinaria — il pronunciamento dei Pari del Regno sarebbe sostanzialmente ininfluente?
Non c’è nulla di amletico nel “multiplo” dilemma, se così si può dire, ma solo una procedura che si sperava fosse nota agli organizzatori della consultazione assai prima di annunciarla, o almeno nel durante, o di sicuro nell’immediatezza dell’esito.
E invece dieci giorni più tardi è un coro di sorprese che si sgrana ora al ritmo di un mercato immobiliare in allarme rosso come suggerisce lo stop imposto alle contrattazioni, e conseguentemente alle richieste di riscatto, del fondo commercial property di Standard Life.
L’ultima volta che accadde una cosa del genere era il 2007, nel 2008 ricordiamo bene che cosa accadde.
Tutti stanno con la bocca aperta a guardare il cielo, aspettando una parola risolutiva che, qualunque essa sia, è destinata a scaldare gli animi di un Paese diviso in due, minacciato ora anche dall’angoscia sul destino dell’immobiliare sulle cui spalle si regge, da sempre, la struttura economica del Regno Unito.
Spaccato nei numeri, nelle nazioni che lo compongono, nella geografia socio-economica.
Ci sono gli elementi di un quadro che, se eccessivamente esasperato, porterà la gente in piazza come si è visto, in una breve sequenza di quanto potrebbe accadere su vasta scala, sabato scorso nelle vie di Londra quando decine di migliaia di eurofili hanno chiesto di restare nell’Ue.
Che cosa faranno gli elettori della Brexit se scoprissero — non gliel’ha mai detto nessuno — che il Parlamento di Westminster può ignorare la loro volontà perchè il voto è “solo” consultivo?
Possiamo solo immaginarlo, così come possiamo immaginare la reazione degli eurofili se scoprissero di non appartenere più a una democrazia parlamentare.
La più antica, la più gloriosa come ci sentiamo ripetere da sempre.
E al primo lezzo di cordite i generali si danno alla fuga, come ha denunciato con lucida freddezza Lord Heseltine che di complotti se ne intende da cospiratore quale fu contro Margaret Thatcher. Altri tempi, altri uomini.
Oggi il premier si dimette smentendo tutto quanto aveva detto, promesso, giurato fino a un istante prima.
Il volto più popolare fra Tory brexiter, il biondo e loquace Boris Johnson, accetta, vivamente incoraggiato, di farsi da parte e lo fa, crediamo, ben contento di non doversi misurare con il caos da lui stesso creato con tanta, irresponsabile leggiadria. L’ideologo del Grande Strappo, Nigel Farage, infine, abbandona il campo, dicendosi soddisfatto del traguardo raggiunto prima tappa dello sfondamento dell’Unione obbiettivo da lui stesso dichiarato. Missione compiuta, dice.
Sarà davvero “accomplished” quando su Londra sarà sbocciata l’alba di una nuova civiltà , ma sulla Gran Bretagna pesa solo il caos.
Nigel sa bene che la missione deve ancora cominciare, solo per questo se ne è andato.
Leonardo Maisano
(da “il Sole24ore”)
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