Dicembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
QUI L’INTESA SOCIALISTI-PODEMOS HA SCALZATO I POPOLARI
Il polso della Spagna confina a Nord con i Pirenei, è attraversato come una vena dal fiume Ebro ed esporta grandi quantità di «Jamà³n de Teruel», il primo prosciutto spagnolo che ha ricevuto il marchio doc.
È qui, nella comunità autonoma di Aragona, che sondaggisti e politologi vengono a tastare il polso per capire che aria tira nel Paese.
La chiamano «l’Ohio di Spagna» perchè, come lo Stato americano, la regione aragonese è determinante per capire l’esito delle elezioni politiche. Chi vince qui, vince anche a Madrid. È sempre successo e non per caso.
Le sue caratteristiche socio-economiche, ma anche fisico-politiche, rispecchiano quelle del Paese. Vaste zone rurali e agglomerati urbani, una crescita economica del 3%, partiti autonomisti che hanno un discreto peso. Una Spagna in miniatura.
I sondaggi sono in linea con quelli nazionali. «Ma noi qui siamo dati in crescita – spiega Susana Sumelzo, capolista del Psoe, passeggiando sulle rive del fiume Ebro – perchè siamo un partito che è stato capace di rinnovarsi».
Ma più che i sondaggi è utile raccontare ciò che è successo a maggio, alle ultime amministrative. Qui hanno preso forma quei patti «delle sinistre» che sono l’incubo di Mariano Rajoy. «E, per certi versi, anche della stessa sinistra – spiega Marta Lopez, giornalista saragozzana della Cope, una delle principali radio spagnole – perchè non c’è una maggioranza chiara e governare diventa impossibile». La Moncloa, il palazzo del governo di Madrid, è avvisata.
I patti delle sinistre
In Regione ha vinto il Pp, ma senza avere il 51% dei seggi. Anche perchè il possibile alleato Ciudadanos, senza il volto del leader Rivera, si è fermato sotto il 10%. E così il Psoe, secondo classificato, ha preso il potere grazie all’accordo con Cha (gli autonomisti di sinistra), Izquierda Unida e soprattutto Podemos.
Il partito di Iglesias si era presentato con Pablo Echenique, uno dei big: solo seimila voti in meno dei socialisti (gli aragonesi sono 1,3 milioni). Non è bastato. E così Podemos ha sostenuto l’investitura di Javier Lambà¡n, salvo poi limitarsi a un appoggio esterno
In città la situazione è simile, la prospettiva però è ribaltata. Eloy Suarez, l’uomo forte del Pp, è stato il candidato sindaco più votato. «E così sarà anche per Rajoy», ripete a poche ore dal voto sotto i suoi manifesti che tappezzano Saragozza. Senza maggioranza, ha proposto un accordo al Psoe, offrendo la poltrona da sindaco.
Ottenuto il rifiuto, la palla è finita tra le mani di Pedro Santisteve Roche, «El Desconocido». Docente e penalista, «Lo Sconosciuto» è un indipendente passato direttamente dalle piazze degli Indignados all’ufficio del sindaco.
È uno de «los alcaldes del cambio», quell’ondata di sindaci del cambiamento guidata da Ada Colau (Barcellona) che il vento di Podemos ha portato nelle istituzioni.
Dove proseguono la loro lotta contro gli sfratti. «Il Psoe mi ha appoggiato, ma ora si è tirato indietro. Governo senza maggioranza», racconta tra le bancarelle natalizie nella Plaza del Pilar, sotto il suo Muncipio. «Noi e il Psoe in comune abbiamo solo l’elettorato. Siamo due cose diverse e loro ci vedono come nemici. Ci temono. La verità è che in Spagna serve una restaurazione democratica dopo questo regime del bipartitismo. Noi sindaci abbiamo aperto una breccia, il cambiamento è solo all’inizio». Alleanze permettendo.
E qui a Saragozza è ancora all’inizio il dopo-Expo, nonostante siano passati sette anni. L’esposizione del 2008, che ha portato in città importanti infrastrutture come il nuovo terminal dell’aeroporto, il Parco Metropolitano dell’Acqua e il Ponte del Terzo Millennio, ha lasciato anche una cabinovia inutilizzata, un debito da 250 milioni (che pesa sulle casse regionali) e una serie di edifici e padiglioni vuoti che danno all’area un aspetto spettrale. Il padiglione-ponte che attraversa l’Ebro, chiuso al pubblico, è l’emblema del fallimento dei progetti post-Expo.
Oltre che un campanello d’allarme per Milano.
Marco Bresolin
(da “La Stampa”)
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Dicembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
ALBERT RIVERA, LEADER DI CIUDADANOS E “FIDANZATO DI SPAGNA”, E’ L’UOMO CHE PUO’ OSCURARE LA VITTORIA DEI POPOLARI DI RAJOY
Un altro leader atipico si affaccia alla ribalta dell’Europa. 
È Albert Rivera, leader del movimento spagnolo dei Ciudadanos, che alle elezioni politiche di domenica potrebbe rottamare in via definitiva il bipolarismo spagnolo, già incrinato due anni fa dal fenomeno Podemos.
I sondaggi della vigilia gli attribuiscono un incredibile 18,2 per cento. Sarà lui l’arbitro della partita per un governo di coalizione con i Popolari di Rajoy (25 per cento) che potrebbe lasciare i socialisti di Pedro Sanchez (21 per cento) all’opposizione insieme alla sinistra di Podemos (19 per cento).
Rivera in tre o quattro anni è diventato il “fidanzato di Spagna”.
Un recente e bizzarro test del La Vanguardia lo ha indicato non solo come il più bello ma anche come il più affidabile in una relazione d’amore, il migliore nel parlare l’inglese e il più amato dagli accademici.
Con calcolata abilità (o ambiguità , secondo molti) ha costruito il suo racconto oltre le categorie di destra e di sinistra, rifiutando ogni etichetta novecentesca a cominciare da quella di “liberale”, che forse sarebbe la migliore per definirlo.
Il suo trampolino di lancio sono state le proposte contro la corruzione e una speciale disinvoltura nell’uso dei media — nel 2006, candidato presidente in Catalogna, posò nudo per un manifesto elettorale suscitando un putiferio — ma soprattutto la rivalutazione dell’orgoglio spagnolo e la battaglia contro l’indipendentismo catalano.
Il fidanzato di Spagna, per paradosso, preoccupa soprattutto l’area progressista, alla quale sottrae voti promettendo un cambiamento senza traumi nè salti nel buio in economia e un allargamento dei diritti individuali, dall’eutanasia alla legalizzazione della cannabis.
“È la nemesi di Iglesias, la criptonite che può indebolirlo”, dice chi lo accusa di essere un prodotto di laboratorio delle èlite economiche.
Insomma, una merce ben confezionata per tagliare la strada a Podemos, grazie anche a un programma di riforme istituzionali e sociali che rieccheggia il Renzi rottamatore prima maniera: abolizione di province e Senato e accorpamento dei Comuni sotto i 5mila abitanti per finanziare integrazioni pubbliche agli stipendi più bassi e sei mesi di permesso retribuito alle neo-mamme.
Così, se i numeri dei sondaggi fossero confermati, la categoria dei populismi europei (ma possono ancora essere definiti così?) si arricchirebbe di una nuova opzione: gli estremisti di centro.
Con un minimo comune denominatore rispetto ad altre esperienze di segno diametralmente opposto come il Front Nazional e Syriza, e cioè la riaffermazione del primato nazionale, l’orgoglio identitario dell’essere spagnoli, francesi, greci.
Questa riscoperta di forme di sovranismo — “sentimentale” prima che politica — è stata finora combattuta dalle forze tradizionali nel nome dell’irreversibilità della costruzione europea così come la conosciamo, ma prima o poi si dovrà trovare una mediazione tra la difesa acritica del sistema e gli stati d’animo di fasce sempre più larghe delle opinioni pubbliche di tutto il Vecchio Continente.
Il giovane Rivera, il rivoluzionario borghese che si ispira apertamente ad Adolfo Suarez, accusato dalla sinistra di essere “una sottomarca della destra” e dalla destra di essersi “venduto alla sinistra” offre una possibilità inedita. In controtendenza rispetto ai leader che chiedono meno Europa per riscattare i loro Paesi, vuole una polizia europea, un servizio segreto europeo, un esercito europeo, regole fiscali europee, con il dichiarato obbiettivo di sottrarre gli spagnoli a un destino sudamericano e portarli alla pari “con la Danimarca, la Germania, la Svezia, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, i migliori Paesi del mondo”. Insomma, un ultrà dell’europeismo, visto come connessione indispensabile per lo sviluppo di chi finora ha giocato in serie B.
È questa l’operazione ardita che domenica passerà al vaglio dell’elettorato spagnolo, ed è su questo crinale che Madrid potrebbe assistere alla fine, dopo trent’anni, dell’ininterrotta alternanza di governo tra Popolari e Socialisti: l’ennesimo segnale del declino del modello bipolare che arranca in tutta Europa, e che ovunque, nonostante sia blindato da leggi elettorali quasi impenetrabili, barrage e lussuosi premi di maggioranza, deve in qualche modo arrendersi a nuovi soggetti.
Flavia Perina
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
DOPO LA SCONFITTA AI BALLOTTAGGI IL TENTATIVO DI DARE UNA SVOLTA E ROMPERE CON LA DESTRA ESTREMA
Non è ancora deciso, ma numerosi esponenti del partito francese Front National vorrebbero
cambiare nome per conquistare nuovi elettori dopo il voto delle scorse settimane in Francia, quando la formazione di destra non è riuscita a raggiungere il risultato sperato. L’ipotesi è “Les Patriotes”.
Lo scrive il quotidiano La Repubblica:
Dopo la rottura tra Marine e il padre, torna una proposta che permetterebbe di sbarazzarsi di un’eredità in parte sgradita alla nuova classe dirigente Fn e di creare una forza politica più ampia, insieme ad altri gruppi, come il sovranista Philippe de Villiers.
Negli ultimi scrutini Le Pen ha già usato un altro marchio sulle liste elettorali: Rassemblement Bleu Marine.
La leader non vuole più essere definita di estrema destra, ma “patriota”. E potrebbe essere proprio questo uno dei nuovi nomi possibili per il Fn. Philippot ha infatti già depositato qualche tempo fa il marchio “Les Patriotes”: un primo segnale di quello che si muove nel dibattito interno.
“E’ una definizione molto bella, ma sarà la Presidente a decidere” ha commentato Wallerand de Saint-Just, tesoriere e avvocato del Fn che segue da vicino queste vicende.
“Les Patriotes” ricorderebbe tra l’altro il nome scelto da Nicolas Sarkozy che proprio qualche mese fa ha cambiato la sigla dell’Ump in “Les Rèpublicains”.
In un paesaggio politico che sta cambiando rapidamente, anche il partito socialista vuole darsi una nuova immagine.
A febbraio, il segretario del Ps, Jean-Christophe Cambadelis, lancerà “Alliance Populaire”, un’alleanza aperta a formazioni di centro e società civile.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 18th, 2015 Riccardo Fucile
NESSUN PARTITO AVRA’ LA MAGGIORANZA DELLA CAMERA: RAJOY E SANCHEZ CONTRO GLI ANTICASTA IGLESIAS E RIVERA
Domenica la Spagna andrà al voto per la più italiana delle elezioni della sua storia democratica:
due nuovi partiti si sono affacciati sul panorama politico spagnolo e per la prima volta dalla morte di Franco il bipartitismo e l’alternanza non saranno più la regola. Coalizioni, patti, strategie: cose a cui gli italiani sono abituati ma che a Madrid sono qualcosa di nuovo, tutto da scoprire.
E le tensioni in campagna elettorale non sono certo mancate: l’ultima è stata l’aggressione di un giovane di sinistra al premier Rajoy.
Il Partido popular (Pp) e il Partido socialista obreros espaà±ol (Psoe) si sono alteranti al governo per oltre 30 anni, ottenendo sempre un’ampia maggioranza che permetteva, all’uno o all’altro, di governare da soli.
Ma oggi non è più così: la nascita e la crescita del partito centrista di Ciudadanos (C’s) e della sinistra à la Tsipras di Podemos hanno cambiato il volto della democrazia spagnola. Finora le conseguenze si sono viste solo a livello municipale e regionale, ma dal 20 dicembre (20-D, come si usa indicare in Spagna) anche dalle Cortes Generales sparirà la maggioranza assoluta.
La partita è complessa, anche perchè un’ampia fetta degli elettori si dichiara indeciso e potrebbe anche sposare l’astensionismo.
Il governo di Mariano Rajoy (Pp) difende le riforme di questi 4 anni e accusa lo Psoe per l’eredità che ha lasciato il governo Zapatero dagli anni della crisi.
Però tanti spagnoli sono ancora senza lavoro, con un tasso di disoccupazione oltre il 20% (ma che è sceso di 5 punti dal massimo raggiunto nel 2013).
E’ “il governo della disoccupazione” attaccano i socialisti, beccandosi la piccata nonchè classica risposta di chi è al potere: “E’ facile parlare, più difficile governare”, come hanno ripetuto più volte i dirigenti popolari.
Ma il Pp – che è stato colpito da molti casi di corruzione, senza esserne travolto – può contare ancora su ampi settori di consenso nel paese, tanto che i sondaggi lo danno largamente primo partito, quasi al 30% il 3 dicembre e in flessione intorno al 25% a una settimana dal voto, lontano però dalla possibilità di governare da solo.
Se di solito il partito d’opposizione arriva al voto in forma e con il vento in poppa, questo è tutt’altro che vero per lo Psoe.
Che anzi arriva alle urne in grande difficoltà . Il segretario Pedro Sanchez, accusato di non avere il controllo pieno del partito, si è ritrovato attaccato da destra (Ciudadanos) e da sinistra (Podemos), partiti nuovi che hanno eroso buona parte del suo bacino di voti. Sanchez sta provando a far passare l’idea del voto utile, perchè “lo Psoe è l’unica alternativa di governo”, e “un voto dato a Podemos è sprecato” perchè non arriverà mai a governare.
Ma lo Psoe paga, oltre alla sua posizione nello spettro politico (anche il Pp perde voti, ma solo al centro e può più facilmente provare a contenere l’emorragia), il suo essere un partito storico in un periodo in cui l’anti-casta rappresentata da C’s e Podemos va per la maggiore.
Nei sondaggi, stabile poco sopra il 20%, i socialisti sono seriamente insediati sia da Ciudadanos che da Podemos, che potrebbero strappargli il ruolo di secondo partito di Spagna.
Sarebbe uno smacco difficilmente superabile per Psoe e Sanchez, ancora di più se dovesse finire quarto nelle urne.
Ci sono poi le due stelle nascenti della politica iberica: Albert Rivera (Ciudadanos) e Pablo Iglesias (Podemos).
Entrambi hanno posizioni che in Italia hanno fatto la forza del M5s: la lotta alla corruzione, il definirsi il nuovo che avanza, il no ai privilegi e alla casta – #malditacasta, #maledettacasta è lo slogan di Podemos.
La genesi di C’s è in Catalogna, dove ha assunto la guida del fronte anti-indipendentista, partendo da posizioni di centrosinistra. Poi, crescendo a livello nazionale, c’è stata la deriva al centro, tanto che Ciudadanos oggi pesca un po’ più nel bacino elettorale del Pp che in quello dello Psoe.
Ma le posizioni centriste di Rivera gli permetteranno di trattare con tutti gli altri da una posizione di forza.
Rivera ha già detto che è pronto a fare accordi con i popolari sull’economia (meno tasse), con i socialisti sulle misure sociali, con Podemos sulla riforma del sistema politico.
E’ la politica delle mani libere e prima del 20 dicembre difficilmente Rivera si sbilancerà più di così, anche perchè – sposando una coalizione o l’altra – rischierebbe di perdere voti.
Podemos è il partito di sinistra nato dal movimento degli indignados. Il modello è Tsipras e i suoi consensi sono altalenanti, un ottovolante nei sondaggi.
Qualche mese fa era favorito, è sceso al 9% dei consensi (dati del 3 dicembre) per poi tornare a sfiorare il 20% a pochi giorni dal voto, superando di poco Ciudadanos.
Il suo leader Iglesias ha uno stile schietto e deciso, senza giacca e maniche arrotolate, con una forte personalità e un po’ di populismo. Un po’ Tsipras, un po’ Beppe Grillo.
Ma Podemos è il partito che – non avendo nulla da perdere – ha più da guadagnare in questi ultimi giorni di campagna. E sta spingendo molto sull’idea che una remuntada (rimonta) è possibile, aiutato dai buoni risultati di Iglesias nei dibattiti.
Difficile dire che governo sarà , mentre è scontato che il primo tentativo di formare un esecutivo toccherà al partito che avrà la maggioranza relativa, ovvero il Pp.
Ma i popolari temono un possibile tripartito che lo metta in minoranza, ovvero un accordo Psoe-Ciudadanos-Podemos sul modello di quanto fatto dalle sinistre in Portogallo.
Accordo che però sembra molto difficile per tutti gli analisti.
L’esito più probabile, con le percentuali anticipate dai sondaggi, è un governo Pp con la partecipazione o l’appoggio esterno di Ciudadanos.
Non è detto che si sia Rajoy a rimanere alla Moncloa però, perchè Albert Rivera potrebbe chiederne la testa. Spazio allora forse alla sua vice, Soraya Saenz de Santamaria, che ha fatto una buona figura nel dibattito a quattro a cui Rajoy non ha voluto partecipare.
Sullo sfondo del voto e del dibattito politico, ma sottotraccia, si muovono tre grandi temi: la forma di Stato, con ampi settori dell’opinione pubblica che vedrebbero positivamente la fine della monarchia e una Spagna repubblicana; le spinte indipendentiste, soprattutto catalane; una riforma elettorale, perchè quella attuale – con circoscrizioni provinciali – ha sempre favorito i due partiti maggiori a danno dei più piccoli.
E ora, con quattro partiti in campo, non garantirà nemmeno la governabilità .
Gli spagnoli, che stanno cercando capire, analizzare, forse anche immaginarsi questa nuova forma ‘tetracefala’ del parlamento, parlano sempre di più di ‘italianizzazione’ del sistema partitico.
Come ha detto – ironizzando e con preoccupazione – l’ex premier socialista Felipe Gonzales: “Andiamo verso un parlamento italiano, ma senza italiani a gestirlo”.
Per sapere se sarà un bene o un male, bisognerà attendere il 21-D.
Alessio Sgherza
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 17th, 2015 Riccardo Fucile
LA LEADER FN LE CANCELLA DA TWITTER DOPO LA SCELTA DI CATTIVO GUSTO
Marine fa marcia indietro e cancella il tweet con la decapitazione di Foley. 
Su twitter, in quest ultime ore l’obiettivo di Marine Le Pen era dimostrare che non si possono tracciare paralleli fra lo jihadismo francese e le adesioni al Front National, come aveva indicato una trasmissione radiofonica, perchè “QuestoèDaesh” cinguettava la leader Fn mostrando foto di persone decapitate dall’Isis.
Tra queste c’era anche quella del giornalista americano James Foley che fu rapito nel nord della Siria nel novembre 2012 e poi ucciso per decapitazione nell’agosto 2014.
Ecco, ai genitori del cronista di guerra quel tweet, usato per fare politica, proprio non è andato giù.
Arrabbiati, hanno espresso indignazione per la diffusione su da parte di Marine Le Pen della foto del cadavere mutilato di James e ne hanno chiesto l’immediato ritiro.
“Siamo profondamente colpiti dall’uso fatto di Jim a beneficio politico di Le Pen – scrivono John e Diane Foley – e speriamo che la foto di nostro figlio, così come altre due immagini esplicite, vengano immediatamente ritirate”.
“Abbiamo scelto di utilizzare la nostra tragedia – aggiungono – per migliorare il mondo che ci circonda, ma le azioni di Le Pen vanno contro tutto quello che James e la fondazione James W.Foley legacy foundation rappresentano”.
Dopo queste parole Marine Le Pen ha ritirato dal suo account la foto di Foley ma restano comunque sulla pagina della presidente del Front National le altre due foto diffuse, di un ostaggio che arde vivo e di un altro triturato dai cingoli di un blindato.
(da agenzie)
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Dicembre 12th, 2015 Riccardo Fucile
C’E’ CHI PREME PER CORRERE DA SOLI COME IL FN E RIMETTERE IN DISCUSSIONE L’ALLEANZA CON FORZA ITALIA… MA SENZA SILVIO DOVE VANNO?
“Forza Marine”, dice Matteo Salvini, che alla vigilia dei ballottaggi in Francia ha chiaro da che parte stare. E però non è tutto semplice come sembra perchè metà dei suoi vede, nell’affermazione della Le Pen, un chiaro monito per la Lega: “Lei ha avuto il coraggio di correre da sola, senza Sarkozy, noi stiamo ancora con Berlusconi. Forse dovremmo prendere esempio dalla sua coerenza”, incalzano i militanti sulla frequentatissima pagina Fb del leader.
Stesso effetto in casa Meloni. «Non convincono più le posizioni poco chiare, gli inciuci, la melassa e il tatticismo. Servono posizioni chiare e decise, e il coraggio di affermarle», scrive Giorgia commentando la posizione di Sarkozy, ed è subito un coro: «Esatto, quindi se Fratelli d’Italia, vuole essere credibile deve mollare Berlusconi e tutta la finta destra italiana. Esiste solo una Destra, la “Destra”, il prefisso “Centro” lasciatelo ai mafiosi, ed ai democristiani».
La questione francese agita il centrodestra e rianima la tentazione del correre da soli. Silvio Berlusconi pensava di averla stoppata due settimane fa, partecipando alla manifestazione leghista di Bologna e riaffermando l’asse con Salvini e Meloni a dispetto dei fischi della platea. Non è così. La metafora parricida che ha fatto le fortune di Marine scava nel profondo negli umori della destra, e il resto lo fanno quelle proposte opache sulle candidature amministrative: Marchini, Lettieri, Bernardini De Pace.
“Ma questi chi li vota?” si chiedono i quadri e i dirigenti sul territorio. «Meglio una buona sconfitta, che può essere un punto di ripartenza, piuttosto che una corsa opaca», chiosa Marcello Taglialatela, FdI.
Molti lo indicano come sicuro candidato a sindaco di Napoli, qualsiasi siano le scelte di Forza Italia, guardato con simpatia anche dal coordinatore leghista Raffaele Volpi: il solo fatto che se ne parli apertamente indica uno strappo già consumato.
Insomma, sull’asse Le Pen-Salvini riemergono antiche insofferenze per i vincoli dell’alleanza con Berlusconi, che impedisce di giocare fino in fondo la partita populista e riduce i margini di manovra della Lega alla questione della sicurezza e dell’identità , impedendo affondi sui temi della critica all’Europa, al modello di sviluppo, allo schema delle alleanze internazionali.
Terreni sui quali invece può muoversi a tutto campo il Cinque Stelle, sottraendo settimana dopo settimana rivoli di consenso all’asse delle destre.
Per questo il centrodestra aspetta i risultati francesi con un surplus di ansia rispetto al prevedibile. Tifa per la Le Pen ma, sotto sotto, spera che vinca Sarkozy grazie alla desistenza socialista per poter dire “la destra senza il centro non vince”, e rimotivare così la sua base elettorale sempre più confusa e divisa.
La logica incoraggia questa speranza, e con essa la linea della vecchia classe dirigente leghista capitanata da Maroni, quella che l’accordo con Berlusconi non l’ha mai messo in discussione.
Quest’area non vede l’ora di zittire le critiche dell’ala radicale e sovranista sbandierando il “Fattore L” (da Lepenismo) come nei tempi antichi la Dc sbandierava il “Fattore K” (da Komunismo): l’impossibilità materiale che il Fn diventi forza di governo, superando il tabù culturale che relega le forze a caratura populista ad un eterno ruolo di opposizione. Ed è un gioco che tornerà buono fra sei mesi, quando alle amministrative italiane si concretizzerà lo scenario che tutti danno per probabile: turni di ballottaggio nelle città con i grillini in pole position contro i candidati della sinistra o della destra, e la necessità di fare fronte comune per sbarrare la strada ai barbari.
Salvo la difficoltà di spiegare a un milanese che ha votato — poniamo — Sallusti o Del Debbio al primo turno, di tornare al seggio per far eleggere Sala o Balzani.
Flavia Perina
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 12th, 2015 Riccardo Fucile
L’AVANZATA DEL FRONT NATIONAL POTREBBE RIDIMENSIONARSI, MOLTE REGIONI SONO IN BILICO
Preoccupazione e calcoli, sondaggi e dichiarazioni scioccanti. 
E’ un clima molto teso quello che si respira in Francia alla vigilia del secondo turno del voto regionale francese in programma domani. Uno dei più incerti di sempre.
Il timore di una vittoria della destra del Front National resta molto forte, ma secondo i più recenti sondaggi il partito delle due Le Pen, dopo lo choc del primo turno, potrebbe essere ridimensionato dalla destra di Sarkozy, complice il ritirarsi dalla partita dei socialisti.
E forte di questi sondaggi, ieri su Le Figaro, l’ex presidente non sembrava avere dubbi: “Siamo l’unica alternativa credibile”, diceva Sarkozy mentre il premier Valls a sua volta alzava i toni dello scontro: con la vittoria del Front National la Francia entrerebbe a rischio guerra civile.
Ma i giochi, va detto, sono tutt’altro che fatti. Data l’incertezza dei sondaggi un fattore decisivo potrebbe rivelarsi l’astensione.
I sondaggi.
Al nord in Nord-Pas-de-Calais-Picardie, Marine Le Pen, sino a pochi giorni fa favorita raccoglierebbe solo il 47% battuta da Xavier Bertrand,53 %: decisivo il ritiro del candidato socialista Pierre de Saintignon.
Più incerto il risultato in Provence-Alpes-Cà’te d’Azur, dove secondo gli ultimi sondaggi il 51% sarebbe a favore del candidato ‘repubblicano’ Christian Estrosi contro il 49 % a sostegno di Marion Marèchal Le Pen.
Complicatissima la situazione in Normandia, dove Hervè Morin (destra) e Nicolas Mayer-Rossignol (socialisti) sono in perfetta parità (36%) e il Front National guidato da Nicolas Bay non strapperebbe oltre il 28%.
In Ile-de France è invece testa a testa tra Valèrie Pècresse (destra) e il socialista Claude Bartolone, ma un ultimo sondaggio vede la Pècresse in lieve vantaggio di due punti percentuali (42% contro 40%).
Più netto il quadro in Languedoc-Roussillon-Midi-Pyrènèes. Qui la candidata socialista Carole Delga è accreditata di 8 punti di vantaggio sullo sfidante del Front National (43% contro 35%) mentre nettamente staccato il candidato della destra Dominique Reyniè (22 %).
E se alla fine il Front national non strappasse neanche una regione?
L’astensionismo è stato elevato il 6 dicembre (ha votato il 50 per cento degli aventi diritto): se stavolta l’affluenza sarà maggiore, cosa voteranno i “nuovi” elettori?
Senza considerare, poi, che i francesi sono sempre meno ideologizzati e fedeli a un partito: insomma, estremamente volubili.
Dei tre schieramenti, alla fine, potrebbe essere proprio quello dei Repubblicani a ottenere le presidenze di più regioni, fra le 13 in ballo. Un po’ surreale visto che il partito sta attraversando, anche per le posizioni da assumere in questo secondo turno, forti frizioni interne.
Sarkozy, fin da domenica scorsa, ha rifiutato di ritirare le proprie liste nelle regioni dove queste si sono piazzate terze, per favorire il candidato socialista in funzione anti-Fn. Insomma, ha rigettato la possibilità di allinearsi su quanto fatto da socialisti, richiamandosi al motto: “Nè fronte repubblicano, nè Front national”.
All’interno del partito le critiche non sono mancate nei confronti di questa decisione, anche da parte di personaggi influenti come Jean-Pierre Raffarin e Nathalie Kosciusko-Morizet.
A quel punto Xavier Bertrand, il candidato che contende per i Repubblicani il Nord a Marine Le Pen, con una campagna ormai incentrata sulla difesa della democrazia (per convincere gli elettori della sinistra che non hanno più candidato), ha sottolineato che Sarkozy e gli altri leader nazionali del partito “dovrebbero stare zitti e basta”.
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Dicembre 9th, 2015 Riccardo Fucile
I VOTI DELLA LE PEN LADDOVE E’ PIU’ ALTO IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE
La Libertè è rimasta sepolta sotto i cadaveri del Bataclan. La Fraternitè l’ha fatta a pezzi la
globalizzazione, in Francia come nel resto d’Europa.
Ma quanto ha pesato l’Egalitè nell’enorme vittoria di Marine Le Pen al primo turno delle elezioni amministrative?
Se le stragi avessero fatto la differenza, il risultato del Front National a Parigi avrebbe dovuto essere eclatante. E invece se si esclude la Bretagna, lì registra il peggior risultato con uno striminzito 9,7 per cento dei consensi.
Il flop a Parigi
Nel decimo arrondissement, il cuore sanguinante della Capitale, la percentuale scende al 7,3 per cento. Può sembrare solo una questione di censo. L’elettore lì è aperto, laico, cosmopolita, niente a che vedere con chi vive nelle periferie che hanno allevato una generazione di terroristi. Ma quello è anzitutto un francese ricco.
Se giri per le strade e chiedi dove stia il grande malato d’Europa, qui non sanno di che parli.
Bloomberg ha confrontato il risultato di domenica del Front National con il tasso di disoccupazione regione per regione: quanto più è alta la percentuale dei senza lavoro, tanto più forte è il successo dell’estrema destra.
Vero è che le dodici grandi aree nate dalla nuova divisione amministrativa sono grandi e complesse, eppure il risultato migliore la Le Pen lo incassa nel Nord-Pas-de-Calais, poi in Provenza, in Alsazia e Lorena, nel Languedoc, zone in gran parte rurali, dove la disoccupazione supera il dieci per cento e non sempre note per le tensioni etniche.
Insomma, nella vittoria della Le Pen c’è anzitutto la sofferenza di una nazione che punisce i due grandi partiti che in questi anni l’hanno governata con scarsi risultati: i socialisti e l’ex Ump di Nicolas Sarkozy.
Tasse alle stelle
La pressione fiscale in Francia resta oltre il 44 per cento, la più alta d’Europa dopo la Danimarca, la crescita è debole (+1,1 per cento la previsione alla fine dell’anno) appena migliore di ciò che spera di ottenere Matteo Renzi.
Ma la spesa pubblica è al 57,2 per cento del Pil, ben oltre il 51,1% dell’Italia e il 49,3% della Grecia.
La disoccupazione è di sette decimali sotto a quella italiana (10,8 contro l’11,5 per cento) e però calmierata da un esercito di dipendenti pubblici nell’amministrazione centrale e locale.
Mentre a queste latitudini si tagliava, oltralpe si assumeva.
Immigrazione, identità , eclissi dei partiti tradizionali: nella crisi della politica continentale c’è certamente molto di questo.
Eppure il prosaico «It’s the economy stupid» coniato nel 1992 dallo stratega di Bill Clinton James Carville si conferma decisivo.
Per recuperare consensi il premier spagnolo Mariano Rajoy si è spinto a pelar verdure in un programma televisivo.
Risalire la china del 44 per cento incassato quattro anni fa è impossibile, ma nonostante questo i sondaggi lo danno saldamente in testa con oltre il 28 per cento, almeno sette punti sopra il minimo storico, il Psoe, i liberisti di Ciudadanos, almeno dieci punti sopra Podemos di Pablo Iglesias.
Al netto della reazione patriottica alle ambizioni autonomiste della Catalogna, il recupero di Rajoy è speculare al trionfo della Le Pen: l’economia spagnola viaggia ad una velocità quattro volte quella dell’Italia, tre volte più veloce della Francia.
La disoccupazione è ancora altissima al 21,6 per cento, eppure in rapido calo.
Più che nei grandi centri urbani, Rajoy recupera consenso nelle zone più povere, quelle che avevano pagato il dazio più alto alla crisi iniziata nel 2011 e culminata con il salvataggio europeo delle banche.
Si vota domenica 20 dicembre, un paio di giorni prima le aziende spagnole distribuiranno la tredicesima a lungo sospesa.
A Madrid dicono che la scelta della data non è a caso.
It’s the economy, stupid.
Alessandro Barbera
(da “La Stampa”)
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Dicembre 8th, 2015 Riccardo Fucile
LE DIFFERENZE CON LA DESTRA ITALIANA SI SONO MOLTO AMPLIATE
L’ECONOMIA: PIÙ TASSE SULL’IMPORT E ADDIO AL LIBERISMO
Sono così lontani gli Anni 80, quando Jean-Marie Le Pen si definiva «il Ronald Reagan francese».
Marine ha abbandonato l’ultraliberismo del padre e ha inforcato la strada opposta.
La Le Pen è favorevole a un aumento delle tasse all’import e alla «preferenza nazionale» negli appalti pubblici. Grida contro «la dittatura dei mercati».
Si avvicina alla sinistra nella difesa del regime delle 35 ore settimanali di lavoro (introdotto dalla gauche).
Chiede di abbassare a sessant’anni l’età della pensione. E di aumentare gli stipendi più bassi, in particolare del salario minimo, fissato per legge: 200 euro in più subito, se Marine diventerà presidente.
LAICITA’: NO AI SEGNI RELIGIOSI SUI MEZZI DI TRASPORTO
«Sono cattolica ma non praticante — ha scritto nella sua autobiografia (“A contre flots”, pubblicata nel 2006) —. Le opzioni religiose non devono passare in primo piano; mi ritengo profondamente laica». Cita di continuo la legge del 1905, che fissa la separazione tra la Chiesa e lo Stato.
ABORTO: “NON LO VIETERà’”. SCONTRO CON MARION
Lo ha dichiarato a più riprese: «Non sono contraria all’aborto e non lo rimetterò in causa, se diventerò presidente». Ma Marine Le Pen, tanto per tenersi buono il suo elettorato più tradizionalista, critica spesso quello che definisce «l’aborto di conforto», sostitutivo della contraccezione: «Ci sono degli abusi, per questo alcuni medici si rifiutano di farlo».
La nipote, Marion Marèchal-Le Pen, è andata oltre, molto oltre: se diventerà presidente del Sud-Est, abolirà subito le sovvenzioni regionali ai consultori familiari, «che banalizzano l’aborto».
PENA DI MORTE: VUOLE UN REFERENDUM PER FARLA APPLICARE
Priva di particolari remore cattoliche, ha dichiarato: «A titolo personale, come avvocato, penso che un sistema penale non possa stare in piedi senza la pena di morte». In questo senso è la degna figlia di suo padre, Jean-Marie, nonostante che da lui l’abbiano allontanata tanti motivi di discordia. Sulla pena capitale, comunque, organizzerebbe un referendum
NOZZE GAY: UNIONI CIVILI E PACS PER GLI OMOSESSUALI
Alle manifestazioni del 2013 contro la legge che ha autorizzato il matrimonio gay, si sono fatti vedere tanti dirigenti del Front National, come la supercattolica Marion Marèchal-Le Pen, nipote di Marine. Ma lei, mai. Era diventato quasi imbarazzante.
Alla fine ha dovuto pronunciarsi: «Se sarò eletta presidente, eliminerò quella legge. Ma farò evolvere le unioni civiche, i Pacs, nello stesso senso».
Insomma, pieni diritti per gli omosessuali. Quando Sèbastien Chenu, già attivista del mondo gay, ha accettato di dirigere la sua campagna elettorale nel Nord, ha detto: «È la prova che nel Front National c’è di tutto: gollisti, omosessuali, colf, operai».
L’UNIONE EUROPEA: BRUXELLES RESTITUISCA PARTE DELLA SOVRANITA’
Se, fino a qualche mese fa, la Le Pen ostentava con sprezzo il suo anti-europeismo, adesso ci va molto più cauta.
Al Front National ci si rende conto che delle posizioni alla Tsipras prima maniera fanno paura ai francesi, anche se sempre più euroscettici.
«Se divento presidente della Francia — ha detto qualche settimana fa-, organizzo un referendum sull’euro, da realizzare dopo sei mesi. Nell’attesa andrò a Bruxelles a spiegare quali sono le nostre esigenze. Farò come la Gran Bretagna. E se l’Unione europea ci renderà la nostra sovranità , dirò ai francesi: restiamo nell’Unione europea». Uscita progressiva dall’euro, sì. Ma non dalla Ue.
Leonardo Martinelli
(da “La Stampa”)
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