Dicembre 7th, 2015 Riccardo Fucile
MARINE HA SRADICATO DAL PARTITO LA DESTRA XENOFOBA E MACHISTA: PAROLE DURE CONTRO GLI ISLAMOFOBI, UN GAY COME NUMERO DUE, DIFESA DEI DIRITTI CIVILI, “NE’ DESTRA, NE’ SINISTRA” E NESSUN LEADER “SOLO AL COMANDO”… TUTTO L’OPPOSTO DELLA DESTRA AUTOGHETTIZZATA ITALIANA
Marine Le Pen ha conquistato il Quarto Stato con la destra moderna
Sarà difficile per la destra italiana salire sul carro della vincitrice Marine Le Pen, anche se ci sta già provando.
Le comuni radici — che senz’altro esistevano — sono state recise con decisione nel maggio scorso, quando Marine ha revocato la tessera del Front National al suo fondatore e ha convocato la stampa per dire: “Jean Marie Le Pen non deve più potersi esprimere a nome del partito, le sue affermazioni sono contrarie alla nostra linea”.
Un parricidio in piena regola, con il quale Marine ha sradicato il FN dall’immaginario della destra xenofoba, machista, antisemita che aveva fatto le (limitate) fortune di suo padre.
La Marine Le Pen che ha vinto domenica in Francia è quella che ha risposto “confondere l’Islam con il terrorismo è da stronzi” a chi gli chiedeva un’opinione sul celebrato titolo di “Libero” contro i “Bastardi islamici”.
È la leader che ha scelto un gay dichiarato, Florian Philippot, come suo numero due. Che si è rifiutata di scendere in piazza con Manif Pour Tous contro la legge sulle unioni civili.
Che ha accentuato l’autodefinizione “ni droite ni gauche” fino al punto di scrivere sulla sua pagina Facebook, alla voce “tendenza politica” un laconico “Altro”.
Insomma, Marine Le Pen non è equiparabile nè alla destra berlusconiana, tuttora in ostaggio del suo padre-padrone, nè a quella neocentrista con il suo cotè confessionale, nè tantomeno a quella salvin-meloniana, rimasta avvinghiata al lepenismo prima maniera e alla sua rozzezza anche estetica.
Dei tre ancoraggi della destra italiana — Dio, Patria e Famiglia — Marine ne ha conservato uno solo, Patria, abbandonando gli altri due ai nostalgici di Vichy e dell’Algeria Francese.
È stata un’operazione complicata, spregiudicata e vincente.
Ne ha ricevuto in cambio l’attenzione del colossale bacino elettorale che in tutta Europa sta definendo le fortune elettorali dei partiti “altri”, quelli che Marco Tarchi chiama “i delusi della globalizzazione”: giovani, donne senza lavoro, pensionati al minimo, piccoli imprenditori, laureati sotto-occupati.
Il nuovo Quarto Stato, insomma, lontano dai filtri ideologici del Novecento, che contesta le politiche europee sulla base di un semplice dato di esperienza: vede la sua vita peggiorata rispetto a quella dei suoi genitori.
Sarà difficile per la destra italiana salire sul carro della Le Pen anche perchè la destra italiana è ancora prigioniera della retorica dell’uomo solo al comando, del leader che da solo fa la differenza parlando da un palco o in tv.
Al contrario, dietro al successo di Marine c’è il lavoro di una squadra larga e una strategia gramsciana di conquista dell’immaginario collettivo e delle elite culturali che ha portato dalla sua parte icone come il regista Jean-Luc Godard, suo convinto elettore alle ultime Europee, ma non solo.
Appena un paio di mesi fa, l’economista Jacques Sapir e il filosofo Michel Onfray hanno messo a subbuglio il dibattito culturale francese facendosi sponsor di un’alleanza trasversale di tutte le forze “sovraniste”, di destra e di sinistra, per la rinascita della Francia.
Sono stati accusati di spianare la strada al Front National, si sono difesi organizzando una kermesse alla Mutualitè di Parigi, sala-simbolo della sinistra francese con la partecipazione di Alain Finkielkraut, Pascal Bruckner e altri mostri sacri.
È difficile immaginare qualcosa di analogo in Italia dove, al contrario, la destra si è auto-relegata nel ghetto del disprezzo per gli intellettuali e nell’elogio del semplicismo populista fino al punto di rinnegare uno come Pietrangelo Buttafuoco perchè “convertito all’Islam”.
Insomma, l’equivalenza Parigi-Roma non sta in piedi.
Non se riferita alla destra attuale, in tutte le sue declinazioni. Salvini può dirsi felice per il risultato, e congratularsi, ed esibire come una bandiera il messaggino di Marine, ma finisce lì.
Per una replica in salsa italiana di quel tipo di vittoria non ci sono nè gli uomini, nè le donne, nè le condizioni.
Flavia Perina
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 6th, 2015 Riccardo Fucile
IL POPULISMO “TRASVERSALE” CHE ATTRAVERSA L’EUROPA POTREBBE FAVORIRE I GRILLINI
Tra i segreti della forte ascesa elettorale del Front di Marine Le Pen c’è un nuovo, inedito dosaggio tra ricette di destra e di sinistra, un mix che allude al populismo trasversale dei Cinque Stelle, peraltro diverso in tanti aspetti da quello neo-lepenista.
IL TERREMOTO IDEOLOGICO
Una novità politica, il lievitare di un populismo di sinistra-destra, che a cavallo tra Francia e Italia potrebbe avere conseguenze clamorose e dagli esiti imprevedibili.
Negli ultimi mesi la lite familiare in casa Le Pen ha in parte coperto il corposo terremoto politico/ideologico che via via ha fatto perdere al Front national quadri intermedi e militanti della tradizionale destra radicale, cattolica, nostalgica di Vichy coccolata per anni e anni da papà Jean Marie.
I PERDENTI DELLA GLOBALIZZAZIONE
L’adozione di parole d’ordine (anche) di sinistra sui temi economico-sociali e in parte in politica estera ha favorito l’aggregazione da parte di Marine Le Pen di fasce (disoccupati, operai, artigiani, commercianti) e di figure sociali che – ad esempio nella recente, acuta analisi di Marco Tarchi, studioso del populismo – vengono dipinti come i «perdenti della globalizzazione».
Gruppi sociali che condividono la predicazione di un partito che si oppone da sempre ai flussi migratori di massa.
DOPO LA FRANCIA, L’ITALIA?
Il nuovo trasversalismo politico-sociale ha proiettato il Front su percentuali mai viste prima e potrebbe consentirgli di conquistare, al secondo turno, significative fette di territorio. Naturalmente c’è di mezzo una settimana piena di incognite, ma un eventuale successo ai ballottaggi del populismo trasversale della Le Pen, a quel punto aprirebbe lo spazio ad una domanda: oggi in Francia, domani in Italia?
In altre parole: chi può dire come finirà , se il Pd, ai ballottaggi in grandi città , anzichè il centrodestra, si trovasse a fronteggiare il populismo trasversale dei Cinque Stelle?
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
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Dicembre 4th, 2015 Riccardo Fucile
“PROGRAMMA DEMAGOGICO, FACILE DIRE CHE AUMENTERA’ I SALARI”
Preoccupa la crescita dei consensi del Front National, in vista domenica del primo turno delle
elezioni regionali in Francia.
Marine Le Pen, che è candidata alla presidenza della regione del Nord (Nord-Pas-de-Calais e Picardia), con quasi sei milioni di abitanti, potrebbe strappare oltre il 40 per cento dei consensi, secondo gli ultimi sondaggi, e piazzarsi ampiamente al primo posto, davanti ai candidati della destra classica e del Partito socialista.
Fa tanto paura il Fn che proprio i giornali del Nord hanno deciso di dare battaglia alla Le Pen mentre da Parigi Pierre Gattaz, presidente del Medef, la Confindustria francese, tratta il partito di “irresponsabile” dal punto di vista economico.
“Perchè una vittoria dell’Fn ci preoccupa”
Proprio questo titolo si poteva leggere lunedì 30 novembre nella prima pagina della Voix du Nord, con sede a Lille, il principale quotidiano dell’estrema Francia settentrionale.
All’interno si spiegavano in dettaglio le ragioni per cui praticamente non si deve votare domenica la Le Pen e compagnia. Il partito di estrema destra ha subito reagito minaccioso. Ma questo non ha impedito che un altro quotidiano importante di questa fetta di Francia, in particolare della Picardia, facesse altrettanto: “Il vero volto dell’Fn nella regione”, ha titolato mercoledì il Courrier Picard.
Il tono è lo stesso anche da parte del Nord-Eclair: le tre pubblicazioni sono controllate da un unico gruppo, il belga Rossel (editore anche del belga Le Soir) e sono considerate di centrosinistra.
Quanto alla Croix du Nord, settimanale di tendenza cattolica, si è allineato agli altri, perchè “in quanto giornalisti cristiani — si legge in un editoriale -, noi non possiamo stare zitti”.
Scaramucce fra deontologia e qualche minaccia
“Il nostro lavoro di giornalisti — ha detto Jean-Michel Bretonnier, caporedattore della Voix du Nord — è rendere conto di una realtà , andare al di là delle apparenza, spiegare, a costo di non piacere ad alcune persone”.
Negli ultimi giorni il suo giornale sta affrontando temi concreti, come la possibilità che una gestione del Front National (che chiede addirittura una preferenza per le imprese della regione negli appalti pubblici) possa allontanare gli investitori stranieri o del resto della Francia, di cui il Nord ha tremendamente bisogno.
“Ma che idea avete di voi stessi — ha chiesto la Le Pen ai giornalisti del quotidiano — per credervi autorizzati a erigervi in autorità morale e a lanciare fatwa contro vostri concittadini?”
La leader dell’Fn è andata oltre, minacciando, nel caso sia eletta, di togliere alla Voix du Nord i contributi previsti dalla regione.
Lì è nata una polemica, perchè il giornale non riceve sussidi regionali, anche se poi è emerso che in effetti ne usufruisce una società controllata, attiva nel settore audiovisivo.
Economicamente inaffidabili?
Il Front National ha dovuto anche affrontare l’”assalto” da parte del Medef. Il presidente Gattaz raramente prende posizione in maniera così esplicita.
Ma questa volta il presidente degli industriali francesi, europeista e dalle idee decisamente liberal, ha detto chiaro e tondo che “il loro programma economico non è responsabile”, richiamando alla memoria alcune proposte del partito, come il ritorno al franco, l’aumento delle tasse sull’importazione, l’abbassamento dell’età pensionabile a 60 anni e l’aumento sistematico di tutti i salari (e di 200 euro quello minimo, in Francia fissato per legge).
Quali riflessi di questo assedio a 360 gradi?
Non è chiaro se le ultime critiche serviranno ad arginare il fenomeno Marine Le Pen. Il suo elettorato non è certo in sintonia con la Confindustria francese. Più pericolose per lei le prese di posizione di quotidiani ben radicati sul territorio.
Ma alcuni esperti sottolineano che episodi di questo tipo possono rafforzare la sua immagine di “paladina anti-sistema” e di vittima dei “cattivi” giornalisti.
D’altra parte, una volta superato il primo turno, se destra e sinistra concluderanno un’alleanza (eventualità al momento attuale per nulla scontata), per lei non sarà facile imporsi al ballottaggio.
Deve evitare qualsiasi passo falso. La sua battaglia non è ancora vinta.
Leonardo Martinelli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 2nd, 2015 Riccardo Fucile
UMP E FRONT NATIONAL AL 28%, SOCIALISTI AL 22%, VERDI E SINISTRA AL 12%
Franà§ois Hollande non è più il presidente meno popolare di sempre. La sua gestione dell’emergenza terrorismo (e l’onnipresenza televisiva per oltre due settimane, vertice sul clima compreso) gli ha consentito di recuperare 20 punti nei sondaggi.
Pur restando in territorio negativo, è tornato ai livelli dell’ottobre 2012.
Purtroppo per lui, per il partito socialista e per la sinistra in genere, questo risultato non sembra avere alcun impatto sulle intenzioni di voto alle imminenti elezioni regionali (domenica il primo turno, con ballottaggi il 13).
Secondo le ultime rilevazioni, a livello nazionale le liste del centro-destra (il cui leader è l’ex presidente Nicolas Sarkozy) e quelle dell’estrema destra (il Front National di Marine Le Pen) sarebbero alla pari al 28%, con il Ps al 22% e Verdi ed estrema sinistra al 12 per cento.
Per la “gauche” — che oggi guida 21 regioni su 22 – si preannuncia insomma una pesantissima sconfitta: riuscirebbe a stento a conservare tre delle 13 regioni nate dall’accorpamento frutto della recente riforma territoriale.
Otto passerebbero alla destra e due al Front National.
Marine Le Pen è largamente in testa nel Nord-Pas-de-Calais-Picardie (capoluogo Lille), con un 40% al primo turno e un 43% al secondo (in caso di ballottaggio a tre, 50% alla pari con la destra in caso di “alleanza repubblicana” destra-sinistra anti-Fronte).
Mentre la giovane nipote Marion Marèchal-Le Pen (appena venticinquenne) potrebbe riuscire a conquistare la Provence-Alpes-Cotes d’Azur (capoluogo Marsiglia): avrebbe infatti il 40% al primo turno e il 41% al secondo, battendo nettamente le liste di destra e di sinistra.
Con la possibilità che il Front National domenica sera sia in testa in altre due regioni: Alsace-Champagne-Ardenne-Lorraine (capoluogo Strasburgo, lista guidata da Florian Philippot, numero due del partito) e Bourgogne-Franche-Comtè (Digione).
Certo, molto dipende dalle decisioni che prenderanno i Rèpublicains di Sarkozy e il Ps all’indomani del primo turno.
Se infatti dovessero decidere di unire le loro forze (ritirando la lista arrivata in terza posizione o addirittura fondendo le liste in una sorta di inedita “unità nazionale” di fronte al pericolo lepenista) forse potrebbero evitare il trionfo del Front National.
Che ha assolutamente bisogno di conquistare almeno una regione come trampolino di lancio verso le presidenziali del 2017.
Ma sarà comunque un nuovo e ancora più forte terremoto politico.
E in ogni caso un successo per l’estrema destra, favorita dal contesto politico e sociale in cui si inserisce il voto.
«Sono in atto — spiega bene il politologo e sociologo Gilles Ivaldi — due dinamiche. La prima, precedente gli attentati, è quella della crisi economica e dell’aumento della disoccupazione, che ha ottobre ha fatto segnare un nuovo record. La seconda è quella della crisi migratoria e del terrorismo islamico. In questo contesto l’estrema destra non ha praticamente bisogno di fare campagna elettorale, i voti arrivano da soli».
E invece il Front National la campagna la fa eccome. Con grande intelligenza. Dopo aver passato anni a percorrere campagne e periferie spesso trascurate dalle forze politiche istituzionali, ora la sta chiudendo limitandosi a osservare che molte delle misure annunciate da Hollande dopo gli attentati (i controlli alle frontiere, la possibilità per i poliziotti di essere sempre armati, la decadenza della nazionalità francese) sono da tempo nel programma del partito.
Di fronte alla prospettiva molto concreta di un successo del Front National, e dell’attrazione che ormai esercita su moltissimi piccoli imprenditori, persino il Medef (la Confindustria francese) ha deciso di scendere in campo.
Il suo presidente Pierre Gattaz ha lanciato l’allarme sul programma economico del Fn (referendum sull’uscita dall’euro, pensione a 60 anni, aumento dei salari minimi), spiegando che l’arrivo al potere dell’estrema destra sarebbe catastrofico e «riporterebbe la Francia indietro di decenni».
Marco Moussanet
(da “il Sole24Ore”)
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Novembre 30th, 2015 Riccardo Fucile
LEADER DATO IN CRESCITA IN SPAGNA, MA CON MOLTE OMBRE E QUALCHE IMBARAZZO
È l’antipopulista; eppure è il leader più popolare di Spagna. Un rivoluzionario borghese. 
In poche settimane Albert Rivera ha portato i suoi Ciudadanos, Cittadini, dall’11 al 23% nei sondaggi: secondo El Pais ha raggiunto il Pp, superato i socialisti e staccato Podemos di Pablo Iglesias, il rivoluzionario con la coda da tanguero.
Stessa generazione – Iglesias è del 1978, Rivera del 1979 –, stessa avversione ai partiti; eppure non potrebbero essere più diversi.
Iglesias, che è di Madrid, reclama un referendum per l’indipendenza catalana; lui, che è catalano, difende la Spagna unita.
Iglesias è contro «l’Europa tecnocratica»; lui chiede un esercito europeo, una polizia europea, un servizio segreto europeo.
Iglesias vuole ridurre lo stipendio del primo ministro a 45 mila euro; lui vuole aumentarlo a 300 mila, «perchè il presidente del governo non può guadagnare meno di un burocrate».
Iglesias vuole portare la Spagna fuori dalla Nato; lui vuole che la Nato faccia la guerra all’Isis.
«Sì, sono a favore di un intervento multinazionale in Siria, se i Paesi della Nato si coordinano e hanno il via libera dalle Nazioni Unite. Dobbiamo combattere lo Stato Islamico come abbiamo combattuto i talebani in Afghanistan».
Proprio ieri mattina Rivera ha presentato il suo programma qui a Barcellona, al teatro Apollo, ai piedi del Montjuà¯c, la collina dell’Olimpiade del 1992.
Camicia bianca senza cravatta, giacca grigia, ha più presa sulle teste che sulle anime, è più svelto che non carismatico, più abile nel dialogo che nell’oratoria.
Le fan lo considerano bellissimo, anche se è bassino.
La Spagna vota fra tre settimane, il 54% è contro l’intervento in Siria: il premier Rajoy evita di incontrare Hollande per non prendere impegni, tutti i candidati danzano attorno alla guerra, evitano la questione come la peste.
Tutti tranne Rivera. Non è entusiasta di tornare sull’argomento, precisa di non aver mai parlato di truppe spagnole, ma conferma la sostanza: «L’Europa è stata attaccata, l’Europa non può stare a guardare. Non possiamo delegare tutto alla Russia e agli Stati Uniti; dobbiamo prenderci le nostre responsabilità ».
E poi, aggiunge sorridendo, «noi di Barcellona abbiamo un legame fortissimo con la Francia. La consideriamo un po’ la Catalogna del Nord».
Il programma è quello di un estremista di centro. Il colore è l’arancione.
L’ambizioso punto di riferimento è la Costituzione di Cadice del 1812, «la prima volta in cui gli spagnoli rifiutarono di essere sudditi, e pretesero di essere cittadini» spiega. Il modello inconfessato è Adolfo Suarez, il centrista che guidò la transizione dal franchismo alla democrazia, l’unico premier di cui non parla male.
«Popolari e socialisti hanno portato la politica a impadronirsi della società . La giustizia, la sanità , la scuola: tutto è politicizzato. Noi abbiamo due obiettivi. Restituire il potere ai cittadini. E ricostruire la classe media. La piccola borghesia ha subito colpi durissimi in questi anni. Dobbiamo salvarla, perchè non esiste una democrazia senza classe media».
La proposta è diminuire tutte le aliquote Irpef di tre punti, tagliare l’Iva, riconoscere sei mesi di permesso pagato alle mamme, sostenere con un contributo statale gli stipendi più bassi.
Ma come trova i soldi? «Convincendo gli spagnoli a pagare le imposte. E diminuendo il ceto politico e la burocrazia. Il Senato non si riforma; si abolisce. Via anche le province. Accorperemo tutti i comuni sotto i 5 mila abitanti».
Ma Rajoy già ha lanciato lo slogan «il mio paesino non si tocca».
«So bene che da qui al voto sarò al centro degli attacchi di tutti. La cosa non mi spaventa. Vorrà dire che saremo al centro in ogni senso».
Il suo debutto sulla scena pubblica fu nel 2001, alla finale della «Liga nacional de debate universitario», una gara di dibattiti.
La domanda decisiva era: la prostituzione è un mestiere come gli altri? Lui doveva sostenere le ragioni del sì. Improvvisò un piano per combattere gli schiavisti del sesso, far pagare le tasse alle prostitute e imporre controlli sanitari. Vinse.
Da allora ha molto esercitato la sua versatilità (tranne che in amore: ha sposato la fidanzata dell’adolescenza, Mariona, con cui ha una figlia, Daniela).
È repubblicano, ma trova il nuovo re Felipe VI «esemplare, sensato, modernizzatore». È agnostico – «la penso come Buà±uel: mi piacerebbe credere, ma non ci riesco» –, però è contrario alla proposta laicista del governo catalano che vorrebbe chiamare il Natale «festa d’inverno» e la settimana santa «festa di primavera».
Propone un testo per l’inno spagnolo (che ha solo musica e non parole: non se ne sono mai trovate che andassero bene a tutti, erano sempre troppo antifranchiste o troppo poco, troppo centraliste o troppo separatiste), che comincia così: «Ciudadanos, ni hèroes ni villanos».
Ha un po’ l’aria da primo della classe, però quando in tv gli hanno chiesto cosa farà della centrale nucleare vicino a Burgos ha risposto candidamente: «Non lo so»
Ieri, nella sua Barcellona, ha ribadito di essere contrarissimo non solo all’indipendenza catalana, ma anche al referendum: «Non si tratta di decidere se costruire o no un’autostrada. Si tratta di decidere se distruggere o no la Spagna. Non sono cose da affidare all’emotività del momento. Noi la Spagna la vogliamo rigenerare, distruggendo la corruzione. Cominciamo qui, a casa nostra. Facciamola finita con il clan Pujol e con i suoi eredi, che usano l’identità catalana per i loro comodi. Nelle nostre liste non ci sono politici di professione. Ci sono professori, manager, imprenditori, studenti. Cittadini».
Il sondaggio del Pais gli attribuisce un tasso di approvazione del 51%; Iglesias è al 30, Rajoy al 26: anche perchè continua a sottrarsi ai dibattiti, come se avesse qualcosa da nascondere.
Questo non significa affatto che Rivera vincerà le elezioni. I popolari, da quando lui ha escluso di sostenere il ritorno di Rajoy alla guida del governo, lo accusano di essersi venduto alla sinistra.
Il socialista Sanchez lo definisce «una sottomarca della destra».
Monedero, cofondatore di Podemos, gli ha dato del cocainomane.
Iglesias lo considera una sua brutta copia, creata in laboratorio dalle perfide banche e dalle infide multinazionali per frenare la sua ascesa.
In effetti Rivera riceve finanziamenti dall’establishment spagnolo; e questo può essere un punto debole.
La sua fortuna nasce dal disgusto degli elettori del Partido popular, stanchi di scandali ma diffidenti della sinistra.
È probabile che da qui al 20 dicembre Rajoy crescerà , e alla fine Rivera debba scendere a patti. Ma è ancora possibile una sorpresa all’insegna del cambiamento.
In ogni caso, il trentenne catalano ha già dimostrato di essere una vera novità della politica spagnola ed europea. Anche per il coraggio nel parlare di Siria in campagna elettorale: «Nessuno vuole la guerra. Non conosco nessuno che abbia due dita di fronte, insomma un po’ di sale in zucca, e voglia la guerra. Ma lo Stato Islamico non si sconfigge con un minuto di silenzio. Per carità , il minuto di silenzio è necessario. Ma è necessario anche un intervento congiunto, secondo gli accordi Nato. Non possiamo tollerare nè concepire che i crimini dello Stato Islamico lascino l’Europa inerte. L’Europa deve ritrovare l’orgoglio della propria identità . Dobbiamo sapere chi siamo, e soprattutto chi vogliamo essere» .
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 27th, 2015 Riccardo Fucile
VISCO: “MANCA UNA POLITICA ATTIVA PER I DISOCCUPATI”
Debito, competitività e lavoro: per il terzo anno consecutivo l’Italia resta nel mirino della Commissione europea perchè i suoi squilibri macro sono «eccessivi». Bruxelles continuerà il monitoraggio dei «rischi» già identificati: il debito, appunto, tuttora «molto elevato », una produttività inadeguata, una competitività scarsa, e la disoccupazione sempre altissima.
Nel rapporto Ue sugli squilibri, appena pubblicato, l’Italia non è sola ma è insieme ad altri 17 paesi, che saranno tutti oggetto di una analisi approfondita. Tra questi c’è anche la Germania per via del suo surplus troppo elevato.
Alla Commissione manda un messaggio Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia. Parlando a Bologna, ad un convegno Prometeia, sostiene che alla Ue manca «una visione politica», tanto più oggi, di fronte ai gravi rischi geopolitici che si profilano all’orizzonte: «E’ il problema di fondo».
Perciò, bisogna rendere «più completa» questa unione economica e monetaria.
Sul piano interno il governatore reclama «politiche attive» del lavoro.
«Ancorchè difficili da disegnare e mettere in atto», hanno un ruolo importante per riqualificare e ricollocare una forza lavoro «spiazzata dai cambiamenti globali». Manca anche «un sostegno al reddito» per i bisognosi con «un debole legame con il mondo del lavoro ».
Nella sua lettura, prevedere il futuro economico nazionale è «impossibile», ma è fondamentale un «cambio di prospettiva » nell’individuare le priorità nei prossimi mesi. Cruciali, in effetti, visto che a febbraio Bruxelles pubblicherà delle «pagelle» più approfondite per l’Italia, come per gli altri 18 paesi. E’ un modo per monitorare i progressi fatti.
Già lo scorso febbraio la Commissione aveva concluso che da noi ci sono «squilibri macro eccessivi che richiedono una risoluta azione politica e un monitoraggio specifico sui rischi di un debito pubblico molto elevato e di una debolezza della competitività », si legge nel testo del rapporto.
«Nella classifica aggiornata sono diversi gli indicatori che oltrepassano le soglie di riferimento, in particolare perdita di quote di export, debito, disoccupazione e aumento di quella giovanile ».
Più nello specifico: il calo della produttività e la bassa inflazione, «trattengono la riconquista della competitività »; il debito «è salito nel 2014, guidato da crescita e inflazione basse, e deficit».
Inoltre, «la debolezza economica si riflette anche nel declino del rapporto investimenti- Pil».
Creano problemi i crediti deteriorati delle banche.
E sul versante del lavoro, la disoccupazione ha avuto il suo picco nel 2014, ma resta elevata assieme a quella giovanile e quella di lungo termine. Anche gli indicatori sociali e sulla povertà sono stabili, ma «a livelli preoccupanti».
Elena Polidori
(da “La Repubblica”)
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Novembre 17th, 2015 Riccardo Fucile
CHI FA MERCATO SULLA PELLE DEGLI IMMIGRATI, CHI VENDE ARMI AGLI “SCIACALLI”: INCAPACE DI ESSERE VERA E PRIVA DI TENSIONE MORALE
L’ ‪Europa‬, al netto della “burocrazia”, non esiste. Non esiste nemmeno un minimo di “comune sentire”.
La “comunità internazionale”, poi, è ridotta a mero elemento di speculazione concettuale ancora di più.
Lo dimostrano l’emergenza “immigrazione”, quella terroristica, la stessa insensibilità verso la costruzione di istituzioni “comuni”, e quella stessa mancanza di audace e reale tensione verso valori generalmente dati.
Lo stesso pseudo-spirito occidentale s’appalesa sbiadito, inconsistente, ripiegato su se’ stesso ed in continua contrapposizione tra dimensione laica e religiosa.
Dimensione fredda, comunque, perchè la questione non ha nulla a che vedere con la “fede”: l’umanesimo ne prescinde e ne dovrebbe prescindere, sempre.
Un coacervo inorganico e “sgrammaticato” di entità nazionali: lo scenario mi sembra questo, con Nazioni che fanno “mercato” sulla pelle degli immigrati e vendendo armi agli “sciacalli”, e Stati che si attestano sulla sponda opposta.
Più che “in guerra con l’esterno” (sia esso l’ISIS o meno) la pseudo-comunita’ europea e’ in guerra con se’ stessa, incapace di essere vera; incapace di vivere la storia; incapace di proiettarsi verso il futuro.
Nelle more, continueremo a “piangere le vittime”, quelle “fisiche” e quelle “di concetto” perchè “vittime del nulla”, dell’egoismo”, della carenza di visioni e delle stesse “trazioni imbelli”, lo siamo anche noi.
Anzi, forse, senza saperlo, ne siamo addirittura gli artefici.
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra liberale
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Novembre 12th, 2015 Riccardo Fucile
I SEGRETI DELL’EREDE DEL LEADER, AL CENTRO DI AFFARI MILIARDARI
Carine, ricche, brillanti e molto discrete, praticamente invisibili.
Forse è proprio per questa ostentata distanza da telecamere e riflettori che Katerina e Maria, figlie legittime di Vladimir Putin e della altrettanto discreta ex moglie Ljudmila, sono ormai un tormentone periodico che appare e scompare sui media internazionali con le rituali infastidite smentite del Cremlino e gli inevitabili inviti al rispetto della privacy.
Le smentite di ieri riguardano in particolare Katerina, figlia minore, 28 anni. Un’inchiesta della Reuters aveva infatti confermato quello che le malelingue di Russia danno per scontato da un anno.
Katerina sarebbe la stessa persona nominata improvvisamente vice rettore della prestigiosa università Lomonosov di Mosca e incaricata di gestire la creazione della “Mgu valley”, il parco dell’innovazione tecnologica della capitale con un budget che supererebbe il miliardo di dollari.
La tesi, sostenuta da giornalisti di opposizione come Oleg Kashin o da blogger noti e dissidenti come Aleksej Navalnyj si regge soprattutto sullo pseudonimo usato dalla signora: Katerina Tykonova.
Cioè il cognome della nonna materna di Katerina Putina. Con lo stesso nome d’arte la figlia del Presidente avrebbe partecipato sotto copertura a competizioni dello sport che predilige: la danza acrobatica sul ghiaccio.
A confermare la tesi alla Reuters ci avrebbe pensato nientemeno che il vicepresidente del colosso di Stato Gazprombank, Andrej Akimov, con dichiarazione incisa sui registratori dei cronisti britannici.
Il fatto che la figlia di cotanto padre possa accedere ad incarichi così prestigiosi senza averne i titoli e maneggiando un fiume di denaro pubblico non piace alla gente. Proprio per questo dopo qualche ora di imbarazzo il portavoce del Presidente ha smentito seccamente: “Akimov ha detto di essersi confuso e di essere stato male interpretato. E dunque smentisco. Il resto, la vita privata della figlia di Putin, non è affare di mia competenza”.
In realtà , quello che ha dato fastidio al Cremlino è la ricostruzione della situazione patrimoniale di Katerina che se la passerebbe molto meglio del padre.
Con il cognome vero ha sposato un milionario come Kirill Shamalov, figlio di Nikolaj Shamalov vecchio amico e socio di Putin dai tempi in cui, insieme ad altri amici pietroburghesi fondarono la “cooperativa edilizia del Lago”, il primo e ufficialmente unico investimento di Putin poco prima di cominciare la sua inarrestabile ascesa politica.
Sarà una coincidenza ma Shamalov, che possiede case lussuose in Europa e in Russia, oltre a una villa milionaria a Biarritz, ha incrementato di recente il suo impero grazie all’acquisto di gran parte delle quote di Gunvor, società che ha gestito per anni la vendita di tutti gli idrocarburi russi.
A vendergli le quote è stato l’oligarca Gennadij Tymchenko, anche lui socio della mitica cooperativa del Lago, e considerato da molti oppositori il gestore del portafogli segreto di Putin.
Tymchenko, colpito dalle sanzioni americane, sta alleggerendo il suo impero economico e preferisce smistarlo all’interno di un giro di amici fidati.
Voci e illazioni che fanno dire a Navalnyj: “Siamo nel classico caso della casta di potere che si arricchisce di denaro pubblico”.
Lo dice da anni ma nessuno ha mai trovato prove incriminanti.
Così come è più difficile trovare qualcosa di sospetto nella vita ancora più ritirata di Maria Putina, 30 anni, sorella maggiore di Katerina.
Medico endocrinologo, sposata anche lei a un uomo d’affari molto ricco, Jorrit Joost Faassen.
Ha scritto un saggio sull’arresto della crescita idiopatica nei bambini. E si fa notare per progetti milionari di beneficenza con l’Alfa Bank dell’oligarca Mikhail Fridman. Nessuno tra figlie, generi e consuoceri del Presidente, commenta la ricostruzione dei propri affari.
Maria e Katerina Putina preferiscono restare al riparo e invisibili.
Nicola Lombardozzi
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 18th, 2015 Riccardo Fucile
LA CANDIDATA INDIPENDENTE VITTIMA DI UN ‘AGGRESSIONE PER IL SUO IMPEGNO PER I PROFUGHI CE L’HA FATTA
Henriette Reker, la candidata che ieri è stata vittima di un’aggressione xenofoba per il suo impegno a favore dei migranti, è stata eletta sindaco di Colonia.
Lo riferiscono i media tedeschi citando i primi risultati.
La donna, 58 anni, candidata sindaco di Colonia alle elezioni e responsabile del dipartimento integrazione, è stata accoltellata mentre si trovava al mercato insieme ad altre quattro persone del suo staff.
L’uomo che l’ha aggredita, un tedesco di 44 anni, ha detto di aver agito spinto da motivazioni xenofobe.
E’ stato neutralizzato da un poliziotto in borghese e agli agenti ha subito urlato il suo odio per gli stranieri.
Henriette Reker è stata colpita al collo, le ferite sono “serie” ma la sua vita non è in pericolo.
Più grave una donna accoltellata insieme a lei.
Candidata alla carica di sindaco come indipendente ma appoggiata dal partito cristiano-democratico della cancelliera Angela Merkel e da altri due partiti, Reker attualmente a Colonia è alla guida del dipartimento che si occupa di affari sociali e integrazione ed è responsabile del reperimento di alloggi per i rifugiati.
La cancelliera ha dichiarato di essere scioccata dalla vicenda mentre il ministro dell’Interno tedesco Thomas de Maiziere ha definito l’attacco “terribile e vigliacco”.
(da “Huffingtonpost“)
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