Dicembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
DA 3 A 6 I PUNTI DI VANTAGGIO DI TSIPRAS MA GLI INDECISI SONO MOLTI E IL PREMIER SAMARAS PUNTA SULL’EFFETTO PAURA
A poco più di quattro settimane dal voto, la Grecia inizia a fare i conti con i sondaggi per capire chi governerà il paese dopo il 25 gennaio e tratterà così con la Troika l’uscita dal piano di salvataggio da 240 miliardi.
Le certezze ad oggi sono due: la sinistra di Syriza conserva da tempo un solido vantaggio che oscilla tra i tre e i 6 punti rispetto al centrodestra di Nea Demokratia (Nd).
Ma il numero degli indecisi è ancora altissimo e la partita, sono convinti tutti, si deciderà solo in zona Cesarini.
“Vinceremo noi”, ha ripetuto per incoraggiare i suoi il premier Antonis Samaras che spera di ripetere il miracolo del 2012, quando Nd balzò dal 18,6% del voto di maggio al 29,6% di giugno, aggiudicandosi così il premio di maggioranza di 50 seggi che spetta in base alla Costituzione al partito che arriva primo nelle urne.
Per fare il bis, il presidente del Consiglio si prepara a giocare con una certa spregiudicatezza l’arma del “terrorismo mediatico” come l’ha definito Alexis Tsipras evocando il rischio di un’uscita di Atene dall’euro.
“I greci dovranno scegliere tra l’Europa e il caos” ha già iniziato a ripetere senza sosta.
L’ultimo sondaggio – quello Marc di oggi – dà Syryza al 28,1%, Nd al 25,1%, seguiti da To Potami (Il Fiume, nuovo partito di centro sinistra con il 6,1%), Alba Dorata (5,9%), KKE (il partito comunista al 5,4%), i socialisti del Pasok (4,6%) e gli Indipendenti Greci al 3% seguiti da altre formazioni minori.
Gli indecisi sarebbero ancora il 9,6% dei greci.
Tsipras dovrebbe riuscire a raccogliere tra il 35 e il 38% per ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento e riuscire a governare da solo.
Ma ben difficilmente centrerà l’obiettivo. Il calcolo dei seggi, tra l’altro, è complicato dalla legge elettorale: solo i partiti che superano la soglia del 3% ottengono infatti seggi e molte formazioni minori gravitano proprio attorno allo sbarramento rendendo difficile ogni previsione.
Syriza, stando ai sondaggi disponibili oggi, dovrà in ogni caso cercare un alleato con cui governare.
Quello ideologicamente più vicino a Tsipras sarebbe il Kke, ma tra i due partiti (Syriza è nata da una scissione proprio dai comunisti) non ci sono rapporti proprio idilliaci. Più facile quindi che possa cercare intese con Potami e Pasok.
Con il problema però di dover moderare le sue posizioni e affrontare a quel punto i mal di pancia dell’ala più massimalista del suo partito.
L’unico altro partito dichiaratamente anti-troika è la destra nazionalista degli Indipendenti greci che hanno collaborato con Tsipras per mandare a monte l’elezione del presidente della repubblica.
Allearsi per un governo però sarebbe tutt’altra cosa.
Ettore Livini
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
DA UNA TRENTINA DI ATTIVISTI AL 28% NEI SONDAGGI, DAVANTI AL PP E AL PSOE…. NASCITA E SVILUPPO DEL PARTITO NATO DAGLI INDIGNADOS E GUIDATO DA PABLO IGLESIAS CHE CITA GRAMSCI E PERON
“La retribuzione netta mensile dei parlamentari europei di Podemos sarà , come massimo, tre
volte il salario minimo intercategoriale spagnolo (645 euro). Ad oggi sono 14 mensilità da 1.935 euro”.
Così si leggeva, lo scorso aprile, sulla Carta dei candidati di Podemos per le elezioni europee, un “decalogo” degli impegni dei candidati della giovane, allora, formazione politica spagnola che alle europee di maggio ha ottenuto, sorprendentemente, 5 deputati europei con l’8% dei voti.
Arrivati a Strasburgo i parlamentari del Movimento 5Stelle sono rimasti spiazzati da un impegno così radicale che loro non erano stati in grado di assumere.
Il confronto aiuta a capire come la spinta dal basso che ha dato origine al movimento di Grillo in Italia esista anche in altri paesi.
In Spagna ha preso le sembianze, giovani e movimentiste, di un’organizzazione che lo scorso novembre era accreditata del 28,3% dei voti, davanti agli storici partiti spagnoli, Pp e Psoe, quindi in grado di vincere le elezioni.
In otto mesi Podemos, da una trentina di attivisti riunitisi in una libreria al centro di Madrid, è arrivata a circa 300 mila iscritti e si sta preparando alle elezioni a colpi di democrazia, partecipazione e programmi di cambiamento radicale (vedi il libro di Giacomo Russo Spena e Matteo Pucciarelli).
Figli dell’anticasta.
Per spiegare quanto è accaduto bisogna ricorrere a una parola spagnola ormai nota a tutti: indignados. Quando a settembre è venuto in Italia, il giovane attivista di Podemos, Miguel Urban, uno dei protagonisti del libro di Pucciarelli e Russo Spena, lo ha spiegato con nettezza: “Podemos è figlia del movimento degli indignados: noi veniamo dal basso per sconfiggere l’alto”.
Oltre le tradizionali linee di fratture cui ci ha abituato la politica del Novecento -destra/sinistra, lavoro/capitale ma anche ecologia/profitti — negli ultimi anni si è affermata un’altra polarizzazione. Quella che contrappone la calle, la strada, “il popolo” e i governanti, chiunque essi siano.
Gli slogan del movimento degli indignados erano già indicativi: Demoracia real ya, Democrazia reale, ora gridato da un luogo mutato dalla Primavera egiziana, l’accampamento, l’acampada.
Alla Puerta del Sol madrilena la sera del 15 maggio quando nacque il movimento 15M, le tende furono allestite da una trentina di persone ma a poco a poco diventarono migliaia. L’immagine fece il giro del mondo, ispirò altre mobilitazioni, costruirono una tendenza. Le mobilitazioni spagnole non otterranno risultati immediati ma produrranno un senso comune diffuso che si diffonde nella società .
Le iniziative del movimento 15M si moltiplicano a livello locale, la perdita di legittimità dei partiti di governo si allarga a macchia d’olio. E si inizia a non fare più differenza tra destra e sinistra.
Le accuse di aver tradito il popolo e di aver fatto gli interessi solo della grande finanza vengono rivolte sia al Partito popular di Mariano Rajoy che al Psoe, oggi diretto dalla “camicia bianca” di Pedro Sanchez.
La crisi si è abbattuta violentemente sulla Spagna che ha visto schizzare la disoccupazione a oltre il 26% nel 2013 (quest’anno è scesa al 23) e ha assistito inerte all’esplosione della bolla speculativa sull’immobiliare.
La recessione si è mescolata agli scandali: nel 2013 è l’Infanta Crisitina a essere accusata di appropriazione indebita per milioni di euro mentre alla Caja Madrid scoppia lo scandalo delle carte di credito generose ai consiglieri e manager dell’istituto .
La Caja fa anche parte di un’azienda, la Bankia, per salvare la quale la Spagna ha dovuto sborsare 23 miliardi di euro. Il circolo vizioso tra politica, affari, finanza e impoverimento di milioni di persone è evidente. E il sistema politico diviene il bersaglio principale.
Il caso italiano, Prodi e la casta.
Qualcosa del genere è accaduto anche in Italia. Quando Grillo lancia il suo V-Day, nel 2007, il centrosinistra è da poco riuscito a tornare al governo sconfiggendo Silvio Berlusconi ma la sua azione si rivela subito deludente.
Non è un caso che quello sia lo stesso anno in cui si affermano libri come La Casta di Sergio Rizzo e Gianantonio Stella oppure Se li conosci, li eviti di Peter Gomez e Marco Travaglio, che puntano il dito proprio sull’inadeguatezza della politica italiana.
In Italia, però, anche per effetto delle scelte di Grillo e Casaleggio, il M5S si tiene alla larga da posizioni di sinistra più o meno movimentista. In parte è comprensibile: partiti come Rifondazione comunista si sono mescolati alla gestione fallimentare dei governi di centrosinistra fino al paradosso di Fausto Bertinotti, ormai archiviato come uno dei simboli della “casta”.
Podemos, invece, anche per effetto della pervasività del movimento 15M compie una scelta diversa.
Con il suo leader, Pablo Iglesias, parlantina sciolta e codino lungo, da dove deriva il soprannome el coleta, è professore universitario ma diviene celebre come conduttore televisivo. Insieme a pochi altri intuisce che c’è uno spazio politico molto ampio da riempire.
Lo fa senza il timore di mescolare ideologicamente Antonio Gramsci e il filosofo argentino Ernesto Laclau, analista del peronismo e teorico del populismo di sinistra.
Il leaderismo di “el coleta”.
Lo fa con un’impostazione leaderistica. Al congresso di Podemos, quando deve rintuzzare le critiche degli oppositori interni, che propongono di eleggere tre portavoce invece di un segretario generale, risponde che “tre segretari generali non vincono le elezioni contro Rajoy e Sanchez, uno solo sì”.
L’atteggiamento è spavaldo, si vede da come conduce i lavori congressuali, molto sicuro di sè e del proprio fiuto politico. Però, allo stesso tempo, Podemos si struttura in una forma più o meno democratica, i militanti hanno diritto di parola e di voto, si eleggono gli organismi dirigenti.
Si decide con il voto online, altra innovazione importante, e si offre uno strumento a chi vuole far saltare il sistema.
Ma la collocazione a sinistra è chiara. Prima di creare Podemos, Iglesias stava trattando una sua candidatura alle europee con la vecchia formazione di sinistra Izquierda Unida. Quando ancora era un professore sconosciuto si recava a Padova per scrivere un libro come Disobedientes, prefazione di Luca Casarini.
Appena eletto europarlamentare, poi, decide di giocare in tandem con Alexis Tsipras, il leader greco spauracchio dei mercati finanziari di mezza europa.
Così, ha guadagnato estimatori italiani. A sinistra viene citato da Paolo Ferrero di Rifondazione comunista ma anche da Pippo Civati.
In Francia, Jean Luc Melenchon, che ha rappresentato la sinistra alle ultime presidenziali con l’11% dei voti, ha deciso di varare un nuovo movimento ispirandosi a Podemos.
È ammirato anche da aree della sinistra movimentista, dai centri sociali, da intellettuali impegnati. L’Iglesias-mania è tutta da verificare. Di fronte alle nuove responsabilità , Podemos ha varato un programma di governo dal titolo “Un progetto economico per la gente” in cui l’impostazione di fondo è keynesiana anche se non si rinuncia a misure più radicali come la riduzione dell’orario di lavoro o il reddito minimo di cittadinanza (comune al M5S).
Ma sull’euro si punta a “ridisegnare” l’Europa per “fare funzionare” la moneta unica, si parla di “flessibilità ” del Patto di stabiiltà e di “riforma” della Bce.
L’establishment ha iniziato a temerlo facendo circolare le voci sui rapporti con il Venezuela o, addirittura, con l’Iran.
Se dovesse vincere in Spagna, così come Tsipras in Grecia, Podemos modificherebbe il quadro politico europeo.
Stando agli ultimi sondaggi, “è possibile”.
Salvatore Cannavò
da (“il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 19th, 2014 Riccardo Fucile
IL PREMIER NON RIESCE A OTTENERE LO SCORPORO DAL PATTO DEI COFINANZIAMENTI AI SINGOLI PROGETTI
Via libera dei capi di Stato e di governo dei Paesi Ue riuniti a Bruxelles al piano presentato dal presidente della Commissione Jean-Claude Juncker che crea un nuovo fondo per gli investimenti strategici (Efsi) con lo scopo di mobilitare 315 miliardi di euro nel triennio 2015-2017.
La Ue “prende nota della posizione favorevole” della Commissione nei confronti dello scorporo dal Patto di stabilità degli eventuali contributi nazionali in conto capitale all’Efsi.
Il premier Matteo Renzi, lo definisce un “primo passo, non certo l’ultimo, ma buono”.
Parole che mascherano un mezzo insuccesso, perchè il presidente del Consiglio vede chiudersi il semestre di presidenza italiana senza aver messo a segno uno dei suoi principali obiettivi: la totale esclusione dai parametri del Patto del cofinanziamento nazionale ai singoli progetti finanziati dalla Ue.
Di questo, nel comunicato finale del Consiglio europeo, non c’è traccia. Se ne riparlerà l’anno prossimo.
Per ora, la cancelliera tedesca Angela Merkel ad agitare il moloch dei paletti di bilancio ribadendo che il Patto non si cambia.
Qualcuno, spiega Renzi, voleva addirittura togliere il riferimento alla flessibilità .
Il compromesso finale stabilisce che ci sarà solo nei casi in cui, a causa del contributo al piano, un Paese si ritroverà a violare il Patto.
Se invece lo stava già violando per altri motivi, la Commissione potrà comunque aprire una procedura di infrazione, come le regole prevedono.
I contributi nazionali al fondo previsto dal piano Juncker “devono avvenire nell’ambito delle regole del Patto di stabilità , con la flessibilità prevista”, ha sottolineato Merkel nella conferenza stampa alla conclusione del vertice europeo.
La Bce, per voce di Mario Draghi, “accoglie con favore il piano Juncker” che può “contribuire ad aumentare la fiducia nella zona euro” e può essere “molto efficace” a tre condizioni: attuazione rapida, investimenti con elevato ritorno e opportunità per spingere le riforme strutturali.
L’Italia, in compenso, ottiene il via libera formale da parte del Consiglio europeo alla possibilità di pagare a rate, e solo dal primo settembre 2015, i contributi extra al bilancio Ue dovuti dopo la revisione dei conti degli ultimi anni compiuta da Eurostat.
A beneficiarne sarà in particolar modo la Gran Bretagna, che avrebbe dovuto altrimenti pagare entro lo scorso primo dicembre 2,1 miliardi di euro a Bruxelles.
Ma sulla lista c’è anche Roma, che deve versare 340 milioni aggiuntivi. Germania e Francia al contrario si sono viste scontare i loro contributi rispettivamente di 779 milioni e quasi 1 miliardo.
Per quanto riguarda i dettagli sui progetti che saranno finanziati, la Commissione li presenterà a gennaio e il Consiglio “è chiamato ad approvare entro giugno” la proposta, “in modo che i nuovi investimenti del piano Juncker possano essere attivati al più presto a metà 2015″.
La Banca europea degli investimenti è “invitata a cominciare le attività utilizzando i suoi fondi da gennaio 2015.
Sempre a giugno arriverà il rapporto dei quattro presidenti (Juncker, Draghi, Tusk e Dijsselbloem) su un “coordinamento più stretto delle politiche economiche” della zona euro. “I presidenti riporteranno al più tardi nel vertice di giugno”, scrivono i leader.
Inizialmente il rapporto, che fissa i principi su cui si costruirà il futuro funzionamento dell’Eurozona, era previsto per questo dicembre.
Per l’Italia il vertice degli investimenti è anche l’occasione del confronto tra Renzi e Juncker, dopo il rinvio a marzo della valutazione dei conti pubblici italiani.
In conferenza stampa congiunta, perchè l’ultima del semestre di presidenza italiano, Juncker esprime la “piena fiducia” nel premier Matteo Renzi, “certo che non mi deluderà “.
Il presidente della Commissione spiega quindi che non sorveglia Renzi, che dal governo ha ricevuto una lettera con gli impegni su conti e riforme, che il confronto è in corso e “a marzo vedremo la posizione che prendiamo”.
Nemmeno Renzi si sente sotto esame: “L’esame sarà nel 2018 quando torneremo alle elezioni, con la cadenza di tutti i paesi normali”, spiega, specificando che “siamo sempre sotto esame, e credo che gli esami per i politici siano gli esami più belli”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
PUJOL RISCHIA IL RINVIO A GIUDIZIO: UN ALTRO MITO SEPARATISTA SI FRANTUMA
Jordi Pujol i Soley, presidente della Catalogna dal 1980 al 2003, 83 anni, fondatore della
conservatrice Convergència Democrà tica de Catalunya ( Cdc, l’80 % della federazione CiU che governa la regione) e leader storico del nazionalismo catalano, è imputato, insieme alla moglie Marta Ferrusola e 3 dei suoi 6 figli.
Il prossimo 27 gennaio dovrà comparire davanti a un giudice di Barcellona.
Il reato per cui è molto probabile che venga rinviato a giudizio, è frode fiscale.
Pujol, per anni soprannominato “Il Vicerè della Spagna” quando, dal ’93 al 2000, appoggiò dall’esterno sia il governo del premier socialista Felipe Gonzà¡lez che quello del popolare (centro-destra) Josè Maràa Aznar in cambio di continui trasferimenti di competenze alla sua regione, si è tirato la zappa nei piedi da solo.
Nel luglio scorso, lasciando di stucco tutta la Spagna, confessò, dopo uno scoop del madrileno e moderato El Mundo, di aver tenuto fondi per 30 anni fondi all’estero, mai dichiarati, provenienti “da una eredità paterna” mai quantificata.
Nel 2002 un polemico report della polizia fiscale assicurava che l’ex “Molt Honorable President” aveva una montagna di soldi all’estero frutto della “mordida” (“mazzetta” nello slang spagnolo) che esigeva quando governava la Catalogna.
Un impero finanziario che gestivano i suoi figli, 5 dei quali sono già indagati in altre istruttorie.
Pujol smentì seccamente e parlò di una “manovra di Madrid “ contro la sua regione. Poi, è diventato un acerrimo indipedentista come il suo delfino, l’attuale presidente regionale Artur Mas, il cui padre era un uomo di paglia di Pujol ed aveva pure lui soldi all’estero.
I reati di cui sarà , molto probabilmente, accusato il vegliardo politico sono però molto più pesanti del reato fiscale: riciclaggio, corruzione e abuso di potere.
Pujol, che venne accusato dall’ex leader socialista Maragall di prendere una tangente del 3% sugli appalti pubblici, si è allontanato dalla politica, dal suo partito.
Però la sua comparsa in tribunale nel prossimo gennaio costituisce una immensa bomba di profondità contro il nazionalismo catalano proprio quando la regione spinge per l’addio alla Spagna.
Gian Antonio Orighi
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Dicembre 12th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI E’ SERVITO: LE SUE BALLE IN EUROPA NON FUNZIONANO
“Se c’è qualcuno che non può lamentarsi è proprio l’Italia, sento molte più lamentele per la
comprensione mostrata”.
Così il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker a proposito delle polemiche sulle possibili “conseguenze spiacevoli” per Italia e Francia.
“Avremmo potuto attivare per l’italia una procedura per debito eccessivo – prosegue – invece ho parlato con Renzi, per il quale nutro sentimenti di amicizia, anche al G20 in Australia e gli ho detto: se vuoi mostrare la volontà di intraprendere le necessarie riforme, per favore scrivetemi una lettera per dirmelo. E questo l’Italia l’ha fatto”, ha affermato il numero uno dell’esecutivo dell’Unione in un’intervista ad Avvenire, The Guardian, Sà¼ddeutsche Zeitung e al sito di notizie Ue Euobserver, ospiti della televisioni pubblica austriaca Orf.
E ha sottolineato che nel caso di Italia e Francia la Commissione ha “agito in modo politico, non burocratico” prendendo atto che la situazione economica globale “è peggiorata drammaticamente”.
Questo dimostra che “si tratta di una Commissione politica e che dunque non siamo per un’attuazione burocratica del Patto di stabilità “, che “non è mai stato applicato in modo più flessibile”.
Nell’intervista Juncker ha espresso amicizia per Renzi e per l’Italia (“un Paese che amo”), ma ha criticato il fatto che il premier “in numerose dichiarazioni pubbliche ha suscitato l’impressione che la Commissione sia una macchina trascinata da cieca burocrazia”.
(da Agenzie)
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Dicembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
DEFICIT, I NUMERI DI RENZI NON CONVINCONO PIÙ L’EUROPA…SCONTRO TRA GOVERNO ED EUROGRUPPO SULLA LEGGE DI STABILITà€
La guerra dello zero virgola è ripartita ufficialmente nel weekend con l’intervista di Angela
Merkel al giornale conservatore Die Welt di domenica.
S’intende con “guerra dello zero virgola” quella attorno ai conti pubblici di Italia e Francia, che hanno deciso unilateralmente di rallentare il percorso verso il pareggio di bilancio.
Come vedremo la questione tecnica — la correzione del deficit strutturale italiano — è tanto confusa quanto ispirata a un gusto per le minuzie tutto bruxellese, ma resta un dato che è in primo luogo politico: il capitale accumulato da Matteo Renzi in virtù del suo essere “nuovo” e della clamorosa vittoria elettorale alle Europee si sta rapidamente esaurendo. Va, si potrebbe dire, di pari passo col consumarsi del semestre di presidenza italiana del Consiglio europeo, esperienza che — come prevedibile — definire irrilevante è persino eufemistico.
Risultato: l’Italia potrebbe essere costretta a una manovra correttiva in primavera oscillante tra i tre e i sei miliardi.
Rricapitoliamo i fatti.
“La Commissione ha ribadito che quanto presentato sul tavolo finora non è sufficiente e io condivido”, aveva detto la Cancelliera. Sebbene poi ieri il governo tedesco — e lo stesso portavoce della Merkel — avessero attenuato la portata delle critiche ai conti pubblici italiani, il messaggio è stato recepito e portato avanti nella sua sede naturale, vale a dire la riunione dell’Eurogruppo, il coordinamento dei ministri economici dell’Eurozona: lì, al tradizionale fronte del rigore nordeuropeo, s’è sommato lo scontento dei paesi che in questi anni hanno subito le cure della Troika (Grecia, Portogallo, Irlanda), che non gradiscono ovviamente il trattamento di favore concesso alle economie più grandi.
Ne è venuto fuori un confuso comunicato, seguito da una ancor più confusa conferenza stampa di Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo.
Il primo: “Prendiamo atto che in base alle ultime valutazioni della Commissione, lo sforzo strutturale italiano (sul deficit, ndr) nel 2015 sarà di 0,1%, mentre nel braccio preventivo del Patto è richiesto lo 0,5%”, quindi per l’Italia “su questa base servono misure efficaci per migliorare lo sforzo”.
Sembra una bocciatura, ma non lo è, perchè poi si dice che l’Eurogruppo “accoglie con favore” gli impegni italiani su privatizzazioni , extra-gettito e altre cosette. Dijsselbloem, poi, ha fatto una capolavoro: è partito anche lui dai numeri magici (0,1 anzichè 0,5%) per poi scandire che “le opzioni a disposizione sono poche: o misure più efficaci o nuove misure o accordi con la Commissione su alcune misure”.
Parole dure, dopo le quali si scopre però che questa terza possibilità è che c’è il problema di capire davvero quant’è la correzione dell’Italia: “È possibile che la Commissione, sulla base di valutazioni future, stabilisca che quello 0,1% sia in realtà uno 0,2%”.
Per capire quanto sia ingarbugliato e insensato il dibattito, basti dire che tutto questo è stato già oggetto di uno scambio di lettere tra Italia e Commissione Ue a fine ottobre: ne è scaturito un emendamento del governo alla legge di Stabilità che ha portato la correzione strutturale del deficit allo 0,3%.
Insomma, il segnale che l’Eurogruppo invia a Roma è innanzitutto politico. Per questo ha ragione il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan quando sottolinea, tramite il suo portavoce, che “nessuna manovra è stata richiesta all’Italia”.
D’altra parte l’eventualità non è nemmeno stata esclusa e, come ha voluto chiarire pubblicamente Jean Claude Juncker, la non bocciatura della manovra italiana è stata “una scelta politica”.
Come tale, dunque, revocabile.
Matteo Renzi— dopo le dure repliche affidate domenica ai sottosegretari Gozi e Delrio (“è il surplus commerciale tedesco che sta mettendo in difficoltà l’Europa”) — s’è tenuto su uno dei suoi classici: “La Ue non è solo un insieme di vincoli e spread, un accordo notarile, ma prima di tutto una comunità ” .
Un po’ poco di fronte a un attacco così scombiccherato come quello partito da Berlino e Bruxelles e probabilmente il segnale che anche a palazzo Chigi hanno capito il messaggio: in primavera — tra la ripresa che non arriva, i downgrade delle agenzie di rating e le critiche delle istituzioni europee — i titoli del debito italiano potrebbero tornare a ballare (e il co-costituente Silvio Berlusconi potrebbe spiegargli quanto questo possa essere pericoloso per chi voglia conservare la poltrona).
Tra qui e marzo si capirà se stiamo tornando al 2011 oppure la crisi europea ha assunto caratteristiche nuove: in ogni caso, il rottamatore ne uscirà ridimensionato.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
LE RESPONSABILITA’ DI SARKOZY: RINCORRERE L’AVVERSARIO SULLA SUA AGENDA POLITICA, FINISCE PER LEGITTIMARLO…E INTANTO PIOVONO ALTRI 2 MILIONI DI EURO DI PUTIN A JEAN MARIE LE PEN
Uno ascolta Marine Le Pen e si chiede: ma davvero il destino della Francia e dell’Europa può essere questo.
Un discorso semplice, di quelli che si ascoltano al bar: frontiere chiuse, niente euro, niente Europa, niente stranieri, la Francia ai francesi, com’era una volta. Noi non abbiamo responsabilità , siamo l’ultima speranza. Loro sono il vecchio mondo, i falliti, noi siamo il futuro.
«Loro» e cioè Hollande e Sarkozy.
Dice Marine Le Pen che ha punteggiato il suo discorso di riferimenti alla coppia di avversari nelle presidenziali 2012: «Messieurs, signori, avete sbagliato tutto»
Madame Le Pen guarda alle prossime presidenziali dall’alto del 25 per cento ottenuto in primavera alle europee, primo partito di Francia
Nel dibattito politico la domanda ora non è più se la signora sarà o non sarà al ballottaggio, ma chi sarà il suo avversario, dando per scontato che lei sarà la prima. Sembra insomma che il destino politico della Francia sia ormai su un piano inclinato, niente e nessuno riesce a fermare la corsa della figlia di un leader residuale e caricaturale che vivacchiava ai margini di un sistema politico giocando con tutti i luoghi comuni più frusti del razzismo colonialista.
Marine ha aggiornato il suo discorso e portato nel partito giovani militanti, aperto teste e prospettive, ma alla fine siamo sempre lì, al vecchio patriottismo lepenista che rincuora delusi e rancorosi.
Ma cos’è successo a questo Paese scintillante di cultura e di educazione civile perchè un simile precipizio sia ormai uno scenario concreto?
La risposta sta in quello sferzante: «Avete sbagliato tutto». E il sospetto è che abbia ragione.
Per Hollande sono gli ultimi due anni. Ma il vero caso di scuola per politici e politologi sono invece i dieci anni di Sarkozy, cinque come ministro dell’Interno e leader del partito e cinque da presidente della Rèpublique.
Dieci anni trascorsi all’inseguimento di Le Pen (che nel 2002 si era sorprendentemente qualificato al secondo turno delle presidenziali) sul suo terreno muscolare, declamatorio, guascone e volgare.
Aveva promesso — tra le mille altre cose – di ripulire dalla feccia le banlieues con il «karcher» (la pompa degli spazzini di Parigi), ma la feccia è lì e le banlieues anche, più inquiete e inquietanti che mai.
La lezione è che se si insegue l’avversario sulla sua agenda di politica-cultura-comunicazione il risultato è che si legittima quell’agenda, si scredita la propria e alla fine, com’è logico, gli elettori scelgono di votare l’originale, non l’emulatore.
La stessa cosa sta succedendo al premier inglese David Cameron che sta varando una durissima legislazione anti-stranieri per rispondere alla crescita del Le Pen inglese, Nigel Farage leader dell’Ukip che cresce nei sondaggi ed ha vinto le ultime due elezioni parziali, mandando i suoi primi due deputati al Parlamento.
In Italia la faccenda è un po’ più complicata perchè a differenza dei suoi «alleati», Matteo Salvini non può rivendicare la verginità dal potere: governa due regioni come Lombardia e Veneto e il suo partito ha condiviso tutto il lungo potere di Silvio Berlusconi che non si è mai smarcato dalle politiche europee, anzi, nel drammatico finale del suo regno, in un estremo tentativo di salvarsi, a Bruxelles ha trangugiato più di quanto non dovesse.
Certo l’Europa deve cambiare faccia e facce, le politiche devono essere riconoscibili, l’immagine non può essere quella delle caricature che ne fanno Le Pen e Salvini — un’èlite di banchieri e grand commis della finanza – altrimenti quel piano inclinato su cui si trova la politica francese, ci riguarderà tutti.
I soldi di Putin (e ieri si è scoperto che oltre i 9 milioni per Madame Le Pen, da Mosca sono arrivati anche due milioni per il vecchio Jean-Marie) sono a disposizione per i populisti d’Europa: davvero un destino ineluttabile quello che ci aspetta?
Cesare Martinetti
(da “La Stampa”)
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Novembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
“IL VIA LIBERA ALLA MANOVRA NON E’ GIUSTIFICATO DAL PUNTO DI VISTA TECNICO, L’ITALIA ENTRO MARZO DOVRA’ ADOTTARE LE MISURE NECESSARIE”
Altro che fiducia nell’Italia e giudizio positivo sull’”agenda di riforme strutturali importanti che stiamo mettendo in moto”, come rivendicato dal titolare del Tesoro Pier Carlo Padoan.
Altro che la presunta “promozione piena” di cui ha parlato il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti.
Se la Commissione Ue ha deciso di non bocciare già ora la Legge di Stabilità dell’Italia per il 2015 è solo per scelta politica e per evitare “contestazioni“.
A rivelarlo sono stati i suoi stessi vertici: prima il presidente Jean-Claude Juncker, poi il commissario europeo per gli Affari economici Pierre Moscovici.
Che, presentando il parere della Commissione sulla bozza di bilancio inviata da Roma a Bruxelles in ottobre e modificata in corsa per ridurre ulteriormente il deficit, ha spiegato: “La Commissione applica scrupolosamente le regole ma ha deciso di non precipitare” decisioni che “sarebbero potute essere contestate“.
Tuttavia, la legge di Stabilità renziana “non può essere considerata rispondente alle esigenze”.
In particolare “non è ancora pienamente compatibile con le regole del Patto, per questo riteniamo che la Commissione possa e debba chiedere all’Italia ancora un piccolo sforzo in più“.
Ulteriore ammissione, insomma, che dal punto di vista strettamente tecnico la manovra avrebbe dovuto essere bocciata, ma valutazioni di altro genere — tra cui quelle emerse dopo lo scandalo LuxLeaks che ha coinvolto Juncker fino a costargli una mozione di sfiducia, respinta — hanno suggerito a Bruxelles di procedere con i piedi di piombo.
Come anticipato la settimana scorsa, però, a marzo ci sarà un nuovo esame che verrà fatto “alla luce del completamento della legge di bilancio e delle attese specifiche del programma di riforme strutturali annunciato dalle autorità italiane nella lettera del 21 novembre firmata dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan“.
Nel frattempo, la nostra Stabilità è stata classificata tra quelle (sette sulle 28 presentate dai Paesi membri) “a rischio di non conformità al Patto di stabilità e crescita“.
Di conseguenza il governo Renzi deve “adottare le misure necessarie per garantire che sia compatibile con il Patto”.
A oggi, “il progetto di bilancio è un po’ limitato rispetto a quello che noi vorremmo”, ha detto l’ex ministro francese scelto per guidare gli Affari economici ma affiancato da Jyrki Katainen con il ruolo di vicepresidente responsabile per tutti i portafogli economici.
In particolare l’Italia deve “migliorare il bilancio strutturale per il 2015″.
Vero è, ha riconosciuto Moscovici, che il Paese si è trovato in “circostanze eccezionali”, perchè ha sperimentato “una crescita negativa e un ‘output gap’ (il discusso parametro su cui si basa il calcolo del deficit strutturale, ndr) negativo pari al 4% del pil”.
“Riconosciamo che l’Italia si confronta con situazione economica svantaggiata e una bassa inflazione che non permette un’accelerazione della correzione degli squilibri economici”, spiega nero su bianco la nota della Commissione.
Ciò non toglie che Roma deve “tenere la spesa primaria corrente sotto stretto controllo” e “aumentare l’efficienza complessiva della spesa pubblica“.
L’Italia “tenere la spesa primaria corrente sotto controllo” e “aumentare l’efficienza della spesa pubblica“
Tenendo conto dell’ulteriore “sforzo aggiuntivo” richiesto venerdì, ai primi di marzo i commissari decideranno “se è necessario adottare ulteriori misure“.
Per allora “avremo un quadro più chiaro circa il mantenimento degli impegni di riforma da parte dei governi, ed è nell’interesse della zona euro che lo facciano”.
Nel frattempo, “all’inizio del 2015 la Commissione europea fornirà chiarimenti sul miglior uso della flessibilità presente già nel Patto di stabilità e crescita” e in febbraio saranno poi diffuse le previsioni economiche di inverno, quelle che per la prima volta non saranno presentate in conferenza stampa perchè, ha spiegato Juncker, “le previsioni sono il frutto del lavoro di uno staff tecnico” e “se vogliamo che la Commissione sia davvero un organo più politico, non dobbiamo dare nessun endorsement a questo tipo di analisi tecnica”.
“Il tempo che resta non può essere tempo perso, bisogna che le cose avanzino da qui a marzo, o la Commissione non esiterà ad assumersi le sue responsabilità ” proseguendo con le procedure d’infrazione, ha concluso Moscovici riferendosi a Italia, Francia e Belgio.
I documenti programmatici di bilancio finora esaminati dalla Commissione sono sedici.
Cinque di questi sono giudicati “conformi” alle indicazioni del Patto, quattro “sostanzialmente conformi” e sette, fra cui quello dell’Italia, “a rischio di non conformità ”.
I cinque promossi a pieno titolo sono Germania, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi e Slovacchia.
Le finanziarie di Estonia, Lettonia, Slovenia e Finlandia sono invece state ritenute “sostanzialmente conformi”.
Oltre all’Italia, anche Belgio, Spagna, Francia, Malta, Austria e Portogallo risultano invece a rischio e dovranno adottare nuove misure.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
UN PRESTITO PER FAVORIRE L’ASCESA DEL FRONT NATIONAL DA PARTE DELLA OLIGARCHIA RUSSA… DALL’EUROPA DELLA FINANZA ALLA RUSSIA DEI BANCHIERI
L’identità di vedute tra Marine Le Pen e Vladimir Putin viene da lontano, come ama ricordare la stessa
leader del Front National: «Con grande lucidità già nel 1995 Putin disse che in dieci anni la Francia sarebbe diventata una colonia delle sue ex colonie». Di Putin Marine Le Pen ammira «la forza di difendere la civiltà cristiana contro la barbarie dell’immigrazione», e «il coraggio di opporsi alla globalizzazione dominata dagli Stati Uniti».
Nello scontro tra Unione europea e Russia a proposito dell’Ucraina, Marine Le Pen sta con Mosca, non con Bruxelles.
E Putin ricambia congratulandosi con il Front National quando ottiene un buon successo alle elezioni municipali, nel marzo scorso.
L’amicizia tra Le Pen e Putin
Questa amicizia sta dando i suoi frutti, perchè le casse vuote del Front National hanno appena ricevuto una prima tranche di due milioni di euro sul totale dei nove ottenuti in prestito dalla First Czech Russian Bank, un piccolo istituto russo di proprietà di Roman Yakubovich Popov, uomo vicino al premier Medvedev e al presidente Putin. Il tesoriere del Front National, Wallerand de Saint-Just, ha confermato ieri la notizia diffusa il giorno prima del giornale online Mediapart : «Il prestito è frutto di un lavoro tecnico che ho compiuto negli ultimi quattro mesi, perchè si tratta di persone molto minuziose. È un’operazione perfettamente normale e regolare. Avrei preferito una banca francese, o anche una europea per una questione di vicinanza e di lingua, ma nessuna è più disposta a darci un centesimo».
Le difficoltà di ottenere finanziamenti non riguardano solo il Front National, non si tratta di un boicottaggio per ragioni politiche, tiene a precisare il tesoriere.
A suo dire le banche francesi non sono più disposte a finanziare campagne elettorali dopo il caso di Nicolas Sarkozy, che ha visto i suoi conti del 2012 bocciati dal Consiglio costituzionale e ha dovuto rinunciare a 11 milioni di rimborsi pubblici.
Finanziamenti per 30-40 milioni di euro
Alla vigilia del congresso del partito che si apre sabato prossimo a Lione, il Front National rivela così come pensa di finanziare la sua ascesa.
«Siamo in piena crescita e le prossime scadenze elettorali stanno per arrivare – ha aggiunto Wallerand -. Da adesso alle presidenziali del 2017 abbiamo bisogno di una cifra tra i 30 e 40 milioni di euro».
Che sono già cominciati ad arrivare grazie agli ottimi rapporti con il Cremlino. N
ella fase di gelo diplomatico seguita alle crisi in Siria e Ucraina, le relazioni economiche tra Francia e Russia sono continuate tramite, per esempio, il patron di Total, Christophe de Margerie, contrario alle sanzioni, morto in un incidente aereo a fine ottobre proprio a Mosca.
Ma la politica ufficiale di Parigi è molto critica nei confronti di Putin.
Il presidente Franà§ois Hollande si rifiuta di onorare il contratto siglato nel 2011 dal predecessore Sarkozy, e non consegna alla Russia le due navi da guerra Mistral prodotte nei cantieri francesi di Saint-Nazaire.
Marine Le Pen in testa per i sondaggi
I sondaggi che danno Marine Le Pen in testa per le presidenziali del 2017 a Mosca sono quindi visti con grande interesse.
Per la Francia si apre la questione democratica di una formazione politica anti-sistema finanziata da una potenza straniera, come accadeva prima del crollo del Muro con il Partito comunista di Georges Marchais, sovvenzionato dall’Unione sovietica.
Stefano Montefiori
(da “il Corriere della Sera”)
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