Novembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile
SECONDO IL PM ALBERTO CISTERNA, MAGISTRATO DELLA DIREZIONE NAZIONALE ANTIMAFIA, “CON IL FEDERALISMO E I CENTRI DI SPESA A LIVELLO LOCALE, LE COSCHE HANNO A PORTATA DI MANO L’AMMINISTRAZIONE”….IL DISEGNO FEDERALISTA RISALE PER COSA NOSTRA A CIRCA 20 ANNI FA: SE A DECIDERE NON E’ PIU’ IL MINISTERO ALLA SANITA’ MA L’ASSESSORE, LA MAFIA SARA’ AVVANTAGGIATA: NON SERVIRANNO REFERENTI A ROMA, BASTERANNO QUELLI SUL TERRITORIO
”Con il federalismo e i centri di spesa a livello locale le cosche hanno a portata di mano
non solo la politica ma anche l’amministrazione”.
Lo sostiene in un servizio che sarà pubblicato dall’Espresso Alberto Cisterna, il procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia che sta seguendo gli sviluppi delle inchieste di Milano e Reggio Calabria sulla penetrazione della ‘ndrangheta in Lombardia, ma nel suo ragionamento allarga lo sguardo alla strategia che sembra unire la criminalità organizzata.
”Il disegno federalista risale per Cosa nostra al periodo anteriore alle stragi del 1992.
Anche in Calabria alcuni clan vennero accoppiati a movimenti autonomisti locali.
Il loro obiettivo è elementare: se a decidere non è più il ministro della Sanità ma l’assessore è chiaro che questo li avvantaggia.
Riduce il braccio: li possono raggiungere e minacciare sul loro territorio e non hanno più bisogno del referente nel governo di Roma.
E questo, stando alle indagini, è colpa anche del sistema elettorale”Paradossalmente la peggiore legge elettorale che il Paese abbia mai avuto è la migliore per quanto riguarda il contrasto alle infiltrazioni nelle politiche nazionali: candidare alle Camere soggetti vicini alla criminalità organizzata è diventato più difficile.
Una situazione che ha spinto Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta a concentrarsi sulle elezioni locali: ”Tutta la tensione applicativa delle cosche si è scaricata sul sistema federale, che sta diventando un sistema finanziario federale in cui le risorse verranno sempre più gestire a livello locale: ad esempio per il federalismo demaniale c’è il rischio che molti beni messi in vendita vengano acquistati sul territorio con il concorso degli enti locali collusi dai mafiosi.
Federalismo e business rischiano di intrecciarsi, in un meccanismo perverso che — senza forti controlli — potrebbe autoalimentarsi: «I mafiosi hanno talmente tanto denaro che il loro problema è investirlo direttamente, evitando i costi alti del riciclaggio: vogliono fare gli imprenditori, con le carte in regola. Comprendo che dopo aver regolarizzato all’estero 100 miliardi di euro grazie allo scudo fiscale, questo è un Paese che potrebbe diventare mafioso senza accorgersene: rischia di finire in mano a una fortissima partecipazione economica mafiosa, che non mostrerebbe la sua origine. Sarebbe il peggio del peggio: combatteremmo contro un nemico invisibile perchè assolutamente integrato nel sistema”.
Argomentazioni che dovrebbero indurre a serie riflessioni il nostro sistema politico che ama spacciare il federalismo come la panacea di tutti i mali.
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Novembre 17th, 2010 Riccardo Fucile
LA RELAZIONE SUL PRIMO SEMESTRE 2010 DENUNCIA IL COINVOLGIMENTO DI RAPPRESENTANTI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE CHE HANNO PILOTATO APPALTI AD AFFILIATI DELL’ASSOCIAZIONE CRIMINALE…. LE COSCHE PUNTANO ALL’EXPO 2015, ALTRO CHE PADAGNA DELLA LEGALITA’
Nel Nord Italia e soprattutto in Lombardia c’è una “costante e progressiva evoluzione” della
‘ndrangheta che, “radicata da tempo su quei territori, interagisce con gli ambienti imprenditoriali lombardi”.
E’ quanto sottolinea l’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia consegnata al Parlamento e relativa al primo semestre del 2010.
L’allarme della Dia arriva nel pieno della polemica scatenata dalla denuncia di Roberto Saviano a Vieni via con me.
La “consolidata presenza” in alcune aree lombarde di “sodali di storiche famiglie di ‘ndrangheta ha influenzato la vita economica, sociale e politica di quei luoghi”, si legge nella relazione della Dia, che sottolinea inoltre il “coinvolgimento di alcuni personaggi, rappresentati da pubblici amministratori locali e tecnici del settore che, mantenendo fede ad impegni assunti con talune significative componenti, organicamente inserite nelle cosche, hanno agevolato l’assegnazione di appalti ed assestato oblique vicende amministrative”.
Per penetrare nel tessuto sociale, “le cosche – che in Lombardia godono di una certa autonomia ma dipendono sempre dalla ‘casa madre calabrese’ come ha dimostrato l’inchiesta ‘Crimine’ che ha ricostruito l’organigramma della ‘ndrangheta – si muovono seguendo due filoni: quello del consenso e quello dell’assoggettamento”, spiegano gli esperti della Dia.
Tattiche che “da un lato trascinano con modalità diverse i sodalizi nelle attività produttive e dall’altro li collegano con ignari settori della pubblica amministrazione, che possano favorirne i disegni economici”.
Con questa strategia, e favorita da “una serie di fattori ambientali”, si consolida la “mafia imprenditrice calabrese” che con “propri e sfuggenti cartelli d’imprese” si infiltra nel “sistema degli appalti pubblici, nel combinato settore del movimento terra e, in alcuni segmenti dell’edilizia privata” come il “multiforme compartimento che provvede alle cosiddette ‘opere di urbanizzazione’.”
Il risultato è un vero e proprio “condizionamento ambientale” da parte della ‘ndrangheta, “a modificare sensibilmente le normali dinamiche degli appalti, proiettando nel sistema legale illeciti proventi e ponendo le basi per ulteriori imprese criminali”.
In Lombardia ormai la ‘ndrangheta si è ambientata talmente bene che non ha più bisogno di usare tecniche d’intimidazione.
Al contrario, sottolinea la Direzione investigativa antimafia, si serve di “nuove e sfuggenti tecniche di infiltrazione, che hanno sostituito le capacità di intimidazione con due nuovi fattori condizionanti: il ricorso al massimo ribasso” nelle gare d’appalto e la “decisiva importanza contrattuale attribuita ai fattori temporali molto ristretti per la conclusione delle opere”.
Insomma, una volta consolidata la propria presenza, la ‘ndrangheta ha imparato a usare bene leggi e bandi a proprio vantaggio, arricchendosi sempre di più.
Ricordando l’arresto di amministratori pubblici e imprenditori che collaborano con la ‘ndrangheta, la Dia però mette anche sull’avviso il governo per il futuro: si rischia che l’associazione criminale s’infiltri con successo negli appalti per l’Expo 2015.
Per evitarlo, si legge nella relazione, occorre un “razionale programma di prevenzione”.
Il cosiddetto ‘ciclo degli inerti’, la cantieristica e la logistica collegata, la manodopera e le bonifiche ambientali” costituiscono i settori – scrive la Dia – maggiormente esposti al rischio di infiltrazione dell’intero indotto che si muove attorno alle grandi opere, agli appalti pubblici e privati”.
Ma c’è di più: secondo la Dia, infatti, il “condizionamento ambientale” delle cosche su parte dell’economia lombarda, va inteso come “partecipazione ormai pacificamente accettata di società riconducibili ai cartelli calabresi a determinati segmenti, in espansione, del settore edile, sia pubblico che privato”.
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Novembre 17th, 2010 Riccardo Fucile
UNA MISSIONE IMPOSSIBILE, IL PREMIER VA AVANTI ANCHE CONTRO IL PARERE DI BOSSI… I COLLABORATORI LO SCONSIGLIANO: IMPOSSIBILE RECUPERARE 12 DEPUTATI, MA LUI NON SENTE RAGIONI, SI VEDE GIA’ COI FERRI AI POLSI… UN TIPICO CASO DI ACCANIMENTO TERAPEUTICO, TENERE IN VITA QUESTO GOVERNO
Il Cavaliere ancora spera di farcela, anche al fotofinish, pure con due voti di maggioranza. Anzi, perchè due?
Per tirare avanti con il governo uno solo gli basterebbe, ci metterebbe la firma con entusiasmo…
Tutto il groviglio istituzionale di queste ore, con il rischio di scontro tra Camera e Senato, con il presidente della Repubblica costretto a fare da arbitro come su un ring, è figlio di questa ostinata e (perfino nel giudizio di alcuni suoi scudieri) irragionevole resistenza berlusconiana.
Condotta sul presupposto di non dover e non poter mollare la presa.
Spiega sconsolato chi gli vive al fianco: «Silvio è convinto che, non appena lui cessasse di essere premier, subito qualche pm ne chiederebbe l’arresto, la Camera lo concederebbe. Proprio così, teme di finire in manette…».
Sembra enorme, incredibile, pazzesco, e forse neppure Di Pietro arriva ad augurarsi un epilogo così choccante per la democrazia italiana.
Eppure, questi sono gli spettri che (sempre nel racconto dei fedelissimi) si agitano nella mente del nostro premier, spingendolo a una sorta di comportamento per lui del tutto innaturale.
L’uomo che ha sempre scelto di rivolgersi alla gente, che ha saputo costruire la sua fortuna politica spiazzando i giochi del Sinedrio, eccolo vestire adesso i panni dell’azzeccagarbugli, scartabellare Regolamenti, tuffarsi nelle casistiche parlamentari, perorare la tesi secondo cui la fiducia al governo andrebbe discussa prima al Senato anzichè prima alla Camera.
Sul presupposto (tutto da dimostrare) che ciò gli permetterebbe di sfangarla non solo a Palazzo Madama, cosa abbastanza probabile, ma pure a Montecitorio.
L’impresa è giudicata dai più quasi impossibile.
Pare sia rimasto a crederci Berlusconi, unico e solo.
Parli con i suoi luogotenenti e ti sussurrano che sperare in un contro-ribaltone è pura follia, mai si sposteranno abbastanza deputati da colmare un gap stimato in 12-13 voti.
E poi, soggiungono, «nemmeno ce lo auguriamo, poichè nessun governo potrebbe sopravvivere più di qualche mese se si trovasse in bilico su ogni votazione, se venisse continuamente battuto sulle sue leggi, sui suoi decreti…».
Sarebbe solo un supplemento crudele di agonia, un accanimento terapeutico. Meglio farsi bocciare, è il sottinteso, e puntare diritto alle urne, dove le speranze di vittoria del centrodestra restano alte nonostante Fini.
Oppure meglio tentare la carta di un nuovo governo, si è sforzato invano di argomentare Bossi ieri pomeriggio nella villa di Arcore (che certi buontemponi Pdl hanno ribattezzato per assonanza Hardcore, ammiccando alle imprese amatorie che lì si sarebbero consumate).
Bossi non è isolato.
Tra i giovani leoni berlusconiani prevale la tesi che, se il Capo si dimettesse come chiedono Fini e Casini, poi Napolitano non potrebbe che ridargli l’incarico e insomma, tanto varrebbe provarci, alla peggio resterebbe la carta delle elezioni…
Niente da fare, però. Non c’è verso.
Il Cavaliere a dimettersi non ci pensa nemmeno lontanamente.
Cosicchè si va cercando in queste ore un punto di compromesso tra lui, decisissimo a presentarsi in Senato, e Fini, il quale tenta di fucilarlo immediatamente alla Camera.
Napolitano, vecchio saggio, pare voglia favorire una soluzione salomonica, tipo: dibattito sulla fiducia contestuale nei due rami del Parlamento.
Sarebbe l’«uovo di Colombo» capace di placare tutti, e Gianni Letta («sul Quirinale garantisco io», ripete da giorni) ha fatto da tramite tanto nei confronti del premier, quanto nei riguardi di Schifani.
Il quale in teoria potrebbe accordarsi direttamente con Fini, essendo suo dirimpettaio; ma è noto come i due non amino rivolgersi la parola, e dunque metterli in contatto richiede un supplemento di diplomazia.
Ugo Magri
(da “la Stampa“)
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Novembre 14th, 2010 Riccardo Fucile
TRENTAMILA EURO SONO VERSATI DALLA REGIONE FRIULI AL CONSULENTE DEL GOVERNO LUCA ANTONINI, DOCENTE VICINO A CALDEROLI….INDAGA SULLE “PROSPETTIVE DI ATTUAZIONE DEL FEDERALISMO”… TANTE CONSULENZE SU TEORIE ASTRATTE SON DAVVERO NECESSARIE?
Trentamila euro in due mesi: quasi 500 euro al giorno. 
È il costo del percorso del Friuli Venezia Giulia verso il federalismo fiscale. Mentre il Governo appronta gli ultimi decreti della tanto voluta riforma federale, a Trieste la giunta regionale di Renzo Tondo stacca un assegno per una consulenza sulle prospettive del federalismo in Friuli Venezia Giulia.
Il docente incaricato dalla Regione di indagare sulle «prospettive di attuazione» risponde infatti al nome di Luca Antonini, docente universitario e già consulente del Governo, esperto di questioni federali e vicino ai ministri Giulio Tremonti e Roberto Calderoli proprio sui temi a loro più cari: finanza e federalismo.
Il decreto con l’incarico assegnato dalla Regione è del 19 ottobre, registrato dalla Direzione finanze il 27 ottobre.
La scadenza fissata al 31 dicembre, l’importo totale della consulenza è di 29.770,99 euro.
In poco più di due mesi, dunque, Antonini dovrà trovare il tempo per imbastire lo studio sull’attuazione del federalismo fiscale.
Tema: «Aspetti di rilievo costituzionale del federalismo fiscale e prospettive di attuazione nel Friuli Venezia Giulia in conformità all’ordinamento regionale e compatibilmente con le peculiarità proprie dell’autonomia speciale».
Ragione dell’incarico: «Revisione dell’assetto normativo regionale richiesta dall’evoluzione in senso federalista dello Stato a seguito della legge 5 maggio 2009, n. 42, contenente la “Delega al Governo in materia di federalismo fiscale in attuazione dell’a rticolo 119 della Costituzione”».
La procedura della Regione era stata avviata ancora a metà luglio, quando, nonostante l’avviso pubblico, il solo Antonini si era candidato alla consulenza. La procedura era proseguita in agosto, quando la commissione ad hoc aveva vagliato il curriculum del docente universitario.
Ed eccoci a fine ottobre, quando formalmente l’attività di consulenza è stata autorizzata ufficialmente.
Ma il federalismo – evidentemente – è un tema ricco e complesso, e quella di Antonini non è la prima consulenza che la Regione richiede per prepararsi al grande passo.
A fine 2009, infatti, la Direzione centrale finanze aveva incaricato il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Trieste di svolgere uno studio sempre in materia di «misure attuative della legge 42 del 2009», ovvero il famoso federalismo fiscale.
In particolare, l’attenzione dei giuristi triestini si deve concentrare sul «coordinamento del sistema tributario con riferimento alla potestà legislativa attribuita dai rispettivi statuti alle Regioni speciali» e all’individuazione delle forme dell’ormai celebre fiscalità di vantaggio.
Per 16 mesi di studi (gennaio 2010-aprile 2011), il Dipartimento dell’ateneo triestino riceverà 50 mila euro.
E sempre di federalismo si deve occupare in un’altra consulenza ad hoc la Fondazione Centro di ricerche economiche e finanziarie di Udine.
Nello specifico l’incarico riguarda «la definizione dei sistemi operativi di riforma della finanza locale in chiave federalista»: la consulenza da 19.500 euro ha una durata complessiva di sette mesi.
(da “il Messaggero Veneto“)
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Ottobre 17th, 2010 Riccardo Fucile
UNO STUDIO CONDOTTO DALLA UIL ATTRAVERSO DELLE SIMULAZIONI FINO AL 2015 RIVELA CHE SONO POSSIBILI AUMENTI FINO A 900 EURO PRO CAPITE…RIALZI FINO ALL’82,8%, SE LA PASSERANNO PEGGIO LE REGIONI DEL CENTROSUD E GLI AUTONOMI… ANDREBBERO CONSIDERATE ANCHE LE PRESTAZIONI STANDARD, NON SOLO I COSTI
Come era ampiamente prevedibile, Il federalismo fiscale rischia di risolversi in un aumento delle tasse regionali.
Secondo un dettagliato studio della Uil, che ha analizzato i risvolti del recente maxidecreto varato dal governo, alle Regioni viene data la possibilità di aumentare le addizionali Irpef a regime, cioè nel 2015, in media di 226 per ciascun contribuente.
Ovvero un rialzo dell’82,8%.
L’ultimo decreto sul federalismo dà allo stesso tempo margini di aumento o di diminuzione, ma è ovvio che con la fame di fondi e i tagli imposti dal governo, sarà la prima opzione quella più probabile.
La vera sorpresa del nuovo meccanismo che si va profilando è che si creerà un fisco regionale a due fasce.
Da una parte ci saranno i lavoratori dipendenti e pensionati che guadagnano fino a 28 mila euro lordi all’anno: questa categoria sarà parzialmente protetta dai possibili aumenti e le Regioni dovranno contenerli entro lo 0,5 per cento. Tutti gli altri, invece – sia lavoratori dipendenti sia autonomi – potranno subire – se le Regioni lo riterranno – aumenti fino al 2,1 per cento (che insieme allo 0,9 per cento base, fa il 3 per cento) nell’anno 2015.
Secondo la simulazione della Uil infatti il rincaro per la fascia che sta, ad esempio, tra i 15 mila e i 28 mila euro lordi potrà essere di soli 41 euro per i lavoratori dipendenti, di 39 per i pensionati ma addirittura di 267 per gli autonomi che, sebbene a redditi bassi, non vengono tutelati dalla clausola di salvaguardia che riguarda solo i lavori dipendenti e i pensionati.
Quando si va oltre i 28 mila euro le Regioni potranno usare la mano pesante, senza distinzione di sorta tra lavoratori dipendenti e autonomi.
Infatti potranno elevare le addizionali molto di più, e non solo in conseguenza degli extra deficit sanitari per i quali sarà mantenuta una procedura a se stante.
Per questi contribuenti del ceto medio il rincaro possibile sarà di 862 euro anni: una somma che si ricava facendo la differenza tra l’attuale aliquota media dell’addizionale Irpef pari all’1,2 per cento e quella possibile del 3 per cento, una volta giunto al traguardo il federalismo fiscale regionale nell’anno 2015.
Su quale platea andranno ad incidere gli aumenti che il decreto sul federalismo pone nella gamma delle opzioni delle Regioni?
La platea è amplissima.
Nel nostro paese i contribuenti soggetti al versamento dell’addizionale Irpef sono oltre 30,9 milioni .
Ma c’è un nucleo del 22,4 per cento che dichiara redditi sopra i 28 mila euro. C’è anche da considerare che visto l’andamento dell’evasione fiscale in Italia di questa “classe medio alta”, il 95,3 per cento è rappresentato dai lavoratori dipendenti e solo il 7,9 per cento è costituito da lavoratori autonomi.
Il presunto federalismo del governo e della Lega getta la maschera.
In alcune regioni come Lazio, Molise, Campania e Calabria le addizionali Irpef potrebbero salire enormemente, diventando una tassa sulla miseria che si rifiuta di considerare, oltre ai costi standard, anche le prestazioni standard, che nel Mezzogiorno sono drammaticamente sotto la media nazionale ed europea.
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Ottobre 12th, 2010 Riccardo Fucile
TRENTENNE, DINAMICA E MONDANA: QUASI UNA FIRST LADY… MENTRE MARONI E’ FINITO INQUISITO PER AVER PERCEPITO 60.000 EURO DALLA MYTHOS PER “CONSULENZE ORALI”, ISABELLA VOTINO PRENDEVA 14.000 EURO PER CONSULENZE NELL’ORGANIZZARE FESTE: COME QUELLA DEL SUO COMPLEANNO?
Prima di lei solo un’altra donna era stata così potente nelle austere stanze sabaude del
Viminale: Rosa Russo Iervolino.
Ma a parte la comune origine campana, nulla unisce le due primedonne del ministero degli Interni.
Isabella Votino è giovane, mondana e dinamicissima.
Molto più di una portavoce, accompagna Roberto Maroni nella vita pubblica e sempre più spesso in quella privata.
Trent’anni, laurea in legge, Isabella è sbarcata in Parlamento dalla natia Montesarchio, nel cuore del Sannio, cinque anni fa.
Lì ha conquistato il deputato varesino, capogruppo padano durante l’opposizione a Prodi, che gli ha affidato i rapporti con i media.
Una collaborazione molto stretta, finita nel mirino dei paparazzi con una raffica di scatti notturni che ha spinto Maroni a gridare al complotto: “Hanno tirato fuori il mio nome per attenuare il polverone Sircana”.
Ma in questa stagione decadente il gossip è politica.
E sul “Corriere” l’esponente padano più noto dopo Bossi replica alle voci che lo vogliono “condizionato dalla sua portavoce”:
“Stupidaggini, fesserie, porcherie. Pettegolezzi messi in giro per ripicca da chi sperava di controllare la Lega. Non si capisce perchè i portavoce debbano essere uomini e se invece sono donne, e per di più graziose, diventano subito “curatrici d’immagine””.
Isabella in fatto d’immagine si è rivelata una maestra.
Nell’ottobre 2007 il suo compleanno, festeggiato in una dimora patrizia di fronte a Palazzo Chigi, diventa la platea in cui Silvio Berlusconi vagheggia l’imminente riconquista del potere.
Pochi mesi dopo il centrodestra è di nuovo al governo. Maroni torna al Viminale e la Votino diventa quasi una first lady, ossequiata dalle massime autorità .
Così nel 2009 celebra i suoi trent’anni nel glamour del Cavalli Just Cafè di Milano, con dj Francesco alla console, Simona Ventura a condurre le danze e un parterre di industriali, onorevoli, star e grand commis.
Un ambiente più da salotti buoni che da prato di Pontida.
Fino all’incidente della consulenza festaiola con la Mythos che la unisce stranamente alla consulenza orale di Bobo nella stessa inchiesta.
(da l’Espresso)
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Ottobre 9th, 2010 Riccardo Fucile
IL BLUFF DEL FEDERALISMO: LE REGIONI POTRANNO AUMENTARE L’ADDIZIONALE IRPEF FINO AL 3% ENTRO IL 2015: DALL’AUMENTO SI SALVERANNO SOLO I CONTRIBUENTI CON UN REDDITO INFERIORE A 28.000 EURO….I COSTI STANDARD DELLA SANITA’ RIMANGONO UN MISTERO: NON SONO STATE INDICATE NEANCHE LE TRE REGIONI CHE DOVREBBERO FUNGERE DA MODELLO….IL TESTO NON PREVEDE SGRAVI FISCALI A LIVELLO STATALE: COSI’ AUMENTERA’ LA PRESSIONE FISCALE PERCHE’ SI SOMMERANNO LE TASSE STATALI A QUELLE REGIONALI
Più tasse per tutti.
Il governo ha varato il decreto legislativo sul federalismo fiscale, tanto caro alla Lega, che consentirà così alle Regioni di aumentare progressivamente l’addizionale Irpef fino al 3% entro il 2015.
Questa infatti è l’unica misura certa e circostanziata contenuta nel provvedimento che ora passa all’esame delle Camere.
Dagli aumenti si salveranno i contribuenti con un reddito inferiore ai 28.000 euro.
In realtà il testo doveva riguardare solo la futura autonomia delle Regioni, ma la fretta della Lega ha imposto di tagliare i tempi e così nel decreto sono finiti anche i costi standard della Sanità .
Ma solo in teoria, perchè nella pratica rimangono un mistero.
Non sono state neanche indicate le tre Regioni che dovrebbero essere prese a modello per calcolare i futuri costi della Sanità pubblica: si dice solo che saranno una del nord, una del sud e una del centro.
L’unica cosa certa è che i governatori avranno mano libera nell’aumentare l’Irpef regionale che oggi è compresa tra lo 0,9% e l’1,4%.
Sono previsti aumenti graduali fino ad arrivare al 3% nel 2015.
Saranno esentati dagli aumenti solo i primi due scaglioni dell’Irpef, tassati al 23% e al 27%.
Sopra i 28.000 euro di reddito i contribuenti saranno soggetti invece all’aumento della tassa regionale.
Non solo: i governatori potranno ridurre l’Irap solo se avranno aumentato l’Irpef oltre il tetto minimo annuale.
Alla fine tutta questa manovra rischia di portare solo ad un aumento della pressione fiscale perchè alle tasse statali si aggiungeranno gli aumenti dell’Irpef a livello regionale.
Tremonti nega questa possibilità solo in teoria, in quanto il testo approvato non prevede assolutamente sgravi fiscali a livello statale.
Non c’è neanche traccia del quoziente familiare tanto ventilato in questi giorni.
In pratica è stato blindato un testo che prevede solo un aumento della pressione fiscale e nessuna riduzione possibile.
Come primo passo, il federalismo all’italiana sta mostrando il suo vero volto.
Da patacca leghista.
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Ottobre 4th, 2010 Riccardo Fucile
PDL E LEGA RISCHIANO DI FINIRE IN MINORANZA SU QUESTIONI CHIAVE: INIZIA LA BATTAGLIA PARLAMENTARE… LE PRATICHE CHE SCOTTANO: PROCESSO BREVE, LODO ALFANO, DECRETO ANTICORRUZIONE, CITTADINANZA, LEGGE ELETTORALE, FEDERALISMO…. ANCHE AL COPASIR BRIGUGLIO DETERMINANTE
Le prossime settimane certificheranno se la maggioranza esiste ancora, a partire
dalle commissioni parlamentari chiamate a breve a misurarsi su problemi che scottano.
Numeri alla mano, a Montecitorio sono dieci le commissioni ad alto rischio per Berlusconi, quelle in cui sono determinanti i voti di Fli, Mpa, diniani e altri “cani sciolti”, il cui sostegno al governo è ancora in discussione.
La situazione più critica è nelle commissioni Lavoro e Affari sociali dove Pdl e Lega hanno gli stessi voti (21) dell’opposizione, dunque sono in balia dei finiani e dei “sudisti” di Lombardo.
Attualmente la commissione è presieduta dal finiano Moffa.
Alle Attività produttive lo scarto tra maggioranza e minoranza è di un solo voto e quindi sono determinati i 2 voti di Fli, quello di Mpa e del diniano.
Scarto di due voti alla Commissione Affari costituzionali che attende l’esame di pratiche come il lodo Alfano bis, la cittadinanza e la riforma della legge elettorale.
Qui i voti incerti sono quattro: tre dei finiani più uno delle minoranze linguistiche. Un solo voto di scarto anche alla commissioni Esteri, dove i finiani sono tre. Sempre loro sono determinanti alla commissione Giustizia, quella che più preoccupa il premier, anche perchè a presiederla è la finiana Giulia Bongiorno, un osso duro.
La maggioranza ha tre voti di scarto, ma Fli e la Melchiorre, con i loro quattro voti, possono capovolgere gli equilibri su temi sensibili come il processo breve, il lodo Alfano bis e anche il ddl intercettazioni, il cui destino è tutto da chiarare.
Le commissioni Difesa, Bilancio, Finanze e Ambiente sono nelle stesse condizioni con il voto di Fli, Mpa e diniani sempre determinante.
Più tranquilla la situazione alla comissione Cultura che esaminerà presto la riforma dell’Università : i finiani e Mpa sono determinanti per pareggiare.
Nelle ultime due commissioni invece, Agricoltura e Trasporti, Pdl e Lega hanno un margine di sicurezza.
Complessivamente su 14 commissioni, la maggioranza può dormire sonni tranquilli solo in tre, massimo quattro.
Stesso discorso, più delicato, per il Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica che a breve prenderà in esame la denuncia di un proprio membro, il finiano Briguglio, secondo il quale agenti dei servizi segreti deviati avrebbero prodotto dossier contro esponenti di Fli.
Proprio il voto di Briguglio farebbe saltare gli equilibri a favore dell’opposizione che avrebbe così 6 voti contro i 4 di Pdl e Lega.
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Ottobre 2nd, 2010 Riccardo Fucile
SI TRATTA DELL’ON. RAINIERI, GIA’ INQUISITO DALLA PROCURA DI MILANO PER LA VICENDA DELLE QUOTE LATTE… LA LEGA EMILIANA SEMPRE NELL’OCCHIO DEL CICLONE GIUDIZIARIO E DELLE POLEMICHE INTERNE
Il deputato della Lega Nord Fabio Rainieri è stato rinviato a giudizio dal gup Paolo Scippa per
l’ipotesi di reato di false fatturazioni.
Rainieri, che possiede il caseificio Giuseppe Verdi di Niviano di Rivergaro, nel 2009 era già stato condannato dal tribunale per il licenziamento illeggittimo compiuto ai danni di Luigi Bianchetti, che lavorava presso la sua azienda.
Il deputato del Carroccio ora risponde invece di una vicenda avvenuta nel 2004, quando Rainieri, titolare anche di altre aziende nella Bassa, aveva subito dei controlli da parte dei militari della guardia di finanza.
All’epoca il parlamentare era presidente di una cooperativa a cui era associata un’azienda che era stata al centro di accertamenti fiscali e tributari da parte dei militari.
L’azienda agricola aveva sede a Modena e qui inquirenti, prima che fallisse, hanno sostenuto di aver scoperto un giro di fatturazioni false riconducibili all’azienda stessa.
Il giudizio nei confronti di Rainieri comincerà il 22 ottobre prossimo a Fidenza davanti al giudice Carlo Ferraro.
Del resto Rainieri era già stato direttamente coinvolto nello sfondamento delle quote latte assegnate dell’Europa.
Tanto che nel giugno 2009 finì indagato dal pm di Milano, Frank Di Maio, nell’ambito dell’inchiesta sulle quote latte, in qualità di rappresentante legale della cooperativa parmense «Giuseppe Verdi 2001».
La Procura milanese ipotizza una maxi truffa da oltre 330 milioni da parte di 28 società cooperative, tra cui quella di Rainieri, che non avrebbero pagato per anni le multe dovute per lo sforamento dei limiti di produzione imposti dall’Ue.
Dopo i casi dell’on. Alessandri, delle rivelazioni di Lusetti, dello scandalo delle spese elettorali che hanno colpito esponenti regionali del Carroccio, per i vertici della Lega emiliana c’è il rischio di passare più tempo in tribunale a difendersi da pesanti accuse che a fare politica.
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