Ottobre 17th, 2018 Riccardo Fucile
I VARI PASSI FORMALI CHE PORTERANNO ALLA BOCCIATURA E TRA DIECI GIORNI ARRIVERA’ IL GIUDIZIO DELLE AGENZIE DI RATING
La Commissione UE rigetterà la legge di bilancio italiana: il commissario al Bilancio Ue,
Guenther Oettinger, lo dice apertamente allo Spiegel on line mentre il magazine aggiunge che una lettera del commissario Pierre Moscovici dovrebbe arrivare a Roma giovedì o venerdì.
La lettera con cui la Commissione europea intende avviare la consultazione con l’Italia per contestare formalmente la manovra dovrebbe essere inviata entro un paio di giorni.
Secondo quanto apprende l’AGI a Bruxelles, l’esecutivo comunitario dovrebbe chiedere “chiarimenti” al governo sulla deviazione rispetto agli impegni assunti dall’Italia.
Il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici, sarà a Roma domani e venerdì per incontrare il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, e il governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco.
Prima di una eventuale bocciatura o di una eventuale richiesta di modifica della legge di bilancio — scrive invece oggi Le Monde — l’esecutivo comunitario dovrebbe chiedere in un primo tempo “spiegazioni supplementari” al governo guidato dal premier, Giuseppe Conte, attraverso una missiva ufficiale.
Per Le Monde il fatto non è tanto di sapere se ma quando quando questa lettera verrà inviata.
E cioe’ “prima” dell’arrivo domani e dopodomani, del commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, a Roma, “per lasciare ancora spazio al dialogo?” Oppure “subito dopo?”.
Secondo il giornale parigino, “tutto dipenderà dalle reazioni del premier, Giuseppe Conte, ma anche dai suoi omologhi nel summit odierno a Bruxelles, in quanto l’esecutivo comunitario spera “in un sostegno quasi unanime dei leader dell’Unione alla sua linea senza concessioni”. Quanto al presidente Emmanuel Macron, “non dovrebbe, almeno in teoria, “alzare i toni”.
Dopo l’invio della missiva, Bruxelles avrà una settimana di tempo per bocciare eventualmente la manovra italiana o chiedere una modifica.
Ma prima di compiere un tale passo, conclude Le Monde, l’esecutivo Ue “spera, senza dirlo” che siano i mercati a far “indietreggiare il governo Conte”.
L’idea che possano essere i mercati a costringere l’Italia a un dietrofront serpeggia anche in Italia, dove si guarda con paura al giudizio delle agenzie di rating sul debito, che potrebbe innestare un effetto domino sulle banche e sull’economia italiana, costringendo così i gialloverdi a un passo indietro prima del baratro.
(da agenzie)
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Ottobre 16th, 2018 Riccardo Fucile
IMPRESE, BANCHE, ASSICURAZIONI CHE A LORO VOLTA SCARICHERANNO TUTTO SUGLI ITALIANI
Qualcuno il conto salato lo deve pagare.
Perchè il maxi-deficit al 2,4% – ora sul binario rovente Roma-Bruxelles e quindi tutt’altro che scontato – non basta comunque a coprire il ricco menù della manovra deciso da Matteo Salvini e Luigi Di Maio.
E così, tra le 46 pagine del Documento programmatico di bilancio – la sintesi della manovra – spunta chi deve aprire il portafoglio: imprese, banche e assicurazioni.
Il bersaglio del governo gialloverde per trovare la quadra sulle coperture è il mondo produttivo. I sacrifici non sono emotivi, ma sostanziali: le risorse saranno prelevate e utilizzate a un altro scopo, che esula da quelli interni.
I malumori sono pronti ad esplodere. Così come l’impatto sui cittadini.
Chi è rimasto ampiamente frastornato dalla lettura del Dpb è sicuramente il mondo delle imprese.
Con eccezione dell’intervento sull’Ires, che passa dal 24% al 15%, e del rifinanziamento dell’iper e del super-ammortamento, voluti dal centrosinistra, nel documento inviato alla Commissione europea c’è ben poco.
E quel poco, cioè la mini flat tax per gli autonomi, è stata ridotta a briciole: 546 milioni stanziati nel 2019 per una tassazione agevolata che sarà valida solamente per i ricavi fino a 65mila euro.
Non c’è la soglia dei 100mila euro, che voleva la Lega, ed entro la quale si sarebbe dovuta pagare un’aliquota aggiuntiva del 5 per cento. Non solo.
La flat tax genera un contraccolpo pesante. La tassa piatta, infatti, annulla il maggiore beneficio che si otteneva con il combinato disposto Iri-Ace, cioè l’imposta sul reddito patrimoniale e l’agevolazione introdotta nel 2011 per favorire il rafforzamento della struttura, sempre patrimoniale, delle imprese.
La perdita per le imprese, in termini di sgravi, è di 2 miliardi.
Sull’onda di un tema politico molto cavalcato dall’inizio del governo, M5S e Lega hanno deciso di puntare dritto alle banche: il prossimo anno dovranno dare 3,3 miliardi allo Stato.
La cifra emerge dalla somma di quattro misure che si è deciso di recapitare agli istituti di credito.
Interventi fiscali non meglio precisati valgono 1,3 miliardi nel 2019 (900 milioni nel 2020 e 500 milioni nel 2021), il rinvio degli sgravi su svalutazioni e perdite vale 900 milioni nel 2019 (zero nei successivi), il nuovo trattamento fiscale sulla svalutazione dei crediti vale 1,1 miliardi.
Per un totale, appunto, di 3,3 miliardi il prossimo anno.
Le banche sono in fibrillazione da giorni. Il rischio legato alle tasse, come sottolineato dall’Abi, è l’aumento dei rischi per i clienti, soprattutto quelli futuri: potrebbero avere meno credito e a prezzi più alti rispetto a quelli attuali.
C’è da poi da considerare che l’aumento della tassazione va a impattare nei rapporti tra banche e imprese visti dall’ottica del finanziamento delle prime alle seconde: il flusso potrebbe essere meno consistente, con una ricaduta negativa pesante sulla produzione. Recentemente la Banca d’Italia ha ricordato che il credito bancario rappresenta “una componente storicamente importante in Italia” e questa considerazione resta anche se il peso delle banche sulle passività delle imprese si è ridimensionato negli ultimi anni.
Anche le assicurazioni non gioiscono.
La rideterminazione dell’acconto di imposta sui premi assicurativi, infatti, sottrarrà loro circa 1 miliardo. Il meccanismo prevede l’innalzamento dell’aliquota dell’imposta sui premi assicurativi: oggi è fissata al 59% per il prossimo anno e al 74% per gli anni successivi. Il governo ha deciso di portarla al 75% già nel 2019, al 90% nel 2020 e al 100% dal 2021 in poi.
Alcuni titoli, come quelli di Unipol e UnipolSai ne hanno risentito in Borsa, ma i malumori sono esplosi già anche a livello di management. “Bisogna fare molta attenzione a trattare questi argomenti con la dovuta attenzione perchè siamo uno dei sistemi portanti del sistema nazionale”, ha ammonito il numero uno di Generali, Gabriele Galateri di Genola.
Per trovare la quadra l’esecutivo ha pensato anche al più classico degli interventi, a cui ricorre ogni governo quando la coperta è troppo corta e non c’è altro ambito da cui attingere risorse: i tagli ai ministeri.
Misura che però è generatrice di grandi fibrillazioni nei delicati equilibri intergovernativi, a maggior ragione oggi che gli stessi ministeri sono espressione di due forze politiche, Lega e 5 Stelle.
Ne consegue, quindi, una diatriba tra chi deve cedere di più rispetto al coinquilino di governo.
In totale dovranno arrivare 2,5 miliardi all’interno di una spending review che ammonta a 3,6 miliardi. Ma necessari. Perchè una revisione della spesa pubblica senza tagli ai ministeri è di fatto impossibile, come dimostrano i tentativi, andati a vuoti, degli ultimi governi.
Il puzzle delle coperture si tiene insieme a fatica perchè poggia su voci alquanto fragili. La maggior parte delle risorse – pari a 21,9 miliardi – sono legate al maggior deficit e quindi alla trattativa ad alta tensione con Bruxelles.
Poi ci sono i sacrifici chiesti a imprese, banche, assicurazioni e ministeri con appunto relativi mugugni.
Nel Dpb figurano ancora 1,8 miliardi di coperture da specificare visto che è previsto 1 miliardo di incasso dalla voce ‘altre misure’ e 0,7 milioni da ‘altro’.
In tutto si raccolgono così 33,5 miliardi a fronte di misure che nel Documento di bilancio sono quantificate in 33,5 miliardi. La coperta c’è, ma ha maglie larghissime che rischiano di sfilarsi l’una dall’altra.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 15th, 2018 Riccardo Fucile
LO SCOGLIO PRINCIPALE E’ IL CONDONO AGLI EVASORI. RIUNIONE SERALE A PALAZZO CHIGI, SI ANNASPA
Al tavolo sulla manovra convocato in serata a palazzo Chigi non siedono nè Matteo
Salvini nè Luigi Di Maio. Mancano meno di 24 ore a una delle riunioni del Consiglio dei ministri più delicate per il governo gialloverde.
C’è il Documento programmatico di bilancio che deve essere inviato entro la mezzanotte di lunedì a Bruxelles, ma soprattutto ci sono due provvedimenti – la manovra e il decreto fiscale – che navigano ancora in cattive acque.
Luigi Di Maio va da Barbara D’Urso a dire che “i soldi ci sono”, ma i conti ancora non tornano.
Non c’è neppure l’accordo su uno dei temi più spinosi, cioè la pace fiscale. Ci si aspetterebbe, quindi, una presenza dei pesi massimi, ma le sedie vuote dei due vicepremier diventano l’immagine di una consapevolezza: il lavoro da fare è ancora tanto, troppo per chiudere già stasera. È ancora stallo. Ancora trattativa.
Spazio, quindi, alla pletora dei sottosegretari, che al loro fianco si ritrovano il premier Giuseppe Conte, nel ruolo del moderatore, e nove ministri che si preparano a capire cosa li aspetta domani, il giorno del redde rationem.
La decisione di convocare le seconde linee politiche e metterle a confronto con il ministro dell’Economia Giovanni Tria, che si tira dietro lunghi giorni di amarezza e nuovi pressing per la vicenda Alitalia, nasce quindi dalla necessità di provare a districarsi tra il “lavoro sporco”.
Un lavoro preparatorio per quantomeno provare ad apparecchiare il tavolo che conta, quello di lunedì mattina, quando ci saranno Salvini e Di Maio, da soli con Conte e Tria.
La riunione si terrà prima del Consiglio dei ministri atteso per le 18 e sarà quella decisiva. È lo stesso schema adottato con la Nota di aggiornamento al Def: le questioni pesanti si affrontano in forma ristrettissima, quando sul tavolo si portano non tanto i numeri ma le richieste politiche che arrivano dai rispettivi elettorati.
È stato così quando bisognava portare a casa il reddito di cittadinanza e il superamento della Fornero, sarà così anche questa volta.
Solo che con la cornice della manovra la spartizione si inseriva in una logica di divisione paritaria, cioè il reddito ai 5 Stelle e la quota 100 per le pensioni al Carroccio.
Ora c’è da trovare un’intesa sulla pace fiscale: la versione definitiva deve essere una, ma ad oggi sono ancora due. La Lega spinge per un decreto fiscale – il veicolo normativo della pace tributaria – a maglie larghe: vuole un saldo e stralcio con un tetto considerevole, pari a 500mila euro, e la possibilità per il contribuente non in regola di rimettersi in linea con il Fisco attraverso il pagamento del 25% sul debito totale.
Una percentuale che si è alzata rispetto all’iniziale 15% e anche sul tetto i leghisti sono disposti a rimodellare l’importo, ma ai pentastellati non basta. L’unica strada percorribile per Di Maio e i suoi è quella di un rafforzamento del ravvedimento operoso perchè la linea degli alleati di governo è considerata un condono, quindi un tabù.
Meglio una versione più soft, che rientri nella cornice del pagamento ridotto di interessi e sanzioni in caso di omissioni o errori nei versamenti.
Ai sottosegretari e ai tecnici, come si diceva, il compito di cercare di mettere in fila ipotesi di conciliazione sulle opzioni e le aliquote.
Lavoro indispensabile perchè senza la pace fiscale viene a mancare una delle coperture più importanti per la manovra. E a livello politico significa che se non si approva il decreto fiscale allora anche la legge di bilancio è destinata a slittare.
Di Maio professa sicurezza e vuole il via libera già domani, provando a forzare la mano su un tema caro ai 5 Stelle, cioè il taglio alle pensioni d’oro che nell’ipotesi del vicepremier pentastellato porterebbe a un incasso di un miliardo attraverso una nuova stretta sugli assegni, non più a 4.500 ma a 3.500 euro.
Ma i numeri e il relativo incasso non vengono confermati da alcune fonti di governo e le sue dichiarazioni assumono le sembianze di un pressing politico più che di una possibilità concreta di fare passare la misura domani.
Il risparmio sarebbe una boccata d’ossigeno per la manovra, che tuttavia sul fronte delle coperture deve ancora fare i conti con altre entrate mancanti.
I tagli ai ministeri, ad esempio, restano un tema molto caldo dentro ai delicati equilibri del governo gialloverde. Si tratta a oltranza, annaspando.
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2018 Riccardo Fucile
NESSUNA TEMPISTICA NEANCHE SUL PAREGGIO DI BILANCIO PREVISTO DALLA COSTITUZIONE
Nessuna indicazione sui tempi. Mentre tra Lega e Movimento 5 stelle continua un braccio
di ferro carsico intorno ai 15 miliardi o giù di lì destinati a reddito di cittadinanza e riforma della Fornero, in Parlamento piomba la risoluzione sulla nota di aggiornamento al Def.
Traducendo: il sigillo della volontà del popolo sovrano alle algide tabelle sfornate dal Governo.
Un sigillo che viene sì posto sui principi della legge di bilancio, ma che si tiene lontanissimo dal definirne tempistiche e modalità .
D’altronde è stato il capogruppo M5s a Palazzo Madama Stefano Patuanelli a lasciarsi sfuggire che forse qualche conto non sta tornando, fissando per aprile i tempi di inizio della riforma della Fornero facendo emergere il torrente sotterraneo della tensione tra gli alleati di governo.
Così il Parlamento chiede un impegno all’esecutivo con una formulazione estremamente generica: “Il Senato (e la Camera) impegna il governo, nella prossima legge di Bilancio e con ulteriori provvedimenti di carattere economico finanziario”, segue lista dei desiderata.
Il bottino è equamente spartito. Ci sono tutte le misure di cui si è parlato negli scorsi giorni, con un’attenzione a porre nella stesura prima le misure di investimento e sviluppo, quelle più care all’Europa, poi quelle di spesa, a partire da reddito e pensioni.
Contestualmente arriva anche la richiesta di voto per lo scostamento del percorso di rientro sul deficit strutturale.
I capigruppo gialloverdi spiegano che quella che sarebbe una misura da adottare solamente in casi eccezionali è giustificata dalla crisi del 2008, e dalle politiche inadeguate messe in atto dai governi precedenti nel gestirla.
Contestualmente non viene indicata alcuna data, sia pur procrastinata, nella quale il governo Conte pensa di conseguire il pareggio di bilancio.
Una sottigliezza, che non è passata inosservata a chi calca da anni il legno cigolante dei pavimenti del Senato. “E dire che ieri Mattarella ha chiesto rassicurazioni sul quadro delle normative europee. Quell’omissis equivale a dire: noi facciamo come ci pare”.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 6th, 2018 Riccardo Fucile
CONDONO AGLI EVASORI E PARTITE DI GIRO NEL GRANDE BLUFF
Tagli ai ministeri e nuove tasse. È l’inevitabile soluzione che adotterà il governo per far
quadrare i conti della prossima manovra. Non mancano poi le partite di giro, che in questo caso finiranno per penalizzare le piccole imprese.
A fronte di una manovra, che tra reddito di cittadinanza, riforma pensioni, avvio della flat-tax e blocco degli aumenti dell’Iva vale all’incirca 40 miliardi di euro, grazie all’aumento del deficit al 2,4% il governo disporrà di 27 miliardi di euro.
Gli altri 13 saranno coperti con le solite vecchie ricette.
I tagli alle spese
Nel menù non possono mancare le riduzioni delle spese. Stando alla Nota di aggiornamento il governo ha messo in conto 3,6 miliardi di risparmi, in pratica due decimi di punti di Pil, tra «tagli alle spese dei ministeri e altre revisioni di spesa». Ma in attesa che riprenda quota la spending review, che richiede tempi lunghi prima di produrre risparmi consistenti, si ripiegherà sui soliti tagli lineari e semilineari già effettuati dai governi passati innanzitutto a carico delle amministrazioni centrali.
Nuove entrate
L’altra leva che verrà attivata inevitabilmente è quella delle entrate. In maniera diretta e indiretta aumenteranno insomma le tasse su molti soggetti e diverse fasce di contribuenti, intervenendo innanzitutto su regimi agevolativi e detrazioni.
Si inizierà così ad attaccare la montagna delle famigerate oltre 700 «tax expenditures» (che tutte assieme valgono oltre 300 miliardi di euro), tagliando drasticamente gli sconti fiscali
Ma oltre a ciò è anche possibile che vengano ritoccate le percentuali di acconto, ovvero i versamenti che i contribuenti effettuano a fine anno.
Già in passato del resto gli acconti Irpef ed Ires, che oggi sono rispettivamente al 98% e al 100%, erano stati aumentati al 100% per l’Irpef, al 101% per l’Ires e al 110% per l’Irap.
Nel 2013, secondo le stime della Cgia di Mestre, questa misura quando venne adottata produsse 2,6 miliardi di maggior gettito. Ma è un chiaro escamotage contabile, visto che quello che si anticipa un anno lo si perde l’anno seguente in sede di conguaglio.
Partite di giro
Sempre in campo fiscale si assisterà anche a vere e proprie partite di giro. Per estendere la flat tax del 15% a 500 mila tra partite Iva individuali e piccole imprese ammesse al regime forfettario dei minimi verrà infatti abrogata ad altre 2 milioni di partite Iva la possibilità di applicare la tassazione flat al 24% come le società di capitali.
L’Iri, l’imposta sul reddito di impresa che doveva debuttare giusto l’anno prossimo, verrà infatti cancellata.
Non solo, ma per introdurre la riduzione dell’aliquota Ires al 15% sulla quota di utili destinati all’acquisto di beni strumentali e alle nuove assunzioni, verrà eliminato l’Aiuto alla crescita economica (Ace), una agevolazione che già oggi consente di pagare zero tasse sulla parte di reddito corrispondente all’aumento del patrimonio netto dell’impresa per accantonamento di utili o nuovi apporti di capitale. In sostanza, fanno notare gli esperti del settore, per l’insieme delle partite Iva il saldo rischia di essere negativo.
Una tantum
Altre voci di entrata sono ancora in bianco, come i proventi della pace fiscale: l’ipotesi è che possa portare tra i 3 ed i 5 miliardi una tantum. Ma non ci sono certezze e questo lascia in sospeso gli altri interventi che si potrebbero mettere in campo. Quello che è certo che tutte queste misure, stando alle stime del Def, freneranno il Pil di 0,4 punti, mentre tutti gli altri interventi lo faranno crescere di un 1 pieno. Il saldo finale è quello 0,6 in più calcolato dal Mef per il 2019. Che è la vera scommessa del governo giallo-verde.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 6th, 2018 Riccardo Fucile
ABOLITE LE IMPOSTE SUL REDDITO PATRIMONIALE E AIUTO ALLA CRESCITA ECONOMICA: COSI’ LA RIDUZIONE DEL CARICO FISCALE ALLE PARTITE IVA SARA’ PAGATO DA TUTTI I CONTRIBUENTI
La Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza è stata finalmente partorita e subito bocciata dall’Unione Europea, che ha inviato una risposta chiara alla lettera di Giovanni Tria in attesa del giudizio delle agenzie di rating.
Nel nuovo DEF sono abolite sia l’imposta sul reddito imprenditoriale (Iri) sia l’aiuto alla crescita economica (Ace).
E potrebbe non bastare visto che sul fronte delle maggiori entrate si annunciano, rinviando i dettagli alla manovra 2019-2021, anche aumenti che «proverranno da modifiche di regimi agevolativi, detrazioni fiscali e percentuali di acconto d’imposta».
Di che stiamo parlando? L’IRI e l’ACE servivano ad obiettivi di riduzione del carico fiscale per tre miliardi: con la rinuncia all’imposta sul reddito imprenditoriale la diminuzione del carico fiscale per le partite IVA annunciata dal governo con la cosiddetta Dual Tax verrà pagata da tutta la platea dei contribuenti professionisti. Sull’addio all’Ace a denunciare ieri il rischio di una aumento della pressione fiscale è stato il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Massimo Miani :«La sostituzione dell’Ace con il nuovo meccanismo agevolativo può essere in molti casi a saldo negativo e sarà quindi importante trovare soluzioni tecniche idonee a scongiurare un aumento della pressione fiscale che pensiamo non essere certamente tra gli intendimenti del governo».
A dire addio all’Ace saranno 1,2 milioni di imprese.
Non solo: le coperture della manovra 2019 sono quantificate in circa 20 miliardi e per questo il governo immagina di aumentare gli acconti fiscali, come già fatto dai governi precedenti.
Alle imprese, in particolare alle banche (ma è stato fatto anche con i contribuenti per l’Irpef), si chiede sostanzialmente di versare un po’ più tasse in acconto, ed un po’ di meno a saldo.
Per lo Stato significa più soldi nel’19 e un po’ meno nel ’20, quando le esigenze del bilancio saranno meno pressanti. In teoria.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 5th, 2018 Riccardo Fucile
“FALSO IL LUOGO COMUNE SULL’ITALIA FELICE SENZA LA CAMICIA DI FORZA FINANZIARIA DELL’EUROPA”
Il problema principale dell’economia italiana è lo spreco di risorse: a costi alti non segue una produzione efficiente.
A spiegarlo è il direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, nel corso di una lectio magistralis all’Università di Venezia: “L’Italia sa fare un sacco di cose, ma le fa, in complesso, meno e peggio di quanto potrebbe”, afferma.
Non si dilunga su quale potrebbe essere la soluzione della questione, nè su quali siano le cause, ma tiene a precisare che, in ogni caso, non è attraverso l’indebitamento che uno Stato può risolvere i suoi problemi:
Le cause di questa situazione sono molteplici e non le discutiamo qui. Una cosa è certa: il problema non si risolve inducendo lo Stato a indebitarsi. Lo Stato può far molto in questo campo spendendo meglio e fissando norme che incentivino l’efficienza.
Rossi poi interviene su una delle questioni maggiormente dibattute negli ultimi giorni: quella dei timori dei mercati per le decisioni del governo.
Mercati, sottolinea, “essenzialmente vuol dire risparmiatori”, vuol dire, quindi persone che investono il loro denaro e che, per questa ragione osservano attentamente l’andamento del debito pubblico e le scelte economiche degli esecutivi.
Tutto ciò avviene perchè, spiega in sostanza il direttore generale, a nessuno piace perdere soldi.
E l’eventualità di non guadagnare nulla dal denaro investito o, peggio, di perderlo in caso di default di uno Stato a un risparmiatore non può che fare paura. Nel suo discorso Rossi prende come esempio un soggetto che detiene titoli di Stato italiani e spiega:
Se mercati vuole dire essenzialmente risparmiatori, quelli nazionali sono diversi da quelli esteri? In altri termini, io che sono italiano tengo molto più volentieri nel mio portafoglio un BTP (un titolo dello Stato italiano) di un risparmiatore francese o tedesco, per ragioni patriottiche? Può darsi, ma è molto improbabile. I soldi sono soldi, a nessuno fa piacere perderli per amor di patria, salvo che in circostanze eccezionali, come ad esempio una guerra”.
Una differenza economica potrebbe essere che se lo Stato italiano, mettiamo, dovesse fallire, cioè non rimborsare a scadenza i propri titoli o farlo solo in parte, per cercare di risalire la china dovrebbe aumentare le tasse, colpendo quindi i propri cittadini ma non anche quelli francesi o tedeschi. Gli italiani potrebbero essere allora più restii a liberarsi di titoli pubblici nazionali, quando s’infittiscono notizie negative sulle finanze del loro Stato, nel tentativo di salvarlo e di non essere tassati.
Alla luce di queste constatazioni, continua Rossi, bisogna certamente fare attenzione al modo in cui le notizie economiche si divulgano, e in questo i media e gli studiosi del settore hanno delle responsabilità . Al contempo, però, semplificare in maniera grossolana non aiuta a comprendere:
Il luogo comune recita che l’economia italiana potrebbe essere prospera e felice se solo l’Europa, per stolidità teutonica, e i mercati, per occasionali antipatie politiche, non le imponessero una camicia di forza finanziaria. In questo modo ipersemplificato di raccontare le cose vi sono grani di verità e tonnellate di falsità . Le cose sono molto più intrecciate e complicate e il compito di chi ha a lungo studiato questi problemi è di farlo capire bene.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 5th, 2018 Riccardo Fucile
MANOVRA DA 40 MILIARDI, PER LO PIU’ IN DEFICIT… UN PROGRAMMA DA TRUFFATORI
Una crescita ipertrofica, il ricorso monstre a quelle privatizzazioni che sono
tradizionalmente foriere di delusioni, le clausole di salvaguardia sull’Iva che restano per il 2020 e il 2021.
È un tridente ambizioso, ma fragile nella sua struttura, quello che il governo gialloverde schiera nella Nota di aggiornamento al Def, la cornice della manovra, trasmessa alle Camere con una settimana di ritardo rispetto alla scadenza e dopo lunghissime giornate di fibrillazioni sulla direttrice Roma-Bruxelles, ma anche e soprattutto tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio sulla spartizione della torta, con il Tesoro preso d’assalto per trovare la quadra.
È un tridente spuntato perchè poggia su tre elementi che per l’esecutivo sono in grado di fare tornare i conti, ma per i principali osservatori e decisori – cioè Bruxelles e i mercati – la prospettiva si delinea già come ben diversa, cioè indigesta.
Un tridente con tre “furbate” per provare a tenere in piedi la promessa di abbattere il debito di ben quattro punti percentuali in tre anni e di ridurre progressivamente il deficit.
Scavando, però, dentro l’operazione sui conti si scopre un vulnus profondo, quello relativo al cosiddetto saldo strutturale, l’indicatore a cui guarderà Bruxelles per valutare la solidità e la serietà degli impegni.
In tutte le interlocuzioni che il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha avuto con la Commissione europea da quando è nato il governo fino a un mese, l’impegno è sempre stato quello di migliorare il deficit strutturale.
Ora, nella Nota, è previsto un peggioramento dello 0,8% per il 2019, 2020 e 2021.
E così, nero su bianco, il governo scrive che il processo di riduzione dell’indebitamento strutturale partirà solo dal 2022.
Altra regola che il governo ammette già di non potere rispettare è quella del debito. L’andamento è decrescente, ma il rapporto debito-Pil nel 2021 è previsto eccedere il benchmark di 3,9 punti percentuali.
La super crescita si diceva. Le stime del Pil (1,5% nel 2019, 1,6% nel 2020 e 1,4% nel 2021) sono portate a livelli molto distanti rispetto alle previsioni dei principali organismi nazionali e internazionali, che collocano in media l’asticella intorno all’1-1,1 per cento per il prossimo anno.
Come fa il governo a spingersi così in alto? La risposta si trova tra i numeri della Nota di aggiornamento, accompagnati da un ragionamento politico: l’impatto sul Pil delle misure previste, dal reddito di cittadinanza al superamento della Fornero, è pari allo 0,6 per cento per quanto riguarda il 2019, allo 0,5% nel 2020 e allo 0,3% l’anno successivo.
Che sia un’operazione ambiziosa lo riconosce lo stesso Tria nella prefazione che apre la Nota, rilanciando al rialzo: “Questi obiettivi di crescita economica sono ambiziosi ma realistici, e potrebbero essere oltrepassati, per almeno due motivi”.
Qui entrano in gioco altri due frecce che il governo pensa siano in grado di centrare il bersaglio della crescita, ma che rischiano alla fine di trasformarsi in boomerang: un piano di rilancio degli investimenti pubblici, che negli ultimi anni non sono mai decollati, e la convinzione – si legge sempre nel testo – “che una volta che il programma di politica economica del Governo sarà approvato dal Parlamento, si dissolva l’incertezza che ha gravato sul mercato dei titoli di Stato negli ultimi mesi”. In pratica un’inversione dello spread, che però nelle ultime settimane ha mostrato una dinamica totalmente opposta: è salito, anche oltre gli 300 punti, quando le discussioni sulla manovra si focalizzavano su prospettive vicine allo schema finale tracciato per i conti pubblici.
Un’altra bacchetta magica che il governo è pronto a imbracciare è quella delle privatizzazioni.
Nel biennio 2019-2020 – è la stima del governo – si punta a incassare circa 10 miliardi in modo da riversarli nell’operazione di abbattimento del rapporto debito/Pil.
E’ una ricetta antica, che ora viene rispolverata, ma che negli ultimi anni ha avuto un iter alquanto complesso, portando un magro bottino nelle casse dello Stato.
Era il 1992 quando si pensò alle privatizzazioni per abbattere il debito. In mezzo ci sono più di 25 anni di operazioni travagliate e insuccessi.
Basta pensare al grande piano di dismissioni lanciato da Berlusconi nel 2001: si volevano portare a casa 60 miliardi, ma alla fine il risultato fu il trasferimento delle quote di Enel, Eni e altri asset strategici dal Tesoro alla Cassa depositi e prestiti.
C’è la storia del tentativo non riuscito su Alitalia e molti altri esempi.
La ricetta, riproposta, ingloba molte incognite e poche certezze. Pacchetto che contempla la vendita del patrimonio immobiliare e il proposito di rivedere di rivedere i canoni di concessionari, riferimento quest’ultimo alla vicenda Autostrade.
Capitolo clausole di salvaguardia sull’Iva.
Nel 2019 l’Iva non aumenterà e si farà ricorso all’extra deficit, ma nel 2020 e nel 2021 le clausole ci saranno ancora: saranno ridotte come portata, e questo porterà a un beneficio sul deficit, ma l’altra faccia della medaglia contempla l’aumento, anche se limitato, dell’imposta.
Uno schema, quindi, che da una parte punta a un beneficio, ma dall’altro ha un costo politico altissimo. Ma appare una via obbligata perchè le risorse per coprire le misure, soprattutto nel 2020 e nel 2021, sono ridotte al lumicino.
Qui si innesta la seconda partita dell’operazione conti pubblici, cioè le misure da inserire nella manovra. Dopo l’ennesima giornata di tensioni sulla spartizione delle risorse, alla fine si decide una composizione che assegna 10 miliardi al reddito di cittadinanza (9 per le pensioni e il reddito, 1 per la riforma dei centri per l’impiego), 7 miliardi alla quota 100 per il superamento della legge Fornero sulle pensioni, 2 per la flat tax al 15% destinata alle partite Iva, 1 miliardi per le assunzioni nelle forze dell’ordine e 1,5 miliardi per i risparmiatori che hanno avuto perdite per colpa dei fallimenti bancari.
La spartizione è definita, ma non è detto che accontenti Salvini e Di Maio. Fonti di governo, infatti, riferiscono di malumori in capo al leader della Lega che sarebbe stato costretto a ridurre la portata della quota 100 per chiudere l’accordo con i 5 Stelle. L’importo di 7 miliardi, in effetti, delinea il bacino più ristretto tra tutti quelli ipotizzati nelle scorse settimane: 400mila uscite e quota 100 solo con la formula 62+38 (età anagrafica+anni di contributi) a fronte di 495mila prepensionamenti che sarebbero stati garantiti se si avessero avuti a disposizione 8,5 miliardi.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 4th, 2018 Riccardo Fucile
FONTI REUTERS: “IL DEF ASSOLUTA FOLLIA, L’ITALIA RISCHIA UNA DOLOROSA RISTRUTTURAZIONE DEL DEBITO CHE SPAZZERA’ VIA I RISPARMI DEGLI ITALIANI”
L’agenzia Reuters riporta gli spifferi e i mormorii dei piani alti a Bruxelles, indiscrezioni
in cui già si prospettano scenari greci per l’Italia, arrivando a prospettare una imponente ristrutturazione del debito.
Fonti europee, che rimangono anonome, giudicano “un’assoluta follia” le previsioni di bilancio del Governo italiano contenute nel Def.
“Quando Tria ha parlato della previsione di deficit al 2,4% del Pil per i prossimi tre anni all’Eurogruppo, siamo rimasti a bocca aperta” racconta a Reuters un alto funzionario dell’Eurozona.
Il def italiano viola platealmente le regole europee che obbligano l’Italia, con il 133% di debito/Pil, il secondo in Europa dopo la Grecia, a ridurre l’indebitamento ogni anno e portare il suo deficit strutturale lungo un percorso virtuoso.
Con le difficoltà di crescita dell’Italia, questi piani hanno alimentato le preoccupazioni degli investitori sulla capacità di Roma di ripagare il debito, con conseguenze sui rendimenti. Anche la nuova versione del Def, con una riduzione del deficit nel 2020 e nel 2021 “non è sufficiente”, spiegano da Bruxelles.
“La reazione positiva dei mercati alla proposta italiana per il 2020 e 2021 è assolutamente ridicola, sono disperatamente alla ricerca di qualche buona nuova, ma si stanno illudendo” spiega un secondo funzionario europeo alla Reuters.
“La gente sta sottovalutando l’assoluta follia di questa deviazione. E le previsioni di crescita in Italia sono ridicole. La crescita, specialmente con questo governo, non solo non migliorerà , ma peggiorerà “.
Un terzo funzionario, sempre alla Reuters, aggiunge che il def significa che “l’Italia, e l’Eurozona insieme ad essa, stanno precipitando in una nuova crisi”.
Peggiore perchè l’Italia non è la Grecia, l’Esm ha aiutato Atene a uscirne fuori con tre successivi bailout da quasi 250 miliardi di euro in otto anni.
Ma l’Italia deve rifinanziare 277 miliardi di euro nel 2019, 197 miliardi nel 2020, 181 nel 2021. Una situazione ingestibile.
E manca anche la volontà politica. “L’Italia è troppo grande per essere salvata con l’Esm”, non solo perchè dovrebbe essere comunque Roma a chiedere il salvataggio, non solo per questioni tecniche legate alla capacità del Fondo Salva Stati, ma “soprattutto di volontà politica: specie al nord Europa, ma anche altri Paesi, non hanno nessuna intenzione di ricorrere al Fondo Salva Stati per l’Italia” dice a Reuters una quarta fonte bruxellese.
“Per questo l’unica via sarebbe un grande, enorme, ristrutturazione del debito”, con la conseguenza di “spazzare via i risparmi di gran parte del popolo italiano”.
“Hanno votato per un Governo che potrebbe rendere possibile tutto questo” proseguono le fonti, secondo cui Matteo Salvini e Luigi Di Maio non hanno interesse a rispettare le regole europee perchè il conflitto con Bruxelles li aiuta nei sondaggi, anche in vista delle elezioni europee. Ma ignorano le reali conseguenze di tutto questo. “Vivono sulla Luna. È assolutamente da irresponsabili quello che sta accadendo”.
(da “Huffingtonpost”)
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