Dicembre 29th, 2018 Riccardo Fucile
NEL FUTURO DEL GOVERNO LA CODA AVVELENATA DI UNA MANOVRA ANCORA TUTTA DA SCRIVERE
Il tornio di quello che si è autoproclamato governo del cambiamento ha prodotto un vaso
fragilissimo. Una manovra di cocci.
Perchè l’ultima passata di mano – il via libera sul testo in terza lettura alla Camera – chiude l’iter parlamentare, ma non basta a tenere i pezzi insieme.
Le crepe sono ampie, intercettano piani diversi – dagli equilibri dentro l’esecutivo al prezzo sociale delle misure – ma soprattutto rendono evidente che quel vaso va riposto sul tornio ancora una volta, con tutte le conseguenze, e non poche, che questo continuo e logorante lavoro comporta.
Per il governo come per il Paese. Lo stucco è già fresco. Servirà da subito.
Il Movimento 5 Stelle e la Lega incassano e festeggiano anche se a un passo dal baratro, cioè il 31 dicembre, termine ultimo per evitare l’esercizio provvisorio e quindi l’autocertificazione dell’incapacità di gestire il bilancio dello Stato.
Ma allo stesso tempo il governo sa che è iniziata la stagione forse più difficile, quella della gestione degli effetti che la lunga e controversa genesi della manovra ha prodotto.
C’è un prezzo pagato per portare a casa il risultato – a Bruxelles in primis – e ora che la legge di bilancio si avvia verso la scrivania del capo dello Stato e poi sulla Gazzetta ufficiale bisogna fare i conti con le crepe.
C’è innanzitutto la crepa dentro il governo.
Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ne è diventato il simbolo e le voci che anche oggi ritornano su un possibile addio confermano questo scenario.
Nella contesa tra tecnici e politici, cavalcata dai 5 Stelle, i primi hanno subito una perdita pesante, cioè l’addio di Roberto Garofoli, capo di gabinetto del dicastero di via XX settembre.
Tria, come altri pezzi dell’esecutivo, non sono più inamovibili. Fine del tabù. Rotto dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante la conferenza stampa di fine anno. Sfumato, magari non immediato, ma il tema del rimpasto c’è.
Così come è non escluso un tagliando al Contratto di governo, ad appena sei mesi dall’arrivo a palazzo Chigi e nei Palazzi romani.
A tutto questo si è arrivati anche per le continue fibrillazioni tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio proprio sui contenuti della manovra. Condono sì, condono no. Se io tolgo risorse alla quota 100 allora anche il reddito di cittadinanza deve sgonfiarsi. Litigi, una raffica di vertici, diurni e soprattutto notturni, messaggi e accuse lanciate attraverso tweet e dirette su Facebook.
Un pedinamento, continuo e reciproco, per evitare che l’altro inquilino di governo occupasse la stanza più grande della casa.
Un testo alla fine c’è: riflette, nelle misure messe nero su bianco, un equilibrismo dettato dall’esigenza di accontentare i rispettivi elettorati evitando reciprocamente di farsi male. Non chiude, però, la crepa dentro ai delicati equilibri intergovernativi.
La manovra si è ritrovata addosso un’altra crepa, quella generata dai tempi imposti dal governo al Parlamento. Perchè la compressione dell’esame, nelle commissioni competenti e in Aula, è frutto del ritardo con cui il governo è arrivato a presentare il testo definitivo.
Responsabilità , a sua volta, legata alla retromarcia con l’Europa: dal deficit al 2,4% per tre anni, festeggiato da Luigi Di Maio e i 5 Stelle sul balcone di palazzo Chigi, a un accordo, tra l’altro sotto stretta osservazione, con concessioni onerose, come i 2 miliardi congelati, una vera e propria caparra concessa proprio a Bruxelles.
L’apertura massima di questa crepa è stato il secondo passaggio in Senato.
L’ha raccontato su questo giornale Alessandro De Angelis: “Parlamento umiliato, o, se preferite, sfregiato, violentato, chiuso come una scatola di tonno, altro che trasparenza. Chiamato a votare la manovra in tarda notte, senza neanche il tempo di leggerla. Un ‘marchettificio del cambiamento’, degno di Gava e Pomicino, con soldi sparsi qua e là , tra una mancia a Crotone, una a Reggio Calabria e un bel condono di Natale, su misura per i finti poveri che frodano il fisco, altra tomba dell'”onestà , onestà “.
Un maxiemendamento, cioè la manovra definitiva, presentato la sera del 22 dicembre e votato di notte. Senza che nessuno abbia avuto il tempo di leggerne i contenuti.
E questa crepa si è palesata in immagini eloquenti, quelle delle risse sfiorate in aula, a palazzo Madama così come a Montecitorio durante la terza lettura.
Fogli e interi fascicoli di emendamenti per aria, sedute sospese, toni minacciosi, insulti, parolacce. La manovra ha prodotto anche questo e cioè un Parlamento ridotto a corrida. E anche uno scollamento, forte, tra il governo e il Parlamento, rappresentazione di poteri sì indipendenti ma inseriti ora in uno schema rissoso, desolante se rapportato a quello che dovrebbe essere il senso delle istituzioni.
Di crepe, nel Paese, la manovra ne ha già aperte.
La prima piazza che si è mossa è stata quella, inusuale, degli imprenditori. Il 3 dicembre, alle ex Grandi officine riparazioni di Torino, in centinaia hanno protestato contro il governo e a difesa delle infrastrutture, Tav in testa.
Una mobilitazione importante, con dodici associazioni d’impresa in rappresentanza di 13 milioni di lavoratori e oltre il 65% del Pil.
Poi è arrivata la protesta degli Ncc. Le immagini dei mega raduni intorno a palazzo Madama, proprio mentre dentro si esaminava la legge di bilancio, hanno rappresentato appieno la rabbia che si è generata.
Un’immagine su tutte: una bandiera dei 5 Stelle bruciata. Due giorni fa la stessa sorte è toccata a un fantoccio con il volto di Di Maio. È in corso un effetto domino.
I pensionati hanno manifestato in tutta Italia per protestare contro il taglio delle rivalutazioni degli assegni. I sindacati hanno annunciato una stagione di “mobilitazione e di lotta nelle categorie e sui territori”, preparando così il campo per una grande manifestazione a gennaio.
E in piazza ci andranno anche i medici, il 25 gennaio, così come sono pronti anche gli statali.
Sono i pezzi di quel tessuto sociale che si sente tradito dalle promesse del governo. Sono pezzi trasversali, dall’imprenditore con il Suv al pensionato che percepisce un assegno intorno ai 1.100 euro al mese.
Perchè la manovra bastona la classe dirigente, con l’ecotassa, il possibile aumento di Imu e Tasi sulle seconde case e il taglio alle pensioni d’oro, ma scontenta, e non poco, anche chi si aspettava un taglio delle tasse, cittadino o piccolo imprenditore che sia. Le tasse, invece, aumentano.
Lo dice l’Ufficio parlamentare di bilancio, l’organismo indipendente che vigila sulla finanza pubblica: la pressione fiscale salirà dal 42% del Pil relativo al 2018 al 42,5% del 2019.
‘Ufficio studi del Consiglio nazionale dei commercialisti ha fatto i conti in soldi: 13 miliardi di tasse tra il 2019 e il 2021. Pagheranno il conto soprattutto le imprese, le assicurazioni, le banche e i grandi gruppi dell’economia digitale, ma anche i consumatori e gli enti no profit. Pagano tutti, i più forti come i più fragili.
Poi c’è la crepa dei contenuti perchè il vaso della manovra manca di pezzi fondamentali.
I dettagli per l’operatività del reddito di cittadinanza e della quota 100 per l’uscita anticipata dal mondo del lavoro arriveranno – così promettono Lega e 5 Stelle – a gennaio con due decreti.
Di Maio ha garantito un decreto per cancellare le tasse sul no profit inserite nella manovra. Le norme per gli Ncc viaggiano su un altro provvedimento autonomo.
Per non parlare della miriade di decreti attuativi che serviranno per dare attuazione concreta a molte altre misure previste nella legge di bilancio.
Le schegge della manovra. Se riusciranno ad amalgamarsi all’odierno vaso fragile o, al contrario, se ne deturperanno la fisionomia è la grande incognita che si apre sul governo.
E sul Paese.
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 29th, 2018 Riccardo Fucile
IL CAPOLAVORO DI DIALETTICA POLITICA PER ASPIRANTI DEFICIENTI
Il MoVimento 5 Stelle torna a fare propaganda sulla Manovra del Popolo con un post sul Blog
delle Stelle che è un insulto all’intelligenza degli elettori oltre che un tentativo di abusare della credulità popolare tra i più beceri da quando l’uomo inventò il cavallo.
La raffinata tecnica comunicativa del M5S (LOL) prevede l’utilizzo di giochini di parole, spiegazioni dimezzate, oscuramento dei punti fondamentali di un testo di legge o ragionamenti da asilo infantile.
Mettiamo le virgole ai nove punti dei grillini
In particolare, uno dei giochini preferiti del M5S è scrivere una cosa in un documento ufficiale e poi sostenere di averne fatta un’altra sul Blog delle Stelle.
Un’altra raffinatissima (LOL) tecnica è quella di rispondere “Venerdì” alla domanda “Che ora è?”.
Ne possiamo notare un saggio già nel primo dei “nove semplici punti”:
Notate la costruzione del paragrafo: prima si nega che si pagheranno più tasse e poi si dice un’altra cosa, ovvero che le PMI e le Partite IVA “pagheranno meno”.
Anche un soggetto non particolarmente alfabetizzato comprende che dire “non è vero che si pagano più tasse perchè Giorgio ne pagherà di meno” è una sciocchezza perchè la prima affermazione ha un significato generale e la seconda si riferisce a un particolare settore.
E allora, è vero che si pagheranno più tasse? La risposta è sì.
Prendendo per buono l’aumento della pressione fiscale al 42,4% nel 2019, l’anno prossimo ci sarà un extra gettito per lo Stato di quasi 8 miliardi di euro.
Secondo l’ufficio studi del Consiglio dei commercialisti ci sono anche 600 milioni, nei prossimi tre anni, a carico dei consumatori.
Quasi tutti dovuti all’aumento della tassazione sui tabacchi.
Ma anche le imprese «normali» – non le banche, le assicurazioni o quelle del gioco d azzardo – saranno chiamate a fare la lo parte.
Per loro, sempre in tre anni, il conto è di 2,4 miliardi di euro. Dovuti in larga parte all’abrogazione di Iri, l’imposta sul reddito degli imprenditori, e Ace, l’aiuto alla crescita economica.
Poi ci sono le clausole di salvaguardia IVA. Il governo giura che non le farà scattare ma al momento sono scritte nero su bianco. E per disinnescarle servono 50 miliardi di euro in due anni.
Praticamente due manovre sane per fare in modo che non cambi nulla.
Infine ci sono le tasse locali. Con la Manovra del Popolo gli enti locali tornano in grado di aumentare la tassazione e potete scommetterci che si muoveranno. Nei confronti dei cittadini a cui, ufficialmente, i grillini non aumentano le tasse.
I grillini usano invece una tecnica simile per fornire la loro versione sulle pensioni e sugli investimenti.
Anche qui omettono una parte della realtà (ovvero il fatto che alcuni trattamenti pensionistici verranno tagliati) e cercano di far vivere tutti felici, contenti e fondamentalmente coglionati.
Secondo i calcoli della Spi-Cgil già a partire dai 2500 euro lordi il freno introdotto nella legge di Bilancio peserà 70 euro annui in media, con un taglio di 210 euro nel triennio.
E che così, tecnicamente, i pensionati pagheranno il reddito di cittadinanza o l’adeguamento delle pensioni minime che il MoVimento 5 Stelle si era impegnato ad effettuare attraverso tagli di spese durante la campagna elettorale, ma che poi ha deciso di caricare sulla fiscalità generale (ovvero sugli altri cittadini) oppure a debito, ovvero sui giovani e sui neonati che dovranno pagare i loro debiti negli anni a venire. Va bene togliere ai “ricchi” (si fa per dire) per dare ai poveri, come direbbero i grillini, ma così non è un po’ troppo facile?
E gli investimenti?
La Manovra del Popolo DIMINUISCE gli investimenti pubblici di un miliardo nel 2019 rispetto al 2018.
I conti li ha fatti l’UPB e sono allegati alla Legge di Bilancio che i grillini stanno votando in parlamento.
Nella risposta sul Blog i grillini sostengono che aumentino perchè è programmato un incremento per il 2020 e il 2021 e proprio qui sta l’inghippo: il M5S pretende di dire che le clausole di salvaguardia IVA non esistono perchè verranno sterilizzate l’anno prossimo ma nella legge di bilancio ci sono; poi sostiene che non ci sia un taglio di investimenti quest’anno perchè è programmato che aumentino l’anno prossimo. Ma così non è un po’ troppo facile?
La sagra della supercazzola prosegue nei punti successivi.
Il M5S sostiene che sia falso che si aumentino le tasse agli enti locali perchè “L’agevolazione dell’Ires torna al 24% per gli enti no profit, ma viene compensata in due modi: con la diminuzione dell’Imu sugli immobili produttivi e con le novità sul riporto delle perdite”.
Anche qui va notata la raffinatezza della costruzione della fregnaccia: l’IRES, l’imposta sull’utile, ce l’hanno tutte le ONLUS che sono in utile, ma non tutte le ONLUS hanno immobili o sono in perdita.
E così vi hanno purgato ancora.
In più ieri Di Maio in persona ha fatto marcia indietro sulla questione mentre la povera Laura Castelli cinque minuti prima aveva detto il contrario: “Stiamo parlando della parte del terzo settore che è persona giuridica e non persona fisica e che fa utili e profitti quando teoricamente non dovrebbe farli. Non stiamo tassando la beneficenza ma quella parte di terzo settore che fa utile”.
Una dichiarazione che sembra surreale perchè evidentemente la viceministra senza deleghe (e per questo ha ragione Tria a non dargliele) non sa che l’utile del no profit non può essere distribuito ai soci ma deve essere di nuovo investito in azienda o nell’associazione o nell’ente no profit. E qui ciò che fa ridere è che il M5S neghi quello che Di Maio ha già corretto…
Ma il capolavoro di dialettica politica per aspiranti deficienti che il M5S mette insieme è la risposta all’ultimo punto.
Nei giorni scorsi le opposizioni in parlamento hanno accusato i grillini di aver cancellato i dibattiti sulla manovra con la fiducia dopo aver per anni rotto le scatole urlando all’attentato alla Costituzione quando lo facevano gli altri.
Nel nono punto del loro prontuario per il lavaggio del cervello loro dicono che rispettano la manovra perchè i settori su cui intervengono sono previsti da alcuni articoli della Costituzione.
Quindi è tutto a posto. Insomma, è come se ti dicessero: “Certo che sei proprio stronzo, eh?”, e tu rispondessi: “Sì, ma rispetto al 1995 molto meno!”.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 28th, 2018 Riccardo Fucile
TAGLIATI INVESTIMENTI E FONDI ALLA SCUOLA
La pressione fiscale in Italia nel 2019 sarà in crescita dal 42% al 42,4%: a certificarlo ieri è stato l’Ufficio Parlamentare di Bilancio di Giuseppe Pisauro, ovvero l’ente che aveva contestato prospettive e previsioni di crescita della Manovra del Popolo quando ancora non era stata corretta dall’Europa, segnalando in particolare che le previsioni di crescita del PIL erano irrealistiche.
Ai rilievi dell’ufficio guidato da Giuseppe Pisauro il ministro dell’Economia Giovanni Tria aveva risposto confermando le prospettive di crescita e non ottenendo quindi l’ok dell’UPB alla Manovra.
Il resto è storia: il governo con il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha abbassato le stime di crescita del PIL dopo la trattativa con l’Unione Europea, autosmentendosi in un modo così rumoroso che un responsabile di via XX Settembre dotato di dignità si sarebbe a quel punto dimesso. Tria invece è rimasto al suo posto.
Il presidente dell’Upb, Giuseppe Pisauro, ha affermato ieri in audizione alla Camera che dopo il maxi-emendamento «la portata» della legge di bilancio «viene ridimensionata» anche se le nuove previsioni di crescita all’1% sono ora accettabili. L’Upb vede «un crinale pericoloso», la manovra è «chiaramente recessiva nel 2020-21», anche perchè pesano le mega-clausole Iva.
E il rischio recessione c’è anche nel 2019. Resta poi un «rischio di deviazione» rispetto alle regole europee che ci porta «sempre su un crinale pericoloso». E rispetto al 2018, anno che sconta le misure del governo Gentiloni, la pressione fiscale salirà dal 42 al 42,4%, primo aumento da cinque anni.
L’UPB ha anche certificato i tagli agli investimenti e quelli alla scuola, pari a 4 miliardi di euro nel triennio.
Il Sud è la parte del paese maggiormente penalizzata: si è passati da un massimo di 21,6 miliardi di euro nel 2009 ad un minimo di 10,6 nel 2017.
In pratica si sono persi per strada 60 miliardi per opere pubbliche cruciali per collegare il Sud al resto del Paese e al mondo e aiutare le esportazioni meridionali che continuano a correre con 37 miliardi nei primi nove mesi del 2018 (+7%, più del doppio del Paese dove l’export cresce del 3,1%). E infatti gli investimenti pubblici verranno tagliati di un altro miliardo nella Manovra del Popolo.
Va male anche per la dotazione della scuola.
Che si riduce, a legislazione vigente, di 4 miliardi nel triennio, cioè di circa il 10%. Si passa da 48,3 a 44,4 miliardi nel giro di tre anni, con una riduzione delle risorse sia per l’istruzione primaria (da 29,4 a 27,1 miliardi di euro) che per quella secondaria (da 15,3 a 14,1 miliardi).
A determinare la flessione contribuisce in modo decisivo la riduzione dei fondi per gli insegnanti di sostegno, un miliardo nel ciclo primario, 300 milioni in quello secondario. In compenso si spenderà qualcosa in più per l’Istruzione universitaria (da 8,3 a 8,5 miliardi tra il ’19 e il `21).
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
L’ ORGANO TECNICO IN AUDIZIONE ALLA CAMERA METTE IN GUARDIA GLI ITALIANI: “MANOVRA RECESSIVA”
Dopo il maxiemendamento al Senato “la portata espansiva della manovra viene ridimensionata”, con una riduzione degli investimenti rispetto al 2018.
Lo ha evidenziato il presidente dell’Upb, Giuseppe Pisauro, in audizione in commissione bilancio della Camera. Secondo l’Ufficio, le variazioni introdotte nell’iter parlamentare hanno determinato “un’inversione di segno nell’effetto netto complessivo sulla spesa per investimenti e contributi agli investimenti nel 2019: da un aumento di 1,4 miliardi inizialmente previsto si passa a una riduzione di circa un miliardo”.
Secondo l’Upb inoltre con le nuove modifiche la pressione fiscale salirà nel 2019 al 42,5% del Pil dal 42% del 2018. “Negli anni successivi, se non considerate le clausole che valgono un punto e due, un punto e 5 in più, si arriva al 42,8% nel 2020 e al 42,5% nel 2021, ma sono numeri che vanno un pò verificati.
Il messaggio sostanziale e che c’è leggero aumento che poi rimane stabile. Dal punto di vista politico sarà enorme, dal nostro è mezzo punto”, ha detto Pisauro rispondendo alle domande
Secondo l’Upb, la nuova previsione di crescita del governo “è accettabile, anche se vanno segnalati notevoli rischi al ribasso” a partire da quelli legati all’andamento delle esportazioni e del commercio internazionale.
Le stime del governo e quelle dell’Upb sono allineate per il 2018 intorno all’1%, mentre nel 2019 ci sono divergenze sulla crescita reale (+1% per il governo, +0,8% per l’Upb), “ma siamo allineati su Pil nominale”, ha spiegato. Il quadro è quindi accettabile, anche se “anche il nostro 0,8% è suscettibile di rischi al ribasso”.
Sul nuovo quadro finanza pubblica “il dato preoccupante è quello sul 2020 e sul 2021”, con rischi al ribasso superiori rispetto al 2019.
Pisauro ha ribadito che “i rischi maggiori sono collegati soprattutto alla presenza esaltata dell’aumento futuro dell’Iva”.
La manovra è “chiaramente recessiva nel 2020-21, lo dice anche il governo”, ha chiarito Pisauro. Guardando alle stime dell’esecutivo “diventa restrittiva e prociclica, mentre nel 2019 è ancora leggermente anticiclica”, ha precisato. In ogni caso, secondo il presidente dell’Upb, “non vi è dubbio” che nel 2019 l’Italia corra il rischio di una recessione, anche se è presto per cominciare già ora a parlarne come di una realtà : “La possibilità c’è”
(da agenzie)
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Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
A PARITA’ DI REDDITO UN LIBERO PROFESSIONISTA CHE DICHIARA 64.000 EURO LORDI PAGHERA’ AL FISCO 10.200 EURO IN MENO RISPETTO A UN LAVORATORE DIPENDENTE… E’ LA (IN)GIUSTIZIA SOCIALE DEI SOVRANISTI
Un professionista con compensi annui di circa 64mila euro pagherà 10.200 euro di imposte in meno rispetto a un lavoratore dipendente con un reddito analogo e due figli a carico. Una differenza di 850 euro al mese.
E il risparmio è netto anche in rapporto a un titolare di partita Iva in tassazione ordinaria: 5.300 euro in meno, cioè 440 euro al mese.
Il Sole 24 Ore pubblica oggi un’infografica di Andrea Dili, Coordinatore dell’Assemblea dei presidenti delle Delegazioni regionali di Confprofessioni che spiega come cambia la forbice su tassazione e reddito disponibile:
Per un lavoratore single che guadagna 30mila euro l’anno, il tax rate (tra Irpef e addizionali) è di 4.260 euro più alto rispetto a un professionista nel forfettario con un reddito analogo, cui corrispondono compensi di poco più di 38mila euro.
Anche se il dipendente ha due figli a carico, il divario scende solo a 2.880 euro.
È una differenza ampia e, per alcuni osservatori, non del tutto giustificata neppure considerando l’esclusione del rischio d’impresa.
Di fatto, al nostro dipendente servono altri bonus, ad esempio legati ai lavori in casa: in particolare, per raggiungere la parità di prelievo, dovrebbe aver investito 57mila euro per ristrutturazioni.
Nel caso degli autonomi e degli imprenditori, la possibilità di arrivare a un tax rate inferiore di quello previsto dal forfettario dipende — oltre che da deduzioni e detrazioni personali dalle spese legate alla propria attività (che sono deducibili in via analitica al di fuori del forfait).
Ma, specialmente per i professionisti, è facile che i costi effettivi siano inferiori al 22% dei compensi già riconosciuto dal forfait.
Si spiega anche così il fatto che nei primi nove mesi di quest’anno abbiano scelto il regime forfettario quattro nuove partite Iva su dieci (il 39,7%, cioè 160.851 contribuenti).
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 24th, 2018 Riccardo Fucile
“VOTATA SENZA REGOLE, INTERVENGA IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA”
“Il Parlamento e la Costituzione sono stati violentati. Tocca al presidente della Repubblica e ai
cittadini reagire nelle forme consentite”. E’ durissimo il giudizio di Ugo De Siervo, ex presidente della Consulta, dopo il voto al Senato della manovra del governo.
E aggiunge che un ricorso alla Consulta sollevando un conflitto di attribuzione come annunciato dal Pd, non è possibile: “No, assolutamente. Anche se ci sono motivi gravi di allarme istituzionale – ha sottolineato De Siervo – non è questa la via che può essere seguita, per la semplice ragione che i conflitti intervengono tra i poteri supremi dello Stato. E un partito non rientra nella categoria dei poteri che finora hanno potuto compiere un passo del genere”.
Per De Siervo la discussione sulla manovra viola l’articolo 72 della Costituzione, che ammette i casi di urgenza: “Non ci può rientrare – ha spiegato l’ex presidente della Consulta – con questo tipo di legge. Una legge di 270 pagine non può essere tutta urgente. Così si produce un danno molto più grave dei tanti decreti legge giganteschi approvati negli anni passati, che sono piccola cosa rispetto al mostro giuridico di questa legge finanziaria”.
(da agenzie)
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Dicembre 24th, 2018 Riccardo Fucile
“LA MANOVRA RISCHIA DI FARCI ANDARE CONTRO IL MURO”
“Una follia che rischia di farci andare contro un muro, si vede che Di Maio e Salvini non hanno
mai lavorato in vita loro e non hanno alcuna esperienza di governo”.
A bocciare senza appello la manovra è l’ex ministro del Pd Carlo Calenda intervistato da ‘La Stampa’ che sottolinea la negatività dei “tagli agli investimenti” e le “clausole di 23 miliardi sull’Iva” che tradiscono “la volontà di andare al voto dopo le Europee”.
Unica cosa buona, aver scongiurato la procedura d’infrazione.
La crescita però “andrà a zero” e le coperture “sono fragili: se non si riescono a fare le dismissioni promesse e i tagli alla spesa, vedo il rischio di una manovra correttiva in primavera”.
“Hanno fatto i bulli per il 2,4% facendo impennare lo spread, ributtando l’Italia indietro, bloccando gli investimenti e perdendo 96mila posti di lavoro, per poi farsi infliggere condizioni capestro”.
Per quanto riguarda invece l’opposizione e il Pd Calenda ribadisce l’impegno a “cercare di costruire un grande fronte democratico” ma c’è l’incognita, la “tentazione del Pd di tornare indietro, arroccarsi e magari negoziare un’alleanza con M5s. Zingaretti ha smentito e gli credo ma occorre un progetto ampio che non chiuda il Pd in un perimetro ristretto e perdente”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 24th, 2018 Riccardo Fucile
DICONO DI AVER SCONFITTO LA POVERTA’ E PENALIZZANO I BISOGNOSI.. IL TERZO SETTORE AIUTA 2 MILIONI DI BAMBINI IN SOFFERENZA
La manovra del Popolo che per finanziare le marchette degli amici aumenta le tasse a chi si occupa di disabili, disagio giovanile e povertà .
Un capolavoro.
”Negano il futuro ai bambini e applaudono. E’ una misura assurda si va a tassare chi, come le fondazioni che erogano oltre un miliardo all’anno, cerca di fare del bene”.
E’ netto Giuseppe Guzzetti presidente dell’Acri e di Fondazione Cariplo nel bollare negativamente la decisione di raddoppiare le tasse a chi opera nel no profit. ” non si può entrare nel dettaglio della manovra perchè ancora non abbiamo il testo – ha detto – ma è chiaro che se si aumentano le tasse il settore del no profit diminuisce l’attività ”.
Un danno difficilmente quantificabile per la portata sociale enorme di questo comparto nel nostro Paese.
Tradotto in attività quotidiane, significa per Guzzetti fare di meno per ”i disabili, il disagio giovanile, la povertà familiare, la povertà infantile; no, non è quantificabile con una cifra”.
*Quello che è sicuro che a rimetterci saranno i più deboli: ”non si gioca con la fame o la povertà , si può tassare di tutto, ma non i bambini, perchè significa negargli il futuro”
Guzzetti ricorda che solo a Milano la Fondazione è impegnata ”in un programma triennale su 21 mila famiglie povere, con bambini che soffrono la fame, il nostro obiettivo è quello di tirarli fuori da questa situazione”.
Numeri che replicati su scala nazionale rendono ancora più incomprensibile la misura approvata dal Senato: ”l’Istat dice che i bambini in sofferenza sono 1 milione e 300mila ma è una stima a ribasso perchè la Caritas parla di cifre di gran lunga maggiori”. Ossia quasi due milioni
Il quadro che si figura dunque appare ”drammatico. Dicono di aver sconfitto la povertà e compiono azioni che vanno a far male alla gente in difficoltà e applaudono. Non si rendono conto che gran parte di questi bambini poveri poi se li ritroveranno tra quelli che non studiano e non cercano lavoro. Solo in Lombardia sono 260mila. E’ inutile raccontarsi delle frottole se poi si va a incidere negativamente su anziani, disperati, disabili”.
Ma quello che più stupisce Guzzetti è l’attegiamento del governo: ”alla giornata mondiale del risparmio il ministro ha dichiarato pubblicamente, che sarebbe stato rifinanziato per i prossimi tre anni il credito d’imposta che ha permesso di aiutare 400mila bambini poveri, ebbene nella finanziaria la norma non c’e”.
(da Globalist)
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Dicembre 23rd, 2018 Riccardo Fucile
IL REDDITO DI CITTADINANZA SARA’ TAGLIATO PER 700.000 PERSONE
Mentre Roberto Garofoli presenta le sue dimissioni, il MoVimento 5 Stelle scatena un’altra offensiva contro i tecnici del ministero dell’Economia in occasione della presentazione del maxiemendamento alla Manovra del Popolo.
Nel mirino stavolta c’è Daniele Franco, Ragioniere dello Stato che oggi è definito “canarino nella miniera”. Ma il M5S una ragione per il suo nervosismo ce l’ha. E si può spiegare in tre parole: reddito di cittadinanza.
E il motivo è che ballano ancora oltre 600 mila persone.
Il decreto arriverà a gennaio, assieme a quello di Quota 100 e non è detto che alla fine non si opti per la partenza a giugno come proposto dal Tesoro per risparmiare qualche miliardo necessario a tutelare la platea dei beneficiari.
Ma un cospicuo numero di aventi diritto potenzialmente oggi potrebbero rimanere fuori perchè ci sarà un’altra limatura necessaria dopo il congelamento di due miliardi di euro di spese voluto dalla Commissione Europea e accettato da Lega e M5S per non subire la procedura d’infrazione.
La limatura che si rende necessaria per far quadrare i conti va a cozzare con le scadenze elettorali grilline: a maggio ci sono le elezioni europee e il M5S sperava di arrivarci con la sua misura-simbolo già attuata per cogliere nelle urne i dividendi elettorali del provvedimento.
Ma non è ancora sicuro che sarà così proprio per lo scoppio della grana nella Manovra del Popolo.
Per questo il M5S è partto all’attacco dei tecnici del ministero del Tesoro e adesso vuole la testa di Franco, che però è considerato da Bruxelles come l’uomo che garantisce per Roma e se saltasse lui, salterebbe l’intero impianto di pace faticosamente costruito dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte con l’avallo di Salvini e Di Maio, che l’hanno mollato soltanto quando si è trattato di annunciarlo come tutti i coraggiosoni.
Venerdì notte è andato in scena un vertice segreto tra le forze della maggioranza e il premier in cui Lega e MoVimento 5 Stelle se ne sono dette di tutti i colori.
Ancora ieri mattina, racconta Repubblica, la battaglia si era combattuta a colpi di “manine”.
I leghisti che piazzano un loro comma nel maxiemendamento con incentivi per gli inceneritori e i 5stelle che lo tolgono inserendo uno loro per alcuni finanziamenti per Taranto, città “tradita” sull’Ilva, salvo poi ritirarlo.
Le vere scintille sul cosiddetto “saldo e stralcio”, ritenuto una sanatoria fiscale mascherata da Di Maio. Il sottosegretario del Carroccio Armando Siri pronto a incatenarsi al grido di «non è un condono, serve alla povera gente con Isee fino a 20 mila euro» e il vicepremier Salvini che alla fine impone la norma nel testo finale.
I due decreti su reddito e quota cento arriveranno invece «a inizio gennaio», è l’annuncio. La manovra passerà al voto finale della Camera ma per i leader dei due partiti da oggi è già campagna per le Europee.
(da “NextQuotidiano”)
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