Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
LA CONVERSAZIONE INTERCETTATA CIRCA LA VENDITA A PREZZO DI FAVORE DELLA CASA
C’è anche la voce di Roberto Formigoni nelle intercettazioni della Procura di Milano. 
Non perchè i suoi numeri siano stati messi sotto controllo, ma per la vendetta di un suo ex assessore.
È Massimo Buscemi, marito della figlia di Pierangelo Daccò, Erika, che il 28 ottobre 2011 va nell’ufficio del presidente della Regione Lombardia e fa partire dal suo cellulare una telefonata a Patrik Gonnella, il fidanzato della sorella di Erika, Monica Daccò.
Così tutto il colloquio finisce registrato.
Buscemi è infuriato per essere stato sacrificato: Formigoni, tre mesi dopo l’arresto di Daccò, ha fatto un mini-rimpasto di giunta per potergli togliere l’assessorato alla cultura e dimostrare di aver tagliato i ponti con gli uomini più vicini al superfaccendiere.
Non ci sta a fare il capro espiatorio, lui che è stato più volte sulle barche di Daccò in compagnia di Formigoni. Protesta: “Esco dalla giunta in malo modo, sono lo zimbello di tutti… Non è possibile, Roberto, cioè io vengo a guadagnare 2.500 euro in meno in questo periodo qua in cui abbiamo tutto bloccato”.
Il riferimento è ai beni della famiglia Daccò congelati dall’inchiesta giudiziaria.
Buscemi, per spaventare Formigoni, dice una cosa non vera: “Adesso Erika l’hanno chiamata in tribunale, perchè le chiederanno com’è quella storia della casa, vogliono sapere conto e ragione e come mai così poco… Tre milioni, contro 9/10 milioni di valore commerciale! No guarda, siamo nella merda fino a qua!”.
La “storia” è quella della villa in Sardegna, venduta a prezzo di favore da Daccò ad Alberto Perego, alter ego di Formigoni.
Il presidente non si scompone: “Ho le fonti”.
Buscemi replica: “Ce le ho anch’io le fonti… le nostre fonti sono richieste ufficiali di verifiche che stanno facendo… Stanno indagando su Erika, le hanno sequestrato tutto”.
Formigoni: “Il problema, siccome mi sono impegnato a risolverlo, lo risolviamo…”.
La conversazione dimostra un paio di cose pesanti.
La prima è che la villa è di fatto riconducibile a Formigoni (il quale ci ha messo 1 milione di euro, che sostiene di aver prestato all’amico Perego).
La seconda che il prezzo pagato è molto più basso di quello reale.
“Dal contenuto del dialogo, è evidente”, commentano gli investigatori, “che Formigoni nè ha disconosciuto l’operazione, nè contestato le cifre espresse da Buscemi… Emerge come i due interlocutori abbiano la consapevolezza che il prezzo concordato (…) sia considerevolmente al di sotto del suo effettivo valore di mercato”.
In più, Buscemi ha “la cosciente consapevolezza di interloquire con il reale beneficiario economico dell’operazione o quantomeno uno dei beneficiari”.
Gli investigatori parlano di “condotta intimidatoria di Massimo Buscemi nei confronti di Roberto Formigoni”, di “atteggiamento ricattatorio con specifico riferimento alla sua richiesta di ottenere un nuovo incarico politico che sia oltretutto adeguato e corrispondente alle sue necessità economiche”.
Lo fanno anche a proposito di due intercettazioni del 17 aprile 2012. Buscemi parla al telefono con il senatore Mario Mantovani, coordinatore lombardo del Pdl.
Non gli è piaciuto che il presidente, in un programma tv condotto da Gad Lerner, abbia nella sostanza dato del “Giuda” al suocero Daccò (“Anche Gesù ha sbagliato nella scelta di uno dei collaboratori”, aveva detto Formigoni).
Nella prima telefonata, Buscemi dice a Mantovani che alle 15 andrà dal presidente, col quale “andrà giù pesante”.
Nella seconda telefonata, gli racconta l’incontro. Gli dice che quel “Giuda” non è piaciuto “a nessuno, tanto meno alla famiglia”. Gli fa capire che, in cambio dell’assessorato perso, vuole un’altra poltrona pubblica.
“Gli ho detto io ho ancora la faccia tagliata, per cui non vengo più, io qui non ci vengo più fino a che non mi metti a posto la mia situazione, trova quello che vuoi (…). Pensa a quello che può evidentemente salvare il mio conto perchè io, ho detto, la mia pazienza è qui terminata, la mia lealtà e la mia riservatezza continuano, ma certamente non puoi abusare della mia posizione. Lui era molto scosso”.
“Alla fine mi ha tirato fuori la presidenza di questa società della Fiera che è Miart (…), però gli ho detto fai la conferenza stampa al mio fianco e annunci al popolo che questa cosa è una cosa straordinaria. Lui ha preso nota di tutto e ha detto che lo fa”.
Gianni Barbacetto e Antonella Mascali
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Formigoni | Commenta »
Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
“IL FATTO” PUBBLICA UNA INFORMATIVA DELLA POLIZIA GIUDIZIARIA DI MILANO SUI REGALI ELARGITI DAL FACCENDIERE ARRESTATO AL GOVERNATORE DELLA LOMBARDIA
Sarebbero circa 9 i milioni di euro spesi per Roberto Formigoni e il suo entourage da Pierangelo Daccò, il faccendiere in carcere per le inchieste sulla Fondazione Maugeri e il San Raffaele: a fare il conto è il Fatto quotidiano, che cita una informativa segreta della polizia giudiziaria di 200 pagine inviata al procuratore aggiunto Francesco Greco e ai pm Luigi Orsi, Laura Pedio, Gaetano Ruta e Antonio Pastore.
Nell’articolo si legge di 20 milioni movimentati da Daccò e da Antonio Simone, anche lui in carcere.
Di 11 milioni non si sarebbe potuta verificare la destinazione, mentre 4 milioni sarebbero lo sconto “di cui hanno goduto Formigoni e Perego, a cui Daccò ha venduto una villa in Sardegna”, 3,7 milioni sarebbero andati per acquistare imbarcazioni di lusso e per mantenerle dal 2007 al 2011, 800mila euro per vacanze e biglietti aerei, 70mila euro per il meeting di Cl, mezzo milione per eventi e incontri in ristoranti rinomati “con Formigoni e altri politici, dirigenti e funzionari della sanità lombarda, dirigenti di strutture sanitarie pubbliche e private”.
Nell’elenco ci sono anche 600mila euro transitati dal conto Ramsete della Maugeri al centro Sikri di Daccò: soldi che sarebbero stati ricevuti per la campagna elettorale del Pdl per le regionali del 2010, ma che Daccò dice di aver tenuto per sè.
“Mera dichiarazione di circostanza – scrivono gli investigatori in un passaggio citato dal Fatto – per non coinvolgere l’amico politico”.
argomento: Formigoni | Commenta »
Luglio 16th, 2012 Riccardo Fucile
GLI SVILUPPI DELLE INDAGINI SULLA FONDAZIONE MAUGERI CHE AVEVANO PORTATO IN CARCERE ANCHE DACCO’, IL FACCENDIERE DELLE VACANZE PAGATE A FORMIGONI
Sono in corso da parte della Polizia giudiziaria della Procura di Milano sequestri di beni immobili e quote di società italiane ed estere per oltre 60 milioni di euro nell’ambito dell’inchiesta sul caso Maugeri.
I beni sono stati sequestrati alle cinque persone arrestate lo scorso aprile: fra loro c’è anche Pierangelo Daccò, il faccendiere vicino a Comunione e liberazione che avrebbe pagato le vacanze del governatore lombardo Roberto Formigoni. Il quale si è limitato a commentare la vicenda con un “non ne so nulla, ho letto solo la notizia”.
Fra i beni figurano anche ville, hotel, quote di alcune società italiane ed estere e Amerika, il lussuoso fuoribordo Ferretti Navetta 33 appartenente alla flotta messa a disposizione da Daccò al governatore Formigoni per le sue vacanze.
L’imbarcazione è attualmente ormeggiata nel porto di Ancona. Nel mirino degli inquirenti anche un migliaiobottiglie di vini pregiati per un valore di acquisto superiore ai 300mila euro, che lo stesso Daccò aveva depositato presso la cantina del noto ristorante milanese Sadler (estraneo comunque alla vicenda).
I provvedimenti sono stati disposti dal gip Vincenzo Tutinelli, il quale ha accolto la richiesta dei pm Luigi Orsi, Laura Pedio, Gaetano Ruta e Antonio Pastore.
Il gip ha sequestrato al faccendiere anche un immobile in via Melchiorre Gioia, quattro a Sant’Angelo Lodigiano, uno a Bonassola, quattro terreni a Bonassola, una villa a Schina Manna (in Sardegna) e 11 conti correnti.
A Umberto Maugeri, l’ex presidente del cda della Fondazione Maugeri dimessosi dopo l’ordine di custodia cautelare agli arresti domiciliari, sono stati invece sequestrati 14 conti correnti, una casa in via Bainsizza 2 a Milano, una villa a Venezia e una Mitsubishi, oltre ad altri 4 appartamenti a lui riconducibili tramite la Modrone società semplice.
Sigilli anche alle quote di capitale di Maugeri nella società .
L’inchiesta ipotizza l’esistenza di un’associazione per delinquere transnazionale finalizzata a reati tra cui il riciclaggio e reimpiego di denaro di provenienza illecita, l’appropriazione indebita pluriaggravata ai danni della Fondazione Maugeri, la frode fiscale, l’emissione di fatture per operazioni inesistenti.
In particolare le indagini hanno permesso di scoprire oltre 70 milioni di euro di fondi neri all’estero accumulati in alcuni anni.
Ricostruiti anche flussi finanziari illecitamente sottratti alla Fondazione Maugeri e transitati nella rete di conti correnti e società estere costituiti anche in Paesi off-shore.
Da qui la decisione del sequestro preventivo “del profitto dei reati contestati anche ‘per equivalente’ laddove non sia possibile reperire le somme direttamente pertinenti il reato”.
All’ex assessore regionale lombardo dc Antonio Simone, arrestato nell’inchiesta sulla Fondazione Maugeri, viene contestato un riciclaggio da oltre dieci milioni di euro e un milione 300mila dollari. Simone, si legge nel decreto, “trasferiva denaro (proveniente dai reati di appropriazione indebita ai danni della Maugeri) per un importo di circa dieci milioni e un milione 300mila dollari”.
E “compiva in relazione a esso – si legge sempre nel decreto – altre operazioni in modo da ostacolare l’identificazione della sua provenienza delittuosa, facendo transitare tali somme su conti correnti riferibili a lui personalmente o a sue società in forza di falsi contratti di consulenza, così da disperderne le tracce”.
A Simone sono stati sequestrati due conti correnti, quote societarie per 20mila euro e un’abitazione a Schinna Manna (Olbia).
Emilio Randacio
(da “La Repubblica”)
argomento: Formigoni | Commenta »
Luglio 13th, 2012 Riccardo Fucile
L’ACCUSA: HA DIFFAMATO I RADICALI…LA VICENDA E’ QUELLA DELLE FIRME FALSE PER LA PRESENTAZIONE DELLA SUA LISTA PER LE REGIONALI
Il pm milanese Mauro Clerici ha chiesto la condanna a 1 anno di reclusione del
presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, senza attenuanti generiche, per aver diffamato in conferenze stampa i Radicali della lista Bonino-Pannella, nelle persone del candidato alle elezioni regionali 2010 Marco Cappato e di Lorenzo Lipparini, attribuendo loro di aver partecipato, con manipolazioni in Tribunale, a una macchinazione finalizzata a escludere il centrodestra dalle elezioni regionali lombarde 2010.
«È una cosa scandalosa e ridicola nello stesso tempo». Lo ha dichiarato il presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni.
«Ma i radicali – ha aggiunto – non sono un partito? Non fanno politica? Bene! Le polemiche tra politici sono sempre state giudicate insindacabili».
«Negli anni – ha proseguito Formigoni – ho richiesto più volte alla Procura di procedere contro diversi colleghi politici o partiti, da Umberto Bossi, ai Radicali stessi, all’Italia dei Valori, etc. Non hanno mai dato seguito alle mie richieste (neppure nel caso di accuse offese gravissime a me rivolte), ma mi hanno detto che le polemiche tra politici si devono risolvere tra politici».
«Ora – ha concluso il presidente lombardo – c’è un Pm che cambia idea e decide che è la procura a poter sindacare nelle polemiche tra politici. Ma sono fiducioso che anche in questo caso alla fine ci sarà un giudice a Berlino
La pena è quella minima una volta che — come in questo caso — il pm ritenga l’imputato non meritevole delle attenuanti generiche.
I radicali, costituitisi parte civile con l’avvocato Giuseppe Rossodivita, si sono associati e hanno chiesto che il Tribunale condanni Formigoni anche a risarcirli con 250.000 euro di danni. Il processo in corso, nel quale arringa difensiva e sentenza sono previste in ottobre, è la conseguenza del boomerang per Formigoni della reazione un anno fa all’emergere di firme false nella presentazione della sua lista alle elezioni regionali 2010, irregolarità fatte rilevare all’epoca proprio dai Radicali.
In dichiarazioni a quattro quotidiani, il 5 marzo 2010 Formigoni non solo si difese ma si azzardò a ribaltare le accuse, addebitando ai Radicali d’aver «potuto compiere qualsiasi atto manipolativo, compresa la sottrazione di documenti» in Tribunale; in particolare avanzò il sospetto che, essendo «rimasti 12 ore da soli con in mano penne e borse» a controllare i registri, avessero «potuto manipolare le liste, correggerle, spostare i documenti come volevano», al punto che «51 certificati, a una prima verifica segnalati come presenti, dopo la visita dei Radicali non c’erano più».
Questa ricostruzione per il pm si è rivelata falsa.
Come le 926 firme effettivamente false senza le quali le sue liste nel 2010 non avrebbero potuto presentarsi al voto e raccogliere 2 milioni e 700.000 suffragi contro il candidato pd Filippo Penati: per questa vicenda il procuratore aggiunto Alfredo Robledo ha chiesto una settimana fa il rinvio a giudizio di un nugolo di consiglieri provinciali pdl, dell’allora responsabile elettorale pdl Clotilde Strada, e (come istigatore) dell’allora coordinatore del Pdl e attuale presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà .
Una troupe del telegiornale de La7 ha chiesto ma non ha ottenuto di riprendere la requisitoria a carico di Formigoni: nel processo, infatti, il Tribunale non ha ammesso tv e radio perchè la difesa di Formigoni ha dichiarato alla giudice Carmen D’Elia di non voler prestare il proprio consenso, così impedendo anche la sola registrazione delle udienze richiesta da Radio Radicale
Luigi Ferrarella
(da “Il Corriere della Sera”)
argomento: Formigoni | Commenta »
Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
CHIESTO IL RINVIO A GIUDIZIO DI ALTRE NOVE PERSONE, TRA CUI LA COLLABORATRICE DI NICOLE MINETTI
Il 12 ottobre inizierà l’udienza preliminare a Milano per il caso delle firme false presentate
per consentire alle liste Pdl di partecipare alle elezioni amministrative del 2010.
La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio del presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà , in qualità all’epoca di coordinatore regionale lombardo del Pdl, perchè sarebbe stato il promotore della presunta falsificazione delle firme a sostegno della lista di Roberto Formigoni e di quella provinciale del Pdl per le regionali del 2010.
Il procuratore aggiunto, Alfredo Robledo, ha chiesto il processo per altre nove persone, tra cui Clotilde Strada, all’epoca responsabile della raccolta firme del partito e che è stata anche collaboratrice della consigliera regionale Nicole Minetti.
L’accusa per l’attuale presidente della Provincia di Milano è quella di falso ideologico.Le firme, stando alle indagini, sono state riconosciute come fasulle dalle persone il cui nome risultava posto a sostegno della lista, ma che hanno detto agli inquirenti di non avere mai firmato.
L’indagine era stata chiusa a fine aprile quando era emerso il coinvolgimento di Podestà .
L’udienza, per Podestà e alcuni consiglieri, si terrà davanti al giudice Stefania Donadeo.
L’ipotesi accusatoria è che che siano state falsificate molte firme e precisamente 608 per le elezioni regionali, per cui era candidato alla poltrona di governatore Roberto Formigoni, e 308 per le provinciali, per cui era candidato proprio Podestà .
Le firme erano necessarie per la presentare la lista regionale “Per la Lombardia ” e quella provinciale “Il popolo della Libertà — Berlusconi per Formigoni”.
La maggior parte dei presunti sottoscrittori, che sono stati ascoltati dagli investigatori dell’Arma dei carabinieri, non hanno riconosciuto le loro firme oppure hanno dichiarato di averle apposte, ma per altre liste elettorali.
A mettere nei guai il presidente è stata proprio Strada che ha raccontato come andò. “Podestà mi disse: ‘avete i certificati elettorali usateli’. Del resto sarebbe difficile sostenere il rinnovo dei contratti se ci saranno problemi sulla presentazione delle liste.
Nonostante tutti gli sforzi, giunti verso le 18 non si era raggiunto il minimo di firme necessario per la presentazione delle liste. Non sapendo cosa fare chiamai Podestà , essendo lui il responsabile politico, e gli rappresentai la situazione per la quale mancavano le firme. Podestà mi chiese se io ritenessi vi fosse la necessità della sua presenza in sede, cosa che io gli confermai subito. Venne in sede due ore dopo — è la ricostruzione della ex collaboratrice di Nicole Minetti — intorno alle venti, mentre tutti noi stavamo mangiando qualcosa in sede. Podestà si sedette insieme a me e alle altre persone presenti, chiacchierando. Poi si alzo’ per andarsene. Io lo fermai nel corridoi e gli chiesi indicazioni su cosa fare, poichè non si era raggiunto il numero di firme necessario e non c’era più tempo di farlo, unico motivo per cui gli avevo chiesto di venire in sede. Gli ribadii che ormai avevamo raschiato il fondo del barile delle nostre possibilità e che certamente non eravamo in grado di raccogliere le firme necessarie”. A questo punto, stando al racconto della Strada, Podestà avrebbe consigliato di usare i certificati elettorali, anche in vista dell’imminente scadenza dei contratti dei collaboratori del partito, il 30 agosto 2010.
”Tornai nella sala riunioni dove c’erano gli altri, ivi compresi i consiglieri provinciali rimasti, Mardegan, Martino, Turci e Calzavara. Dissi loro che Podestà aveva detto di usare i certificati elettorali, e a quel punto ciascuno dei consiglieri ha preso gli elenchi, compilandoli con le generalità delle persone e apponendone invece loro le firme e poi autenticandole”.
“Ovviamente — conclude la Strada — a questa compilazione degli elenchi parteciparono anche altri presenti, ma non sono in grado di dire chi, perchè c’era un notevole via vai, mentre io, dopo avere trasmesso ai consiglieri e agli altri le direttive di Podestà , mi sono recata nella stanza del coordinatore regionale per raccogliere gli elenchi che cominciavano ad arrivare dalle altre province”.
argomento: Formigoni, Milano, radici e valori | Commenta »
Giugno 23rd, 2012 Riccardo Fucile
SOTTO LA LENTE DEGLI INQUIRENTI I BENEFIT MESSI A DISPOSIZIONE DEL GOVERNATORE (YACHT, CENE, VACANZE) E IL PRESUNTO PASSAGGIO DI DENARO DA UN’AZIENDA SANITARIA PRIVATA PER LA SUA CAMPAGNA ELETTORALE
Il governatore della Lombardia Roberto Formigoni è indagato nell’inchiesta della Procura di
Milano sui 70 milioni di euro che il polo privato della sanità Fondazione Maugeri ha pagato negli anni al consulente-mediatore Pierangelo Daccò.
La notizia è stata pubblicata sul Corriere della Sera.
Le ipotesi di reato, riporta il quotidiano, sarebbero due: corruzione per la somma dei benefit ricevuti da Daccò e finanziamento illecito per oltre mezzo milione di euro relativi alle elezioni regionali 2010.
La notizia è stata poi confermata all’Ansa che ha aggiunto che la contestazione per corruzione è formulata in concorso con Daccò.
Formigoni ribatte così: ”Provo serenità e tranqullità d’animo, non solo oggi ma sempre”. E ancora: “Non ho nessuna notizia di questa indagine, la notizia ad oggi è destituita di ogni fondamento”. Il presidente della Regione Lombardia ha chiesto al Corriere della Sera ”un’immediata smentita”.
L’inchiesta.
Il finanziamento elettorale illecito, sottolinea il Corriere, sarebbe provenuto da un’azienda sanitaria privata in vista della campagna di Formigoni per le Regionali lombarde.
L’ipotesi di reato di corruzione farebbe invece riferimento ai benefit di ingente valore patrimoniale — vacanze, soggiorni, utilizzo di yacht, cene di pubbliche relazioni a margine del Meeting di Rimini, termini della vendita di una villa in Sardegna a un coinquilino di Formigoni nella comunità laicale dei Memores Domini — messi a disposizione del governatore dal mediatore Daccò.
Le ipotesi di reato di corruzione e finanziamento illecito sono del tutto inedite, come evidenzia il Corriere della Sera.
Sono spuntate nell’ultimo giro di interrogatori alcuni dei quali sono stati secretati. Tra questi quelli di Daccò. In ogni caso, per quanto se ne sa, nè il “mediatore” nè Simone avrebbero fatto ammissioni.
Sospetti anche sulle delibere di giunta.
Ci sono anche alcune delibere varate dalla Giunta regionale nel corso degli anni “nell’interesse” della Fondazione Maugeri alla base delle accuse mosse dalla Procura al presidente Formigoni. In particolare, secondo quanto scrive l’Ansa, i pm milanesi sono arrivati ad ipotizzare nei confronti del governatore la corruzione anche analizzando una serie di provvedimenti “complessi” che hanno ritoccato al rialzo i cosiddetti “drg”, acronimo che sta per “Raggruppamenti omogenei di diagnosi” con il quale si indica il sistema di retribuzione degli ospedali per l’attività di cura, introdotto in Italia nel 1995. Tra i beneficiari di questi rialzi, tra varie strutture sanitarie, rientrava proprio la Fondazione Maugeri.
Per gli inquirenti, questa è l’ipotesi, tali delibere di giunta sulla maggiorazione dei rimborsi sarebbero state la contropartita dei benefit di lusso, come i viaggi esotici e le vacanze su mega yacht, e di “altre utilità ” pagate da Daccò, come da lui stesso a messo a verbale, a Formigoni e al suo entourage.
Questi provvedimenti approvati dalla giunta Formigoni hanno cominciato ad essere affrontati negli ultimi interrogatori e, in particolare, da quanto si è saputo, in quelli resi da Costantino Passerino, l’ex direttore amministrativo della Fondazione arrestato lo scorso 13 aprile assieme, tra gli altri, all’ex assessore regionale Antonio Simone, amico personale del governatore come Daccò.
Le parole di Daccò.
Chiaro che proprio le parole di Daccò abbiano avuto un peso specifico particolare, come rileva il Corriere: Daccò aveva parlato di “aprire le porte in Regione Lombardia”, aveva detto di sfruttare “la mia conoscenza personale con Formigoni per accreditarmi presso i miei clienti”, di muovere «nell’ente pubblico le leve della discrezionalità » cruciali per il riconoscimento agli ospedali delle «funzioni non coperte da tariffe predefinite», cioè del capitolo (pari al 7% del bilancio della sanità per quasi 1 miliardo l’anno) parametrato su attività d’eccellenza e di ricerca in aggiunta ai normali rimborsi delle prestazioni erogate ai pazienti.
Durante l’inchiesta, nata come costola del crac dell’istituto San Raffaele, sono state arrestate finora 7 persone per accuse di vario tipo: associazione a delinquere aggravata dal carattere transazionale e finalizzata al riciclaggio, appropriazioni indebite pluriaggravate, frode fiscale ed emissione di fatture per operazioni inesistenti.
Tra le persone finite in carcere due persone ritenute molto vicine al presidente della Regione Lombardia: uno è, per l’appunto Daccò, in cella da novembre, legame tanto stretto che i due hanno passato insieme molti periodi di vacanza; l’altro è Antonio Simone, in carcere dalla scorsa primavera, ex assessore regionale della Dc nei primi anni Novanta, coinvolto nella prima fase di Tangentopoli e infine riemerso come imprenditore immobiliare e consulente del settore della sanità . Simone, peraltro, è un compagno della prima ora di Formigoni, visto che entrambi sono tra i fondatori di quel Movimento popolare, “braccio politico” tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta di Comunione e Liberazione.
La lunga difesa di Formigoni.
Il presidente Formigoni ha più volte respinto qualsiasi ipotesi di coinvolgimento nelle vicende giudiziarie che hanno travolto la sanità della Lombardia e in particolare due colossi come l’Istituto San Raffaele e la Fondazione Maugeri.
L’ultima volta il governatore lombardo ha ribadito che tutte le inchieste riguardavano rapporti tra privati, che nessuna figura pubblica (politica o tecnica) era coinvolta e che Daccò non ha avuto vantaggi dalla Regione per il solo fatto di essere suo amico.
All’inizio di questa vicenda Formigoni aveva spiegato anche di aver solo fatto con Daccò «vacanze di gruppo» ai Caraibi, dove ogni componente della comitiva pagava qualcosa.
Ha fatto il giro di giornali online e tv la conferenza stampa in cui Formigoni diceva di dover controllare le sue agende o le ricevute (salvo poi non trovare verifica) per i rimborsi.
Successivamente Formigoni aveva precisato che «non c’era stato bisogno di alcun conguaglio» con Daccò.
Infine la vicenda della villa in Sardegna.
Il presidente della Lombardia ha spiegato che ha “potuto accumulare risparmi per un milione di euro che ho prestato a un amico» (cioè Alberto Perego) per comprare la villa venduta per 3 milioni a Perego da Daccò due settimane prima del suo arresto.
In Regione non è indagato nemmeno un usciere, aveva ripetuto Formigoni. Ma dopo l’ex dirigente alla Programmazione sanitaria Alessandra Massei, la scorsa settimana è finito sotto inchiesta (e perquisito) anche il direttore generale dell’assessorato alla sanità , Carlo Lucchina.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Formigoni, Giustizia | Commenta »
Giugno 14th, 2012 Riccardo Fucile
BLITZ DELLA GUARDIA DI FINANZA ALL’ASSESSORATO REGIONALE E IN DIVERSI OSPEDALI….”ACCORDI PER PILOTARE L’ASSEGNAZIONE DI PROGETTI AD ALTO CONTENUTO TECNOLOGICO….VENTOTTO INDAGATI
Per presunte irregolarità nell’assegnazione di progetti di sperimentazione clinica, la guardia di
finanza ha effettuato una ventina di perquisizioni: nel mirino anche alcune aziende ospedaliere.
Gli indagati sono 28: fra loro c’è il potente direttore generale della sanità lombarda Carlo Lucchina, braccio destro del governatore Roberto Formigoni, sotto inchiesta per turbativa d’asta.
Le perquisizioni sono state effettuate anche all’ospedale Niguarda a Milano e in quelli di Lecco, di Busto Arsizio e Saronno.
L’inchiesta, nella quale sono indagate una trentina di persone – nei confronti delle quali sono ipotizzati a vario titolo i reati di associazione per delinquere, turbativa d’asta, rivelazione del segreto d’ufficio e peculato – è coordinata dal procuratore aggiunto Francesco Greco e dal pm Carlo Nocerino.
Le indagini riguardano principalmente presunti accordi per pilotare l’assegnazione di progetti di sperimentazione clinica ad alto contenuto tecnologico finanziati dalla Regione Lombardia.
Sono di diversi milioni di euro, ma meno di dieci, i finanziamenti regionali stanziati (e in alcuni casi già erogati dalla Regione Lombardia) nell’ambito degli accordi stipulati tra aziende private e ospedali pubblici per la sperimentazione di apparecchiature scientifiche ad alta tecnologia.
Tra le persone finite sotto inchiesta ci sono manager di aziende private, tra cui la General Electric, e i direttori sanitari delle aziende ospedaliere nel mirino degli inquirenti: Pasquale Cannatelli, direttore generale del Niguarda; Armando Gozzini, direttore generale dell’azienda ospedaliera di Busto Arsizio (dalla quale dipende l’ospedale di Saronno) e Ambrogio Bertoglio, direttore generale dell’azienda ospedaliera di Lecco. I progetti di sperimentazione sono tre e riguardano le apparecchiature per l’home care, gli ecoscopi e l’emodinamica.
Sotto inchiesta anche i responsabili del servizio di Ingegneria clinica delle aziende ospedaliere. I progetti di sperimentazione riguardano gli anni 2010 e 2011: due sono ancora in corso di assegnazione e uno è già stato assegnato.
“Invece di evocare complotti o attacchi militari alla sua giunta, Formigoni ammetta che il sistema ha mostrato delle falle e, se ancora è in grado, faccia proposte per riformarlo”, commentano Alessandro Alfieri, vicesegretario regionale del Pd, e Gianantonio Girelli, responsabile Salute e welfare del Pd.
“Non entriamo nella questione delle indagini, certo le seguiamo con preoccupazione e allarme – dicono in una nota –
Politicamente invece abbiamo più volte denunciato come nella sanità lombarda i meccanismi e le procedure che devono garantire trasparenza e controlli efficaci non siano adeguate all’ingente quantità di risorse assegnate a enti pubblici e privati, spesso con margini di discrezionalità eccessivi”.
E l’assessore alla Sanità della Regione Lombardia, Luciano Bresciani, esprime totale fiducia nella magistratura auspicando che faccia presto per chiarire la bufera che ha investito la sanità lombarda.
“Bisogna arrivare al giudizio – ha detto Bresciani – non con continui rimandi. I cittadini hanno bisogno di risposte, sanno che la sanità lombarda funziona perchè si curano qui e non vanno all’estero, ma se ci sono episodi di corruzione occorre buttare fuori le mele marce.
E io questo l’ho sempre detto”.
argomento: Formigoni | Commenta »
Giugno 7th, 2012 Riccardo Fucile
DOPO GLI SCANDALI ABBATTUTISI SULLA REGIONE, CI PENSA IL CARROCCIO A TENERE A GALLA IL PRESIDENTE DELLA LOMBARDIA: RESPINTA LA MOZIONE DI SFIDUCIA, LE SCOPE LE HANNO LASCIATE IN PORTINERIA
Solo un profondo cambio di strategie politiche avrebbe potuto piegare la logica dei numeri che hanno confermato la fiducia a Roberto Formigoni.
Il consiglio regionale della Lombardia ha respinto la mozione di sfiducia al governatore presentata dalle opposizioni di centrosinistra per ottenere le elezioni anticipate, sull’onda delle inchieste giudiziarie che hanno sfiorato il palazzo in questi mesi (a cominciare dalla vicenda delle vacanze che sarebbero state pagate a Formigoni dal faccendiere Pierangelo Daccò).
E lo ha fatto con una netta divisione aritmetica, bollata da sinistra come una vittoria di Pirro: i 49 voti di Pdl e Lega Nord contro la mozione, i 28 delle minoranze (Pd, Idv, Udc, Sel e Pensionati) a favore.
Un risultato che conferma i rapporti di forza e che non ha sorpreso, dopo che in aula il Carroccio aveva assicurato di non voler giocare scherzi agli alleati nonostante alcune dichiarazioni della vigilia (quelle di Matteo Salvini) avessero lasciato immaginare sorprese.
Formigoni va avanti, quindi.
E quasi ha rischiato di vedersi soffiato il ruolo di protagonista quando si è scoperto che il capogruppo del Pd, Luca Gaffuri, primo firmatario della mozione, non era presente al dibattito in quanto in vacanza in Grecia con la famiglia.
E’ scoppiato un caso – “pretestuoso” secondo lo stesso Gaffuri – che però alla fine Formigoni ha preferito non commentare.
Il governatore, al termine di un dibattito di sei ore, ha voluto invece dire la sua, punto per punto, sulle critiche mossegli dalle opposizioni.
Un elogio del “modello lombardo” iniziato esprimendo la convinzione che “sarebbe un grave danno per la Regione e i suoi cittadini portarla a una crisi di governo destinata a durare mesi”.
E continuato respingendo l’accusa di immobilismo di fronte alle difficoltà economiche e concluso respingendo il “fango mediatico” di cui Formigoni si sente vittima.
Sul piano politico, il presidente della Lombardia ritiene la mozione di sfiducia come ”’l’illusione di dare una spallata definitiva” al centrodestra dopo la caduta del governo Berlusconi.
Sul piano delle inchieste giudiziarie accostate alla gestione dei rapporti fra Regione e sistema sanitario, ha quasi urlato al microfono: se fosse stato usato “un euro di denaro pubblico, dopo un anno di indagini la magistratura avrebbe almeno mandato un avviso di garanzia”.
Considerazioni che, dopo il voto, fanno dire a Formigoni di essere “in sintonia con l’opinione pubblica lombarda” e che sono condivise in toto dal Pdl e appunto anche dalla Lega, il cui capogruppo Stefano Galli ha detto di non essere “interessato alle vacanze di Formigoni, ma a quello che fa come presidente della Regione”, Regione che “resta baluardo più importante della coalizione” nata dal defunto patto Bossi-Berlusconi.
Di rimando il governatore ha assicurato di voler andare avanti fino al 2015 e oltre, con l’impegno a stare a fianco dei Comuni “per il superamento del patto di stabilità “.
Consumato l’atto formale, è comunque probabile che il duello sul futuro della giunta regionale (“Formigoni è inadatto a governare”, ha ribadito l’idv Stefano Zamponi) non terminerà .
Lo ha fatto capire Maurizio Martina, segretario lombardo del Pd, per il quale “Lega e Pdl si inorgogliscono per una vittoria di Pirro basata unicamente sugli scontati rapporti di forza: è stupefacente la rimozione dei problemi dell’amministrazione regionale da parte degli esponenti della maggioranza. Formigoni e i suoi hanno deciso di tirare a campare”.
(da “La Repubblica”)
argomento: Formigoni, LegaNord | Commenta »
Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile
ASCOLTATO DAI MAGISTRATI L’EX ASSESSORE BUSCEMI… HA VISTO IL SUOCERO DACCO’ E SIMONE NEL CARCERE DI OPERA… IL FACCENDIERE STA COLLABORANDO CON GLI INQUIRENTI
Virano sempre più verso il Pirellone, le indagini della procura di Milano sui fondi neri
delle cliniche Maugeri.
Lo dimostrano gli interrogatori: oltre ai dirigenti della fondazione, nei giorni scorsi è stato sentito, in gran segreto, un funzionario della Regione.
A Palazzo di Giustizia, inoltre, ieri si è affacciato Massimo Buscemi, ex assessore – prima con delega alle Reti e poi ai Servizi di pubblica utilità – nelle giunte Formigoni, per parlare “spontaneamente” con Laura Pedio, uno dei pm che segue le indagini insieme ai colleghi Antonio Pastore, Luigi Orsi e Gaetano Ruta e al procuratore aggiunto Francesco Greco.
Non è la prima apparizione in procura di Buscemi, che a marzo aveva chiesto di parlare con l’aggiunto Alfredo Robledo, titolare dell’inchiesta per corruzione a carico dell’ex presidente del consiglio regionale il leghista Davide Boni.
“Non ho mai preso soldi in vita mia”, disse, in quell’occasione, Buscemi.
Questa volta parla di “visita di cortesia” e fa sapere di “essere sempre a disposizione” dei magistrati qualora volessero sentirlo.
Buscemi non è indagato. Il suo nome, però, è finito nelle carte dell’indagine sulla fondazione per un motivo: è il genero di Pierangelo Daccò, il faccendiere vicino a Comunione e Liberazione che ha ospitato, nei suoi viaggi di piacere il presidente della Regione Roberto Formigoni.
Il consigliere regionale del Pdl, infatti, ha sposato Erika Daccò, la stessa che, con la sua società , la Limes srl, ha venduto per tre milioni di euro una villa in Sardegna ad Alberto Perego, amico e coinquilino di Formigoni il quale, a sua volta, sembrerebbe aver contribuito all’acquisto con un milione di euro.
Agli atti dell’inchiesta, inoltre, c’è un’informativa nella quale gli investigatori notano un altro episodio che per loro prova lo stretto legame tra Daccò e Antonio Simone, l’ex assessore regionale Dc – amico di Formigoni e membro di Cl – arrestato per aver ricevuto una buona parte dei 70 milioni di euro che Daccò avrebbe sottratto alla Maugeri.
“Nelle scorse settimane – scrivono il vice questore aggiunto della polizia Mario Ciacci e il maggiore della Guardia di finanza Ernesto Carile – l’assessore Massimo Buscemi si è recato in carcere a Opera per incontrare il suocero Daccò e, subito dopo aver terminato il colloquio, ha incontrato Simone”.
L’annotazione è di gennaio: in quel momento Simone non è ancora stato arrestato. Come mai Buscemi lo va a trovare subito dopo aver parlato con Daccò? ”
Niente di strano – assicura a Repubblica Buscemi – io sono amico di Simone e quando era in libertà lo frequentavo. Entrambi siamo imprenditori nell’editoria, lui nel settimanale Tempi, io come presidente di una concessionaria pubblicitaria, Pensiero Italia”.
Ma i detective, nella loro informativa, sembrano attribuire a Buscemi un ruolo diverso: “Il fatto che Daccò sia in carcere – scrivono – alla luce dell’incontro che Buscemi ha avuto con Simone subito dopo aver incontrato il suocero, portano a ritenere che Simone possa essere l’uomo più adeguato a supplire l’assenza del proprio “socio in affari” e proseguire quindi nelle attività intraprese”.
Davide Carlucci
(da “La Repubblica”)
argomento: Formigoni | Commenta »