Ottobre 13th, 2017 Riccardo Fucile
A GENOVA INVECE DI SISTEMARE DEI WC PUBBLICI NEL CENTRO STORICO, L’ASSESSORE AL RIDICOLO VUOLE SPRUZZARE LA VERNICE CHE FA RIMBALZARE LA PIPI’
La soluzione viene dal mare. Una vernice trasparente idrorepellente che viene applicata
per proteggere gli scafi delle barche: chi fa pipì contro i muri, rischia di macchiarsi scarpe e vestiti, perchè rimbalza letteralmente in aria.
Il Comune si affida alle nanotecnologie per fermare i “pisciatori pazzi”.
Stefano Garassino, assessore alla (si fa per dire) Sicurezza, ne aveva parlato dal palco della festa della Lega in piazza della Vittoria. Sembrava una boutade per scaldare gli animi del popolo del Carroccio al convegno “Sicurezza nelle città “, invece il progetto per disincentivare chi urina per i vicoli del centro storico è andato avanti.
«Abbiamo inviato i campioni di vernice agli uffici tecnici della Soprintendenza per verificarne la compatibilità con tutte le superfici. È un prodotto chimico ed è necessario escludere che possa danneggiarle».
Risolvere la questione della pipì per strada è un chiodo fisso della giunta Bucci.
Ecco la vernice, mentre d’estate era stata annunciata un’altra mossa a sorpresa per mettere alla berlina i colpevoli: cartelli vicino alle telecamere che avvertono che chi sarà filmato mentre orina, si ritroverà in un video su You Tube.
«Nel quartiere St. Pauli di Amburgo, riferimento del divertimento notturno come la nostra movida, la birra scorre a fiumi e di conseguenza sono molte le persone che hanno la cattiva abitudine di espletare i propri bisogni per strada. La vernice è un ostacolo per fermare gli incivili».
La parola ora è passata alla Soprintendenza. I vigili hanno già mappato le zone da verniciare con questo prodotto.
Peccato che nessuno si sia informato sulle movide che avvengono in molte altre decine di metropoli europee: avrebbe scoperto che nessuno piscia per strada per il semplice motivo che esistono i servizi pubblici, ben tenuti e monitorati dalle pubbliche amministrazioni.
E vi sono capitali europei dove ne trovi a decine, oltre ad esercizi commerciali che accolgono senza problemi e senza obbligo di consumazione chi ha “urgenze”.
A Genova se togli le due stazioni ferroviarie non c’è un servizio igienico pubblico degno di questo nome in tutto il centro città (per non parlare delle periferie).
Dato che “incontinente” significa “incapace di moderarsi, di porsi un limite”, ne deriva che l’unico che può definirsi tale in città è l’assessore Garassino.
Faccia rimbalzare il cervello invece che la pipì, Genova ne trarrebbe maggiore giovamento.
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Ottobre 11th, 2017 Riccardo Fucile
LA RIVOLTA DEGLI AMMINISTRATORI DI CASEGGIATO: “IL COMUNE PENSI A FINANZIARE CERTE OPERE INVECE CHE IMPORRE ALTRE SPESE A FAMIGLIE CHE NON RIESCONO NEPPURE A PAGARE QUELLE ORDINARIE”
Barriere di sicurezza con sacchi di sabbia in caso di alluvioni e frane: gli amministratori
di condominio diventano il braccio operativo del Comune.
La nuova ordinanza del sindaco Marco Bucci sugli “adempimenti degli amministratori e proprietari di edifici ricompresi nelle aree a rischio di inondazione; norme comportamentali e di auto-protezione”, scatena la polemica.
Anaci, l’associazione che raggruppa gli amministratori, la rispedisce al mittente. «Impone di costruire barriere prima che venga emanata l’allerta — sbotta il presidente Pierluigi D’Angelo — e l’amministratore deve chiedere ai condomini di alzare un muro per difendere le parti allagabili. Non ci pare una cosa semplice e veloce. A meno che non vengano acquistati dei costosi sistemi di paratie che, visto come vanno le cose e quante famiglie non riescono neppure a pagare le spese, mi pare davvero impossibile. Il Comune dovrebbe finanziare certe opere non imporre ai cittadini di arrangiarsi».
Le alluvioni del 2010, 2011 e 2014 hanno lasciato ferite profonde, indelebili. “Le aree a rischio inondazioni e frane, in considerazioni di quegli eventi calamitosi — è scritto nell’ordinanza — non sono ad oggi esaustivamente rappresentate dalle cartografie dei vigenti Piani di Bacino, ma sono più fedelmente riconducibili alla cartografia vincoli geomorfologici ed idraulici del Piano Urbanistico Comunale che si assume quale mappatura di riferimento”.
Dopo questa considerazione, il Comune chiede agli amministratori di farsi carico di informare i residenti delle aree a rischio.
Spiega D’Angelo: «Dobbiamo verificare periodicamente e almeno una volta l’anno sulle cartografie dove sono ubicati gli edifici e se per caso sono stati inseriti nelle “zone rosse”: questo non è un nostro compito».
L’Allegato A del volantino di 9 pagine, deve essere distribuito nei condomini. «A tutti i proprietari e affittuari. Periodicamente dobbiamo collegarci ai link del geo-portale delle aree soggette a inondazione e frane con tutti gli elenchi degli edifici, inserendo via e numero civico. In più, questo vademecum ovviamente dobbiamo consegnarlo e anche spiegarlo perchè l’elenco di chi l’ha ricevuto va registrato e dopo scattano i controlli».
A pagina 5, la disposizione più contestata: “Proteggi con paratie o sacchi i locali che si trovano al piano strada, chiudi le porte di garage, cantine e seminterrati”.
«Questo nuovo compito ci obbliga ad essere un braccio operativo della protezione civile». Nell’ordinanza è spiegato che “…il codice civile prevede che i provvedimenti dell’autorità amministrativa devono essere notificati all’amministratore di condomino, quale rappresentante dei caseggiati che deve darne notizia senza indugio ai condomini”.
«Con difficoltà — prosegue D’Angelo —, con difficoltà riusciamo a organizzare un paio di riunioni l’anno, d’ora in poi una dovrà essere sul tema della protezione civile».
D’Angelo aggiunge. «Ma il cittadino deve proteggersi da solo dalle alluvioni? A leggere l’ordinanza, mi
pare di capire di si. Se non è possibile acquistare le paratie, dovremo vivere blindati, dietro i sacchi, e non è detto che tutti lo vogliano fare. Quindi chiudiamo da una parte, ma l’acqua entra da un’altra. Sarebbe necessario un piano di emergenza per ogni edificio, non un volantino. E quando lo invio ai condomini, il problema sarà risolto?»
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 8th, 2017 Riccardo Fucile
TOTI DORME E 5 MILIONI DI EURO DI FONDI PUBBLICI POTREBBERO ANDARE IN FUMO
Genova rischia di perdere il Mei, il museo nazionale dell’Emigrazione e, con lui, cinque milioni di euro di fondi pubblici, di cui tre già stanziati dal Ministero dei Beni culturali e due milioni destinati dalla stessa presidenza del consiglio.
In più sono stati bloccati 300.000 euro di denari privati (della Compagnia di San Paolo, già pronta a impegnarsi con ulteriori finanziamenti).
Dovrebbe sorgere come gemmazione del Museo del Mare, il Museo nazionale dell’Emigrazione, allargando gli spazi espositivi anche nell’adiacente edificio Metelino, al Porto Antico.
Il sindaco di Genova, Marco Bucci, la scorsa settimana ha ribadito l’impegno per realizzarlo, i ministeri dei Beni culturali e degli Esteri si erano fatti avanti, adesso è la Regione che non fa sapere più nulla.
E l’immobilità rischia di far perdere a Genova un presidio culturale di livello nazionale.
Il primo passo per la realizzazione del Mei venne mosso nel 2015, proprio per iniziativa del Mibact, perchè il Museo italiano dell’Emigrazione ha avuto una sede provvisoria, dal 2009 al marzo 2016, al Vittoriale, a Roma e venne stabilita Genova come sede permanente e si arrivò a redigere un accordo di valorizzazione.
«Abbiamo un mese – scandisce Maria Paola Profumo, presidente del Museo del mare e presidente dell’Associazione dei musei marittimi del Mediterraneo – poi perderemo tutti i fondi e la possibilità di realizzare il Mei».
L’istituzione, oltre a raccontare la storia dei grandi flussi migratori che dall’Italia, non solo nell’Ottocento, partirono verso il resto del mondo, e in gran parte proprio dal porto di Genova, e a costruire un centro di documentazione, diventerebbe il “pendant” naturale del Museo di Ellis Island, a New York, dove molti di “questi” emigranti approdarono.
La presidentessa Profumo si dice disponibile a semplificarne la struttura direttiva: «Potrebbe essere lo stesso board del Muma, allargandolo ai rappresentanti dei ministeri coinvolti, a gestire il nuovo Mei», assicura.
Toti sveglia !!!
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 6th, 2017 Riccardo Fucile
A GIORNI I PRIMI 25 ARRIVI, POI GARASSINO PROMETTE “SE TROVO DEGLI ACCATTONI IN GIRO LI PRENDO A CALCI”… I MILITANTI RAZZISTI ALLORA DOVREBBERO STARE ATTENTI
Saranno inizialmente 25 e non 50 e arriveranno probabilmente la prossima settimana i profughi nell’ex-asilo Govone di Multedo, la struttura presa in gestione dall’Ufficio Migrantes della Curia.
La proposta è stata riportata oggi da don Giacomo Martino alla riunione a cui hanno partecipato il sindaco di Genova Marco Bucci, l’assessore alla sicurezza Stefano Garassino e il vice prefetto.
Di fronte alla fermezza della prefettura, la giunta padagna ha fatto un penoso dietrofront.
In primis lo stesso Garassino che, nei giorni scorsi, aveva definito pubblicamente don Giacomo Martino e chi come lui si occupa di accoglienza “i nemici numero uno”, aggiungendo che, a suo modo di vedere, quella della Chiesa “non è accoglienza ma business”.
Affermazioni che ora l’assessore si rimangia e anzi contraddice:“Era un’uscita così, per dire… in realtà penso che la Curia faccia un ottimo lavoro e ho piena fiducia in don Giacomo Martino”.
Cioè si fomenta la rivolta con certe affermazioni e poi si dice “ho scherzato”…
Non contento della brutta figura l’assessore ne anella un’altra : “Ma il primo accattone che vedo lo prendo a calci nel sedere”, ha voluto aggiungere al termine dell’incontro di mediazione.
Escludendo che si riferisse ai giovani profughi, visto che i ragazzi saranno da mattina a sera nel campus di Coronata per frequentare la scuola, dove seguono corsi di falegnameria, sartoria, agricoltura, edilizia, idraulica, informatica, gli unici altri accattoni in giro per Multedo sono “gli accattoni di voti” che fomentano divisioni e paure per guadagnare qualche voto razzista.
Quindi i militanti razzisti stiano attenti, Garassino si riferiva a loro.
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Ottobre 6th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO LA ERICSSON, ORA I 599 ESUBERI DELL’ILVA…TOTI E BUCCI SANNO SOLO FARE COMUNICATI STAMPA, INCAPACI DI QUALSIASI INIZIATIVA
È indirizzata alle organizzazioni dei lavoratori e ai ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico la
lettera che Am Investco, la nuova proprietà dell’Ilva, e la gestione commissariale hanno inviato come bozza di lavoro della trattativa che inizierà lunedì 9 ottobre.
Il documento contiene i dettagli sulla produzione che Am Investco intende realizzare, gli organici, i contratti che saranno applicati ai lavoratori che la nuova proprietà intende «selezionare».
Il documento recita: «I dipendenti saranno selezionati da Am Investco (….) come segue». Lo schema prevede un organico di 9.885 tra quadri, impiegati e operai:
7600 a Taranto (invece dei 10.500 attuali),
900 a Genova (invece dei 1.499 attuali, gli esuberi sarebbero dunque 599),
700 a Novi Ligure (54 esuberi)
a seguire Milano (160), Racconigi (125), Marghera (45).
Nel dettaglio, l’organico di Genova si prevede composto da 25 quadri, 165 impiegati e 710 operai.
Quello di Taranto da 130 quadri, 1.140 impiegati e 6.330 operai. Per Novi sono previsti 15 quadri, 135 impiegati e 550 operai. I dirigenti del gruppo sono 45. L’organico complessivo di gruppo – considerando anche Ism, Ilvaform e Taranto Energia – è di 9930 unità dirigenti compresi (di cui 9600 per i 3 stabilimenti).
Lunedì 9 inizia la trattativa sindacale. A Genova si prevedono manifestazioni di protesta.
Fiom: «I lavoratori verranno riassunti e perderanno anzianità e integrativo»
«Arcelor Mittal, per il rilancio di Ilva, assumerà ex novo 10.000 lavoratori che selezionerà previa accettazione delle condizioni imposte dall’azienda, con sottoscrizione di verbale di conciliazione tombale.
Si parla quindi di 4.000 esuberi, distribuiti in tutti i siti. Per gli assunti, attaccano i sindacati, ci sarà un nuovo contratto di lavoro, rinunciando quindi all’anzianità di servizio e all’integrativo aziendale e determinando in tal modo un taglio salariale consistente e inaccettabile.
Se questo è l’atteggiamento di Mittal nei confronti dei lavoratori diretti – denuncia la Fiom Cgil – il rischio è il massacro sociale dei lavoratori dell’indotto.
Per la Fiom, sulla base di quanto formalizzato da Arcelor Mittal, non ci sono le condizioni di aprire un tavolo negoziale. L’unica risposta possibile a tale provocazione è una forte azione conflittuale di tutte le lavoratrici e i lavoratori. Lunedì prossimo ci presenteremo all’incontro convocato al ministero dello Sviluppo economico unicamente per conoscere cosa vorrà fare il governo di fronte a questa inaccettabile posizione assunta da Arcelor Mittal».
Regione e Comune: «Perplessità sul piano»
«Regione Liguria e Comune di Genova esprimono perplessità per il piano di esuberi presentato prima ancora che parta il delicato confronto sul futuro industriale e societario di Ilva.
Fim Cisl: «Peggio non si poteva, mobilitazione lavoratori
«La trattativa per Ilva parte come peggio non poteva. Il piano di esuberi presentato nella lettera dei commissari dalla nuova proprietà Am InvestCo ci lascia stupefatti». Lo dice Alessandro Vella, segretario generale Fim Cisl Liguria. «La Fim Cisl rigetta con forza gli esuberi previsti su Cornigliano, con azioni di mobilitazione dei lavoratori» ha aggiunto Vella.
Non passa ormai giorno senza che a Genova chiudano aziende o altre annuncino licenziamenti: non solo i centinaia di Ericsson, ma uno stillicidio di aziende minori.
Ora i 600 di Ilva, nonostante l’accordo di programma sottoscritto a suo tempo prevedesse che lo stabilimento di Genova dovesse essere esentato da futuri tagli.
Dopo aver promesso 30.000 nuovi posti di lavoro, il sindaco Bucci, il governatore Toti e la loro compagnia di giro sono diventati i certificatori del servizio cimiteriale dell’economia della città .
Oltre a cedere quel poco di pubblico che funziona ai privati non sanno fare, incapaci di prendere iniziative a tutela del territorio e dell’occupazione.
Finiti gli spot, sistemate le truppe fameliche nel sottogoverno, il centrodestra a trazione leghista sta certificando il proprio falllimento.
(da agenzie)
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Ottobre 4th, 2017 Riccardo Fucile
SOLO MENTI MALATE E RAZZISTI POSSONO PENSARE A TASSARE IL VOLONTARIATO: “BLOCCHEREMO I SERVIZI SOCIALI SUL TERRITORIO, BASTA COPRIRE I VUOTI CHE SPETTEREBBERO AL COMUNE”
Non siamo un albergo. Ma se il Comune ci tratterà come tale, bloccheremo i nostri servizi sul
territorio: addio volontariato dei richiedenti asilo e stop alle attività caritatevoli degli enti ecclesiastici.
Suona così, la reazione dura e indignata del variegato mondo dell’accoglienza dei migranti di Genova. Cooperative, consorzi, comunità legate alla Chiesa: il terzo settore impegnato nell’ospitalità dei richiedenti asilo (che a Genova sono circa 2.500) risponde all’attacco del Comune innalzando il livello dello scontro.
Perchè hanno fatto sobbalzare, le parole dell’assessore alla Sicurezza Stefano Garassino che sta studiando un’ordinanza per colpire e disincentivare l’apertura dei centri. “Il business dei migranti ci ha rotto le palle”, ha scandito lo sceriffo della giunta Bucci, promettendo un’ordinanza inattaccabile dal punto di vista legale, ispirata a quella del primo cittadino leghista di Pontinvrea, Matteo Camiciottoli, che equipara le cooperative ad alberghi tassandole di conseguenza, e pretende un contributo compensativo all’ente locale per le spese di sicurezza e welfare.
“Se fosse il Comune di Genova a dover fornire una compensazione economica a tutte le attività degli enti caritatevoli – incalza Enrico Costa, presidente del Ceis, il centro di solidarietà di Genova – andrebbe rapidamente in default”.
I rapporti tra la giunta Bucci e la Chiesa sono, in questi giorni, ai minimi termini per la vicenda di Multedo: con Garassino che ha definito “nemico pubblico numero uno” chi gli crea problemi sul territorio, riferimento neanche troppo velato a don Giacomo Martino, direttore dell’Ufficio Diocesano Migrantes che si occupa dell’accoglienza dei 50 migranti all’ex asilo Govone.
La stoccata, dunque, arriva da una delle realtà più impegnate sul territorio, il Ceis appunto: “Il Comune – scandisce Costa – dovrebbe tenere conto di tutte le attività non a carico dei contribuenti che parrocchie e centri ecclesiastici svolgono: dalle mense all’ospitalità dei senza dimora, per non parlare delle bollette Iren pagate per aiutare chi non arriva a fine mese. Non solo: se dovessimo dare un valore ai lavori che i richiedenti asilo svolgono come volontari per la città , sarebbe l’amministrazione a dover versare un contributo”.
Contesta innanzitutto il metodo di Palazzo Tursi, Marco Montoli de Il Ce.Sto, protagonista di un’accoglienza diffusa in appartamento e delle attività sociali ai Giardini Luzzati: “Genova è considerata un’eccellenza per la gestione dei migranti – ragiona Montoli – prima di proclami di questo tipo, bisognerebbe quindi partire da dati concreti: c’è una analisi seria di quello che funziona o meno nel settore? Perchè se ci fossero criticità , andrebbero discusse insieme, al forum del terzo settore”.
Secondo punto: il presunto business. Garassino parla di 40 euro al giorno a migrante, tra l’altro sbagliandosi, perchè la cifra corretta è di 32.
“Noi non siamo un albergo, forniamo servizi e riceviamo denaro per svolgere il nostro compito. Inaccettabile il pregiudizio secondo il quale tutti rubano”.
Quanto alla lista dei nomi dei richiedenti asilo ospitati da consegnare preventivamente a Palazzo Tursi, “di fatto è già a disposizione – sottolinea Walter Carrubba di Croce Bianca – e noi i nomi li veniamo a sapere nel momento in cui arrivano. L’assessore i nostri elenchi li ha già visti: possiamo fornire anche il numero di scarpe degli ospiti”. E sull’ordinanza allo studio, “ritengo sia illegittima, e se facessimo ricorso al Tar vinceremmo”.
Ecco infatti il punto è questo: rivolgersi alla magistratura e chiedere i danni: ma non al comune, ai politici razzisti.
“Noi versare 2.50 euro a profugo al giorno? Folle, così saremmo costretti a tagliare altri servizi – spiega Roberto Vinzoni, presidente de La strada giusta – e pensare che per i loro lavori di volontariato paghiamo di tasca nostra il materiale ai ragazzi per le pulizie sulla spiaggia di Voltri, la polizza Inail, la copertura assicurativa. Quanto al business, di cosa stiamo parlando? Per i ritardi ministeriali, devono pagarci ancora dicembre. E noi anticipiamo somme immense”.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
LA STESSA IDEA DEL SINDACO LEGHISTA CHE VOLEVA MANDARE GLI STUPRATORI A CASA DELLA BOLDRINI
Il Comune di Genova è ormai al delirio padagno, ogni giorno si inventa uno spot xenofobo, nel silenzio dello “zio d’America”, sindaco per caso, che nella sua permanenza negli Usa , a diffrenza di chi puliva i cestini a Genova, evidentemente non ha fatto tesoro delle società liberali.
Oltre all’obbligo per le onlus di fornire l’elenco dei profughi prima del loro arrivo nei centri, l’ultima trovata dell’assessore allo scontro sociale Stefano Garassino “per eliminare il business dei migranti, che ci ha rotto le palle” (lui ha solo rotto i coglioni ai genovesi perbene n.d.r.) , oggi annuncia un’altra ordinanza.
Copiata da quella scritta dal sindaco leghista di un paesino da 800 abitanti, in provincia di Savona: Pontinvrea, Matteo Camiciottoli — fresco di dimissioni dal ruolo di coordinatore dei piccoli comuni in Anci per le frasi offensive scritte su Facebook contro la presidente della Camera.
L’ordinanza fa leva sulla facoltà delle amministrazioni locali di imporre tributi: così, se un’abitazione viene affittata a una cooperativa per ospitare i migranti, a Pontinvrea viene considerata una struttura ricettiva. E dovrà pagare le tasse — Imu, ma anche Tari, e Tarsi — come se fosse un albergo.
Non solo: per ogni migrante, la cooperativa deve corrispondere al comune 2,50 euro al giorno. Come “contributo di solidarietà , visto che gravano sui costi di sicurezza e welfare del paese”, continua ancora Camiciottoli, senza rendersi conto di essere ridicolo.
Una ordinanza che non sta giuridicamente in piedi e che verrà annullata dagli organi giudiziari, come peraltro tutte le altre cazzate inventate dai sindaci leghisti.
(da agenzie)
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Ottobre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
IL GIOCO DELLE PARTI: LA BECERO DESTRA PROVOCA E ISTIGA, QUALCHE IGNORANTE MANIFESTA, IL PRETE E IL PREFETTO VENGONO MINACCIATI, CHI BLOCCA LE STRADE NON VIENE DENUNCIATO E MINNITTI SE NE FOTTE
Era entrato a Gerusalemme tra rami d’ulivo e palme, aveva salito il Golgota tra la folla diventata
ostile. Ma mai, al buon Gesù, era capitato di avanzare tra striscioni di contestazione, neanche fosse un qualsiasi ministro o un presidente di una squadra di pallone.
Una terra in preda a convulsioni, quella di Multedo, dopo la scelta di ospitare cinquanta migranti nell’ex asilo Govone. Dove anche la processione in onore di Nostra Signora del Rosario diventa motivo di divisione.
Accade ieri, mentre le preghiere si snodano dalla chiesa di Santa Maria e Santi Nazario e Celso, in via Monte Oliveto e scendono verso via Antica Romana per poi proseguire verso via Reggio. La folla non è quella delle grandi occasioni, e così i contestatori conquistano visibilità col minimo sforzo. Basta una manciata di striscioni. Il senso è chiaro: i preti che accolgono non ci piacciono. E pensiamo pure che lo facciano per soldi.
Il comitato “ufficiale” di Multedo si era dissociato preventivamente, ma i distinguo, in questo momento, si perdono nel magma della confusione.
Caos in cui Lega, Fratelli d’Italia e Casa Pound, alzano la voce, tra solidarietà con un quartiere con pochi santi in Paradiso e richiami alla purezza della razza.
Chi non grida, ma non riesce più neppure a tacere, è don Giacomo Martino, direttore dell’Ufficio della Pastorale Diocesana che si occupa di migranti e che gestirà il nuovo centro.
L’idea di rinunciare alla struttura non lo sfiora neppure, ma il messaggio, destinato a sindaco Marco Bucci, è diretto e inequivocabile: basta nascondersi. «Non possiamo affrontare da soli questa situazione — ha spiegato don Martino — Serve un incontro urgente con il sindaco e la prefettura».
Perchè, sostiene ancora il direttore dell’ufficio Migrantes, lo scontro non conviene a nessuno: serve sedersi a un tavolo, tutti insieme e studiare un percorso condiviso. Certo, le pie intenzioni sono lastricate di trabocchetti.
A cominciare dalle questioni sanitarie avanzate dal fratello d’Italia Matteo Rosso, consigliere regionale sotto processo per peculato,che sabato ha cercato di contare personalmente il numero dei bagni dell’ex asilo perchè, giura, seriamente preoccupato per la qualità della vita dei profughi.
Peccato che Salvini ieri sera alla festa della Lega abbia detto che “i profughi non li vogliamo da nessun parte”, e che “o il prefetto lo capisce o glielo facciamo capire noi”.
Piu’ moderato del suo assessore alla presunta sicurezza di Genova che aveva detto “altrimento lo mandiamo affanculo”.
Lo avesse detto un comune cittadino avrebbe già avuto la notifica della denuncia da parte dei carabinieri, al triste figuro è tutto permesso.
Come è stato permesso a 50 abitanti del quartiere (o presunti tali) di insultare il parroco adombrando chissà quali interessi economici dietro la scelta dell’ex asilo e di bloccare il traffico all’uscita dell’autostrada al casello per oltre un’ora, senza alcuna denuncia o intervento del reparto celere.
Via libera a chi viola la legge, fino a che qualche cittadino non si romperà i coglioni e la ripristinerà in assenza dello Stato.
(da agenzie)
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Ottobre 1st, 2017 Riccardo Fucile
“VICINANZA BIASIMEVOLE E IMBARAZZANTE” TRA IL CAPOLISTA M5S DI IMPERIA COMANDINI E CARMINE MAFODDA … L’AUTOGOL DELLA CAPOGRUPPO M5S IN REGIONE, ALICE SALVATORE
«Biasimevole e imbarazzante». Così il tribunale di Genova definisce la «vicinanza del Comandini (capolista imperiese del Movimento 5 Stelle per le regionali del 2015) a Carmine Mafodda, figlio del boss Palmiro, notoriamente appartenente alla omonima famiglia ndranghetista da anni radicata nella zona dell’imperiese ed in particolare ad Arma di Taggia)».
E’ un passaggio della sentenza che, nell’assolvere un giornalista del quotidiano “Libero” accusato di diffamazione dal capolista imperiese alle regionali Daniele Comandini e dalla candidata governatrice e attuale capogruppo in Regione, Alice Salvatori, conferma proprio quello che i due denuncianti avrebbero voluto che venisse negato in una sentenza: la «vicinanza» con ambienti «imbarazzanti».
Il caso era stato sollevato nel 2015 dalla Casa della legalità , ripreso dal Secolo XIX e successivamente da altre testate.
Comandini non aveva mai voluto rinnegare l’amicizia fraterna con Mafodda junior che, pur incensurato, non aveva mai preso nettamente le distanze dai familiari malavitosi.
Di qui una serie di contrasti, sfociati nella richiesta del capogruppo grillino di Imperia Antonio Russo a Comandini di non candidarsi. Alice Salvatore aveva invece difeso Comandini.
Alla fine era intervenuto il parlamentare Roberto Fico e aveva chiesto e ottenuto un passo indietro da Comandini. A quel punto però era troppo tardi per ritirare la candidatura. Alle Regionali, comunque, Comandini ottenne un pessimo risultato e non fu eletto.
Nella sentenza del tribunale di Genova definisce Mafodda come «appartenente a una famiglia che controllava il territorio dove Comandini andava a cercare i suoi voti».
Due anni dopo i fatti, va aggiunto che Antonio Russo, che inizialmente fu l’unico esponente di spicco dei 5 Stelle a contrastare la candidatura di Comandini, non fa più parte del Movimento.
(da “il Secolo XIX”)
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