Aprile 21st, 2016 Riccardo Fucile
PREFETTURA E REGIONE AVREBBERO DOVUTO RICEVERLO ENTRO FINE 2015: COME MAI NON HANNO MESSO IN MORA L’AZIENDA?
Il piano di emergenza esterna per il deposito della Iplom di Fegino, nel ponente del capoluogo
ligure, è “scaduto”.
Mentre si lotta contro il tempo per fermare l’onda lunga del greggio che, dopo la rottura dell’oleodotto di domenica sera si è riversata nel rio Fegino e poi nel torrente Polcevera, si scopre che non è stato aggiornato nei tempi previsti il Piano di emergenza esterna (Pee), ovvero il Piano di azioni e di interventi da mettere in atto per ridurre le conseguenze sul territorio circostante di eventuali incidenti che si verifichino nell’impianto di Fegino.
Il Piano pubblicato nel sito della Prefettura di Genova, infatti, è datato 7 dicembre 2012, anche se nello stesso documento è scritto che l’aggiornamento del Piano deve essere fatto al massimo ogni 3 anni.
La revisione, quindi – eventualmente anche per confermare le stesse disposizioni – sarebbe dovuta avvenire entro la fine del 2015, anche perchè il documento del dicembre 2012 era stato approvato dal Prefetto, d’intesa con la Regione Liguria e con gli enti locali interessati, a luglio dello stesso anno.
Da allora, quindi, i tre anni sono abbondantemente scaduti ma non è nota una versione più aggiornata.
Il Piano di emergenza esterna è quello che scatta quando in un impianto industriale si verificano incidenti che hanno un impatto anche all’esterno, ed ha l’obiettivo di “mitigare le conseguenze di incidenti rilevanti sulla salute umana e sull’ambiente”.
Si tratta quindi di situazioni analoghe a quella che si è verificata domenica scorsa, anche se in questo caso l’incidente non ha riguardato il deposito della Iplom ma un oleodotto che trasporta il greggio.
Nei documenti del 2012 (88 pagine in tutto) si spiega che il Pee si basa sulle informazioni fornite dal gestore dello stabilimento oltre che da dati acquisti dagli enti interessati, che il Piano “rappresenta il documento ufficiale con il quale la Prefettura organizza la risposta di protezione civile e di tutela ambientale sulla base di scenari che individuano le zone a rischio ove presumibilmente ricadranno gli effetti nocivi degli eventi ipotizzati”, e che l’aggiornamento del Piano di emergenza esterna “è curato dalla Prefettura di Genova, in collaborazione con gli enti e le istituzioni che hanno partecipato alla stesura dello stesso”.
Ieri, però, non è stato possibile avere dalla Prefettura informazioni su questo, mentre il direttore della Iplom, Vincenzo Columbo, fa sapere che «noi abbiamo inviato da tempo la documentazione che ci era stata richiesta per l’aggiornamento del Piano».
Il responsabile di Iplom per l’ambiente e la sicurezza, Gianfranco Peiretti ieri, però, in Prefettura, ha detto che «il piano di emergenza esterna (per gli oleodotti-ndr) non è previsto per legge. Iplom – ha spiegato – ha un suo piano di emergenza-oledotti interno, ma gli oleodotti non rientrano nel campo di applicazione della legge Seveso che prescrive i piani di emergenza esterna, che in ogni caso – ha sottolineato – sono a carico della Prefettura».
Se è così, dopo quest’ultimo disastro ambientale, però, forse si porrà anche il problema di fare il punto anche sull’efficacia e sull’adeguatezza delle norme, visto che l’emergenza che sta vivendo la Valpolcevera e che minaccia anche il mare, sta dimostrando che la rottura di un oleodotto ha un impatto all’esterno anche più immediato di un incidente all’interno di un impianto industriale.
(da “il Secolo XIX“)
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Aprile 20th, 2016 Riccardo Fucile
LA REPLICA DEL NOSTRO DIRETTORE DOPO LA GENTILE PRECISAZIONE DEL NEODIRETTORE ALL’AGENZIA DEL TURISMO LIGURE AL NOSTRO ARTICOLO
Carlo Fidanza ci ha scritto una cortese nota di replica alle considerazioni esposte nel nostro articolo a
margine. Lo pubblichiamo volentieri anche perchè non ha fatto alcuna pressione affinchè lo facessimo.
Riteniamo sempre proficuo il confronto ed è giusto dare spazio al diritto di replica dell’interessato, a cui rispondiamo con il nostro punto di vista
L’ARTICOLO DI DESTRA DI POPOLO
La questione non è di poco conto, ha chiari risvolti politici ed etici.
Il referendum sulle trivelle ha visto come promotori nove regioni: Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania, Molise.
La giunta di centrodestra della Liguria quindi è tra coloro che si sono schierati per il sì, posizione condivisa a livello nazionale da Lega, FdI e Forza Italia (quest’ultima in modo più “politico”).
In particolare il governatore Toti ha più volte affermato che il suo sarà un sì convinto a tutela del patrimonio ambientale e degli interessi turistici della Regione.
Ci si aspetterebbe, a questo punto, che i dipendenti di livello, di nomina politica di Toti, avessero il buon gusto o di adeguarsi o almeno di tacere.
Soprattutto se si è stati gratificati, tra mille polemiche e un curriculum inadeguato all’incarico, di una nomina a direttore dell’agenzia del Turismo della Liguria, per il “modesto” compenso di 90.000 euro l’anno (cifra e nomina che hanno fatto gridare allo scandalo le opposizioni).
Lasciamo perdere la tesi per cui la nomina di Fidanza (trombato alle elezioni) sia stata imposta a Toti dalla Meloni per trovargli un incarico.
Fidanza oggi esprime legittimamente la sua posizione in dissenso dal suo partito, ritenendo errato votare Sì al referendum e annunciando la sua astensione con motivazioni “renziane”.
Non lo critichiamo per questo, si può dissentire dal partito.
Ma quando rappresenti il turismo di una delle nove regioni che hanno promosso la consultazione referendaria proprio per tutelare il turismo, non puoi dissociarti da una scelta ampiamente condivisa.
Salvo in un caso: che lunedi presenti le dimissioni dall’incarico di cui è stato gratificato.
Siamo certi che per persone tutte di un pezzo la coerenza valga di più dei 90.000 euro a cui dovrà rinunciare.
LA RISPOSTA DI CARLO FIDANZA
Caro Direttore,
mi dispiace che l’attenzione del suo giornale si sia soffermata su una vicenda assolutamente inconsistente.
Come facilmente riscontrabile, infatti, ho scritto un post (peraltro argomentato e pacato, per nulla polemico) sulla mia pagina facebook politica, che ho volutamente tenuto totalmente distinta dal lavoro istituzionale che da poco più di un mese svolgo a capo dell’Agenzia “In Liguria”.
Non rientra nelle prerogative di chi dirige l’Agenzia dissertare in quella veste di trivelle e referendum, il Presidente Toti non mi ha nominato per quello ma per rafforzare e rilanciare “In Liguria”, compito a cui mi sto dedicando con passione e sul quale verrò giudicato.
Paradossalmente, con zero o con cento trivelle nel Mar Ligure, il mio compito sarebbe sempre lo stesso: promuovere le bellezze del nostro territorio sui mercati nazionali e internazionali.
Quanto alla presunta mancanza di competenze, a un attento cronista come lei non sarà di certo sfuggito il generale plauso con cui le principali associazioni di categoria del turismo ligure hanno accolto la mia nomina: una stima maturata negli anni del mio impegno per il turismo al Parlamento Europeo e sul territorio, facilmente riscontrabile con una banale ricerca su google alla voce “Carlo Fidanza turismo”.
Quanto infine alla polemica sul compenso, ricordo una volta di più che si tratta della stessa somma percepita dal mio predecessore.
Cordiali saluti.
Carlo Fidanza
LA REPLICA DEL NOSTRO DIRETTORE
Carlo Fidanza è un politico troppo “navigato” per non comprendere che la “pagina politica” Fb di un personaggio pubblico ha sempre una valenza istituzionale.
Potrei qua citare decine di casi di polemiche (e talvolta di dimissioni) che hanno generato le malaccorte esternazioni pubbliche di politici locali.
A molti liguri è sembrato singolare che il neo-direttore dell’Agenzia del turismo ligure prendesse una posizione opposta a quella della Giunta regionale presieduta da Giovanni Toti. Noi siamo tra quelli, fermo restando il suo ovvio diritto al dissenso: certo che se il compito è quello di “promuovere le bellezze della Liguria”, suona strano che qualcuno possa immaginarle in una cartolina simbolica con un fondo di trivelle.
Questione competenza: sappiamo tutti che il nome di Fidanza era stato perorato in un primo tempo da Giorgia Meloni per l’assessorato al Turismo ligure, in quota FdI. Operazione poi non andata in porto perchè il partito locale si era opposto alla “invasione” di un milanese a fronte dell’esigenza di gratificare esponenti locali (leggi il sanremese Berrino).
Pertanto la sua successiva nomina a direttore dell’agenzia del Turismo è stata letta da tutti come una sorta di compensazione politica per la mancata nomina ad assessore, non certo per criteri di competenza. La quale peraltro si limita all’aver fatto parte della Commissione Trasporti e Turismo al Parlamento europeo, eletto nella circoscrizione Lombardia-Piemonte-Liguria, per una sola legislatura.
Mi limito a dire che il problema del turismo, in un’ampia visione politica, non dovrebbe essere solo quello di rappresentare gli interessi delle piccole lobby (che sicuramente avranno gioito per la sua nomina) ma soprattutto dei “fruitori” del turismo in Liguria.
Questione compenso: qua Fidanza finge di dimenticare un piccolo dettaglio.
E’ vero che percepisce 90.000 euro, ovvero la stessa cifra del suo predecessore, ma con una “piccola differenza”.
Il direttore precedente era un funzionario di carriera della regione Liguria, un “prodotto interno” che si sarebbe dovuto pagare in ogni caso, per capirci.
Andando in pensione, si poteva risparmiare “promuovendo” un interno con competenze specifiche.
Invece è stato scelto un esterno “politico”, con nomina diretta e discrezionale e senza concorso.
Non proprio la stessa cosa…
Cordialmente
Riccardo Fucile
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Aprile 20th, 2016 Riccardo Fucile
“CAPITA SPESSO, OGNI VOLTA LA SCUOLA VIENE EVACUATA”
Gli occhi rossi e la gola infuocata, la tosse e il pianto: si mescolano nel silenzio disarmato dell’aula
della Regione l’emozione e gli effetti dell’irritazione da idrocarburi, degli abitanti di Borzoli-Fegino, della stessa presidente del Municipio, Iole Murruni, quasi afona, dopo tante ore di esposizione nel quartiere genovese solcato dal rio Fegino, rappreso di petrolio.
«Siamo pronti ad attivare un piano di evacuazione – dice il presidente della Regione, Giovanni Toti – abbiamo sia le risorse che le disponibilità , ma deve muoversi il Comune di Genova deve attivare lo stato di emergenza di protezione civile: solo così possiamo intervenire »
L’assessore regionale alla Sanità , Sonia Viale, invia oggi e fino a domenica l’ambulatorio mobile della Asl3 presso i giardini Montecucco, nel cuore dell’area colpita dalla rottura dell’oleodotto Iplom.
«Si tratta di un centro di informazioni mobile – spiega Viale diamo un segno di vicinanza alla popolazione, con un medico e un assistente sanitario, anche se i rilevamenti di Arpal e Asl danno esito negativo, circa la presenza di esalazioni inquinanti».
«Siamo barricati in casa da domenica, con i bambini e gli anziani: se usciamo stiamo male », dice Marta Parodi, del comitato per Fegino, che non riesce a trattenere le lacrime.
«Abito sopra il rivo, ho due bambini – dice un’altra abitante – domenica sera non sapevamo casa fare, chi chiamare, non esiste una procedura di emergenza, eppure le nostre case sono costruite in mezzo ai depositi della Iplom».
Perchè, in fondo, questa, è solo una delle tante volte in cui gli 800 abitanti del quartiere sulla collina, affacciata sulla val Polcevera, si sentono abbandonati.
I miasmi che escono dalle cisterne, che hanno i tetti mobili, spesso ammorbano il quartiere.
«La scuola di Borzoli viene evacuata, in media, quattro volte l’anno, a causa delle esalazioni provenienti dai depositi – conferma la stessa presidente del Municipio, Iole Murruni – i genitori segnalano la situazione, di volta in volta, e il plesso viene chiuso per precauzione: ogni volta chiudono una scuola materna, una elementare, una media statali e un nido e una materna comunali».
La banalità del male in un quartiere abituato a lottare: la sfilata dei tir diretti alla discarica di Scarpino, i mezzi pesanti che trasportano materiale dei grandi cantieri vicini, Terzo valico e nodo ferroviario.
«Abbiamo le case a dieci metri dal rio Fegino si è trasformato, per 700 metri, in un alveo coperto da un palmo di idrocarburi». E ai primi piani gli abitanti non riescono a respirare.
«Aiutateci – chiedono, con la voce impastata, agli assessori e ai consiglieri regionali che ieri li hanno ricevuti – siamo tutti parte lesa perchè questo è l’ennesimo incidente annunciato: i tubi di quell’oleodotto sono vecchi, hanno più di cinquant’anni. Quello che è accaduto domenica accadrà ancora, perchè le turbature non tengono più».
L’assessore regionale alla Protezione civile segue la vicenda dalle prime ore: «Si tratta di un disastro, c’è stata una piena di petrolio ».
Il sindaco Marco Doria è arrivato lunedì pomeriggio a compiere un sopralluogo in Val Polcevera: «Non lo abbiamo neppure visto, durante la visita, avevamo bisogno di lui, e non si è fatto vedere», scandiscono asciutti, quando la commozione e la rabbia fa scegliere poche e scarne parole.
L’Arpal continua ad emettere bollettini rassicuranti: i tecnici ieri hanno rilevato in situ, con gli strumenti di rilevamento per le esalazioni nocive, “tre parti per milione” in alcuni punti o “zero parti per milione” in altri.
«Il naso è certo più sensibile degli strumenti, ecco perchè gli abitanti provano fastidio, ma l’odore non comporta danni ».
Intanto però ieri il consiglio regionale ha votato all’unanimità un ordine del giorno (anche in Comune è stato varato un documento analogo), in cui si chiede l’inizio immediato della bonifica, l’urgenza dei risarcimenti e un tavolo per stabilire il futuro di quell’area, dove la convivenza tra industria e abitanti deve essere messa in sicurezza.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 20th, 2016 Riccardo Fucile
SVERSATI 680.000 LITRI DI PETROLIO, LA PROCURA CONFERMA IL SEQUESTRO
Ancora quarantatrè giorni e l’oleodotto dell’Iplom, costruito 60 anni fa, sarebbe stato revisionato. A giugno, infatti, scadono i 5 anni canonici per la manutenzione ordinaria.
E però la conduttura è esplosa domenica scorsa, scaricando nel torrente Pianega almeno 680mila litri di petrolio greggio, e da lì nel Rio Fegino e poi nel Polcevera.
E neppure le centinaia di panne allestite dai vigili del fuoco sono riuscite ad evitare che l’idrocarburo arrivasse in mare.
Ieri tra la foce del Polcevera e la diga foranea, ma anche nella zona di Ponente, davanti a Pegli, si sono viste le prime chiazze spinte al largo, tracimate per un cambiamento di correnti e di vento.
Tanto che la Capitaneria di Porto ha dovuto allestire una quarta “diga” di “salsicciotti” per evitare il peggio e di pregiudicare la prossima stagione balneare.
Sul fronte giudiziario il gip ha convalidato il sequestro della conduttura fratturata: il tratto di 4 chilometri, compreso tra le valvole di intercettazione di Fegino e di San Biagio, posto sotto sequestro cautelativo dall’Arpal immediatamente dopo il “disastro ambientale colposo”.
Reato per il quale è iscritto nel registro degli indagati il gestore dell’oleodotto, nella persona di Vincenzo Columbo, direttore della raffineria di Busalla. Che difende il livello di manutenzione dell’oleodotto e fa sapere che rispetta gli standard europei.
Intanto, il pm Walter Cotugno (del pool ambiente a cui è passata l’inchiesta) ha esteso il sequestro ad un’area attorno al punto di frattura: per capire se lo smottamento presente sia stato antecedente all’incidente e quindi lo abbia provocato; oppure, se la voragine si è formata dopo lo sversamento.
In proposito, è stata accertata l’estraneità dei lavori del Terzo Valico, come era stato vociferato da alcuni abitanti.
Sempre ieri, di buon mattino, il pm ha spedito in stabilimento la polizia giudiziaria dei vigili del fuoco e dell’Arpal per sequestrare i registri di manutenzione e per definire l’esatta quantità di prodotto sversato. Da questo punto di vista anche gli ispettori della Dogana hanno compiuto verifiche.
Il greggio è considerato prodotto doganale, quindi registrato sia all’uscita dal Porto Petroli di Multedo, sia all’arrivo nei depositi di Fegino e nella raffineria di Busalla. Perciò, non dovrebbe essere difficile calcolare i metri cubi dispersi.
La nave maltese “Sea Dance” alle 19,26 di domenica, quando i computer di Iplom hanno registrato il calo di pressione, aveva scaricato 3200 metri cubi di greggio ed Iplom ferma le sue valutazioni intorno ai 300/400 metri cubi fuorusciti.
Quantità comunque enormi, se rapportate ai danni provocati.
Tant’è che nella notte di lunedì da Roma sono giunti due tecnici dell’Ispra, che hanno fatto un sopralluogo ed hanno intimato in tempi strettissimi la bonifica. Sulla quale incombono due minacce.
La prima per la salute della popolazione: se arriva il caldo, aumentano le evaporazioni di idrocarburi, quindi il rischio di avvelenamenti.
L’altra minaccia è rappresentata dalla pioggia. Le previsioni annunciano precipitazioni per sabato. Se entro 4 giorni non si riuscissero ad ultimare le operazioni di bonifica, l’acqua dilaverebbe i letti dei torrenti intrisi di petrolio, scaricandolo in mare.
In ogni modo, ieri mattina alcune ditte (tra cui la “C. Mamone”) per conto di Iplom, con autospurgo ed operai hanno iniziato a prelevare dalle anse, costruite con le panne, il greggio liquido e catramoso. Il più dovrà essere fatto attraverso la rimozione di migliaia di tonnellate di terra e ciottoli inquinati.
Sul fronte occupazionale incombe un’altra emergenza.
La Iplom, priva di approvvigionamenti, avrebbe 10 giorni di autonomia.
Se il sequestro dovesse protrarsi, sarebbe costretta a chiudere la raffineria e mettere in cassa integrazione parte dei 252 dipendenti. Più le ripercussioni sull’indotto.
Tant’è che oggi questa preoccupazione sarà discussa durante un’assemblea sindacale in fabbrica.
(da “La Repubblica“)
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Aprile 19th, 2016 Riccardo Fucile
SOLO IL LORO GRANDE SACRIFICIO HA LIMITATO LA CATASTROFE AMBIENTALE: “ABBIAMO CHIESTO LO SCHIUMOGENO A IPLOM, LO STAVAMO FINENDO, CI HANNO MESSO TROPPO TEMPO A FORNIRCELO”
Il fiume va bloccato. È nero, viscido, oleoso. Puzza di gas che prende alla gola, bolle in superficie, schiuma negli angoli.
Si insinua nel letto quasi secco del torrente come un serpente.
«Se quello schifo arriva in mare, è un disastro». Lo pensano tutti, nella sera tiepida di primavera rovinata dall’olezzo immondo che si diffonde tra i palazzi di Borzoli e poi più giù sino al ponte di Cornigliano, dove il letto si allarga e c’è più acqua.
C’è chi non si limita a pensarlo, ma lo fa. Ferma il fiume nero e salva il mare.
L’intervento
Trenta vigili del fuoco, presenti per caso, perchè alle otto di sera c’è il cambio del turno, sia nella centrale di San Benigno che nel distaccamento di Bolzaneto. Ma questa volta no: l’emergenza è grossa.
«Nessuno ce lo ha chiesto, purtroppo è la prassi perchè gli organici sono sempre più risicati. In teoria dovresti aspettare che ci sia lo stato di calamità per essere chiamato in straordinario. Ovviamente nessuno molla i colleghi. Ma per fortuna che ieri non c’è stato un incendio a Genova, sennò eravamo scoperti», racconta Davide Palini, uno di loro, che è anche sindacalista della Usb.
Si muove per primo il nucleo Nbcr, specializzato per le emergenze di questo tipo.
Una squadra va sul luogo della perdita, un’altra comincia i monitoraggi per rilevare la presenza di acido solfidrico nell’aria, con gli “esplosimetri”.
«Purtroppo alcuni sensori non funzionano, i rilevatori andrebbero rinnovati», attacca Palini. In zona arrivano quattro ambulanze che aiutano a chiudere al traffico via Borzoli e a rassicurare gli abitanti che sentono la puzza dai balconi.
La schiuma e la paura
Il livello del Polcevera è basso e l’acqua scorre lenta: si agisce prima sui due affluenti. Sul Pianego e sul Fegino viene gettata una grande quantità di schiuma per evitare che possa infiammarsi il greggio.
Intanto, una squadra di pompieri si posiziona all’altezza del ponte di Cornigliano e un’altra piazza le “panne” assorbenti nel torrente con l’aiuto di tecnici Iplom e dell’azienda Servizi ecologici.
Gli stivali affondano nella ghiaia e l’olezzo è forte.
«Abbiamo usato tutte quelle che avevamo in dotazione, mentre ne chiedevamo altre all’azienda. Sembravano non bastare mai», spiega il pompiere.
Più a valle, si mettono in moto le ruspe, mentre i rimorchiatori e le motovedette della Capitaneria di Porto iniziano a pattugliare la foce del Polcevera.
Quando ormai è calata la notte, vengono alzate delle specie di mini-dighe, terrapieni verso i quali i vigili del fuoco convogliano l’acqua più sporca. La fase più acuta dell’emergenza termina intorno all’una di notte. Il mare, per ora, è salvo.
Poche ore di sonno, poi ancora sul torrente per fermare la “marea nera” sul Fegino e dare il cambio ai colleghi.
Il lavoro dei vigili del fuoco prosegue costante per tutta la notte. Le bolle di schiuma si alzano a intervalli regolari, come soffiati in una vasca da bagno.
Spruzzi posati dal vento sui davanzali delle finestre, mentre le pompe continuano a sparare acqua e materiale schiumogeno. «Non è ancora finita, anche se l’odore si sente molto meno della notte scorsa. Ma non è ancora finita», ripetono i vigili del fuoco parlando e scambiandosi sguardi consapevoli con gli abitanti del quartiere.
Il racconto
Negli occhi ancora le difficoltà dell’intervento di domenica sera. «Nelle prime ore sul posto abbiamo chiesto lo schiumogeno a Iplom, lo stavamo finendo, ma prima di fornircelo o di intervenire ci hanno messo un sacco di tempo, troppo per una situazione simile», raccontano.
Le protezioni al naso, le maschere a coprire narici e occhi, sembrano guerrieri di qualche scenario post-bomba. Pronti a scendere nel torrente per combattere un nemico che è tutto tranne che invisibile.
Le esalazioni si riducono grazie al getto continuo di schiuma e al passaggio della marea nera verso mare, in gran parte bloccata sul Polcevera all’altezza del deposito Ikea mentre il sole illumina il letto del torrente.
Dei pesci, nemmeno più l’ombra. Pochissima acqua macchiata da chiazze oleose, il terreno ormai nero.
«Qui per bonificare tutto servirà un tempo infinito», confidano parlando tra loro alcuni vigili del fuoco, pronti ad aiutare un terzo a scendere per dare una spruzzata di liquido.
L’ennesima di questa lotta che sembra non finire mai.
(da “il Secolo XIX”)
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Aprile 19th, 2016 Riccardo Fucile
600.000 LITRI DI GREGGIO FINITI NEL POLCEVERA: “DISASTRO AMBIENTALE COLPOSO”
Tamponata l’emergenza, ora si lavora alla ricostruzione degli eventi che hanno portato al maxi
sversamento di petrolio nel torrente Polcevera e nei suoi affluenti.
Il pm Alberto Landolfi ha aperto un fascicolo ipotizzando il reato più grave possibile, disastro ambientale colposo, per cui sono previste pene fino a dieci anni di carcere.
E ha posto alla squadra giudiziaria dei vigili del fuoco e di Arpal una serie di quesiti. Buona parte dell’inchiesta giudiziaria si gioca su due punti: la manutenzione dell’impianto Iplom e i tempi in cui l’azienda è intervenuta per arginare la fuoriuscita di petrolio.
Una verifica ulteriore riguarda anche la segnalazione dei comitati di residenti, per capire se una frana collegata ai lavori dei cantieri del Terzo Valico abbia influito sul guasto alle tubazioni.
In un primo tempo la Procura sembrava intenzionata a procedere per inquinamento ambientale colposo, ma il sopralluogo effettuato nella notte di domenica ha convinto il magistrato a iscrivere il fascicolo partendo dalla condotta più grave.
L’eventualità di un sabotaggio è stata esclusa da subito, anche perchè l’oleodotto correva sotto terra.
A questo punto si tratta di chiarire le cause dell’incidente e i tempi di intervento: «La rottura è stato un evento improvviso e inaspettato – spiegano fonti dell’azienda – in questo momento stiamo lavorando per capire cosa possa averla provocata».
Di certo per ora c’è che l’impatto della fuoriuscita è imponente.
Le prime stime dei vigili del fuoco parlano di 600.000 litri di greggio finito nelle acque .
Parte della massa oleosa ha oltrepassato le barriere installate dai pompieri alla foce del Polcevera e ha raggiunto il mare, ma una buona parte del danno è stata circoscritta al greto del torrente: «Abbiamo evitato una catastrofe – dice senza mezzi termini il comandante provinciale dei pompieri Antonio La Malfa – ancor prima di aver notizie certe, abbiamo deciso di posizionare sul tratto terminale del Polcevera “panne” e ruspe. Sono grato del lavoro svolto dai miei uomini, che hanno operato senza sosta».
Decisivo, per le indagini, l’accertamento della cronologia degli eventi.
Secondo una prima ricostruzione, l’esplosione del tubo viene sentita da alcuni residenti già intorno alle 19.
Nella mezz’ora si susseguono le chiamate alla centrale operativa dei vigili del fuoco e dei carabinieri. Nel frattempo al porto petroli i sensori indicano un forte calo di pressione, che porta i responsabili a interrompere il rifornimento, effettuato dalla nave battente bandiera maltese “Sea Dance”.
Il vero interrogativo riguarda quello che è accaduto dopo.
I comitati spontanei di residenti lamentano forti ritardi da parte dei tecnici Iplom nell’intervento: «C’è un vuoto di almeno due ore».
L’azienda sul punto ha una diversa versione dei fatti: «Già a 20-25 minuti dall’allarme, i nostri tecnici sono intervenuti per isolare il punto esatto del danneggiamento e chiudere le valvole dell’oleodotto, una manovra che poteva essere effettuata solo manualmente, in condizioni complesse, per via dell’ora».
Ora saranno gli accertamenti dei magistrati a stabilire la verità .
(da “il Secolo XIX”)
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Aprile 18th, 2016 Riccardo Fucile
IL SINDACO: “NUOVE REGOLE PER IMPIANTI A RISCHIO”… TOTI: “E’ UNA EMERGENZA NAZIONALE, NON LOCALE”…L’ECOSISTEMA GRAVEMENTE DANNEGGIATO, RESIDENTI INFEROCITI: “DA ANNI DENUNCIAMO IL PERICOLO, NESSUNO CI HA ASCOLTATO”
L’odore acre, nauseabondo, del petrolio ti entra nelle narici, nella testa già mentre si attraversa la strada di sponda del Polcevera.
Lo sversamento di greggio figlio della rottura di una condotta Iplom avvenuto nella serata di una grigia domenica di aprile ha fatto precipitare Fegino, Borzoli, terre di confine tra il Ponente e la Valpolcevera nell’incubo del disastro ecologico.
Tecnici specializzati e Vigili del Fuoco lavorano senza sosta con schiumogeno, panne assorbenti e ruspe per impedire all’onda nera di raggiungere il mare.
Senza un esito positivo, purtroppo. Ma il viscido nemico sta rendendo difficile la vita agli abitanti di queste zone già da ore.
Abitanti che raccontano la loro rabbia e minacciano proteste: “Da tanto – racconta una donna- denunciamo la situazione di potenziale pericolo senza essere ascoltati”.
E mentre un giovane fruttivendolo pensa anche al suo lavoro “temo che oggi lavoreremo poco ma il mio pensiero va anche ai bimbi delle scuole vicino ai depositi”, un altro abitante ricorda con nostalgia quando qui comandava la terra, intesa come i contadini che lavoravano in zona e non il “progresso”.
E chi lascia Fegino, Borzoli, si porta appresso quell’odore. L’odore della paura e della rabbia di chi non si sente al sicuro a casa propria.
E l’ecosistema del Polcevera, che vede uccelli e piccoli mammiferi, è a forte rischio. Già notati pesci morti nelle acque del torrente.
Si lavora senza sosta a Fegino e lungo il corso del torrente Polcevera, fino alla foce, dopo lo sversamento, avvenuto ieri sera intorno alle 19, di petrolio da una condotta del deposito della raffineria Iplom che ha sede a Busalla e che ha rovesciato una grande quantità di petrolio nel rio Pianego, nel rio Fegino e, da questo, nel Polcevera. Chiazze di idrocarburi si notano lungo tutta l’asta terminale del torrente, tra i quartieri di Sampierdarena e Cornigliano nel ponente cittadino.
Il pm Alberto Landolfi ha aperto un fascicolo per inquinamento e posto sotto sequestro il deposito costiero della Iplom a Fegino da cui si è prodotto lo sversamento.
Quando, poco prima delle 20, c’è stato il guasto, non sarebbero state chiuse le valvole in tempo, permettendo al petrolio di raggiungere il rio Pianego.
I pompieri hanno versato dello schiumogeno per formare uno strato tra il greto e l’aria, proprio per “ingabbiare”la sostanza. Sul posto il nucleo Nbcr, il settore dei vigili del fuoco specializzato negli interventi in caso di rischio nucleare, biologico, chimico e radioattivo.
Decine di persone preoccupate hanno seguito i lavori di messa in sicurezza sulle rive dei torrenti.
Nonostante gli appelli ai residenti di stare “in casa con le finestre chiuse perchè la situazione è a rischio”, in tanti sono scesi in strada per assistere ai soccorsi.
Banche Abera, etiope, ha il figlio asmatico che subito dopo la fuoriuscita di petrolio si è sentito male ed è stato portato al Gaslini. “Resterà all’ospedale”, racconta. “I medici preferiscono tenerlo sotto osservazione per la notte e comunque non farlo rientrare a casa”.
“Stiamo valutando se dal punto di vista legale ci sono le condizioni per chiedere i danni per questo incidente”. Lo ha detto il sindaco di Genova Marco Doria parlando dello sversamento di greggio nel torrente Polcevera a Genova. “Stiamo anche valutando – ha aggiunto il sindaco – tutti i provvedimenti necessari per disciplinare queste attività che rischiano di creare danno”.
“Siamo in contatto quasi costante con il ministro dell’ambiente Galletti, per decidere quali saranno i percorsi per chiedere i fondi necessari all’importante opera di bonifica e, se le condizioni di legge lo permetteranno, potremmo chiedere lo stato di emergenza”.
Lo ha detto il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, durante il sopralluogo con l’assessore all’ambiente, Giacomo Giampedrone, sul luogo dello sversamento di greggio in Valpolcevera.
“Questa non è solo un’emergenza regionale ma è nazionale, visto il danno ambientale. Serviranno fondi straordinari perchè questo corso d’acqua ha subito un danno molto serio”, ha detto Toti .
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2016 Riccardo Fucile
LA NOMINA POLITICA DI TOTI DIVENTA UN AUTOGOL: IL PRESIDENTE INVITA A VOTARE SI’ PER DIFENDERE IL TURISMO LIGURE… FIDANZA (FDI) PRENDE 90.000 EURO PER INCENTIVARLO: SIA COERENTE FINO IN FONDO E SI DIMETTA
La questione non è di poco conto, ha chiari risvolti politici ed etici.
Il referendum sulle trivelle ha visto come promotori nove regioni: Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania, Molise.
La giunta di centrodestra della Liguria quindi è tra coloro che si sono schierati per il sì, posizione condivisa a livello nazionale da Lega, FdI e Forza Italia (quest’ultima in modo più “politico”).
In particolare il governatore Toti ha più volte affermato che il suo sarà un sì convinto a tutela del patrimonio ambientale e degli interessi turistici della Regione.
Ci si aspetterebbe, a questo punto, che i dipendenti di livello, di nomina politica di Toti, avessero il buon gusto o di adeguarsi o almeno di tacere.
Soprattutto se si è stati gratificati, tra mille polemiche e un curriculum inadeguato all’incarico, di una nomina a direttore dell’agenzia del Turismo della Liguria, per il “modesto” compenso di 90.000 euro l’anno (cifra e nomina che hanno fatto gridare allo scandalo le opposizioni).
Lasciamo perdere la tesi per cui la nomina di Fidanza (trombato alle elezioni) sia stata imposta a Toti dalla Meloni per trovargli un incarico.
Fidanza oggi esprime legittimamente la sua posizione in dissenso dal suo partito, ritenendo errato votare Sì al referendum e annunciando la sua astensione con motivazioni “renziane”.
Non lo critichiamo per questo, si può dissentire dal partito.
Ma quando rappresenti il turismo di una delle nove regioni che hanno promosso la consultazione referendaria proprio per tutelare il turismo, non puoi dissociarti da una scelta ampiamente condivisa.
Salvo in un caso: che lunedi presenti le dimissioni dall’incarico di cui è stato gratificato.
Siamo certi che per persone tutte di un pezzo la coerenza valga di più dei 90.000 euro a cui dovrà rinunciare.
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Febbraio 2nd, 2016 Riccardo Fucile
“SI SONO FATTI RIMBORSARE SCONTRINI PRIVATI SPACCIANDO LE SPESE PER ATTIVITA’ ISTITUZIONALI”…UN ALTRO LEGHISTA PATTEGGIA 2 ANNI… RIXI NON SI DIMETTE “PERCHE’ SONO LEGATO ALLA MIA TERRA”: ORA LO STIPENDIO SI CHIAMA COSI’
Ventitrè rinviii a giudizio, tra cui il presidente del consiglio regionale ligure, Francesco Bruzzone, e l’assessore allo sviluppo economico e alle infrastrutture della giunta di centrodestra guidata da Giovanni Toti, Edoardo Rixi, entrambi leghisti; un altro esponente del partito di Salvini (di cui Rixi è il vicesegretario nazionale), l’ex consigliere Maurizio Torterolo, condannato a due anni con il patteggiamento.
A processo anche Matteo Rosso, capogruppo di Fratelli d’Italia.
Con le decisioni della giudice per l’udienza preliminare Roberta Bossi si conclude la prima fase della lunga inchiesta sulle spese pazze sostenute con i soldi dei gruppi regionali dal 2010 al 2012.
Prosciolto dall’accusa di peculato Mario Amelotti, tesoriere del gruppo Pd; ridotte anche le accuse all’ex capogruppo democratico Nino Miceli, per il quale sono caduti due dei tre capi di imputazione, mentre ne resta un terzo per scontrini da giustificare per 38 mila euro.
“Sono soddisfatta degli alleggerimenti delle accuse nei confronti degli esponenti del Partito democratico” ha detto Raffaella Paita, attuale capogruppo in Regione Liguria. L’inizio del processo è
stato fissato per l’8 giugno.
Secondo l’accusa, sostenuta dal pm Francesco Pinto, i consiglieri si sarebbero fatti rimborsare spese private con soldi pubblici spacciandole per attività istituzionali. Le accuse, a vario titolo, sono di peculato e falso.
Giustificati come rimborsi legati all’attività istituzionale ci sono viaggi in montagna, una mangiata di ostriche al Cafè de Turin di Nizza e gite fuori porta, nei weekend, a Pasqua, il 25 aprile e il Primo Maggiol
L’elenco delle voci sospette include pure pernottamenti in località montane come Courmayeur, in Valle D’Aosta, e Limone, in Piemonte; un agriturismo per due a Cogne, passando per alberghi in città d’arte come Venezia e Pisa.
Ad attirare l’attenzione degli inquirenti sono state soprattutto le date delle ricevute, che spesso collocano i viaggi al sabato e alla domenica. Nel budget regionale sono così finiti 84 scontrini in uno stesso ristorante di Savona, cene a Mondovì, menù per bambini, pranzi a Ferragosto e una notte passata in un motel di Broni, in Provincia di Pavia.
Il processo comincerà l’8 giugno e sul banco degli imputati ci saranno anche tutti gli ex componenti dell’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale negli anni 2010-2012: Rosario Monteleone, allora presidente (Udc), Michele Boffa (Pd), Giacomo Conti (Fds), Massimo Donzella (Udc
La reazione di Rixi: “Dimettermi? Non voglio abbandonare questa terra”.
Nessuno infatti lo obbliga, basterebbe rinunciasse allo stipendio, magari restituendo quello che fino ad oggi ha percepito, insieme agli altri imputati.
Ricordiamo che in caso di condanna in primo grado, la legge Severino prevede la decadenza dall’incarico.
(da agenzie)
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