Gennaio 12th, 2017 Riccardo Fucile
“SONO CASAVOLPE E BEPPEGATTO I RESPONSABILI”… ALTRI 5 EURODEPUTATI STAREBBERO PER LASCIARE
“Ma l’associazione Rousseau è la ‘segreteria’ del partito 5 stelle o il centro dei cerchi e cerchietti magici del
Movimento? E pensa se non stessero lavorando al DDM (Direct democracy movement)… Beppe aiutaci tu!”.
La senatrice del M5S Elisa Bulgarelli, dopo la disfatta del fallito accordo tra i grillini e liberaldemocratici di Alde (che ha provocato due defezioni anche in Europa), si sfoga ancora su Facebook, attaccando la piattaforma software ideata dalla Casaleggio e Associati che conserva nomi e password degli iscritti al Movimento
Parole critiche che accendono il dibatitto sui social.
Un follower commenta: “Io più che cerchi magici vedo molti personalismi non incanalati”.
Mentre un altro, facendo riferimento a quanto accaduto nel Parlamento europeo – il voto sul blog, l’accordo saltato con l’Alde, il ritorno con Farage e ieri l’addio di due eurodeputati M5S – osserva: “La vicenda europea lo ha chiarito una volta per tutte! E adesso che si fa? Si fa finta di niente? Si parla e si viene additati da dissidenti (se va bene)?”.
Ma se la senatrice Bulgarelli invoca l’intervento risolutore di Beppe Grillo, tra gli attivisti e gli iscritti 5 Stelle non tutti sono d’accordo.
E c’è chi scrive: “Condivido il tuo post critico ma mi sa tanto che il problema risiede proprio in colui a cui chiedi aiuto (e mi pare che gli elementi per sostenerlo non manchino)” e chi ironico scrive: “Sono Casavolpe e Beppegatto i responsabili”.
Intanto Ernesto Affronte, l’europarlamentare fuoriuscito dal gruppo M5S assieme al collega Marco Zanni, risponde agli attacchi a tappeto ricevuti sui social: “Hanno tirato fuori l’artiglieria pesante – afferma – ma me l’aspettavo, l’avevo messa nel conto. Il movimento ha una base fideistica con dinamiche quasi da setta per cui, ovviamente, c’è stata una reazione molto forte”.
E chiarisce: “Ho scelto di lasciare il gruppo per quel che è successo negli ultimi giorni e per un disagio accumulato da un anno: i princìpi del M5S in cui sono entrato ce li stiamo lasciando alle spalle un pezzetto alla volta”.
E accusa il Movimento di essere gestito da “incapaci”, tanto da avere paura all’idea che i suoi figli possano vivere in un paese governato dai Cinquestelle.
Alcune indiscrezioni parlano di altri cinque eurodeputati M5S pronti all’addio.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 12th, 2017 Riccardo Fucile
L’INFORTUNIO EUROPEO CONFERMA UNA MANCANZA DI SOSTANZA, DI QUALITA’ E DI SIGNIFICATO POLITICO
Non è esattamente una passeggiata di salute quella che Grillo e Casaleggio si sono fatti sulla Grand Place di Bruxelles.
Nel breve, ridicolo e clamoroso avanti e indietro tra gli antieuropeisti di Farage e i liberali di Verhofstadt si radunano infatti tutti i demoni irrisolti di un movimento perennemente allo stato gassoso che non riesce a consolidare alcunchè, perchè non avendo storia e tradizione (il che non è certo una colpa) non ha nemmeno saputo costruirsi un deposito culturale di riferimento a cui ancorare le trovate estemporanee del leader, abituato ad uscire da una quinta per cambiarsi d’abito e ricomparire dall’altra con uno sberleffo.
La politica è un po’ più complicata, a lungo andare, soprattutto negli intervalli tra una campagna elettorale e l’altra: per fortuna non tutto è performance, blog, comizio, una volta ogni tanto bisogna trasmettere l’idea che oltre a distruggere si è capaci anche di costruire qualcosa.
L’Europa, poi, è complicata ancor di più. Esistono famiglie politiche, perchè esistono vicende storiche e civili che hanno selezionato interessi, valori e persino personalità producendo cultura politica (mi scuso per l’espressione fuori moda): e da quella cultura, semplicemente, sono nate le costituzioni e le istituzioni nelle quali viviamo – potremmo dire – nelle difficoltà degli uomini ma nella libertà del sistema, in questo nostro lungo dopoguerra europeo di pace.
Bene, se questa è la cornice, il quadro non è solo un infortunio senza precedenti, da inserire per anni nei repertori comici in teatro, per far ridere la platea.
È la conferma di una mancanza di sostanza, di qualità e addirittura di significato politico.
Qui succede che un movimento nasce contro l’euro e contro l’Europa, oltre che contro tutte le inefficienze, le disfunzioni e le corruzioni della nostra democrazia indigena. Entra nel gruppo antieuropeista di Farage, campione della Brexit e dell’insularità britannica.
Poi, dopo uno stage sul bordo-piscina di Briatore a Malindi, ecco la rivelazione keniota del fondatore, l’idea che per prepararsi a governare conviene abbandonare alleati così radicali, e spostarsi in un’area più tranquillizzante. I liberali? Perchè no, vanno bene come qualsiasi opzione che non costringa a scegliere davvero tra destra e sinistra, per non dividere il fascio di consensi.
La post-modernità della post-politica è questa: mani libere, destra e sinistra sono superate, il nuovo vive in un altrove indistinto che si può manipolare a piacere e abitare con comodo, interpretandolo come una pièce che si aggiorna di piazza in piazza, secondo l’estro del capocomico.
Il fatto di aver ironizzato sui liberali per anni e di aver polemizzato ripetutamente con loro non conta, perchè tanto nell’altrove non esiste un’opinione pubblica interna, cui rendere conto.
Anzi, la giravolta è diversità , la diversità è libertà , e libertà significa semplicemente che il Capo fa quel che vuole.
Nessuna discussione, nessun dibattito, soprattutto nessuna passione: politica, storica, culturale, capace di dare anima e corpo ai diversi apparentamenti europei del movimento, di delineare una visione, una prospettiva identitaria, qualcosa di riconoscibile e riconosciuto, un modello di riferimento.
L’altrove non ha modelli, se non l’idea originaria del leader, soggetta a colpi di vento o di sole africani, ma per definizione esatta, innocente, intatta nel cerchio perfetto del carisma perenne e soprattutto autosufficiente per spiegare ogni cosa.
Poi naturalmente c’è il referendum, strumento perfetto di ogni meccanismo sommario. Come chiamarlo? Confermativo? Plebiscitario? Laudativo? Io direi gregario.
Un sistema di acquiescenza e ratifica che governa meccanicamente un surrogato di consenso, richiesto e ottenuto in automatico ogni volta che c’è bisogno di dare una vernice comunitaria postuma alle improvvisazioni solitarie del Supremo Garante.
Un referendum convocato in quattro e quattr’otto, svolto su due piedi come al circolo nautico o al club degli scacchi, attorno alla trovata di uno solo.
Senza una discussione preparatoria, un confronto di idee, un dibattito aperto che consenta agli interni e agli esterni di conoscere non solo l’esito e il saldo finale, ma le ragioni di una proposta, il percorso di una scelta, rischi e opportunità , alternative possibili e i riflessi che tutte queste diverse opzioni possono avere sulla fisionomia pubblica del movimento.
Tutto questo in nome di un altro demone originario: il segreto, figlio del complotto e della grande congiura, che naturalmente è sempre in atto e con tutto quel che succede nel mondo è concentrata sempre e solamente su Raggi e su Di Maio, e li fa perfidamente inciampare sui frigoriferi, sul Cile e il Venezuela.
L’ultima invenzione è la congiura dell'”establishment” che Grillo ha evocato per dargli la colpa del trappolone europeo, in realtà fabbricato in casa.
Come se in Italia esistesse una classe dirigente capace di coniugare gli interessi particolari legittimi con l’interesse generale, invece di singoli network gregari, concessionari e autogarantiti.
Ma la congiura e il segreto fortificano lo spirito, trasformano la politica in fede, il movimento in setta, la trasparenza in confisca.
Il referendum avviene su una piattaforma software privata di una società privata che gestisce la cosa più pubblica che c’è, vale a dire la proposta politica di un movimento, e conserva nomi e password degli iscritti nella mitica fondazione Rousseau come in uno scrigno segreto.
Il segreto giustifica il vulnus di trasparenza, le decisioni europee prese in Kenya alle spalle dei deputati europei, perchè gli eletti nel movimento hanno nei fatti un preciso e anticostituzionale vincolo di mandato, nei confronti del partito-moloch.
Lo dice su Facebook l’eurodeputato Tamburrano: “Hanno preparato un accordo schifoso sulla testa della maggioranza di noi portavoce (di chi?) europei facendo piombare una domenica mattina una votazione farlocca, prendendo per i fondelli noi, milioni di elettori e lo stesso Beppe Grillo”.
E la senatrice Nugnes denuncia “la scarsità della partecipazione” ai referendum, “che si attesta intorno al 30 per cento, di solito al di sotto”.
“Dovevamo essere il popolo dell’intelligenza critica e della democrazia diretta – spiega – invece è successo qualcosa che per il momento ha bloccato completamente il processo”. Cosa? “Una democrazia carismatica con affettività malata”.
Naturalmente la miseria impaurita e impotente del dibattito interno al Pd dopo la clamorosa sconfitta al referendum non è una giustificazione per il M5S: se mai poteva essere uno stimolo e un’occasione politica di diversità .
Invece direttorio, garanti, portavoce: tutta un’intercapedine procedurale che è il contrario della democrazia diretta, e che consente alla Casaleggio di veicolare contenuti a piacere dall’alto al basso, come memorandum aziendali, e al leader di rivoltare il calzino a piacere dalla terrazze dell’Hotel Forum ogni volta che gli serve. Nell’altrove, tutti gli eletti, tutti i dirigenti, tutti gli uomini nuovi sono in realtà semplicemente dei fiduciari del Capo: in altre epoche li avremmo chiamati portaborse, sottopancia, boiardi minori e periferici, con in più la sovrastruttura burocratico-statutaria della multa di 250 mila euro per chi dissente, come fanno le società di calcio con un qualsiasi centravanti chiacchierone o indisciplinato.
Questo evidente pasticcio che parla di democrazia e pratica la teocrazia ha portato al capitombolo europeo con la ribellione dei liberali, convinti che la “cheap politics” di Grillo cozzi con tutto il loro armamentario ideale, visto che loro ne hanno uno, a cui tengono.
Segue il ritorno a Canossa da Farage, le condizioni umilianti del leader Ukip per riammetterli in casa dalla porta di servizio, la velocità di Di Maio che un minuto dopo il ritorno nel gruppo antieuropeista si dice pronto a votare contro l’euro, senza nemmeno togliersi il vestito liberale che il movimento aveva indossato da due giorni per l’occasione.
Ma la brutta figura davanti all’intera Europa non è ciò che conta davvero. Conta l’anomalia del grillismo, rivelata da questa vicenda.
Attenzione, non la diversità , benvenuta in un sistema politico stagnante: ma l’anomalia. In sostanza, la strozzatura di un meccanismo chiuso in sè, che come rivela questa storia non è contendibile, prima e suprema condizione della trasparenza, della libertà e della democrazia. Il resto purtroppo è chiacchiera.
Tanto che in Europa basta evocare un minimo di cultura liberale per scioglierla come una bolla di sapone.
Ezio Mauro
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 12th, 2017 Riccardo Fucile
IL GOLPE TRA NATALE E CAPODANNO: 12 INCARICHI PER 574.000 EURO
Ventiquattro nuove assunzioni negli ultimi due mesi, che portano il conto totale a 47. Per un totale di 2,3
milioni di euro di stipendi a collaboratori esterni.
La Giunta Raggi è immobile dal punto di vista delle delibere (e quando le fa, poi le annulla in autotutela) ma se si tratta di assumere sta procedendo a un ritmo di tutto rispetto.
Tanto che potrebbe presto arrivare a colmare il divario con il predecessore, Ignazio Marino, che era arrivato a far spendere quasi il doppio per i collaboratori.
L’amministrazione grillina ha provveduto negli ultimi tre mesi — sul totale dei sei di governo — a una discreta infornata di professionalità .
Sedici le assunzioni formalizzate dall’esecutivo nei soli mesi di novembre e dicembre 2016 per un costo di 724.150,95 euro.
Spiega oggi Il Messaggero:
Solo lo scorso mese, Roma Capitale ha ratificato 13 contratti a tempo determinato (7 dei quali licenziati nell’ultima seduta di giunta del 30 dicembre scorso).
Nel dettaglio, l’ingresso in Campidoglio del neo assessore all’Ambiente, Giuseppina Montanari, è costata all’amministrazione 175.365,33 euro (lordi s’intende) di contratti a tempo determinato firmati a 5 professionalità esterne.
Ancora: tra i contratti delle ultime settimane figurano quelli per la responsabile alla Scuola, Laura Baldassarre, che si è avvalsa dallo scorso 29 dicembre di un consulente legale, chiamato a gestire — per 88.728,53 euro — i temi dei suo assessorato.
Massimo Colomban, a capo della riorganizzazione delle Partecipate, invece, dal 23 dicembre scorso, ha ampliato il proprio organico con altre due unità per un costo complessivo di 100.050,9 euro, mentre il suo collega al Commercio, Adriano Meloni, ha chiamato un consulente legale (contratto da 33mila euro) e una funzionaria di “project management” a cui sarà affidata — per 44.892,10 euro — la supervisione del piano antiabusivismo ricettivo e altre materie legate al turismo.
E tra le assunzioni, racconta Repubblica Roma, ce n’è una piuttosto interessante: è l’incarico per l’architetto Andrea Tardito, 64 anni, già candidato nel M5S:
Affiancherà l’assessore Andrea Mazzillo con un contratto da 88mila euro l’anno nella «gestione e valorizzazione del patrimonio immobiliare».
Anche se forte è il sospetto che Tardito sia stato scelto più per la sua fede politica che per il suo curriculum: basta guardare l’immagina postata sulla sua bacheca Facebook, una foto della sindaca accompagnata dalla scritta “Santa Virginia, martire con l’aureola a 5 stelle”.
Non un caso isolato. Nella settimana tra Natale e Capodanno, la giunta Raggi ha infatti distribuito 12 incarichi per 574mila euro.
L’ex vicesindaco Frongia ha trasferito all’assessorato allo Sport l’intero staff e i nuovi assessori — da Montanari a Colomban — hanno fatto il resto.
Un’infilata di assunzioni, a dispetto di un bilancio in rosso tutto da riscrivere.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 12th, 2017 Riccardo Fucile
COME MAI IN ITALIA SI RIFIUTA IL FINANZIAMENTO PUBBLICO E POI IN EUROPA SI CERCANO ACCORDI PER INCASSARE PIU’ SOLDI?… QUALI INTERESSI AZIENDALI DIETRO LE SCELTE DI CASALEGGIO?…GIANNULI SBOTTA: “MERCATO DELLE VACCHE IN PURO STILE DC”
Ogni volta che il Movimento Cinque Stelle viene percepito davvero come alternativa di governo considerata da tantissimi italiani, è successo in un modo o nell’altro che Grillo e la Casaleggio – di fatto — l’abbiano ricacciato nei panni di un’eterna opposizione.
Ad alcuni è venuto molte volte, in passato, il dubbio che lo facessero apposta.
«È la storica volontà di potenza di Milano: smontare, non importa se con insuccessi clamorosi, le certezze del gruppo parlamentare, peraltro quasi sempre faticosamente raggiunte», dice l’ex capo della comunicazione Nicola Biondo.
È per questo, possiamo aggiungere, che Luigi Di Maio in questi giorni era nervoso. Ma come, lui, Di Maio, fa di tutto, anche rischiando politicamente col gruppo parlamentare, per accreditare il M5S come forza di governo, e se stesso come aspirante premier, e quelli combinano il guaio Grillo-Verhofstadt?
Certo, Casaleggio junior è azzoppato; però anche sbagliando rumorosamente una trattativa sbatte comunque in faccia ai parlamentari una verità : comanda lui. E tutti (nessuno escluso) valgono uno. Tranne Milano.
Se si legge così la vicenda della brutta figura europea del M5S – che voleva andare coi liberali, ha votato in fretta e furia e senza preavviso un sì sul blog, è stato poi mandato a stendere dai liberali, e è tornato a capo chino da Nigel Farage – si capisce che la Casaleggio perde qualcosa, ma ottiene anche qualcosa.
Ribadisce un dominio che è totale.
In più ridimensiona – c’è chi dice, scarica – alcuni uomini, per esempio Filippo Pittarello, una persona capace, boy scout fedelissimo, discreto, sul quale Gianroberto Casaleggio ha sempre contato molto – e Davide, a quanto pare ora, meno.
A Pittarello scadrà il contratto in Europa a breve, e chissà cosa succederà dopo.
Al posto di capo della comunicazione europea va invece Cristina Belotti, una giovane che è stata assistente di redazione nel programma di Paolo Del Debbio (quello che ciclicamente Silvio Berlusconi sogna come candidato del centrodestra).
Belotti viene portata in Casaleggio dal fratello di Filippo, Matteo Pittarello, che oggi (parentesi) cura i testi dello show di Beppe Grillo.
La politica del Movimento si mescola e è condizionata, inesorabilmente, da queste dinamiche aziendali.
Il prezzo politico pagato ieri è stato alto: due eurodeputati, Marco Affronte e Marco Zanni, sono usciti dal gruppo M5S-Farage. Vanno però in direzioni opposte, il primo nei verdi europei, il secondo con Salvini-Le Pen-Wilders: il Movimento è tutto e il suo contrario.
Una terza eurodeputata, Daniela Aiuto, ci avrebbe ripensato in extremis. Grillo dal blog chiede loro di «dimettersi», e annuncia una causa in cui pretenderà il pagamento della penale che sottoscrissero (in Europa sarebbe addirittura di 250 mila euro), «la doneremo ai terremotati». Affronte risponde secco: «Abbiamo firmato un foglio, non riesco a chiamarlo in un altro modo, in cui fra le altre cose c’era scritto di questa penale. Da quello che so, dal punto di vista legale, ha un valore meno della carta straccia».
In effetti proprio venerdì, davanti al tribunale civile, vengono impugnati a Roma (da un gruppo capitanato dall’avvocato Lorenzo Borrè) il famoso «contratto della Raggi» - quello rivelato dalla Stampa a marzo, e ovviamente, a caldo, negato e smentito dai cinque stelle – e lo statuto e il regolamento.
Secondo Borrè (e non è il solo avvocato a pensarla così) queste scritture sono assolutamente nulle. Vedremo.
La cosa incredibile è che un uomo assai legato a Gianroberto Casaleggio, il prof Aldo Giannuli, abbia letteralmente demolito il M5S, commentando il testo della trattativa svelato da un redattore di radio radicale: «I 5 Stelle, il 17 gennaio, avrebbero votato per Verhofstadt quale prossimo presidente del Parlamento europeo e in cambio sarebbero stati ammessi nel gruppo liberale, ottenendone la vice presidenza e, se possibile, anche una vice presidenza dell’Assemblea di Strasburgo, oltre alla divisione dei fondi e del personale. Una volta queste cose si chiamavano “mercato delle vacche” in perfetto stile Dc». Parla di «disastro d’immagine», Giannuli.
Poi attacca direttamente sull’euro, chiedendo alla Casaleggio: «Se c’è una revisione della posizione sull’euro che era di Roberto Casaleggio (e anche di Beppe Grillo per quel che ricordo), lo si dica apertamente».
E sui soldi: «Perchè in Italia il M5S rifiuta il finanziamento pubblico, mentre poi lo cerca affannosamente in Europa, al punto di includerlo fra le motivazioni di un accordo così singolare?».
Infine, denuncia «un clima clandestino da loggia carbonara». Vedremo se a lui risponderanno qualcosa.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Gennaio 12th, 2017 Riccardo Fucile
L’ESPONENTE M5S: “AFFRONTE E ZANNI NON ASPETTAVANO ALTRO”
“L’Alde è agli antipodi rispetto ai programmi da noi propugnati”. “Ho cercato di spiegare in tutti i modi che
quella scelta era un errore, ma siamo andati incontro a una Caporetto”.
È quanto afferma a Repubblica Carlo Sibilia, deputato M5s ed ex membro del direttorio, che sul mancato accordo con il gruppo di Guy Verhofstadt aggiunge: “Penso che non ci sia niente di male a dire: abbiamo sbagliato, è stata fatta una mossa azzardata, cerchiamo di rimediare”.
Alla domanda se si senta sul banco degli imputati, Sibilia replica: “Sono tranquillo perchè ho solo ricordato i nostri principi. Guy Verhofstadt nel 2009 stava al Bilderberg. Noi abbiamo fatto le dirette video sul blog seguendo quei meeting segreti, non potevamo sedere accanto a lui a Bruxelles”.
Nel Movimento, osserva quindi, “da aprile c’è una certa nebulosità nelle scelte. È necessario che di questo anche altri assumano consapevolezza per poter raddrizzare la rotta”, “il modo si trova, l’importante ora è prenderne tutti coscienza. Che ci sia qualcosa da aggiustare credo sia palese”.
Sui due europarlamentari che sono andati via, Sibilia aggiunge: “Questa cosa mi dispiace. Sono state prese decisioni affrettate. Ma noi non dobbiamo dare alibi a quelle persone che non aspettano altro che accada qualcosa per prendere la strada più comoda. Bisogna lavorare, condividere di più, allargare la partecipazione il più possibile con i nostri strumenti, a partire dalla Rete”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 11th, 2017 Riccardo Fucile
CINQUE ISCRITTI AL M5S, ASSISTITI DALL’AVV. BORRE’, PORTANO GRILLO IN TRIBUNALE: “ANNULLARE REGOLAMENTO, NON STATUTO E CODICE ETICO”
Bruno Bellocchio, Antonio Caracciolo da Seminara, Ernesto Leone, Alessio Marini e Ivan Pastore sono i cinque iscritti al MoVimento 5 Stelle che, assistiti dall’avvocato Lorenzo Borrè, impugneranno Statuto e Regolamento davanti ad un giudice dove sarà chiamato a rispondere Beppe Grillo in qualità di rappresentante legale dell’associazione M5S.
L’atto di citazione ex articolo 23 C.C. con contestuale istanza di emanazione di provvedimenti cautelari consta di 41 pagine e 12 motivi di contestazione che fanno a pezzi il nuovo Regolamento del MoVimento che nelle intenzioni degli estensori serviva a proteggere Beppe Grillo dai rischi di cause ma rischia di essere annullato, costringendo così i grillini a dover ricominciare da capo l’iter di approvazione.
Senza contare il rischio nullità per le prime sanzioni comminate in forza del regolamento, ovvero quelle nei confronti degli eletti siciliani coinvolti nel caso delle firme false.
Nel testo dell’atto si parte dal racconto della sospensione delle espulsioni degli attivisti di Napoli Libera e di quelli romani e dell’iter di approvazione del nuovo regolamento M5S, segnalando anche la vicenda dell’attivista Leone (detto Tinazzi, animatore del meetup 878), uno di quelli che subì un’espulsione “silenziosa” trovandosi con l’account per accedere al voto disabilitato senza alcuna spiegazione. Poi si passa ai motivi di annullabilità o nullità ; il primo argomento è quello del quorum non raggiunto:
le modalità escogitate da Giuseppe Piero Grillo per procedere all’approvazione del regolamento integrativo dello Statuto (e quindi per la modifica degli artt. 5 e 8 dello Statuto denominato “Non Statuto”) non solo non hanno ottenuto l’unanimità dei consensi degli associati, ma hanno comunque violato le chiare prescrizioni dell’art. 21, 2° comma, c.c., in forza del quale per modificare lo Statuto occorre procedere con delibera assembleare, per la quale “occorrono la presenza di almeno tre quarti degli associati e il voto favorevole della maggioranza dei presenti”, mentre nella fattispecie ha partecipato al voto il 67% degli iscritti (alla data del 31.12.2015).
Anche perchè, spiega l’atto, la votazione on line senza possibilità di discussione preventiva e di proporre modifiche vìola l’articolo 21 C.C. che prevede la compresenza degli associati e la discussione prima del voto.
Per la legge, viene ricordato nel testo, “occorrono la presenza di almeno tre quarti degli associati e il voto favorevole della maggioranza dei presenti”, mentre alle votazioni sul blog per dare il via libera a nuovo regolamento e non statuto “ha partecipato il 67% degli iscritti”.
Per i ricorrenti “le modalità imposte da Beppe Grillo rappresentano invece un mero simulacro di partecipazione democratica che oblitera qualsiasi possibilità di effettiva formazione della volontà interattiva degli iscritti e, in primo luogo, quella funzione di indirizzo decisionale che compete agli associati a norma dello Statuto e che rappresenta il cuore dell’idea associativa”.
Ma Borrè, nell’atto di impugnazione delle nuove regole, tira in ballo anche “la distorsione informativa circa le finalità di votazione”, nonchè il fatto che dal voto siano stati “arbitrariamente esclusi gli associati iscritti tra il 1.1.2016 e il 25.9.2016”.
Quindi nell’atto si illustra la posizione dell’”associato Ernesto Leone”, che non ha mai ricevuto la mail che invitava al voto nonostante fosse a tutti gli effetti ancora un iscritto al M5S: «la mancata comunicazione, anche ad uno solo degli associati, dell’avviso di convocazione dell’assemblea (o della votazione), costituisce violazione delle norme che disciplinano il procedimento comportante l’annullabilità della delibera», spiega l’avvocato Borrè nell’atto, e di certo viene un po’ da sorridere a pensare che alla fine il tribunale potrebbe annullare il voto a causa della mancata convocazione di un iscritto irregolarmente espulso.
Poi l’atto segnala che la contestualità dei quesiti sottoposti a votazione non consentiva di individuare quale fosse il testo del regolamento che avrebbe dovuto integrare lo Statuto:
Orbene, un simile modo di procedere non solo non consentiva oggettivamente di verificare, data la contestualità della votazione per la scelta relativa a due diversi regolamenti, quale dei due avrebbe successivamente integrato lo Statuto al termine della votazione, ma il testo del Non Statuto con le integrazioni sopra richiamate era interattivo e rimandava al testo di un regolamento ancora diverso e cioè di quello di cui l’ordinanza collegiale del Tribunale di Napoli aveva rilevato la nullità .In sintesi, dunque, il pasticcio — ci si perdoni il termine metagiuridico — combinato nella formulazione dei quesiti e nella sottoposizione del testo della versione (modificata) del Non Statuto da approvare non consentiva e non consente di stabilire quale sia stato il testo (rectius: l’integrazione testuale) oggetto di approvazione da parte di ogni singolo votante, di talchè l’indeterminabilità dell’oggetto -e comunque dell’ubi consistam della modifica- comporta l’annullabilità della votazione (e del risultato della votazione ovvero della asserita “delibera”) e quindi delle modifiche statutarie e del Regolamento de quo.
Questa problematica era stata segnalata durante il voto in una serie di articoli di giornali, ai quali i vertici del MoVimento avevano risposto liquidando la questione come “roba da azzeccagarbugli”.
Anche qui, come nel caso di Tinazzi, se alla fine della storia gli “azzeccagarbugli” avessero ragione in tribunale ciò costituirebbe un bello smacco per gli espertoni giuridici dell’ultim’ora.
Ci sono poi le argomentazioni sulla nullità dei commi 6, 7 e 8 dell’articolo 2 del nuovo regolamento, che vìolano, secondo i ricorrenti, il principio paritario dell’”uno vale uno” attribuendo al Capo politico e al Comitato d’appello poteri decisionali superiori a quelli del singolo associato in violazione del principio di pariteticità degli iscritti. I ricorrenti contestano anche l’innalzamento del quorum al 20% degli iscritti quando la legge prevede che sia al 10%.
L’avvocato Borrè segnala anche come sia nullo il secondo comma dell’articolo 3 del regolamento che prevede che l’assemblea sia convocata con 24 ore di anticipo per prendere decisioni: «una simile disposizione comprime gravemente e immotivatamente il diritto di informazione e di partecipazione informata dell’associato (il cosiddetto spatium deliberandi) e, considerate le modalità di invio della convocazione (per posta elettronica ordinaria anzichè via pec, per esempio), non garantisce il diritto di effettiva informazione dell’associato nè consente di verificare, prima dell’avvio delle operazioni di voto, che tutti gli aventi diritto siano stati avvisati».
Uno dei punti più interessanti dell’atto è però quello che riguarda le crepe del regolamento riguardo le sanzioni disciplinari che sono state già comminate ai coinvolti nel caso delle firme false di Palermo: in primo luogo, ragiona l’avvocato, è impossibile sanzionare le “cordate” o gli accordi tra gli iscritti al voto perchè è impossibile definire con certezza cosa sia una cordata; in secondo luogo, la costituzione di “correnti” o gruppi di appoggio a un candidato è comunque tutelata dal principio della tutela delle minoranze delle associazioni; è scorretto, sostiene l’atto, anche immaginare sanzioni per chi vìola gli obblighi assunti all’atto di accettazione della candidatura, visto che gli eletti nelle istituzioni hanno libertà di mandato; ma soprattutto è impossibile sanzionare l’associato “sottoposto a procedimento disciplinare che rilascia dichiarazioni pubbliche relative al procedimento medesimo” perchè purtroppo per Grillo & Co. in Italia vige ancora la libertà di espressione (Alberto Sordi direbbe che la libertà è una bella cosa, peccato che ce ne sia troppa)
Infine l’atto punta il dito su Collegio dei probiviri e Comitato d’Appello, ovvero i due organi che dovrebbero gestire le sanzioni disciplinari e che possono essere composte soltanto da eletti «in quanto viene attribuita una funzione giudicatrice interinale a soggetti che fanno parte di un distinto ente (il gruppo parlamentare M5S) emanazione di una distinta associazione (il Movimento 5 Stelle fondato il 12.12.2012, composto dai soli Enrico Grillo, Beppe Grillo e Enrico Maria Nadasi)».
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 11th, 2017 Riccardo Fucile
ATTO INUTILE E INCOSTITUZIONALE…I PRECEDENTI DELL’IDV….SE POI GRILLO VUOLE DESTINARE 250.000 AI TERREMOTATI PUO’ SEMPRE FARLO DI TASCA SUA, VISTO CHE SE LO PUO’ PERMETTERE
Questa mattina Marco Affronte, eurodeputato del MoVimento Cinque Stelle, ha annunciato che lascerà il
gruppo dei grillini per confluire nei Verdi.
Affronte sarà così il primo europarlamentare eletto col M5S a lasciare la delegazione grillina a Bruxelles dopo il tentativo fallito di aderire al gruppo ALDE e la successivo decisione di restare nella formazione euroscettica guidata da Nigel Farage.
Oggi pomeriggio il Capo Politico del MoVimento, Beppe Grillo, ha pubblicato un post sul blog per annunciare l’intenzione di rivalersi nei confronti di Affronte sulla base del contratto firmato dagli europarlamentari che prevede il pagamento di una penale da 250mila prevista per i deputati che non rispettano il Codice di Comportamento.
Come venne fatto anche per i candidati del MoVimento che si sono presentati alle amministrative di Roma e hanno dovuto sottoscrivere una specie di contratto che prevede il pagamento di una penale da 150mila euro anche gli eurodeputati avevano sottoscritto un simile accordo che, nelle intenzioni di Grillo e Casaleggio, avrebbe dovuto che gli eletti una volta arrivati all’Europarlamento decidessero di cambiare partito proprio come accade da sempre nella politica italiana.
Anche Affronte ha firmato il Codice di Comportamento e quindi ora che se ne vuole andare Grillo passa all’attacco chiedendo il pagamento della sanzione da 250mila euro che — fa sapere — verranno poi utilizzati per aiutare i terremotati di Marche e Umbria.
Più facile a dirsi che a farsi visto che la penale per i “traditori” viene considerata addirittura incostituzionale da Cesare Mirabelli, ex presidente della Corte Costituzionale.
Ma soprattutto si tratta di una misura, già sperimentata dall’Italia dei Valori diversi anni fa che una volta in tribunale si è rivelata essere completamente inutile.
In pratica l’IdV non è mai riuscita ad ottenere un euro dai loro eletti che — pur avendo firmato il patto — avevevano successivamente deciso di cambiare casacca.
Sulla questione di un’eventuale battaglia legale nei confronti di Affronte o di altri europarlamentari che decidessero di lasciare il M5S dopo il fallimento delle trattative con ALDE e il ritorno nel gruppo EFDD assieme a Nigel Farage si è espresso anche Lorenzo Borrè, l’avvocato che patrocinando la causa degli espulsi a Napoli ha costretto il MoVimento a dotarsi di un nuovo statuto e di un nuovo regolamento. Secondo Borrè l’idea della multa non è «nient’altro che uno spauracchio, nei fatti inapplicabile poichè vige la piena indipendenza degli eletti in Parlamento, in Italia come a Bruxelles la clausola penale inserita nel codice di comportamento degli europarlamentari grillini è incompatibile col principio di indipendenza e autonomia degli eletti, ed è in contrasto con l’assenza di vincolo di mandato prevista nel Parlamento Europeo così come dalla nostra Costituzione».
Del resto è assai probabile che prima di decidere di entrare nei Verdi Affronte abbia valutato l’eventualità di essere portato in tribunale per il pagamento della penale. Affronte ha infatti dichiarato alle agenzie di stampa che “il foglio” (così chiama il Codice di Comportamento) vale meno della carta straccia.€
Ad ogni modo anche se sarà difficile riscuotere, se Beppe però vorrà dare lo stesso 250mila euro ai terremotati mettendoli di tasca sua nessuno si offenderebbe.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 11th, 2017 Riccardo Fucile
TANTI CHIEDONO LA TESTA DI BORRELLI, MA I VERTICI DICONO NO
Riunioni di dodici ore al giorno. Permanenti. Come mai era successo prima d’ora. Nelle stanze del Movimento 5 Stelle di Bruxelles si fa di tutto per risanare la crepa che ormai si è aperta nel gruppo degli europarlamentari. Ma sarà difficile.
Per la prima volta, il mondo pentastellato che siede al Parlamento europeo ha fatto i conti con faide interne, riunioni infuocate e addii.
Ad abbandonare, per adesso, sono stati in due: Marco Affronte, che ha aderito al gruppo dei Verdi, e Marco Zanni, il quale dovrebbe avvicinarsi alla Lega Nord. Quanto è successo però potrebbe essere solo l’inizio della slavina, al momento contenuta rispetto a ciò che sarebbe potuto succedere dopo che domenica scorsa Beppe Grillo, a sorpresa, ha messo ai voti l’uscita dal gruppo Efdd per aderire all’Alde, la compagine più europeista che c’è in Ue. Su diciassette eurodeputati altri due questa mattina erano intenzionati a lasciare il Movimento, salvo poi ripensarci in extremis.
Al di là di chi andrà via e di chi resterà , nel gruppo pentastellato c’è una rivolta in atto.
Molti eurodeputati, con il sostegno anche dei parlamentari nazionali, hanno chiesto a Beppe Grillo e a Davide Casaleggio la cacciata dal gruppo di David Borrelli, colui che ha curato la trattativa con Alde.
Trattativa che alla fine si è rivelata disastrosa in quanto la compagine guidata da Guy Verhofstadt si è tirata indietro dando il benservito al Movimento nonostante quest’ultimo avesse già chiesto il voto alla Rete.
Per esempio il riferimento a Borrelli, nelle parole di Tamburrano, è chiaro: “Hanno preparato un accordo schifoso sulla testa della maggioranza di noi Portavoce (di chi?) Europei facendo piombare una domenica mattina una votazione farlocca prendendo per i fondelli noi, decine di migliaia di iscritti, milioni di elettori e lo stesso Beppe Grillo. Chi crede ad altro, è o in cattiva fede o semplicemente un ‘webeta’”.
Tra le righe non c’è solo Borrelli, ma anche l’advisor Francesco Calazzo, che insieme a lui ha curato la trattativa con Alde e che nel pre-accordo ha fatto mettere per iscritto che una parte dello staff pentastellato sarebbe andato a lavorare con il nuovo gruppo.
Nei fatti il malumore è evidente e nel corso delle riunioni senza fine in tanti hanno attaccato Borrelli, da sempre considerato uomo vicino alla Casaleggio associati ed è per questo che nel mirino è finito anche Davide Casaleggio.
Tuttavia da Milano è arrivato lo stop alla cacciata del regista dell’accordo fallito ed è per questo che Tamburrano e Daniela Aiuto hanno meditato di lasciare il Movimento. Infatti il dato che Borrelli non sarà più copresidente del gruppo Efdd non è bastato a calmare i grillini in rivolta.
Alla fine però, i colleghi del gruppo hanno invitato i due a desistere, ma di certo Aiuto era a un passo dall’addio. Tanto che aveva già chiesto ai Verdi di aderire al loro gruppo, che si è riunito votando a favore del suo ingresso.
Insomma, l’ennesimo pasticcio grillino dal momento che pochi minuti dopo il voto Aiuto ci ha ripensato: “Io sto bene qui. Si sta facendo molta confusione”.
Anche Tamburrano ha smorzato i toni: “Crisi finalmente verso risoluzione. Grazie per avermi sostenuto in queste lunghissime e durissime giornate”, ha scritto su Facebook aggiungendo che “abbiamo avuto morti e feriti, perdite importanti che rattristano e fanno male, e speriamo di risanare e tornare finalmente a lavorare”.
Nel gruppo malmesso si aprono a questo punto diverse questioni giuridiche. A cominciare dalla multa di 250mila euro che, secondo Beppe Grillo, Affronte — e non solo lui – dovrebbe pagare per “gravi inadempienze” rispetto al codice di comportamento del Movimento firmato da tutti gli eurodeputati.
Soldi che, per il garante dei Cinquestelle, andrebbero ai terremotati. Ma proprio questo contratto potrebbe essere nullo in quanto, con una scrittura privata, viola un caposaldo del diritto italiano ed europeo quale il divieto di vincolo di mandato.
Lo stesso vale per il contratto siglato dalla sindaca Virginia Raggi, su cui ha presentato ricorso l’avvocato iscritto al Pd Venerando Monello per accertare l’eleggibilità della candidata 5Stelle.
La sentenza del tribunale di Roma è attesa a giorni. Da Bruxelles alla Capitale le spaccature sono tante.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 11th, 2017 Riccardo Fucile
GLI EURODEPUTATI VOTANO COME VERDI E SINISTRA EUROPEA MA GRILLO SI ALLEA UN UKIP E CERCA I LIBERALI
Il passo falso — per non dire la figuraccia — fatto in occasione del mancato accordo con il gruppo dei Liberali
al Parlamento europeo, mette in rilievo un totale scollamento tra chi in Europa lavora — gli eurodeputati M5S — e chi in Italia prende le decisioni — Beppe Grillo
Basta guardare i dati.
Da VoteWatch — il sito Internet che monitora le votazioni del 751 eurodeputati — emerge come i 17 eurodeputati del M5S abbiano votato in questi primi due anni e mezzo di legislatura nel 74,2 per cento dei casi come la Sinistra europea (Gue) e al 72,9 per cento come i verdi, mentre solo al 27,1 per cento come gli alleati della prima ora dell’Ukip di Nigel Farage.
Paradossalmente le posizioni dei pentastellati si avvicinano molto di più a quelle dei liberali Alde (50,3 per cento).
Nel post pubblicato sul blog di Beppe Grillo dove veniva presentata all’elettore grillino la possibilità di un’alleanza con i liberali — poi vittoriosa ma rifiutata dai liberali stessi — si legge che i Verdi hanno chiuso la porta al Movimento.
Ma i due copresidenti del gruppo dei Verdi al Parlamento europeo — il belga Philippe Lamberts e la tedesca Ska Keleller — dicono a chiare lettere che il problema non sono gli eurodeputati M5S, con i quali “la collaborazione è eccellente”, bensì Beppe Grillo stesso.
Con la Sinistra europea, invece, il M5S non ha provato neanche a parlare, nonostante tre volte su quattro le posizioni politiche siano le stesse.
Comprensibilmente, i Liberali hanno detto No all’ingresso dei Cinque Stelle sia per la presenza ingombrante di Beppe Grillo — che a livello internazionale non gode di buona reputazione — che per le forti differenze politiche.
La francese liberale Sylvie Goulard parla di “matrimonio d’interesse senza amore”.
A questo punto la domanda che sorge spontanea è una: quanto contano gli eurodeputati pentastellati nelle scelte che li riguardano direttamente e che influenzano le condizioni in cui loro devono lavorare?
Alessio Pisanò
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