Maggio 3rd, 2018 Riccardo Fucile
NON TUTTI I GRILLINI ELETTI SONO FELICI DEL RITORNO ALLE URNE, PERCHE’ RISCHIANO DI NON ESSERE RIELETTI AL NORD
“Sono rimasto fino a ieri sera a parlare con tanti nostri senatori e nostri deputati e non ho visto nessun tipo di malumore sulla richiesta di Di Maio di tornare al voto”.
Danilo Toninelli, capogruppo M5S al Senato, interviene ai microfoni di ‘6 su Radio 1′ parlando della possibilità ventilata dal leader pentastellato di tornare a nuove elezioni. “Abbiamo cercato di fare una cosa rivoluzionaria — prosegue poi Toninelli — dar vita a un governo che avesse ben indicato cosa dovesse fare, parlo del contratto di governo, e dall’altra parte abbiamo avuto i soliti vecchi partiti sabotatori del cambiamento che invece hanno ragionato con logiche personali di convenienza e hanno fatto buttare via all’Italia e al Presidente della Repubblica ben 60 giorni. Dopo 60 giorni di tentativi per fare un governo in cui noi c’eravamo come unica forza politica a fare proposte, abbiamo trovato la Lega di Salvini che ha mantenuto l’abbraccio a Berlusconi e non ha voluto abbracciare gli italiani e il cambiamento, dall’altra parte un Pd che e’ ancora rovinato e tenuto in mano da un Renzi che detta la linea andando in Tv. Siamo alla follia più totale”.
L’uscita di Toninelli risponde a un articolo pubblicato oggi da La Stampa e firmato da Ilario Lombardo, in cui si spiega che nel M5S c’è chi le urne le teme eccome:
“Per Di Maio il voto anticipato avrebbe degli indubbi vantaggi, perchè blinderebbe la sua nuova candidatura a premier e perchè è convinto che nella sfida bipolare con la Lega, il M5S conquisterebbe ulteriore consenso in un bacino di centrosinistra e nei voti del Meridione. Costringerebbe molti elettori a scegliere il Movimento per evitare l’affermazione più radicale di Matteo Salvini e di tutto quello che rappresenta.
Se lo stesso ragionamento lo rovesci e lo vedi dal Nord, le cose però cambiano.
E agli occhi della fronda settentrionale le urne anticipate mettono a rischio la propria sopravvivenza in parlamento. Chi in lista è finito secondo o terzo, in Veneto, Lombardia o Piemonte, chi è stato eletto per un soffio, chi teme di non tornare più a Roma, potrebbe cedere alla tentazione di votare un governo diverso.
Di Maio lo sa e per questo ha fatto filtrare nuovamente che «tutti gli eletti saranno ricandidati».
Verrebbe sancita la deroga alla regola dei due mandati, una violazione del principio aureo accettabile solo in caso di una legislatura mai nata. Anche Beppe Grillo è favorevole, come si è lasciato scappare nel dietro le quinte del suo show a Verona, a fine marzo: «La regola deve essere ripensata per i mandati che non sono completi» è stata la sua conclusione.
Sono pochi i parlamentari a esprimere dubbi apertamente.
Lo fa la senatrice Paola Nugnes, che preferirebbe restare «opposizione al sistema» e per la quale «tornare al voto cambierebbe poco».
E lo fa il senatore Nicola Morra, che chiede di recuperare «l’orgoglio M5S senza più compromessi al ribasso». Sono alcune delle voci che si erano alzate contro le nozze M5S-Lega naufragate ieri in un mare di accuse.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 3rd, 2018 Riccardo Fucile
LA STRATEGIA DI DI MAIO NON LO HA PORTATO A PALAZZO CHIGI, MA IN COMPENSO HA APERTO GLI OCCHI A MOLTI SUOI ELETTORI CHE ADESSO POTREBBERO CAMBIARE LE SCELTE
Il MoVimento 5 Stelle ha preso (insieme al Partito Democratico) una bella botta dalle elezioni in
Friuli Venezia Giulia, dove ha conseguito risultati inferiori a quelli delle elezioni politiche di due mesi prima ma anche peggiori rispetto al voto del 2013: la regione è in controtendenza (per ora) rispetto al resto d’Italia.
«La strategia dei due forni scelta da Luigi Di Maio non ha pagato e molti elettori del Movimento 5 Stelle hanno perso entusiasmo e sono rimasti a casa», dice Marco Valduzzi dell’Istituto Cattaneo al Corriere della Sera, che dedica alla vicenda un approfondimento.
Secondo Swg, in Friuli Venezia Giulia, il 59% degli elettori che due mesi fa aveva votato M5S domenica scorsa è rimasto a casa. Astensione. Una tendenza quasi doppia rispetto al Molise, dove gli elettori rimasti a casa erano stati il 37%.
«Le rilevazioni che stiamo facendo in questi giorni –racconta Risso al Corriere, per Swg – dicono che il Movimento 5 Stelle sta perdendo uno o due punti rispetto al picco toccato nei primi giorni dopo il 4 marzo. Siamo tornati di fatto sugli stessi livelli dei risultati delle Politiche».
Non solo: «In Friuli Venezia Giulia – dice Risso – il 42% degli elettori del Movimento 5 Stelle dice di aver fiducia in Matteo Salvini. La base voleva,anzi vuole ancora, un governo con la Lega».
Insomma, l’esecutivo con M5S, Lega e (forse) Fratelli d’Italia era quello a cui puntavano gli elettori grillini, in massima parte vicini alla sensibilità della destra economica nonostante un equivoco soprattutto giornalistico (a cui hanno abboccato molti politici) li dipingesse come di sinistra.
I tentativi di Di Maio con Salvini hanno certificato questa realtà e la sconfitta finale, seguita dalla trattativa con il Partito Democratico, ha deluso molti fans del M5S.
Che alle prossime elezioni potrebbero fare un’altra scelta.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
LA SPOSA ABBANDONATA ALLA VIGILIA DELLE NOZZE NE HA ANCHE PER IL CAVALIERE CHE VOLEVA FARE IL TESTIMONE DI NOZZE
“Non è possibile nessun governo del cambiamento con Berlusconi e il centrodestra. Salvini ha cambiato idea e si è piegato a lui solo per le poltrone. Si torni subito al voto!”.
Così su Twitter Luigi Di Maio che posta una schermata di un post Facebook di Matteo Salvini risalente al 16 luglio 2012, in cui il leader del Carroccio scriveva: “Nessun leghista è disposto a puntare ancora su un’alleanza con Berlusconi. No a possibili assi tra Carroccio e Cavaliere”.
In un post pubblicato sul blog delle Stelle, Di Maio ha rincarato la dose contro Salvini e la Lega: “Non resta che tornare subito al voto. Noi non abbiamo alcun problema nel farlo perchè ci sostengono i cittadini con le piccole donazioni. Altri invece si oppongono perchè, tra prestiti e fideiussioni, magari hanno qualche problemino con i soldi. Ma l’Italia non può rimanere bloccata per i guai finanziari di un partito. Al voto”.
Di Maio ha rivendicato il lavoro fatto dai 5 Stelle dal voto a oggi (“Per oltre 50 giorni abbiamo provato a dare a questo paese un governo del cambiamento e lo abbiamo fatto coerentemente con quanto sostenuto durante tutta la campagna elettorale) e ha attaccato ancora Salvini: “Ga avuto l’occasione di mettersi al lavoro per i cittadini e realizzare finalmente delle soluzioni per i problemi che tutti gli italiani attendono da anni, ma ha preferito Silvio Berlusconi al bene del paese. Ed è incredibile, considerata l’umiliazione che gli ha inflitto al Quirinale quando Salvini ha fatto il microfono per la ‘voce del padrone'”.
Ancora Di Maio: Salvini “ha scelto di rimanere con l’alleato che fino a poco tempo fa rinnegava, con quello che definiva un ‘condannato’ che stava al governo con il Pd. Salvini ha cambiato idea per prendersi le poltrone e ora è lui a volere a tutti i costi il governo con Berlusconi, uno di quelli che ci ha regalato la legge Fornero. Alla faccia della coerenza”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
SEMPRE PIU’ PARTITO E MENO MOVIMENTO: LA VOLONTA’ DI DEROGARE ALLA REGOLA DEI DUE MANDATI ELETTIVI PER DI MAIO
Ieri in un’intervista al Messaggero il deputato Carlo Sibilia ha aperto alla possibilità di derogare alla regola dei due mandati per Di Maio (e di conseguenza per i parlamentari della XVIII Legislatura).
Sibilia ha detto che Di Maio sarà certamente candidato premier anche nel caso si andasse ad elezioni anticipate.
§In base al nuovo statuto del M5S infatti il il candidato premier è il Capo Politico del partito e al punto b dell’Articolo 7 dello statuto prevede che il Capo Politico resti in carica per 5 anni (e può svolgere non più di due mandati consecutivi). Il problema è che Luigi Di Maio, in quanto portavoce, ha già svolto un mandato parlamentare e quindi gliene resterebbe solo uno.
Certo, in teoria il Garante (ovvero Beppe Grillo) può proporre all’Assemblea degli iscritti di votare la sfiducia al Capo Politico e così Grillo ha in mano una carta da giocare per rimuovere Di Maio.
Ma si tratta per il momento di fantascienza, dello stesso genere dell’articolo che prevede che sia l’Assemblea ad eleggere il Garante.
Il punto cruciale, non proprio una novità , è il fatto che Di Maio non andrà a casa dopo due mandati perchè questo secondo mandato non sembra sarà un “mandato pieno”. Eppure la regola del M5S parla chiaro: ogni portavoce, a qualsiasi livello, deve attenersi al limite dei due mandati elettivi.
La regola però lascia ampio spazio alle interpretazioni.
Alessandro Di Battista alla Festa del Fatto qualche tempo fa disse che “noi abbiamo sempre interpretato la regola dei due mandati come massimo dieci anni nelle istituzioni”.
Non si spiega quindi come mai al sindaco di Pomezia Fabio Fucci sia stato impedito di correre per un terzo mandato. Fucci è stato consigliere d’opposizione per un anno e mezzo dal 2011 al 2013 fino allo scioglimento del consiglio e poi è stato eletto sindaco.
Tecnicamente quindi non ha fatto “dieci anni nelle istituzioni” nè due mandati pieni. La deroga alla regola aprirebbe la possibilità per Virginia Raggi e diversi consiglieri comunali e municipali a 5 Stelle di Roma di potersi ricandidare nuovamente, dal momento che la caduta di Marino è avvenuta prima la fine del termine della consiliatura.
Nell’agosto del 2017, durante un comizio per la campagna elettorale di Giancarlo Cancelleri in Sicilia Di Maio invece ribadiva l’importanza della regola dei due mandati rimarcando la differenza del M5S dalle altre forze politiche: «Da noi non puoi entrare nelle istituzioni e farti la tua carriera per vent’anni. Dai noi puoi essere eletto due volte. Dopo di che torni alla tua vita, se c’avevi un lavoro torni a quello di prima. Altrimenti è meglio che lavori bene quando vieni eletto perchè anche tu devi trovarti un lavoro. E questo vale anche per me».
Tra gli applausi il Capo Politico prometteva che come «oggi, nel MoVimento 5 stelle se qualcuno si mette in testa di fare anche un terzo mandato, è fuori» questo limite di mandati sarebbe diventato una legge dello Stato anche per tutti gli altri partiti (unitamente all’introduzione del vincolo di mandato, che qualche anno fa invece Grillo difendeva).
Qualche mese prima però Massimo Bugani (uno dei soci fondatori dell’Associazione Rousseau) spiegava che la regola dei due mandati impediva il radicamento sul territorio.
Nel 2015 Gianroberto Casaleggio ribadiva l’importanza delle regole del M5S spiegando che «ogni volta che deroghi ad una regola praticamente la cancelli». Ora le cose sono cambiate.
Rocco Casalino al New York Times aveva aperto alla possibilità di derogare alla regola dei due mandati, confermando le voci riferite da un eletto pentastellato all’Adnkronos secondo le quali era stato proprio Luigi Di Maio a fornire rassicurazioni in tal senso.
Se, a seguito di uno stallo protratto e infruttuoso per la nascita del nuovo esecutivo, si dovesse tornare a votare entro sei mesi, è stata la promessa del leader, “tutti gli eletti saranno confermati in lista“, ‘sterilizzando’ nel contempo la XVIII legislatura ai fini del divieto M5S di esercitare più di due mandati elettivi.
Resta da capire come si salveranno le apparenze, cosa succederà allo scadere dei “dieci anni nelle istituzioni”?
I portavoce si dovranno dimettere oppure potranno terminare il mandato? E se a “sforare” sarà un sindaco o un Presidente del Consiglio si tornerà alle urne senza alcuna ragione se non quella di rispettare una regola di un’associazione privata?
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 30th, 2018 Riccardo Fucile
E SI RICOMINCIA A CHI LE SPARA PIU’ GROSSE, AGLI ITALIANI PIACE ESSERE PRESI PER I FONDELLI
Luigi Di Maio chiede di votare a giugno.
“Il M5S in modo serio si è impegnato totalmente per rispettare il voto dei cittadini – afferma in un video pubblicato su Facebook -. Visto che abbiamo ottenuto un risultato straordinario ma non abbiamo ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi non ho mai pensato che sarebbe stato facile ma non avrei mai immaginato che sarebbe stato impossibile: è vergognosa la maniera in cui tutti i partiti stanno pensando tutti al proprio orticello e alle poltrone”.
Ovviamente si riferisce all’orticello e alla poltrone degli altri, come sempre.
“A questo punto non c’è altra soluzione – prosegue -, bisogna tornare al voto il prima possibile, poi ovviamente deciderà il presidente Mattarella. Tutti parlano di inserire un ballottaggio nel sistema elettorale ma il ballottaggio sono le prossime elezioni quindi io dico a Salvini, andiamo insieme a chiedere di andare a votare e facciamo questo secondo turno a giugno. Facciamo scegliere i cittadini tra rivoluzione e restaurazione”.
Quale sia la rivoluzione non è ben chiaro, ma per la logica dimaiana non ha molta rilevanza.
Di Maio aggiunge: “Tutti sanno che se Berlusconi avesse avuto i voti necessari per fare una maggioranza con Renzi avrebbe mollato Salvini la notte tra il 4 e il 5 marzo, altro che 50 giorni”.
Il leader M5s critica aspramente la legge elettorale: “Una legge elettorale assurda – afferma -, voluta dal Pd e dal centrodestra, permette anche a forze che perdono le elezioni come Forza Italia di rivendicare pseudo-vittorie in nome di una coalizione di comodo”.
E Di Maio continua a dimenticare che il sistema proporzionale con correzioni varie non è certo un attentato alla Costituzione, il problema sono i partiti incapaci di negoziare.
“Salvini ha preferito gli interessi di un condannato incandidabile a quelli degli italiani – continua -. Gli ho parlato a cuore aperto, niente, lui ha scelto Berlusconi, uno che ha creato Equitalia e ha fatto la legge Fornero, è una cosa per me incomprensibile mantenere una coalizione divisa su tutto costruita per arraffare posti in Parlamento piuttosto che fare qualcosa di buono per l’Italia”.
Andrebbe ricordato che Equitalia è nata per riscuotere crediti dello Stato che altri avevano lasciato correre, fermo restando i tassi da usura richiesti, non è l’istituto in sè che va additato al pubblico ludibrio. Se i debitori pagassero non ci sarebbe bisogno di riscuotere crediti.
Ma ormai siamo ritornati in campagna elettorale e a chi le spara più grosse.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2018 Riccardo Fucile
LA CAPOGRUPPO SPIEGA I PUNTI DI CONVERGENZA
Roberta Lombardi, capogruppo del MoVimento 5 Stelle in Regione Lazio, in un’intervista rilasciata ad Annalisa Cuzzocrea su Repubblica, spiega che il Lazio potrebbe costituire un modello di intesa tra Partito Democratico e MoVimento 5 Stelle:
Avete accusato il Pd di ogni nefandezza. Ammetterà che è difficile parlarsi.
«Un voto c’è stato, il Paese ha bisogno di cambiare e quindi, come noi a livello regionale abbiamo detto “non ci è piaciuto il risultato ma lo dobbiamo accettare”, la stessa cosa dovrebbe fare il Pd a livello nazionale. Se effettivamente ci sono dei temi su cui convergere».
Ci sono?
«Sulla carta sì. Il tema della lotta alla povertà ci accomuna. Ma certo il modo in cui lo abbiamo declinato noi, con il reddito di cittadinanza che sostiene i consumi e aiuta la riqualificazione in attesa di un nuovo lavoro, è molto diverso dal loro reddito di inclusione».
Solo quello?
«Sulla semplificazione della Pubblica Amministrazione, nel decretoMadia c’erano diversi spunti interessanti». Quali sono secondo lei le leggi irrinunciabili? «Reddito di cittadinanza, conflitto di interessi e anticorruzione».
Senza modifiche?
«Si possono trovare dei punti di mediazione, ma sono norme fondamentali per il Paese perchè si tratta di lottare contro mali endemici da cui tutto deriva».
Se il Pd proponesse un nome terzo per la premiership?
«Non so, dovranno essere i nazionali a trarre le conseguenze. Certo noi siamo gli unici che si sono presentati con un candidato premier e una squadra».
Crede a un ritorno di fiamma con Salvini?
«No. La Lega ha dimostrato un attaccamento a Berlusconi che ha dell’irragionevole».
Lei non avrebbe mai accettato un’intesa con il centrodestra?
«Sarei uscita dal Movimento se ci fossimo seduti al tavolo con Berlusconi. E a ogni sua parola mi convinco di aver ragione, come donna, prima che come persona».
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
FLOP WEB E STARTUP DURATE UN GIORNO, OGGI SI DEFINISCE “CONSULENTE DELL’INNOVAZIONE”
Consulente economico, passepartout nei salotti che contano, esperto di tecnologie. E poi gentleman
elegantissimo, fine dicitore, sempre a portata di microfoni e telecamere, quando non è ospite (e succede spesso) dei talk show televisivi.
Ecco a voi Arturo Artom, che in queste settimane di pochi fatti e tante chiacchiere politiche è diventato una sorta di voce narrante dei programmi a Cinque stelle, quelli ad uso e consumo degli imprenditori, i piccoli specialmente.
Del resto, il suo rapporto con Davide Casaleggio è cordiale e strettissimo, come ha più volte garantito l’Artom medesimo. Un rapporto tramandato da Casaleggio senior a Casaleggio junior.
Oltre all’azienda e al ruolo di gestore ultimo del movimento grillino, il giovane Davide ha infatti ereditato dal padre Gianroberto anche i buoni consigli del facondo imprenditore che da anni percorre l’Italia per annunciare la buona novella dell’innovazione tecnologica.
Così, un paio di settimane fa, nessuno si è stupito nel vedere Artom aggirarsi nel parterre di Sum#02, la due giorni di dibattiti organizzata dalla Fondazione Gianroberto Casaleggio, impegnatissimo a distribuire buoni consigli e pacate considerazioni, sempre gentile, con un sorriso amichevole perennemente stampato in volto.
Chi lo conosce bene giura che non recita. È proprio fatto così, gli viene naturale. Come quando, qualche giorno fa, il consulente ad alta fedeltà grillina, ospite di un salotto televisivo, ha lasciato cadere un paio di parole sul viaggio in treno in compagnia di Roberto Fico.
Entrambi in seconda classe, ovviamente, in osservanza del galateo pauperista appena introdotto dal neoeletto presidente della Camera. È un copione sperimentato, ormai. Artom è ospite gradito del Frecciarossa a Cinque stelle in viaggio verso il potere. Televisione e giornali lo presentano come fedele interprete ed esegeta dell’impresario Casaleggio, anche se formalmente non ha nessun incarico nell’organigramma del Movimento.
A questo punto tornerebbe forse utile la classica citazione dal film “Ecce Bombo” di Nanni Moretti, quel «faccio cose, vedo gente» che ha scolpito nella roccia della memoria collettiva il disimpegnato affaccendarsi di chi riesce a stare a galla sempre e comunque, a prescindere dal curriculum e dai risultati.
Nel suo sito internet personale, così come nel profilo Linkedin reperibile in Rete, Artom elenca iniziative, attività e cariche che ne hanno scandito la carriera.
Arrivando ai giorni nostri si scopre però che la lista avrebbe bisogno urgente di un qualche aggiornamento.
La biografia ufficiale del promoter dei Cinque stelle racconta per esempio che «nel marzo del 2013 è entrato nel comitato scientifico di Ernst Young Italy», filiale dell’omonima multinazionale della consulenza.
Una permanenza breve, visto che quel comitato «non esiste più da qualche anno», come spiega un portavoce della società .
Nel curriculum pubblicato online si legge anche che Artom è il «fondatore del Forum della meritocrazia». Il suo nome però non compare più nel direttivo dell’associazione.
Poco male. Se non fosse che anche le banche dati della Camera di commercio associano il nome dell’imprenditore milanese, 52 anni compiuti a marzo, a una serie di iniziative che hanno avuto vita breve.
C’è Muvis, azienda nata nel 2005 per lanciare un innovativo modello di lampada comandata a distanza grazie a una tecnologia wifi.
Un’invenzione destinata a rivoluzionare l’industria illuminotecnica, pronosticava qualcuno, ma la società è finita in liquidazione nel giro di un paio di anni.
È arrivato ben presto al capolinea anche il sito “YourTrumanshow.com”, fondato da Artom nella Silicon Valley californiana. Obiettivo dichiarato: aprire una finestra sulla rete per un pubblico ansioso di raccontare la propria storia per immagini.
Col senno di poi si può dire che il modello di business pare simile a quello di social network come Instagram o Snapchat, destinati a un immenso successo. YourTrumanshow, invece, è rimasta al palo.
Nessuna sorpresa, allora, se la Artom Innovazione, la holding nata per gestire questi progetti, è diventata un guscio vuoto, con bilanci (l’ultimo depositato risale al 2008) da poche decine di migliaia di euro.
Peccato, perchè la carriera del futuro consulente dei Cinque stelle era partita sotto ben altri auspici. Un quarto di secolo fa, il giovane Artom, allora neppure trentenne, era andato alla carica di un bersaglio grosso, il più grosso in circolazione.
Telsystem, la sua aziendina di telecomunicazioni, aveva sfidato il monopolio di Telecom Italia, che all’epoca si chiamava ancora Sip.
Quando il gruppo pubblico cercò di bloccare l’iniziativa del concorrente, il confronto finì in tribunale e si concluse con la vittoria della neonata impresa privata, che venne autorizzata a fornire ai propri clienti un servizio telefonico riservato a gruppi chiusi di utenti, come per esempio le filiali di una stessa società con sede in città diverse.
Telsystem vinse, quindi, ma il risarcimento fissato dai giudici non bastò ad allungare la vita dell’azienda che nel 1996 era già finita in liquidazione con in pancia il denaro versato da Telecom Italia, circa 2,5 miliardi di lire, pari a poco più di 1,2 milioni di euro. «Non potevamo fare altro», dice Artom.
«Siamo stati fermi due anni in attesa del verdetto dei giudici e abbiamo perso il treno del mercato».
Le carte raccontano che l’operazione Telsystem era stata finanziata da un nutrito gruppo di soci, ma nessuno, a quanto pare, era disposto a scommettere ancora su quel progetto. Tutti, invece, si affrettarono a passare alla cassa per incamerare la loro quota del tesoretto aziendale.
Nell’elenco degli azionisti, alcuni schermati da fiduciarie, non compare il nome di Artom, il quale di lì a poco trovò un altro posto di lavoro, questa volta come dirigente di Omnitel, la neonata società di telefonia mobile.
Tempo alcuni mesi e il manager con la passione delle tlc era già approdato altrove. Viasat, la società metà Fiat e metà Telecom Italia nata per sviluppare la trasmissione dati tra utenti in movimento, gli offrì un posto da amministratore delegato. Durò poco anche lì, circa 18 mesi.
Arriviamo all’anno 2000, quando Artom pensò bene di cavalcare l’impazzimento generale per la cosiddetta New Economy, l’alba del mondo nuovo nel segno di Internet. Nasce così Netsystem, operatore che prometteva di combinare il satellite con la tecnologia Adsl. «Pochi mesi e ci quoteremo in Borsa», prometteva il fondatore e presidente già all’inizio del 2001. Lo sbarco sul listino fu poi rimandato a data da destinarsi, anche perchè nel frattempo l’esplosione della bolla tecnologica mandò a picco i listini
Netsystem proseguì per la sua strada, nano in un mondo di giganti. I sogni di gloria rimasero tali. Sogni, appunto, che andarono in frantumi nel giro di pochi anni. Nel 2007 il bilancio segnalava perdite per 26 milioni di euro su un giro d’affari di soli 3 milioni. Quanto basta per mandare al tappeto la società . Nel 2008 Artom lasciò l’azienda. Nel frattempo era riuscito a coinvolgere nell’iniziativa anche alcuni investitori che finirono per perdere il loro capitale.
La notizia del flop venne ignorata dai giornali, che invece continuavano a dar voce all’imprenditore pioniere di Internet, il Davide che aveva osato sfidare i colossi delle telecomunicazioni, forte soltanto delle sue intuizioni.
Un ritratto vincente. E infatti Artom vinceva: un campionissimo nella promozione di se stesso. Un uomo che piace alla gente che piace, per dirla con uno spot. «Mi sono reinventato come consulente strategico per le imprese», racconta il diretto interessato. «Con l’obiettivo di educare all’innovazione», spiega.
Per poi aggiungere, senza falsa modestia, che ormai è considerato «un punto di riferimento» da migliaia di imprenditori.
A partire dal 2007, negli anni in cui comincia la crisi finanziaria destinata ad affondare l’economia mondiale, era facile incrociare Artom ai convegni in cui i vip, o presunti tali, dibattono i problemi del mondo.
Al forum Ambrosetti di Cernobbio, per esempio. E anche a VeDrò, la convention estiva in Trentino promossa da Enrico Letta. «L’Italia diventi come la Apple, cioè design più tecnologie», questa la ricetta per il Paese consegnata da Artom all’uditorio di VeDrò nell’agosto del 2007. Perchè Steve Jobs, l’inventore del fenomeno Apple, genio assoluto del marketing dell’innovazione, è da sempre un modello e una fissazione per l’imprenditore reduce dalla disavventura di Netsystem.
Mentre si apre l’era dei social network, Artom si dedica anima e corpo a tessere una rete di relazioni ad alto livello. Il motore di tutto sono gli incontri che promuove nel salotto della sua residenza milanese ma anche altrove, sempre affollati di signore e signori del bel mondo all’ombra del Duomo. Le occasioni si moltiplicano. Ci sono le tartufate. E poi il Cenacolo, che vede il vip di turno raccontare la propria carriera a una platea di ospiti scelti.
Tra gli habituè di queste serate c’è il console statunitense a Milano Philip Reeker, che ha cambiato destinazione nel novembre dello scorso anno lasciandosi alle spalle un’infinità di foto in compagnia dell’amico Artom.
La svolta grillina dell’imprenditore social arriva nella primavera del 2013, all’indomani del primo successo elettorale dei Cinque stelle. L’incontro avviene nel segno di Confapri, il gruppo di imprenditori promosso da Massimo Colomban, l’industriale trevigiano che ha fatto fortuna con la Permasteelisa, azienda di costruzione poi ceduta a investitori stranieri.
Grazie alla mediazione di David Borrelli, destinato a sbarcare al Parlamento europeo nelle file del Movimento, la neonata associazione di Colomban apre le porte a Gianroberto Casaleggio, che sposa la causa degli artigiani e delle partite Iva in lotta contro lo Stato rapace.
Anche Artom si è messo in scia, promuovendo l’affettuoso abbraccio tra Confapri e il partito fondato da Grillo. È un’alleanza strategica, a tal punto che il fondatore di Permasteelisa a settembre 2016 è stato chiamato a Roma per fare l’assessore alle partecipazioni nella giunta di Virginia Raggi.
Colomban, insofferente per carattere alle mediazioni, l’estate scorsa ha abbandonato la capitale. Artom invece è ancora saldamente agganciato alla carovana dei Cinque stelle, che nel frattempo ha preso velocità .
In campagna elettorale Casaleggio junior ha fatto tappa nei salotti che contano, a Milano e anche a Roma, per promuovere tra imprenditori e finanzieri l’azienda di famiglia e il partito dell’aspirante premier Luigi Di Maio.
In queste occasioni è più volte spuntato il volto del consulente filo grillino, l’imprenditore che voleva essere Steve Jobs. E a modo suo ha finito per riuscirci, ma come attore, su un palcoscenico.
Al teatro Manzoni di Milano il 26 marzo scorso è andata in scena, per la serie “Incontri con la storia”, la rappresentazione di un finto processo al fondatore della Apple, con tanto di pubblico ministero e avvocati che lo difendevano dall’accusa di aver precipitato il mondo nell’alienazione da social network come effetto indotto dell’invenzione dell’i-Phone, il primo smartphone.
Alla fine del dibattito c’è stata anche una sentenza: imputato assolto. Applausi del folto pubblico. Artom, nei panni di Jobs, ha convinto tutti della sua innocenza. Per l’ennesima volta.
(da “L’Espresso”)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
NON UNA CONSULTAZIONE SU ROUSSEAU PER I SOLI ISCRITTI MA UNA RICHIESTA AGLI ELETTORI
Il MoVimento 5 Stelle sta per commissionare «un sondaggio vero e proprio», dunque diverso e
indipendente dal referendum annunciato sulla piattaforma Rousseau, per misurare il reale gradimento del patto 5S-PD.
Un’indagine, racconta oggi Giovanna Vitale su Repubblica, non limitata ai soli iscritti, solitamente più attivi sui social e dunque in grado di condizionare il dibattito, bensì allargata all’intera platea degli elettori.
In grado di far capire ai vertici se spegnere il forno di destra per accendere quello di sinistra sia stata o no la scelta giusta.
I pentastellati quindi pensano che le reazioni a caldo al messaggio di Di Maio di qualche giorno fa siano soltanto l’inizio di un dibattito in cui le voci a favore devono ancora farsi sentire.
E mentre Il Giornale scrive che c’è un (improbabile) ordine di scuderia dei vertici per evitare le polemiche con il Partito Democratico e cancellare gli insulti degli ultimi tempi, i grillini cercano conferme che però tardano ad arrivare: anche sul post di Di Maio sul 25 aprile ieri è arrivato un nuovo diluvio di reazioni indignate: «No agli inciuci col Pd!», «Hai tradito 11 milioni di elettori», «Infame», «Mai con Renzi, meglio al voto».
Un’onda che ha sorpreso anche i più governisti fra i Cinquestelle. Da monitorare e sondare. Per poter mettere a punto le contromisure.
Cominciando dalla più urgente: prendere tempo, che poi è la stessa necessità del potenziale alleato, per consentire alle rispettive famiglie di digerire un simile matrimonio. «L’odio che reciprocamente abbiamo alimentato in questi anni non lo risolvi in un attimo», spiega uno dei custodi dell’ortodossia dimaiana.
«Specie in alcune realtà , penso per esempio alla Campania dove abbiamo attaccato persino i sospiri del governatore De Luca, dobbiamo avere i margini per spiegare perchè il contratto con il Pd è l’unica strada per dare un governo di cambiamento al Paese».
È la sola cosa che preoccupa i davvero i vertici del Movimento.
Convinti invece che l’assemblea dei gruppi parlamentari convocata per il tardo pomeriggio di oggi a Montecitorio si risolverà in un passaggio poco più che formale.
(da “NextQuotidiano“)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
SI PARLA DI BENEDETTI, CECCONI, VITIELLO, CAIATA E TASSO… E’ IL MOVIMENTO DEGLI ITALIANI AL’ESTERO
In un articolo a firma di Salvatore Dama Libero oggi racconta che cinque deputati eletti con il Movimento 5 Stelle hanno annunciato la propria adesione al Maie, il Movimento associativo degli italiani all’estero.
Ed è una cosa che fa anche un po’sorridere. Perchè i transfughi in questione sono tutti stati eletti sul suolo patrio.
Sono la padovana Silvia Benedetti, il pesarese Andrea Cecconi, il campano Catello Vitiello, il lucano Salvatore Caiata e il pugliese Antonio Tasso.
A differenza di quanto scrive Libero, non ci sono annunci ufficiali da parte dei cinque deputati riguardo la loro adesione al MAIE.
I cinque sono finiti al centro della campagna elettorale per i motivi più strani.
Catello Vitiello è stato accusato di aver nascosto il suo passato massone, Salvatore Caiata avrebbe nascosto al M5S un’indagine per riciclaggio che lo vedeva coinvolto, Antonio Tasso non aveva comunicato ai capi una condanna per contraffazione. Cecconi e Benedetti invece sono stati abbattuti dalla Rimborsopoli scatenata dalle Iene (nei confronti della deputata padovana le accuse non sono state mai chiarite). Durante la campagna elettorale Di Maio aveva sostenuto che gli “impresentabili” avrebbero rinunciato al seggio (impossibile) e si sarebbero dimessi (nessuno di loro ha presentato dimissioni).
Con molta franchezza, Cecconi ha detto pubblicamente che la rinuncia al seggio era “un patto firmato sulla carta igienica” e non aveva alcun valore.
Quelle che con poca eleganza Luigi Di Maio definì “mele marce” sono quindi rimasti in parlamento.
Tornano in mente oggi le parole profetiche di Luigi Di Maio che disse: «Tutti coloro che erano in posizioni eleggibili nei candidati delle liste plurinominali mi hanno già firmato un modulo per rinunciare alla proclamazione altrimenti gli facevo danno d’immagine».
Una richiesta che non ha alcun senso perchè la proclamazione è un passaggio tecnico e automatico che avviene in conseguenza del fatto che un candidato ha ricevuto un numero sufficiente di voti per essere eletto.
Ciononostante il M5S è andato avanti per tutto il proseguo della campagna elettorale a spiegare che “gli eletti avrebbero rinunciato” al seggio, che gli impresentabili non erano un problema perchè candidati in collegi uninominali perdenti nei quali non sarebbero stati eletti.
Il modulo “per gli impresentabili” però era una bufala, un trucchetto da campagna elettorale.
(da “NextQuotidiano”)
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