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MONTI ACCELERA SULLA FASE DUE: LIBERALIZZAZIONI, TAGLI, GRANDI OPERE

Dicembre 29th, 2011 Riccardo Fucile

NEL MIRINO GIUSTIZIA CIVILE, REVISIONE DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI, REALIZZAZIONE OPERE PUBBLICHE

Un nuovo consiglio dei ministri nei primi giorni dell’anno (il 3 o 4), passaggio con i sindacati probabilmente il 9 per avviare il tavolo sulla riforma del lavoro, tutto pronto entro il 30 gennaio quando ci sarà  il Consiglio europeo specificamente dedicato alla crescita.
Tre i pacchetti sui quali lavora il governo e dei quali si parla da molto: uno dedicato alle liberalizzazioni, uno dedicato alle infrastrutture e uno dedicato al tema giustizia-economia.
Il piano illustrato ieri da Monti durante le tre ore di consiglio dei ministri,   prevede di dispiegare completamente la strategia della crescita dell’Italia in tempo per il 30 marzo quando sarà  presentato il Piano nazionale di riforme in Europa.
Nelle priorità  del governo anche la riforma del mercato del lavoro, soprattutto sotto forma di revisione degli ammortizzatori.
Sullo sfondo la possibile modifica dell’articolo 18 che trova l’opposizione di sindacati e Pd, mentre per i tagli alla spesa e la cosiddetta spending review sarà  necessario tutto il primo semestre del 2012: sarà  pronta in vista delle legge di Stabilità  2013.
Sul piano delle misure, bocche cucite.
Quello che è certo che saranno a costo assai ridotto o addirittura zero: come il taglio Irap per le assunzioni e l’Ace (defiscalizzazione per le imprese che investono).
Le risorse sono praticamente inesistenti e non è possibile (dopo 76 miliardi nel 2011) mettere in atto nuove manovre per recuperare fondi.
Per questo continua il pressing dall’esterno sul governo per la costituzione di un mega-fondo con attività  mobiliari e immobiliari da far sottoscrivere a banche e imprese, ma che membri autorevoli dell’esecutivo giudicano un “prestito forzoso”.
Tuttavia qualcosa filtra: obiettivo del ministro per lo Sviluppo economico Corrado Passera è quello di coinvolgere i privati nella realizzazione delle opere pubbliche attraverso il cosiddetto “project financing”.
Mentre prende corpo l’idea di una abolizione totale, con un unico provvedimento, delle tariffe minime di tutte le professioni esercitando la delega della legge di Stabilità .
Liberalizzazioni.
Forse è la carta che il governo intende giocare con maggiore determinazione, sfidando le ire di avvocati, notai, architetti, e di tutte le altre professioni.
Si chiama abolizione delle tariffe professionali minime: la norma è già  in mano al governo in base alla manovra d’estate e alla recente legge di stabilità .
L’esecutivo potrà  agire con un semplice regolamento di delegificazione abolendo tariffe e altre norme per ciascuna professione.
Non è escluso che il governo, invece di trattare con ciascuna professione, vari un regolamento unico e un decreto in cui si abolisce l’articolo 2233 del codice civile in base al quale le tariffe devono essere calibrate “all’importanza dell’opera e al decoro della professione”.
Il pacchetto liberalizzazioni dovrebbe recuperare anche gli interventi su taxi, farmacie e farmaci di fascia C.
Fin qui ciò che è probabile e che risulta da dichiarazioni di membri del governo o da indiscrezioni.
I nodi del dossier liberalizzazioni sono molto più ampi: nelle poste, ad esempio, la liberalizzazione non è ancora decollata per la mancanza di una authority specifica.
Ma soprattutto l’apertura totale ai privati dei servizi pubblici locali gestiti dai Comuni, dai trasporti, all’informatica, all’energia.
Gli enti locali possiedono 675 società , di cui 72 nell’energia, 52 aeroporti e interporti, 87 nel settore dell’acqua (la cui vendita tuttavia è bloccata dal referendum).
Tra queste società  si sono veri e propri giganti.
Crescita e tagli.
Accelerare sui brevetti e coinvolgere le aziende: scuola e ricerca sono i punti forti esposti da Francesco Profumo, rettore del Politecnico di Torino, presidente del Cnr e ministro per l’Università .
Obiettivo: produrre più brevetti, riuscire a far sbocciare dal rapporto tra università  e centri di ricerca nuove iniziative imprenditoriali.
L’idea è quella di aprire il Cnr e le Facoltà  a parteniariati con Fondazioni bancarie e imprese.
Quanto di questo si tradurrà  in norma non è ancora noto, tuttavia queste sono le intenzioni del ministro.
L’altro punto sul quale si conta, i cosiddetti “semi” per lo sviluppo, è costituito dal già  varato taglio dell’Irap per chi assume giovani e donne e dall’introduzione dell’Ace (defiscalizzazione degli investimenti delle imprese).
Niente per ora c’è sul fronte dello stimolo dei consumi: la filosofia del governo è che al massimo si possono dare aiuti al reddito e alle famiglie disagiate.
L’unica possibilità  di recuperare denaro sta nel taglio delle agevolazioni fiscali (alternativo all’aumento dell’Iva da ottobre) e dalla spending review ma sarà  un lavoro lungo e difficile.
Il governo pensa di poterlo portare a termine entro giugno: si dovranno consolidare i tagli lineari dove sono stati efficaci e sostituirli con azioni mirate dove hanno prodotto vere e proprie strozzature nelle amministrazioni dello Stato.
L’obiettivo è comunque quello di aggredire i 480 miliardi di spesa dello Stato e delle amministrazioni periferiche.
Infrastrutture.
Un piano grandi opere anche con capitali privati. E’ questo l’altro nodo sul tavolo del governo Monti.
L’obiettivo è quello di rilanciare le infrastrutture: su questo tema dovrebbe esserci un ulteriore sblocco di fondi e nuove disposizioni per facilitare il project financing e semplificare le procedure.
Secondo quanto annunciato dagli stessi ministri Passera (Sviluppo economico) e Barca (Coesione Territoriale) si punterebbe a otto-nove grandi opere per il Sud, a misure per attrarre capitali privati sulle infrastrutture e a favorire la deburocratizzazione.
Il ministro Corrado Passera è al lavoro su questi temi da tempo e nei giorni scorsi il Consiglio dei ministri ha fatto un primo passo: un provvedimento impone ad ogni ministero, dalla Sanità  alla Difesa, di approntare un documento pluriennale di pianificazione dei programmi di investimento per opere pubbliche.
Lo stato di avanzamento delle opere sarà  oggetto di un monitoraggio assai stretto: si terranno sotto controllo, con un sistema informatizzato, i lavori e l’utilizzo dei finanziamenti nei tempi previsti. In prima linea anche i Fondi strutturali.
Già  3,1 miliardi saranno concentrati su quattro settori: ferrovie, scuola, agenda digitale e occupazione dei lavoratori svantaggiati. Infine una nomina: su proposta del ministro per le Infrastrutture Corrado Passera, il consiglio dei ministri ieri ha nominato Pasquale De Lise direttore generale dell’Agenzia per le infrastrutture stradali e autostradali.
Mercato del lavoro.
E’ uno dei nodi più importanti sul tavolo del governo: la riforma del mercato del lavoro.
E l’articolo 18, che tutela i lavoratori licenziati senza giusta causa, è il tema più “caldo” sul quale il segretario del Pd Bersani e i sindacati hanno fatto muro.
Nel suo discorso di insediamento in Parlamento Monti ha assicurato che “non verranno modificati i rapporti di lavoro stabili in essere” e ha fatto riferimento ad un nuovo ordinamento.
In che direzione? Lo spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro, il sostegno alle persone senza impiego volto a facilitarne il reinserimento nel mercato del lavoro, costruito sul modello della flexsecurity danese e l’intenzione di colmare il fossato che si è creato tra garantiti e non garantiti.
Dopo lo sciopero di tre ore post manovra e i presidi dei tre segretari di Cgil-Cisl e Uil di fronte a Montecitorio i rapporti sembravano ai ferri corti tuttavia l’annuncio del ministro Fornero (Lavoro e Welfare) di un convocazione per il 9 gennaio sembrerebbe riaprire la partita.
Certamente il pacchetto di richieste dei sindacati, che ha in prima linea modifiche alla riforma delle pensioni e interventi sul potere d’acquisto, non coinciderà  con le proposte del governo sul mercato del lavoro.
Ma una prima carta che potrà  giocare la Fornero è quella dei nuovi ammortizzatori sociali e del contratto unico di inserimento.

Roberto Petrini
(da “La Repubblica“)

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LA CARICA DEI DIPENDENTI DEL COMUNE DI ROMA: SONO 62.000 E CRESCONO ANCORA

Dicembre 28th, 2011 Riccardo Fucile

TRA COMUNE E MUNICIPALIZZATE, LA CAPITALE SUPERA L’ENEL O FINMECCANICA TRASPORTI… NELL’ERA ALEMANNO ASSUNZIONI A PASSO DI CARICA

C’è un’azienda locale che quanto a occupati se la gioca con le più grandi imprese nazionali pubbliche e private.
È il Comune di Roma. Dall’alto dei suoi 62 mila dipendenti (stima per difetto), non teme confronti con colossi bancari del calibro di Intesa San Paolo, che ne occupa 70 mila entro i confini nazionali, e arriva a guardare dall’alto perfino la Finmeccanica, che tocca i 45 mila.
Per non parlare dell’Enel. I 37.383 dipendenti che il gruppo elettrico ha in Italia eguagliano il numero di quelli (37 mila secondo una valutazione contenuta nel sito Internet di Roma Capitale) che lavorano nelle società  controllate o partecipate dal Campidoglio.
Una cifra già  di per sè sbalorditiva, ma che va ad aggiungersi ai 25.141 stipendi pagati direttamente dal Comune.
Resta il dubbio se a questa cifra si debbano poi sommare le 1.409 persone che nel 2008 risultavano «fuori ruolo»: in tal caso si andrebbe ben oltre il totale di 62 mila.
Che è comunque un numero enorme. Per avere un’idea, sono gli abitanti di una città  come Viterbo.
Vero è che in base alla pianta organica il solo Comune dovrebbe retribuire oltre 5 mila persone in più.
Ma è altrettanto vero che il numero dei dipendenti del Campidoglio, escludendo ovviamente quelli delle società  partecipate, risulta nettamente superiore alla media nazionale.
Secondo l’Ifel, il centro studi dell’Associazione dei Comuni, in tutta Italia i dipendenti comunali sono 459.591, con una proporzione di 7,59 per ogni mille abitanti. A Roma ce ne sono invece 9,10.
Si potrà  ribattere che stiamo parlando della capitale del Paese, con esigenze certamente non paragonabili a quelle dei piccoli centri.
E che, per fare il caso di un’altra grande città , i dipendenti del Comune di Milano non sono meno dei romani, in proporzione agli abitanti.
Al 30 settembre del 2010 erano 16.097, cioè 12,15 per ogni mille abitanti. Ma con una differenza, in confronto al Campidoglio.
Perchè in quattro anni i dipendenti comunali di Milano sono diminuiti di quasi 1.500 unità . Mentre a Roma, al contrario, gli organici hanno continuato a gonfiarsi. Soprattutto nelle municipalizzate.
Il Comune di Roma ha 21 partecipazioni dirette in società  e altri organismi. Ma il portafoglio è molto più grosso.
Perchè attraverso le proprie società  il Campidoglio detiene altri 140 pacchetti azionari. In una galassia tanto vasta c’è posto per tutto.
Perfino per una compagnia assicurativa: la Adir, Assicurazioni di Roma. Caso unico in tutta Italia, dove anche lo Stato ha abbandonato questo settore da un bel pezzo.
E poteva allora mancare una società  costituita appositamente per capire quello che succede nelle municipalizzate?
È stata creata nel 2005 (sindaco Walter Veltroni) con il compito di analizzare i documenti e i programmi aziendali. Ragion per cui al suo amministratore Pasquale Formica, già  capo dello staff dell’ex assessore al Bilancio Maurizio Leo, difficilmente può essere sfuggito quanto accaduto in questi ultimi anni.
Da quando si è insediata l’amministrazione guidata da Gianni Alemanno le assunzioni sono andate avanti a passo di carica.
Le cronache dei giornali si sono a lungo soffermate sulla «parentopoli», com’è stata battezzata la stagione che ha visto approdare nelle società  della Capitale stuoli di congiunti, amici o colleghi di politici e sindacalisti.
Senza che però sia mai stata fatta realmente chiarezza sulle dimensioni di un fenomeno, di cui quella «parentopoli» era solo l’aspetto più patologico, che ha distinto negli anni della crisi il Comune di Roma come l’unica grande azienda italiana che assumeva a quei ritmi.
Altro che blocco del turnover nel pubblico impiego: porte sbarrate (o quasi) nei ministeri, porte spalancate nelle società  per azioni comunali.
Si può calcolare che il personale delle aziende che fanno comunque capo al Campidoglio sia cresciuto dal 2008 al 2010 di almeno 3.500 unità .
Alla fine dello scorso anno l’Atac aveva 12.817 dipendenti: numero paragonabile a quello dell’Alitalia.
Rispetto a due anni prima ce n’erano 684 in più, e a dispetto di una situazione economica da far accapponare la pelle.
Dal bilancio consolidato 2010 emergeva chiaramente un buco dell’ordine di grandezza di un miliardo di euro.
A 701 milioni di perdite «portate a nuovo», cioè accumulate negli anni precedenti e mai ripianate, si sommava una perdita d’esercizio di 319 milioni. E questo a fronte di un capitale sociale di 300 milioni.
I dipendenti dell’Ama, l’azienda che si occupa della raccolta dei rifiuti, erano invece 7.840. In due anni l’incremento è stato del 24%: fra il 2008 e il 2010 gli organici sono aumentati di 1.518 unità .
Nel bilancio dello scorso anno figuravano crediti verso utenti e aziende per la tassa sui rifiuti non pagata per la bellezza di 743 milioni di euro: poi svalutati a «soli» 436 milioni.
I debiti con le banche toccavano 620 milioni, che per un’azienda che non si occupa dello smaltimento finale e non ha quindi il problema degli investimenti relativi non è certamente uno scherzo.
Sempre al 31 dicembre del 2010 i dipendenti della Roma Multiservizi, quasi tutti operai precari, erano diventati 3.683, ovvero 68 in più del 2008.
È una società  che ha in appalto alcuni servizi particolari, come la pulizia delle scuole. Il Comune di Roma ne controllava attraverso l’Ama il 36%, in società  con due soggetti privati.
Si tratta della Manutencoop (Lega delle cooperative) e della Veneta, ciascuna titolare del 32%. Ma secondo il sito della società , consultato ieri, la quota del Campidoglio sarebbe ora salita al 51%.
I posti di lavoro sono aumentati anche all’Acea, l’azienda dell’elettricità  e dell’acqua, l’unica quotata in Borsa e ancora controllata dal Comune di Roma.
Alla fine del 2010 erano 435 in più a confronto con il 2008.
La società  amministrata da Marco Staderini, ex presidente dell’Inpdap stimatissimo dal leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, paga 6.822 stipendi. Non tutti in Italia.
Qualcuno a Santo Domingo, dove ha sede l’Acea Dominicana, qualche altro in Colombia, dove si trova il quartier generale di Aguazul Bogotà …
Anche se il motivo per cui una municipalizzata controllata dal Comune di Roma debba andare a investire dall’altra parte dell’Oceano Atlantico continua a rimanere uno dei più grandi misteri del nostro tempo.
Del resto, anche l’Ama non aveva forse tentato l’avventura internazionale, andando incontro a una disfatta in Senegal, dove la raccolta dei rifiuti nella capitale Dakar è costata svariati milioni ai contribuenti romani?
Soltanto considerando le tre principali aziende del Comune, Atac, Ama e Acea, si totalizzano 27.479 posti di lavoro: 2.637 in più rispetto al dicembre del 2008.
La crescita è del 10,6%. Nessuna società , però, ha battuto il record inarrivabile di Risorse per Roma.
È l’«advisor», testuale dal sito Internet aziendale, «dell’amministrazione capitolina nelle attività  di supporto per la realizzazione dei progetti di pianificazione territoriale urbanistica, rigenerazione urbana e valorizzazione immobiliare, promozione dello sviluppo locale e marketing territoriale..». Ebbene, per svolgere questa missione cruciale ha a libro paga 565 persone. §
Ben 338 (il 148,9%) più di quante ne avesse nel 2008, quando i dipendenti erano 227.

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera”)

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INPS, CROLLANO LE NUOVE PENSIONI: OLTRE 94.000 IN MENO RISPETTO A UN ANNO FA

Dicembre 27th, 2011 Riccardo Fucile

QUELLE LIQUIDATE NEL 2011 SONO STATE 224.856…. IL CALO HA RIGUARDATO SIA I LAVORATORI DIPENDENTI (-29,6%), SIA GLI AUTONOMI…. L’EFFETTO DELLE FINESTRE E L’INASPRIMENTO DEI REQUISITI PER L’ACCESSO ALLE PENSIONI DI ANZIANITA’

Le nuove pensioni liquidate nel 2011 sono in calo: nei primi 11 mesi dell’anno — secondo gli ultimi dati Inps — le pensioni di vecchiaia e anzianità  liquidate sono state 224.856, oltre 94.000 in meno rispetto allo stesso periodo 2010.
Il dato è stato possibile soprattutto grazie all’effetto finestre.
Il calo più consistente si è registrato per le nuove pensioni di vecchiaia (età  anagrafica di 65 anni per gli uomini e di 60 le donne secondo le regole vigenti fino al 2011, anni però che sono diventati 66 e 61 con l’introduzione della finestra mobile).
Sulla diminuzione hanno inciso soprattutto le nuove regole scattate nel 2011 sulla finestra mobile (12 mesi di attesa una volta raggiunti i requisiti per la pensione, 18 mesi per gli autonomi) e sull’inasprimento dei requisiti per l’accesso alla pensione di anzianità  (almeno 60 anni di età  con quota 96 tra età  e contributi, a fronte dei 59 e quota 95 del 2010, mentre sono rimasti stabili i 40 anni di contributi a qualsiasi età ).
Nel 2011 quindi sono riusciti a uscire solo coloro che avevano già  raggiunto i requisiti nel 2010, perchè per chi li ha raggiunti quest’anno è scattata la finestra mobile che ha rinviato tutti al 2012.
L’andamento è leggibile con chiarezza nei diagrammi dell’Inps, con il blocco quasi totale per le pensioni di vecchiaia dei lavoratori dipendenti da maggio 2011 (su 46.778 pensioni di vecchiaia ai lavoratori dipendenti oltre 39.000 sono state erogate tra gennaio e aprile grazie alle uscite con le vecchie finestre).
Per i dipendenti il crollo delle pensioni di vecchiaia rispetto alle 90.108 accertate nei primi 11 mesi del 2010 è stato del 48%.
Dal prossimo anno scatteranno le regole previste dalla manovra correttiva (addio alle quote per l’anzianità , aumento per l’età  di vecchiaia delle donne, cancellazione della finestra mobile ecc.) ma usciranno ancora con le vecchie regole coloro che hanno maturato i requisiti nel 2011 e sono stati bloccati dalla finestra mobile.
Quindi il lavoratore dipendente che ha maturato i requisiti per la pensione a giugno 2011 uscirà  a giugno 2012, ancora con la finestra mobile.
Il calo complessivo delle pensioni ha riguardato sia i lavoratori dipendenti (da 191.666 a 134.243, con un -29,6%) sia gli autonomi (da 27.501 a 20.137 per i coltivatori diretti, da 53.416 a 38.107 per gli artigiani, da 46.362 a 32.369 per i commercianti).
Se si guarda solo alle pensioni di anzianità , il calo è stato più consistente per gli autonomi.
Nei primi 11 mesi del 2011, infatti, le nuove pensioni di anzianità  liquidate dal fondo lavoratori dipendenti sono state 87.465, appena il 13,8% in meno rispetto alle 101.558 dei primi 11 mesi del 2010.
Per i trattamenti di anzianità  dei dipendenti si è registrato un aumento di 21.135 assegni rispetto ai 66.330 previsti dall’Inps, unico caso per il quale gli assegni liquidati sono stati superiori a quelli previsti dall’Istituto (nel complesso tra vecchiaia e anzianità  sono stati nei primi 11 mesi del 2011 14.364 in meno rispetto alle attese).
Le riforme della previdenza messe in campo prima del decreto salva-Italia “hanno funzionato, ma abbiamo verificato che prima la transizione era troppo lenta”, ha detto il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua commentando il crollo delle pensioni liquidate nei primi 11 mesi del 2011 (-29,5%). Mastrapasqua ha sottolineato che nei primi 11 mesi del 2011 l’età  media di uscita dal lavoro è stata di 60,2 anni, in calo rispetto ai 60,4 del 2010 e ai 61,1 del 2009.
Il dato è dovuto al crollo delle pensioni di vecchiaia (-39,4%), liquidate ad un’età  più alta di quelle di anzianità  (62,7 anni di età  rispetto ai 58,7 di quelle di anzianità ).
“Negli altri Paesi europei — ha detto il presidente Inps — si esce dal lavoro più tardi e con tassi di sostituzione molto più bassi. A fronte del nostro 80% rispetto all’ultimo stipendio, in Germania chi va in pensione prende in media il 58,4% dell’ultima retribuzione. Ora il sistema è stato messo in sicurezza”.
Nel 2011 il bilancio finanziario di competenza dell’Inps chiuderà , secondo Mastrapasqua, in sostanziale pareggio, mentre le cose potrebbero andare meglio nel 2012 grazie alle novità  del decreto salva-Italia sulle aliquote contributive degli autonomi, sul blocco delle indicizzazioni delle pensioni superiori a tre volte il minimo e sui contributi di solidarietà .
Quanto all’età  di uscita, nel 2012 usciranno coloro che hanno raggiunto i requisiti per la pensione nel 2011 e stanno attendendo i 12 mesi previsti dalla finestra mobile (18 per gli autonomi).
“Oggi più che mai — ha concluso Mastrapasqua — è importante l’educazione previdenziale, perchè una riforma così importante va spiegata a tutti, e su questo siamo impegnati”.

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I MANAGER SONO INUTILI?

Dicembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

PERFINO LA RIVISTA DI HARVARD SOLLEVA IL DUBBIO: FORSE E’ MEGLIO CHE I LAVORATORI FACCIANO DA SOLI

E se i supermanager facessero solo danni?
Il dubbio è venuto prima al movimento di Occupy Wall Street, poi alla Harvard Business Review, la rivista più autorevole di management, dell’omonima università .
“Primo, licenziare tutti i manager”, si intitola l’articolo Gary Hamel, un professore della London Business School che osa scrivere: “Il management è la meno efficiente attività  dell’attività  meno efficiente della tua organizzazione”.
Poi usa argomenti che, ai ragazzi che in Zucotti Park rivendicano di essere il 99 per cento, suonano familiari: più barocca la gerarchia, maggiore il rischio che l’azienda prenda decisioni disastrose “perchè i manager più potenti sono quelli più distanti dalla prima linea della realtà ”. Nel 2010 tra stipendi e premi i top manager delle 25 principali imprese finanziarie di Wall Street hanno incassato 135 miliardi di dollari, secondo il Wall Street Journal.
Quest’anno si prevede un crollo del 30 per cento dei bonus, ma l’impressione generale è che sia un po’ poco, visto come sta andando il settore finanziario globale e quante centinaia di miliardi di dollari ha pagato il contribuente americano per salvare Wall Street.
Di solito si pensa che il problema sia che gli stipendi non sono allineati alle performance, cioè in molti guadagnano troppo anche quando non lo meritano.
Generazioni di consulenti hanno fatto le proprie fortune proponendo schemi di retribuzione innovativi, che facessero coincidere gli interessi del manager con quelli dell’azionista.
“Com’è possibile che tanta gente che sa così poco faccia così tanti soldi dicendo ad altra gente come fare il lavoro che è pagata per saper fare”, si chiede Matthew Stewart in Twilight manager (Fazi).
E infatti non ha funzionato.
Stefano D’Addona e Axel Kind, due economisti, hanno studiato 2.376 cambi di allenatore negli ultimi 50 anni di calcio inglese e sono giunti alla conclusione che più aumenta la competizione e l’importanza economica dello sport, più frequenti diventano i cambi di panchina.
Come dire: quando le cose si fanno serie, si deve licenziare più spesso.
Cosa che ai top manager non sportivi succede assai di rado.
Sulla Harvard Business Review Gary Hamel propone quindi di imitare il modello della Morning Star, una società  leader della lavorazione del pomodoro dove non ci sono manager: in ogni reparto i lavoratori si organizzano da soli, niente gerarchie, gli stipendi sono diversi soltanto in base ai diversi risultati ottenuti.
Così la competizione è per essere più bravi, non per compiacere il capo.
Nelle etichette da business school si chiama “self management”: ogni anno ciascun dipendente spiega in un documento quali colleghi sono toccati dal suo lavoro, così si definiscono gruppi spontanei.
Che, pare, funzionino: Morning Star ha avuto un fatturato di 700 milioni nel 2010.
Utopia o incubo? Chissà .
Viste le performance dei manager italiani raccontate qui , però, forse una lattina di pomodoro Morning Star potrebbe essere il regalo di Natale giusto per molti di loro.
La tempesta finanziaria che stiamo vivendo può essere raccontata anche attraverso una galleria di volti.
Sono le facce da flop.
Peggio, “Capitani di sventura”, per citare il titolo di un saggio (autore il compianto Marco Borsa) di ormai 20 anni fa.
Manager che negli anni del boom sono stati osannati e spesso coperti d’oro, ma che alla prova della recessione non si sono dimostrati all’altezza della situazione.
Fausto Marchionni: l’uomo del tracollo di Fondiaria
Fausto Marchionni ha messo la faccia sul tracollo di Fondiaria-Sai, una delle più gravi crisi societarie degli ultimi anni.
La crisi del secondo gruppo assicurativo nazionale è la storia triste di una compagnia a lungo sfruttata dal suo azionista di controllo, la famiglia Ligresti, per farsi gli affari propri. Marchionni, per oltre un decennio al timone dell’azienda, non ha mai avuto niente da ridire sulle operazioni
in conflitto di interessi imposte dai Ligresti. Fino a quando, a gennaio, non ha dato le dimissioni premiato da una liquidazione multimilionaria.
Massimo Ponzellini: lascia la Bpm nel caos
È approdato alla Popolare di Milano nel 2009 con il sostegno dei sindacati interni. Poco più di due anni dopo, Massimo Ponzellini si è lasciato alle spalle una banca nel caos e con seri problemi di bilancio.
Gli ispettori di Bankitalia hanno bocciato la gestione del banchiere sponsorizzato dalla Lega, che è anche indagato per i prestiti della Bpm al gruppo Atlantis BPlus di Francesco Corallo.
Nel frattempo le azioni della Popolare sono andate a picco: gentile cadeau ai soci del presidente Ponzellini, che a fine ottobre ha fatto le valigie.
Sergio Marchionne: Fiat, vendite al palo
Una delle ultime copertine del settimanale americano “Time” definisce Sergio Marchionne addirittura il salvatore dell’auto.
Viste da questa parte dell’Atlantico le cose stanno un po’ diversamente. La Fiat di Marchionne ha perso nel giro di due anni il 30% della sua quota di mercato in Europa, ormai ridotta a uno striminzito 6,3 per cento.
“Tutto secondo le previsioni”, replica il manager con invidiabile faccia tosta, ma il titolo Fiat quota meno della metà  rispetto all’inizio del 2011.
Giuseppe Mussari: i guai dell’uomo del Monte
Impegnato nel doppio ruolo di presidente del Monte dei Paschi e anche dell’Abi, la Confindustria delle banche, Giuseppe Mussari è stato travolto dagli avvenimenti.
L’Abi ha subìto l’offensiva dei concorrenti francesi e tedeschi che hanno imposto regole penalizzanti agli istituti italiani.
E il Monte Paschi, nonostante l’aumento di capitale varato in estate, potrebbe essere costretto a fare il bis tra pochi mesi. E adesso c’è il rischio concreto che dopo oltre cinque secoli Siena perda il controllo della sua banca.
Alessandro Profumo: Unicredit rosso a sorpresa
Alessandro Profumo ha lasciato Unicredit nel settembre del 2010, ma per tirare le somme del suo lungo regno è stato necessario più di un anno.
A novembre, la banca ora guidata da Federico Ghizzoni, ha annunciato perdite per oltre 9 miliardi.
È questa la pesante eredità  dell’espansione a tappe forzate gestita da Profumo negli anni del boom.
Sgonfiata la bolla, ecco le perdite, ma l’ex numero uno si sta godendo la buonuscita da 40 milioni di euro.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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DOSSIER CORRUZIONE GRANDI OPERE: COSI’ POLITICI E IMPRENDITORI FANNO LIEVITARE I COSTI DEL 40%

Dicembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

G8, ITALIA 150, MONDIALI NUOTO, I NUMERI DELL’ASSALTO…L’ONERE PER LO STATO AMMONTA TRA I 574 E GLI 834 MILIONI

Capita che di una storia di corruzione, diventata insieme metafora e immagine del Paese, si finiscano con il ricordare solo le facce, i nomi, l’avidità  dei protagonisti.
O, piuttosto, i massaggi in un centro benessere, la spregiudicatezza di un frate missionario ridotto a bancomat, l’oscena risata di un costruttore sciacallo che si compiace per il terremoto de l’Aquila, il patrimonio immobiliare di una potente congregazione vaticana, “Propaganda Fide”, usato come leva per comprare la compiacenza di funzionari pubblici.
Capita insomma che si elidano i numeri.
E, dunque, si cancelli il danno e la sua macroscopica misura.
E’ successo con il lavoro delle procure di Firenze, Perugia, Roma, con le indagini del Ros dei carabinieri sul “Sistema gelatinoso” Anemone-Balducci-Bertolaso, sul potere di spesa senza fondo di una Protezione Civile ridotta a spa del consenso, su un ministro “distratto” e il suo mezzanino al Colosseo.
Nelle carte di quelle inchieste – oggi a processo in tre città  diverse – è documentato quale “ricarico” le prassi corrotte di quel sistema di relazioni hanno accollato alle nostre tasche.
Su 33 Grandi Opere oggetto di indagine nel triennio 2007-2010 (mondiali di nuoto di Roma, G8 alla Maddalena, 150 anni dell’Unità  d’Italia), il maggior costo sostenuto dalle casse pubbliche è stato di 259 milioni, 895 mila 849 euro.
Oltre il 40 per cento dell’importo iniziale con cui i lavori furono aggiudicati.
Un salasso che ha fatto schizzare il costo complessivo di quelle opere da 574 a 834 milioni di euro.
Per avere un’idea, con quel denaro succhiato dal “Sistema gelatinoso” (259 milioni) oggi – come documentano le richieste sin qui ritenute “irricevibili” da un bilancio pubblico allo stremo – sarebbe possibile realizzare la messa in sicurezza di un patrimonio archeologico dell’umanità  come Pompei o la costruzione di ospedali nell’Abruzzo del dopo-terremoto.
I numeri che illustrano il dettaglio dei singoli appalti segnalano la scientificità  nel calcolo del “ricarico” imposto dal “Sistema”, ma anche la crescita esponenziale di quella percentuale.
Nell’Italia corrotta scoperchiata da Tangentopoli, il “dazio” sulle grandi opere oscillava tra il 10 e il 20 per cento.
In quindici anni, è raddoppiato. Anche perchè la “catena alimentare” che deve sfamare si è allungata.
Politici, funzionari pubblici, professionisti.
LE PISCINE DI ROMA
Ribasso record per vincere l’asta.
il trucco dello “sciacallo” dell’Aquila
S il G8 della Maddalena è l’applicazione compiuta di uno “schema” corruttivo, i Mondiali di nuoto di Roma del 2009 ne sono la prova generale (è iniziato il processo di primo grado nell’aprile di quest’anno). Il ricorso alla procedure di urgenza non solo consentono di aggirare i vincoli urbanistici, ma trasformano l’Evento in un assalto alla diligenza della spesa pubblica.
Non c’è Comune della provincia di Roma che non reclami un posto al sole che lo trasformi in “Polo natatorio”.
E non c’è piastrella di piscina o gettata di calcestruzzo che non costi al contribuente almeno un trenta per cento in più del costo di aggiudicazione.
Tra gli imprenditori imbarcati dal “Sistema”, c’è Francesco Maria De Vito Piscicelli. Si aggiudica la progettazione e realizzazione della piscina olimpionica di Valco San Paolo. Un appalto da 8 milioni e 800 mila euro che vince con un formidabile ribasso d’asta (16,5 per cento), da cui “rientra” a neppure un anno di distanza dalla gara con un “atto aggiuntivo” che fissa l’importo dell’opera in 12 milioni e 900 mila euro.
La piscina di Valco San Paolo rischierà  di crollare per il modo con cui è stata realizzata. Piscicelli resterà  saldo nel “Sistema”. La notte del terremoto dell’Aquila è lui lo “sciacallo” che ride con il cognato, sognando il banchetto della ricostruzione.
I CANTIERI DEI 150 ANNI
Gare vinte senza progetti esecutivi. Dopo le “aggiunte” i prezzi salgono
La regola, da sempre, è una sola. La conosce chi l’appalto lo affida e chi l’appalto lo vince. E non importa dove si costruisce e chi costruisce.
La regola vuole che lo scarto tra il valore di affidamento e il costo finale di realizzazione di una grande opera pubblica non scenda mai sotto il 40 per cento.
E il trucco perchè le carte stiano a posto è semplice, come dimostrano i numeri dei cantieri dei 150 anni dell’Unità  d’Italia.
La gara viene affidata senza che dell’opera esista un progetto esecutivo.
Un po’ come comprare dal concessionario una macchina di cui si conosce il bozzetto, il numero di posti e la cilindrata del motore, ma di cui si ignorano i costi industriali di produzione, destinati a variare.
Non c’è appalto pubblico – come è evidente dalla tabella – che, a distanza di pochi mesi della sua aggiudicazione, non conosca un “atto aggiuntivo” in cui il committente (lo Stato) “scopre” che, alla luce del “progetto esecutivo” redatto da chi l’appalto lo ha vinto, il costo si deve “necessariamente” discostare dal valore dell’aggiudicazione.
E’ nella differenza di costo – come hanno documentato le indagini – che viene normalmente creata la “provvista” della corruzione.
Un segreto di Pulcinella cui, ad oggi, nessun Parlamento ha ritenuto di dover mettere mano con una semplice norma. Aggiudicare le gare con progetto già  esecutivo che sottragga al costruttore la libertà  di aggiustare il valore della commessa.
IL VILLAGGIO DEL G8
Da 52 a 105 milioni in un anno per il palazzo rimasto inutilizzato
L’isola della Maddalena e le sue opere per un G8 che non ha mai ospitato, sono e resteranno il monumento alla rapacità  di un “Sistema” che si muoveva protetto dalle “procedure semplificate e di urgenza” che la legge riconosce agli interventi della Protezione Civile.
Assimilato ad una “calamità  naturale”, un Grande Evento di cui pure si conosceva la data da nove anni, diventa una corsa contro il tempo che divora oltre 125 milioni di euro in “costi aggiuntivi”.
I 284 milioni di opere messi a bilancio al momento dell’affidamento degli appalti si gonfiano fino a superare i 410 milioni. Nessuno, ad esempio, chiede cosa diavolo accada nel quarto lotto del cantiere in cui si lavora alla “realizzazione del palazzo conferenza e dell’area delegati”.
L’appalto è stato aggiudicato l’11 luglio del 2008 con un ribasso d’asta del 5,9 per cento per 52 milioni di euro.
Una cifra che, a distanza di neppure un anno, tra il giugno e il settembre del 2009, raddoppia, passando a 105 milioni di euro.
Tanta distrazione ha una risposta nel nome del costruttore che quell’appalto si è aggiudicato: Diego Anemone, la “tasca” del “Sistema”.
L’imprenditore da cui prende ordini Angelo Balducci, la più alta autorità  amministrativa in materia di appalti pubblici.
Quello che compra “a insaputa” di chi lo andrà  ad abitare, Claudio Scajola, il mezzanino del Colosseo.

Carlo Bonini
(da “La Repubblica“)

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NASCE A GENOVA IL MOVIMENTO “LIGURIA FUTURISTA”: “NON HA IMPORTANZA DA DOVE PROVIENI, MA DOVE VUOI ANDARE”

Dicembre 18th, 2011 Riccardo Fucile

A FRONTE DI UN FLI LOCALE INEFFICIENTE, COMPROMESSO E IN CUI PREVALGONO SOLO LOGICHE SPARTITORIE, LA BASE MILITANTE LANCIA LA SFIDA FUTURISTA: FEDELI SOLO AI PRINCIPI DEL MANIFESTO DI BASTIA UMBRA, MA LIBERI DI AGIRE E LIBERI DI PENSARE

Mentre “Futuro e Libertà “, in poche ore e senza alcun approfondimento politico, celebra all’hotel Bristol il suo congresso provinciale con un unanimismo di facciata, mera ratifica di una lottizzazione delle tessere e della spartizione delle cariche degna della prima Repubblica, la vera base futurista militante genovese che ha come unico riferimento il manifesto programmatico di Bastia Umbra, ricco di spunti e di analisi della società  civile, decide di operare una svolta e creare “Liguria Futurista”.
Un contenitore di idee, aperto al contributo di tutti, ispirato ai principi della legalità , della giustizia sociale e dell’unità  nazionale.
Un movimento dove non potranno avere cittadinanza giochetti di corridoio, manipolazioni di tessere e collusioni, frequentazioni con pluri-inquisiti, concezione della politica come mera occupazione di poltrone.
Dopo un anno di completa assenza di Fli sul territorio genovese e di palese incapacità  a “fare politica”, confrontandosi sui reali problemi di Genova e della Liguria, con i cittadini, le categorie sociali, le fasce di sofferenza ed emarginazione che la crisi economica rende sempre più visibili, “Liguria futurista” vuole porsi come avanguardia etica, sociale e politica del rinnovamento della classe dirigente della destra ligure, come testa pensante e braccio operativo di un nuovo modo di fare politica.
Al servizio dei giovani e delle donne, a tutela dei diritti civili e della integrazione degli immigrati, declinando valori e principi di riferimento di una nuova destra repubblicana, nazionale e sociale che sappia contemperare diritti e doveri.
“Non ha importanza da dove provieni, ma dove intendi andare” sarà  la nostra linea guida di aggregazione e un “movimentismo operativo” il nostro metodo di intervento.
Per andare oltre i vecchi logori schemi, le rigide categorie, le appartenenze ideologiche.
I congressi pre-confezionati e senza anima li lasciamo ai vecchi notabili, tristi e logori figuranti del teatrino della politica che ha massacrato l’Italia e ucciso i sogni delle nuove generazioni.
Nell’Italia dei privilegi delle caste e della prassi della corruzione, noi vogliamo restituire dignità  a chi privilegia ancora il diritto di sognare un Paese migliore.
Liberi di agire, liberi di pensare.

Ufficio di Presidenza
LIGURIA FUTURISTA

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FATTA LA MANOVRA ORA TOCCA AL WELFARE

Dicembre 17th, 2011 Riccardo Fucile

IL GOVERNO VUOLE RIFORMARE IL LAVORO…MA PER IL PROGETTO ICHINO MANCANO   VOTI E SOLDI

Chiusa la manovra, tocca al mercato del lavoro.
Fallite le liberalizzazioni, sperando di evitare il trauma di un altro flop, il governo Monti passa al prossimo punto in agenda.
Che sia il lavoro il punto più delicato del mandato dei tecnici lo ha chiarito Pier Luigi Bersani, segretario del Pd: “Sono sicuro che quando si parla di riformare il mercato del lavoro non si parla tanto di articolo 18, ma di chi perde il lavoro in età  avanzata. L’articolo 18 non è la questione”.
Non sarà  la questione, ma di certo è il tabù: se si tocca quello, il tentativo di Bersani di compattare il Pd su posizioni da sempre minoritarie nel partito, quelle “riformiste”, potrebbe sfociare in un disastro.
Magari con scissioni e forse la fine dell’esperienza Monti. “Il nostro orizzonte è l’appuntamento elettorale”, ha detto Bersani: contano più gli elettori dei tecnici. I colloqui informali, preliminari, con il governo sono in corso da giorni.
Il dossier che ha in mano il ministro del Welfare Elsa Fornero è più complesso ancora del beauty contest sulle frequenze affidato a Corrado Passera.
Qualcosa bisogna fare, per due ragioni: la recessione, se sono giuste le stime della Confindustria, nel 2012 sarà  molto più grave del previsto: -1,6 per cento del Pil contro il -0,5 stimato dal governo Berlusconi .
Quindi serve un segnale per la crescita, e una riforma del mercato del lavoro è quello che chiedono i mercati e l’Unione europea.
La seconda ragione l’ha spiegata il ministro Fornero, in audizione alla Camera: finora le imprese cercavano di liberarsi perfino dei 50enni perchè troppo costosi, dopo la riforma delle pensioni bisogna convincerle a tenerli fino a 67 anni.
Quindi serve un necessario intervento sulla “curva retributiva”, ha detto la Fornero.
Tradotto: si studieranno dei contratti per i lavoratori a fine carriera più simili a quelli dei giovani, flessibili e a salario ridotto.
Ma non è questa la parte più traumatica.
Fin dai primi giorni, è stato chiaro che il governo voleva seguire la linea di riforma indicata dal senatore del Pd e giuslavorista Pietro Ichino, che finora si è tradotta in disegni di legge arenati in Parlamento.
Il “modello Ichino” è questo: tutti i lavoratori vengono assunti a tempo indeterminato, con un periodo di prova di sei mesi in cui non si applica l’articolo 18 che obbliga le imprese a riassumere i lavoratori licenziati senza giusta causa, pagando loro pesanti indennizzi.
Dopo il periodo di 6 mesi, scattano le vecchie tutele, con una differenza: l’impresa può licenziare anche per motivi economici e organizzativi, pagando un’indennità  che cresce con l’anzianità  di servizio.
Più tempo hai lavorato, più costoso sarà  per l’impresa allontanarti. Niente cambia per gli attuali lavoratori a tempo indeterminato tutelati dall’articolo 18 (che vale solo nelle imprese con più di 15 dipendenti).
Monti ha già  annunciato una “riforma del mercato del lavoro per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro di giovani e donne, le due grandi risorse sprecate del nostro Paese”.
Ma, per quanto bene possa fare alla crescita, ci sono dei costi iniziali non indifferenti.
Nel progetto di Ichino i lavoratori licenziati possono contare su un’assicurazione che, in caso di perdita del lavoro, garantisce fino a tre anni di retribuzione, il primo anno al 90 per cento dello stipendio e poi al 70.
Questa assicurazione dovrebbe essere a carico delle imprese, ma al ministero stanno facendo due conti: alzare adesso il cuneo fiscale, cioè la differenza tra il costo di un lavoratore all’azienda e il suo salario netto in busta paga, sarebbe un disastro, scoraggerebbe le poche assunzioni previste.
Ma introdurre incentivi pubblici per ridurre questo extra costo è poco proponibile, visto che i soldi da spendere sono pochissimi.
Bersani e il Pd già  temono il bis del 1996: la riforma senza gli ammortizzatori, cioè più precarietà  ma niente garanzie.
E quindi stanno facendo pressione sulla Fornero perchè qualunque discorso sul mercato del lavoro parta da una riforma degli ammortizzatori sociali, a cominciare dalla cassa integrazione. Interventi che valgono 7-8 miliardi.
Oltre che con i partiti, il governo Monti ha qualche problema al suo interno.
Il ministro Fornero è esperta di pensioni, meno di mercato del lavoro. Quello è il campo di Michel Martone, giuslavorista nominato viceministro, ma che ancora non ha ricevuto le deleghe.
Che sono una questione delicata, sia per i rapporti di forza dentro l’esecutivo che per la relazione con i sindacati .
La Fornero non può appaltare completamente una riforma così delicata al suo vice che è visto soprattutto dalla Cgil come troppo riformista per essere un interlocutore.
Ma chi frequenta i corridoi del ministero del Welfare sostiene che, comunque finisca la spartizione delle deleghe, sia la Fornero sia Martone non hanno alcun interesse ad andare allo scontro frontale con Susanna Camusso e l’ala sinistra del Pd, si procederà  con passi molto graduali.
Ma, prima o poi, nelle prossime settimane si dovrà  toccare anche il tabù dell’articolo 18, almeno per i nuovi assunti.
E non sarà  indolore.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
.

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VIGILI DEL FUOCO AL VERDE: “PER COLPA DEL GOVERNO FACCIAMO ACCATTONAGGIO”

Dicembre 15th, 2011 Riccardo Fucile

A PIACENZA NON RIESCONO PIU’ A PAGARE GAS, ENEL E GASOLIO PER I MEZZI DI SOCCORSO…COSTRETTI A SCIOPERARE IN ATTESA DI UN PREVISTO TRASFERIMENTO DELLA SEDE CHE FORSE NON AVVERRA’ MAI..”SE NON POSSIAMO EFFETTUARE UN SOCCORSO NON SIAMO NOI I COLPEVOLI, RIVOLGETEVI A ROMA CHE CONTINUA A TAGLIARCI I FONDI”

Senza benzina, gas e luce. E con un debito che sfiora i 180.000 euro.
Non si sta parlando di un’altra delle storie simbolo della crisi economica che attraversa l’Europa, ma della condizione sempre più precaria e al limite del paradossale dei Vigili del fuoco di Piacenza, rimasti ormai al “verde” e con possibilità  limitate nelle azioni di soccorso.
Una paralisi, quella che sta vivendo il comando di viale Dante, che rischia addirittura di aggravarsi ulteriormente nei prossimi mesi quando i pompieri verranno trasferiti in un’altra caserma alle porte della città  dove ancora non esistono mobili e fondi disponibili dal Governo per il trasloco.
Un’emergenza nell’emergenza, quindi.
E seppure i Vigili del fuoco cerchino di risparmiare sulle utenze, la cosa non è sempre possibile e di quando in quando “facciamo addirittura opera di accattonaggio per recuperare mobili d’ufficio per lavorare”.
La situazione, al limite del sostenibile per chi cerca quotidianamente di garantire la sicurezza è sfociata oggi in una manifestazione di protesta in centro città  per portare a conoscenza l’opinione pubblica delle condizioni di precarietà  in cui operano i pompieri.
“Non riusciamo a pagare le utenze come gas e luce- riferisce Giovanni Molinari- e la ditta che ci forniva il gasolio ha smesso la fornitura perchè non veniva pagata”.
Un debito che ha tenuto fermi tutti i mezzi di soccorso per quattro giorni perchè la cisterna interna alla caserma era completamente vuota.
All’impossibilità  di saldare i conti più banali come l’utilizzo della corrente elettrica si aggiunge anche una costante carenza del personale qualificato che ruota attorno ad una cifra spaventosa (-60%), automezzi troppo vecchi per risultare effettivamente utili e macchinari per il movimento della terra non ancora tornati dall’Aquila ma indispensabili anche a Piacenza per le situazioni di emergenza.
Come è facile intuire, i Vigili del fuoco non scendono in piazza per reclamare stipendi più alti “ma per dire a tutta la cittadinanza che se non possiamo effettuare un soccorso la colpa non è nostra ma del Governo che continua a togliere fondi” sostiene Roberto Travaini (Conapo), visto che con la finanziaria varata lo scorso anno sono stati tagliati una cosa come 50 milioni di euro al corpo dei Vigili del fuoco facendo salire in maniera esponenziale il debito die pompieri piacentini nei confronti dei creditori di 170- 180.000 euro.
Ma la storica caserma di viale Dante, entro gennaio, verrà  abbandonata per il trasferimento del comando provinciale sulla strada Valnure, alle porte della città .
“Di male in peggio” sembra essere l’opinione comune dei pompieri. Sì, perchè “non abbiamo i soldi per gli arredi della nuova sede e il ministero non ha ancora risposto nemmeno alla richiesta di fondi per il trasloco- testimonia Molinari- Nel frattempo facciamo opera di accattonaggio facendoci regalare i mobili da ufficio”.
E i problemi della nuova sede non saranno solo economici, ma anche logistici: l’autorimessa passerà  da 1.200 a circa 650 metri quadrati, obbligando i Vigili a parcheggiare i mezzi in cortile.

Massimo Paradiso
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LAVORO, LA CRISI PESA DI PIU’ SUI GIOVANI ITALIANI

Dicembre 14th, 2011 Riccardo Fucile

NEL 2012 POTREBBE NON SERVIRE IL DECRETO SUI FLUSSI: BASTANO GLI IMMIGRATI GIA’ PRESENTI…SEMPRE PIU’ STRANIERI LASCIANO L’ITALIA

Contrordine: a pagare le conseguenze della crisi non sono i lavoratori immigrati, ma i giovani italiani.
Si legge nelle pagine del nuovo rapporto della Fondazione Ismu: l’andamento dell’occupazione complessiva nel nostro Paese nel confronto tra il primo trimestre del 2010 e l’inizio del 2011 ha fatto registrare un aumento di 116 mila unità .
«Un risultato positivo ottenuto solo grazie alla componente immigrata», scrivono i ricercatori, cresciuta in un anno del 14 per cento (275 mila in più).
Una resistenza alla recessione che è merito soprattutto delle donne, «concentrate nei servizi domestici e di assistenza meno legati agli andamenti ciclici dell’economia».
Va male invece per gli italiani, soprattutto nelle fasce di età  più basse: 160 mila posti in meno nello stesso arco di tempo preso in esame.
Tra questi, annota Laura Zanfrini che per l’Ismu ha seguito la ricerca sul lavoro, «sono i giovani a rappresentare le principali vittime», e sono per la prima volta i giovani (due su tre) a considerare l’immigrazione un problema.
I due fenomeni non sono legati: per esser chiari, gli stranieri (ancora soprattutto manodopera non qualificata) non occupano i posti dei ragazzi italiani (con aspettative più «alte» di impiego). Ma sono il risultato, certo, di un andamento complessivo: «In base ai dati del rapporto – scrive ancora la ricercatrice – trova credito l’ipotesi che il mercato del lavoro italiano stia cercando un nuovo equilibrio, ampliando il ricorso a una manodopera straniera a bassa retribuzione, rinunciando a investire sulle giovani generazioni, con effetti preoccupanti per le prospettive di fuoriuscita dalla crisi».
Nel complesso, però, i nuovi conteggi ribadiscono e accentuano la caduta verticale nella crescita della presenza straniera in Italia: solo 70 mila in più rispetto al primo gennaio 2010 (il totale arriva a 5,4 milioni, irregolari inclusi).
Significa che arrivano meno immigrati e sempre di più vanno altrove o rientrano in patria.
E questo sì è effetto della crisi.
Sulla base dei nuovi dati, il direttore generale dell’Immigrazione e delle Politiche d’integrazione del ministero del Lavoro, Natale Forlani, ha confermato (era già  nell’aria e circolavano i primi studi) che il governo si sta orientando per non varare un nuovo decreto flussi nel 2012: «Potrebbe non essere necessario – dice – si possono soddisfare le esigenze del mondo del lavoro con i 300 mila stranieri disoccupati già  presenti in Italia e i 40 mila figli di immigrati in cerca di prima occupazione».
Il tasso di disoccupazione tra gli stranieri (12,1%) resta comunque più alto di quello che si registra tra gli italiani (8,2%).

Alessandra Coppola
(da “Il Corriere della Sera“)

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