Novembre 18th, 2011 Riccardo Fucile
DOPO NAPOLI E BOLOGNA, DILAGA LA PROTESTA DELLE COOPERATIVE CHE GARANTISCONO I SERVIZI A MINORI, ANZIANI, DISABILI, DASCE DEBOLI… STIPENDI MINIMI E PAGAMENTI IN RITARDO
Basta fare dibattiti rimanendo al chiuso in qualche locale. È venuta l’ora di rendere pubblica la protesta.
È quello che ha appena deciso la neonata rete degli Operatori Sociali Non Dormienti, per sollevare il problema dei tagli sistematici al Welfare effettuati dalla Regione Piemonte e dal Comune.
Una sessantina di persone armate di sedie e thermos di tè si sono appostate nella piazza del Municipio di Torino per dare vita a una riunione pubblica.
La Regione, il Comune e le Asl hanno accumulato ritardi di dieci, dodici mesi nell’erogazione dei fondi ai servizi sociali.
Ma non sono solo i ritardi a preoccupare l’intero settore: negli ultimi anni si è assistito a una riduzione dei contributi e a tagli veri e propri.
Tutto ciò ha portato gli operatori all’esasperazione anche se in tanti sono convinti che questo non dipenda solo dalla mancanza di risorse: dal momento che ai tagli spesso non corrisponde una riduzione proporzionale dei servizi, si è di fronte a una strategia di risparmio adottata volontariamente dalle istituzioni.
Perchè vuoi per spirito solidale — o a detta di alcuni “missionario” — vuoi per il timore di perdere gli appalti — indicato pure come “ricatto” — gli operatori sociali i servizi continuano a mantenerli in vita.
Anche se poi le macchine grigie degli amministratori vengono a costare quanto un anno di educativa o i progetti destinati ai campi rom spariscono del tutto.
E nonostante ancora le associazioni di volontariato possano presentarsi alle gare d’appalto: un chiaro segnale della tendenza al ribasso a cui è destinato il settore sociale in Piemonte.
Disabili, anziani, minori, psichiatrici ed ex-tossicodipendenti rischiano di ritrovarsi a essere trattati come pazienti e non più come utenti, quindi a venire curati con pasticche piuttosto che essere accompagnati da un programma di inserimento specifico.
Tutto questo richiama la “questione etica” come la chiama R., uno dei portavoce della rete: «Voglio smettere di lavorare per cooperative che sottostanno alle decisioni di un Comune di non inserire bambini in comunità perchè costano troppo oppure di far partire campagne indiscriminate di affidamento. Voglio smettere di lavorare per quelle cooperative che sostituiscono una medicina che dà dei risultati con il metadone solo perchè più conveniente. Voglio che tutti si rendano conto che oltre all’assistenza sociale questa società si sta privando della prevenzione».
Non è un caso se al momento si contano 6 operatori ogni 100mila abitanti.
Ovviamente i tagli riguardano anche la formazione universitaria: la giunta guidata da Roberto Cota ha appena eliminato il tirocinio formativo per educatori professionali, probabilmente la parte più importante dell’intero processo formativo.
Complessivamente, in Italia gli enti pubblici hanno contratto un debito con il terzo settore di 25 miliardi di euro.
A Napoli è dal 2007 che 150 fra cooperative e associazioni socio-assistenziali si sono unite per richiedere i 200 milioni di euro che la Regione Campania deve ancora pagare.
In Emilia-Romagna invece a fine ottobre centinaia di disabili si sono sdraiati a terra per revocare i tagli del 63% introdotti negli ultimi due anni.
Alla voce politiche sociali, l’Italia spendeva fino a tre anni fa 780 milioni di euro l’anno: quest’anno non supererà i 218.
Anche a livello europeo siamo sotto la media, ben del 31% rispetto alle altre nazioni.
Ma tornando a Torino: i Non Dormienti, che si sono organizzati attraverso Facebook facendo di loro una sorta di “indignados” del sociale, si ritroveranno ogni 15 giorni davanti a un’istituzione diversa.
Tra due lunedì saranno in Piazza Castello davanti al Palazzo della Regione. Rigorosamente all’aperto.
Maurizio Bongioanni
(da “Il Fatto Quotidiano“)
Qualche testimonianza degli Indignados torinesi
Marco, 40 anni: “Guadagno 1000 euro al mese. Per prendere qualcosa in più faccio delle ore straordinarie in un’altra cooperativa per 300 euro. Tutto questo lavoro e ora non prendo lo stipendio da due mesi. Addirittura dall’ultima cooperativa me ne sono andato perchè si arrivava a legare i pazienti per mancanza di strategie e di personale. Ora invece rischio di perdere il posto per mancanza di titoli: io ho fatto tutta la vita questo lavoro. È l’unica cosa che so fare”.
Roberto, 36 anni: “Nell’ultimo anno ho ricevuto lo stipendio a singhiozzo: all’inizio dell’anno non ho preso nulla per 4 mesi, ora attendo da due. Dopo 8 anni di questo lavoro, a causa dei ripetuti ritardi sono tornato a vivere a casa dei miei genitori”.
Federica, 32 anni: “Dal 2002 ho lavorato con minori, rom e disabili. Quest’anno da gennaio a marzo non ho ricevuto nulla: ora mi stanno tornando ma non prendo più la tredicesima e nemmeno il rimborso Inps. Lavorando per il Comune è come se fossimo ricattati continuamente perchè non possiamo denunciare nè lamentarci con nessuno per paura di perdere l’appalto”.
Nicola, 51 anni: “Ho iniziato negli anni ’80, poi a metà dei ’90 me ne sono andato perchè eravamo trattati come manovalanza. Ora per ritornare a fare questo lavoro sono obbligato a studiare, per questo mi sono iscritto all’università . Tutta la mia esperienza sul campo non mi dà nessuna garanzia”.
Giovanna, 52 anni: “Da trent’anni faccio questo lavoro e posso dire che in passato lavorare in cooperativa significava fornire un’alternativa sociale e politica forte. Poi le coop si sono divise e hanno cominciato a farsi concorrenza. Che senso ha che oggigiorno i servizi dipendano dai finanziamenti delle banche?”
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Novembre 15th, 2011 Riccardo Fucile
SOPRALLUOGO CONGIUNTO DEI DUE EX LEADER DI AN IN PIAZZA ANNIBALIANO PER VERIFICARE L’ANDAMENTO DEI LAVORI…ALEMANNO: “AUSPICO GRANDE RICOMPOSIZIONE DEL CENTRODESTRA”
Prove tecniche di ricostruzione. In cantiere. 
«Auspico che ci sia una grande ricomposizione del centrodestra attraverso il Pdl, una ricostruzione che metta insieme tutti quelli che si sentono alternativi alla sinistra» dice il sindaco di Roma, Gianni Alemanno , durante la visita al cantiere della metro B1 di piazza Annibaliano in compagnia di Gianfranco Fini, leader di Fli e presidente della Camera.
Caschi di protezione e i giubbetti catarifrangenti per scendere a 40 metri di profondità : l’incontro istituzionale, programmato da tempo, ha lasciato lo spazio anche a rimpianti e nostalgie dell’ultima ora.
In piazza Annibaliano, infatti, c’erano anche numerosi fotografi e residenti.
Nella folla anche un arzillo sostenitore di Fini che ha chiesto la riconciliazione con Alemanno. «A presidè, ve posso rivedè ‘nsieme?» chiede.
«Eh, stiamo qui», nicchia con un sorriso la terza carica dello Stato.
Poco dopo, mentre i due scendono giù a livello dei binari per percorrere loro un tratto della nuova linea, il sostenitore di Fini torna all’attacco.
Sfrutta la presenza di fotografi e cameramen e afferra Fini e Alemanno prendendoli sottobraccio.
«Scattatece ‘na foto – chiede, guardando prima l’uno e poi l’altro – Finalmente, che momento!», ribadisce a più riprese.
«Sono i cosiddetti militanti di base», ironizza subito dopo il presidente della Camera.
Intanto, però, durante il sopralluogo Fini e il primo cittadino parlottano tra di loro, per la gioia del supporter del presidente che confida nella riappacificazione.
«Sono soddisfatto di come sono andati i lavori. Siamo riusciti a rispettare i tempi e i costi. A febbraio del prossimo anno i cittadini andranno su questo tratto della metropolitana che nel 2013 tutto il tratto sarà¡ completato» ha dichiarato il sindaco.
«Si tratta di un passaggio fondamentale per la mobilità¡ della nostra città¡ – ha spiegato ancora il sindaco di Roma Gianni Alemanno – in tutti questi anni abbiamo garantito i finanziamenti. Anche nel 2011 abbiamo stanziato altri 150 milioni per comprare le vetture. Uno sforzo notevole, in larga parte supportato da Roma Capitale».
La metropolitana di Roma, sottolinea il presidente della Camera, «non è soltanto un’opera che abbellirà la città , ma può essere presa a esempio in una dimensione generale» grazie alla «collaborazione che vi è stata tra le istituzioni. Si sono alternate delle amministrazioni- ricorda Fini- ma l’amministrazione Alemanno non ha pensato di azzerare, cancellare o rivedere il lavoro della Giunta precedente che era di diverso colore politico. C’è stata collaborazione tra le amministrazioni capitoline e le altre autorità statali».
E poi, conclude, la collaborazione «con i cittadini che, dopo un iniziale e più che comprensibile fase di timore, quando hanno visto che le cose si facevano sul serio e si rispettavano i tempi, hanno preso atto che le cose si possono fare bene e si può migliorare la qualità della vita in una città così complessa. C’è una eccellenza italiana, nel senso pieno del termine, di cui nonostante tanti problemi dobbiamo essere fieri».
(da “Il Corriere della Sera”)
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Novembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
ACCADE NELLA FRAZIONE DI RIPOLI, IN COMUNE DI SAN BENEDETTO DEL TRONTO, IN VAL DI SAMBRO…I LAVORI HANNO PORTATO ALL’EVACUAZIONE DI SETTE FAMIGLIE
I lavori del tunnel della variante di Valico che si sta scavando ai piedi di una frana a Ripoli, tra
Bologna e Firenze, vanno avanti.
A dirlo è il Prefetto di Bologna, Angelo Tranfaglia, affiancato da tutti gli enti locali e naturalmente da Autostrade, committente della grande arteria che collegherà il nord col sud Italia.
I lavori, che hanno già provocato l’evacuazione di sette famiglie e che da alcuni mesi stanno mettendo in allarme tutta la piccola frazione di Ripoli-Santa Maria Maddalena, in comune di San Benedetto in Val di Sambro, dopo il vertice di oggi avranno solo, secondo quanto emerso dall’incontro, un monitoraggio più ampio in cui saranno coinvolti tutti gli enti locali e le istituzioni che si occupano di infrastrutture o di territorio: Comune, Regione, Vigili del fuoco, Anas, provveditorato per le opere pubbliche e via discorrendo.
Rimarrà a guida delmonitoraggio anche l’Osservatorio ambientale che da anni segue i lavori della Variante.
Un osservatorio non proprio affidabilissimo, smentito nelle sue valutazioni dalla stessa Regione Emilia Romagna.
In una lettera al sindaco di San Benedetto Val di Sambro di qualche settimana fa i tecnici della protezione civile regionale dichiaravano: “Si sottolinea che la nota dell’Ing. Ricceri, presidente dell’Osservatorio Ambientale, inviata al comando dei Carabinieri di Vergato e a noi resa nota, non può essere dagli scriventi condivisa nella affermazione: ‘Le conclusioni di merito scaturite nell’incontro portano ragionevolmente ad escludere pericoli per l’incolumità dei cittadini’ per il fatto che la vulnerabilità degli edifici dipende dai fattori sopra esposti non interamente noti in mancanza di valutazioni tecniche puntuali e qualificate”.
Ma come dicono gli inglesi The show must go on.
Gennarino Tozzi di Autostrade, in prima linea nella difesa della grande opera non ha dubbi: “E’ un’opera che va conclusa subito. Nella vecchia autostrada del sole l’incidentalità è in fase crescente e la sua capacità di traffico è ai limiti”.
E se il monitoraggio darà esiti negativi, preoccupanti, l’opera si fermeranno i lavori? “Sono sicuro che non darà esito negativo”, ha risposto oggi ai giornalisti.
Autostrade, per bocca dello stesso Tozzi, si è detta oggi disponibile e già attiva per dare tutti i rimborsi necessari o per ristrutturare le case che dovessero venire danneggiate “Abbiamo già messo in campo circa 900 mila euro”.
Secondo l’intesa trovata oggi, ogni metro di scavo sarà preceduto da un controllo degli edifici.
“Verranno monitorate tutte le case con la loro capacità di resistere ai movimenti prevedibili. Quelle che non ce la dovessero fare verranno rinforzate. A garanzia di tutto poi ci sarebbero le delocalizzazioni”.
Cioè nuovi sgomberi, ma solo provvisori secondo Ricceri.
Per il già citato ingegnere capo dell’osservatorio ambientale infatti, “finite quelle opere questi movimenti andranno attenuandosi fino a scomparire e il paese resterà dov’è”. Diverso il parere del comitato dei cittadini secondo cui, come ha spiegato in un nostro precedente servizio l’ingegnere di Ripoli, Marco Ricci, “ci sono dei movimenti franosi ancora in atto iniziati con la costruzione dell’attuale Autosole diversi decenni fa”.
A proposito del comitato: loro, oggi, al vertice non sono stati invitati.
I cittadini della piccola frazione di San Benedetto Val di Sambro, 400 abitanti abbarbicati nell’appennino bolognese, ieri avevano hanno inviato una lettera al prefetto di Bologna per dire: “Quelli che incontrerà domani, compresi gli enti locali, non ci rappresentano”, anzi, sono conniventi con Autostrade e “del tutto allineati alle posizioni e alle richieste della Società Autostrade per l’Italia”.
La lettera al prefetto, Angelo Tranfaglia, racconta della leggerezza nell’affrontare un’opera così complessa e di forte impatto ambientale: “In corrispondenza dell’abitato di Santa Maria Maddalena per circa 500 metri non era stato eseguito ante operam alcun sondaggio, e solo a seguito della campagna di indagini integrative eseguite a partire dalla scorsa primavera (…) i progettisti hanno finalmente riconosciuto l’esistenza dell’enorme frana quiescente su cui da sempre sorge il paese e che pure era (…) segnalata sulla cartografia tematica”.
Fino a pochi mesi fa infatti la frana e i pericoli per Ripoli non erano stati presi in considerazione e solo a gennaio scorso il sindaco di San Benedetto Val di Sambro, Gianluca Stefanini, aveva chiesto che Autostrade monitorasse quello che stava avvenendo a Ripoli. Ciononostante i lavori di scavo dell’imbocco nord della galleria erano andati avanti fino a poche settimane fa, quando sono stati sospesi dalla Cmb, l’azienda che sta lavorando all’imbocco nord.
Una sospensione che era stata attuata anche sull’onda del clamore che le case evacuate e le crepe decimetriche che attraversano il paese stanno creando.
I movimenti di questo mostro franoso da due milioni di metri cubi di terra starebbero poi intaccando lo stesso lavoro della galleria (cosa che oggi Tozzi ha decisamente smentito). Secondo quanto scritto dal comitato nella lettera di ieri a Tranfaglia infatti, “gli spostamenti franosi attivatisi stanno coinvolgendo la stessa galleria in costruzione con valori di deformazione dei rivestimenti definitivi di ordine centimetrico per gli avanzamenti da nord (impresa CMB) e decimetrico per gli avanzamenti da sud (impresa Toto) e con diffuse fessurazioni nelle murature”.
Nella lettera del comitato, l’accusa ad Autostrade è di essere passata sopra la vita dei cittadini pur di finire al più presto: “L’ unico scopo della Società Autostrade per l’Italia è palesemente quello di pervenire nel più breve tempo possibile al completamento dei lavori (…) indipendentemente dalle pesantissime ripercussioni che si sono prodotte a partire già dall’avvio dei lavori, nel 2007, in tutta le porzioni di versante sino ad ora interessate dagli scavi per la galleria Val di Sambro, con il progressivo danneggiamento anche totale di tutte le abitazioni sino ad oggi incontrate, delle strade, delle reti di distribuzione (elettricità e gas)”.
Il comitato Autosole-Ripoli, guidato dalla combattiva famiglia Ricci ci tiene a non passare per un comitato che non vuole la Variante di Valico.
Il problema per Dino Ricci, un geometra in pensione che in passato costruiva autostrade, è quello di questa galleria, che potrebbe avere, se Autostrade volesse, un tracciato alternativo.
Ma Tozzi non ne vuole sentire parlare: “L’idea di pensare a una variazione del tracciato comporterebbe difficoltà tecniche, economiche e di tempistica assolutamente onerose per l’intera economia del Paese che rischierebbe di non risolvere l’attuale problema dell’attraversamento appenninico non prima di ulteriori 5-10 anni.
Oggi il prefetto ha anche detto che incontrerà il comitato. “Società Autostrade ci ha fatto un resoconto. Dagli elementi che ci ha portato emerge che allo stato pericoli per la pubblica e privata incolumità non ne esistono, sicuramente non ne esistono con urgenza, ma nemmeno allo stato dell’avanzamento dei lavori in maniera prevedibile. I cittadini si fidino delle istituzioni”.
Intanto l’inchiesta della magistratura per disastro colposo, prosegue.
Questa è l’Italia…
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 10th, 2011 Riccardo Fucile
PRECARI IN RIVOLTA. SEDI DA RIFARE, AUTOMEZZI VECCHI DI 40 ANNI… NEL CORPO DIVAMPA IL MALCONTENTO, MASSACRATI DAI TAGLI DEL GOVERNO
Intervengono dove nessuno è in grado di intervenire.
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del 72esimo anniversario della fondazione del Corpo, ha espresso ai vigili del fuoco “la riconoscenza della comunità nazionale per l’opera prestata quotidianamente con grande professionalità e con eccezionale spirito di abnegazione e di coraggio”.
Ma quella di ieri è stata una festa amara, per i 34 mila pompieri in servizio permanente ai quali vanno aggiunti i 20 mila precari (chiamati discontinui) sulle cui spalle si regge gran parte del funzionamento dell’intera struttura.
Franco Giancarlo, segretario Conflsal, ha consegnato, in una lettera al presidente Napolitano, tutto il malcontento che da tempo serpeggia nella categoria e che ieri, alla celebrazione, è stato oscurato e censurato: “Siamo indignati e stanchi di ricevere elogi, aspettiamo fatti concreti e non promesse come sempre inevase”.
Comandati da un prefetto.
Il malessere che serpeggia tra le divise verdi del 115 – alla loro pianta organica mancano all’appello 3 mila addetti – ha più di una causa. §
La prima è certamente l’anomalia della loro collocazione istituzionale: fanno parte del ministero dell’Interno, sono “parenti poveri” delle forze dell’ordine, e dipendono da una struttura dipartimentale in mano ad una quarantina di prefetti – che c’entrano, si chiedono in molti, con i vigili del fuoco? – che gravano sul bilancio gia in rosso dei pompieri per ulteriori 4 milioni di euro. Il vertice, dunque, è bicefalo: da una parte c’è il Dipartimento che fa capo al prefetto Francesco Paolo Tronca, dall’altro il Corpo retto dall’ingegnere Alfio Pini.
Quella dei pompieri è attualmente l’unica struttura del Viminale che ancora non ha un comando espresso dall’interno del Corpo: carabinieri, polizia e finanza sono comandati rispettivamente da un carabiniere, un poliziotto, un finanziere.
I vigili del fuoco, anzichè da un ingegnere, sono guidati da un prefetto.
Perchè? Il problema politico dell’esatta individuazione del settore istituzionale nel quale inserire il Corpo è un problema da tempo sollevato dalla Cgil.
“L’attuale modello organizzativo – tuona Mario Mozzetta, leader nazionale della Cgil Vigilfuoco – è troppo burocratizzato”. Di fatto i vigli del fuoco sono una struttura ibrida, nè forza di polizia, nè componente della Protezione civile che, priva di un centralino dell’Emergenza (e quindi come allertarla in caso di calamità ), ci tiene a smarcare i propri uomini con divise diverse – giallo fluorescente – da quelle dei vigili del fuoco.
I tagli lineari.
La seconda criticità causa del malumore dei vigili del fuoco è quella che accomuna in questo momento tutte le forze dell’ordine: i tagli lineari imposti dal governo ai quali il ministro dell’Interno non s’è saputo opporre.
In totale, 330 miloni di euro, 30 dei quali sono andati a colpire il bilancio del Corpo (2 miliardi, 1700 milioni per le spese del personale, 300 milioni per la gestione).
Va detto che il Corpo ha su di sè il peso di 30 milioni di euro di debiti pregressi che ne inficiano il funzionamento.
“Mancano 3 mila addetti e i tagli lineari del 10 per cento – è l’allarme del prefetto Tronca – rischiano di determinare difficoltà operative al sistema di soccorso”.
“La carenza nel ruolo dei capi squadra – gli fa eco l’ingegner Pini – e dei capi reparto, figure fondamentali per la composizione delle squadre di intervento – rende critica, nei comandi provinciali, l’organizzazione dei dispositivi di soccorso”.
E così, mentre il Viminale propone le medaglie al valor civile, i sindacati denunciano di essere sull’orlo della bancarotta e si rivolgono proprio al presidente della Repubblica per rappresentargli “la situazione disastrosa nella quale versano i vigili del fuoco”.
“I Comandi Provinciali – denuncia il segretario generale Confsal Franco Giancarlo – sono da tempo in rosso col rischio del pignoramento da parte dei creditori delle sedi e il blocco dei mezzi necessari al soccorso. Non possiamo più evitare istanze di decreti ingiuntivi. Siamo morosi per le spese della manutezione mezzi, pulizie caserme, utenze Enel, bollette telefoniche, tasse rifiuti urbani, riscaldamenti, acqua, affitti caserme, distribuzione buoni pasto e rifornimento carburante. I comandanti per poter garantire le missioni istituzionali sono costretti a acquistare carburante senza avere soldi, senza pagarlo, solo per evitare il blocco delle attività di soccorso”.
Mezzi vecchi e superati.
Il ‘cahier des doleance’ dei vigili del fuoco che, dicono, “rischiano la vita per 1200 euro al mese, uno stipendio umiliante e indecente”, è un lungo elenco di disfuzioni.
Basta prendere in considerazione, ad esempio, il parco automezzi. Le autopompe serbatoio sono oltre 1500, in media due per ogni sede, il 20 per cento ha più di 40 anni.
Un altro 20 per cento sono oggi fuori servizio per mancanza di fondi necessari per farle riparare. Le autobotti pompa (i mezzi per il rifornimento dell’acqua alle autopompe impiegate negli incendi) sono 600 di cui oltre il 30 per cento con più di 40 anni.
Il 15 per cento sono fuori servizio per mancanza di fondi necessari per farle riparare. Le autoscale sono 300 di cui il 40 per cento con più di 40 anni.
Il 25 per cento sono fuori servizio per mancanza di fondi per farle riparare. Gli anfibi sono 50 di cui la metà con più di 30 anni e l’altra metà con più di 40 anni.
Oltre il 35 per cento sono fuori servizio per mancanza di fondi manutenzione.
I reparti Volo sul territorio sono dodici, ma la metà dei nuclei non ha a disposizione il velivolo adatto al soccorso a causa della mancanza di fondi per la manutenzione ordinaria periodica.
Si tratta dell’elicottero AB412 che può essere impiegato a seconda dei casi o come eliambulanza (con barella e tecnico di bordo verricellista per i recuperi dei feriti in zone impervie).
O in operazioni antincendio boschivo grazie a una benna in grado di trasportare 900 litri d’acqua.
Senza carburante.
Le basi navali nei porti sono 24. Ma anche qua la scure dei tagli s’è fatta sentire di fatto rendendo critica l’operatività .
Valga per tutti l’esempio nel “profondo Nord-Est” di Trieste: in agosto il comandante provinciale ingegnere Carlo Dell’Oppio, rimasto senza soldi in cassa, è stato costretto a emanare un ordine del giorno con il quale praticamente obbligava i natandi di soccorso a starsene nel porto.
(“Visto l’esaurimento dei buoni gasolio acquistati a giugno e continuando a non disporrei di fondi per l’acquisto di ulteriore carburante per le unità navali si è costretti a disporre con effetto immediato che tutte le unità navali dei Vigili del fuoco escano solamente in caso di intervento di soccorso.
E qualora un’imbarcazione si ritrovi con i serbatoi al 20 per cento se ne dispone il fermo per mancanza di carburante”).
Tale situazione è stata ammessa dallo stesso prefetto Tronca. Qualche mese fa al Parlamento ha detto che “risulta del tutto evidente la necessità di procedere all’amodernamento del parco automezzi, delle strumentazioni tecnologiche in dotazione, nonchè della flotta elicotteri.
Occorre sviluppare una rtete avanzata di telecomunicazioni che possa garantire anche in fase di emergenza il collegamento tra e con il personale”.
La risposta del governo e del ministro dell’Interno è stato il taglio di 30 milioni di euro.
Va detto che, a dispetto delle celebrazioni ufficiali del 72esimo anniversario del Corpo, la situazione è talmente drammatica che è un coro unanime di proteste sia dei sindacati che dei vertici dell’amministrazione.
L’ingegner Alfio Pini, capo del Corpo, ha protestato per “i tagli alle risorse per consumi intermedi (meno 34 per cento) e per investimenti (meno 30 per cento)”.
“La riduzione di queste risorse – ha sottolineato Pini – mette in crisi l’acquisto di carburante, vestiario, equipaggiamenti, dispositivi di protezione individuale, manutenzione dei mezzi e della attrezzature, manutenzione e adeguamento delle sedi, formazione del personale, mensa, pulizie, utenze non più comprimibili. I Comandanti provinciali devono dunque assumere posizioni debitorie per garantire l’operatività del soccorso”.
“A fronte di tagli che ammontano in media al 25 per cento degli stanziamenti del 2010 – ha aggiunto – con punte di oltre il 50 per cento per capitoli relativi ad esempio alle telecomunicazioni e al settore NBCR (nucleare battereologico chimico radiologico) il Corpo si troverà nell’impossibilità di garantire una adeguata organizzazione del servizio di soccorso tecnico urgente e degli altri compiti istituzionali”.
Pini, prima delle ultimi alluvioni, aveva anche avuto occasione di criticare, senza mai citarla direttamente, la gestione Bertolaso scandita a colpi di decreti emergenziali.
“L’esperienza maturata in occasioni delle recenti calamità – era la critica del capo del Corpo – testimoniano la scarsa efficacia dell’attuale modello organizzativo che prevede la gestione delle risorse stanziate dal governo in capo a Commissari straordinari per le emergenze, stante la carenza di stanziamenti a favore dei vigili del fuoco e il ritardo con cui le competenze vengono corrisposte al personale impegato”.
In altre parole il capo del Corpo manda i vigili del fuoco in missione per far fronte alle calamità senza tuttavia poter disporre delle risorse necessarie al loro finanziamento.
(da “L’Espresso“)
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Novembre 9th, 2011 Riccardo Fucile
NONOSTANTE LE DICHIARAZIONI RESE DAL PREFETTO ALLA COMMISSIONE ANTIMAFIA LA DITTA DI MAMONE E’ UNA DELLE PRINCIPALI DITTE IMPEGNATE PER L’EMERGENZA SU MANDATO DEGLI ENTI LOCALI… SONO GLI STESSI MAMONE CHE ERANO STATI RICEVUTI DA NAN NELLA SEDE DI FLI GENOVA
Il Prefetto di Genova, Musolino, uno dei maggiori esperti di contrasto alle mafie, nel luglio
2010 ha promosso un interdizione atipica antimafia, come ricordavamo nei giorni scorsi, per la ECO-GE.
Gli Enti locali e le loro società , così come – ad esempio – anche il Commissario per la Bonifica dell’Acna di Cengio, hanno ignorato categoricamente tale provvedimento. Così i lavori all’ACNA sono proseguiti ed in corso; così hanno avuto incarico dalla “Fiera di Genova” per allestimento e smantellamento di Euroflora; così hanno il grosso dei subappalti per i lavori della nuova strada di Cornigliano commissionati dalla Sviluppo Genova; così come sono stati chiamati, nell’ottobre 2010, dall’AMIU (al 100% del Comune di Genova) per i lavori di somma urgenza relativi all’alluvione di Sestri Ponente.
Non solo, ma questi esempi ci bastano per rendere l’idea di quanto quell’interdizione all’ECO-GE sia stata totalmente ignorata.
Il Prefetto Musolino durante la “missione” a Genova della Commissione Parlamentare Antimafia, come ha ricordato anche “Il Secolo XIX”, è tornato sulla questione.
In tale sede ufficiale ha ricordato chi sono i Mamone e ricordato del provvedimento adottato dalla Prefettura. Si legge nella Relazione:
“L’instaurazione di rapporti di parentela o “comparaggio” tra gli appartenenti alle diverse cosche, attraverso matrimoni, battesimi, comunioni o cresime, considerati strumento utile a rinsaldare i legami tra le famiglie, ha ingenerato vincoli di non belligeranza a garanzia del sodalizio criminale.
A tal fine si rammenta come, nel comprensorio ligure, tal Silvio Crisino (indicato dai collaboratori di giustizia quale banchiere delle cosche calabresi operanti in Liguria), sia divenuto cognato di Luigi Mamone, mentre i Fazzari risultano apparentati con i Gullace, a loro volta padrini dei giovani Mamone, con cui sono legati da vincoli familiari anche i Raso”.
In annotazione al Luigi Mamone si legge, sempre nella Relazione alla Commissione:
“La famiglia Mamone, di origini calabresi, è proprietaria di una nota e avviata impresa locale impegnata nelle bonifiche ambientali. A seguito di un approfondimento della DIA quest’Ufficio ha emesso nel 2010 una certificazione “atipica” nei confronti di Gino Mamone figlio del succitato Luigi”.
Nella stessa Relazione in riferimento alle misure preventive contro la ‘ndrangheta si legge anche:
“… come già detto, in Liguria tendono a mantenere un profilo molto basso ed a evitare più plateali manifestazioni, probabilmente per non compromettere il clima di tranquillità che è funzionale alla loro progressiva infiltrazione nella società e nell’economia legale.
Gli stessi episodi criminali che, di volta in volta, si devono registrare finivano spesso per essere letti singolarmente e ricondotti, perciò, a fatti di criminalità comune.
A riprova di quanto detto, basti pensare al ridotto numero di misure di prevenzione sia patrimoniale che personale (sorveglianza speciale) applicate nell’ultimo decennio a livello regionale, peraltro, per lo più riconducibili a fenomeni di criminalità comune.
Sebbene non ancora comprovato da specifiche evidenze giudiziarie, si percepiva, però, la sussistenza di una realtà criminale nei confronti della quale si poneva la necessità di elevare il livello di attenzione, specie in chiave preventiva”.
Ed a precisazione si legge: “In tal senso sul fronte dell’attivazione delle tutele antimafia, quest’Ufficio avrebbe, come già detto, emesso di lì a poco, una certificazione “atipica” nei confronti di Gino Mamone, noto imprenditore calabrese, titolare di una avviata attività di bonifiche ambientali”.
Ma nuovamente l’allarme e la misura preventiva in merito alla ECO-GE dei Mamone è stata sistematicamente ignorata dagli Enti Locali…
Sono giorni che la solleviamo nel “silenzio”, perchè pare che nessuno voglia affrontare la questione.
Infatti la ECO-GE è impegnata nei lavori di somma urgenza per l’emergenza alluvione a Genova proprio in questi giorni. I loro mezzi sono a San Fruttuoso (Via G.Torti, Via Filippo Casoni, Piazza Manzoni/Corso Galliera) a Marassi (Corso Sardegna), a Quezzi (Via Fereggiano), a Staglieno (Piazzale Adriatico) ed alla Foce (nell’area di Piazzale Kennedy ove vengono raccolti i detriti ed il fango che poi sui camion vengono portati altrove).
In via Fereggiano abbiamo incontrato un giornalista di una testata locale e gli abbiamo fatto notare quei mezzi all’opera nonostante il provvedimento del Prefetto, ci ha risposto che magari lavorano gratis.
Poi abbiamo incontrato un consigliere comunale del Pdl che ci ha detto che non sapeva che vi fosse stato il provvedimento del Prefetto.
Poi abbiamo incontrato l’assessore regionale al bilancio che prima ci ha risposto “in una situazione di emergenza….” ed alla nostra replica “proprio a partire dall’emergenza questi soggetti non dovrebbero esserci” ha risposto “su questo sono d’accordo con voi” e quindi gli abbiamo detto: “allora fai qualcosa!”
Ma nel frattempo quei mezzi della ECO-GE continuano ad operare… e nessuno a parte noi osa sollevare la questione.
(dalla “Casa della legalità “, Ufficio di Presidenza)
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Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
COME UN POKERISTA FALLITO BERLUSCONI COSTRETTO ALL’ULTIMO BLUFF… IL PREMIER E’ RIMASTO SENZA DECRETO LEGGE E SENZA MAGGIORANZA
Di fronte a un’Europa sospesa fra la tragedia greca e la farsa italiana, Berlusconi riesce a sprecare anche la sua ultima carta.
Come un pokerista fallito, che non ha punti in mano e vive solo di bluff, butta via in un colpo solo la borsa e la vita.
Si gioca il Paese (con un ridicolo “piano anti-crisi” che i partner della Ue potrebbero bocciare) e il governo (con una penosa retromarcia che i frondisti del Pdl hanno già bocciato).
Atteso al varco dai Grandi del mondo, il presidente del Consiglio si presenta a mani nude al G-20 di questa mattina.
Senza decreto legge, e ormai senza maggioranza.
Siamo all’atto finale del berlusconismo. La lunga “notte della Repubblica” non è bastata al Cavaliere per ricostruire le macerie della sua coalizione.
Il Consiglio dei ministri non è stato in grado di varare il provvedimento urgente con le misure più severe per il risanamento dei conti pubblici e il rilancio della crescita.
È riuscito a malapena a raffazzonare un maxiemendamento alla legge di stabilità con le misure più indolori dal punto di vista sociale e più incolori dal punto di vista economico.
Un po’ di privatizzazione del patrimonio pubblico, un po’ di liberalizzazione degli ordini professionali, qualche pasticcio “ad aziendam” nella giustizia civile e la solita bufala propagandistica sulla sburocratizzazione dello Stato.
Tutto qui.
Nessun intervento sulla previdenza, con un ritocco sull’anzianità .
Nessun ridisegno del prelievo fiscale, con una patrimoniale o una reintroduzione dell’Ici.
Nessuna riforma del mercato del lavoro e del Welfare.
Tutto rinviato a un decreto futuro e ad un futuro disegno di legge. Già questo dà la misura dello scarto drammatico che esiste nella percezione della crisi.
Da una parte la battaglia furiosa che si combatte sulle piazze finanziarie internazionali, dall’altra la palude stagnante che si registra nel teatrino berlusconiano. Il tempo del mercato globale, luogo del verdetto giornaliero sui debiti sovrani, non coincide con il tempo di Palazzo Grazioli, “tempio” della trattativa estenuante, del rinvio sistematico, del compromesso levantino.
Il “libro dei sogni”, dunque, si è trasformato nel peggiore degli incubi.
La pomposa e pretenziosa lettera che il Cavaliere aveva illustrato al vertice europeo del 26 ottobre, com’era prevedibile, è già carta straccia.
Era una truffa, mendace e velleitaria.
Alla Ue il premier l’ha rivenduta come fosse un “Contratto con gli europei”, simulando impegni inverificabili e scadenze improbabili.
Peccato che i mercati non l’hanno bevuta: il palazzo Justus Lipsius di Bruxelles non è lo studio di Bruno Vespa.
Agli italiani il premier l’ha smerciata come fosse la sua nuova “rivoluzione liberale”, evocando addirittura lo “spirito del ’94” nelle sedute ormai fantasmatiche del cerchio magico forzaleghista.
Da allora sono passati otto giorni e bruciati oltre 100 miliardi, tra crolli in Piazza Affari e picchi dello spread tra Btp e Bund: la “frode” berlusconiana è drammaticamente manifesta in Europa, e puntualmente svelata in Italia.
Quella del Cavaliere non è una scelta. È piuttosto una resa.
Il premier si arrende all’ordalia dei mercati e all’eutanasia della maggioranza. La politica, in questo centrodestra mutilato da oltre un anno della componente finiana, non esiste più già da un pezzo.
Ma con la lettera finalmente autografa degli scontenti del Pdl (che gli chiedono un passo indietro e un allargamento della coalizione) viene forse meno anche l’aritmetica. Si vedrà presto, nei prossimi appuntamenti parlamentari.
Il maxiemendamento alla legge di stabilità potrà anche passare al Senato, la prossima settimana. Ma quando approderà alla Camera, tra il 13 e il 20 novembre, sarà una terribile roulette russa.
Molto più di quanto non lo siano state le rocambolesche fiducie votate dal 14 dicembre 2010 al 14 ottobre 2011.
Una mossa così impudente rispetto agli impegni sottoscritti nell’Eurozona, e così inconcludente rispetto ai bisogni del Paese, si spiega solo in un modo: Il Cavaliere non può e non vuole combattere la grande guerra per la modernizzazione, da uomo di una destra thatcheriana dura e pura che in Italia non è mai esistita e che lui (a dispetto della grancassa bugiarda del Foglio e di “Radio Londra”) non ha mai incarnato.
Vuole invece sopravvivere almeno fino alla fine dell’anno.
Per impedire che nasca subito un altro governo di salute pubblica al posto del suo.
Per aprire la crisi a gennaio (evitando lo spettro del referendum sulla “porcata” di Calderoli) e pilotarla fino alle elezioni anticipate della prossima primavera.
Ma questa “strategia della sopravvivenza”, che nasce dal puro interesse personale e fa strame del bene comune, ha ormai il fiato cortissimo.
L’opposizione politica è coesa, quanto meno nell’immediata disponibilità ad approvare anche le misure di risanamento più severe, purchè Berlusconi esca di scena un minuto dopo.
L’opposizione sociale è compatta, quanto meno nella richiesta di un’immediata “discontinuità ” di governo. Soprattutto, è in campo il presidente della Repubblica, che ha di fatto avviato un ciclo di consultazioni informali, come se una crisi di governo fosse già virtualmente in atto. Il comunicato diffuso due giorni fa dal Quirinale, alla luce di quanto sta accadendo, assume un significato sempre più chiaro.
L'”assunzione di decisioni efficaci”, nel solco degli impegni assunti in sede europea, è ormai “improrogabile”.
I gruppi di opposizione “hanno manifestato la disponibilità a prendersi le responsabilità necessarie in rapporto all’aggravarsi della crisi”.
Il Paese “può contare su un ampio arco di forze sociali e politiche consapevoli della necessità di una nuova prospettiva di larga condivisione delle scelte” che tutti si attendono dall’Italia.
Nessuno può permettersi di snaturare il pensiero o di forzare l’azione di Giorgio Napolitano.
Ma ogni ora che passa, si fa sempre più forte la sensazione che il Cavaliere non è più “salvabile”.
E che un altro governo, finalmente, è davvero possibile.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica”)
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Novembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile
AGITA IL PERICOLO TERRORISMO E NUCLEI PRONTI ALLA RIVOLTA: NEL MIRINO I SINDACATI E CHI NON LA PENSA COME LUI
Il mercato del lavoro, l’articolo 18 e i licenziamenti facili non c’entrano niente. 
L’ossessione del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi sono i sindacati.
La Cgil, prima di tutto, com’è tradizione della cultura craxiana in cerca di rivincite dai tempi di Mani pulite.
Ma adesso anche gli altri, la Cisl soprattutto, dopo che il leader Raffaele Bonanni si è trasformato da alleato in avversario del governo, contro il quale minaccia lo sciopero se solo Sacconi si azzarda a toccare le leggi sui licenziamenti.
Per essere più chiaro, e conoscendo bene il ministro del Lavoro, con il quale aveva vagheggiato nei mesi scorsi la costituzione di un nuovo partito cattolico, Bonanni lo ha così fulminato: “Il governo agita i licenziamenti solo per ragioni ideologiche”.
E allora contro i sindacati Sacconi sfodera l’arma di sempre, l’accusa di alimentare il terrorismo.
Un diversivo sempre utile a cambiare argomento quando si trova in un vicolo cieco, e che stavolta potrebbe addirittura mettere in imbarazzo Palazzo Chigi, alla ricerca di una via silenziosa per guadagnarsi la benedizione dell’Europa e prolungare il regno di B.
Domenica scorsa Sacconi ha detto: “Vedo una sequenza dalla violenza verbale, alla violenza spontanea, alla violenza organizzata che mi auguro non arrivi ancora una volta anche all’omicidio”.
Poi ha specificato: “Ho paura ma non per me perchè sono protetto. Ho paura per persone che potrebbero non essere protette”.
E chi sono? L’ha già spiegato due anni fa in un’intervista al Quotidiano Nazionale, a conferma che il disco rotto del pericolo rosso non lo toglie mai dal piatto del giradischi: “Persone che hanno incarichi pubblici non di primo piano, magari a livello locale, e che conducono una vita normale senza particolari accortezze”.
Olga D’Antona, deputata Pd e vedova del giuslavorista Massimo D’Antona, ucciso dalle Brigate Rosse il 20 maggio 1999, lo ha zittito con tutti i titoli per farlo: “Il rischio terrorismo in Italia purtroppo c’è. Ciò non toglie che il ministro Sacconi farebbe bene a non evocarlo”.
A confermare che l’intervento a gamba tesa di Sacconi è un po’ frutto di ossessione e un po’ il tentativo di rovesciare il tavolo di una discussione nata male, sono altre prese di distanza di persone a lui tradizionalmente vicine.
Come Giuliano Cazzola, altro ex socialista confluito nelle file berlusconiane ed ex dirigente della Cgil abbastanza avvelenato con l’organizzazione in cui ha trascorso una vita: “Bisogna evitare di criminalizzare il dissenso. Non necessariamente dietro a un dissenso anche violento si nasconde una P38”.
Per non parlare di Pietro Ichino, giuslavorista e senatore del Pd, che da sempre si batte per la riforma del mercato del lavoro anche con maggior “flessibilità in uscita”, come suol dirsi. Quando le Br uccisero Marco Biagi, il 19 marzo 2002, Ichino era nella lista degli obiettivi.
Vive da allora sotto scorta.
E ha liquidato così Sacconi : “Il rischio di atti di violenza minacciati da terroristi non può essere utilizzato per comprimere il dibattito, o peggio per accollare a chi dissente la responsabilità oggettiva di eventuali aggressioni commesse da altri”.
Come altre volte in passato, ci troviamo di fronte al tentativo di alzare un polverone misto di allarmismo e propaganda per coprire il fallimento dell’ennesimo tentativo di dare una spallata non tanto ai diritti dei lavoratori, che a Sacconi interessano a giorni alterni, quanto ai loro difensori di professione, i sindacati.
È lo stesso Ichino a definire “improvvisato” il modo in cui il governo ha affrontato la questione del mercato del lavoro.
E i fatti danno ragione al giuslavorista milanese. Basti ricordare che da due anni giace in Parlamento il disegno di legge 1873, presentato da Ichino, con una riforma organica del mercato del lavoro, comprendente anche una riduzione delle tutele dell’articolo 18.
Il Pd infatti non ha fatto propria la battaglia di Ichino, che è rimasta solitaria perchè neppure Sacconi se l’è mai filato.
Tre giorni fa Il Sole 24 Ore ha ricordato che un anno fa è stata approvata in Parlamento una mozione di Francesco Rutelli che impegnava il governo a procedere nell’esame del 1873, e un fedelissmo di Sacconi come Maurizio Castro ha votato contro.
Del resto, due anni fa il ministro del Lavoro aveva altri problemi.
Di fronte all’esplosione della crisi economica, si offriva come scudo umano contro i licenziamenti.
Erano i tempi in cui rivolgeva alle imprese l’appello “per una vera e propria libera e responsabile moratoria ai licenziamenti”.
E respingeva le proposte del Pd per rafforzare i sussidi di disoccupazione spiegando che “gli ammortizzatori sociali automatici nelle fasi di crisi sono un incentivo a spezzare il rapporto di lavoro”.
Erano anche i tempi in cui dichiarava che “l’appello del Santo Padre a conservare quanto più possibile i posti di lavoro deve essere accolto dalle istituzioni e dalle imprese”.
Dunque i licenziamenti vanno e vengono, il terrorismo no.
È sempre in agguato, perchè serve a mettere alla frusta sinistra e sindacati.
E infatti ieri il ministro ha reagito alle critiche insistendo: “Sono al lavoro nuclei organizza-ti che operano clandestinamente per trasformare il disagio in rivolta”.
Quello che colpisce è che i decenni passano e Sacconi ripete le stesse parole ogni volta che va in difficoltà .
Nel 2002 , appena fu ucciso il giuslavorista Marco Biagi, spiegò a caldo che la manifestazione di Sergio Cofferati al Circo Massimo, che avrebbe segnato la definitiva sconfitta dell’attacco all’articolo 18, era “contro Marco Biagi”.
E che in giro c’erano “cattivi maestri che hanno trasformato una normale, fisiologica dialettica politica e sindacale in una scelta di civiltà ”.
Ieri ha detto, in perfetta continuità , che il clima omicidiario va fatto risalire ai “maledetti e bastardi anni ’70”, e all’omicidio Calabresi (17 maggio 1972), perchè i terroristi “non sono venuti da Marte: li abbiamo allevati nelle nostre scuole, nelle nostre università , nelle nostre case”.
Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile
IN SETTE SI SONO TOLTI LA VITA NEL 2011…IL DAP ORA PROMETTE UNA COMMISSIONE…LE 2000 ASSUNZIONI PROMESSE DA ALFANO E MAI REALIZZATE
“Quando hanno aperto la cella era già tardi perchè con una corda al collo freddo pendeva Michè”. Nel 1961 una ballata di Fabrizio De Andrè raccontava in musica il suicidio in carcere di un detenuto, condannato a 20 anni per l’omicidio di chi “voleva rubargli Marì”.
A cinquant’anni di distanza, sono rimasti in pochi a occuparsi di chi si ammazza dietro le sbarre.
E quasi nessuno ricorda che a farla finita sono anche quelle persone che negli istituti lavorano.
Luigi è l’ultimo dei sette poliziotti penitenziari che si sono suicidati nel 2011.
Lavorava nel reparto colloqui del carcere di Avellino, si è impiccato ieri mattina nella sua casa di Battipaglia.
Aveva 46 anni, una moglie e un figlio piccolo. Immune da provvedimenti disciplinari, da qualche giorno era in congedo ordinario.
Ne hanno dato notizia i sindacati della polizia penitenziaria. Altrimenti il nome di Luigi sarebbe rimasto sconosciuto anche alle agenzie di stampa.
Il primo a togliersi la vita, il 9 aprile di quest’anno, è stato un assistente capo in servizio nel carcere di Mamone Lodè, nel nuorese.
Si è ucciso con la pistola d’ordinanza nella sua casa di campagna.
Il 12 aprile un assistente del penitenziario di Caltagirone, 38 anni, si è impiccato in contrada Stizza. Il 15 maggio si è sparato nel suo alloggio in caserma un ispettore viterbese.
Giuseppe, assistente capo in servizio a Parma, si è impiccato il primo luglio dopo aver fatto rientro nella sua Cirò Marina, in Calabria.
Il 7 settembre è stata la volta di un assistente delle Vallette di Torino, che ha premuto il grilletto all’interno del cimitero di Foglizzo. Stessa modalità , ma in casa, per un ispettore romano, che si è suicidato il 18 ottobre.
E poi Luigi.
Nessuno può giudicare, entrare nel privato o additare questo o quel motivo per scelte così drammatiche.
Ma forse sarebbe il caso di provare a capire se esiste un filo che lega questo alto numero di suicidi (si rischia di andare verso il pessimo record dei 10 nel ’97 e ’98).
Ieri il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, che si è detto “addolorato”, ha “immediatamente istituito una commissione che ha il mandato di studiare il fenomeno del suicidio tra il personale di Polizia Penitenziaria sia dal punto di vista quantitativo, con un esame comparato del fenomeno presso le altre Forze di Polizia, sia dal punto di vista qualitativo, per l’individuazione delle possibili cause dell’atto di suicidarsi”. Un’ipotesi di aiuto, in realtà , era nata già qualche anno fa, nel 2008, quando l’allora capo del Dap Ettore Ferrara pensò, anche su richiesta dei sindacati, di creare degli sportelli di ascolto all’interno delle carceri.
Buoni propositi mai messi in pratica (eppure, per esempio, basterebbe affidare il servizio alle Asl, che già si occupano della salute dei detenuti).
“L’amministrazione ha fatto orecchie da mercante — denuncia il segretario del Sappe, Donato Capece —. Non vorrei che anche le ultime affermazioni fossero di facciata. Invece è un allarme da non sottovalutare”.
Secondo il sindacato, dal 2000 ad oggi i suicidi sono stati 100 (oltre a un direttore d’istituto e a un dirigente regionale).
Cifra che l’amministrazione abbassa a 65, ma comunque un numero elevato.
I poliziotti penitenziari vivono in condizioni molto difficili.
Le 2000 assunzioni previste dall’ex ministro Alfano nel Piano carceri non sono mai state fatte (le 1400 che si stanno pianificando erano già previste dal turn-over).
Gli agenti sono costretti a turni pesanti e sono sempre a contatto con le libertà private (e con la disperazione) dei detenuti.
“Non c’è un nesso diretto tra suicidio e lavoro — spiega il segretario della Uil Penitenziari, Eugenio Sarno —, molto più probabilmente la consapevolezza di non poter assolvere al proprio mandato indebolisce chi è sulla border line della depressione. C’è una manifestazione di disagio legata alla non qualità del proprio lavoro”.
Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
SENZA LAVORO IL 29,3% DEI GIOVANI TRA I 15-24ENNI, IL DATO PIU’ ALTO DAL 2004…META’ DELLE DONNE E’ INATTIVA…L’INNALZAMENTO DELL’IVA AL 21% HA SCATENATO UN AUMENTO INDISCRIMINATO DEI PREZZI FINO AL 20%
Gli under 25 che in Italia sono a caccia di un impiego sono il 29,3%. 
Si tratta del livello più alto dal 2004, ovvero da quando sono iniziate le serie storiche. Insomma le stime provvisorie dell’Istat descrivono un mercato del lavoro in difficoltà .
Ma non è solo l’Italia a soffrire, a settembre la disoccupazione rialza la testa in tutto il Vecchio continente, con l’Eurostat che registra un tasso di senza lavoro pari al 10,2% nell’Eurozona e al 9,7% nell’intera Ue.
Quindi Roma riesce a mantenersi abbondantemente sotto la media europea.
Il discorso cambia, però, se si fa riferimento ai giovani, con la Penisola che si piazza ai vertici della lista dei Paesi che scontano i più alti tassi di disoccupazione giovanile.
Un’altra piaga è rappresentata dagli inattivi.
A settembre l’Istat, infatti, segna peggioramenti su tutti i fronti: crescono le persone alla ricerca di un impiego (+76 mila in un solo mese); calano gli occupati (-86 mila); e aumentano coloro che nè hanno un posto nè lo cercano, gli inattivi (+21 mila).
Inoltre, nonostante nell’ultimo mese il rialzo della disoccupazione e la diminuzione dell’occupazione abbiano interessato sia la componente femminile che quella maschile restano profonde differenze.
Basti pensare che le donne che lavorano sono ferme a quota 46,1%; le disoccupate, invece, sono il 9,7%.
Ma il divario maggiore sta nell’inattività , che colpisce quasi una donna su due (48,9%).
D’altra parte la schiera degli inattivi conta oltre 15 milioni di persone.
Preoccupate sono le reazioni dei sindacati.
La Cgil parla di «voragine occupazionale» che testimonia «il fallimento» del un governo.
Per la Cisl siamo il «peggioramento» mostra «come la proposta di facilitare i licenziamenti economici sia del tutto fuori contesto».
Sulla stessa linea la Uil, che esorta ad «intervenire», e l’Ugl che avverte sul rischio di «allarme sociale».
Quanto alla ‘questione femminilè il ministro per le Pari Opportunità , Mara Carfagna, sottolinea che l’impegno a sostenere le donne c’è e «che questo obiettivo sia una priorità per il governo lo dimostra, tra l’altro, la lettera inviata a Bruxelles la settimana scorsa».
Brutte notizie anche sul fronte inflazione che ad ottobre è volata al 3,4%, mettendo a segno un forte balzo in avanti rispetto a settembre, quando era al 3%.
I prezzi al consumo nell’arco di un solo mese sono cresciuti dello 0,6%, come non accadeva dal lontano giugno del 1995.
La spinta più decisa ai rincari, come previsto, è arrivata dall’aumento dell’aliquota dell’Iva ordinaria (passata al 21% dal 20%).
Incremento che, entrato in vigore il 17 settembre insieme alla manovra, ha per la prima volta prodotto appieno i suoi effetti ad ottobre.
Il termometro dell’Istat sui prezzi, stando alle stime preliminari, ha segnato le punte massime in corrispondenza del capitolo energia.
La corsa di benzina (+17,8%) e gasolio (+21,2%) non si è fermata, ma questa volta hanno contribuito anche le tariffe del gas (+11,3%), salite dopo l’adeguamento trimestrale comunicato dall’Autorità per l’energia.
E a stagione fredda ormai alle porte, si è rialzato anche il prezzo del gasolio da riscaldamento (+16,5%).
L’avanzata dell’inflazione, che prosegue senza salti all’indietro da 14 mesi, non risparmia neppure i piccoli piaceri o vizi quotidiani.
Ormai sembra senza freni il rincaro della tazzina di espresso, con il caffè salito del 15,9% e lo zucchero del 16% e in deciso aumento risultano anche le sigarette (+7,1%).
Ma l’impennata più forte, un altro effetto dell’ultima manovra, è stata registrata dal trasferimento di proprietà auto (+50%).
Il principale accusato della ventata inflazionistica di ottobre è, quindi, il rialzo dell’Iva che secondo la Confcommercio si è scaricato sui prezzi con un ritmo «più rapido» rispetto a quanto già previsto.
La Confesercenti ha tratto le stesse conclusioni, tonando a ribadire che l’incremento dell’imposta è stato «un errore».
Particolarmente preoccupati sono stati anche i commenti delle associazioni dei consumatori, il Codacons ha parlato di una «sciagura per le famiglie italiane» mentre Federconsumatori e Adusbef hanno calcolato una perdita di potere d’acquisto per ogni nucleo pari nel 2011 a oltre 1.600 euro.
Inoltre le organizzazioni degli agricoltori, come Cia e Coldiretti, hanno fatto notare come abbiano risentito dell’aumento Iva anche i beni non direttamente coinvolti, dal pane alla verdura.
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