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NEL VENETO LEGHISTA MAXI-EVASIONE PER 106 MILIONI DI EURO: SCOPERTI 800 LAVORATORI IRREGOLARI

Agosto 27th, 2011 Riccardo Fucile

1,3 MILIARDI DI EURO DI PATRIMONI NON DICHIARATI ALL’ESTERO PER LA MASTROTTO GROUP… SI TRATTA DI UNO DEI PRINCIPALI GRUPPI CONCIARI DELLA VALLE DEL CHIAMPO, NEL VICENTINO

Tonnellate di pellame vendute senza fattura, per oltre 10 milioni di euro, soldi che venivano fatti sparire dalla contabilità  fiscale grazie a degli artifizi fiscali.
Circa ottocento lavoratori pagati parzialmente in nero: operai e dirigenti a cui venivano corrisposti dei consistenti fuori busta, per un importo complessivo che è stato calcolati in 9 milioni di euro.
Ed ancora oltre 106 milioni di euro di reddito «nascosto» al fisco italiano presso società  di capitali oltre confine e patrimoni non dichiarati all’estero per oltre 1,3 miliardi di euro.
Sono questi i principali numeri dell’indagine condotta dalla Guardia d Finanza di Vicenza che ha scoperto un’evasione di dimensioni colossali.
Coinvolto uno dei principali gruppi imprenditoriali della concia della Valle del Chiampo, la Mastrotto Group, con sede ad Arzignano.
Responsabili i fratelli Bruno e Santo Mastotto, che sono stati denunciati all’autorità  giudiziaria per evasione fiscale.
Fondatori dell’importante gruppo conciario, amministratori e proprietari di fatto di quella che i finanzieri definiscono una galassia societaria retrostante alla struttura imprenditoriale vicentina: un castello di società  di capitali, quattro con sede in Lussemburgo, due delle quali holding gemelle, e due trust con sede nell’isola di Mann. Imprese sotto il controllo italiano e di fatto amministrate in Italia, quindi ricondotte a tassazione nazionale e di fatto considerate evasori totali.
L’avvio delle verifiche finanziarie da parte del Nucleo di Polizia tributaria, coordinatore dal sostituto procuratore Marco Peraro, ha preso il via da un’indagine per corruzione che ha ipotizzato il pagamento da parte dell’azienda Mastrotto Group di una tangente da 300 mila euro nei confronti di professionisti e funzionari dell’Agenzia delle Entrate.
Pagamento che sarebbe avvenuto nel 2008.
Da quell’episodio la Finanza ha voluto approfondire meglio la situazione del gruppo con verifiche fiscali che hanno interessato gli anni dal 2005 ad oggi.
Ed ecco come è emersa l’evasione di respiro internazionale.
«Si è trattato di un’operazione molto complessa, che ci ha tenuti impegnati per oltre un anno – ha fatto sapere il col. Antonio Morelli, Comandante provinciale della Guardia di Finanza di Vicenza — un ingente danno all’Erario ma non solo, anche alla libera concorrenza e al libero mercato. Cercheremo di contrastare in modo sempre più drastico tali fenomeni perchè non è più tempo di giocare coi soldi italiani, soprattutto in questo particolare momento storico. Abbiamo le potenzialità  per arrivare a ricostruire le situazioni patrimoniali a distanza di anni, come nel caso della Mastrotto. Abbiamo dimostrato di essere bravi quanto i migliori consulenti aziendali. Scoveremo e puniremo tutti coloro che costruiscono artifizi fiscali. Che ci provino pure, li staneremo».

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SPESA PUBBLICA: QUEI SUPER DIRIGENTI STATALI PAGATI CON UN DOPPIO STIPENDIO

Agosto 26th, 2011 Riccardo Fucile

LO SCANDALO DEI FUORI RUOLO, SOLO I MAGISTRATI SONO TRECENTO… VENDERE AI PRIVATI SIGNIFICA SPESSO PROFITTI PRIVATI E PERDITE PUBBLICHE

Il governatore Formigoni dice che i cittadini chiedono un segnale: vendere le Poste, la Rai, il patrimonio immobiliare.
L’esperienza ha purtroppo insegnato che finora vendere significa svendere, o meglio, profitti privati e perdite pubbliche.
Il ministro è sempre lo stesso, quello della cartolarizzazione più grande del mondo, ovvero la vendita degli immobili degli enti previdenziali, attraverso società  di diritto lussemburghese,
Un fallimento pagato da noi e che qualcuno ha definito «romanzo criminale».
Forse il cittadino avrebbe maggiore fiducia se a vendere fosse una nuova generazione politica. Certo è che il primo segnale che il cittadino, quello che deve continuare a tirarsi il collo, oggi chiede, è di farla finita almeno con privilegi che gridano vendetta e che si continua ad escludere dalla cura dimagrante.
Era l’inizio di dicembre 2010, era appena stata varata una manovra di correzione dei conti pubblici con i soliti tagli lineari, quando invitammo, senza essere degnati di cortese risposta, la presidenza del Consiglio e il ministro Tremonti a provvedere all’eliminazione di una norma che non ci risulta applicata in nessun altro paese civile: l’incasso di uno stipendio per un mestiere che non fai.
Quando un dipendente pubblico viene chiamato a svolgere un incarico presso un ministero, una commissione parlamentare, un’authority o un organismo internazionale, va in «fuori ruolo».
Trattandosi di incarico temporaneo, conserva ovviamente il posto, l’anomalia è che conserva anche lo stipendio, a cui si aggiunge l’indennità  per il nuovo incarico. In sostanza due stipendi per un periodo di tempo spesso illimitato.
Nel 1994 il Csm lanciava l’allarme, segnalando «il numero crescente dei magistrati collocati fuori ruolo, la durata inaccettabile di alcune situazioni, alcune superano il ventennio, quando non il trentennio… la reiterazione degli incarichi… con la creazione di vere e proprie carriere parallele».
Domanda: è ammissibile che un soggetto che non lavora per un’amministrazione, ma lavora per un’altra, venga pagato anche dall’amministrazione per la quale non lavora? Sono bravi dirigenti dello Stato, sicuramente i migliori, visto che sono sempre gli stessi a passare cronicamente da un fuori ruolo ad un altro, lasciando sguarnito il posto d’origine perchè non possono essere sostituiti, e i loro colleghi che restano in servizio si devono far carico anche del loro lavoro.
E poi c’è il danno, il magistrato fuori ruolo percepisce anche l’indennità  di malattia, mentre quelli in servizio la perdono.
Per arrivare alla beffa, e cioè possono essere promossi, ovvero avanzare di carriera mentre sono fuori ruolo.
Ad esempio Antonio Catricalà  è fuori ruolo dal Consiglio di Stato da sempre, è stato capo gabinetto di vari ministri di schieramenti opposti, poi all’Agcom, fino al 2005 segretario della presidenza del Consiglio con Berlusconi, quindi nominato presidente dell’Antitrust. Non ricopre la carica in Consiglio di Stato, ma ciononostante nel 2006 da consigliere diventa presidente di sezione, e senza ricoprire quel ruolo incassa uno stipendio di 9.000 euro netti al mese che si aggiungono ai 528.492,67 annui dell’Antitrust.
A fare carriera senza ricoprire la carica è anche Salvatore Sechi, distaccato alla presidenza del Consiglio con un’indennità  di 232.413,18, e Franco Frattini, nominato presidente di sezione del Consiglio di Stato il 7 ottobre del 2009 mentre è ministro della Repubblica (che però risulta in aspettativa per mandato parlamentare).
Consigliere di Stato è anche Donato Marra: percepisce 189.926,38, più un’indennità  di funzione di 352.513,23 perchè è alla presidenza della Repubblica.
Il dottor Paolo Maria Napolitano oltre allo stipendio di consigliere di Stato in fuori ruolo, prende 440.410,49 come giudice della Corte costituzionale.
Anche Lamberto Cardia, magistrato della Corte dei conti fuori ruolo, è stato 13 anni alla Consob, ma il 16 ottobre del 2002 è stato nominato presidente di sezione, «durante il periodo in cui è stato collocato fuori ruolo», specifica l’ufficio stampa della Corte dei conti, «ha percepito il trattamento economico di magistrato, avendo l’emolumento di 430.000 euro corrisposto dalla Consob, natura di indennità ».
Tra Consiglio di Stato, Tar, Corte dei conti, Avvocatura dello Stato e magistratura ordinaria, sono fuori ruolo circa 300 magistrati che mantengono il loro trattamento economico percependo un’indennità  di funzione che a volte supera lo stipendio. Il commissario dell’Agcom Nicola D’Angelo ha sentito la necessità  di rinunciare all’assegno e mettersi in aspettativa.
Dall’Autorità  per le Garanzie nelle Comunicazioni riceve un’indennità  di 440.410,49 annui, dall’agosto del 2010, dopo la manovra che tagliava gli insegnanti di sostegno nelle scuole per i disabili e gli stipendi dei dirigenti pubblici del 10%, ha rinunciato ai 7.000 euro al mese che prendeva da consigliere del Tar fuori ruolo.
Una scelta personale, visto che non ci ha pensato Tremonti.
D’Angelo dice di essere l’unico a porsi un problema etico, in effetti gli altri, ad esempio Alessandro Botto, consigliere di Stato fuori ruolo e componente dell’Autorità  di vigilanza sui contratti pubblici, con doppio stipendio, ha dichiarato di non sapere che si potesse rinunciare al doppio assegno.
La giustificazione è che lo stipendio da magistrato serve ad integrare quello per la carica da dirigente perchè non abbastanza remunerata.
È proprio vero che all’ingordigia non c’è fine: il presidente della Consob spagnola prende 162.000 euro l’anno, quello delle telecomunicazioni 146.000, non un euro in più, e nessun magistrato prestato ad altre funzioni mantiene il posto e tantomeno lo stipendio.
Le nostre associazioni dei magistrati hanno chiesto più volte di limitare l’uso dei magistrati fuori ruolo ai casi strettamente necessari, perchè si può creare una pericolosa commistione tra ordine giudiziario e potere politico, oltre a quello di sottrarre centinaia di magistrati al lavoro di giudici per svolgere il quale sono stati selezionati e vengono pagati.
Ma sicuramente alla politica che sceglie, dai capi gabinetto ai membri delle Authority, fa sempre comodo «valorizzare» i magistrati, sia penali che amministrativi, perchè in atti dove si deve forzare un po’ la mano, possono dare utili consigli.
Allora, visto che in questi giorni ai cittadini verranno imposte lacrime e sangue, cominciamo ad eliminare elargizioni e benefici il cui accumulo rende impossibile perfino la quantificazione.
Non sono questi i numeri che porteranno al pareggio di bilancio, ma certamente hanno contribuito a far sballare i conti e alla formazione di una cultura arraffona e irresponsabile.
Una classe politica che non sa essere «giusta» incattivisce i suoi cittadini, e alla fine verrà  condannata dalla storia.

Milena Gabanelli e Bernardo Iovene
(da “Il Corriere della Sera“)

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LE VIE DI COMUNIONE E LIBERAZIONE PORTANO OFF-SHORE

Agosto 25th, 2011 Riccardo Fucile

I MISTERI DI UN GRANDE SPONSOR DEL MEETING DI CL: DA PADOVA ALLA NUOVA ZELANDA….IL BUSINESS ITALIANO DELL’HUMANITAS CHARITABLE TRUST DI AUCKLAND

Che ne sapranno mai in Nuova Zelanda dei business milionari dei ciellini, tra grandi appalti, alberghi e pale eoliche?
Eppure, seguendo gli affari degli uomini d’oro della Compagnia delle Opere, si arriva proprio nel Paese degli All Blacks, in un sobborgo di Auckland, la più grande città  neozelandese.
In Parnell road, nell’ufficio di una società  di servizi fiduciari, ha sede l’Humilitas Charitable Trust.
È questa la holding a cui fa capo un gruppo di aziende italiane con un giro d’affari che vale centinaia di milioni di euro.
Qualche nome? Eccolo: Mattioli e consorzio Consta (costruzioni), Ste Energy (energie rinnovabili, dall’idroelettrico al fotovoltaico), Hotelturist (alberghi e villaggi turistici). Tutte con base a Padova.
Chi è il padrone? Mistero.
L’Humilitas Charitable Trust ha un nome che fa tanto opera pia, ma strutture come quella con base ad Auckland sono studiate apposta per nascondere l’identità  dei reali proprietari.
Se poi si vuole andare sul sicuro si usa un altro schermo fiduciario, magari con base in Lussemburgo, altro efficiente paradiso fiscale.
E infatti il trust neozelandese possiede la Solfin, una finanziaria del Granducato.
Da lì si arriva finalmente in Italia, ad aziende come il consorzio Consta, che in questi giorni, nel sito internet del Meeting di Rimini, compare tra gli sponsor e finanziatori principali della kermesse ciellina, al pari di colossi come Fiat, Enel, Intesa.
Tra Lussemburgo e Nuova Zelanda non è proprio il massimo come trasparenza.
Senza contare che simili schemi societari permettono di risparmiare alla grande sulle tasse.
Tutto questo proprio mentre la platea ciellina di Rimini assiste compunta a illuminati interventi denunciano la spaventosa evasione fiscale italiana.
Intanto, grazie al trust neozelandese, c’è nebbia fitta sull’identità  degli azionisti, quelli in carne ed ossa, che tirano le fila della pattuglia di società  di cui fa parte anche Consta.
Si sa però che l’uomo forte del gruppo si chiama Graziano Debellini, 57 anni, padovano, un ciellino di lungo corso.
Alla fine degli anni Ottanta, per dire, lo troviamo tra gli amministratori del Sabato, il settimanale di battaglia del movimento di don Luigi Giussani, poi passa al turismo, alberghi e ristorazione con la catena Tivigest e intanto scala le gerarchie della Compagnia delle Opere di cui diventa presidente nel Nordest, carica abbandonata qualche anno fa.
Perchè Debellini non ha bisogno di poltrone e incarichi ufficiali. Dalle sue parti lo definiscono un “leader carismatico”.
Di certo si muove come un uomo di potere, forte di innumerevoli rapporti, ovviamente trasversali, da destra a sinistra, come insegna il manuale del buon affarista. E infatti Debellini fila d’amore e d’accordo con il presidente leghista della Regione Veneto, Luca Zaia, così come con il sindaco di Padova, Flavio Zanonato, in quota al centrosinistra.
Il manager della Cdo non corre da solo. Da anni lo affiancano gli amici Ezechiele Citton e Igino Gatti, padovani pure loro.
E nelle aziende del gruppo troviamo manager come Gioacchino Marabello, al vertice della società  di ostruzioni Consta e della Mattioli, e Daniele Boscolo Meneguolo, che si occupa della Ste Energy.
Ne hanno fatta di strada Debellini e soci.
Una storia di successo, la loro, dove però non manca neppure il capitolo (ancora aperto) di un’inchiesta penale a carico proprio di Debellini.
E’ la brutta vicenda di una presunta truffa sui finanziamenti pubblici per i corsi professionali gestiti da società  vicine a esponenti ciellini. Nell’ottobre scorso l’uomo forte della Compagnia delle Opere veneta è stato rinviato a giudizio.
Il diretto interessato si è sempre dichiarato del tutto estraneo ai fatti. E ha definito le accuse nei suoi confronti come il frutto di un’indagine “nello spirito di Why Not e di magistrati come De Magistris”.
Nel senso di Luigi l’ex pm diventato nel frattempo sindaco di Napoli. Insomma, tutta fuffa, assicura Debellini. E alla fine — dice — non resterà  nulla di concreto.
Concreti, molto concreti, sono invece gli affari messi a segno dalle società  che fanno capo all’Humanitas Charitable Trust di Aukland.
Mattioli e Consta hanno vinto appalti come quello della metropolitana di Salerno, l’ampliamento dell’autostrada tra Ancona e Porto Sant’Elpidio, lo svincolo di Campegine vicino a Reggio Emilia, il casello di Ferentino, il Ponte della Musica a Roma nella zona del Foro Italico.
Nel lungo elenco non manca neppure l’intervento nella ricostruzione post terremoto a L’Aquila (decine di edifici prefabbricati del progetto Case) e un appalto nel Corno d’Africa, la ristrutturazione della ferrovia Addis Abeba-Gibuti, finanziata con il denaro dell’Unione europea.
Ste Energy, invece, già  molto attiva nella costruzione di centrali idroelettriche, si è lanciata verso la nuova frontiera dell’eolico e del fotovoltaico.
Anche qui non si contano i progetti, solo in parte realizzati.
Pale eoliche nel Sud (Molise e Basilicata) e grandi impianti fotovoltaici come quello di San Fiorano, nel lodigiano.
Tanto attivismo ha fatto colpo anche all’estero.
Il mese scorso il fondo americano Amber capital ha comprato una quota del 32 per cento di Sorgente, la holding che controlla Ste Energy.
Per l’occasione è stato nominato un nuovo presidente di Sorgente. Sì, proprio lui, Debellini, il ciellino doc.

Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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GLI IMMIGRATI DANNO ALL’INPS PIU’ DI QUELLO CHE RICEVONO: VERSAMENTI PER 7,5 MILIARDI DI EURO, SOLO IL 2,2% PRENDE UNA PENSIONE

Agosto 24th, 2011 Riccardo Fucile

SONO IN TOTALE 2.727.254 I LAVORATORI STRANIERI ASSICURATI, PARI AL 12,9% DI TUTTI GLI ISCRITTI ALL’INPS (21.108.368)….SONO STIMATI IN APPENA 110.000 I PENSIONATI STRANIERI E QUELLI ENTRATI IN ETA’ PENSIONABILE

Danno molto più di quanto ricevono. Sono gli immigrati iscritti all’Inps.
Quanto versano in contributi? Tanto: circa 7,5 miliardi di euro nel 2008.
Nell’insieme, sono 2.727.254 i lavoratori stranieri assicurati, pari a oltre un ottavo (12,9%) di tutti gli iscritti all’Inps (21.108.368).
A fotografare il pianeta immigrazione è il IV Rapporto sui lavoratori di origine immigrata negli archivi Inps, curato dai redattori del Dossier Caritas/Migrantes e presentato a Roma.
I lavoratori immigrati assicurati sono così ripartiti: lavoratori dipendenti da aziende (63,2%); lavoratori domestici (17,6%); operai agricoli (8,5%); lavoratori autonomi (10,8%).
Tradotto: ogni 10 lavoratori immigrati, 9 sono impiegati nel lavoro dipendente e uno solo svolge attività  autonoma.
Nel settore familiare, il supporto dei lavoratori immigrati, soprattutto donne consenta alla rete pubblica   –   in un Paese con almeno 2,6 milioni di persone non autosufficienti e una popolazione composta per oltre un quinto da ultrasessantacinquenni   –   un risparmio quantificato dal ministero del Lavoro in 6 miliardi di euro.
Anche in agricoltura la presenza immigrata, che incide per oltre un quinto sul totale degli addetti, è sempre più rilevante sia tra gli stagionali che tra gli operai a tempo indeterminato, specialmente nell’allevamento, nella floricultura e nelle serre.
“In prospettiva   –   scrivono i ricercatori della Caritas   –   questo apporto dei migranti andrà  valorizzato anche per favorire il ricambio generazionale dei coltivatori diretti, tra i quali più di un decimo ha superato i 65 anni”.
All’ingente versamento di contributi previdenziali da parte degli immigrati (circa 7,5 miliardi di euro nel 2008), corrisponde una loro scarsa presenza tra i beneficiari di prestazioni pensionistiche: all’inizio del 2010 sono stimabili in appena 110mila i pensionati stranieri e quelli entrati in età  pensionabile nel corso dell’anno incidono appena per il 2,2% sul totale dei residenti.
Considerata l’età  media nettamente più bassa di quella degli italiani (31,1 anni contro 43,5), questo andamento è destinato a durare per diversi anni.
Funzionali a sostenere l’andamento del mercato, ma molto esposti alle sue variazioni, i lavoratori immigrati non sono stati risparmiati dalla recente crisi economia, specialmente se addetti al settore industriale e “hanno pagato il prezzo di una ulteriore canalizzazione verso le mansioni di più basso profilo, con effetti anche sul livello reddituale, che per diverse categorie già  risultava inferiore alla soglia di povertà “.

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CONTRO IL CAPORALATO

Agosto 24th, 2011 Riccardo Fucile

DALLO SCIOPERO DEI BRACCIANTI AFRICANI DEL SALENTO CONTRO L’ARROGANZA DEL CAPORALATO, UNA DESTRA VALORIALE E SOCIALE DOVREBBE TRARRE SPUNTO PER LE SUE SCELTE POLITICHE E UMANE… CONTRO LO SFRUTTAMENTO DEI LAVORATORI IN NERO PER RIAFFERMARE LA PRESENZA DI UNO STATO OGGI LATITANTE

Le cronache di questi giorni parlano di uno sciopero di braccianti africani nelle campagne del Salento contro l’arroganza di una istituzione che da anni prospera nel mondo agricolo meridionale: il caporalato.
La masseria Boncuri nel comune di Nardò è una struttura di accoglienza per braccianti immigrati impegnati nella raccolta del pomodoro.
Le condizioni di vita di questa comunità  sono disumane.
Ammassati sotto tende questi lavoratori subiscono la selezione dei caporali che impongono carichi di lavoro sempre più gravosi per una misera paga.
I caporali speculano sul lavoro di queste persone con vessazioni e taglieggiamenti.
Stipati come bestie su pulmini senza sedili i braccianti sono trasportati nei campi, costretti a pagare questo trasporto indegno.
L’assenza dello Stato è totale.
Non si vedono forze dell’ordine, finanzieri, ispettori del lavoro; il campo è libero per un caporalato violento, retaggio di un mondo di antica miseria.
Ora che la misura è colma, la rabbia dei migranti è divenuta lotta contro l’ingiustizia. Incrociano le braccia per far valere i loro diritti e la dignità  di esseri umani.
Leader di questa battaglia, è un giovane studente camerounense.
Dal politecnico di Torino dove studia ingegneria, Yvan Sagnè si è trasferito nel Salento per pagarsi gli studi con il lavoro stagionale della raccolta di pomodori.
Quakhe notte fa   è stato picchiato a sangue e, invece di tutelare il suo diritto di protestare, è stato rispedito a Torino per garantire la sua incolumità .
Mi viene da chiedere se Yvan Sagnè conosce la vita di Giuseppe Di Vittorio che esattamente un secolo fa organizzava le lotte contadine in Puglia.
Figlio di braccianti che lavoravano la terra dei marchesi Rubino-Rossi di Cerignola, il giovane Di Vitttorio, pur faticando nei campi, imparò da autodidatta a leggere e scrivere e maturò una coscienza politica e sindacale che mise al servizio delle lotte bracciantili. Divenne la più autorevole figura del sindacato.
Oggi il nuovo Di Vittorio nelle campagne salentine ha la pelle nera.
Sono passati cento anni e il proletariato agricolo viene da paesi dove si vive di stenti. Come è possibile che in questa nostra Italia possa prosperare una nuova forma di schiavismo?
A pochi chilometri da questi campi, sulle spiagge assolate di questo angolo di Mediterraneo, migliaia di giovani vivono le vacanze agostane; molti non conoscono il dramma dei loro coetanei africani.
È giunto il momento di indignarsi rispondendo all’appello e alla mobilitazione contro il caporalato che sindacati,   Comune di Nardò, asscoiazioni e artisti pugliesi realizzeranno oggi nella città  salentina.
Un modo concreto per aiutare questi ragazzi che da quindici giorni sono senza salario e farli vivere in maniera più decorosa.
Assistiamo a queste forme di sfruttamento e al contempo al disastro dei prezzi.
In molte regioni la frutta viene lasciata marcire perchè i prezzi pagati ai contadini sono così irrisori che non conviene raccoglierla.
È giusto ricordare il monito di Pier Paolo Pasolini: «Quando contadini e artigiani spariranno, sarà  la fine della nostra storia».
Oggi i nostri contadini sono anche gli africani che raccolgono i pomodori, i macedoni nelle vigne del barolo, gli indiani che accudiscono le vacche in pianura padana, i magrebini e i polacchi negli alpeggi.
Questa umanità  va difesa e tutelata.
Questo dovrebbe essere il compito di una destra valoriale, sociale e solidale che voglia e sappia passare dalla enunciazione teorica ai fatti concreti.
Oggi avremmo voluto la classe dirigente di Fli in prima linea, a fianco dei nuovi poveri.

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LE PAPI-GIRL PRONTE ALLA CAMPAGNA D’AUTUNNO: MESSAGGI IN CODICE PRIMA CHE SI APRA LA STAGIONE DEI PROCESSI

Agosto 22nd, 2011 Riccardo Fucile

IL 3 OTTOBRE RIPARTE IL PROCESSO RUBY E BARBARA FAGGIOLI SI LAMENTA: “LA TV NON MI VUOLE PIU’, NON VEDO L’ORA DI ANDARE IN TRIBUNALE A RACCONTARE LA VERITA”… E SCATTA L’ALLARME ROSSO

Il 3 ottobre si avvicina.
Lunedì nero per il circolo Pickwick di Arcore: riparte il processo Ruby e inizia, con l’udienza preliminare, quello contro Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti.
Come si dice, le conseguenze del caso.
Che l’autunno sarà  caldo è piuttosto evidente da un’intervistucola che Barbara Faggioli rilascia a Diva e Donna.
Il titolo è eloquente: “Silvio, perchè la tv non mi vuole più?”.
Accorato appello, ultima fermata prima di essere costretta a dar retta a Pier Luigi Celli che ieri invitava i ragazzi “a cercar lavoro nei ristoranti”.
Barbara confida con un certo strazio che dopo lo “tsunami” giudiziario lei è diventata trasparente.
Non solo non la cercano più, ma nemmeno le rispondono al telefono o alle e-mail. La colpa naturalmente è dello scandalo Ruby.
Anche di questo “la preferita di Silvio” parla nell’intervista.
E spiega (attenzione alla sequenza logica): “Nessuno lo dice ma il mio nome è diventato impronunciabile: nell’immaginario collettivo faccio parte dello scandalo Ruby. Ho partecipato alle cene ad Arcore, ma non ho fatto nulla di male, per giunta non sono nemmeno indagata. Non mi stancherò di ripeterlo e non vedo l’ora che mi chiamino in tribunale per urlare la mia verità . La cosa più assurda è che addirittura a Mediaset sembra proprio che abbia le porte chiuse. E a me fa star male che a nessuno tutto questo interessi”.
Nessuno chi? Il premier, naturalmente.
Che già  paga la retta della sua università  (studia giurisprudenza: un avvocato in più a B. può sempre far comodo).
Ma sarà  bene che s’interessi davvero della sua preferita perchè la frase “non vedo l’ora di andare in tribunale a urlare la mia verità ” può essere letta in diversi modi.
Alcuni dei quali hanno un’eco sinistra per il presidente del Consiglio più perseguitato degli ultimi 150 anni.
Spiega la fanciulla che al premier lei non vuole chiedere raccomandazioni, ma solo consigli, “e non m’interessa cosa fanno altre persone che gli stanno intorno”.
Di soldi non si parla, anche se resta vero l’eterno pecunia non olet.
Perchè in una telefonata del settembre 2010, all’indomani di un ricevimento arcoriano, diceva all’amica Nicole Minetti: “Son stata un po’ cogliona perchè non ho beccato nulla”.
E in un’altra telefonata intercettata dalla procura di Milano si lamentava con Emilio Fede di non essere stata convocata a una cena: “Se mi vuole vedere mi chiama lui. Emilio, io non è che posso stare dietro… se poi preferisce una massa di deficienti che ballano come delle mongoloidi… Sinceramente mi fa male, capito? Io che gli voglio bene, a me questa cosa mi fa male”.
Insomma, vabbè che le fanciulle del bunga bunga sono 33 e tener dietro a tutte deve essere un lavoro a tempo pieno, ma questa dimenticanza alla Faggioli non va giù.
E la sua verità  è lì che sta per essere urlata: forse un posticino nei palinsesti Mediaset Piersilvio lo può ancora scovare.
Del resto, come in un sms del gennaio scorso le ricordava l’amica Nicole, “quando lui si cagherà  addosso per Ruby, chiamerà  e si ricorderà  di noi.. adesso fa finta di non ricevere chiamate”.
E che succede agli altri amici del bunga bunga mentre si allontanano le spiagge di Ibiza e della Costa Smeralda?
Nicole Minetti si fa fotografare con Bobo Vieri e la Faggioli a Formentera, Emilio Fede non c’è verso di schiodarlo dal Tg4, Lele Mora resta in cella (il rancio non dev’essere dei migliori, pare sia dimagrito di 14 chili).
Le Olgettine naturalmente non hanno perso i privilegi abitativi, sono sempre lì, capeggiate da Maristelle Polanco.
Tre di loro hanno recentemente pensato di costruirsi un futuro, investendo nell’istruzione.
Si sono presentate al Cepu Iris Berardi (19 anni, forlivese di origine brasiliana) e Arisleida “Aris” Espinosa (22 anni, dominicana), per seguire un corso biennale per il diploma di scuola media superiore. Ioana Visan (26 anni, romena) ha chiesto invece di essere iscritta alla facoltà  di Giurisprudenza. Scrive Vanity Fair che per “qualsiasi necessità  hanno indicato al Cepu di rivolgersi al ragionier Giuseppe Spinelli, l’economo di Silvio Berlusconi.
Ma non sarà  lui a pagare le rette per le ragazze (21.600 euro all’anno per Ioana, 21.300 per Iris e Aris): i corsi sarebbero stati offerti direttamente da Francesco Polidori, patron del Cepu e grande sostenitore del premier”. Intanto le Papi girls aspettano che le signore della giustizia (la Boccassini e le tre giudici del collegio) le convochino per raccontare quanto eleganti erano le cene ad Arcore.
Momento favorevole per mettere a frutto le cortesie e le grandi dimostrazioni d’affetto verso il premier.
Alcune sono in doppia attesa: del processo e di un bambino.
È una specie di conversione di massa, capitanata da Ruby Rubacuori, apparsa in una foto di Chi con il pancino e il fidanzato a fianco.
Lei è la capofila delle capitalizzatrici finali: “Il mio caso è quello che spaventa tutti… Io ho parlato con Silvio e gli ho detto che ne voglio uscire con qualcosa: 5 milioni. Cinque milioni a confronto del macchiamento del mio nome”.
Così soavemente spiegava in un’ormai celebre intercettazione.
Ma Ruby non è l’unica futura mamma di questa storia: è in dolce attesa anche Eleonora De Vivo, del duo “deve solo sganciare” (riferito al munifico Silvio B).
In una telefonata del 25 settembre 2010 Imma dice alla gemellina Eleonora: “L’ho visto un po’ ingrassato, imbruttito, l’anno scorso era più in forma. Adesso sta più di là  che di qua. È diventato pure brutto. Deve solo sganciare. Speriamo che sia più generoso. Io non gli regalo un c…”.
Tanto per capirci, le due sorelline venivano così definite dalla danzatrice del ventre Maria Makdoum in un verbale allegato agli atti: “Le De Vivo erano in mutande e reggiseno. Il presidente le toccava e loro lo toccavano nelle parti intime. E si avvicinarono anche a Emilio Fede che le toccava il seno e altre parti intime”.
Il galateo di Arcore, in attesa di verità .
L’estate sta finendo, l’economia crolla e pure Papi Silvio non si sente troppo bene.
Ma ha ancora un mesetto per esercitarsi in quella che secondo il ministro Gelmini è la sua attività  preferita: “Fare beneficenza”.

Silvia Truzzi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SACCONI E LO SPIRITO DI VENDETTA SOCIALISTA SUI LAVORATORI

Agosto 20th, 2011 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DEL WELFARE, NEMICO DEI SINDACATI E DEGLI OPERAI, HA COSTRUITO UNA CONTRORIFORMA CARBONARA

E venne il giorno della riforma clandestina, la riforma di contrabbando, la libera licenziabilità¡ sognata ed invocata dai tanti Stranamore del liberismo italiano come la panacea di tutti i mali, finalmente imposta con un piccolo e miserabile golpe di ferragosto.
C’è qualcosa di grottesco e beffardo nel fatto che il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi abbia partorito questo prodigio di controriforma quasi in segreto, di soppiatto, con un apparato di codicilli infilati ad arte nella finanziaria “lacrime e sangue”, nascosti e quasi occultati, come certe procure estorte ai parenti con firma tremante sul letto di morte.
Di tutta la sterminata collezione di prodigiosi rancori prodotta dal berlusconismo, quello degli ex socialisti alla Sacconi è il distillato più pericoloso, perchè in buona fede.
E il contrabbando, dunque, è l’unico strumento possibile per attuare la vendetta, la guerra contro i mulini a vento che gli ex sessantottini spretati del garofano pensano di essere chiamati a celebrare.
Per gente come loro — Sacconi, Brunetta, la Boniver — una riforma così si sarebbe dovuta offrire al paese con una messa giuslavorista, un coro egemonico, una kultur kampf da celebrare nel punto massimo del consenso.
Invece, a loro eterna vergogna, quando erano al massimo del consenso non hanno avuto il coraggio di sporcarsi le mani e di mettere in gioco i loro frivoli indici di popolarità .
Così, dove la vanità  ha fallito, ecco il colpo di coda del rancore.
I ragazzi che si vantarono di essere discepoli dei grandi giuslavoristi socialisti progressisti, dei Giugni e dei Brodolini, fanno a pezzi lo statuto dei lavoratori nel crepuscolo della ritirata e della sconfitta.
C’è un aneddoto che mi raccontà³ lo stesso Sacconi — persona peraltro squisita, sul piano personale — quello per cui, nella stagione dei golpe degli anni settanta lui e Brunetta una notte di paura si erano precipitosamente ritirati in una baita, temendo di essere arrestati nel corso di un colpo di stato.
Ecco, quella allucinazione iperdemocratica di allora, si riverbera nell’allucinazione iperpadronale di oggi, nel regalino osceno alla Fiat, la legge ad aziendam gentilmente concessa, per evitare una condanna certa.
Come allora Brunetta e Sacconi pensano di essere gli esecutori di una vendetta contro l’egemonia culturale degli odiati comunisti, contro i lavoratori e i precari che li hanno (giustamente) spernacchiati ovunque, e che loro hanno (giustamente) combattuto senza tregua, considerandoli al pari di nemici di classe.
Il sacconismo, che è per definizione in buona fede perchè è l’ideologia del neocatecumeno, e del convertito zelante che deve farsi perdonare il suo passato, è molto peggio del berlusconismo cialtrone dei ladri, degli avvocaticchi, e dei pataccari di corte del cavaliere.
Ma proprio per questo è quello che negli ultimi giorni del Reich innescherà  la rivolta sociale dei nuovi indignados italiani, che non ne vogliono sapere di farsi mettere sul lastrico nel tempo feroce della crisi.

Luca Telese blog

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IL GOVERNO PUNTA A UN NUOVO SCUDO FISCALE: EVASORI PREMIATI, GLI ONESTI PAGANO TUTTO

Agosto 18th, 2011 Riccardo Fucile

ALTRO CHE TASSAZIONE BIS SUI CAPITALI ILLECITI RIENTRATI, SI VA VERSO UN NUOVO CONDONO… UNA MANOVRA CHE RIVELA TUTTE LE CONTRADDIZIONI E GLI INTERESSI DELLA CASTA

Dicono che che una nuova tassa sui capitali scudati sarebbe “suscettibile di obiezioni sotto il profilo costituzionale” e di “difficile realizzazione pratica”.
Così, secondo indiscrezioni filtrate stamane, il governo si appresta a soffocare nella culla l’idea di far pagare i furbi, invece dei contribuenti leali.
Sarebbe stata una rivoluzione, invece si torna al vecchio, con una nuova edizione del provvedimento tremontiano già  varato nel 2009-2010 e nel 2002-2003, questa volta con un’aliquota maggiore del 5% applicato l’ultima volta.
La doccia gelata arriva dopo un paio di giornate in segno nettamente contrario, durante le quali la proposta di un nuovo prelievo sui capitali rientrati aveva fatto breccia anche nella maggioranza di centrodestra senza che emergessero ostacoli tecnici e giuridici insormontabili.
Certo, imporre una nuova tassa a chi due anni fa aveva “patteggiato” con il fisco un’imposta leggera sarebbe una forzatura.
Giustificata, però, dal momento di emergenza e da alcuni provvedimenti drastici già  adottati dal governo nella manovra bis, come il congelamento della liquidazione dei dipendenti pubblici, il contributo di solidarietà , la Robin Hood Tax.
Se si parlasse di incostituzionalità  in termini stringenti, probabilmente lo sarebbero di più i provvedimenti che riguardano i prelievi solo a certe fasce di reddito dichiarato e il congelamento per due anni della liquidazione maturata.
Vediamo di far parlare i dati.
Servivano 21 miliardi subito e il governo ha pensato di trovarli così: 8,5 di tagli ai ministeri, 10,5 di tagli a regioni ed enti locali, 1 miliardo dalle rendite tassate al 20%, 1 miliardo dai contributi sui redditi oltre i 90.000 euro.
In pratica su 21 miliardi ben 19 provengono da ministeri ed enti locali, il che tradotto dal politichese vuol dire un aumento delle tasse locali, in nome del federalismo patacca con cui i leghisti stanno rincoglionendo da due anni molti italiani.
Oppure niente tasse locali ma nemmeno più servizi, così si fermano metro, bus. ospedali, asili e compagnia cantando.
Non solo, ma serviranno altri 27 miliardi a breve e allora dove si troveranno?
Tagli alla assistenza, alle detrazioni familiari, alle pensioni di invalidtà , di reversibilità , alla sanità  per raccattare 8 miliardi.
Sul resto è buio.
Si parla giustamente di “macelleria sociale” perchè alla fine il cittadino sarà  massacrato dalle tasse locali, oltre al contributo di solidarietà  che dovrà  pagare il cittadino che denuncia oltre 90.000 euro di reddito.
Ma anche qua siamo all’assurdo: su 100 miliardi scudati e rientrati, lo Stato dagli evasori miliardari ha incassato solo il 5%, quando in altri Paesi europei si è applicata un’aliquota del 30-40%.
Si sarebbero incassati a suo tempo altri 25-35 miliardi in più e la manovra odierna non avrebbe quasi avuto ragione di esistere.
Aggiungiamo un dato conosciuto a pochi: in Italia abbiano 24.000 consiglieri di amministrazione in 7.000 enti statali censiti, tutti posti riservati a politici trombati e manutengoli vari: costo annuale 7 miliardi.
Bastava una legge che eliminasse questa corte dei miracolati o imponesse loro di prestare servizio gratuito ed ecco altri 7 miliardi a disposizione.
Due provvedimenti talmenti logici che avrebbero potuto essere portati a termine da tempo e oggi avremmo già  dai 32 ai 42 miliardi in cassa e non saremmo costretti a fare gli accattoni per racimolare le briciole tra chi ha magari ha un reale bisogno di assistenza.
Per non parlare dei 120 miliardi di evasione fiscale annua, dei 60 miliardi dei costi della corruzione in italia, dei 170 miliardi che lo Stato destina a spese improduttive, ovvero beni e servizi che si potrebbero tagliare di almeno un 10%.
Invece sono ancora a parlare di aumentare l’Iva di un punto, così poi decollano i prezzi, o a pensare a come fregarsi   per due anni la liquidazione maturata.
O alle uscite da lazzaretto di Bossi che promette “vi raddoppierò lo stipendio mettendovi in busta paga la liquidazione”: peccato che il tutto si risolverebbe con un misero aumento del 7% sullo stipendio mensile, altro che raddoppio.
O quando annuncia battaglia “le pensioni non si toccano”: infatti sono sempre le stesse, mentre i beni di consumo e di prima necessità  crescono, ma lui ha piazzato il figlio in Regione a 12.000 euro al mese, sai che gliene frega.
D’altronde quando a presentare alla stampa una manovra delicata e di questo impegno vedi sedersi accanto al premier italiano tale Calderoli, ti rendi plasticamente conto a che punto di degrado sia arrivato il nostro Paese.

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IN SARDEGNA IL PDL VA IN FRANTUMI: IL GOVERNATORE CAPPELLACCI SI E’ DIMESSO DAL PDL PER I TAGLI AI FONDI E LA PRIVATIZZAZIONE DELLA TIRRENIA

Agosto 5th, 2011 Riccardo Fucile

IL PDL PERDE L’ENNESIMO PEZZO, QUELLO SARDO: IL PRESIDENTE DELLA REGIONE, D’INTESA CON BEPPE PISANU, RICONSEGNA LA TESSERA AD ALFANO

Come in una mischia dove l’obiettivo è dimostrare chi ringhia più forte e l’unica regola è quella che non ci sono regole, il Popolo delle libertà  perde l’ennesimo pezzo di casa Berlusconi, quello della Sardegna, ghiotta porzione elettorale che il premier, già  dieci anni fa, aveva ribattezzato “il laboratorio del centrodestra” e che oggi amplifica quello che avviene in tutte le sedi con toni sussurrati e che si traduce col verbo ricollocarsi prima che frani la montagna.
I protagonisti della casa del ricollocamento si chiamano Beppe Pisanu e Ugo Cappellacci, governatore della Regione, prodotto cresciuto dal nulla nelle mani del premier, meritevole, soprattutto, di essere figlio di uno dei tanti commercialisti della galassia Berlusconi.
Due protagonisti e una guerriglia che si chiama Tirrenia, l’ultima compagnia di navigazione battente bandiera statale e privatizzata da Altero Matteoli che, escludendo dal tavolo proprio la Sardegna, ha provocato — e sapeva bene che sarebbe accaduto o comunque è difficile ipotizzare il contrario — un terremoto senza precedenti.
Risultato finale è stato che Cappellacci, seguito da una ventina di consiglieri regionali, ha restituito ieri nelle mani di Angelino Alfano la tessera del Pdl (virtualmente, il partito di Berlusconi non ha mai stampato tessere) e cerca, assieme a Pisanu, di mettere in piedi qualcosa che dovrebbe portare il nome di partito dei sardi, o giù di lì, lasciando a piedi Berlusconi che della Sardegna aveva fatto la sede di un governo balneare.
Parola d’ordine: ricollocarsi.
Non è un mistero che Matteoli, orgogliosamente ex missino, in questo governo ci stia stretto da un pezzo.
Più di una volta, nei corridoi, ha sussurrato la necessità  di ripartire senza più contare su Berlusconi e il berlusconismo.
E il suo rinnovamento non passava, e non passa certo, per il partito in mano ad Angelino Alfano.
Così, alla prima occasione, Matteoli ha fatto capire di che pasta è fatto.
Un piano neppure troppo macchinoso: escludere, con un colpo di mano, la Regione Sardegna dalla cordata che si è impossessata della Tirrenia, e affidarla a un trio di armatori che si chiamano Gianluigi Aponte, Manuel Grimaldi e Vincenzo Onorato, che di sardo non hanno nulla se non già  le navi che portano su e giù i turisti dall’isola.
Lasciando spazi aperti a una battaglia, dal punto di vista legale, che si preannuncia infinita e rischia di mettere a rischio una delle ultime grandi privatizzazioni.
La Sardegna, intesa come Regione, secondo l’interpretazione della flotta di avvocati già  al lavoro, aveva pieno diritto di entrare nell’azionariato; secondo Matteoli, che a fare la guerra ha inviato l’amministratore straordinario della compagnia Giancarlo D’Andrea, assolutamente no.
Se la vedranno in tribunale e all’Antitrust dell’Ue.
Per ora la mossa ha avuto l’effetto di sgretolare il centrodestra nel laboratorio Sardegna. Cappellacci è riuscito a portare dalla sua parte un gruppo consistente di ex berlusconiani sardi, ma soprattutto si è coperto le spalle grazie a Pisanu, vecchio navigante democristiano che non ha bisogno di nessun bollettino meteorologico per capire da che parte soffierà  il vento.
“Non possiamo permettere che una parte del governo remi contro la Sardegna”, ha detto al termine di una lunga riunione col giovane Alfano il grande manovratore e alleato inaspettato di Cappellacci.
La partita Tirrenia e il tracollo del turismo sardo. Le trattative andavano avanti da mesi.
E Cappellacci, il governatore sardo, a quel tavolo c’era stato sempre a pieno titolo, anche e soprattutto in virtù delle leggi che tutelano l’autonomia e lo statuto speciale della Sardegna. La Regione aveva tutti gli interessi per entrare nell’azionariato e far sentire il suo peso. Un’esigenza dovuta alla sopravvivenza: l’unica industria rimasta è quella del turismo e quest’anno, grazie agli aumenti dei signori Grimaldi e Onorato, giustificati, la stagione chiuderà  con un meno 30 per cento.
L’obiettivo di Cappellacci (già  alle prese con l’azzeramento della giunta stabilito dal Tar per il mancato rispetto delle quote rosa) è rimanere dov’è, sulla poltrona di governatore e giocarsi la prossima partita elettorale.
Matteoli, con la mossa Tirrenia (ma ci sono altre partite aperte in Sardegna come quella delle entrate e dei fondi per le grandi opere, come l’arteria Sassari-Olbia) lo ha messo con le spalle al muro e l’unica via d’uscita era quella di mettersi contro il governo.
“Una scelta meditata e lucida”, ha detto Cappellacci nel riconsegnare (sempre virtualmente) la tessera del partito ad Alfano. “Abbiamo ricevuto rassicurazioni da lui e da Matteoli”, ha detto, ma è determinato a ottenere quello che chiede e dei tavoli, visto che la Tirrenia è ormai in mani private, se ne fa di poco.
In un’intervista due giorni fa alla Nuova Sardegna se l’è presa anche col suo diretto superiore, Berlusconi: “Se è così legato alla Sardegna come dice è arrivato il momento di dimostrarlo coi fatti. A partire da una nuova convenzione con la Tirrenia”.
Vincenzo Onorato, presidente della Moby Lines, pezzo forte della cordata che ha rilevato Tirrenia e denominata Compagnia italiana di navigazione, non è tipo da preoccuparsi di fronte a scogli difficili: “Cappellacci ha sbagliato tutto”, dice, “ma soprattutto non ha capito una cosa e cioè che la convenzione tra Stato e Cin è blindatissima, soprattutto su tariffe, rotte e frequenze. L’acquirente non può toccare nulla. Per otto anni ci sono limiti che non devono preoccupare. Abbiamo contro tutti, emigrati, camionisti, industriali, amministratori e sindacati? E’ il frutto di una campagna demagogica. Se le tariffe dei traghetti sono aumentate è perchè il prezzo dei carburanti è aumentato”.
Renato Soru: il grande assente è tornato a fare capolino.
Il predecessore di Cappellacci, proprietario di Tiscali ed editore dell’Unità , l’uomo che dovrebbe essere sulla carta il principale oppositore del governo sardo, si è rivisto adesso. Giusto in questi giorni, perchè nei mesi scorsi non ha fatto un’opposizione memorabile.
La prima cosa che ha fatto in fretta e furia e in vista delle elezioni, è stata quella di mettere in piedi un altro quotidiano regionale (sfida difficile quella al duopolio Nuova Sardegna e Unione Sarda) e affidarlo nelle mani di un solido professionista come Giovanni Maria Bellu, ex condirettore dell’Unità  firmata Concita De Gregorio.
Una manovra, quella dell’apertura di Sardegna 24, che secondo i detrattori di uno degli uomini più ricchi dell’isola, avrebbe uno scopo elettorale.
Ma soprattutto, dopo due anni di assenza, si è deciso a ristabilire buoni rapporti col Pd della Sardegna e aspettare le elezioni.
Cappellacci, nel 2009, ha vinto perchè Berlusconi gli ha tirato la volata.
Oggi, col Pdl a pezzi e il suo leader sul viale del tramonto, ha capito che, se dovesse essere lui il candidato, forse può rimediare alla batosta presa due anni e mezzo fa.

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