Maggio 24th, 2011 Riccardo Fucile
L’AZIENDA: MERCATO A PICCO, SCELTE INEVITABILI… MA STRANAMENTE NON SI TOCCA MARGHERA, GRAN PROTETTORATO LEGHISTA
Peggio del previsto e del temuto.
Gli esuberi della Fincantieri sono 2.551 su una forza lavoro di 8.500 addetti: su otto stabilimenti, due (Castellammare di Stabia e Sestri Ponente) verranno chiusi, mentre quello di Riva Trigoso (Genova) verrà fortemente ridimensionato con il trasferimento delle costruzioni militari a Muggiano (La Spezia) e conserverà solo le costruzioni meccaniche.
Sono queste le previsioni del piano industriale presentato oggi a Roma ai sindacati dall’amministratore delegato della Fincantieri, Giuseppe Bono.
Secondo fonti Fincantieri, quello presentato dall’ad, comunque, “non è un piano prendere o lasciare. E’ la fotografia realistica di una situazione drammatica attuale e in prospettiva”.
“Da oggi si apre una trattativa – aggiunge la stessa fonte – che ci auguriamo possa aggregare il maggior consenso possibile”.
Fincantieri ha già convocato i sindacati per il 6 giugno, ma le reazioni iniziali non lasciano molto spazio a trattative: la Uilm ritiene inaccettabile far passare il rilancio dai tagli all’occupazione; “Il piano non è accettabile perchè chiude due cantieri e mezzo – dice invece il segretario generale Maurizio Landini – . Su queste basi non ci sono le condizioni per un accordo”.
Fiom e Ugl chiedono l’intervento del governo nella vertenzae l’apertura di un tavolo nazionale sulla crisi del settore.
“Un piano industriale rinunciatario” lo definisce invece Giuseppe Farina, leader della Fim: “Siamo disponibili a discutere di riorganizzazione e di efficientamento – dice Farina – a condizione che ciò sia utile a salvaguardare l’insieme della struttura industriale, i cantieri e l’occupazione”.
In vista del 6 giugno. intanto, è stato proclamato uno sciopero di 8 ore.Gli esuberi riguarderebbero 1.400 addetti dei cantieri per i quali è prevista la chiusura e 1.150 negli altri cinque siti.
Appena rimbalzata la notizia dalla capitale, i lavoratori dello storico stabilimento di Sestri Ponente hanno lasciato il posto di lavoro e si sono riversati in strada , dando vita a una manifestazione spontanea davanti ai cancelli.
A Roma, davanti alla sede di Confindustria, dove si è svolto l’incontro, c’è stato un presidio di lavoratori dell’impianto di Castellammare di Stabia 3 e di aziende dell’indotto.
Il durissimo piano industriale è spiegato dal gruppo con la lunga crisi della cantieristica mondiale e in particolare europea, crisi che si ripercuote in modo rilevante sulle navi da crociera che sono il core business del gruppo Fincantieri.
Nella cantieristica dopo il picco di produzione del 2007 con 85,9 milioni di tonnellate di stazza, spiega l’azienda, nel 2009 la domanda mondiale si è ridotta del 55% a 38,9 milioni di tonnellate e la quota europea si è ridotta sensibilmente: dal 30% degli anni ’80, è scesa al 4% nel 2010.
Le cose non vanno meglio per il settore delle navi da crociera.
A livello europeo, afferma Fincantieri, nel 2007, c’erano ordini per 16 navi di cui 8 per il gruppo italiano.
Nel 2008, gli ordini per le aziende europee sono crollati a tre dei quali due per la Fincantieri. Dopo l’unico ordine per il 2009 a favore del gruppo, nel 2010 gli ordini sono risaliti a quota sei: due per la Fincantieri e due per aziende francesi anche grazie a rilevanti sovvenzioni pubbliche. Dal 2008 al 2010, in Europa sono stati persi 50.000 posti di lavoro pari al 30% della forza lavoro.
In Italia grazie agli ammortizzatori e al blocco del turn over finora non ci sono stati licenziamenti.
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Maggio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
IL PIL STENTA, SIAMO IL FANALINO DI CODA DELLA UE…UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE E’ A “RISCHIO ESCLUSIONE”..L’ECONOMIA NEGLI ULTIMI DIECI ANNI E’ CRESCIUTA IN ITALIA SOLO DELLO 0,2% CONTRO UNA MEDIA UE DELL’1,1%….E AL GOVERNO PENSANO SOLO A LITIGARE
Circa un quarto degli italiani (il 24,7% della popolazione, più o meno 15 milioni) «sperimenta il rischio di povertà o di esclusione sociale».
Si tratta di un valore del 23,1% superiore alla media Ue.
Lo rileva l’Istat nel rapporto annuale presentato lunedì alla Camera dei Deputati dal presidente dell’Istituto di statistica, Enrico Giovannini , dal quale emerge un Paese in grande affanno.
«Nel decennio 2001-2010 l’Italia ha realizzato la performance di crescita peggiore tra tutti i paesi dell’Unione europea».
Il paese è «fanalino di coda nell’Ue per la crescita»: è questa la fotografia della situazione economica del paese contenuta nel rapporto annuale Istat.
Quella italiana «è l’economia europea cresciuta di meno nell’intero decennio», con un tasso medio annuo pari allo 0,2%, contro l’1,1% dell’Ue.
«Il ritmo di espansione della nostra economia – si legge – è stato inferiore di circa la metà a quello medio europeo nel periodo 2001-2007».
L’Italia, insomma, ha avuto una «crescita dimezzata» e il divario «si è allargato nel corso della crisi e della ripresa attuale».
Nella media dello scorso anno l’economia italiana, ricorda l’Istat, è cresciuta dell’1,3 per cento, contro l’1,8 per cento dell’Ue.
«In Italia l’impatto della crisi sull’occupazione è stato pesante. Nel biennio 2009-2010 il numero di occupati è diminuito di 532 mila unità ».
I più colpiti sono stati i giovani tra i 15 e i 29 anni, fascia d’età in cui si registrano 501 mila occupati in meno.
L’oltre mezzo milioni di occupati in meno (-2,3%) in due anni è quindi il risultato di una perdita di 501 mila posti tra gli under 30 (-13,2%), di un calo dei 322 mila unità nella fascia d’età compresa tra i 30 e i 49 anni (-2,3%) e di un aumento di 291 mila occupati tra gli over-50 (+5,2%).
L’economia che arranca incide profondamente sui i fenomeni sociali: nel 2010, gli abbandoni scolastici prematuri rimangono consistenti, al 18,8 per cento.
Il dato è più alto tra i ragazzi, 22,0 per cento contro il 15,4 delle ragazze. L’obiettivo fissato dal Pnr (15-16 per cento) non appare particolarmente ambizioso e non consente un avvicinamento deciso rispetto agli obiettivi comunitari.
Nella «Strategia Europa 2020», il piano che delinea le grandi direttrici politiche per stimolare lo sviluppo e l’occupazione nell’Ue gli abbandoni scolastici prematuri devono essere contenuti al di sotto della soglia del 10 per cento.
I giovani (20-24 anni) che hanno abbandonato gli studi senza conseguire un diploma di scuola media superiore interessa tutti i paesi dell’Unione (media 14,4 per cento).
Sono forti le disparità tra gli Stati che già hanno raggiunto o sono prossimi all’obiettivo (paesi del Nord Europa e molti tra quelli di più recente accesso) e alcuni paesi del Mediterraneo (Spagna, Portogallo e Malta), dove le quote di abbandono superano il 30 per cento.
Quasi ovunque l’incidenza è superiore tra i ragazzi rispetto alle ragazze.
L’occupazione femminile rimane stabile nel 2010, ma peggiora la qualità¡ del lavoro e rimane la disparità¡ salariale rispetto ai colleghi uomini (-20%).
Cresce inoltre i part time involontario e aumentano le donne sovraistruite.
I dati sul mondo del lavoro femminile in Italia sono contenuti nel rapporto annuale dell’Istat ‘La situazione del paese nel 2010’.
L’occupazione qualificata, tecnica e operaia, secondo quanto si legge è scesa di 170 mila unità¡, mentre è aumentata soprattutto quella non qualificata (+108 mila unità¡).
Si tratta soprattutto di «italiane impiegate nei servizi di pulizia a imprese ed enti e di collaboratrici domestiche e assistenti familiari straniere».
Un quadro drammatico del nostro Paese, mentre gli italiani assistono ai litigi della loro classe politica.
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Maggio 21st, 2011 Riccardo Fucile
OLTRE 300 INVITATI DELLA GENOVA BENE HANNO CELEBRATO I 50 ANNI DELLA SENATRICE PD NEL LUSSUOSO CONTESTO DI VILLA ROSETTA… FUORI VOLANTINAVANO LE DONNE FUTURISTE CON UNA DELEGAZIONE DI RAGAZZE MADRI, SENZA CASA, PRECARIE, DISOCCUPATE, EX TOSSICODIPENDENTI…. CLAMOROSO SUCCESSO DELLA MANIFESTAZIONE DI FLI: CENTINAIA DI PERSONE SOLIDALI CONTRO LA CASTA
“Oltre 300 invitati sono arrivati alla spicciolata a Villa Rosetta, lascito affidato all’Istituto Don
Orione a Mulinetti di Recco; ad accoglierli la senatrice Pd Roberta Pinotti, nonostante le polemiche seguite a questo suo raffinatissimo party per festeggiare i cinquant’anni.
Dentro la villa agenti della Digos e all’esterno body guard a controllare, lista degli invitati alla mano, gli ospiti.
Una decina, all’esterno, le persone disagiate che con la loro silenziosa presenza vogliono ricordare alla senatrice che esistono ragazze-madri senza casa, precari, disoccupati, giovani che tentano il recupero dalla droga o dopo avere conosciuto il carcere minorile.
Con loro Paola Cassinelli Del Guercio a testimoniare, per le donne del Fli, la situazione degli “ultimi”.
(da Levante News)
“Roberta Pinotti non ha proprio l’atteggiamento della regina della festa per i suoi 50 anni, celebrati nella nobile dimora di Villa Rosetta, a Mulinetti.
C’è quasi tutto il Pd, ma anche papabili per prossime nomine e poi un po’ tutte le cariche cittadine, dal presidente del porto a quasi tutti gli assessori regionali.
Dell’imminente corsa per le elezioni genoovesi nessuno parla.
Forse per la protesta che hanno inscenato le donne di Futuro e Libertà , l’argomento resta tabù.
Là fuori, oltre il cancello, Paola Del Guercio (ispirata al blitz nei giorni scorsi da un ex missino doc come Riccardo Fucile) insieme ad altre ragazze porge volantini agli invitati.
Dicono che un parlamentare del Pd offende i cittadini spendendo cosi tanti soldi per una festa.”
(da il Secolo XIX)
Sull’iniziativa di Fli torneremo in dettaglio, anche alla luce dell’incredibile successo che ha riscosso in città , con congratulazioni che arrivano da destra e da sinistra, ma soprattutto da tanti cittadini comuni.
L’amica Paola è stata sommersa da centinaia di sms, fermata per strada da tanti genovesi che volevano dirle: “finalmente una destra vera, diversa, che si occupa della povera gente”.
E tra chi si dichiara d’accordo ci sono anche esponenti politici del Pdl e del Pd, non diciamo altro.
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Maggio 21st, 2011 Riccardo Fucile
GRAZIE A QUESTO RUOLO DI BARZELLETTIERE STA SALENDO NELLE PREFERENZE DEL PREMIER, NOTO UTILIZZATORE FINALE… PETTINATURA DA PARROCO E BLAZER DA YACHTMAN SEMBRA ARRIVATO DA “LA SAI L’ULTIMA?” DIRETTAMENTE A MONTECITORIO
Il gioviale Giorgio Stracquadanio deputatissimo Pdl è un collezionista e questo non depone granchè: spesso i collezionisti sono vittime di ossessioni. Stracquadanio, però, ha occupato una postazione fino a poco fa inedita: quella di porta-barzellette, nel senso che le va raccogliendo.
Non per se stesso, ma per interposta persona.
L’utilizzatore finale è lui, il grande Capo Silvio.
Non che il premier l’abbia mai investito ufficialmente dell’incarico, ma la cosa è nota negli ambienti che contano (quelli dei barzellettieri): il prestigioso incarico Stracquadanio, à§a va sans dire, se lo è straguadagnato.
Ora il ridanciano deputato, pettinatura da parroco, guardaroba da yachtman, blazer marinari, oro da tutti i bottoni (giusto: a Montecitorio non si passeggia forse in Transatlantico?) è incappato in una nuova gustosa storiella.
Che gioia per Berlusconi, Stracquadanio dovrebbe essere una Pasqua! Invece, tentenna dopo l’indignazione suscitata dall’elegante barzelletta sulla mela (al sapor di… abbiamo tutti saputo di cosa) di cui è l’orgoglioso fornitore. La neo gag, a quanto pare, sarebbe terribile e quindi il Cavaliere ne andrebbe ghiotto, pronto a raccontarla pure in Consiglio europeo.
Rispetto a questa, la mela e dintorni sarebbe quasi adatta a Biancaneve, esperta del ramo, nel senso del frutto.
Il potere ha sempre creato nuovi mestieri e nuove mansioni.
Il Cavaliere gran raccontatore e inventore della militanza della barzelletta ha bisogno di un fornitore di materia prima e fresca.
Un tempo, quando la politica non era show, c’erano figure più arcaiche.
C’era lo spazzolatore di forfora (accompagnava il doge bianco Carlo Bernini). Il giocatore di spizzichino (variante del tresette caro a Ciriaco De Mita). Il segretario sommelier (Enrico Manca andava pazzo per il bicchierino di porto). Oggi Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia con psicosi dell’avvelenamento, gira con l’assaggiatore, manco fosse un Borgia, una maharani, o Alì Babà .
Il porta-barzellette è ruolo nuovo e di spicco nella filologia comunicativa del Cavaliere, uomo di spettacolo e avanspettacolo, prima di tutto.
E gli argomenti delle barzellette esprimono bene le metamorfosi e le evoluzioni del rapporto con la pancia del suo popolo, con le istituzioni, con la percezione di poter alzare il tiro. In principio, il filone preferito era napoleonico.
Poi, dalle storielle in cui Dio era suo vice e Gianni Letta girava il mondo per mausolei e santi sepolcri all’altezza, lui risorgeva e via così con miracoli di ogni tipo – altro che padre Pio – si è arrivati al simpatico genere da osteria.
Ora Stracquadanio vive in uno stato di beatitudine.
Dopo una performance in cui ha dato in escandescenze ad “Annozero” ma che secondo lui ha spezzato il gioco di Santoro (prima di andarci, ha studiato tutte le puntate precedenti), ha ricevuto una telefonata di Berlusconi: “Sei stato bravissimo”, gli ha detto.
Per paura di spezzare l’incanto in cui si trova, esita, dopo il fattaccio della mela, a riportare al premier la nuova scabrosissima barzelletta.
L’ha sottoposta come test a varie persone: ululando lo hanno pregato di interrompere il racconto: “E’ quasi da crisi di governo”.
Il barzellettiere di gran rango deve anche saper usare il pudore preventivo.
Denise Pardo
(da “L’Espresso“)
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Maggio 16th, 2011 Riccardo Fucile
AL SUD SPESSO DISONESTI PER SOPRAVVIVENZA… LA REGIONE PIU’ VIRTUOSA E’ LA SARDEGNA CHE SOTTRAE ALL’ERARIO SOLO IL 13,7%… AL NORD GLI IMPORTI EVASI SONO MOLTO CONSISTENTI, AL SUD SPESSO SI TRATTA DI CIFRE MINORI
Un Paese unito nel nome dell’evasione fiscale: nascondere una parte o la totalità del reddito agli
occhi dello Stato è un’attività diffusa su tutto il territorio italiano.
Ma gli evasori non sono tutti uguali: c’è chi si accontenta di truffare il fisco solo in parte, e chi mette via ogni remora pur di accumulare entrate senza versare le tasse.
Al Nord come al Sud, anzi al Nord un po’ di più.
Contrariamente a quanto si pensa per via della maggiore diffusione dell’economia sommersa, il picco dell’evasione si raggiunge nel Settentrione. La regione che sottrae più ricchezza ai fini dell’Irpef è il Veneto, che nasconde in media il 22,4 per cento dei suoi redditi, la più virtuosa è la Sardegna dove l’evasione si contiene al 13,7%.
Fra i due estremi, c’è il ritratto di un Paese che si attrezza in mille modi per ingannare il fisco quando il contribuente non versa la ritenuta alla fonte: dalle prestazioni professionali in nero agli scontrini mai emessi.
A differenziare il fenomeno in base al territorio ci ha pensato lo Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, in uno studio che calcola le percentuali del reddito dichiarato rispetto a quello disponibile nel 2008 (al netto delle prestazioni sociali e delle quote esenti, più diffuse al Sud).
Il Paese in complesso ne esce male anche se, contrariamente ai luoghi comuni, la quota di reddito nascosto è più alta al Centro-Nord, con il 19,3 per cento, che al Sud (il 18).
Al Veneto, nella classifica dei meno virtuosi, seguono le Marche (22 per cento di ricchezza evasa).
Ma a parte un intermezzo fra il terzo e quarto posto – Basilicata (21%) e Calabria (20,6 per cento, pari merito con l’Emilia Romagna) – è l’Italia del Centro Nord a dominare la parte alta della graduatoria.
Lombardia e Sicilia, regioni con notevoli differenze nel livello di vita, evadono quote simili (17,6 per cento la prima, 17,2 la seconda).
Quanto a virtuosismo, alza la media settentrionale solo la Liguria (14,7 per cento di reddito evaso).
L’andamento non cambia di molto se si considerano le percentuali di reddito dichiarato rispetto al Pil: il Mezzogiorno dichiara il 51,2 per cento rispetto al 49,5 del Centro-Nord.
E non sembra che nel breve periodo le posizioni possano invertirsi visto che – secondo una indagine di Contribuenti. it – nei primi mesi del 2010 l’evasione era data in aumento soprattutto in Lombardia e in Veneto.
Commenta lo Svimez: “Non cadiamo nella tentazione di etichettare il Centro Nord come terra di evasori fiscali – si legge nello studio -. Ma questi dati mostrano comunque che non si può attribuire questa stessa etichetta al Mezzogiorno: la realtà è che l’Italia non ha raggiunto l’unità economica, ma è unificata dall’evasione”.
Secondo i ricercatori dell’associazione una precisazione però va fatta: “Le informazioni della Guardia di Finanza – che non riguardano tutti i contribuenti, ma solo quelli sottoposti a controllo fiscale – indicano che nel Mezzogiorno ci sono più evasori che nascondono importi modesti”.
Al Centro Nord si verifica il caso opposto: “Al limitato numero di evasori corrisponde una massa imponibile non dichiarata rilevante”.
In sostanza, conclude lo studio Svimez “si può figurare un’evasione per sopravvivenza al Sud ed una evasione per accumulazione di ricchezza al Nord”.
Luisa Grion
(da “La Repubblica”)
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Maggio 14th, 2011 Riccardo Fucile
IL SOLITO RITO BERLUSCONIANO DEL “GHE PENSI MI” REGGERA’ ANCORA O GLI ITALIANI SCARICHERANNO L’IMBONITORE MEDIATICO?…SU QUESTO QUESITO SI GIOCHERA’ IL DESTINO DELLE AMMMINISTRATIVE E DEL GOVERNO
Ieri il premier è intervenuto per telefono a una manifestazione dell’Alleanza di Centro a Reggio Calabria.
Ha assicurato: che Pionati avrà il suo sottosegretariato; che dopo la promozione al ministero delle Infrastrutture di Aurelio Misiti e a quello dell’Economia di Antonio Gentile, la prossima sarà quella al ministero del Lavoro di Giuseppe Galati; che infine «ci saranno tre calabresi che lavoreranno per la loro regione nel governo».
Quattro giorni prima, a Olbia per sponsorizzare un candidato, il suo amico ortopedico Settimo Nizzi, aveva garantito che il sottosegretario sarà un potente del luogo, Mauro Pili.
I Responsabili lamentano di non aver avuto quanto era stato concordato? Silvio cita Sciascia: «È giusto, ciascuno avrà il suo».
Si consuma il sommo Rito, quella di promessa per tutti.
Gianfranco Fini, sostiene che il presidente del Consiglio cadrà non per via giudiziaria, ma perchè «non ha mantenuto le promesse».
Tesi che varrebbe in tutti i Paesi europei, escluso l’Italia.
Concetto rigorosamente politico, ma che non si adatta al nostro elettorato, altrimenti il premier sarebbe già dovuto fuggire su un barcone per raggiungere da clandestino Tripoli e il suo compagno di merende Gheddafi.
Purtroppo quando il Cavaliere promette, molti italiani che lo ascoltano sentono come di aver udito la parola di uno sciamano, e non si domandano se la cosa avverrà anche, oppure no.
Il mezzo è, più che mai, il messaggio, i toni, i modi, il rapporto tra le parole e le diverse piazze.
Berlusconi è a Napoli, dove assai sentito è il problema del condono per le case abusive?
Annuncia «fermerò le demolizioni fino alla fine dell’anno».
Gli domandano del problema del caro traghetti a Olbia? Mette la sua mano sul fuoco, «deve essere risolto, e se ve lo dico io consideratelo già fatto», interverrà «chiamando la Tirrenia a ripristinare la linea e intervenendo come stato sui costi dei carburanti».
Gli chiedono dei fondi per la Olbia-Sassari, della statale 125 Olbia-Arzachena-Palau, della stazione ferroviaria?
«Saranno trovati, giuro; lo dico io a Tremonti».
È a Crotone, città assai disamorata dalla politica, e s’impegna: «Dimezzerò il numero dei parlamentari».
Solo in tal modo si può spiegare come mai l’uditorio continui a prendere dopo tanti anni per buona la promessa: perchè è personalizzata.
Esiste, sì, un format smaccato, il logorìo degli anni, la ripetizione; ma è anche vero che il Capo lo adatta.
La seduzione, diceva Renè Girard, non serve a riportare alla realtà , serve proprio per esorcizzare il peso della realtà .
È il meccanismo del «ripulirò Napoli dalla monnezza in un mese», del «meno tasse per tutti», del «risolvo in quarantott’ore il problema degli sbarchi a Lampedusa».
Certo – rispetto al «meno tasse per tutti», al «miracolo italiano», al contratto con gli italiani in tv da Vespa («prometto che se non avrò realizzato almeno quattro dei cinque punti non mi ricandiderò più») – la promessa odierna ha perso ogni residua grandezza.
Ma la tecnica del Cavaliere fin dalla «discesa in campo» è sempre stata mescolare promesse epocali e piccoli orticelli.
Per esempio «con Letizia Moratti triplicheremo gli anziani assistiti in città », oppure «abbiamo in mente i progetti delle due linee della metropolitana”, lo intervista Radio Kiss Kiss, emittente molto ascoltata dai tifosi del Napoli dove Silvio giura, «ad Allegri piace Hamsik, ma non credo che De Laurentiis sia intenzionato a cedere una star. Escludo dunque questa possibilità . Dò garanzie ai napoletani».
E poi di nuovo, a giro, la promessa: «Supereremo il divario nell’occupazione tra nord e sud».
È come se la Promessa sottendesse l’irrealtà , non la realizzazione; il Sogno, non la psicopatologia della vita quotidiana.
E l’ubiquità del Capo, “prometto ad Alessandro Nannini di andare a Siena se arriverà al ballottaggio”, a Coppola «sarò a Torino al secondo turno», a Lettieri «giurò che mi avrai al tuo fianco a Napoli»…
«Sono un uomo di mare», raccontò una volta il Cavaliere accennando ai tanti porti in cui era approdato, fin da sedicenne chansonnier.
Forse per questo ha abituato gli italiani alle sue promesse da marinaio.
Fino a quando?
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Maggio 13th, 2011 Riccardo Fucile
LA DIFFICOLTA’ DI INSERIMENTO NEL MONDO DEL LAVORO E’ UN PROBLEMA COMUNE A MOLTI PAESI, MA IN ITALIA E’ PIU’ ACUTO CHE ALTROVE…NON E’ TROPPO TARDI PER INTERVENIRE ED EVITARE DI COMPROMETTERE IL FUTURO DI UN’INTERA GENERAZIONE
Per capire come affrontare il problema bisogna individuarne la natura. 
In Italia, nella fascia d’età fra i 16 e i 24 anni, solo un ragazzo su quattro lavora: in Germania, negli Stati Uniti e nella media dei Paesi europei, uno su due.
I ragazzi italiani lavorano meno di altri per due ragioni: sono meno quelli che cercano lavoro (cioè la partecipazione alla forza lavoro è più bassa che in altri Paesi), e tra quelli che lo cercano in meno lo trovano (cioè il tasso di disoccupazione è più alto).
La partecipazione alla forza lavoro in questa fascia di età è il 30 per cento in Italia, contro il 51 per cento in Germania, 41 in Francia, 56 negli Stati Uniti.
La disoccupazione giovanile è oltre il 25 per cento in Italia a fronte del 19 per cento nell’area Euro, 18 per cento negli Stati Uniti, 10 in Germania.
Questo divario impressionante non dipende dal fatto che i giovani italiani studiano di più, e quindi non lavorano perchè stanno investendo nel loro futuro. Nella fascia d’età 25-34 anni, gli italiani che hanno una laurea sono 18 su cento, meno della metà che in Francia, Svezia e Stati Uniti.
Naturalmente c’è molta differenza tra Nord e Sud.
La disoccupazione giovanile al Centro-Nord è vicina alla media europea, mentre è molto più alta al Sud. Ma non è solo Sud. Anche al Nord la partecipazione dei giovani alla forza lavoro è più bassa rispetto al resto d’Europa.
Un secondo aspetto importante emerge confrontando il tasso di disoccupazione dei giovani (fra i 15 e i 24 anni) con quello degli adulti (25-64).
La peculiarità dell’Italia non è solo l’elevata disoccupazione giovanile, ma il divario fra giovani e adulti.
Il rapporto tra il livello di disoccupazione dei giovani e quello degli adulti è 4 in Italia (cioè per ogni disoccupato adulto ci sono 4 disoccupati giovani) contro il 2,4 dell’area Euro, 1,4 in Germania.
Questa differenza si riscontra ovunque in Italia, sia al Nord sia al Sud. Anzi, in qualche regione del Nord è più alta che al Sud.
Ad esempio, il rapporto fra disoccupati giovani e adulti è 4,8 in Emilia-Romagna e 3,2 in Sardegna.
Questo rapporto è una misura di quanto il mercato del lavoro protegga chi un lavoro ce l’ha, cioè gli adulti.
Più il rapporto è elevato, più i giovani sono esclusi.
In altre parole, il mercato del lavoro in Italia è molto più chiuso ai giovani che in altri Paesi europei e lo è forse di più al Nord che al Sud.
È un’osservazione importante perchè ci dice che il mancato lavoro dei giovani non è solo un problema collegato specificamente al Mezzogiorno: dipende da regole e istituzioni nazionali, che escludono i giovani sia a Napoli che a Torino.
Non solo i giovani in Italia lavorano poco, ma sempre più sono impiegati con contratti temporanei che raramente sfociano in un contratto a tempo indeterminato.
In Veneto ad esempio (dati pubblicati sul sito www.lavoce.info, vedi anche l’articolo di Ugo Trivellato sul medesimo sito) la percentuale di assunzioni (al di sotto dei 40 anni) con contratti a tempo indeterminato è scesa, negli ultimi 12 anni, dal 35 al 15 per cento; le assunzioni a tempo determinato sono salite dal 40 al 60 per cento.
Sono quasi scomparsi anche gli inserimenti tramite contratti di apprendistato, la cui quota (sempre in Veneto) è scesa dal 25 al 10 per cento.
Altrove al Nord è ancora più bassa. Non conosciamo dati per il Sud. Evidentemente le imprese ritengono altre forme di «assunzione» più convenienti dell’apprendistato.
Il fatto è che le aziende sono comprensibilmente restie a trasformare i giovani assunti temporaneamente in «illicenziabili».
Preferiscono i contratti a tempo determinato perchè consentono loro di aggirare le rigidità dei rapporti a tempo indeterminato.
Le conseguenze di questo mercato del lavoro «duale» sono innumerevoli. I giovani vivono con i genitori più a lungo, si sposano più tardi, fanno meno figli, non accumulano contributi per la loro pensione.
Non solo, ma molti studi dimostrano che lunghi periodi di disoccupazione da giovani hanno conseguenze permanenti sulla carriera lavorativa perchè rendono le persone meno impiegabili. In Italia l’attesa media per trovare il primo lavoro è 33 mesi contro 5 negli Stati Uniti.
Il Testo Unico sull’apprendistato, approvato la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri fa un passo avanti, consentendo l’apprendistato agli studenti delle scuole superiori.
Il testo prevede che questa forma di inserimento nel mondo del lavoro sia utilizzabile per l’assolvimento dell’obbligo di istruzione di ragazzi che abbiano compiuto quindici anni.
In questo caso la durata del contratto non può estendersi oltre il termine del ciclo di studi, con un limite di tre anni.
Ma il Testo Unico non fa nulla per ridurre il dualismo del nostro mercato del lavoro.
Infatti prevede anche che «se, al termine del periodo di apprendistato, nessuna delle parti esercita la facoltà di recesso, il rapporto prosegue come ordinario rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato», cioè l’apprendista diventa da un giorno all’altro illicenziabile.
Poche imprese rinunceranno all’opzione di esercitare unilateralmente il recesso.
Le idee su come riformare il nostro mercato del lavoro per facilitare l’inserimento dei giovani non mancano, ma qualunque proposta si scontra con un ostacolo politico apparentemente insormontabile: l’elettore medio italiano, cioè colui (o colei) che determinano chi vince le elezioni, è sempre più anziano.
L’età media degli italiani è la terza più alta al mondo, ed è quella che sta crescendo più rapidamente.
Se le riforme che favoriscono i giovani richiedono qualche sacrificio agli adulti, è difficile che siano sostenute da partiti e sindacati la cui fortuna dipende dal voto e dall’influenza degli anziani.
Ciò ovviamente non significa che i genitori italiani non siano interessati al futuro dei propri figli.
Ma si è creato un equilibrio per cui i genitori si occupano del benessere dei figli attraverso la famiglia, mentre come società adottiamo politiche che rendono difficile ai giovani rendersi economicamente indipendenti.
La famiglia è diventata il meccanismo di protezione dei giovani. Il lavoro sicuro (prima) e la pensione (dopo) del padre assicurano un minimo di supporto per figli precari.
La loro sopravvivenza è assicurata, la crescita, il dinamismo ed il futuro dei giovani stessi no.
Cosa fare dunque?
Alcune cose si possono fare subito e darebbero risultati immediati.
Prima di tutto, e di questo si è molto parlato, bisogna riformare radicalmente il mercato del lavoro abolendo la separazione fra contratti a tempo determinato e indeterminato, e sostituendoli con un contratto unico con protezioni e garanzie che crescono con l’anzianità sul posto di lavoro.
Tutte le proposte, di questo governo e dei precedenti, hanno finora riguardato solo i contratti a tempo determinato: modificandoli marginalmente, e introducendo nuove modalità di precariato.
Nessuno ha avuto il coraggio di smantellare il dualismo e passare al contratto unico.
La resistenza degli anziani si potrebbe superare non toccando i vecchi contratti e applicando il contratto unico solo ai nuovi assunti.
Se lo si fosse fatto quindici anni fa, ai tempi del Pacchetto Treu, durante il primo governo Prodi, la transizione si sarebbe già completata. Nessun governo nè di destra, nè di sinistra ha avuto la lungimiranza di farlo.
Un’altra idea è modulare le aliquote delle imposte sul reddito in funzione dell’età , abbassando le tasse per i più giovani.
La perdita di gettito si dovrebbe recuperare con riduzioni di spesa.
Ciò aumenterebbe il reddito disponibile dei giovani e li renderebbe più indipendenti e più impiegabili perchè al lordo delle imposte costerebbero meno alle imprese.
L’idea di modulare le aliquote fiscali in funzione dell’età è stata studiata negli Stati Uniti da una commissione presieduta dal recente premio Nobel Peter Diamond.
A ciò si potrebbero aggiungere sgravi fiscali per le imprese che offrono lavori ai giovani, ma solo dopo aver riformato il sistema dei contratti come discusso sopra.
Altrimenti le imprese continuerebbero a offrire ai giovani contratti temporanei.
Ma si dovrebbe pensare anche a qualche provvedimento più radicale che sblocchi la gerontocrazia che domina l’Italia.
Per esempio, perchè non abbassare a 16 o 17 anni l’età minima per votare?
O porre dei limiti di età (ad esempio 72 anni) ai politici, ai burocrati, ai membri dei consigli di amministrazione delle società quotate?
In questi consigli si vorrebbero introdurre le quote rosa: perchè non pensare anche ai giovani (uomini e donne), oltre che alle donne di ogni età ?
Il problema dei giovani in Italia non è solo economico.
Stiamo creando una generazione sfiduciata, disillusa che non s’impegna perchè non trova sbocchi e non vede per sè un futuro.
Perdiamo molti bravi giovani che se ne vanno all’estero.
Non solo i cosiddetti «cervelli», ma anche giovani che non trovando un normalissimo lavoro in Italia lo cercano, e lo trovano, altrove.
Una generazione di scoraggiati non si riproduce nè economicamente, nè demograficamente e crea un pericoloso circolo vizioso.
Queste spirali si possono arrestare, ma solo se si interviene presto.
Se accelerano diventa impossibile fermarle.
Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
(da “Il Corriere della Sera“)
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Maggio 12th, 2011 Riccardo Fucile
ABBIAMO I SALARI TRA I PIU’ BASSI D’EUROPA E IL CARICO FISCALE TRA I PIU’ALTI…PRESSIONE IN CRESCITA DELLO 0,4% NEL 2010…IL CUNEO FISCALE E’ 11 VOLTE SUPERIORE ALLA MEDIA ED E’ TORNATO AI LIVELLI DEL 2000
L’Italia resta in fondo alla classifica Ocse sui salari, ma sale dal 23° al 22° posto superando
la Grecia.
Lo rileva l’organizzazione parigina nel rapporto ‘Taxing wages’.
Il salario netto medio di un single senza figli a carico in Italia è stato di 25.155 dollari nel 2010.
La cifra è inferiore sia alla media Ocse (26.436 dollari), che a quella dell’Ue a 15 (30.089).
Il salario lordo è stato invece di 35.847 dollari, lievemente superiore alla media Ocse (35.576), ma inferiore a quella europea (42.755).
In questa classifica l’Italia è al 19° posto.
A salari bassi si aggiunge il carico fiscale, aumentato di 0,4 punti percentuali rispetto al 2009, quando si attestava al 46,5%.
Il cosiddetto cuneo fiscale, che calcola la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto effettivamente finisce in tasca al lavoratore, in Italia è “almeno di 11 punti più alto della media Ocse per ogni tipo di famiglia” ed è al 46,9% se si considera il lavoratore single senza figli.
Nella classifica dei Paesi membri dell’Ocse, aggiornata alla fine dello scorso anno, l’Italia sale così dal sesto al quinto posto per peso fiscale sugli stipendi, sorpassando l’Ungheria (46,4%) e restando dietro Belgio (55,4%), Francia (49,3%), Germania (49,1%) ed Austria (47,9%). Il Paese dove il fisco è più lieve è il Cile (7%).
Nel dettaglio, l’Italia sale poi dal quinto al terzo posto, con un cuneo fiscale del 37,2%, se si considera la tassazione sul salario nel caso di una famiglia monoreddito con due figli.
Secondo lo studio Ocse, rispetto al 2009 emerge un incremento di 0,03 punti percentuali per i single, derivanti dall’incremento delle tasse sui redditi (+0,1 per le famiglie).
La tassa sui redditi in Italia è pari al 15,4% del costo del lavoro, i contributi a carico del lavoratore (sempre single e senza figli) ammontano al 7,2% e quelli a carico del datore di lavoro al 24,3%, per un costo del lavoro totale di 47.347 Dollari (a parità di acquisto), al quattordicesimo posto tra i 33 paesi Ocse.
Se si guarda alla serie storica, salendo al 46,9% nel 2010 (dal 46,8% indicato per il 2009) il cuneo fiscale si riporta ai livelli del 2000 dopo avere toccato un minimo del 45,7% tra il 2003 e il 2005, mentre tra tutti gli altri tipi di famiglie rispetto al 2000 emerge un incremento massimo di 0,2 punti e tra i salari più bassi c’è stata una riduzione di 5,2 punti percentuali rispetto al 2000.
Il cuneo fiscale nel 2010 è stato peraltro pari al 43,6% (+0,1 dal 2009 per l’aumento delle tasse sui redditi)) per i salari più bassi nel caso del single e al 27,2% (+0,2 dal 2009) per il single con due figli.
Il rapporto Ocse mette in risalto che l’inasprimento del peso fiscale sulle retribuzioni l’anno scorso ha riguardato 22 paesi sui 34 dell’organizzazione e che l’Europa che si conferma l’area dove il cuneo fiscale drena gli stipendi di oltre il 40% per i single e oltre il 30% per le famiglie con figli.
Negli Stati Uniti il cuneo fiscale incide per il 29% sui single e per il 16,3% sulle famiglie con figli.
“Con la stessa pressione tributaria della Germania, gli italiani risparmierebbero 1.400 euro l’anno di tasse. In termini di gettito complessivo, sempre a parità di condizioni fiscali tra i due paesi, l’erario italiano riceverebbe 82 miliardi in meno”. A fare questa dichiarazione, dopo aver letto i risultati presentati oggi dall’Ocse, è stato il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi.
Infatti, a fronte di una pressione tributaria in italia pari al 29,1% del pil, il carico fiscale tedesco raggiunge il 23,7% del pil: praticamente 5,4 punti in meno.
“Se, come dimostrano i dati Ocse, i lavoratori dipendenti presentano un livello di tassazione non più sostenibile – conclude Bortolussi – le cose non vanno certo meglio per le imprese, anzi. Sempre secondo una nostra elaborazione su dati Ifc e World bank, l’Italia presenta il record europeo di importo totale delle tasse sugli utili di impresa (68,6%). Le imprese tedesche, sempre per fare un confronto con il nostro paese, registrano un carico fiscale del 48,2% sugli utili, vale a dire 20,4 punti in meno”.
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Maggio 6th, 2011 Riccardo Fucile
PER LA MAGGIORANZA, DALLA CRISI SI ESCE LASCIANDO MANO LIBERA ALLE IMPRESE: L’AGENZIA DELLE ENTRATE INVITERA’ I FINANZIERI A NON VESSARE CON TROPPI CONTROLLI… IL GOVERNO NON ABBASSA LE TASSE? TANTO VALE EVITARE CHE LE PAGHINO
La politica economica il governo ormai la fa così: convoca una conferenza stampa per
presentare un decreto il cui testo non è consultabile, perchè bisogna ancora finirlo di scrivere e serve il via libera del Quirinale.
Dentro ci sono delle misure a costo zero (cioè che non muovono soldi) e forse a impatto zero, visto che nessuno, anche al ministero del Tesoro, sa prevedere quale effetto avranno sull’economia.
Però, garantisce il ministro Giulio Tremonti, “dentro c’è di tutto, è davvero corposo”.
In attesa di leggerne il testo, alcune cose sono già però chiare.
Il governo pensa che dalla crisi si esca lasciando mano libera alle imprese: l’Agenzia delle entrate — assicura Tremonti — sanzionerà i finanzieri che vessano gli imprenditori con troppi controlli, è in arrivo una circolare ufficiale dell’Agenzia.
Intanto il direttore Attilio Befera, tremontiano di ferro, scrive ai dipendenti intimando loro di non esagerare: “Se il contribuente ha dato prova sostanziale di buona fede e di lealtà nel suo rapporto con il Fisco, ripagarlo con la moneta dell’accanimento formalistico significa venire meno a un obbligo morale di reciprocità , ed essere perciò gravemente scorretti nei suoi confronti”.
E visto che anche l’occhio vuole la sua parte, “la Guardia di finanza non farà più ispezioni in divisa”, promette Tremonti.
E pazienza se ci sono 120 miliardi di evasione fiscale, siamo in campagna elettorale e bisogna pur dare qualche segnale agli imprenditori che si sono rassegnati a non vedere in tempi brevi una riduzione delle tasse (lo ha ribadito anche Silvio Berlusconi, due giorni fa).
Visto che di soldi pubblici non se ne possono spendere — ma Tremonti giura che la manovra finanziaria che a molti sembra inevitabile non arriverà a giugno — il governo spera che la crescita la producano i privati.
E gli concede, come immagine e sensazione, l’incentivo dell’evasione.
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